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Addio a Tettamanzi, pastore col cuore in mano. La preghiera della Chiesa ambrosiana.
L'arcivescovo emerito di Milano aveva 83 anni. Fu pastore anche ad Ancona-Osimo e Genova. Per 4 anni fu segretario generale della Cei
Avvenire, 05/08/2017. Dopo una lunga malattia è morto stamani il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo emerito di Milano. Aveva 83 anni. Il decesso è avvenuto attorno alle 10.30 presso Villa Sacro Cuore di Triuggio dove Tettamanzi si era ritirato quando aveva lasciato la guida pastorale dell'arcidiocesi ambrosiana il 28 giugno 2011. Nei giorni scorsi le sue condizioni si erano aggravate: l'avevano reso noto, in un comunicato congiunto, l'amministratore apostolico dell'arcidiocesi di Milano, il cardinale Angelo Scola, e l'arcivescovo eletto Mario Delpini, invitando a pregare per lui. L'articolo originale è disponibile su Avvenire.it all'indirizzo internet https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/e-morto-il-cardinale-dionigi-tettamanzi
  

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Santa Messa a suffragio di S.E. Mons. Zygmunt Zimowski - martedì 11 luglio 2017 ore 17
A nome del Presidente Nazionale Prof. Filippo Maria Boscia, vi trasmettiamo il messaggio di Mons. Jean Marie Mupendawatu.
A.M.C.I. Roma, 11/07/2017. Si comunica che, in occasione del primo anniversario del decesso di S.E. Mons. Zygmunt Zimowski, Presidente dell’ex Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari (per la Pastorale della Salute), a suffragio della Sua eletta anima, sarà celebrata una Santa Messa nella Chiesa di Santo Spirito in Sassia (Largo Ildebrando Gregori), martedì, 11 luglio - alle ore 17.00. La Celebrazione eucaristica sarà presieduta da Sua Eminenza il Cardinale Paolo Sardi, che terrà anche l’Omelia. Si ringraziano sin da ora tutte le persone che saranno presenti al Sacro Rito. A coloro che non potranno partecipare alla Santa Messa, si chiede di unirsi spiritualmente, per ricordare e condividere la figura di S.E. Mons. Zimowski, invocando grazie e benedizioni. Per coloro che desiderano concelebrare, si prega di portare camice e stola bianca. Informo inoltre che durante la settimana corrente mi recherò in Polonia, insieme all’Officiale Mons. Dariusz Giers, in occasione del Pellegrinaggio Nazionale dell’Associazione “Apostolato dei Malati”, tanto caro al compianto Arcivescovo Presidente, che avrà luogo al Santuario Nazionale della Beata Maria Vergine, Regina della Polonia a Jasna Gora (Czestochowa) il 6 luglio p.v. Questa circostanza ci permetterà di recarci anche a Radom, ove S.E. Mons. Zimowski è stato Vescovo residenziale per sette anni, per celebrare la Santa Messa e pregare sulla sua tomba, collocata nella cattedrale della città. Grato per l’attenzione, colgo l’occasione per inviare distinti saluti. Mons. Jean-Marie Mupendawatu Già Segretario dell’ex Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari (per la Pastorale della Salute)
  

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PROGRAMMA INIZIATIVE AMCI SEZIONE DI ROMA MAGGIO 2017
Gli incontri si svolgeranno presso la Chiesa S. Elia Profeta nell’Ospedale Sandro Pertini, Via dei monti Tiburtini, 385, Pal. A, I Piano.
A.M.C.I. Roma, 04/05/2017. SABATO 6 MAGGIO Ore 16,30: Saluto e presentazione dell’iniziativa: P. Carmelo Vitrugno, Carmelitano, Assistente Spirituale dell’Ospedale Dr. Pietro Scanzano, Presidente AMCI di Roma Ore 16,45: Identikit di S. Giuseppe Moscati a cura di P.Alessandro Piazzesi SJ Ore 17,30:interventi e libere testimonianze degli Operatori Sanitari e volontari presenti Ore 18,00: conclusioni di Padre Carmelo Vitrugno e di Pietro Scanzano DOMENICA 7 MAGGIO Ore 10,00 ( davanti all’ulivo dedicato a don Tonino Bello, ingresso palazzina A) accoglienza della Reliquia di San Giuseppe Moscati e breve processione verso la Chiesa S. Elia Profeta. Ore 10,15: Una riflessione a due voci: 1. Padre Alessandro Piazzesi SJ :” San Giuseppe Moscati e la spiritualità del medico cattolico.” 2. Don Andrea Manto : “ La rilevanza di San Giuseppe Moscati per la pastorale della salute oggi”. Ore 1100: Concelebrazione presieduta da Don Andrea Manto. A seguire: venerazione della reliquia. Ore 12, 15: Reposizione della reliquia e saluto finale
  
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Lettera di Mons. Andrea Manto ai Soci di Roma
Cari amici, ecco il testo della lettera
A.M.C.I. Roma, 21/02/2017. Ai Soci AMCI della Sezione di Roma Carissimi, come già lo scorso anno, vi segnalo una iniziativa di sensibilizzazione rivolta a tutte le persone che si confrontano con il tema delle malattie rare, ed in particolare ai medici. L’assenza di terapie efficaci per queste malattie, la difficoltà nel gestire la presa in carico dei malati rari (molti di essi sono bambini e con quadri clinici molto gravi), e il carico assistenziale che grava in modo particolare sulle famiglie, generano spesso solitudine e disorientamento nelle famiglie stesse e richiedono una particolare attenzione da parte della società, delle istituzioni e della comunità ecclesiale. L’evento di cui vi allego il programma rappresenta uno strumento molto importante per risvegliare questa attenzione e verrà anche trasmesso in streaming. Mi auguro perciò che ci possa essere un’attività di sensibilizzazione attraverso i vostri contatti per diffondere l’evento e perciò vi forniremo entro venerdì il link del canale dove sarà trasmesso l’evento. E’ possibile anche partecipare personalmente alla serata che prevede al termine del talk show un buffet e un concerto come da programma allegato. Essendo una serata a inviti (la partecipazione è gratuita) è necessario far pervenire a questo indirizzo mailfamiglia@vicariatusurbis.org, i nominativi delle persone che saranno presenti, per poterle accreditare, entro le ore 12,00 di lunedì 20 febbraio p.v. Confido nella Vostra sempre attenta disponibilità a sostenere questa iniziativa e vi saluto con viva cordialità. don Andrea Manto Assistente Ecclesiastico AMCI - Sezione di Roma Direttore - Centro per la Pastorale Familiare VICARIATO DI ROMA
  
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S. Messa di suffragio per l'anima di Mons. Zygmunt Zimowski
Giovedì 21 luglio ore 18 nella Chiesa di S. Spirito in Sassia
A.M.C.I. Roma, 18/07/2016. Vi comunichiamo che giovedì 21 luglio alle ore 18,00 nella Chiesa di Santo Spirito in Sassia si terrà una Santa Messa di suffragio per l'anima di Mons. Zygmunt Zimowski (click su "download" per vedere l'allegato completo). Cordiali saluti. la segreteria
  
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“Zygmunt Zimowski, un uomo di fede che amava tanto la Chiesa”
Il metropolita di Czestochowa, Wacław Depo, ricorda il presidente del Dicastero per la Salute, scomparso ieri, al quale era legato da una profonda amicizia
Zenit Italiano, 16/07/2016. Dal sito internet di Zenit Italiano (https://it.zenit.org): "L’amicizia con l’arcivescovo Zygmunt Zimowski è stato per me un dono per cui sono grato a Dio. Il suo servizio alla Chiesa era di dedizione totale”. Con queste parole mons. Wacław Depo, il metropolita di Częstochowa, ricorda il presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, scomparso ieri a 67 anni nell’ospedale di Dabrowa Tarnowska, in Polonia. Zimowski, afferma il presule, “era un uomo di fede e collaboratore della verità. Era pieno di straordinaria energia che ha riversato in opere di carità, anche già da quando era vescovo di Radom”, il cui ministero si può sintetizzare in due parole: “sollecitudine e responsabilità”. “La sua preoccupazione principale erano i giovani”, aggiunge Depo, poi come presidente del Dicastero per la Salute “si è dedicato totalmente ai malati e sofferenti nello spirito secondo le parole del Vangelo: ‘Non venire a me per essere servito, ma per servire'”. Zygmunt Zimowski, afferma ancora il metropolita di Czestochowa, “amava tanto la Chiesa”; “la mia amicizia con lui è stato per me un mistero della grazia. Un legame spirituale che rimarrà un dono per sempre”. Negli anni 2002-2006, mons. Wacław Depo è stato collaboratore di mons. Zygmunt Zimowski nella diocesi di Radom. Lo stesso Zimowski ha poi co-consacrato Depo, nel 2006, come vescovo di Zamość.
  

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MISERICORDIA A DOMICILIO, 17 Maggio 2016 8:30-13:30, Ist. Superiore di Sanità - Roma
Modera Mons. Andrea Manto. Le cure domiciliari, paradigma di una "Carità in uscita" e di un modello innovativo di welfare
A.M.C.I. Roma, 12/05/2016. WELFARE E INTEGRAZIONE SOCIO-SANITARIA, Mons. Enrico Feroci - Direttore della Caritas di Roma. Proiezione video “L’essenziale è invisibile agli occhi” introduzione del regista Filippo Bubbico Walter Ricciardi - Presidente, Istituto Superiore di Sanità. MALATTIA, SOLITUDINE DOMESTICA E INTERVENTO DOMICILIARE, Leopoldo Grosso - Psicologo e Psicoterapeuta, Vice-Presidente Gruppo Abele, Angelo Mainini - Responsabile Sanitario Fondazione Maddalena Grassi, Giuseppe Milanese - Presidente OSA - Roma Massimo Pasquo - Responsabile dell’Assistenza Domiciliare Sociale e Sanitaria della Caritas di Roma. L’INTERVENTO DOMICILIARE. UN’ESPERIENZA ATTIVA DA ANNI: IL MODELLO AIDS, Nicoletta Orchi - Responsabile Centro di Coordinamento per i Trattamenti a Domicilio (CCTAD), INMI - Lazzaro Spallanzani, Roma. Stefano Vella - Direttore Dipartimento del Farmaco, Istituto Superiore di Sanità. Modera Mons. Andrea Manto - Direttore Centro Pastorale Sanitaria e Incaricato per la Pastorale Familiare Vicariato di Roma
  
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Incontro di catechesi con Mons. Andrea Manto
Lunedì 18 aprile 2016 ore 19:00, Seminario Romano Maggiore - Piazza San Giovanni in Laterano
A.M.C.I. Roma, 16/04/2016. L’incontro di catechesi con L’Assistente Ecclesiastico Mons. Andrea Manto, originariamente previsto per lunedì 11 aprile, si terrà LUNEDI' 18 APRILE p.v. presso il Seminario Romano Maggiore (Piazza San Giovanni in Laterano), con possibilità di parcheggio. Cordiali saluti. Carlo Pignalberi, Pietro Scanzano
  

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La famiglia oggi tra separazioni e divorzi, 07/04/2016 17:30, Salone dei Piceni, P.zza S. Salvatore in Lauro 15
Preparazione alla lettura e approfondimento su "Amoris Laetitia", di Papa Francesco
A.M.C.I. Roma, 01/04/2016. Carissimi/e, come sapete tra pochi giorni sarà disponibile il testo di Papa Francesco “Amoris Laetitia”, esortazione che lui rivolge a tutta la Chiesa a conclusione del Sinodo sulla Famiglia. In preparazione alla lettura e all’approfondimento di questo importante testo sono lieto di invitarVi all’incontro “La famiglia oggi tra separazioni e divorzi” che si terrà giovedì 7 aprile alle ore 17.30 presso il Salone dei Piceni, Piazza S. Salvatore in Lauro, 15, come da invito allegato. Data l’importanza dell’evento e la sua peculiare rilevanza nella vita della Chiesa e della società, Vi prego di fare il possibile per essere presenti e di darne opportuna diffusione attraverso i Vostri canali. Un cordiale saluto. L'Assistente Ecclesiastico Mons. Andrea Manto
  
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APP LITURGIA DELLE ORE
La preghiera sempre con te
Sito Web C.E.I., 16/03/2016. APP CEI - LITURGIA DELLE ORE nasce gratuita per offrire a tutti la possibilità di unirsi alla lode della Chiesa attraverso l’Ufficio Divino. E’ la prima APP a proporre, oltre alla fruizione del testo ufficiale della Liturgia delle Ore della Conferenza Episcopale Italiana, anche la versione audio delle diverse Ore dell’Ufficio nell’arco della giornata. APP LITURGIA DELLE ORE CEI è disponibile in versione tablet e smartphone IOS e Android. Puoi scaricarla gratuitamente da APP Store e da Google Play.
  

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The evil of violence in post-modernity... ROME, 3-6 March 2016
The evil of violence in post-modernity: psychopathology of violent behaviours Depth Psychology, Humanism, and Religiosity in the 3rd millennium
A.M.C.I. Roma, 29/02/2016. ROME, 3-6 March 2016 - Università Cattolica del Sacro cuore, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Largo F.Vito 1, 00168 Rome Sala Italia. In this conference analytical psychology, psychoanalysis and psychology will reflect on the evil and suffering that dominate relationships in the post-modern society. Indeed, we cannot ignore that hatred and violence are increasingly becoming part of our daily life. The death of God and the elimination of transcendence have indelibly marked the conduct of a society that is inescapably heading towards self-destruction. Therefore, human being is called for rediscovering the meaning of life. Over the 20th century, the Freudian "return of the repressed" has freed drives and instincts, to the point of dehumanizing the post-modern society. At the dawn of the 21st century it has become crucial to recover the sense of humanity. This, after being magnified by the scientific, enlightening, and technological omnipotence, had become a colossus with clay feet, deprived of its sense of existence and transcendence.... link: http://www.lirpa.it/
  
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Gratitudine, risposta di vita
3-5 gennaio, Convegno vocazionale
Sito Web C.E.I., 11/01/2016. Dal 3 al 5 gennaio si è svolto a Roma il Convegno nazionale promosso dall’Ufficio Nazionale per la pastorale delle vocazioni. Il tema della tre giorni, “Ricco di Misericordia… ricchi di grazie; grati perché amati”, è il secondo tassello di un itinerario triennale, che dopo l’atteggiamento dello stupore e prima di quello dell’adorazione, quest’anno ha approfondito la gratitudine, alla base di ogni esperienza vocazionale. Le relazioni sono state trasmesse in streaming sul sito dell’Ufficio.
  

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Ill.mo Prof. Luigi Prandina, Dermatologo IDI
giovedì ore 11 presso la chiesa dell'IDI si svolgeranno i funerali
A.M.C.I. Roma, 03/06/2015. E' deceduto nella giornata del 2 Giugno u.s. il Prof. Luigi Prandina, illustre dermatologo dell'IDI. Per chi è interessato i funerali si svolgeranno giovedì alle ore 11 presso la chiesa dell'IDI. ADONP rivolge ai Figli dell'Immacolata Concezione, al Padre Provinciale recentemente nominato Padre Giuseppe Pusceddu e al Generale Fratel Ruggero Valentini le più sentite condoglianze per la scomparsa di tale illustre personaggio.
  

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA XXIII GIORNATA MONDIALE DEL MALATO 2015
Sapientia cordis. «Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo» (Gb 29,15)
Messaggio S. Padre, 16/02/2015. Cari fratelli e sorelle, in occasione della XXIII Giornata mondiale del malato, istituita da san Giovanni Paolo Il, mi rivolgo a tutti voi che portate il peso della malattia e siete in diversi modi uniti alla carne di Cristo sofferente; come pure a voi, professionisti e volontari nell’ambito sanitario. Il tema di quest’anno ci invita a meditare un’espressione del Libro di Giobbe: “ Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo” (29,l5). Vorrei farlo nella prospettiva della “sapientia cordis”, la sapienza del cuore. 1 Questa sapienza non è una conoscenza teorica, astratta, frutto di ragionamenti. Essa piuttosto, come la descrive san Giacomo nella sua Lettera, è «pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera» (3,17). È dunque un atteggiamento infuso dallo Spirito Santo nella mente e nel cuore di chi sa aprirsi alla sofferenza dei fratelli e riconosce in essi l’immagine di Dio. Facciamo nostra, pertanto, l’invocazione del Salmo: «Insegnaci a contare i nostri giorni / e acquisteremo un cuore saggio» (Sai 90,12). In questa sapientia cordis, che è dono di Dio, possiamo riassumere i frutti della Giornata mondiale del malato. 2 Sapienza del cuore è servire il fratello. Nel discorso di Giobbe che contiene le parole «io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo», si evidenzia la dimensione di servizio ai bisognosi da parte di quest’uomo giusto, che gode di una certa autorità e ha un posto di riguardo tra gli anziani della città. La sua statura morale si manifesta nel servizio al povero che chiede aiuto, come pure nel prendersi cura dell’orfano e della vedova (vv.12-13). Quanti cristiani anche oggi testimoniano, non con le parole, ma con la loro vita radicata in una fede genuina, di essere “occhi per il cieco” e ”piedi per lo zoppo”! Persone che stanno vicino ai malati che hanno bisogno di un’assistenza continua, di un aiuto per lavarsi, per vestirsi, per nutrirsi. Questo servizio, specialmente quando si prolunga nel tempo, può diventare faticoso e pesante. È relativamente facile servire per qualche giorno, ma è difficile accudire una persona per mesi o addirittura per anni, anche quando essa non è più in grado di ringraziare. E tuttavia, che grande cammino di santificazione è questo! In quei momenti si può contare in modo particolare sulla vicinanza del Signore, e si è anche di speciale sostegno’ alla missione della Chiesa. 3 Sapienza del cuore è stare con il fratello. Il tempo passato accanto al malato è ùn tempo santo. E lode a Dio, che ci conforma all’immagine di suo Figlio, il quale «non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mt 20,28). Gesù stesso ha detto: «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27). Chiediamo con viva fede allo Spirito Santo che ci doni la grazia di comprendere il valore dell’accompagnamento tante volte silenzioso, che ci porta a dedicare tempo a queste sorelle e a questi fratelli, i quali, grazie alla nostra vicinanza e al nostro affetto, si sentono più amati e confortati. Quale grande menzogna invece si nasconde dietro certe espressioni che insistono tanto sulla “qualità della vita”, per indurre a credere che le vite gravemente affette da malattia non sarebbero degne di essere vissute! 4 Sapienza del cuore è uscire da sé verso il fratello. Il nostro mondo dimentica a volte il valore speciale del tempo speso accanto al letto del malato, perché si è assillati dalla fretta, dalla frenesia del fare, del produrre, e si dimentica la dimensione della gratuità, del prendersi cura, del farsi carico dell’altro. In fondo, dietro questo atteggiamento c’è spesso una fede tiepida, che ha dimenticato quella parola del Signore che dice: «L’avete fatto a me» (Mt 25,40). Per questo,vorrei ricordare ancora una volta «l’assoluta priorità dell’uscita da sé verso il fratello” come uno dei due comandamenti principali che fondano ogni norma morale e come segno più chiaro per fare discernimento sul cammino di crescita spirituale in risposta alla donazione assolutamente gratuita di Dio» (esort. ap. Evangelii gaudium, 179). Dalla stessa natura missionaria della Chiesa sgorgano «la carità effettiva per il prossimo, la compassione che comprende, assiste e promuove» (ibid.). 5 Sapienza del cuore è essere solidali col fratello senza giudicarlo. La carità ha bisogno di tempo. Tempo per curare i malati e tempo per visitarli. Tempo per stare accanto a loro come fecero gli amici di Giobbe: «Poi sedettero accanto a lui in terra, per sette giorni e sette notti. Nessuno gli rivolgeva una parola, perché vedevano che molto grande era il suo dolore» (Gb 2,13). Ma gli amici di Giobbe nascondevano dentro di sé un giudizio negativo su di lui: pensavano che la sua sventura fosse la punizione di Dio per una sua colpa. Invece la vera carità è condivisione che non giudica, che non pretende di convertire l’altro; è libera da quella falsa umiltà che sotto cerca approvazione e si compiace del bene fatto. L’esperienza di Giobbe trova la sua autentica risposta solo nella Croce di Gesù, atto supremo di solidarietà di Dio con noi, totalmente gratuito, totalmente misericordioso. E questa risposta d’amore al dramma del dolore umano, specialmente del dolore innocente, rimane per sempre impressa nel corpo di Cristo risorto, in quelle sue piaghe gloriose, che sono scandalo per la fede ma sono anche verifica della fede (cfr Omelia per la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, 27 aprile 2014). Anche quando la malattia, la solitudine e l’inabilità hanno il sopravvento sulla nostra vita di donazione, l’esperienza del dolore può diventare luogo privilegiato della trasmissione della grazia e fonte per acquisire e rafforzare la sapientia cordis. Si comprende perciò come Giobbe, alla fine della sua esperienza, rivolgendosi a Dio possa affermare: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (42,5). Anche le persone immerse nel mistero della sofferenza e del dolore, accolto nella fede, possono diventare testimoni viventi di una fede che permette di abitare la stessa sofferenza, benché l’uomo con la propria intelligenza non sia capace di comprenderla fino in fondo. 6 Affido questa Giornata mondiale del malato alla protezione materna di Maria, che ha accolto nel grembo e generato la Sapienza incarnata, Gesù Cristo, nostro Signore. O Maria, Sede della Sapienza, intercedi quale nostra Madre per tutti i malati e per coloro che se ne prendono cura. Fa’ che, nel servizio al prossimo sofferente e attraverso la stessa esperienza del dolore, possiamo accogliere e far crescere in noi la vera sapienza del cuore. Accompagno questa supplica per tutti voi con la mia benedizione apostolica. Francesco
  

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Coordinamento CIDA Lazio: tavola rotonda "Sistema Istruzione e sistema Sanità nel pubblico e nel privato"
Venerdì 13 febbraio 2015 ore 16:30 - 19:00; Sala Verde di Federmanager, via Ravenna 14 - Roma
Coord. Reg. Lazio CIDA, 07/02/2015. Il Coordinamento Regionale Lazio CIDA propone un confronto parallelo delle problematiche esistenti nella Sanità e nell'Istruzione, aprendo un tavolo di discussione comune. Il filo conduttore è la consapevolezza di una ormai consolidata consuetudine, che purtroppo vede spesso Sanità e Istruzione entrambe bersaglio di provvedimenti di ridimensionamento in basso delle risorse. Tutelare Sanità ed Istruzione dovrebbe rappresentare uno dei presupposti indispensabili sia per una sostenibilità del quotidiano, sia per uno sviluppo futuro in grado di migliorare la qualità di vita a strati sempre più ampi del tessuto sociale.
  

