Skip Navigation Links : Home : News : Sanità
Coronavirus:sedazione profonda
Avvenire,   09/04/2020
Coronavirus. Sedazione profonda per i pazienti terminali, questione non solo francese Francesco Ognibene giovedì 9 aprile 2020 Il via libera del governo francese per l'uso del Rivotril, farmaco anti-epilessia, per la sedazione terminale di pazienti affetti da Covid-19 apre la riflessione sulle cure di fine in questa crisi. Terapia compassionevole per accompagnare un malato terminale alla morte senza sofferenze inutili, oppure scorciatoia eutanasica per abbreviare la vita di un paziente gravemente affetto da Covid-19? In Francia il dibattuto è apertissimo dopo che il governo ha concesso per decreto, il 28 marzo, l’uso del Rivotril anche a domicilio e nelle case di riposo, non più solo negli ospedali. Il Rivotril è un farmaco contro l’epilessia usato anche nelle terapie palliative per malati ormai in fin di vita nella sedazione cosiddetta "terminale", che toglie cioè i sintomi più angosciosi (il dolore e, nel caso del coronavirus, la "fame di aria" che si scatena insostenibile quando la morte è prossima) accompagnando alla morte nel sonno e senza sofferenza. La sua somministrazione però è stata sinora limitata all’ambito ospedaliero, per garantirne il pieno controllo da parte di medici competenti. L’estensione all’ambito domestico e assistenziale è motivato per le autorità di Parigi dall’emergenza nella quale versano gli ospedali, che – come in Italia – non riescono ad assorbire tutti i pazienti bisognosi di cure dopo il contagio da Covid-19 e che quindi costringono molti di loro a dover restare a casa o nella Rsa in cui sono ospitati, nel caso degli anziani. Quando la situazione si aggrava al punto da prospettare una morte ormai certa è dunque possibile ora iniettare il Rivotril, sempre sotto controllo medico. Resta il dubbio, in queste condizioni estreme, sulla effettiva valutazione del singolo caso, oltre che sul fatto che non lo si lasci arrivare al capolinea senza aver tentato tutto ciò che era possibile, incluso il ricovero. La polemica in Francia L’uso per pazienti Covid non ospedalizzati del farmaco che accompagna alla morte con la "sedazione profonda e continua" viene difeso dal presidente dei geriatri francesi Olivier Guerin («l’uso del Rivotril non è affatto facilitato, bisogna rispettare lo stesso protocollo, solo che sinora lo si poteva somministrare solo in ospedale») e avversato dai medici di Jeune Médecins, sindacato che ha chiesto l’intervento del Consiglio di Stato perché «la somministrazione di questa molecola a un paziente affetto da Covid-19 ha per effetto di portare a una sedazione terminale che provoca la morte». La polemica in Francia non è nuova: attorno all’interpretazione della legge Claeys-Leonetti, che parla di tutela della dignità del morente, si è acceso spesso il confronto oltralpe tra chi spinge per soluzioni che introducano forme di eutanasia senza definirle tali e altri che, sul versante opposto, chiedono di evitare ogni pratica che possa finire per ampliare le zone di discrezionalità. I criteri per un giudizio etico Il giudizio etico sul possibile uso del Rivotril nei casi di pazienti affetti da coronavirus è però piuttosto chiaro e ci permette di sottrarci alle manipolazioni strumentali delle informazioni in arrivo dalla Francia, per cui l’uso del farmaco anti-epilessia sarebbe il segnale che per i malati di coronavirus si potrebbe contemplare una procedura più spicciativa: la sedazione terminale infatti «è ammissibile nelle terapie palliative solo per pazienti la cui situazione sia ormai irrimediabilmente compromessa – commenta il cancelliere della Pontificia Accademia per la Vita don Renzo Pegoraro –. Nei casi di coronavirus la sedazione può intervenire per prevenire la morte per soffocamento, ma esclusivamente nei casi in cui la morte sia ormai prossima». Attenzione però a introdurre standard che finiscono per catalogare i pazienti a priori: «La valutazione va fatta caso per caso – spiega Pegoraro –sempre garantendo la piena dignità del paziente al quale, quando ormai non c’è più nulla da fare, vanno risparmiate sofferenze inutili, ma senza l’intenzione di accorciarne la vita. È