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Il nostro amatissimo Cardinale Fiorenzo Angelini ha raggiunto la Casa del Padre.
Messaggio del Presidente della Sezione di Roma
A.M.C.I. Roma, 23/11/2014. Con profondo dolore comunichiamo a tutti i medici dell'Associazione Medici Cattolici Italiani della Sezione di Roma che, questa notte, il nostro amatissimo Cardinale Fiorenzo Angelini ha raggiunto la Casa del Padre. Nel ricordare a voi tutti la sua totale partecipazione alla vita dell'Associazione, alla quale ha dedicato 50 anni della sua esistenza, vi invitiamo ad elevare preghiere al Signore. I funerali si terranno lunedì 24 novembre alle ore 15.00 nella Basilica di San Pietro. Il feretro partirà da Via della Conciliazione 15 alle ore 14:00. Luca Chinni
  

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“L’AMCI: 70 anni a servizio della vita”
Udienza con il Santo Padre sabato 15 Novembre alle ore 12
A.M.C.I. Roma, 11/11/2014. In occasione Convegno per il 70° anniversario della fondazione di AMCI - Associazione Medici Cattolici Italiani, Sabato 15 Novembre 2014 alle ore 12:00, il Santo Padre riceverà i Medici AMCI. Il Convegno si terrà a Roma il 14-15 novembre 2014, presso VILLA AURELIA - Sala Anfiteatro, Via Leone XIII, 459. Programma di venerdì 14 novembre: 14,30-15,00 Arrivo e registrazione dei partecipanti; Convegno celebrativo del 70° anniversario dalla fondazione 15,30 Saluto del Presidente Nazionale Prof. Filippo M. Boscia Saluto dell’Assistente Ecclesiastico Nazionale S. E. Mons. Edoardo Menichelli Indirizzo di saluto di S. Em.za Card. Elio Sgreccia e di S. E. Mons. Zygmunt Zymowski, Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari 70 anni dell’AMCI: ricordi e immagini per un compleanno speciale Prof. Alfredo Anzani, Consigliere Nazionale “Un cammino ininterrotto verso il futuro”; Lectio Magistralis 16,15 S. Em.za Card. Fiorenzo Angelini 16,35 S. Em.za Card. Dionigi Tettamanzi Relazioni Moderatore: S. E. Mons. Ignacio Carrasco de Paula, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita 17,00 L’eredità raccolta dà copiosi frutti Prof. Domenico Di Virgilio, Past President AMCI; 17,15 La fatica nella post modernità tra identità e nuove sfide Prof. Vincenzo M. Saraceni, Past President AMCI 17,30 Ravvivare le radici nel tempo presente Prof. Filippo M. Boscia, Presidente Nazionale 17,45 Giovani medici cattolici verso il futuro Dott. Benedetto Arru, Consigliere Nazionale AMCI 18,00 Break 18,15 Laici adulti nella contemporaneità Prof. Matteo Truffelli, Presidente Nazionale Azione Cattolica Italiana 18,30 Il medico cattolico al Bureau Medical di Lourdes Prof. Alessandro de Franciscis, Consigliere Nazionale AMCI 18,45 Tavola rotonda “Testimoni e Testimonianze” Chairman: Prof. Ermanno Pavesi, Segretario Generale della FIAMC Relatori: Mons. Mauro Cozzoli Prof. Piero Cioni Don Roberto Colombo Prof. Mario Cozzi Prof. Almerico Novarini Prof. Nicolò Piccione Prof. Fausto Santeusanio Prof. Franco Splendori 20,00 Chiusura del Convegno. Sabato 15 novembre: 10,00 Ingresso all’Aula Paolo VI 12,00-14,30 Udienza con il Santo Padre 16,00 Medici Cattolici in preghiera alla Cattedra di Pietro Basilica di San Pietro 17,00 Santa Messa presso l’Altare della Cattedra presieduta da S.E. Mons. Edoardo Menichelli, Assistente Ecclesiastico Nazionale e concelebrata dagli Assistenti Diocesani.
  

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Il Premio Buon Samaritano alle eccellenze della sanità capitolina
Il professore Maurizio Pompili, la Fondazione Gigi Ghirotti, l’infermiera professionale Mariarosa Martellini
Il Tempo, 24/06/2014. Il professore Maurizio Pompili - responsabile del servizio per la prevenzione del suicidio del Policlinico Sant’Andrea - la Fondazione Gigi Ghirotti - che promuove la «Giornata nazionale del sollievo» con attività di sensibilizzazione e ricerca sulle cure palliative e sull’umanizzazione dell’assistenza ospedaliera - e l’infermiera professionale Mariarosa Martellini - responsabile del servizio di guida all’assistenza sanitaria per stranieri dell’ospedale San Giovanni Addolorata e in prima linea per prevenire l’aborto nelle donne migranti - sono i vincitori del premio «Buon Samaritano», giunto quest’anno alla XVII edizione. L’obiettivo dell’iniziativa è porre l’attenzione sulle eccellenze del mondo sanitario e del volontaritato della Capitale, indicando come esempio l’ideale evangelico del Samaritano. I premi sono stati consegnati ieri sera al teatro Argentina da monsignor Andrea Manto, direttore del Centro diocesano per la pastorale della Salute, e dal neoeletto Superiore generale dei Camilliani. «Il premio, istituito dal Vicariato di Roma - spiega monsignor Andrea Manto - vuole sottolineare l’importanza del servizio agli ammalati in un momento molto delilcato per la sanità nel nostro Paese e specialmente nella regione Lazio. La forza dei valori dell’umanesimo cristiano ha sempre tutelato le persone più fragili, in particolare gli anziani soli, i poveri e i non autosufficienti, e ha messo al centro il valore della vita dal concepimento fino al suo termine naturale. Per servire la dignità dell’uomo più fragile è necessaria la presa in carico di tutte le sue necessità, materiali e spirituali». «La felice ricorrenza del quarto centenario della nascita al cielo di San Camillo de Lellis - prosegue monsignor Manto - vuole ricordare proprio la sua dedizione instancabile al bene integrale della persona, attraverso la cura del corpo e il sostegno dello spirito». La cerimonia di premiazione si è infatti conclusa con il musical «Camillo soldato di Dio», prodotto dalla compagnia «Cambioscena» con musiche, regia e testi di Renato Billi. Lo spettacolo racconta l’affascinante storia di San Camillo de Lellis, il Santo patrono dei malati, degli infermieri e degli ospedali. Il musical illustra per intero la vita di San Camillo, dapprima sbandato e rude soldato di ventura, poi tenero e umile servitore dei malati. Nonostante la sua scarsa cultura, Camillo de Lellis introdurrà importanti innovazioni nell’assistenza sanitaria e diventerà un maestro di carità fondando l’Ordine dei Ministri degli infermi, oggi diffuso in quaranta Paesi del mondo. «In questa edizione del premio - aggiunge monsignor Manto - l’anniversario della morte di San Camillo de Lellis ci spinge ad esaltare la sua straordinaria figura di Santo della carità e patrono dei malati e degli operatori sanitari, modello di vita da indicare ai premiati e, attraverso di loro, a tutto il mondo sanitario della Capitale. San Camillo, in diversi ospedali della Roma del Seicento, ha testimoniato concretamente il Vangelo e ha idealmente consegnato a tutti gli operatori sanitari il suo famoso insegnamento più cuore in quelle mani». Articolo originale su www.iltempo.it, indirizzo internet http://www.iltempo.it/roma-capitale/cronaca/2014/06/22/il-premio-buon-samaritano-alle-eccellenze-della-sanita-capitolina-1.1263460
  

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Prima di tutto umiltà
Dibattito sul fine vita
L'Osservatore Romano, 30/05/2014. Segnaliamo a tutti un articolo pubblicato dal nostro Consulente Ecclesiastico Mons. Andrea Manto sull'Osservatore Romano di giovedì 29 maggio 2014, a pag. 4, sul tema del fine vita (con anteprima online sul Portale Internet dell'Osservatore Romano mercoledì 28 maggio 2014, riportata sulla destra). Scrive Mons. Manto: "È importante che il tema del fine vita, spesso all’ordine del giorno nell’agenda politica e mediatica, venga dibattuto anche nel Cortile dei gentili, e così affrontato nella prospettiva culturale e dei fondamenti del pensiero e sottratto, speriamo almeno in parte, all’incalzante aggressività della comunicazione politica e mediatica e al rischio della strumentalizzazione o della eccessiva semplificazione. Il Cortile dei gentili non è il luogo in cui si mette in discussione il magistero della Chiesa, né tantomeno quello dello scontro tra visioni contrapposte, ma è luogo di ascolto e riflessione in vista della costruzione di un dialogo. Il primo indispensabile ascolto per avviare un dialogo è quello nei confronti della realtà quotidiana, nella quale si vede una grande solitudine dei malati e delle loro famiglie e la richiesta da parte loro di maggiori informazioni, di un dialogo non impersonale e di cure più umane. D’altra parte si coglie un crescente disagio e una solitudine anche nei professionisti sanitari, spesso lasciati soli ad affrontare questioni così complesse e dolorose come quelle dei confini della vita, in un contesto di carenza di risorse economiche e organizzative e di crisi dell’alleanza terapeutica tra medici e pazienti. Non si avverte ordinariamente, invece, né una richiesta massiccia, assoluta e prioritaria di autodeterminazione né l’imposizione di cure sproporzionate e inutili contro la volontà dei pazienti. Perciò, prima di affrontare il tema dell’autodeterminazione o di parlare di eutanasia va fatto ogni sforzo per assicurare a tutti un percorso di fine vita con cure adeguate formando, nello stesso tempo, il personale sanitario alla presa in carico di queste situazioni. In molte zone d’Italia, ad esempio, l’assistenza domiciliare rimane ancora un’utopia, nonostante tutta la letteratura scientifica sottolinei il desiderio dei pazienti in fase terminale di morire a casa propria. Inoltre, è carente il personale sanitario competente ed esperto nella gestione delle complesse situazioni del fine vita e solo a partire da quest’anno si prevede l’attivazione di specifici curricula formativi in cure palliative nelle università. Piuttosto che rimanere bloccati nella dialettica spesso fuorviante tra autodeterminazione e imposizione, o in quella tra desistenza e accanimento, bisognerebbe investire maggiormente nell’umanizzazione delle cure per supportare e lenire il dolore e la fatica di questo passaggio. Le parole “umano” e “umile” hanno la stessa radice etimologica, quasi come fossero le due facce di una stessa medaglia. C’è bisogno di umiltà per prendersi cura di coloro che sono al confine tra la morte e la vita senza cadere nella tentazione dell’accanimento o dell’eutanasia. «Ci vuole tutta la vita per imparare a vivere e, quel che forse sembrerà più strano, ci vuole tutta la vita per imparare a morire». Questo insegnava Seneca a Lucilio aiutandolo a cogliere la grandezza del mistero della morte umana. Oggi il confronto con la morte e con la sofferenza è sempre più rimosso dalla cultura contemporanea, direi quasi censurato. Tuttavia, solo accettando umilmente di accogliere queste realtà ineludibili dall’esperienza umana, eliminando il tabù e favorendo la ricerca e l’apprendimento di un senso più profondo della nostra esistenza, possiamo umanizzarle. Il silenzio che precede l’ultimo atto della nostra vita chiede di essere abitato. Ed è attraverso l’umiltà e il coraggio di abitare questo silenzio gravido di senso che si può rovesciare la prospettiva. Poiché dentro quel dolore permane lo spazio di una relazione autenticamente umana, la possibilità di una comunicazione profonda e di un incontro che trasformi la de-solazione in con-solazione. C’è bisogno di una cultura della vita che spezzi l’isolamento causato da sofferenza e malattia, che valorizzi l’uomo e le sue relazioni come risorsa per arginare il dolore, per viverlo e condividerlo. È nella relazione che più spesso il senso ci attraversa, è uno strumento straordinario con il quale si declinano molti dei significati della nostra esistenza. Dare al dolore senso e significato in una dimensione relazionale costa senz’altro fatica, soprattutto in una società che non crea le condizioni per farlo. Anche per questo la sostenibilità del dolore diminuisce. La sofferenza fa parte della vita umana ed è più del dolore. Riguarda infatti la consapevolezza della nostra finitudine e della nostra fragilità e ha a che fare anche con la nostra capacità di amare. Il rapporto tra sofferenza e amore è un rapporto ineludibile, che ci restituisce la possibilità di ricomporre la frattura che l’uomo avverte tra finito e infinito. La sofferenza è il luogo nel quale misteriosamente l’uomo si sente chiamato a trascendere se stesso, come scriveva Giovanni Paolo II nella Salvifici doloris. La crisi della grande narrazione illuministica e positivistica, della fiducia nel progresso della ragione e delle scienze come possibilità di salvezza hanno lasciato l’uomo più solo e più incline alla disperazione. La risposta a questa sofferenza però non sta nel nichilismo e nella possibilità di “addomestic a re ” la morte, con l’illusione di deciderla e quindi di controllarla. Accanto al malato la speranza ha il volto della cura: «la risposta cristiana al Mistero della sofferenza non è una spiegazione, ma una presenza», affermava Cicely Saunders. La qualità della vita non deriva soltanto dall’efficienza della persona, dall’esercizio delle facoltà e dei talenti, ma è qualcosa di intrinseco in ogni vita umana, seppur fragile e bisognosa di tutto. Un malato, anche quando non riesce più a corrispondere, continua a esserci, cioè a esistere in un grembo vivo di relazioni. Nella dinamica relazionale non esiste solo il porsi, ma anche l’essere posto, il trovarsi in un abbraccio benefico di attenzione e di amore. La fragilità e l’impotenza chiedono a coloro che sono intorno, alla società nel suo complesso, una presa in carico fatta di competenza e amore. È questa la vera risposta alla sofferenza comunque si presenti e comunque segni la vita umana ed è la cifra distintiva dell’umanesimo di una cultura e del livello di civiltà di una nazione. Infine, permettere la soppressione di una vita fragile nell’attuale scenario demografico di invecchiamento della popolazione e di riduzione delle garanzie per i più poveri e i più deboli (la cosiddetta società post-welfaristica), pone una questione concreta di giustizia sociale. La debolezza dei legami di solidarietà e di prossimità intorno alla vita fragile e la cultura dello scarto, denunciata da Papa Francesco, unite al prevedibile abbassamento del livello di reddito per i futuri pensionati e alla riduzione dei servizi socio- sanitari gratuiti per anziani e ammalati cronici, quale futuro ci lascia ipotizzare per le persone anziane più povere e più sole?" Leggete l'articolo originale sull'Osservatore Romano (29-05-2014, pag. 4). Per visualizzare un'anteprima riassuntiva, click sull'immagine riportata a destra.
  

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“PER LA GIORNATA DEL MALATO”
Messaggio della Presidenza AMCI Roma
A.M.C.I. Roma, 07/02/2014. I Medici cattolici di Roma desiderano impegnarsi e fare propri i principi fondamentali di presenza e di testimonianza in grado di garantire un Apostolato laico incisivo nel campo della salute e nell’ambito religioso pastorale. Alla base di tale impegno vi è la convinzione di vivere la giornata in intima unione con Cristo, con il suo corpo mistico, con la sua Croce. Legarsi alla Croce vuol dire impegnarsi e sentirsi strumento di Redenzione verso gli altri, verso il prossimo sofferente che deve essere intensamente amato, pere essere certi di amare Dio. In questa azione che dovrebbe divenire forza quotidiana la Madonna Santissima fornirà il Suo aiuto sostenendo e accompagnando tale servizio. Anche lo Spirito Santo, Spirito vivificatore e consolatore, Spirito di Verità e di Gioia insegnerà a comprendere più chiaramente le vie e i disegni del Signore e darà forza di continuare per la strada intrapresa e di perseverare in essa. Ogni giorno deve essere giorno di Conversione e di Credo, di vita vissuta intensamente nel mistero di Cristo Redentore che è la Sorgente, cui l’AMCI deve attingere per un continuo rinnovamento e per il servizio missionario di conoscenza del Vangelo. Pernio di tale scelta è la felice coincidenza di tale presenza e del servizio da fornire agli ammalati. Tale attività quindi deve permearsi di spirito missionario, trovare la propria ragion d’essere in continuità di azione e in una speciale predilezione per i più poveri e gli emarginati. La presenza di un Apostolato laico può giustificarsi solo se in grado di operare con semplicità ed umiltà ed esaltare il valore del rispetto profondo per la dignità dell’uomo che non ha voce e che soffre. Il servizio offerto ai più bisognosi non deve mai essere opera di beneficenza, ma diritto del sofferente, membro di Cristo. Perché questi principi possono essere tradotti i Medici Cattolici Romani desiderano impegnarsi al massimo in spirito apostolico e fornire disponibilità e totale fedeltà alla Chiesa. Un’ iniziativa d’amore profondo per i malati può diventare un seme che sarà in grado di germogliare dando parecchi frutti. Luca Massimo Chinni
  

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Preoccupazione per i giovani senza lavoro
Messaggio della Presidenza AMCI Sezione di Roma
A.M.C.I. Roma, 02/02/2014. La Sezione AMCI di Roma ringrazia il Cardinale Angelo Bagnasco che, nel ruolo di Presidente della CEI, esprime la propria preoccupazione per i giovani senza lavoro, e, prima di avviare le eventuali riforme dello Stato incita tutti a darsi da fare contro lo smarrimento generale, invitando la società che attualmente si sente impotente a rispondere a tale difficile problematica che ricade sulla pelle di ognuno e sul dramma del lavoro e sulla crisi economica e di valori che sta colpendo la società. La Sezione AMCI di Roma sottolinea che le parole del Cardinale costituiscono un richiamo per tutti, e insieme un sostegno alle progettualità giovanili presenti nella Diocesi (progetto Policoro, prestito della speranza, e varie forme di microcredito).
  

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Comunicato riguardo l'obiezione di coscienza
Comunicato della Presidenza AMCI Sezione di Roma
A.M.C.I. Roma, 02/02/2014. La Sezione AMCI di Roma, nonostante i Medici obiettori di coscienza sono saliti di circa il 20%, esprime preoccupazione per i dati shock comparsi sulla stampa e riferite alle dichiarazione del Ministro della Salute Beatrice Lorenzin che presentando i dati contenuti nella relazione 2011 - 2012 del Ministero della Salute ha comunicato che nel Lazio 1117 donne in età compresa tra i 15 e i 19 anni hanno avuto una gravidanza indesiderata e optato per l’interruzione di gravidanza L’AMCI Sezione di Roma raccomanda alle donne che non desiderano affrontare il piacere della maternità di non ricorrere mai all’aborto.
  