sempre una questione di proporzionalità delle cure, cercando il bene del malato nel suo complesso. E il caso di ogni persona è diverso da qualunque altro». Queste che sono le condizioni etiche determinanti per decidere se e come praticare la sedazione palliativa profonda valgono a maggior ragione per i casi di Covid-19 dove ci sono esigenze di «accompagnamento del paziente». Ogni uso al di fuori dell’ospedale deve quindi ricalcare l’identico percorso decisionale ed escludere ogni forma di abbandono o di selezione dei pazienti più fragili perché anziani o in condizioni più problematiche. L’emergenza coronavirus, in altri termini, può insegnare sul campo un uso più esteso delle cure palliative, che possa umanizzare il più possibile la morte inevitabile di un paziente, ma non certo rendere più sbrigativa la procedura che conduce al decesso, o abbreviarne il decorso. Come ribadisce più volte Pegoraro, «occorre la massima attenzione a valutare la situazione del singolo paziente evitando ogni forma di possibile abuso». Fonte.www.avvenire.it
Coronavirus:azzardo
Avvenire,   05/04/2020
Coronavirus. Azzardo, 15mila sale chiuse, 63mila esercizi commerciali con slot spente Antonio Maria Mira sabato 4 aprile 2020 Il blocco quasi totale stabilito da Governo e Monopoli fa emergere il grande affare di slot, Vlt e scommesse. In testa alla classifica negativa proprio alcune delle regioni più colpite dal contagio Azzardo, 15mila sale chiuse, 63mila esercizi commerciali con slot spente Ansa iù troviamo Lombardia (10.718), Veneto e Trentino Alto Adige (6.152), Campania (6.099), Lazio (5.970), Puglia, Basilicata e Molise (5.315), Emilia Romagna (5.239), Toscana (3.980), Sicilia (3.897). Le sale Vlt chiuse sono invece 4.979. Non molto diversa la classifica regionale: Lombardia (746), Campania (572), Veneto e Trentino Alto Adige (551), Lazio (535), Piemonte e Valle d'Aosta (422), Puglia, Basilicata e Molise (410), Emilia Romagna (389), Toscana (347). Ricordiamo che tra gli esercizi commerciali ci sono i bar totalmente chiusi e i tabaccai che restano invece aperti ma dove tutto l'azzardo è sospeso tranne i Gratta&Vinci. Chiuse dal 10 marzo tutte le sale completamente dedicate all'azzardo come quelle Vlt e quelle scommesse. Queste ultime sono le 3.127 agenzie e altre 2.453 che hanno aderito alla Sanatoria e nella stragrande maggioranza sono sempre agenzie. Dunque in tutto sono 5.580 le sale destinate alle scommesse chiuse. Per queste i dati regionali sono diversi dalle slot. In testa troviamo, infatti la Campania (1.373), poi Sicilia (804), Puglia, Basilicata e Molise (630), Lazio (615), Lombardia (463). Ci sono, infine, 4.793 corner, cioè punti scommesse che si possono trovare sia in sale per azzardo che in bar, tabaccai, internet point, copisterie, cartolerie. Tutti, comunque, ora sono spenti. Dove si trovano? Per questa tipologia torna in testa la Lombardia (766), seguita da Campania (759), Puglia, Basilicata e Molise (533), Lazio (457), Sicilia (394), Veneto e Trentino Alto Adige (333), Piemonte e Valle d’Aosta (295). Non molto diversa la distribuzione delle 203 sale bingo. Il podio è formato da Lombardia, Campania e Sicilia. Il Lazio è quarto seguito da Emilia Romagna, Piemonte e Veneto. Tutti numeri che dovrebbero far riflettere, soprattutto sul dopo emergenza, per decidere se tornare alla situazione di prima del blocco o se può essere l'occasione per ridimensionare fortemente questa enorme offerta. Fonte.www.avvenmire.it
Papa:coronavirus
Avvenire,   31/03/2020
Santa Marta. Il Papa prega per quanti non riescono a reagire, impauriti dalla pandemia Vatican News lunedì 30 marzo 2020 Francesco chiede a Dio di aiutare quanti sono spaventati dal coronavirus. Nell'omelia invita a ringraziare Dio se riconosciamo i nostri peccati perché possiamo accogliere la sua misericordia L’Antifona d’ingresso del lunedì della V settimana di Quaresima è un’accorata invocazione a Dio: “Abbi pietà di me, Signore, perché mi calpestano; tutto il giorno mi opprimono i miei nemici” (Sal 55,2). Papa Francesco nell’introdurre la Messa di oggi a Casa Santa Marta rivolge il suo pensiero alle persone spaventate dall’attuale pandemia:Preghiamo oggi per tanta gente che non riesce a reagire: rimane spaventata per questa pandemia. Il Signore li aiuti ad alzarsi, a reagire per il bene di tutta la società, di tutta la comunità. (Vatican News) Nell’omelia, commenta le letture odierne, tratte dal Libro del profeta Daniele (Dn 13, 1-9. 