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE IN OCCASIONE DELLA XXII GIORNATA MONDIALE DEL MALATO (11 FEBBRAIO 2014)
Fede e carità: «Anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3,16) 
Messaggio S. Padre, 26/01/2014. Cari fratelli e sorelle, 1. In occasione della XXII Giornata Mondiale del Malato, che quest’anno ha come tema Fede e carità: «Anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3,16), mi rivolgo in modo particolare alle persone ammalate e a tutti coloro che prestano loro assistenza e cura. La Chiesa riconosce in voi, cari ammalati, una speciale presenza di Cristo sofferente. E’ così: accanto, anzi, dentro la nostra sofferenza c’è quella di Gesù, che ne porta insieme a noi il peso e ne rivela il senso. Quando il Figlio di Dio è salito sulla croce ha distrutto la solitudine della sofferenza e ne ha illuminato l’oscurità. Siamo posti in tal modo dinanzi al mistero dell’amore di Dio per noi, che ci infonde speranza e coraggio: speranza, perché nel disegno d’amore di Dio anche la notte del dolore si apre alla luce pasquale; e coraggio, per affrontare ogni avversità in sua compagnia, uniti a Lui. 2. Il Figlio di Dio fatto uomo non ha tolto dall’esperienza umana la malattia e la sofferenza, ma, assumendole in sé, le ha trasformate e ridimensionate. Ridimensionate, perché non hanno più l’ultima parola, che invece è la vita nuova in pienezza; trasformate, perché in unione a Cristo da negative possono diventare positive. Gesù è la via, e con il suo Spirito possiamo seguirlo. Come il Padre ha donato il Figlio per amore, e il Figlio ha donato se stesso per lo stesso amore, anche noi possiamo amare gli altri come Dio ha amato noi, dando la vita per i fratelli. La fede nel Dio buono diventa bontà, la fede nel Cristo Crocifisso diventa forza di amare fino alla fine e anche i nemici. La prova della fede autentica in Cristo è il dono di sé, il diffondersi dell’amore per il prossimo, specialmente per chi non lo merita, per chi soffre, per chi è emarginato. 3. In forza del Battesimo e della Confermazione siamo chiamati a conformarci a Cristo, Buon Samaritano di tutti i sofferenti. «In questo abbiamo conosciuto l’amore; nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3,16). Quando ci accostiamo con tenerezza a coloro che sono bisognosi di cure, portiamo la speranza e il sorriso di Dio nelle contraddizioni del mondo. Quando la dedizione generosa verso gli altri diventa lo stile delle nostre azioni, facciamo spazio al Cuore di Cristo e ne siamo riscaldati, offrendo così il nostro contributo all’avvento del Regno di Dio. 4. Per crescere nella tenerezza, nella carità rispettosa e delicata, noi abbiamo un modello cristiano a cui dirigere con sicurezza lo sguardo. È la Madre di Gesù e Madre nostra, attenta alla voce di Dio e ai bisogni e difficoltà dei suoi figli. Maria, spinta dalla divina misericordia che in lei si fa carne, dimentica se stessa  e si incammina in fretta dalla Galilea alla Giudea per incontrare e aiutare la cugina Elisabetta; intercede presso il suo Figlio alle nozze di Cana, quando vede che viene a mancare il vino della festa; porta nel suo cuore, lungo il pellegrinaggio della vita, le parole del vecchio Simeone che le preannunciano una spada che trafiggerà la sua anima, e con fortezza rimane ai piedi della Croce di Gesù. Lei sa come si fa questa strada e per questo è la Madre di tutti i malati e i sofferenti. Possiamo ricorrere fiduciosi a lei con filiale devozione, sicuri che ci assisterà, ci sosterrà e non ci abbandonerà. È la Madre del Crocifisso Risorto: rimane accanto alle nostre croci e ci accompagna nel cammino verso la risurrezione e la vita piena. 5. San Giovanni, il discepolo che stava con Maria ai piedi della Croce, ci fa risalire alle sorgenti della fede e della carità, al cuore di Dio che «è amore» (1 Gv 4,8.16), e ci ricorda che non possiamo amare Dio se non amiamo i fratelli. Chi sta sotto la Croce con Maria, impara ad amare come Gesù. La Croce «è la certezza dell’amore fedele di Dio per noi. Un amore così grande che entra nel nostro peccato e lo perdona, entra nella nostra sofferenza e ci dona la forza per portarla, entra anche nella morte per vincerla e salvarci…La Croce di Cristo invita anche a lasciarci contagiare da questo amore, ci insegna a guardare sempre l’altro con misericordia e amore, soprattutto chi soffre, chi ha bisogno di aiuto» (Via Crucis con i giovani, Rio de Janeiro, 26 luglio 2013). Affido questa XXII Giornata Mondiale del Malato all’intercessione di Maria, affinché aiuti le persone ammalate a vivere la propria sofferenza in comunione con Gesù Cristo, e sostenga coloro che se ne prendono cura. A tutti, malati, operatori sanitari e volontari, imparto di cuore la Benedizione Apostolica. Dal Vaticano, 6 dicembre 2013 FRANCESCO
  

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«Abbracciamo la fragilità insieme a Francesco» di Graziella Melina
Monsignor Andrea Manto, direttore del Centro per la pastorale sanitaria della diocesi di Roma: «Impegniamoci a superare la cultura dello scarto. Le persone malate hanno bisogno di chi dà speranza»
Avvenire, 23/12/2013. La Chiesa, scrive papa Francesco nel messaggio per la XXII Giornata mondiale del malato, riconosce nelle persone bisognose di cure «una speciale presenza di Cristo sofferente. È così: accanto, anzi, dentro la nostra sofferenza c'è quella di Gesù, che ne porta insieme a noi il peso e ne rivela il senso». Ma perché la comunità si faccia davvero carico dei malati con coraggio e infondendo speranza, spiega monsignor Andrea Manto, direttore del Centro per la pastorale sanitaria della diocesi di Roma, è necessario «uscire da una ambiguità che oggi è molto presente, se cioè la malattia è soltanto un evento negativo, una disgrazia, una maledizione, come si pensa spesso, oppure se in essa esiste una speciale presenza di Cristo sofferente». Monsignor Manto, intende dire che la società oggi non sa accettare la presenza dei malati? La cultura contemporanea nel tentativo lodevole di combattere la malattia con tutti i mezzi tecnici e scientifici a disposizione, ha ampliato le possibilità di intervento terapeutico, ma non per questo ha sempre inquadrato correttamente l'evento esistenziale della malattia. Spesso ci concentriamo eccessivamente su un'idea prometeica del guarire, lottiamo contro le malattie con la ricerca e la tecnologia, ma dimentichiamo che la persona ha concretamente bisogno di qualcuno che si prenda cura di lei, che la assista e le possa dare sostegno, coraggio e speranza ogni giorno, specie quando la malattia diventa cronica o inguaribile. Dobbiamo impegnarci tutti per superare «la cultura dello scarto» denunciata da papa Francesco e ricordare che la sofferenza può essere consolata e redenta mediante la presenza della comunità cristiana accanto al malato. Dobbiamo insomma imparare a prendercene carico? Si tratta di renderci conto che la malattia è un'esperienza umana ineliminabile e tocca tutti. È necessario restituirle il tempo e lo spazio dell'umano. Quando parliamo di umanizzazione nella medicina, infatti, auspichiamo che nel percorso di cura il paziente non venga assimilato a un oggetto, a un aggregato biologico e psicologico, ma sia considerato una persona che ha la ricchezza della dimensione esìstenziale e spirituale. Perciò bisogna aiutare anche gli operatori sanitari a essere annunciatori di speranza e promotori dell'umanizzazione delle cure. Questa è una sfida decisiva per i malati e per quanti sono chiamati ad assisterli. Sofferenza e solitudine, per esempio nel caso delle malattie rare, diventano un fardello insopportabile. Le persone con malattie rare sono una fragilità della fragilità: spesso sono lasciate sole e non hanno una rete di assistenza sanitaria adeguata come avviene per le malattie più comuni. A volte non hanno una diagnosi, un nome per la loro patologia, non hanno interlocutori che li sappiano capire, accogliere e accompagnare, e hanno poche probabilità di trovare una soluzione ai loro problemi. Dobbiamo prima di tutto creare percorsi di presa in carico tra i vari specialisti e stimolare tutta la comunità a farsene carico e a non delegare. La medicina deve riscoprire prima ancora del guarire l'idea nobile del curare. Ogni vita è vita, con una dignità che va accolta e curata dall'inizio fino al suo termine naturale. Le malattie rare devono rientrare anche nell'impegno pastorale? Certo. La diocesi di Roma da due anni ha intrapreso un cammino particolare: formiamo gli operatori pastorali, i volontari, sensibilizziamo i medici di base, andiamo nelle scuole, cattoliche e laiche. Insieme all'Istituto Superiore di Sanità, al Gemelli, al Bambino Gesù, alla Sapienza e all'associazione Uniamo, abbiamo programmato una serie di iniziative dal 26 al 28 febbraio. Per educare sul tema della malattie rare in collaborazione con il ministero dell'Università e della ricerca scientifica, l'Iss e il ministero della Salute, abbiamo promosso la realizzazione di una video-favola per i bambini, da distribuire nelle scuole elementari. Le malattie rare colpiscono spesso proprio i più piccoli e... Fonte per l'articolo completo originale: Avvenire, 12 dicembre 2013, pag. 18
  

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Il discorso del Papa ai medici ginecologi: «Aborto prodotto della cultura dello scarto»
Il Pontefice: «Fine ultimo dell'agire medico rimane sempre la difesa e la promozione della vita»
Corriere della Sera, 21/09/2013. «Il fine ultimo dell'agire medico rimane sempre la difesa e la promozione della vita». Il Papa ritorna sul tema dell'aborto parlando davanti a una delegazione di ginecologi ricevuta in Vaticano, presso la sala Clementina del Palazzo apostolico, per un incontro promosso dalla Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici. MENTALITA' - «Una diffusa mentalità dell'utile - ha continuato - la "cultura dello scarto", che oggi schiavizza i cuori e le intelligenze di tanti, ha un altissimo costo: richiede di eliminare esseri umani, soprattutto se fisicamente o socialmente più deboli. La nostra risposta a questa mentalità - ha sottolineato il Pontefice - è un "sì"deciso e senza tentennamenti alla vita». La maternità, spesso, «non è adeguatamente considerata e promossa» ha aggiunto Papa Francesco. «Auspico che siano giornate proficue per la vostra attività: alla luce della fede e della ragione - ha detto Bergoglio ai medici - voi riconoscete la maternità come missione fondamentale della donna, sia nei paesi poveri dove il parto è ancora rischioso per la vita, sia in quelli più benestanti dove spesso la maternità non è adeguatamente considerata e promossa»... Leggi l'articolo originale completo sul sito internet del Corriere della Sera all'indirizzo http://www.corriere.it/cronache/13_settembre_20/papa-aborto_1f015dd2-21f4-11e3-ab6f-bfdc65ad0b93.shtml
  

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Cardinale Tonini: aperta la camera ardente
Lutto per la scomparsa del cardinal Ersilio Tonini, avvenuta la scorsa notte, verso le 2, all'Opera Santa Teresa di Ravenna.
Avvenire, 28/07/2013. La camera ardente del cardinal Ersilio Tonini, aperta nel primissimo pomeriggio alla chiesa maggiore dell'istituto Santa Teresa di Ravenna, rimarrà accessibile al pubblico fino alle 22. Verrà di nuovo aperta domani dalle 8 alle 22. Sempre domani, alle 9.30 al Santa Teresa, l'arcivescovo Lorenzo Ghizzoni celebrerà una messa per il defunto cardinale. L'annuncio del decesso era stato dato di prima mattina: "L’arcivescovo mons. Lorenzo Ghizzoni della Diocesi di Ravenna e Cervia, insieme all’Opera di Santa Teresa, comunicano con profondo dolore la scomparsa di Sua Eminenza, Cardinal Ersilio Tonini, che questa mattina alle ore 2 è ritornato al Padre, avvenuta nel suo alloggio presso l’Istituto Santa Teresa del Bambino Gesu', dove risiedeva’. Comincia cosi il messaggio diffuso dall’Istituto ravennate dove il decano dei cardinali. viveva da molti anni... Articolo completo su Avvenire.it all'indirizzo http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/mortocardinaltonini.aspx
  

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LETTERA ENCICLICA LUMEN FIDEI DEL SOMMO PONTEFICE FRANCESCO AI VESCOVI AI PRESBITERI E AI DIACONI...
...ALLE PERSONE CONSACRATE E A TUTTI I FEDELI LAICI SULLA FEDE
www.vatican.va (S.Sede), 07/07/2013. 1. La luce della fede: con quest’espressione, la tradizione della Chiesa ha indicato il grande dono portato da Gesù, il quale, nel Vangelo di Giovanni, così si presenta: « Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre » (Gv 12,46). Anche san Paolo si esprime in questi termini: « E Dio, che disse: "Rifulga la luce dalle tenebre", rifulge nei nostri cuori » (2 Cor 4,6). Nel mondo pagano, affamato di luce, si era sviluppato il culto al dio Sole, Sol invictus, invocato nel suo sorgere. Anche se il sole rinasceva ogni giorno, si capiva bene che era incapace di irradiare la sua luce sull’intera esistenza dell’uomo. Il sole, infatti, non illumina tutto il reale, il suo raggio è incapace di arrivare fino all’ombra della morte, là dove l’occhio umano si chiude alla sua... Accedi al sito della Santa Sede per leggere l'articolo originale e scaricare il testo completo della Lettera Enciclica in formato PDF: http://www.vatican.va/holy_father/francesco/encyclicals/documents/papa-francesco_20130629_enciclica-lumen-fidei_it.html
  

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Comunicato dal Presidente del Bureau des Constatations Médicales di Lourdes
La Grotta è di nuovo agibile, riprendete i Pellegrinaggi!
A.M.C.I. Roma, 25/06/2013. LA GIOIA DI SERVIRE I MALATI A LOURDES La Grotta di Lourdes era – ed è – una grotta. Un riparo per gli animali selvatici, un luogo quasi sconosciuto ai più nel 1858. Una grotta che affacciava su un'ansa di un torrente imponente e potente – il Gave di Pau – che alimentava di energia diversi mulini. E tale resta anche oggi che è la Grotta più conosciuta del mondo perchè visitata 18 volte dall' Immacolata Concezione, la Beata Vergine Maria : una Grotta che affaccia su un torrente impetuoso. Il fango di questi giorni ci ricorda la storia delle Apparizioni alla piccola Bernadette e la storia di Lourdes. Quando l'Apparizione presento' alla Veggente la sorgente dell'acqua, il 25 febbraio (9° apparizione), essa consisteva nei primi giorni che di un'acqua fangosa. E la temporanea privazione della Grotta in questi ultimi giorni ci ricorda la 18° ed ultima apparizione in cui Bernadette non potette arrivare alla Grotta perchè essa era stata sbarrata. La Veggente ci dice che quel giorno, dalla zona dell'attuale muro del Carmelo, ella vide la Vergine « più bella che mai ». E la privazione di qualcuna delle nostre infrastrutture logistiche ci ricorda che abbiamo già tanto se solo pensiamo all'anno del 50° anniversario, il 1908, in cui già esistevano, sopra ed accanto ala Grotta, la Cappella voluta dalla Vergine (l'atttuale Basilica dell'Immacolata Concezione), con la sua Cripta e la Basilica del Rosario. La Grotta ha riaperto oggi alle 12:10. E' il Vescovo che ha guidato il popolo alla Grotta. Ed ha recitato l'Angelus. La Grotta riapre dopo soli 4 giorni. E questo ci richiama alle parole dell'Immacolata « Andate a dire ai preti che qui si venga in processione e vi si costruisca una cappella (2 marzo, 13° apparizione) ». Nonostante la violenza della natura l'acqua della sorgente, protetta dall'impianto di sicurezza, è rimasta limpida e pura. Non inquinata. Anche se oggi non disponiamo delle Piscine, sommerse dal fango, possiamo certamente vivere con l'acqua della Sorgente distribuita dai rubinetti nel Santuario il messaggio della 9° apparizione « Andate a bere alla fontana ed a lavarvi in essa ». E soprattutto le persone ammalate ed a mobilità ridotta sono attese nelle nostre tre Accoglienze attrezzate per loro ed assolutamente intoccate dalla piena del fiume : l'Accueil Notre Dame, l'Accueil Marie St Frai ed il Salus Infirmorum di UNITALSI, per un totale di 1600 posti letto/notte. Dalla prima guarigione miracolosa di Lourdes, il 1° marzo 1858, la presenza dei malati, e di quanti sono volontari al loro servizio, è elemento costitutivo del pellegrinaggio come emerge dal Magistero di tutti i Papi dal 1862 ad oggi, ed in particolare dal Beato Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, Pellegrini alla Grotta. E' vero che molti Alberghi ed esercizi commerciali della Città sono rimasti seriamente danneggiati, ma è vero anche che la recettività alberghiera è al momento largamente al disopra di 15.000 posti letto/notte e la Municipalità e le Autorità Pubbliche hanno riabilitato in pochissime ore l'intera rete dei servizi. Inoltre nessun effetto vi è stato sulla rete stradale e ferroviaria né sull'Aeroporto ! Cosa fare ? Come aiutare ? Io credo che questa ennesima esperienza di spoliazione e di povertà ci spinge ad andare all'essenziale di Lourdes : le parole della Vergine Maria a Santa Bernadette Soubirous. Tornare al messaggio di Lourdes ! La Signora della Grotta ha chiesto « processione », che vuol dire pellegrinaggio, ed ha chiesto ripetutamente penitenza e preghiera indicando la recita della Corona del Rosario come la preghiera a Lei gradita fin dalla prima apparizione. Chi ama Lourdes e chi vuole aiutare Lourdes è invitato anzitutto a venire a Lourdes. Chi ne ha la possibilità, poi, puo' sostenere il costo della bonifica, ricostruzione e restauro dei danni subiti con una donazione. Piccola o grande. Diretta o indiretta. Il dono è fedele alla tradizione del nostro Santuario e di tutti Santuari : essi sono la « proprietà », essi « appartengono » al popolo dei pellegrini ! Il Vescovo di Tarbes e Lourdes, Monsignor Nicolas Brouwet, ha rimarcato lo scorso anno – nel suo primo anno di governo pastorale – che apprezzava il fatto che nessuno tra i suoi predecessori avesse mai chiuso la Grotta in una Cappella o in una Cripta. La Grotta era e resta uno spazio aperto. Aperto a tutti ! Ed è alla Grotta di Lourdes, nella sua povertà essenziale, che vi aspettiamo a partire da domani. Ed anzitutto voi carissimi ammalati e persone disabili, voi famiglie e voi comunità cristiane del mondo intero insieme ai volontari, pronti come sempre a servire. Nella gioia ! Sandro de Franciscis, Presidente del Bureau des Constatations Médicales de Lourdes a.defranciscis@lourdes-france.com Lourdes, 22 giugno 2013
  

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Roma e Papa Francesco
Intervista al cardinale vicario Agostino Vallini
L'Osservatore Romano, 07/04/2013. Invitiamo alla lettura di questo articolo, pubblicato dall'Osservatore Romano all'indirizzo Internet http://www.osservatoreromano.va/portal/dt?JSPTabContainer.setSelected=JSPTabContainer%2FDetail&last=false=&path=/news/interviste/2013/081q13-Intervista-al-cardinale-Vicario-Agostino-Va.html&title=Roma e Papa Francesco&locale=it, a firma di Mario Ponzi: "Nel pomeriggio del 7 aprile - seconda domenica di Pasqua, dedicata alla Divina misericordia e detta anticamente in albis dal colore bianco della veste dei nuovi battezzati - il vescovo di Roma si insedia sulla sua cattedra in Laterano. E proprio il rapporto decisivo di Papa Francesco con la sua diocesi è stato al centro di un colloquio del cardinale vicario Agostino Vallini con chi scrive e con il direttore del nostro giornale alla vigilia di questo momento importante. Il porporato ha toccato molti argomenti: la maturazione della sensibilità diocesana soprattutto dopo il concilio Vaticano II, il significato della rinuncia al pontificato e l’eredità preziosa di Benedetto XVI, il «miracolo» del conclave, l’attrazione immediatamente suscitata dal nuovo vescovo di Roma tra la gente, il tempo della missione, l’impegno del clero nelle 347 parrocchie della diocesi, il fronte operoso della carità nel momento certo non facile vissuto da moltissime persone e famiglie nella città e nel Paese. L’insediamento avviene domenica pomeriggio, ma Papa Francesco dal conclave è uscito sentendosi già pienamente vescovo di Roma, e ha voluto proprio lei al suo fianco quando si è presentato ai fedeli dalla Loggia della Benedizione. Che cosa è accaduto? Il conclave è opera di Dio ed è stato un miracolo. Ne sono ancor più convinto dopo aver vissuto per la prima volta questa esperienza di grazia. Si crea un’atmosfera che rende questo momento unico e diverso da ogni altra vicenda umana. Si entra in conclave con la coscienza di una grande responsabilità, che è quella di contribuire a un’opera di discernimento, grande e complessa, per capire e chiedere al Signore l’ispirazione. E poi si prega, si prega tanto. Io per esempio, il giorno dell’elezione, tra una votazione e l’altra ho recitato tre volte il rosario. In Sistina non si parla né si tratta, si prega. Del resto a questo momento si arriva dopo giorni di riflessioni — otto questa volta — e il tema non è il Papa ma la Chiesa, con tutte le sue realtà, belle o meno belle che siano. E si tratta di una visione della Chiesa universale. In modo quasi speculare si cerca di capire chi potrebbe guidarla in quel preciso momento storico. Il clima spirituale nel quale si è svolto questo conclave è stato segnato da momenti molto particolari, dopo la rinuncia di Benedetto XVI. Dunque c’era bisogno dell’assistenza dello Spirito Santo. E a me pare che il Signore si sia manifestato. Anche attraverso l’entusiasmo dell’accoglienza popolare riservata al nuovo Pontefice: in questo senso, il sensus fidei che viene dal popolo è stata una conferma..." Continua a leggere l'articolo completo sul sito Internet dell'Osservatore Romano all'indirizzo http://www.osservatoreromano.va/portal/dt?JSPTabContainer.setSelected=JSPTabContainer%2FDetail&last=false=&path=/news/interviste/2013/081q13-Intervista-al-cardinale-Vicario-Agostino-Va.html&title=Roma e Papa Francesco&locale=it
  

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«Habemus Papam»: è il cardinale di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio, 77 anni. Il nome che ha scelto è Francesco
Alle 19.06 la fumata bianca ha annunciato l'elezione. Campane a festa a San Pietro e in tutta la Chiesa. Emozione in tutto il mondo. È il primo Papa sudamericano della storia.
Avvenire, 13/03/2013. Ecco le prime parole di Papa Francesco affacciato alla Loggia di San Pietro. «Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un vescovo a Roma; sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo alla fine del mondo. Ma siamo qui. Grazie dell'accoglienza. Preghiamo tutti insieme per il vescovo emerito di Roma». Un pensiero affettuoso a Ratzinger. Poi ha recitato con tutta la piazza il Padre Nostro, l'Ave Maria e il Gloria. «Adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo, un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi, l'uno per l'altro, per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Vi auguro che questo cammino di Chiesa che oggi cominciamo sia fruttuoso per l'evangelizzazione di questa bella città. Vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi pregate il Signore perché mi benedica. In silenzio fate questa preghiera di voi su di me". Dopo la benedizione Urbi et Orbi, si è accomiatato: "Pregate per me, ci vediamo presto, domani voglio andare a pregare la Madonna perché custodisca tutta Roma. Buon riposo". fonte: www.avvenire.it
  

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Benedetto XVI lascia il pontificato
L'annuncio al termine del Concistoro ordinario pubblico tenuto lunedì mattina. La sede vacante a partire dalle ore 20 del prossimo 28 febbraio
L'Osservatore Romano, 12/02/2013. AMCI Roma, in quanto associazione Ecclesiale, ritiene proprio dovere riprendere e pubblicare le parole con cui Benedetto XVI, al termine del Concistoro ordinario pubblico tenuto lunedì mattina, 11 febbraio, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico, ha annunciato la decisione di "rinunciare al minstero di vescovo di Roma", così come diffuse dall'Osservatore Romano nell'edizione quotidiana 11-12 febbraio 2013 : "Carissimi Fratelli, vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell'animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l'elezione del nuovo Sommo Pontefice. Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l'amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell'eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio. Dal Vaticano, 10 febbraio 2013 BENEDETTO PP. XVI" Articolo originale con possibilità di scaricare l'articolo in formato PDF su http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/index.html; Sito internet dell'Osservatore Romano: http://www.osservatoreromano.va
  