15-17. 19-30. 33-62) e dal Vangelo di Giovanni (Gv 8, 1-11), che raccontano di due donne che alcuni uomini vogliono condannare a morte: l'innocente Susanna e un'adultera colta in flagrante. Francesco sottolinea che gli accusatori sono nel primo caso giudici corrotti e nel secondo degli ipocriti. Riguardo alle donne, Dio rende giustizia a Susanna, liberandola dai corrotti, che vengono condannati, e perdona l’adultera, liberandola da scribi e farisei ipocriti. Giustizia e misericordia di Dio, che vengono ben rappresentate dall’odierno Salmo responsoriale: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla … Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me”. Quindi, il Papa invita a ringraziare Dio se sappiamo di essere peccatori, perché possiamo chiedere con fiducia al Signore di perdonarci. Nel Salmo responsoriale abbiamo pregato: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa risposare, ad acque tranquille mi conduce, rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non tempo alcun male perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”. Questa è l’esperienza che hanno avuto queste due donne, la cui storia abbiamo letto nelle due Letture. Una donna innocente, accusata falsamente, calunniata, e una donna peccatrice. Ambedue condannate a morte. La innocente e la peccatrice. Qualche Padre della Chiesa vedeva in queste donne una figura della Chiesa: santa, ma con figli peccatori. Dicevano in una bella espressione latina: “La Chiesa è la casta meretrix”, la santa con figli peccatori. Ambedue le donne erano disperate, umanamente disperate. Ma Susanna si fida di Dio. Ci sono anche due gruppi di persone, di uomini; ambedue addetti al servizio della Chiesa: i giudici e i maestri della Legge. Non erano ecclesiastici, ma erano al servizio della Chiesa, nel tribunale e nell’insegnamento della Legge. Diversi. I primi, quelli che accusavano Susanna, erano corrotti: il giudice corrotto, la figura emblematica nella storia. Anche nel Vangelo, Gesù riprende, nella parabola della vedova insistente, il giudice corrotto che non credeva in Dio e non gliene importava niente degli altri. I corrotti. I dottori della Legge non erano corrotti, ma ipocriti. E queste donne, una è caduta nelle mani degli ipocriti e l’altra nelle mani dei corrotti: non c’era uscita. “Anche se vado in una valle oscura non temo alcun male, perché tu sei con me, il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”. Ambedue le donne erano per una valle oscura, andavano lì: una valle oscura, verso la morte. La prima esplicitamente si fida di Dio e il Signore intervenne. La seconda, poveretta, sa che è colpevole, svergognata davanti a tutto il popolo – perché il popolo era presente in ambedue le situazioni – non lo dice, il Vangelo, ma sicuramente pregava dentro, chiedeva qualche aiuto. Cosa fa, il Signore, con questa gente? Alla donna innocente la salva, le fa giustizia. Alla donna peccatrice, la perdona. Ai giudici corrotti, li condanna; agli ipocriti, li aiuta a convertirsi e davanti al popolo dice: “Sì, davvero? Il primo di voi che non ha peccati, che lanci la prima pietra”, e uno per uno se ne sono andati. Ha qualche ironia, l’apostolo Giovanni, qui: “Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, incominciando dai più anziani”. Lascia loro un po’ di tempo per pentirsi; ai corrotti non perdona, semplicemente perché il corrotto è incapace di chiedere perdono, è andato oltre. Si è stancato … no, non si è stancato: non è capace. La corruzione gli ha tolto anche quella capacità che tutti abbiamo di vergognarci, di chiedere perdono. No, il corrotto è sicuro, va avanti, distrugge, sfrutta la gente, come questa donna, tutto, tutto … va avanti. Si è messo al posto di Dio. E alle donne il Signore risponde. A Susanna la libera da questi corrotti, la fa andare avanti, e all’altra: “Neanche io ti condanno. Va’, e d’ora in poi non peccare più”. La lascia andare. E questo, davanti al popolo. Nel primo caso, il popolo loda il Signore; nel secondo caso, il popolo impara. Impara come è la misericordia di Dio. Ognuno di noi ha le proprie storie. Ognuno di noi ha i propri peccati. E se non se li ricorda, pensi un po’: li troverai. Ringrazia Dio se li trovi, perché se non li trovi, sei un corrotto. Ognuno di noi ha i propri peccati. Guardiamo al Signore che fa giustizia ma che è tanto misericordioso. Non vergogniamoci di essere nella Chiesa: vergogniamoci di essere peccatori. La Chiesa è madre di tutti. Ringraziamo Dio di non essere corrotti, di essere peccatori. E ognuno di noi, guardando come Gesù agisce in questi casi, si fidi della misericordia di Dio. E preghi, con fiducia nella misericordia di Dio, preghi (per) il perdono. “Perché Dio mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura – la valle del peccato – non temo alcun male perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”. Il Papa ha terminato la celebrazione con l'adorazione e la benedizione eucaristica, invitando a fare la Comunione spirituale. Di seguito la preghiera recitata dal Papa: Ai Tuoi piedi, o mio Gesù, mi prostro e Ti offro il pentimento del mio cuore contrito che si abissa nel suo nulla nella Tua santa presenza. Ti adoro nel sacramento del Tuo amore, l’ineffabile Eucaristia. Desidero riceverti nella povera dimora che Ti offre il mio cuore; in attesa della felicità della comunione sacramentale voglio possederti in spirito. Vieni a me, o mio Gesù, che io vengo da Te. Possa il Tuo amore infiammare tutto il mio essere per la vita e per la morte. Credo in Te, spero in Te, Ti amo. Così sia. Prima di lasciare la Cappella dedicata allo Spirito Santo, è stata intonata l’antica antifona mariana Ave Regina Caelorum ("Ave Regina dei Cieli"). Fonte.www.avvenire.it
Cozzoli:ragionevolezza bioetica
Quotidiano Sanità,   25/03/2020
La ragionevolezza bioetica nelle scelte del medico 25 MAR - Gentile Direttore, concludevo la mia riflessione del 19 marzo scrivendo: «Che l’etica in situazione – nel qui e ora di una contingenza – non possa assicurare tutto il bene, che debba accontentarsi di un bene parziale come la scelta più logica e umana, non toglie nulla alla purezza e alla totalità del bene, del bene della vita. L’etica non sta e non s’esprime solo a livello generale e astratto dei valori e dei principi. Scende, si abbassa anche a livello situazionale e prudenziale del quid faciendum per risolverne le problematicità e le conflittualità e favorire la decisione e l’azione più umana e ragionevole possibile». I problemi che a me teologo della morale, a me prete, a me direttore spirituale, in questa emergenza estremamente critica, sono posti da parte di medici non sono “se la vita è un valore per tutti e va curata senza disparità di persone”, ma “se sono impossibilitato a dare a tutti le cure dovute, come devo orientarmi?” Solo per essere sceso, come fa ogni buon cultore della morale, dalle alte sfere dei valori e dei principi – primo fra tutti quello del bene inviolabile della vita umana e della cura a tutti dovuta – al livello delle situazioni complesse e conflittuali, il prof. Ivan Cavicchi mi mette sul banco degli imputati di scientismo, economicismo, utilitarismo, conseguenzialismo. Accuse immotivate, che non entrano nel merito di una sola mia argomentazione. «La morale – scrivevo – in queste situazioni fa appello a un discernimento in scienza e coscienza, persona per persona, assumendo a criterio di valutazione e decisione il massimo di vite che si possono salvare e di vita che si può assicurare a una persona». Cosa c’è in questo criterio di cedimento a una logica economicista e utilitarista che discriminerebbe i più deboli, come gli anziani? Logica insidiosa e diffusa – lo so bene – ma che non c’entra nulla in questo mio argomentare. Ciò che sembra non considerare o non ammettere il prof. Cavicchi è questo carattere anche concreto, situazionale, pratico della morale, dove bisogna misurarsi con i limiti e le insufficienze umane, con lo scarto tra necessità e risorse. Siamo in tempo emergenziale e drammatico per operatori sanitari impegnati in prima linea, in cui si presentano o quanto meno possono presentarsi situazioni