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE IN OCCASIONE DELLA XXI GIORNATA MONDIALE DEL MALATO (11 FEBBRAIO 2013)
«Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Lc 10, 37)
A.M.C.I. Roma, 24/01/2013. Cari fratelli e sorelle! 1. L’11 febbraio 2013, memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes, si celebrerà in forma solenne, presso il Santuario mariano di Altötting, la XXI Giornata Mondiale del Malato. Tale giornata è per i malati, per gli operatori sanitari, per i fedeli cristiani e per tutte le persone di buona volontà «momento forte di preghiera, di condivisione, di offerta della sofferenza per il bene della Chiesa e di richiamo per tutti a riconoscere nel volto del fratello infermo il Santo Volto di Cristo che, soffrendo, morendo e risorgendo ha operato la salvezza dell’umanità» (Giovanni Paolo II, Lettera istitutiva della Giornata Mondiale del Malato, 13 maggio 1992, 3). In questa circostanza, mi sento particolarmente vicino a ciascuno di voi, cari ammalati che, nei luoghi di assistenza e di cura o anche a casa, vivete un difficile momento di prova a causa dell’infermità e della sofferenza. A tutti giungano le parole rassicuranti dei Padri del Concilio Ecumenico Vaticano II: «Non siete né abbandonati, né inutili: voi siete chiamati da Cristo, voi siete la sua trasparente immagine» (Messaggio ai poveri, ai malati e ai sofferenti). 2. Per accompagnarvi nel pellegrinaggio spirituale che da Lourdes, luogo e simbolo di speranza e di grazia, ci conduce verso il Santuario di Altötting, vorrei proporre alla vostra riflessione la figura emblematica del Buon Samaritano (cfr Lc 10,25-37). La parabola evangelica narrata da san Luca si inserisce in una serie di immagini e racconti tratti dalla vita quotidiana, con cui Gesù vuole far comprendere l’amore profondo di Dio verso ogni essere umano, specialmente quando si trova nella malattia e nel dolore. Ma, allo stesso tempo, con le parole conclusive della parabola del Buon Samaritano, «Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Lc 10,37), il Signore indica qual è l’atteggiamento che deve avere ogni suo discepolo verso gli altri, particolarmente se bisognosi di cura. Si tratta quindi di attingere dall’amore infinito di Dio, attraverso un’intensa relazione con Lui nella preghiera, la forza di vivere quotidianamente un’attenzione concreta, come il Buon Samaritano, nei confronti di chi è ferito nel corpo e nello spirito, di chi chiede aiuto, anche se sconosciuto e privo di risorse. Ciò vale non solo per gli operatori pastorali e sanitari, ma per tutti, anche per lo stesso malato, che può vivere la propria condizione in una prospettiva di fede: «Non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore» (Enc. Spe salvi, 37). 3. Vari Padri della Chiesa hanno visto nella figura del Buon Samaritano Gesù stesso, e nell’uomo incappato nei briganti Adamo, l’Umanità smarrita e ferita per il proprio peccato (cfr Origene, Omelia sul Vangelo di Luca XXXIV, 1-9; Ambrogio, Commento al Vangelo di san Luca, 71-84; Agostino, Discorso 171). Gesù è il Figlio di Dio, Colui che rende presente l’amore del Padre, amore fedele, eterno, senza barriere né confini. Ma Gesù è anche Colui che “si spoglia” del suo “abito divino”, che si abbassa dalla sua “condizione” divina, per assumere forma umana (Fil 2,6-8) e accostarsi al dolore dell’uomo, fino a scendere negli inferi, come recitiamo nel Credo, e portare speranza e luce. Egli non considera un tesoro geloso il suo essere uguale a Dio, il suo essere Dio (cfr Fil 2,6), ma si china, pieno di misericordia, sull’abisso della sofferenza umana, per versare l’olio della consolazione e il vino della speranza. 4. L’Anno della fede che stiamo vivendo costituisce un’occasione propizia per intensificare la diaconia della carità nelle nostre comunità ecclesiali, per essere ciascuno buon samaritano verso l’altro, verso chi ci sta accanto. A questo proposito, vorrei richiamare alcune figure, tra le innumerevoli nella storia della Chiesa, che hanno aiutato le persone malate a valorizzare la sofferenza sul piano umano e spirituale, affinché siano di esempio e di stimolo. Santa Teresa del Bambino Gesù e del Volto Santo, “esperta della scientia amoris” (Giovanni Paolo II, Lett. ap., Novo Millennio ineunte, 42), seppe vivere «in unione profonda alla Passione di Gesù» la malattia che la condusse «alla morte attraverso grandi sofferenze». (Udienza Generale, 6 aprile 2011). Il Venerabile Luigi Novarese, del quale molti ancora oggi serbano vivo il ricordo, nell’esercizio del suo ministero avvertì in modo particolare l’importanza della preghiera per e con gli ammalati e i sofferenti, che accompagnava spesso nei Santuari mariani, in speciale modo alla grotta di Lourdes. Mosso dalla carità verso il prossimo, Raoul Follereau ha dedicato la propria vita alla cura delle persone affette dal morbo di Hansen sin nelle aree più remote del pianeta, promuovendo fra l’altro la Giornata Mondiale contro la Lebbra. La beata Teresa di Calcutta iniziava sempre la sua giornata incontrando Gesù nell’Eucaristia, per uscire poi nelle strade con la corona del Rosario in mano ad incontrare e servire il Signore presente nei sofferenti, specialmente in coloro che sono “non voluti, non amati, non curati”. Sant’Anna Schäffer di Mindelstetten seppe, anche lei, in modo esemplare unire le proprie sofferenze a quelle di Cristo: «il letto di dolore diventò… cella conventuale e la sofferenza costituì il suo servizio missionario… Confortata dalla Comunione quotidiana, ella diventò un’instancabile strumento di intercessione nella preghiera e un riflesso dell’amore di Dio per molte persone che cercavano il suo consiglio» (Omelia per la canonizzazione, 21 ottobre 2012). Nel Vangelo emerge la figura della Beata Vergine Maria, che segue il Figlio sofferente fino al supremo sacrificio sul Golgota. Ella non perde mai la speranza nella vittoria di Dio sul male, sul dolore e sulla morte, e sa accogliere con lo stesso abbraccio di fede e di amore il Figlio di Dio nato nella grotta di Betlemme e morto sulla croce. La sua ferma fiducia nella potenza divina viene illuminata dalla Risurrezione di Cristo, che dona speranza a chi si trova nella sofferenza e rinnova la certezza della vicinanza e della consolazione del Signore. 5. Vorrei infine rivolgere il mio pensiero di viva riconoscenza e di incoraggiamento alle istituzioni sanitarie cattoliche e alla stessa società civile, alle diocesi, alle comunità cristiane, alle famiglie religiose impegnate nella pastorale sanitaria, alle associazioni degli operatori sanitari e del volontariato. In tutti possa crescere la consapevolezza che «nell’accoglienza amorosa e generosa di ogni vita umana, soprattutto se debole e malata, la Chiesa vive oggi un momento fondamentale della sua missione» (Giovanni Paolo II, Esort. ap. postsinodale Christifideles laici, 38). Affido questa XXI Giornata Mondiale del Malato all’intercessione della Santissima Vergine Maria delle Grazie venerata ad Altötting, affinché accompagni sempre l’umanità sofferente, in cerca di sollievo e di ferma speranza, aiuti tutti coloro che sono coinvolti nell’apostolato della misericordia a diventare dei buoni samaritani per i loro fratelli e sorelle provati dalla malattia e dalla sofferenza, mentre ben volentieri imparto la Benedizione Apostolica. Dal Vaticano, 2 gennaio 2013 BENEDICTUS PP XVI
  

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DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI 
AI PARTECIPANTI ALL'INCONTRO PROMOSSO DAL PONTIFICIO CONSIGLIO PER GLI OPERATORI SANITARI (PER LA PASTORALE DELLA SALUTE).
A.M.C.I. Roma, 24/01/2013. Aula Paolo VI, Sabato 17 novembre 2012. Signori Cardinali, venerati Fratelli nell'Episcopato e nel Sacerdozio, cari fratelli e sorelle! Vi do il mio caloroso benvenuto! Ringrazio il Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, Mons. Zygmunt Zimowski, per le cortesi parole; saluto gli illustri relatori e tutti i presenti. Il tema della vostra Conferenza - «L’Ospedale, luogo di evangelizzazione: missione umana e spirituale» - mi offre l’occasione di estendere il mio saluto a tutti gli operatori sanitari, in particolare ai membri dell’Associazione dei Medici Cattolici Italiani e della Federazione Europea delle Associazioni Mediche Cattoliche, che, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, hanno riflettuto sul tema «Bioetica ed Europa cristiana». Saluto inoltre i malati presenti, i loro familiari, i cappellani e i volontari, i membri delle associazioni, in particolare dell’UNITALSI, gli studenti delle Facoltà di Medicina e Chirurgia e dei Corsi di laurea delle Professioni Sanitarie. La Chiesa si rivolge sempre con lo stesso spirito di fraterna condivisione a quanti vivono l’esperienza del dolore, animata dallo Spirito di Colui che, con la potenza dell’amore, ha ridato senso e dignità al mistero della sofferenza. A queste persone il Concilio Vaticano II ha detto: non siete «né abbandonati, né inutili», perché, uniti alla Croce di Cristo, contribuite alla sua opera salvifica (cfr Messaggio ai poveri, ai malati e ai sofferenti, 8 dicembre 1965). E con gli stessi accenti di speranza, la Chiesa interpella anche i professionisti e i volontari della sanità. La vostra è una singolare vocazione, che necessita di studio, di sensibilità e di esperienza. Tuttavia, a chi sceglie di lavorare nel mondo della sofferenza vivendo la propria attività come una «missione umana e spirituale» è richiesta una competenza ulteriore, che va al di là dei titoli accademici. Si tratta della «scienza cristiana della sofferenza», indicata esplicitamente dal Concilio come «la sola verità capace di rispondere al mistero della sofferenza» e di arrecare a chi è nella malattia «un sollievo senza illusioni»: «Non è in nostro potere – dice il Concilio – procurarvi la salute corporale, né la diminuzione dei vostri dolori fisici... Abbiamo però qualche cosa di più prezioso e di più profondo da darvi... Il Cristo non ha soppresso la sofferenza; non ha neppure voluto svelarcene interamente il mistero: l’ha presa su di sé, e questo basta perché ne comprendiamo tutto il valore» (ibid.). Di questa «scienza cristiana della sofferenza» siate degli esperti qualificati! Il vostro essere cattolici, senza timore, vi dà una maggiore responsabilità nell’ambito della società e della Chiesa: si tratta di una vera vocazione, come recentemente testimoniato da figure esemplari quali San Giuseppe Moscati, San Riccardo Pampuri, Santa Gianna Beretta Molla, Santa Anna Schäffer e il Servo di Dio Jérôme Lejeune. È questo un impegno di nuova evangelizzazione anche in tempi di crisi economica che sottrae risorse alla tutela della salute. Proprio in tale contesto, ospedali e strutture di assistenza debbono ripensare il proprio ruolo per evitare che la salute, anziché un bene universale da assicurare e difendere, diventi una semplice «merce» sottoposta alle leggi del mercato, quindi un bene riservato a pochi. Non può essere mai dimenticata l’attenzione particolare dovuta alla dignità della persona sofferente, applicando anche nell’ambito delle politiche sanitarie il principio di sussidiarietà e quello di solidarietà (cfr Enc. Caritas in veritate, 58). Oggi, se da un lato, a motivo dei progressi nel campo tecnico-scientifico, aumenta la capacità di guarire fisicamente chi è malato, dall’altro appare indebolirsi la capacità di «prendersi cura» della persona sofferente, considerata nella sua integralità e unicità. Sembrano quindi offuscarsi gli orizzonti etici della scienza medica, che rischia di dimenticare come la sua vocazione sia servire ogni uomo e tutto l’uomo, nelle diverse fasi della sua esistenza. E’ auspicabile che il linguaggio della «scienza cristiana della sofferenza» - cui appartengono la compassione, la solidarietà, la condivisione, l’abnegazione, la gratuità, il dono di sé - diventi il lessico universale di quanti operano nel campo dell’assistenza sanitaria. È il linguaggio del Buon Samaritano della parabola evangelica, che può essere considerata - secondo il Beato PapaGiovanni Paolo II - «una delle componenti essenziali della cultura morale e della civiltà universalmente umana» (Lett. ap. Salvifici doloris, 29). In questa prospettiva gli ospedali vanno considerati come luogo privilegiato di evangelizzazione, perché dove la Chiesa si fa «veicolo della presenza di Dio» diventa al tempo stesso «strumento di una vera umanizzazione dell’uomo e del mondo» (Congr. per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione, 9). Solo avendo ben chiaro che al centro dell’attività medica e assistenziale c’è il benessere dell’uomo nella sua condizione più fragile e indifesa, dell’uomo alla ricerca di senso dinanzi al mistero insondabile del dolore, si può concepire l’ospedale come «luogo in cui la relazione di cura non è mestiere, ma missione; dove la carità del Buon Samaritano è la prima cattedra e il volto dell’uomo sofferente il Volto stesso di Cristo» (Discorso all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, 3 maggio 2012). Cari amici, questa assistenza sanante ed evangelizzatrice è il compito che sempre vi attende. Ora più che mai la nostra società ha bisogno di «buoni samaritani» dal cuore generoso e dalle braccia spalancate a tutti, nella consapevolezza che «la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente» (Enc. Spe salvi, 38). Questo «andare oltre» l’approccio clinico vi apre alla dimensione della trascendenza, verso la quale un ruolo fondamentale è svolto dai cappellani e dagli assistenti religiosi. A loro compete in primo luogo di far trasparire nel variegato panorama sanitario, anche nel mistero della sofferenza, la gloria del Crocifisso Risorto. Un’ultima parola desidero riservare a voi, cari malati. La vostra silenziosa testimonianza è un efficace segno e strumento di evangelizzazione per le persone che vi curano e per le vostre famiglie, nella certezza che «nessuna lacrima, né di chi soffre, né di chi gli sta vicino, va perduta davanti a Dio» (Angelus, 1° febbraio 2009). Voi «siete i fratelli del Cristo sofferente; e con lui, se lo volete, voi salvate il mondo!» (Conc. Vat. II, Messaggio). Mentre affido voi tutti alla Vergine Maria, Salus Infirmorum, perché guidi i vostri passi e vi renda sempre testimoni operosi e instancabili della scienza cristiana della sofferenza, vi imparto di cuore la Benedizione Apostolica.
  

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Omelia di Sua Eccellenza Mons. Zygmunt Zimowski Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari.
Chiesa di Santo Spirito in Sassia, Mercoledì 19 dicembre 2012
A.M.C.I. Roma, 24/01/2013. Omelia in occasione della Santa Messa di Natale per l’Azienda Unità Sanitaria Locale Roma E. Eminenza Reverendissima, (Cardinale Presbitero titolare di questa Chiesa) Carissimi confratelli sacerdoti e i religiosi, Il Direttore dell’ASL Roma 3, ed i suoi collaboratori, lo staff medico, come quello ausiliare Carissimi ammalati e loro familiari, e carissimi fratelli e sorelle, Ringrazio di cuore il Direttore, dott.ssa Maria Sabia, per avermi invitato a presiedere questa Santa Messa in preparazione al Natale, invito che ho accolto con entusiasmo perché sono contento di poterla celebrare qui, con tutti voi. GIOIA PER LA GRATUITÀ DI DIO “O Germoglio di Iesse,.. vieni a liberarci, non tardare!” Siamo ormai vicinissimi al Natale e, a partire da oggi, le letture ci presentano ogni giorno parallelismi e contrasti evidenti, per guidarci alla comprensione dei piani di Dio. Le letture odierne ci presentano il caso di due donne, sterili, ma in favore delle quali Dio interviene e compie il miracolo di renderle feconde. Si tratta dell’annuncio della nascita di Sansone e di Giovani detto il Battista, due figli che possiamo descrivere “dono di Dio”. 1. Due figli “dono di Dio” In entrambi i casi si tratta dunque di donne sterili, con l’aggravante dell’età per Elisabetta, moglie di Zaccaria; in entrambi casi l’angelo del Signore annuncia la nascita di figli che saranno consacrati a Dio perché sono dono del cielo. Il primo, Sansone, sarà destinato, grazie alla sua forza straordinaria, a difendere il popolo israelita dagli attacchi dei filistei; il secondo, Giovanni, camminerà davanti a Cristo con lo spirito e la forza di Elia per preparare un popolo ben disposto quando arriverà Gesù. Tanto nel caso di Sansone che in quello del Battista, Dio rompe gli schemi abituali e, per realizzare il piano di salvezza per il suo popolo, si serve di creature umanamente messe da parte. Anche qui si verifica la preferenza di Dio per gli strumenti poveri, per chi pare non contare e non aver peso sociale, perfino per chi è considerato un rifiuto umano. Se Dio si serve delle carenze umane, è perché vuole farci comprendere che i doni di grazia non sono frutto della nostra opera; che non possiamo cioè appropriarci di nessun dono per utilizzarlo a nostro piacimento. La vita di Gesù è del resto apparsa una storia di debolezza agli occhi dell’umanità potente di allora, come anche di molti ’vincenti’ del giorno d’oggi; per noi è invece il segno divino dell’onnipotenza dell’amore. Comprendiamo dunque che la gloria di Dio si manifesta là dove il Signore compie meraviglie di grazia in ciò che è umanamente considerato debole, ‘povero’. In questo modo Dio rende feconda la verginità, ricca la povertà, forte la debolezza, vittoriosa la sconfitta e gloriosa la croce. Proprio nella debolezza umana, mostra la potenza e la gratuità del suo amore per noi, Colui il quale “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5, 45). Tutto questo è motivo di gioia per i ‘semplici’, che si aprono a Dio con mitezza e Amore. Poiché la scelta gratuita di Dio è diretta all’uomo, specialmente se povero o sofferente, non perché si sia buoni ma perché buono è chi ci ama così tanto. 2. Gioia per la gratuità di Dio Tuttavia, per ricevere il dono di Dio, bisogna aprirsi a Lui con fede generosa e lieta fiducia. Quel dono dall’alto suscita gioia, e questa gioia si deve notare nel cuore e nella vita dell’uomo e della donna che sono destinatari della benevolenza del Signore; una felicità che è il carisma di testimonianza di cui oggi ha bisogno il nostro mondo senza speranza e frustrato nella sua fame di felicità dai suoi falsi surrogati. Non possiamo dubitare di Dio, anche se, come Zaccaria ed Elisabetta, dobbiamo aspettare tutta una vita. Il suo amore per noi non viene mai meno. Tuttavia, anche comprendendo che Dio ci ama molto, a volte dubitiamo come Zaccaria, se davvero Egli vorrà usare il proprio potere a nostro favore. Ascoltando l’annuncio dell’angelo del Signore vicino all’altare del tempio, Zaccaria si meraviglia e dubita che il potere di Dio possa compiere ciò che pareva essere diventata l’illusione della vita. Vuole delle garanzie: “Come posso conoscere questo? Dice lui, Io sono vecchio e mia moglie è avanzata negli anni” (Lk 1, 18). In quel momento aveva dimenticato che niente è impossibile a Dio. Osservando con attenzione, Zaccaria appare una figura contraddittoria: infatti, Zaccaria è nel tempio e prega, chiedendo che dal suo matrimonio possa finalmente venire un discendente. Ma nel momento in cui l’angelo ne annuncia l’esaudimento, Zaccaria manca di fiducia e viene punito. Ritroviamo qui un grande insegnamento sulla preghiera: dobbiamo chiedere al Signore con la sicura fiducia di essere esauditi. Questa è la preghiera cristiana, la preghiera cioè di chi sa di essere amato, ascoltato e sempre esaudito da un Padre buono e misericordioso. In questo senso il Padre Nostro insegnato da Gesù è insuperabile scuola e modello di preghiera cristiana gradita al cuore di Dio. Anche noi siamo soggetti ad innumerevoli tentazioni legati all’incredulità e tante forme di mutismo nella preghiera sono frutto di questa incapacità a credere e a meravigliarci davanti alle opere di Dio. L’atteggiamento di Zaccaria contrasta con l’assoluta fiducia e la disponibilità di Maria, la madre di Gesù, che dà il suo “sì” incondizionato: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. Carissimi fratelli e sorelle, il precursore del Messia compì pienamente la propria missione, ma il suo contributo non è terminato. Giovanni Battista è un uomo per ogni tempo, una figura perennemente attuale, nell’Avvento e sempre non solo. Perché è l’impegno della Chiesa e della comunità cristiana, è proprio il compito anche nostro di essere messaggeri di gioia per il dono di Dio e di agire come suoi precursori oggi nei nostri ambiti familiari, lavorativi e, più in generale, sociali. La vostra ASL Roma 3 gestisce in effetti uno degli ospedali più antichi del mondo, l’Ospedale di Santo Spirito in Saxia (Sassia), una struttura che nacque da una storia di grande testimonianza della Carità Cristiana. Nel 1198 il Papa Innocenzo III affidò questo nosocomio alla gestione dell’Ordine Ospedaliero. Egli varò uno statuto di regole ad hoc per l’ordine degli Ospitalieri. Tale regola è pervasa da disciplina e altruismo e chiarisce in maniera esaustiva la vita quotidiana nell'ospedale. In particolare, è importante sottolineare come la maggior parte dei capitoli siano dedicati al rendere più confortevole e sana la permanenza degli infermi nella struttura. Nel Cap. 15 si chiede che "Norma costante sia lo spirito di carità" e nel Cap. 33 si trovano norme scrupolose riguardo la necessità di provvedere agli indumenti ed alla nutrizione degli orfani. Basta pensare anche alla ruota degli esposti, per i bambini abbandonati. Questo stesso antico Arcispedale ha avuto l’onore di conoscere la presenza e il servizio rivoluzionario dei grandi santi della Carità come San Filippo Neri e San Camillo de’ Lellis. Riflettiamo su tutto ciò con ammirazione e gratitudine al Signore per un passato così ricco di vera testimonianza cristiana, che ha reso questi muri un rifugio accogliente per tanti malati, pellegrini, poveri e persone abbandonate che vi hanno potuto trovare speranza, sollievo, non di rado la guarigione fisica e spirituale, anche nei momenti di più grave tribolazione. In questo momento di grande congiuntura economica e finanziaria, questo passato non può che costituire anche una sfida e al contempo uno stimolo alla viva testimonianza. È anche compito nostro il portare la speranza, l’essere messaggeri della gioia di Cristo medico divino in tutti i centri di cura e di assistenza che, parimenti colpiti dalla crisi, rischiano di diventare luoghi di patimento privi della più piccola luce che la speranza emàna. Talvolta ci sentiamo sfidati e scoraggiati dalle difficoltà legate al nostro lavoro e dall’apparente incapacità di cambiare le cose. Ma come ancora più in occasione della nascita del Battista, lasciamo che la potenza divina agisca su questi nostri limiti umani. Rendiamo dunque i nostri luoghi di cura più umani, più accoglienti e rispettosi della dignità delle persone che si affidano non solo alle nostre competenze tecniche, ma anche alla nostra capacità di comprensione e alla Carità di Cristo che deve animare il nostro servizio. Desidero in proposito ricordare le parole pronunciate da Papa Benedetto XVI, il 17 novembre scorso ai partecipanti alla 27ma Conferenza Internazionale promossa dal Pontificio per gli Operatori Sanitari e ai Medici Cattolici Italiani. “Solo avendo ben chiaro che al centro dell’attività medica e assistenziale c’è il benessere dell’uomo nella sua condizione più fragile e indifesa- ha sottolineato il Santo Padre, - dell’uomo alla ricerca di senso dinanzi al mistero insondabile del dolore, si può concepire l’ospedale come «luogo in cui la relazione di cura non è mestiere, ma missione; dove la carità del Buon Samaritano è la prima cattedra e il volto dell’uomo sofferente il Volto stesso di Cristo . Cari amici, ha continuato il Santo Padre, questa assistenza sanante ed evangelizzatrice è il compito che sempre vi attende. Ora più che mai la nostra società ha bisogno di «buoni samaritani» dal cuore generoso e dalle braccia spalancate a tutti, nella consapevolezza che «la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente» (Enc. Spe salvi, 38).” È questa un’esortazione alla quale pare quanto mai difficile rispondere ma che ribadiamo nella consapevolezza delle forti ripercussioni  che la crisi economica e finanziaria internazionale  sta avendo nelle politiche sanitarie nazionali. Rinnoviamo in proposito la nostra preoccupazione per le riforme in atto in quanto si ha l’impressione che si tenga conto unicamente dell’aspetto economico del mondo della salute trascurando chi lo anima, dunque chi ne costituisce l’essenza vitale a partire dalla persona sofferente. Si parla della riduzione di posti letto ma non si parla di chi sarà privato della possibilità di essere ricoverato, curato o comunque assistito in modo cònsono al proprio stato di salute. Eppure si tratta di un figlio o di una figlia, di un fratello o di una sorella oppure di un genitore che appartiene alla generazione che, con il proprio sudore e impegno, ha contribuito a far rinascere anche questo Paese dalle macerie e dalla tremenda sofferenza inflitta dalla Seconda Guerra Mondiale. Specialmente agli anziani, dobbiamo dunque venerazione e gratitudine che devono essere tradotte oggi nel garantire un’assistenza sanitaria adeguata. Due anni fa, il nostro Pontificio Consiglio per gli Operatori sanitari ha dedicato la XXV edizione della sua Conferenza Internazionale al tema: “Per una cura della Salute equa ed umana alla luce dell’Enciclica ‘Caritas in Veritate’”. Nel Messaggio rivoltoci in tale occasione, Papa Benedetto XVI ha ribadito diversi punti essenziali e, tra questi, l’importanza di una “vera giustizia distributiva che garantisca a tutti, sulla base dei bisogni oggettivi, cure adeguate. Di conseguenza – ha continuato il Santo Padre, - il mondo della salute non può sottrarsi alle regole morali che devono governarlo affinché non diventi disumano”. Per ben rispondere a tale richiamo, che parrebbe assumere, ogni giorno che passa, sempre più il tono di una sfida “occorre lo sforzo congiunto di tutti ma occorre anche una profonda conversione dello sguardo interiore. Solo se si guarda al mondo con lo sguardo del Creatore, che è sguardo d’Amore – ha in proposito evidenziato Papa Benedetto XVI, - l’umanità imparerà a stare sulla terra nella pace e nella giustizia, destinando” opportunamente le risorse “al bene di ogni uomo ed ogni donna”. Un corretto modello di  sviluppo,  ha infatti spiegato, deve essere “fondato sulla centralità dell’essere umano, sulla promozione e sulla condivisione del bene comune” ma anche “sulla consapevolezza del necessario cambiamento degli stili di vita e sulla prudenza, virtù che indica gli atti da compiere oggi in previsione di ciò che può accadere domani”. Ecco, carissimi fratelli e sorelle, malati e operatori sanitari, sappiamo tutti quanti quanto non sia agevole una tale vostra missione, soprattutto in questo momento di grande incertezza nell’ambito lavorativo, ma il Signore, come ascoltò la preghiera di quella buona coppia di coniugi anziani, Elisabetta e Zaccaria, rendendoli genitori del precursore di Gesù, si rivolge a noi, ascolta la nostra preghiera, ci riempie della sua gioia e ci chiama ad essere suoi collaboratori nel donare la grazia salvifica di questo Natale agli altri, diventando anche noi evangelizzatori, contribuire a combattere i mali del mondo in cui viviamo. Nell’antifona “O” di oggi invochiamo Cristo come “Germoglio della radice di Iesse”. La radice richiama il fondamento, ciò senza il quale non c’è vita. Così è per noi il riferirsi a Gesù, senza di Lui, viene a mancarci il fondamento della vita, siamo perduti. Per questo lo invochiamo, “vieni…, non tardare!” Che questa consapevolezza ci accompagni nella preparazione al Natale, facendo sì che noi lasciamo che Cristo, sorgente inestinguibile della vita, sani le infertilità dei nostri cuori e trionfi sulla nostra debolezza, sulla nostra sterilità, sulle nostre preoccupazioni e paure. E così sia. Sia lodato Gesù Cristo!
  

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PRESENTAZIONE DEGLI AUGURI NATALIZI DELLA CURIA ROMANA. DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Sala Clementina Venerdì, 21 dicembre 2012
A.M.C.I. Roma, 24/01/2013. Signori Cardinali, venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato, cari fratelli e sorelle! Con grande gioia vi incontro oggi, cari Membri del Collegio Cardinalizio, Rappresentanti della Curia Romana e del Governatorato, per questo tradizionale momento prima del Santo Natale. Rivolgo a ciascuno un cordiale saluto, iniziando dal Cardinale Angelo Sodano, che ringrazio per le belle parole e per i fervidi auguri che mi ha indirizzato anche a nome vostro. Il Cardinale Decano ci ha ricordato un’espressione che ritorna spesso in questi giorni nella liturgia latina: Prope est iam Dominus, venite, adoremus! Il Signore è ormai vicino, venite adoriamolo! Anche noi, come un’unica famiglia ci disponiamo ad adorare, nella grotta di Betlemme, quel Bambino che è Dio stesso fattosi così vicino da diventare uomo come noi. Ricambio volentieri gli auguri e ringrazio di cuore tutti, compresi i Rappresentanti Pontifici sparsi per il mondo, per la generosa e qualificata collaborazione che ognuno di voi presta al mio Ministero. Ci troviamo alla fine di un anno che nuovamente, nella Chiesa e nel mondo, è stato caratterizzato da molteplici situazioni travagliate, da grandi questioni e sfide, ma anche da segni di speranza. Menziono soltanto alcuni momenti salienti nell’ambito della vita della Chiesa e del mio ministero petrino. Ci sono stati - come menzionato dal Cardinale Decano - anzitutto i viaggi in Messico e a Cuba – incontri indimenticabili con la forza della fede, profondamente radicata nei cuori degli uomini, e con la gioia per la vita che scaturisce dalla fede. Ricordo che, dopo l’arrivo in Messico, ai bordi della lunga strada da percorrere, c’erano interminabili schiere di persone che salutavano, sventolando fazzoletti e bandiere. Ricordo che durante il tragitto verso Guanajuato, pittoresca capitale dello Stato omonimo, c’erano giovani devotamente inginocchiati ai margini della strada per ricevere la benedizione del Successore di Pietro; ricordo come la grande liturgia nelle vicinanze della statua di Cristo Re sia diventata un atto che ha reso presente la regalità di Cristo – la sua pace, la sua giustizia, la sua verità. Tutto ciò sullo sfondo dei problemi di un Paese che soffre per molteplici forme di violenza e per le difficoltà di dipendenze economiche. Sono problemi che, certo, non possono essere risolti semplicemente mediante la religiosità, ma lo possono ancor meno senza quella purificazione interiore dei cuori che proviene dalla forza della fede, dall’incontro con Gesù Cristo. E c’è stata poi l’esperienza di Cuba – anche qui le grandi liturgie, nei cui canti, preghiere e silenzi si è resa percepibile la presenza di Colui al quale, per molto tempo, si era voluto rifiutare un posto nel Paese. La ricerca, in quel Paese, di una giusta impostazione del rapporto tra vincoli e libertà, sicuramente non può riuscire senza un riferimento a quei criteri di fondo che si sono manifestati all’umanità nell’incontro con il Dio di Gesù Cristo. Quali ulteriori tappe dell’anno che volge al termine, vorrei menzionare la grande Festa della Famiglia a Milano, come anche la visita in Libano con la consegna dell’Esortazione Apostolica Postsinodale, che ora dovrà costituire, nella vita delle Chiese e della società in Medio Oriente, un orientamento sulle difficili vie dell’unità e della pace. L’ultimo avvenimento importante di questo anno che sta tramontando è stato il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione che è stato contemporaneamente un inizio comunitario dell’Anno della Fede, con cui commemoriamo l’inaugurazione del Concilio Vaticano II, cinquant’anni orsono, per comprenderlo e assimilarlo nuovamente nella mutata situazione. Con tutte queste occasioni si sono toccati temi fondamentali del nostro momento storico: la famiglia (Milano), il servizio alla pace nel mondo e il dialogo interreligioso (Libano), come anche l’annuncio del messaggio di Gesù Cristo nel nostro tempo a coloro che ancora non l’hanno incontrato e ai tanti che lo conoscono soltanto dall’esterno e, proprio per questo, non lo ri-conoscono. Tra queste grandi tematiche vorrei riflettere un po’ più dettagliatamente soprattutto sul tema della famiglia e sulla natura del dialogo, per aggiungere poi ancora una breve annotazione sul tema della Nuova Evangelizzazione. La grande gioia con cui a Milano si sono incontrate famiglie provenienti da tutto il mondo ha mostrato che, nonostante tutte le impressioni contrarie, la famiglia è forte e viva anche oggi. È incontestabile, però, anche la crisi che – particolarmente nel mondo occidentale – la minaccia fino nelle basi. Mi ha colpito che nel Sinodo si sia ripetutamente sottolineata l’importanza della famiglia per la trasmissione della fede come luogo autentico in cui si trasmettono le forme fondamentali dell’essere persona umana. Le si impara vivendole e anche soffrendole insieme. Così si è reso evidente che nella questione della famiglia non si tratta soltanto di una determinata forma sociale, ma della questione dell’uomo stesso – della questione di che cosa sia l’uomo e di che cosa occorra fare per essere uomini in modo giusto. Le sfide in questo contesto sono complesse. C’è anzitutto la questione della capacità dell’uomo di legarsi oppure della sua mancanza di legami. Può l’uomo legarsi per tutta una vita? Corrisponde alla sua natura? Non è forse in contrasto con la sua libertà e con l’ampiezza della sua autorealizzazione? L’uomo diventa se stesso rimanendo autonomo e entrando in contatto con l’altro solo mediante relazioni che può interrompere in ogni momento? Un legame per tutta la vita è in contrasto con la libertà? Il legame merita anche che se ne soffra? Il rifiuto del legame umano, che si diffonde sempre più a causa di un’errata comprensione della libertà e dell’autorealizzazione, come anche a motivo della fuga davanti alla paziente sopportazione della sofferenza, significa che l’uomo rimane chiuso in se stesso e, in ultima analisi, conserva il proprio “io” per se stesso, non lo supera veramente. Ma solo nel dono di sé l’uomo raggiunge se stesso, e solo aprendosi all’altro, agli altri, ai figli, alla famiglia, solo lasciandosi plasmare nella sofferenza, egli scopre l’ampiezza dell’essere persona umana. Con il rifiuto di questo legame scompaiono anche le figure fondamentali dell’esistenza umana: il padre, la madre, il figlio; cadono dimensioni essenziali dell’esperienza dell’essere persona umana. Il Gran Rabbino di Francia, Gilles Bernheim, in un trattato accuratamente documentato e profondamente toccante, ha mostrato che l’attentato, al quale oggi ci troviamo esposti, all’autentica forma della famiglia, costituita da padre, madre e figlio, giunge ad una dimensione ancora più profonda. Se finora avevamo visto come causa della crisi della famiglia un fraintendimento dell’essenza della libertà umana, ora diventa chiaro che qui è in gioco la visione dell’essere stesso, di ciò che in realtà significa l’essere uomini. Egli cita l’affermazione, diventata famosa, di Simone de Beauvoir: “Donna non si nasce, lo si diventa” (“On ne naît pas femme, on le devient”). In queste parole è dato il fondamento di ciò che oggi, sotto il lemma “gender”, viene presentato come nuova filosofia della sessualità. Il sesso, secondo tale filosofia, non è più un dato originario della natura che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi. La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela. Secondo il racconto biblico della creazione, appartiene all’essenza della creatura umana di essere stata creata da Dio come maschio e come femmina. Questa dualità è essenziale per l’essere umano, così come Dio l’ha dato. Proprio questa dualità come dato di partenza viene contestata. Non è più valido ciò che si legge nel racconto della creazione: “Maschio e femmina Egli li creò” (Gen 1,27). No, adesso vale che non è stato Lui a crearli maschio e femmina, ma finora è stata la società a determinarlo e adesso siamo noi stessi a decidere su questo. Maschio e femmina come realtà della creazione, come natura della persona umana non esistono più. L’uomo contesta la propria natura. Egli è ormai solo spirito e volontà. La manipolazione della natura, che oggi deploriamo per quanto riguarda l’ambiente, diventa qui la scelta di fondo dell’uomo nei confronti di se stesso. Esiste ormai solo l’uomo in astratto, che poi sceglie per sé autonomamente qualcosa come sua natura. Maschio e femmina vengono contestati nella loro esigenza creazionale di forme della persona umana che si integrano a vicenda. Se, però, non esiste la dualità di maschio e femmina come dato della creazione, allora non esiste neppure più la famiglia come realtà prestabilita dalla creazione. Ma in tal caso anche la prole ha perso il luogo che finora le spettava e la particolare dignità che le è propria. Bernheim mostra come essa, da soggetto giuridico a sé stante, diventi ora necessariamente un oggetto, a cui si ha diritto e che, come oggetto di un diritto, ci si può procurare. Dove la libertà del fare diventa libertà di farsi da sé, si giunge necessariamente a negare il Creatore stesso e con ciò, infine, anche l’uomo quale creatura di Dio, quale immagine di Dio viene avvilito nell’essenza del suo essere. Nella lotta per la famiglia è in gioco l’uomo stesso. E si rende evidente che là dove Dio viene negato, si dissolve anche la dignità dell’uomo. Chi difende Dio, difende l’uomo. Con ciò vorrei giungere al secondo grande tema che, da Assisi fino al Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione, ha pervaso tutto l’anno che volge al termine: la questione cioè del dialogo e dell’annuncio. Parliamo anzitutto del dialogo. Vedo per la Chiesa nel nostro tempo soprattutto tre campi di dialogo nei quali essa deve essere presente, nella lotta per l’uomo e per che cosa significhi essere persona umana: il dialogo con gli Stati, il dialogo con la società – in esso incluso il dialogo con le culture e con la scienza – e, infine, il dialogo con le religioni. In tutti questi dialoghi, la Chiesa parla a partire da quella luce che le offre la fede. Essa, però, incarna al tempo stesso la memoria dell’umanità che, fin dagli inizi e attraverso i tempi, è memoria delle esperienze e delle sofferenze dell’umanità, in cui la Chiesa ha imparato ciò che significa essere uomini, sperimentandone il limite e la grandezza, le possibilità e le limitazioni. La cultura dell’umano, di cui essa si fa garante, è nata e si è sviluppata dall’incontro tra la rivelazione di Dio e l’esistenza umana. La Chiesa rappresenta la memoria dell’essere uomini di fronte a una civiltà dell’oblio, che ormai conosce soltanto se stessa e il proprio criterio di misure. Ma come una persona senza memoria ha perso la propria identità, così anche un’umanità senza memoria perderebbe la propria identità. Ciò che, nell’incontro tra rivelazione ed esperienza umana, è stato mostrato alla Chiesa va, certo, al di là dell’ambito della ragione, ma non costituisce un mondo particolare che per il non credente sarebbe senza alcun interesse. Se l’uomo con il proprio pensiero entra nella riflessione e nella comprensione di quelle conoscenze, esse allargano l’orizzonte della ragione e ciò riguarda anche coloro che non riescono a condividere la fede della Chiesa. Nel dialogo con lo Stato e con la società, la Chiesa certamente non ha soluzioni pronte per le singole questioni. Insieme con le altre forze sociali, essa lotterà per le risposte che maggiormente corrispondano alla giusta misura dell’essere umano. Ciò che essa ha individuato come valori fondamentali, costitutivi e non negoziabili dell’esistenza umana, lo deve difendere con la massima chiarezza. Deve fare tutto il possibile per creare una convinzione che poi possa tradursi in azione politica. Nella situazione attuale dell’umanità, il dialogo delle religioni è una condizione necessaria per la pace nel mondo, e pertanto è un dovere per i cristiani come pure per le altre comunità religiose. Questo dialogo delle religioni ha diverse dimensioni. Esso sarà innanzi tutto semplicemente un dialogo della vita, un dialogo della condivisione pratica. In esso non si parlerà dei grandi temi della fede – se Dio sia trinitario o come sia da intendere l’ispirazione delle Sacre Scritture ecc. Si tratta dei problemi concreti della convivenza e della responsabilità comune per la società, per lo Stato, per l’umanità. In ciò bisogna imparare ad accettare l’altro nel suo essere e pensare in modo diverso. A questo scopo è necessario fare della responsabilità comune per la giustizia e per la pace il criterio di fondo del colloquio. Un dialogo in cui si tratta di pace e di giustizia diventa da sé, al di là di ciò che è semplicemente pragmatico, una lotta etica circa la verità e circa l'essere umano; un dialogo circa le valutazioni che sono presupposte al tutto. Così il dialogo, in un primo momento meramente pratico, diventa tuttavia anche una lotta per il giusto modo di essere persona umana. Anche se le scelte di fondo non sono come tali in discussione, gli sforzi intorno a una questione concreta diventano un processo in cui, mediante l’ascolto dell’altro, ambedue le parti possono trovare purificazione e arricchimento. Così questi sforzi possono avere anche il significato di passi comuni verso l’unica verità, senza che le scelte di fondo vengano cambiate. Se ambedue le parti muovono da un’ermeneutica di giustizia e di pace, la differenza di fondo non scomparirà, crescerà tuttavia anche una vicinanza più profonda tra loro. Per l’essenza del dialogo interreligioso, oggi in genere si considerano fondamentali due regole: 1. Il dialogo non ha di mira la conversione, bensì la comprensione. In questo si distingue dall’evangelizzazione, dalla missione. 2. Conformemente a ciò, in questo dialogo ambedue le parti restano consapevolmente nella loro identità, che, nel dialogo, non mettono in questione né per sé né per gli altri. Queste regole sono giuste. Penso, tuttavia, che in questa forma siano formulate troppo superficialmente. Sì, il dialogo non ha di mira la conversione, ma una migliore comprensione reciproca: ciò è corretto. La ricerca di conoscenza e di comprensione, però, vuole sempre essere anche un avvicinamento alla verità. Così, ambedue le parti, avvicinandosi passo passo alla verità, vanno in avanti e sono in cammino verso una più grande condivisione, che si fonda sull’unità della verità. Per quanto riguarda il restare fedeli alla propria identità: sarebbe troppo poco se il cristiano con la sua decisione per la propria identità interrompesse, per così dire, in base alla sua volontà, la via verso la verità. Allora il suo essere cristiano diventerebbe qualcosa di arbitrario, una scelta semplicemente fattuale. Allora egli, evidentemente, non metterebbe in conto che nella religione si ha a che fare con la verità. Rispetto a questo direi che il cristiano ha la grande fiducia di fondo, anzi, la grande certezza di fondo di poter prendere tranquillamente il largo nel vasto mare della verità, senza dover temere per la sua identità di cristiano. Certo, non siamo noi a possedere la verità, ma è essa a possedere noi: Cristo, che è la Verità, ci ha presi per mano, e sulla via della nostra ricerca appassionata di conoscenza sappiamo che la sua mano ci tiene saldamente. L’essere interiormente sostenuti dalla mano di Cristo ci rende liberi e al tempo stesso sicuri. Liberi: se siamo sostenuti da Lui, possiamo entrare in qualsiasi dialogo apertamente e senza paura. Sicuri, perché Egli non ci lascia, se non siamo noi stessi a staccarci da Lui. Uniti a Lui, siamo nella luce della verità. Alla fine, è doverosa ancora una breve annotazione sull’annuncio, sull’evangelizzazione, di cui infatti, a seguito delle proposte dei Padri sinodali, parlerà ampiamente il documento postsinodale. Trovo che gli elementi essenziali del processo di evangelizzazione appaiano in modo molto eloquente nel racconto di san Giovanni sulla chiamata di due discepoli del Battista, che diventano discepoli di Cristo (cfr Gv 1,35-39). C’è anzitutto il semplice atto dell’annuncio. Giovanni Battista addita Gesù e dice: “Ecco l’agnello di Dio!” Un po’ più avanti l’evangelista racconta un evento simile. Questa volta è Andrea che dice a suo fratello Simone: “Abbiamo trovato il Messia” (1,41). Il primo e fondamentale elemento è il semplice annuncio, il kerigma, che attinge la sua forza dalla convinzione interiore dell’annunciatore. Nel racconto dei due discepoli segue poi l’ascolto, l’andare dietro i passi di Gesù, un seguire che non è ancora sequela, ma piuttosto una santa curiosità, un movimento di ricerca. Sono, infatti, ambedue persone alla ricerca, persone che, al di là del quotidiano, vivono nell’attesa di Dio – nell’attesa perché Egli c’è e quindi si mostrerà. Toccata dall’annuncio, la loro ricerca diventa concreta. Vogliono conoscere meglio Colui che il Battista ha qualificato come Agnello di Dio. Il terzo atto poi prende avvio per il fatto che Gesù si volge indietro, si volge verso di essi e domanda loro: “Che cosa cercate?”. La risposta dei due è, nuovamente, una domanda che indica l’apertura della loro attesa, la disponibilità a fare nuovi passi. Domandano: “Rabbì, dove dimori?” La risposta di Gesù: “Venite e vedrete!” è un invito ad accompagnarlo e, camminando con Lui, a diventare vedenti. La parola dell’annuncio diventa efficace là dove nell’uomo esiste la disponibilità docile per la vicinanza di Dio; dove l’uomo è interiormente in ricerca e così in cammino verso il Signore. Allora, l’attenzione di Gesù per lui lo colpisce al cuore e poi l’impatto con l’annuncio suscita la santa curiosità di conoscere Gesù più da vicino. Questo andare con Lui conduce al luogo dove Gesù abita, nella comunità della Chiesa, che è il suo Corpo. Significa entrare nella comunione itinerante dei catecumeni, che è una comunione di approfondimento e, insieme, di vita, in cui il camminare con Gesù ci fa diventare vedenti. “Venite e vedrete!” Questa parola che Gesù rivolge ai due discepoli in ricerca, la rivolge anche alle persone di oggi che sono in ricerca. Alla fine dell’anno vogliamo pregare il Signore, affinché la Chiesa, nonostante le proprie povertà, diventi sempre più riconoscibile come sua dimora. Lo preghiamo perché, nel cammino verso la sua casa, renda anche noi sempre più vedenti, affinché possiamo dire sempre meglio e in modo sempre più convincente: Abbiamo trovato Colui, del quale è in attesa tutto il mondo, Gesù Cristo, vero Figlio di Dio e vero uomo. In questo spirito auguro di cuore a tutti voi un Santo Natale e un felice Anno Nuovo. Grazie. © Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana
  

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S. NATALE 2012
S. Messa Giovedì 20 Dicembre - ore 12:30 (presso la Cappella dell’Osp. S. Giovanni)
A.M.C.I. Roma, 15/12/2012. Azienda Ospedaliera San Giovanni – Addolorata. A. M. C. I. (Associazione Medici Cattolici Italiani) e le Associazioni di Volontariato Aziendale invitano alla celebrazione della S. Messa Giovedì 20 Dicembre alle ore 12:30 presso la Cappella dell’Osp. S. Giovanni. La Celebrazione sarà presieduta da S.E. Mons. L. LEUZZI, Vescovo Ausiliare della Pastorale Sanitaria. Il referente AMCI aziendale (Dr. M. Malacrinis) unitamente a tutti gli associati ringraziano per la partecipazione ed augurano “BUONE FESTE”.
  