come questa che esemplifico: cinque pazienti affetti da coronavirus necessitano di terapia intensiva; dopo aver espletato tutte le ricerche negli ospedali sul territorio, la disponibilità è di due soli posti; è extrema ratio: l’equipe medica ha il grave e urgente problema di decidere a chi assegnare i due posti. L’unica cosa che non può fare è non decidere. Ho cercato un contributo, una risposta nell’ampio scritto del prof. Cavicchi. Ne ho trovato una sola: «i soldi per evitare l’estrema ratio ci sono». Che è evidentemente una non risposta. Perché il problema è negato, l’extrema ratio non c’è, non può darsi. Lo dice lui. Gli anestesisti della SIAARTI se la sarebbero inventata, dominati come sono dallo scientismo e dell’economicismo, che inducono a pensare e decidere «sulla base di costi e benefici». E se qualcuno il problema se lo pone – si pone problemi di coscienza – è tacciato di volere la selezione, la discriminazione dei malati. «Possibile mai – si domanda il Professore – che non si comprenda che la volontà di curare tutti oggi è il più gigantesco atto morale che si possa fare?». È ovvio, ma è un altissimo atto morale anche sostenere e orientare le coscienze dei medici in situazioni estreme e cruciali di decisione e azione: aiutarle a discernere il meglio. Sottrarsi è una fuga, non una soluzione. Il discernimento morale non è posto sotto il principio del minor costo (economicismo) e del vantaggio (utilitarismo) ma della virtù cardinale della prudenza: la fronesis del Vangelo, ma già di Aristotele, la prudentia della morale classica, incluso Tommaso d’Aquino. Virtù che abilita a ponderare le situazioni e scegliere il meglio: il miglior bene o il minor male. Da questa sapienza pratica è ispirata la mia “ragionevolezza bioetica”, da cui il Prof. Cavicchi mette in guardia, preoccupato che «diventi la premessa di un cinico economicismo». Mi preme, da ultimo, fare chiarezza circa la critica da me fatta, nella stessa riflessione, al principio di don Andrea Manto per risolvere la situazione di conflitto: principio del chi prima arriva. «Non si è trattato – scrive il Prof. Cavicchi – di difendere il principio “first come first served”… come sostiene un suo autorevole collega, don Cozzoli, che considera le affermazioni di don Manto l’espressione di una “giustizia pilatesca”… Don Manto non vuole seguire l’esempio di Pilato, tutt’altro, vuole definire una giustizia su solide basi morali e non come ci propone don Cozzoli semplicemente sulla base di semplici criteri utilitaristi». Non contano le interpretazioni. Contano gli scripta: «Il “first come, first served” – ha scritto don Manto – è un principio di giustizia universale che regola tutti i rapporti umani, per capirci, dalla coda alla biglietteria, ai mercati azionari, fino a situazioni cruciali». «Insomma – avevo commentato – tutti in coda, secondo l’ordine di arrivo: alla “biglietteria” come in situazione “cruciale”, quella ingenerata dalla pandemia del coronavirus, dove si tratta di salvare vite e, non potendo di fatto salvarle tutte, essere “costretti” – sottolineo costretti – a decidere quale o quali salvare. Che virtù è una giustizia incapace di discernimento delle situazioni? Una giustizia pilatesca». Questa è ragionevolezza bioetica. Cosa c’è di economicismo e utilitarismo? Prof. Mons. Mauro Cozzoli Professore di Teologia Morale nella Pontificia Università Lateranense
Cozzoli:riflessioni etiche
Quotidiano Sanità,   19/03/2020
A chi dare la precedenza? Riflessioni etiche sulle Raccomandazioni della Siaarti L’etica non sta e non s’esprime solo a livello generale e astratto dei valori e dei principi. Scende, si abbassa anche a livello situazionale e prudenziale del quid faciendum per risolverne le problematicità e le conflittualità e favorire la decisione e l’azione più umana e ragionevole possibile 19 MAR - Le “Raccomandazioni di Etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili”, elaborate dalla SIAARTI il 6 marzo, vanno considerate con attenzione. Sono degli orientamenti di aiuto ai medici in prima linea, sul fronte della lotta al coronavirus. Medici che vengono o possono venire a trovarsi in situazione estremamente critica e conflittuale per insufficienza di risorse disponibili a rispondere alle necessità cliniche. Insufficienza che si fa drammatica per carenza di posti salvavita in terapia intensiva. Per cui si pone seriamente il problema “a chi dare la precedenza?”, che può significare “chi salvare?”