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L’ultima “partita nazionale” della Sierra Leone
Le recenti elezioni politiche e presidenziali del 2012
A.M.C.I. Roma, 29/11/2012. I giocatori, che sono scesi in campo per l’ultima partita nazionale, hanno ormai deciso la sorte del Paese. Ernest Bai Koroma, del APC (All People's Congress), che ha tenuto la “palla della presidenza” per i passati 5 anni, continuerà a tenere la palla e a dominare la partita politica ed economica anche per i prossimi 5 anni. La maglia rossa ha vinto così la partita, e - per ora - ha battuto quelli della maglia verde di Julius Maada Bio, del SLPP (Sierra Leone People's Party). I risultati delle elezioni politiche e presidenziali della Sierra Leone stanno uscendo e la National Electoral Commission (NEC), diretta da Christiana A. M. Thorpe, il 23 novembre scorso ha dato il risultato definitivo per quelle presidenziali. Ernest Bai Koroma del APC, di 59 anni, è stato così rieletto Presidente - per un secondo mandato - battendo al primo turno (con il 58,7% dei voti validi, ovvero 1,314,881 dei suffragi) Julius Maada Bio, di 48 anni, del SLPP (con il 37,4% dei suffragi). La maggioranza richiesta era del 55%. In caso contrario si sarebbe richiesto un ballottaggio, con un secondo turno di elezioni. Si aspettano ora i risultati delle votazioni per il parlamento, i Consiglieri locali e i Mayors. Si conclude così una partita vivace, ma allo stesso tempo democratica. Ora si spera che, con i risultati ottenuti, il Paese cammini verso il meglio e realizzi, poco per volta, le tante promesse fatte dai giocatori di questa partita politica e amministrativa. In gioco sono le ricche risorse naturali del Paese per una Nazione appena uscita da una lunga guerra civile (11 anni) e che copre gli ultimi posti delle liste internazionali per sviluppo e gli standard di vita. La gente vorrebbe poter partecipare più attivamente a quelli che sono i frutti ricavati dall’estrazione delle ricchezze nazionali (come ad es. il rutilio, i diamanti, le pietre preziose, la bauxite, l’oro e il ferro, … la recente scoperta di petrolio in mare, ecc... per non parlare delle foreste e della pesca), aumentata in questi anni del 35%, ma in un Paese che ha sacche di povertà del 78% e un income procapite di 1,25 dollari al giorno. La disoccupazione giovanile, con una popolazione che ha più dei tre quarti di abitanti giovanissima, attende una risposta urgente. Le strutture sanitarie sono poverissime e le risorse per lo sviluppo (come elettricità, acqua potabile, lo standard di educazione, trasporto pubblico, vie di comunicazione) sono purtroppo insufficienti e inadeguate. La passata guerra civile ha lasciato ingiustizie e danni - alle comunità e ai singoli - non più ripagati. Le distruzioni o le aree danneggiate non sempre rimpiazzate adeguatamente (anche se poi - ufficialmente - alcuni dei provocatori hanno subito una condanna internazionale). Non credo che bastino più le buone o le vuote promesse. La Sierra Leone si attende un futuro migliore e una vita che possa essere più dignitosa per tutti. Per tante persone che vivono (o che vivranno) in quella terra, il futuro si costruisce oggi e “la partita” ricomincia da capo. Se non si segnano i goals, si corre invano per il campo. La gente aspetta in fretta alcuni di questi goals … e vorrebbe vincere in fretta la partita della vita. Gerardo Caglioni sx gerardo.46@libero.it
  

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Festa di San Luca Evangelista, Patrono dei Medici
Invito alla solenne Concelebrazione Eucaristica per i medici e i responsabili delle istituzioni Sanitarie di Roma
Diocesi di Roma, 18/10/2012. DIOCESI DI ROMA Ufficio per la Pastorale della Salute Mons. Andrea Manto, Direttore dell’Ufficio Diocesano di Pastorale della Salute, in occasione della Festa di San Luca Evangelista, Patrono dei Medici, è lieto di invitare la S.V. alla solenne Concelebrazione Eucaristica per i medici e i responsabili delle istituzioni Sanitarie di Roma, che avrà luogo Giovedì 18 ottobre 2012 - ore 18.30 Basilica di San Giovanni in Laterano La Celebrazione sarà presieduta da S.E. Mons. Lorenzo Leuzzi Vescovo Ausiliare di Roma, delegato per la Pastorale della Salute.
  

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18 Ottobre Festa S. Luca
Appuntamento tra le 18,00 e le 18,15 a destra dell’entrata principale della Basilica di San Giovanni in Laterano.
A.M.C.I. Roma, 18/10/2012. Giovedì 18 ottobre p.v. è la festa del Santo Patrono, con la quale si apre l’anno sociale e la Celebrazione Eucaristica, presieduta da Sua Ec.za Mons. Lorenzo Lezzi Vescovo Ausiliare di Roma, Delegato per la Pastorale della Salute si terrà alle ore 18,30 presso la Basilica di San Giovanni in Laterano. Nella riunione del Direttivo dell’ 8 ottobre u.s. abbiamo registrato con grande piacere la presenza di Mons. Andrea Manto che ha dichiarato di tenere molto alla presenza degli iscritti AMCI, cui avrebbe riservato una particolare posizione nell’ambito della Chiesa. Nella certezza che sarete presenti voi, i vostri familiari e amici Vi comunico anche che la presenza dei Medici Cattolici sarà fondamentale per il futuro assetto per la Pastorale Sanitaria. L’appuntamento per tutti è tra le 18,00 e le 18,15 a destra dell’entrata principale della Basilica dove troverete Franco Splendori e il sottoscritto ad accogliervi. Cordialmente, Luca Chinni
  

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AMCI Roma si raccoglie in preghiera per la scomparsa di S.E. il cardinale Carlo Maria Martini
Preghiamo per S.E. il cardinale Carlo Maria Martini, scomparso ieri all'età di 85 anni
A.M.C.I. Roma, 01/09/2012. I medici cattolici AMCI della Sezione di Roma partecipano commossi alla dipartita di S.E. il cardinale Carlo Maria Martini e assicurano al tempo stesso preghiere di suffragio.
  

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Siria: la guerra, via senza uscita
Dichiarazione della Presidenza CCEE
dal Sito ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana, 20/07/2012. (Foto AFP/SIR). A fronte dell’ “escalation di violenza in Siria”, che causa “inevitabilmente lutti, distruzioni e gravi conseguenze per il nobile popolo siriano”, si alza l’appello del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa – a firma del Presidente, Péter Card. Erdõ, e dei due vice-presidenti, Card. Angelo Bagnasco e Mons. Józef Michalik – affinché “i cristiani d’Europa moltiplichino il loro impegno di preghiera per la pace in quella regione”, convinti che “non è mai troppo tardi per comprendersi, per negoziare e costruire insieme”. Leggi il documento completo sul Sito ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana, disponibile al seguente indirizzo Internet: http://www.chiesacattolica.it/chiesa_cattolica_italiana/news_e_mediacenter/ 00033833_Siria__la_guerra___via_senza_uscita.html
  

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Preoccupazione dell’Associazione Medici Cattolici Italiani per l’Ospedalità religiosa.
Presidenza Nazionale AMCI
A.M.C.I. Roma, 07/07/2012. L’Associazione Medici Cattolici Italiani, in riferimento alla critica situazione venutasi a determinare in alcune significative istituzioni cattoliche operanti nel campo sanitario e, in particolare, nel Policlinico Agostino Gemelli di Roma, ravvisa la sussistenza di un clima di attacco e di ostilità montante nei confronti della ospedalità religiosa che ritiene doveroso segnalare alla pubblica opinione – è quanto dichiara il presidente Nazionale Prof. Vincenzo Saraceni. Questo, a prescindere da eventuali carenze gestionali che non vogliamo sottovalutare, sulle quali auspichiamo che si faccia sollecitamente chiarezza, ma che non possono mettere in nessun modo in discussione il valore di una presenza irrinunciabile al servizio della comunità. Permane, infatti, nell’AMCI la convinzione che il bagaglio culturale cattolico, con la connessa prassi di vocazionalità solidaristica di cui i nosocomi religiosi sono testimonianza concreta, costituisca patrimonio storico di assoluto rilievo ed espressione essenziale della civiltà italiana, dalla cui perdita o dal cui ridimensionamento deriverebbe un oggettivo depauperamento dei valori tipici tradizionali della società nazionale ed uno svilimento delle sue prospettive future. Roma, 26 giugno 2012
  

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Donne per le donne: il volto femminile del volontariato in sanità e non solo
18 Giugno 2012 ore 15:00 Università Cattolica del Sacro Cuore Policlinico A. Gemelli
A.M.C.I. Roma, 09/06/2012. O S S E R V A T O R I O MEDICINA ED ETICA IN ROSA Moderazione a cura di: Leda Galiuto Professore aggregato Istituto di Cardiologia Diana Barbara Piazzini Professore aggregato Istituto di Clinica Ortopedica Vicepresidente Associazione Medici Cattolici di Roma Alessia Rabini Professore aggregato Istituto di Ortopedia Contributo Speciale: On. Avv. Giulia Bongiorno Presidente Commissione Giustizia Camera dei Deputati “A difesa delle donne” Maria Bertolini Vicepresidente IRIS sezione territoriale di Roma “Assistenza psicologica alle madri affette da tumore” Daniela Terribile Professore Aggregato chirurgia senologica UCSC Vicepresidente Komen Italia “Ruolo della Susan G. Komen Italia nella lotta ai tumori al seno” Lucia Masini Professore Aggregato Dipartimento per la tutela della salute delle donne “Volontariato sanitario e non solo nei paesi del terzo mondo” Giuliana Di Carlo Associazione “Un lago di donne” “Fare squadra per vincere: creare una rete di aiuto per sconfiggere la paura” Robin Tonci Presidente della Squadra di Velia “Presenza e testimonianza della forza delle donne nel territorio etrusco” Valeria Masciullo Dirigente medico dipartimento per la tutela della salute delle donne “Il volontariato e l’assistenza delle donne vittime di violenza: esperienza dello sportello A.da Paola Pellicanò Dirigente medico centro studi e ricerche regolazione naturale della fertilità “La regolazione naturale della fertilità: un servizio alla donna e alla coppia” Bruna Bellesi Fondatrice progetto Nicaragua “Educazione, formazione e sostegno alle donne del nicaragua” Conclusioni a cura del Prof. Vincenzo Saraceni Presidente Nazionale Associazione Medici Cattolici Italiani Professore Ordinario Di Medicina Fisica e Riabilitazione Università La Sapienza Roma Sede Aula Brasca - Università Cattolica del Sacro Cuore Policlinico A. Gemelli - Largo F. Vito 1, Roma Per adesioni e informazioni: www.facebook.com/medicinaedeticainrosa
  

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Nell’ospedale che non c’è dove si curano anime e corpi
Il Segretario del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari racconta la sua esperienza tra i malati in Vietnam
L'Osservatore Romano, 26/05/2012. «L’ospedale come luogo di evangelizzazione, missione umana e spirituale»: sarà questo il tema della XXVII conferenza internazionale organizzata dal Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, che si terrà dal 15 al 17 novembre di quest’anno in Vaticano. Una scelta, dice monsignor Jean-Marie Mupendawatu, segretario del dicastero, fatta in considerazione dell’Anno della fede e del prossimo Sinodo dei vescovi incentrato sulla nuova evangelizzazione. La Chiesa, infatti, ha sempre avvertito il servizio ai malati come parte integrante della sua missione. Oggi tuttavia essa ha maturato una più chiara consapevolezza del ruolo attivo del malato, non solo destinatario di un servizio pastorale ma chiamato al compito di protagonista e responsabile dell’opera di evangelizzazione e di salvezza. «E certamente l’ospedale — dice il prelato — è un luogo privilegiato nel quale egli può realizzare questa sua peculiare missione umana e spirituale». Ma lo è ancor di più dove «ospedale è lui stesso, cioè il malato», i medici «sono dei volontari» e le corsie sono «lo scantinato o il garage di una parrocchia», come accade là dove la Chiesa non ha ancora pieno diritto di cittadinanza. In proposito il segretario racconta l’esperienza vissuta recentemente in Vietnam, dove si è recato per celebrare la Giornata mondiale del malato. D: In cosa consistono e come nascono questi singolari ospedali vietnamiti? R: Sono l’esempio più bello della carità della Chiesa che si manifesta anche nelle più dure ristrettezze, sia economiche che sociali. Ne ho visitato uno ad Hôchiminh Ville, nel febbraio scorso, quando sono andato in Vietnam per celebrare con la Chiesa locale la Giornata del malato. È stato voluto dal cardinale Jean-Baptiste Pham Minh Mân, arcivescovo di Thàn-Phô Hô Chí Minh. Generalmente sono piccole strutture ricavate in garage o scantinati di parrocchie, allestite in modo semplicissimo e con scarsi mezzi, nelle quali vengono assistiti malati che non hanno possibilità di accedere alle cure perché estremamente poveri. Nella struttura di Hôchiminh Ville sono assistiti malati terminali, soprattutto quelli colpiti dall’Aids. Arrivano la mattina ma la sera devono rientrare nelle loro case. Per legge non possono trascorrere la notte in questi locali. Vengono quindi ricoverati dalla mattina alla sera per fare un’analisi, per avere i medicinali, per farsi curare piaghe o ferite. Quando però la situazione richiede interventi più complessi, c’è l’obbligo di trasferire le persone all’ospedale. D: Chi lavora in queste strutture? R: È proprio questa la più bella testimonianza offerta dalla Chiesa: vedere la grande lezione d’amore dei tanti volontari che prestano la loro opera accanto a questa gente. Dunque è persino improprio parlare di lavoro. A meno che non si intenda parlare di lavoro missionario. Ci sono religiosi di diverse congregazioni, suore e moltissimi laici che si aiutano l’un l’altro per alleviare le sofferenze di quanti si rivolgono alla struttura. Inoltre, ci sono medici che lavorano normalmente negli ospedali pubblici, i quali sono ben lieti di dedicare il loro tempo libero a quest’opera caritatevole. Numerosi anche gli studenti di medicina. Ricordiamo che in quel Paese la Chiesa non ha — non può avere — né istituti di cura né istituti d’istruzione. D: Qual è l’atteggiamento delle autorità nei confronti di queste strutture? R: Diciamo che, come accade in tante altre realtà, c’è una porzione importante della popolazione che non ha accesso praticamente alle cure, a causa della sua povertà. La Chiesa se ne prende carico ma lo fa in modo molto discreto e senza pubblicità. È un impegno molto importante soprattutto per fronteggiare l’Aids. D: Quante ce ne sono nel Paese di queste strutture? R: Direi che nelle parrocchie più grandi è possibile organizzarle. Per esempio in quella dei domenicani, dove abbiamo celebrato la messa per la Giornata del malato, ne hanno allestita una abbastanza grande. Anche se hanno pochi mezzi, riescono a fare un ottimo lavoro di assistenza. Hanno persino un’ambulanza, dono della Conferenza episcopale italiana, con la quale vanno a prendere i malati al mattino e li riportano a casa la sera. Ci sono poi le suore della Carità che fanno un lavoro straordinario a favore delle donne con problemi psichici, che vengono letteralmente raccolte per strada, perché spesso non hanno nessuno che si occupi di loro. Le curano in un modo straordinario. Realizzano veramente quell’ospedale della carità, ispirato da madre Teresa, che non ha altre mura se non quelle dell’amore. E sono luoghi-non luoghi di evangelizzazione straordinari. D: Che non soffrono certo di problemi di gestione. R: Assolutamente. Gestiscono l’amore, quello ricevuto in dono da Cristo: e si tratta di un bene che non va mai in crisi. Cosa che invece può capitare quando ci sono da gestire strutture sanitarie complesse. Anzi, in questa ottica gli istituti diventano quasi un ostacolo perché impegnano in compiti che hanno poco a che fare con la spiritualità della pastorale. Ma certo l’ottica è completamente diversa, perché bisogna considerare altri contesti. Resta comunque il fatto che missionari e volontari dimostrano ancora una volta che la Chiesa non è fatta di strutture ma di persone, che il nostro tempio è il corpo, il corpo di Cristo. D: È dunque una Chiesa viva, quella che è in Vietnam. R: È una bellissima Chiesa, che ha tanti giovani, tante vocazioni. Ho visto l’attenzione dei pastori — cominciando dal cardinale stesso — nel promuovere le vocazioni. Ci sono pochi seminari ma sono molto frequentati. I fedeli partecipano come possono, attivamente e con tanto fervore. Alla messa per la Giornata mondiale la bellissima cattedrale di Hôchiminh Ville era gremitissima. C’erano tanti malati ma anche moltissimi giovani, quelli che aiutano. E la cosa straordinaria è che tra loro c’erano anche diverse persone di altre religioni, soprattutto buddisti. Testimonianza interessantissima. Anzi, ci sono molti centri nei quali cattolici e buddisti lavorano insieme. D: Possono essere un esempio per alcune delle istituzioni gestite da enti e congregazioni religiose in Italia e nel mondo? R: Dobbiamo tornare secondo me alla «missione» della Chiesa nel mondo della salute. Perché, questo è il punto, noi ci siamo per continuare l’operato del Signore. E per il Signore il luogo di cura è un luogo di evangelizzazione, di carità, di amore. A una persona che ha bisogno, bussa e chiede, occorre rispondere come ci ha detto di fare il Signore. Del resto, ce lo ha mostrato lui stesso. Con la medicina, con la scienza, noi possiamo restituire la guarigione, ma non dobbiamo limitarci a ciò. Questo è il rischio: si bada solo al corpo, si pensa solo a restituire salute in conseguenza di una domanda fisiologica. Si corre così il rischio di non compiere pienamente il mandato del Signore, che comprende anche la salute dell’anima. Il fine della missione della Chiesa è la salus animarum. Questo è il criterio che si deve seguire per valutare ogni cosa che fa la Chiesa. Se noi cerchiamo di costruire un bellissimo ospedale senza anima, senza salvezza, siamo fuori dalla missione che ci viene dal nostro Signore. Per questo non possiamo pensare da manager. Non è questo il nostro compito. Il Signore non ci ha detto di fare così. Potremmo anche lasciare gli ospedali, ma certo non possiamo lasciare il nostro servizio al mondo della sofferenza e della salute. È una missione da portare comunque avanti, anche al di fuori degli ospedali. L’esempio è lì, in quella terra del lontano oriente, dove la pastorale della salute si identifica veramente con la pastorale dell’amore e della carità. Mario Ponzi, 25 aprile 2012. Fonte articolo originale: http://www.osservatoreromano.va
  

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Roberto Lala (Omceo Roma) racconta i suoi progetti
“Voglio fare una mappa del lavoro medico a Roma”
Quotidiano Sanità, 25/03/2012. Lala (Omceo Roma): “Voglio fare una mappa del lavoro medico a Roma” Visite a sorpresa negli ospedali romani, per capire in che condizioni lavorano i medici “che poi diventano capri espiatori, sacrificati alla rabbia popolare e ai mass media”. Il neopresidente del più grande Ordine d’Europa racconta i suoi progetti e conferma il suo sostegno per la riconferma di Amedeo Bianco alla guida della Fnomceo. Roberto Lala, 62 anni, segretario nazionale del sindacato dei medici specialisti ambulatoriali, dal dicembre scorso è il presidente dell'Ordine dei medici più grande d'Europa, quello di Roma. Un incarico che ha voluto con tenacia, vincendo (al secondo tentativo) la sfida con Mario Falconi, che era alla presidenza dell'Ordine di Roma dal 2002. In questa intervista a Quotidiano Sanità Lala racconta quali sono i suoi progetti in questo nuovo ruolo, a cominciare dai "blitz" che sta compiendo negli ospedali della Capitale. Dottor Lala, perché ha deciso di fare queste visite a sorpresa negli ospedali romani? Sono stato eletto presidente dell’Ordine di Roma da pochi mesi e ho subito voluto vedere da vicino le realtà in cui lavorano i medici di questa città, per ascoltare i colleghi e conoscere sempre meglio le situazioni in cui si trovano a vivere. Dopo un primo incontro con i colleghi dell’Ospedale Pertini, ho continuato a “girare”, non solo negli ospedali ma anche nelle altre strutture in cui operano medici e odontoiatri. In queste settimane poi, i Pronto Soccorso della città sono stati oggetto di una particolare campagna di stampa e questa è una ragione in più per andare di persona a capire cosa succede. Cosa ha capito con queste visite? Purtroppo conoscevo già gran parte dei problemi: carenze di organico, difficoltà organizzative, problemi di bilancio. Una condizione di frustrazione e di disagio per tanti medici, nella quale si garantisce il servizio spesso solo grazie alla buona volontà. E che a volte non basta, come dimostrano proprio i casi balzati sulle prime pagine dei giornali del San Camillo e del Policlinico Umberto I. Noi medici sappiamo quali sono le condizioni in cui lavoriamo, ma dovremmo riuscire a comunicarlo anche ai cittadini: un Pronto Soccorso affollato oltre il limite di sopportazione, con gli organici insufficienti mette in gravissima difficoltà i pazienti, ma mette anche in difficoltà i medici che non riescono più a fare il loro lavoro dignitosamente. E che poi diventano anche capri espiatori, sacrificati alla rabbia popolare e ai mass media. Cosa può fare per tutto questo l’Ordine dei medici? Io credo possa fare molto, innanzi tutto rendendo visibile il disagio e dialogando poi con le istituzioni per cercare soluzioni praticabili ai problemi della sanità, nel rispetto di quelli che sono i problemi economici, di cui non possiamo non tener conto, ma che non ci devono impedire di cercare le soluzioni reali. Per questo chiederò un momento di confronto con la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini. Ma è un compito dell’Ordine? Occuparsi della condizione di lavoro dei medici, della sicurezza negli ambienti di lavoro credo che sia un modo concreto di declinare i temi dell’etica e della deontologia. E anche intervenire in tutte le situazioni di esercizio abusivo della professione vuol dire applicare il principio etico di tutela della salute dei cittadini, in grazia del quale l’Ordine è “organo ausiliario dello Stato”. Cos’altro ha in mente di fare come presidente? Voglio riuscire a disegnare un panorama completo della professione a Roma, anche per poter dare indicazioni e consigli ai giovani medici che, usciti dall’Università, devono imparare una materia che negli Atenei non si insegna: fare il medico. Mi piacerebbe riuscire a pubblicare un manuale, da consegnare ai neo laureati insieme al tradizionale Giuramento di Ippocrate, che riassuma informazioni pratiche: cosa vuol dire fare un certificato, quali sono i problemi per aprire uno studio medico o per entrare in un ambulatorio con altri colleghi, indicazioni per capire quali sono le reali possibilità lavorative, informazioni su come funziona il nostro sistema previdenziale. E poi vorrei sviluppare i servizi rivolti ai colleghi di età intermedia, alcuni dei quali vivono uno stato di forte sofferenza: un medico di 45-50 anni, che lotta ancora con problemi di precariato, vive una difficoltà anche maggiore rispetto ad un 30enne, perché fatalmente ha meno smalto. Se si riesce a conoscere profondamente la realtà locale, l’Ordine può indirizzarlo verso le scelte più vantaggiose, verso le aree più richieste. Infine credo che dovremo aprire uno sportello per coloro che si stanno avvicinando al momento della pensione, visto che oggi questo è un terreno particolarmente sensibile. L’Ordine di Roma aveva avviato un esperimento interessante in materia di mediazione civile, creando “Accordia”. Pensa di mantenerlo in piedi? Purtroppo Accordia non ha dato i risultati che ci si attendeva, registrando negli anni sempre meno richieste. Oggi inoltre la situazione è profondamente cambiata perché la mediazione non è più un atto volontaristico, ma un preciso istituto giuridico. Credo che l’Ordine possa muoversi in questo ambito su due fronti. Da una parte promuovendo un dialogo con i cittadini che smascheri gli interessi di chi specula sul contenzioso legale. Dall’altra l’Ordine può promuovere la creazione di un gruppo di esperti di grande spessore nelle diverse branche della medicina, che possa vigilare sulle procedure di mediazione, offrendo alla giustizia un contributo qualificato, a tutela dei medici ma anche dei cittadini. E per l’Ecm cosa pensate di fare? L’Ordine di Roma, in quanto provider accreditato, già organizzava corsi Ecm. Un’attività che vorrei sviluppare soprattutto, tenendo conto delle dimensioni del nostro Ordine e delle diverse esigenze delle varie aree mediche, con corsi in modalità Fad o blended, ovvero misti tra Fad e residenziali. L’obiettivo è creare un vero polo Ecm, con una piattaforma dedicata e un’offerta crescente. Molti progetti, che chiederanno anche molti fondi. Riuscirete a realizzarli senza aumentare la quota di iscrizione? Ho ripetuto spesso in campagna elettorale che l’Ordine di Roma ha una quota d’iscrizione tra le più alte d’Italia, e non voglio in alcun modo alzarla ulteriormente. Piuttosto penso che sia arrivato il momento di usare il bilancio significativo che ne deriva in modo più razionale e quindi aumentando il numero di servizi a disposizione degli iscritti. Mi piacerebbe, per esempio, fornire a tutti i medici e gli odontoiatri di Roma, con oneri completamente a carico dell’Ordine, una casella Pec. Sono in trattative con diversi gestori, spero di riuscire a farcela spuntando un prezzo sostenibile per il nostro bilancio. Nei prossimi giorni si vota per il rinnovo dei vertici Fnomceo. Sosterrà ancora Amedeo Bianco? La sua presidenza in questi anni si è fondata sulla stessa idea che è risultata vincente a Roma: l’unità della professione. Quindi sono assolutamente in sintonia con Amedeo Bianco e sosterrò lui e la sua squadra con convinzione, perché in questi anni ha fatto un ottimo lavoro ed ha inciso profondamente e positivamente sulla funzione e sulla visibilità della Federazione. Lei però non si candiderà per la Fnomceo. Come mai? Ho assunto la presidenza dell’Ordine dei medici più grande d’Europa e sono anche stato eletto nel CdA dell’Enpam. Credo che sia giusto non assumere altri incarichi, che porterebbero sovrapposizioni non facili da gestire e che, temo, non potrei seguire in modo fattivo e concreto. Preferisco lasciare spazio ad altri: mi piacerebbe, ad esempio, che venisse eletto Musa Awad, un medico di origine giordana che ha studiato e lavora in Italia da molti anni. L’ho visto lavorare nel nostro sindacato, il Sumai, e ho apprezzato la sua intelligenza e il suo entusiasmo. Credo che sarebbe un buon acquisto per la Fnomceo. Fonte www.quotidianosanita'.it, 21 Marzo 2012.
  

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Presentazione del Volume 'Paolo di Tarso - Confessioni', di Fortunato Frezza
L'Autore Mons. Fortunato Frezza sarà presente all'evento.
A.M.C.I. Roma, 12/03/2012. Il 13 Marzo 2012 alle ore 16:30, nella Sala Marconi della Radio Vaticana in Piazza Pia n.3, la Libreria Editrice Vaticana presenta il Volume 'Paolo di Tarso - Confessioni', di Fortunato Frezza. Intervengono S.Em.za Card. Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, Arciprete emerito della Basilica Papale di S. Paolo fuori le Mura, Ideatore e promotore dell'Anno Paolino; il Prof. Mons. Romano Penna, Professore emerito di Nuovo Testamento alla Pontificia Università Lateranense; la Prof. Bruna Costacurta, Professore ordinario di Antico Testamento alla Pontificia Università Gregoriana. Modera il Dott. Graziano Motta, Giornalista Responsabile della comunicazione dell'Anno Paolino. Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@lev.va - Tel. +39.06.69881204
  

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San Guido Maria Conforti
Biografia di San Guido Maria Conforti
A.M.C.I. Roma, 30/01/2012. Guido Maria Conforti nasce a Ravadese (Parma - Italia) il 30 marzo 1865. Lo stesso giorno viene battezzato. A 11 anni entra in seminario. Una malattia con manifestazioni di tipo epilettico fa ritardare l’ordinazione sacerdotale. Nel frattempo viene nominato vicerettore del seminario, dimostrando notevoli doti di educatore, ma soprattutto orientando i giovani alla santità con la testimonianza di una vita vissuta nella luce della fede. Riacquistata la salute, nel 1888 viene ordinato presbitero. Giovanissimo sacerdote, gli viene conferito l’incarico di “Direttore della Pia Opera della Propagazione della Fede”. Non ancora trentenne è chiamato a ricoprire l’ufficio di Vicario Generale. Non avendo potuto seguire, per ragioni di salute, la vocazione missionaria alla quale si sentiva chiamato, nel 1895 fonda la Pia Società di S. Francesco Saverio per le Missioni Estere (Missionari Saveriani) con lo scopo unico ed esclusivo della evangelizzazione dei non cristiani. Nel 1899 invia i primi due missionari in Cina, seguiti negli anni da tanti altri. Nel 1902, a soli 37 anni, viene chiamato da Papa Leone XIII a reggere l’Arcidiocesi di Ravenna. Per essere totalmente ed esclusivamente donato a Cristo e consacrato senza riserve al bene delle anime, il giorno della consacrazione episcopale emette i voti religiosi perpetui. Per due anni spende tutte le sue energie per il bene della diocesi, ma la salute non regge. Per senso di responsabilità verso il gregge a lui affidato, presenta le dimissioni che il Papa Pio X accetta. Ritorna quindi al suo Istituto dove si dedica alla formazione dei suoi allievi missionari. Ristabilitosi in salute, nel 1907 il Papa gli chiede di reggere la Diocesi di Parma. Per oltre 24 anni egli ne è il buon pastore. Promuove l’istruzione religiosa, fino a farne il punto capitale del suo impegno pastorale; istituisce scuole di dottrina cristiana in tutte le parrocchie; prepara catechisti e catechiste con appositi corsi di cultura religiosa e di pedagogia dell’insegnamento e, primo in Italia, celebra una settimana catechetica. Affrontando fatiche e disagi senza numero, compie quattro volte la visita pastorale recandosi fino nelle più piccole parrocchie. Una quinta visita pastorale è interrotta dalla morte. Celebra due sinodi diocesani, istituisce e promuove le associazioni cattoliche, la buona stampa, le missioni al popolo, Congressi Eucaristici, Mariani e Missionari, Convegni di Azione Cattolica. Cura in modo singolare la formazione del clero non meno che quella dei laici. Nulla trascurando del suo servizio pastorale alla diocesi, si prodiga per l’annuncio del Vangelo ai non cristiani, sia attraverso la cura della Famiglia missionaria da lui fondata e di cui è Superiore generale, che appoggiando ogni iniziativa di animazione missionaria in Italia. Nel 1916 collabora alla fondazione dell’Unione Missionaria del Clero, di cui è il primo presidente per dieci anni. Nel 1928 egli stesso si reca in Cina, in visita ai suoi missionari e alle cristianità loro affidate. Il 5 novembre 1931 si addormenta nel Signore. Il suo funerale vede un concorso straordinario di popolo. La fama delle sue virtù e della sua santità da Parma si espande in tutti i paesi dove operano i Saveriani. I due miracoli per la beatificazione e la canonizzazione, infatti, hanno luogo rispettivamente in Burundi e in Brasile. La sua santità consiste nell’umile, fedele, costante adempimento della volontà di Dio in ogni momento della vita e nello zelo ardente per la salvezza di tutti gli uomini. La sua fede viva traspariva da ogni parola e da ogni atto; la fiducia illimitata nella Divina Provvidenza era il sostegno in ogni tribolazione; la sua inesauribile carità verso Dio e verso i fratelli e il desiderio della loro salvezza era visibile a tutti. Egli era convinto che la Chiesa è missionaria per sua stessa natura e, quindi, che ogni cristiano, ciascuno secondo la propria vocazione, le proprie possibilità e i propri mezzi, deve collaborare perché il Vangelo raggiunga gli ultimi confini della terra. La sua stessa vita testimonia che ogni comunità cristiana deve «allargare la vasta trama della carità sino ai confini della terra, dimostrando per quelli che sono lontani la stessa sollecitudine che si ha per coloro che sono membri della propria comunità» (AG 37) e che un vescovo «è consacrato non soltanto per una diocesi, ma per la salvezza del mondo intero» (AG 38). È stato beatificato in San Pietro da Papa Giovanni Paolo II il 17 marzo 1996. Sua Santità Benedetto XVI nel Concistoro pubblico del 21 febbraio 2011 decide di iscriverlo nel novero dei santi.
  

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LA STORIA DI UN UOMO DIVENUTO PAPA
A cura di Franco Placidi
A.M.C.I. Roma, 25/10/2011. Il 18 maggio 1920, al tempo in cui la Polonia festeggia la vittoria di Pilsudski in Ucraina, a Wadowice, tranquillo paese ai piedi dei monti Beskidi a circa 50 km da Cracovia, da Emilia Kaczorowka, figlia di un sellaio e casalinga, da 15 anni sposata a Karol senior, figlio di un sarto e sottufficiale dell'esercito austroungarico, nasce Karol Jòsef Wojtyla, chiamato in famiglia col vezzoso nome di Lolek. Esattamente un mese dopo, il 20 giugno, è battezzato dal cappellano militare, padre Franciszek Zak. La coppia ha già avuto, nel 1906, un maschietto, a cui è dato il nome Edmund, e, nel 1914, una femminuccia, Olga, vissuta solo pochi giorni. La gestazione di Karol è a rischio, soprattutto per Emilia, a causa dei gravi disturbi ai reni ed al cuore, di cui da tempo è sofferente. Il medico di famiglia, per tali motivi, le consiglia di abortire, ma ella si rifiuta e porta a buon fine la gravidanza, mettendo al mondo un bambino sano. Ne risentirà le conseguenze con ripetuti ricoveri ospedalieri. Nel 1926, regolarmente a sei anni, frequenta la prima classe elementare. Non è molto portato per l'aritmetica, ma con l'aiuto del fratello, già studente all'università di Cracovia nella facoltà di medicina, riesce a superare tale difficoltà. In ogni caso, a seguito dei frequenti ricorsi in ospedale della mamma, è chiuso in se stesso, pensieroso e spesso assente durante le lezioni scolastiche. Nel 1927, a causa del peggioramento delle condizioni di salute di Emilia, Karol senior chiede di andare prematuramente in pensione col grado di tenente ed, essendoci motivate ragioni, gliela concedono. Il 13 aprile 1929, mentre è a scuola per frequentare la terza elementare, riceve la notizia della morte della mamma, che non è riuscita a superare una violenta e gravissima infezione renale. L'ha da poco lasciata a casa dopo averle dato un bacio, ed anche perché non se lo aspettava resta profondamente turbato ed il lutto lo segna per tutta la vita. Ancora dieci anni dopo dedica alla cara mamma una delicata poesia. Eccola: Sulla tua bianca tomba/ sbocciano i fiori bianchi della vita./ Oh, quanti anni sono già spariti/ senza di te/ quanti anni!/ Madre, amore mio spento./ Dopo la morte della amata consorte anche Karol senior cade in uno stato di depressione, che solo la preghiera riesce ad alleviare. È in questo periodo che il piccolo Lolek riceve dal padre i primi insegnamenti di vita cristiana, poi ampliati ed approfonditi da don Pawel, catechista nella scuola elementare, e da altri sacerdoti di Wadowice, don Leonard Prochownik e mons. Tadeusz Klodydo. Sicuramente in questo tempo germoglia la vocazione sacerdotale. Si rafforzerà nel periodo della scuola media inferiore, guidato dal catechista mons. Kazimierz Figlewicz, e, poi della media superiore, dal catechista don Edward Zacher. Intanto negli anni '30 suo fratello Edmund si laurea ed entra nell'ospedale Powszechny di Bielsko in Slesia come assistente in cardiologia. Nel novembre 1932 è ricoverata in ospedale una ragazza colpita da scarlattina settica, una malattia infettiva mortale, non esistendo farmaci adeguati per la cura. I medici si rifiutano di assisterla, mentre Edmund si offre volontariamente. Anzi, probabilmente per studiare di persona i sintomi oppure per provare l'esistenza di un possibile effetto vaccino, si inietta i bacilli dell'infezione, ma, purtroppo, dopo pochi giorni, a 26 anni, muore . È il 5 dicembre 1932. Karol con il padre vivono ormai da soli nella grande abitazione di Wadowice. Le giornate sono rigidamente, quasi militarmente, programmate e sempre identiche: sveglia alle sei, colazione, messa in parrocchia e poi Lolek a scuola ed il padre ad accudire la casa svolgendo tutte le mansioni proprie di una mamma (bucato, pulizie, spesa, cucina, cucito ecc). Non diversi i pomeriggio e le sere: dopo il pranzo, per Lolek qualche ora di svago con gli amici, poi lo studio anche con il padre, uomo colto ed anch'egli interessato alla letteratura ed alla storia, infine la cena ed a letto per il riposo. Nel settembre 1934 Karol, inizia al ginnasio lo studio del greco e si appassiona alla letteratura, specialmente drammatica. Guidato dal suo professore di lettere Mieczyslaw Kotlarczyk, che è fondatore del Teatro Rapsodico, aperto anche agli alunni della scuola, Karol si cimenta nelle prime recite. Infatti, in Polonia, negli anni trenta, si sviluppano numerose Associazioni e movimenti di natura sportiva e culturale. Nasce l'Associazione cattolica, che rappresenta tre sezioni, vale a dire la Conferenza di S. Vincenzo, che si occupa dei poveri della parrocchia, l'Associazione di Santa Zyta per le attività sportive e, presso il ginnasio della scuola Marcin Wadowita, il Sodalizio di Maria con funzioni ed attività di natura culturale, del quale Karol è nominato primo presidente. È un giovane interessato a molte attività ed è bravo nelle recite teatrali, nel comporre poesie e canzoni, nello sport e nel ballo, ma soprattutto,essendo un bel giovane, è desiderato da tante ragazze. Terminato il liceo e superata a pieni voti la maturità, il 22 giugno 1938 si iscrive all'università Jagellonica di Cracovia, fondata nel 1364, nella facoltà di Lettere e Filosofia, indirizzo filologia polacca ed in tale città si trasferisce. Anche il padre, possedendo alcuni parenti di sua moglie un piccolo ed umido appartamento al n.10 di via Tyniecka a Cracovia, nell'estate lo prende in affitto. Tornano ad abitare assieme. Le difficoltà ed i sacrifici si moltiplicano. Passa poco più di un anno che il 6 novembre 1939 i professori dell'università sospendono definitivamente le lezioni, perché già dal primo settembre la Seconda Guerra Mondiale ha raggiunto con un primo devastante bombardamento Cracovia e le truppe naziste hanno iniziato le deportazioni cominciando proprio dai professori universitari e dagli studenti. Lolek per non essere deportato nei lager, si trova un lavoro. È, dapprima, assunto come manovale a servizio dei tedeschi nel rischioso lavoro di sminatore, poi alla Solvay, industria chimica, a scavare nella cava e poi all'interno della fabbrica facendo anche i turni di notte. Nel tempo libero si dedica con amici a rappresentazioni teatrali con le quali riscuote un buon successo. Con lui recita Halina Krolikiewicz, da molti ritenuta la sua fidanzata ed, almeno fino all'anno 2000, risulta che è ancora impegnata ad insegnare a Cracovia al teatro dei giovani, ed anche un suo vecchio compagno ebreo, Jerzy Kluger, con il quale continua a vedersi dai tempi delle elementari per fare partite di pallone, ma non più, come una volta, in squadre opposte quando erano costituite secondo le fedi diverse, ovvero a ping pong od anche per scalare la montagna, per sciare, per pagaiare nel fiume Skava, per recitare. Nel febbraio del 1940 conosce Tyranowski, che nella sua abitazione svolge con altri giovani rappresentazioni sui misteri del rosario, dette anche “rosario vivente”. Tyranowski lo fa partecipe di questa attività e, nel contempo, lo avvia alla conoscenza delle opere dei carmelitani S. Giovanni della Croce e Santa Teresa d'Avila, dei quali si innamora tanto da chiedere all'arcivescovo di Cracovia Adam Stefan Saphieha, di entrare nel Carmelo. Dissuaso, prosegue la sua attività lavorativa, che è ancora quella di far brillare le mine nella vicina cittadina di Zakrzowek. Il 18 febbraio 1941, tornando a casa dal lavoro, trova suo padre morto per infarto. Ormai solo, cercando ristoro nell'impegno teatrale, comincia a meditare profondamente il suo destino di vita sacerdotale. Nell'ottobre del 1942, pur continuando a lavorare, questa volta nella fabbrica della Solvay, avendo deciso il suo futuro di prete, inizia a frequentare i corsi della Facoltà di teologia all'Università Jagellonica, in forma clandestina, perché i nazisti hanno chiuso i seminari. Ha una predilezione, avendo letto le opere dei due grandi santi spagnoli del XVI secolo, a cui è stato introdotto da Tyranowski, per la teologia mistica, tanto che per il dottorato a Roma nel 1948 prepara la tesi di laurea intitolata “La dottrina della fede secondo S. Giovanni della Croce”. Dopo avere interpretato per l'ultima volta come attore il Samuel Zborowski di Julius Slowacki, dal marzo del 1943 si dedica esclusivamente allo studio universitario. Nel settembre del 1944, avendo il suo vescovo Sapieha trasformato parte della sua residenza in seminario, richiama in esso Karol, che, dopo due anni, nel 1946, supera gli ultimi esami di teologia ed il 1° novembre è ordinato sacerdote. Dopo pochi giorni dall'ordinazione, il 26 novembre, il suo amico seminarista, Jezy Zachuta, è preso di notte dalla gestapo e fucilato con l'accusa di tradimento. Il Vescovo sia per allontanarlo da pericoli sia anche perché ha grande stima di Karol lo invia a Roma per fargli conseguire il dottorato di teologia. Nell'autunno, giunto a Roma alla stazione Termini, prende alloggio presso il Collegio del Belgio. Si racconta che a quel tempo era magro e denutrito per mancanza di cibo e, proprio perché non aveva possibilità di acquisto, anche la sua veste talare era sdrucita e non adeguata, tanto che i propri compagni di studio fecero una colletta per fargli dono di una veste nuova. Durante il corso di studi, per incarico del suo vescovo polacco è inviato per incarichi apostolici in Belgio, in Francia ed in Olanda, soprattutto per conoscere le organizzazioni cattoliche locali. Nella primavera del 1947, durante le vacanze pasquali, don Karol si reca a S. Giovanni Rotondo, dove incontra Padre Pio. E' in questa occasione che, parlando con il frate delle sue piaghe o stigmate, don Karol chiede quale di esse sia la più dolorosa. Padre Pio confessa che la più dolorosa è quella che ha sulla spalla, prodotta a Cristo dal chiodo del patibulum, che si è infisso profondamente ledendo l'aorta clavicolare sinistra, quando per la seconda volta è caduto indietro lungo la via del calvario e che gli ha fatto perdere moltissimo sangue. Questo episodio, importantissimo soprattutto per la ricostruzione della morte di Cristo, lo ricorderà don Karol molti anni dopo da Papa. Nel 1948, superati gli esami di dottorato con il massimo dei voti, ma senza ottenere il dottorato perché, non ha potuto pubblicare, come è regola all'Angelicum, la tesi per mancanza di denaro, rientra in Polonia per dar vita al suo ministero pastorale e comincia come cappellano a Niegowic, piccolo villaggio contadino presso Bochnia. Non trascorre un anno che viene richiamato a Cracovia, dove a dicembre nell'Università Jagellonica è nominato “dottore in teologia”, essendo bastato il riesame della tesi senza necessità di pubblicazione. Nell'agosto del 1949 gli è affidato l'incarico di vice parroco nella chiesa di San Floriano frequentata da tanti giovani universitari, per i quali mostra e mostrerà sempre una grande predilezione. É in questo periodo che il comunismo di Stalin perseguita la Chiesa cattolica nei paesi dell'Est, compresa la Polonia. Karol, vivendo con i giovani, riesce a realizzare un movimento culturale che formerà quegli uomini del domani che, ponendosi a guida anche degli operai di Solidarnosc, contribuiranno a determinare la caduta del comunismo in Polonia. Per proseguire in tale attività di formazione, senza rischiare ed essere soggetto ai controlli dei servizi segreti sovietici, organizza periodicamente gite in montagna o ai laghi per radunare gruppi di giovani, ed anche lui si traveste nei panni di montanaro o di pescatore. Nel tempo che gli resta studia ed insegna. Con una tesi su Max Scheler, discussa nel 1953 all'università Jagellonica, è abilitato alla docenza e, nel 1956, gli è assegnata la cattedra di etica all'università cattolica di Lublino, cattedra che conserverà fino all'anno del suo pontificato. Pubblica suoi poemetti, drammi e poesie sotto lo pseudonimo di Andrzej per non essere individuato dai suoi persecutori. L’8 luglio del 1958 Pio XII lo nomina vescovo ausiliare, coadiutore del cardinale Boleslaw Wyszynski, messo agli arresti domiciliari dal governo comunista dal 1953 al 1956 nel periodo buio della storia del cattolicesimo nell'Est, ricordato come il periodo del “silenzio dietro la Cortina di ferro”. Quattro anni più tardi, alla morte dell'arcivescovo di Cracovia, il 13 gennaio del 1964, a neanche 44 anni compiuti, riceve da Paolo VI, con il quale avrà uno straordinario rapporto, la bolla papale di arcivescovo della stessa città. Come arcivescovo amplia l’impegno della sua missione pastorale verso i malati ed i sofferenti, anticipando e sperimentando il grande progetto che da pontefice realizzerà con la istituzione del dicastero per la Pastorale degli Operatori Sanitari. Il suo nome e le sue capacità si fanno ben conoscere da vescovi e cardinali sin da quando, due anni prima, partecipa ai lavori del Concilio Vaticano II sotto la guida di Giovanni XXIII. Quando Paolo VI, il 28 giugno 1967 lo nomina cardinale, ha inizio la sua durissima lotta contro il regime comunista polacco, creando un seguito di milioni di persone, per le quali organizza, anche per camuffare i raduni, pellegrinaggi oceanici nei santuari mariani. I servizi segreti vigilano. Da Mosca arriva l'ordine della sua eliminazione. Il rischio di essere preso è elevato, soprattutto perché si intensificano i suoi viaggi verso Roma essendo nominato per tre volte ed ogni tre anni, a partire dal 1971, membro della segreteria generale del Sinodo, quindi relatore e, durante la Quaresima del 1976 predicatore in Vaticano degli esercizi spirituali alla curia romana ed allo stesso Paolo VI. È del 1972 la pubblicazione di un libro di divulgazione conciliare dal titolo “Alle fonti del rinnovamento. Studio sull'attuazione del Concilio Vaticano II”. Nei primi due giorni del mese di novembre 1974 si reca a S. Giovanni Rotondo per partecipare alle esequie di Padre Pio, al quale dodici anni prima aveva inviato una lettera per raccomandare nelle sue preghiere una sua fedele, la dottoressa Wanda Poltawska, madre di quattro bambine, malata senza speranze di tumore. Risulta l'esistenza di una seconda lettera, scritta da Karol dieci giorni dopo, per ringraziare Padre Pio dell'improvvisa guarigione della donna. L'anno 1978 è carico di eventi: il 12 agosto partecipa alle esequie di Paolo VI, scomparso sei giorni prima; pochi giorni dopo, il 26, entra in Conclave per eleggere il successore ed il 28 agosto è eletto il patriarca di Venezia cardinale Albino Luciani, che prende il nome di Giovanni Paolo I; essendo il neo eletto pontefice venuto a mancare il 29 settembre, dopo neppure 33 giorni, il 14 ottobre si riapre il conclave e dopo due giorni, alle 17,15 circa, è eletto il 254mo pontefice della Chiesa cattolica, che assume il nome di Giovanni Paolo II: è Karol Wojtyla. In quello stesso istante ha inizio una nuova grande storia per la Chiesa Cattolica e per il mondo.
  