. È proprio vero che la risposta morale, realmente umana, sia “chi arriva prima”, “first come, first served”? Principio assunto a criterio impersonale e indifferente di valutazione e giudizio, a prescindere dalla “posta in gioco”, come ha fatto in un’intervista a questo giornale del 16 marzo Andrea Manto, docente in una università pontificia di Roma, a commento della risoluzione della SIAARTI: «Il “first come, first served” – ha detto – è un principio di giustizia universale che regola tutti i rapporti umani, per capirci, dalla coda alla biglietteria, ai mercati azionari, fino a situazioni cruciali». Insomma tutti in coda, secondo l’ordine di arrivo: alla “biglietteria” come in situazione “cruciale”, quella ingenerata dalla pandemia del coronavirus, dove si tratta di salvare vite e, non potendo di fatto salvarle tutte, essere “costretti” a decidere quale o quali salvare. Che virtù è una giustizia incapace di discernimento delle situazioni? Una giustizia pilatesca. La morale in queste situazioni fa appello a un discernimento in scienza e coscienza, persona per persona, assumendo a criterio di valutazione e decisione il massimo di vite che si possono salvare e di vita che si può assicurare a una persona. Così, ad esempio, in caso di ammalati di coronavirus che necessitano con urgenza di terapia intensiva, possono darsi persone sane colpite dal virus, cui la terapia intensiva può consentire la guarigione piena e in tempi brevi di degenza in tale terapia; e persone affette da gravi patologie aggiuntive che necessitano invece di tempi molto lunghi e con basse o nulle probabilità di sopravvivere. È umano, è eticamente ragionevole in questo caso dare la precedenza a coloro che possono beneficiare di più e in numero maggiore (per i tempi più brevi di occupazione del posto in terapia intensiva). Anche in altri campi di valutazione e decisione medica ci si regola in questo modo. Come in quello della medicina dei trapianti: supponiamo di trovarci in presenza di due pazienti – un novantenne, affetto anche da altre malattie, e un cinquantenne, senza altre patologie – che necessitano di trapianto, ma si dispone di un solo organo trapiantabile. Logica vuole che lo si impianti a chi riceve più benefici e a più lunga durata di vita. Questa è ragionevolezza bioetica. Non si discriminano le persone, si valutano le possibilità di vita. Coinvolgendo, nei limiti del possibile, le stesse persone e i loro familiari – come indicano le raccomandazioni della SIAARTI – nella valutazione e decisione. Anche il principio di proporzionalità, cui ci rifacciamo in bioetica per distinguere tra cure dovute e cure non dovute o non più dovute a un ammalato, si regge su questa valutazione. Questo per dire che non è in questione, non è messo in discussione il valore della vita. Le raccomandazioni della SIAARTI lo dicono espressamente: «Non si tratta di compiere scelte meramente di valore». Non si vuole veicolare una concezione discriminatoria della vita, volta a distinguere tra vite che valgono e meritevoli di cure e vite che non valgono e non meritano o valgono meno e meritano meno. È in questione la salvaguardia della vita «in condizioni eccezionali» di sproporzione tra necessità e risorse disponibili, per curarla in maniera più soddisfacente e durevole possibile e in numero più elevato di persone. Certo è auspicabile, e bisogna fare tutto il possibile, che quella sproporzione non si verifichi, in modo da curare tutti. Ma laddove si verifica non la si può eludere, come fa nella sua risposta alla SIAARTI il presidente della FNOMCEO, FilippoAnelli, con affermazioni di principio: «per noi tutti i pazienti sono uguali e vanno curati senza discriminazioni»; o con auspici: «non possiamo permettere che si verifichino gli scenari prospettati dalla SIAARTI». Dichiarazioni sacrosante ma evasive. «Non possiamo permettere», egli dice, ma intanto quegli «scenari» si stanno verificando, diventano fatti. «Il suo – osserva