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L'impegno sociale ed etico per i deboli da parte delle Associazioni presenti sul territorio e delle Ist. San. Pubbliche.
La Sezione di Roma dell'Associazione Medici Cattolici Italiani Vi invita alla Tavola Rotonda che si terrà il 9 novembre 2011 alle ore 9:30 presso la Sala Folchi dell'Azienda Ospedaliera San Giovanni - Addolorata di Roma.
A.M.C.I. Roma, 14/10/2011. TAVOLA ROTONDA "L'IMPEGNO SOCIALE ED ETICO PER I DEBOLI DA PARTE DELLE ASSOCIAZIONI PRESENTI SUL TERRITORIO E DELLE ISTITUZIONI SANITARIE PUBBLICHE". 09 NOVEMBRE 2011 Ore 9:30; sede: Sala Folchi (Piazza San Giovanni in Laterano, 80). Saluteranno i partecipanti: Dr. G. L. BRACCIALE (Direttore Generale); Dr. G. COREA (Direttore Sanitario); Prof. V. SARACENI (Presidente Nazionale AMCI); Prof. F. SPLENDORI (Co-Presidente AMCI Roma); P.dre G. AQUARO (Cappellano Osp.S.Giovanni); Moderatore Dr. Michelangelo Malacrinis (Referente Aziendale AMCI); Interventi: Introduzione al tema: S. E. Mons. A. Brambilla (Vescovo Ausiliare Pastorale Sanitaria); Associazioni partecipanti: AMCI: Prof. Luca CHINNI (Presidente Sezione AMCI di Roma); CARITAS: Mons. Enrico FEROCI (Direttore CARITAS di Roma); Dr. Salvatore GERACI (Responsabile Area Sanità CARITAS); ARVAS: Dr. Silvio ROSCIOLI (Presidente Regionale ARVAS); COMUNITA’ S. EGIDIO: Dr.ssa Chiara INZERILLI (Responsabile Area Sanità Comunità S. Egidio); ASS. DONATORI DI SANGUE “Carla Sandri”: Prof. Agostino FREMIOTTI (Presidente dell’Ass. Donatori di Sangue); Ospedali Rappresentati: SAN GIOVANNI: Dr. Francesco MONTELLA (Direttore UOC. Medicina Interna); Dr. ssa Mariarosa MARTELLINI (Resp. Servizio Sanitario Stranieri); Ines VULPIANI (Resp. ARVAS GOL 01 Osp. S.Giovanni-Addolorata); Floria GURASCI (Rappresentante Corso di Laura in Infermieristica; Università la Sapienza sede S.Giovanni-Addolorata). IFO: Dr. Vincenzo CILENTI (Direttore UOSD Broncopneumologia, Presidente Regionale AMCI). SANTO SPIRITO: Dr. Alessandro BAZZONI (Laboratorio Accoglienza ASL RM/E). PERSONALITA’ INVITATE: On. Renata POLVERINI (Presidente Regione Lazio); On. Gianni ALEMANNO (Sindaco di Roma); On.Claudio CECCHINI (Assessore Provincia di Roma). Segreteria Organizzativa: Emilia Guerrieri, Roberta De Santis.
  

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Quante sofferenze sono state evitate
Le parole di Pio XII ai medici
L'Osservatore Romano, 20/07/2011. Noi medici abbiamo un grande debito di riconoscenza nei confronti di Pio XII e del suo magistero. Papa Pacelli, infatti, è stato una persona di grande sensibilità, che ha dedicato molto tempo e altrettanti sforzi a favore dei medici cattolici e degli altri operatori della salute e della vita. Personalmente, come molti, sono sempre rimasto colpito dalle sue doti intellettuali, dalla consolazione che seppe dare alle vittime dei bombardamenti di Roma durante la guerra, con la sua tonaca bianca e la sua intimità con Dio. Dispongo di informazioni di prima mano grazie a un medico di Barcellona, ormai anziano, che assistette a Roma a molti degli incontri di quel grande Papa con i medici. Ancora sono vivi in lui i consigli saggi che egli offriva. Una volta, in una sala per le conferenze vicino a San Pietro, centinaia di medici si accalcarono per ascoltarlo e per formulargli domande di ogni tipo. A tal proposito ho letto un volume curato dal cardinale Fiorenzo Angelini, che fu suo collaboratore e poi presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari. In esso si trovano raccolti quei grandi insegnamenti che abbiamo anche trasferito sulla pagina web della Federazione internazionale delle associazioni mediche cattoliche. Ben noto è l’insegnamento di Pio XII sull’anestesia e sull’analgesia: essa si può e si deve applicare, se è necessario, sebbene indirettamente possa abbreviare la vita a causa di effetti secondari indesiderati. Le sue parole hanno evitato sofferenze a milioni di persone. Per quanto riguarda la trasmissione della vita, egli ha anticipato, in sostanza, il contenuto della Humanae vitae, sottolineando che noi medici possiamo e dobbiamo essere d’aiuto in caso di infertilità, ma mai possiamo sostituirci ai coniugi. Ci ha poi lasciato una preziosa Preghiera del medico che fu letta in pubblico per la prima volta da padre Pio l’8 maggio 1958, all’ottavo Congresso italiano di medici cattolici: «O medico divino delle anime e dei corpi, Redentore Gesù, che durante la tua vita mortale prediligesti gl’infermi» iniziava. La sua vita fu piena di attenzioni verso i medici e gli infermi. Discorsi ai membri delle associazioni di san Luca (uno dei patroni dei medici), allocuzioni a gruppi di specialisti diversi (oftalmologi, otorini, chirurghi) ai donatori di sangue, a coloro che hanno a che fare con i problemi biologici del cancro, messaggi radio agli infermi, ecc. Il 29 settembre 1949 tenne un discorso al quarto Congresso internazionale dei medici cattolici. Rivolse parole rimaste celebri anche alle infermiere, alle balie, ai pellegrini malati, alle associazioni familiari di diversi Paesi, agli psicoterapeuti, ai genetisti, ai microbiologi, ai farmacisti, ai tecnici, ai religiosi ospedalieri. E non dimenticò i politici, anche per la prevenzione degli incidenti. Il suo magistero è stato tenuto presente e apprezzato dai suoi successori. Per questo gòli siamo grati e ripetiamo con la Preghiera da lui composta: «Come medici che ci gloriamo del tuo nome, promettiamo che la nostra attività si muoverà costantemente nell’osservanza dell’ordine morale e sotto l’impero delle sue leggi». JOSÉ MARÍA SIMÓN CASTELLVÍ, Presidente della Federazione internazionale delle associazioni mediche cattoliche
  

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Messaggio del Santo Padre in occasione della XIX Giornata Mondiale del Malato (11-02-2011)
"Dalle sue piaghe siete stati guariti" (1Pt 2, 24)
A.M.C.I. Roma, 25/03/2011. Cari fratelli e sorelle! Ogni anno, nella ricorrenza della memoria della Beata Vergine di Lourdes, che si celebra l'11 febbraio, la Chiesa propone la Giornata Mondiale del Malato. Tale circostanza, come ha voluto il venerabile Giovanni Paolo II, diventa occasione propizia per riflettere sul mistero della sofferenza e, soprattutto, per rendere più sensibili le nostre comunità e la società civile verso i fratelli e le sorelle malati. Se ogni uomo è nostro fratello, tanto più il debole, il sofferente e il bisognoso di cura devono essere al centro della nostra attenzione, perché nessuno di loro si senta dimenticato o emarginato; infatti "la misura dell'umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti non è capace di contribuire mediante la compassione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana" (Lett. enc. Spe Salvi, 38). Le iniziative che saranno promosse nelle singole Diocesi in occasione di questa Giornata, siano di stimolo a rendere sempre più efficace la cura verso i sofferenti, nella prospettiva anche della celebrazione in modo solenne, che avrà luogo, nel 2013, al Santuario mariano di Altötting, in Germania. 1. Ho ancora nel cuore il momento in cui, nel corso della visita pastorale a Torino, ho potuto sostare in riflessione e preghiera davanti alla Sacra Sindone, davanti a quel volto sofferente, che ci invita a meditare su Colui che ha portato su di sé la passione dell'uomo di ogni tempo e di ogni luogo, anche le nostre sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati. Quanti fedeli, nel corso della storia, sono passati davanti a quel telo sepolcrale, che ha avvolto il corpo di un uomo crocefisso, che in tutto corrisponde a ciò che i Vangeli ci trasmettono sulla passione e morte di Gesù! Contemplarlo è un invito a riflettere su quanto scrive san Pietro: "dalle sue piaghe siete stati guariti" (1Pt 2,24). Il Figlio di Dio ha sofferto, è morto, ma è risorto, e proprio per questo quelle piaghe diventano il segno della nostra redenzione, del perdono e della riconciliazione con il Padre; diventano, però, anche un banco di prova per la fede dei discepoli e per la nostra fede: ogni volta che il Signore parla della sua passione e morte, essi non comprendono, rifiutano, si oppongono. Per loro, come per noi, la sofferenza rimane sempre carica di mistero, difficile da accettare e da portare. I due discepoli di Emmaus camminano tristi per gli avvenimenti accaduti in quei giorni a Gerusalemme, e solo quando il Risorto percorre la strada con loro, si aprono ad una visione nuova (cfr Lc 24,13-31). Anche l'apostolo Tommaso mostra la fatica di credere alla via della passione redentrice: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo" (Gv 20,25). Ma di fronte a Cristo che mostra le sue piaghe, la sua risposta si trasforma in una commovente professione di fede: "Mio Signore e mio Dio!" (Gv 20,28). Ciò che prima era un ostacolo insormontabile, perché segno dell'apparente fallimento di Gesù, diventa, nell'incontro con il Risorto, la prova di un amore vittorioso: "Solo un Dio che ci ama fino a prendere su di sé le nostre ferite e il nostro dolore, soprattutto quello innocente, è degno di fede" (Messaggio Urbi et Orbi, Pasqua 2007). 2. Cari ammalati e sofferenti, è proprio attraverso le piaghe del Cristo che noi possiamo vedere, con occhi di speranza, tutti i mali che affliggono l'umanità. Risorgendo, il Signore non ha tolto la sofferenza e il male dal mondo, ma li ha vinti alla radice. Alla prepotenza del Male ha opposto l'onnipotenza del suo Amore. Ci ha indicato, allora, che la via della pace e della gioia è l'Amore: "Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (Gv 13,34). Cristo, vincitore della morte, è vivo in mezzo a noi. E mentre con san Tommaso diciamo anche noi: "Mio Signore e mio Dio!", seguiamo il nostro Maestro nella disponibilità a spendere la vita per i nostri fratelli (cfr 1 Gv 3,16), diventando messaggeri di una gioia che non teme il dolore, la gioia della Risurrezione. San Bernardo afferma: "Dio non può patire, ma può compatire". Dio, la Verità e l'Amore in persona, ha voluto soffrire per noi e con noi; si è fatto uomo per poter com-patire con l'uomo, in modo reale, in carne e sangue. In ogni sofferenza umana, allora, è entrato Uno che condivide la sofferenza e la sopportazione; in ogni sofferenza si diffonde la con-solatio, la consolazione dell'amore partecipe di Dio per far sorgere la stella della speranza (cfr Lett. enc. Spe salvi, 39). A voi, cari fratelli e sorelle, ripeto questo messaggio, perchè ne siate testimoni attraverso la vostra sofferenza, la vostra vita e la vostra fede. 3. Guardando all'appuntamento di Madrid, nel prossimo agosto 2011, per la Giornata Mondiale della Gioventù, vorrei rivolgere anche un particolare pensiero ai giovani, specialmente a coloro che vivono l'esperienza della malattia. Spesso la Passione, la Croce di Gesù fanno paura, perchè sembrano essere la negazione della vita. In realtà è esattamente il contrario! La Croce è il "sì" di Dio all'uomo, l'espressione più alta e più intensa del suo amore e la sorgente da cui sgorga la vita eterna. Dal cuore trafitto di Gesù è sgorgata questa vita divina. Solo Lui è capace di liberare il mondo dal male e di far crescere il suo Regno di giustizia, di pace e di amore al quale tutti aspiriamo (cfr Messaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù 2011, 3). Cari giovani, imparate a "vedere" e a "incontrare" Gesù nell'Eucaristia, dove è presente in modo reale per noi, fino a farsi cibo per il cammino, ma sappiatelo riconoscere e servire anche nei poveri, nei malati, nei fratelli sofferenti e in difficoltà, che hanno bisogno del vostro aiuto (cfr ibid., 4). A tutti voi giovani, malati e sani, ripeto l'invito a creare ponti di amore e solidarietà, perchè nessuno si senta solo, ma vicino a Dio e parte della grande famoglia dei suoi figli (cfr Udienza generale, 15 novembre 2006). 4. Contemplando le piaghe di Gesù il nostro sguardo si rivolge al suo Cuore sacratissimo, in cui si manifesta in sommo grado l'amore di Dio. Il Sacro Cuore è Cristo crocifisso, con il costato aperto dalla lancia dal quale quale scaturiscono sangue ed acqua (cfr Gv 19,34), "simbolo dei sacramenti della Chiesa, perché tutti gli uomini, attirati al Cuore del Salvatore, attingano con gioia alla fonte perenne della salvezza" (Messale Romano, Prefazio della Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù). Specialmente voi, cari malati, sentite la vicinanza di questo Cuore carico di amore e attingete con fede e con gioia a tale fonte, pregando: "Acqua del costato di Cristo, lavami. Passione di Cristo, fortificami. Oh buon Gesù, esaudiscimi. Nelle tue piaghe, nsacondimi" (Preghiera di S. Ignazio di Loyola). 5. Al termine di questo mio messaggio per la prossima Giornata Mondiale del Malato, desidero esprimere il mio affetto a tutti e a ciascuno, sentendomi partecipe delle sofferenze e delle speranze che vivete quotidianamente in unione a Cristo crocifisso e risorto, perché vi doni la pace e la guarigione del cuore. Insieme a Lui vegli accanto a voi la Vergine Maria, che invochiamo con fiducia Salute degli infermi e Consolatrice dei sofferenti. Ai piedi della Croce si realizza per lei la profezia di Simeone: il suo cuore di Madre è trafitto (cfr Lc 2,35). Dall'abisso del suo dolore, partecipazione a quello del Figlio, Maria è resa capace di accogliere la nuova missione: diventare la Madre di Cristo nelle sue membra. Nell'ora della Croce, Gesù le presenta ciascuno dei suoi discepoli dicendole: "Ecco tuo figlio" (cfr Gv 19,26-27). La compassione materna verso il Figlio, diventa compassione materna verso ciascuno di noi nelle nostre quotidiane sofferenze (cfr Omelia a Lourdes, 15 settembre 2008). Cari fratelli e sorelle, in questa Giornata Mondiale del Malato, invito anche le Autorità affinché investano sempre più energie in strutture sanitarie che siano di aiuto e di sostegno ai sofferenti, soprattutto i più poveri e bisognosi, e, rivolgendo il mio pensiero a tutte le Diocesi, invio un affettuoso saluto ai Vescovi, ai sacerdoti, alle persone consacrate, ai seminaristi, agli operatori sanitari, ai volontari e a tutti coloro che si dedicano con amore a curare e alleviare le piaghe di ogni fratello o sorella ammalati, negli ospedali o Case di Cura, nelle famiglie: nei volti dei malati sappiate vedere sempre il Volto dei volti: quello di Cristo. A tutti assicuro il mio ricordo nella preghiera, mentre imparto a ciascuno una speciale Benedizione Apostolica. Dal Vaticano, 21 Novembre 2010, Festa di Cristo Re dell'Universo. BENEDICTUS PP XVI