il Prof. Maurizio Mori – è un auspicio che, scaldando i cuori, fa evaporare il senso di realtà». Ciò non toglie che le raccomandazioni della SIAARTI abbiano dato luogo a letture in senso valoriale e qualitativo. Come quella del Prof. Mori (già citato) che trova nella dichiarazione della SIAARTI un contributo dato ai sostenitori, come lui, del principio di “qualità della vita”. Principio che distingue tra vite che valgono o valgono di più e vite che non valgono, che non valgono più o che valgono meno, e che sono per ciò stesso subordinabili alle prime. Per cui non solo non fa questione privilegiare le prime sulle seconde, ma è doveroso assumere il metro della “qualità della vita”, sia presente sia prevedibile, come criterio di priorità. Mori trasferisce un criterio etico valido sul piano situazionale – in una situazione emergenziale, conflittuale, eccezionale – lo trasferisce sul piano trascendentale del valore della vita e conclude con la non-eguaglianza dei viventi umani. «L’aspetto più nuovo delle Raccomandazioni SIAARTI – egli scrive – è che mette in discussione l’eguaglianza». Questa è una induzione impropria. Ma Mori la compie a legittimazione della distinzione, che lui fa, tra vita biologica e vita biografica, per la quale la qualità di una vita è costituita dallo status biografico, che può essere inficiato da una condizione biologica deficitaria. Che l’etica in situazione – nel qui e ora di una contingenza – non possa assicurare tutto il bene, che debba accontentarsi di un bene parziale come la scelta più logica e umana, non toglie nulla alla purezza e alla totalità del bene, del bene della vita. L’etica non sta e non s’esprime solo a livello generale e astratto dei valori e dei principi. Scende, si abbassa anche a livello situazionale e prudenziale del quid faciendum per risolverne le problematicità e le conflittualità e favorire la decisione e l’azione più umana e ragionevole possibile. Mauro Cozzoli Professore di Teologia Morale nella Pontificia Università Lateranense e nell’Accademia Alfonsiana in Roma, Docente al Master di Bioetica dell’Università di Torino (Direttore il Prof. M. Mori), Assistente spirituale dei medici di Roma Fonte.www.quotidianosanità.it
Azzardomafia
Avvenire,   06/03/2020
Cinque anni fa . L'eredità di Domenico, prima vittima innocente di azzardomafia Antonio Maria Mira giovedì 5 marzo 2020 Il 27enne fu ferito ad Altamura alla testa tra il 4 e il 5 marzo 2015 nell'esplosione di una sala giochi. I boss sono stati condannati. La famiglia in prima linea nell'impegno contro la criminalità Cinque anni fa, nella notte tra il 4 e il 5 marzo 2015, ad Altamura, cominciava il drammatico calvario di Domenico Martimucci, la prima vittima innocente delle "azzardomafie". Cinque mesi di agonia, fino alla morte l'1 agosto in una clinica austriaca specializzata in riabilitazione neurologica, dove era stato trasportato nella speranza di una ripresa. Ma cinque anni fa cominciava anche il forte impegno della famiglia a non dimenticare, a trasformare quella drammatica e ingiusta morte in un percorso di riscatto. "In quella situazione poteva trovarsi chiunque, un figlio, un fratello, un padre - spiega la sorella Lea -. È successo a casa nostra, non in una città lontana. Questo vogliamo che i ragazzi capiscano. Per questo abbiamo pensato di fare qualcosa per la nostra città e anche per noi". Tutto comincia quella notte quando una bomba viene fatta esplodere davanti alla vetrina della sala giochi "Green table", quasi un chilo di tritolo "pari a 20 granate da guerra" l’hanno definita i pm Giuseppe Gatti e Renato Nitti che hanno condotto l'inchiesta. Dentro la sala alcuni ragazzi stavano guardando una partita in tv. Tra loro Domenico, "Domi" per tutti, promettente calciatore, soprannominato "piccolo Zidane" per la sua bravura. Viene colpito alla testa da pezzi di metallo, è gravissimo. Rimane in coma per cinque mesi, fino alla morte l'1 agosto. "Vittima innocentissima di mafia", ci ha detto la mamma Grazia, a Bari in occasione della Giornata della memoria e dell’impegno organizzata da Libera. Perché i familiari hanno scelto subito di partecipare, fin da allora, "per essere tutti uniti, sperando che la mafia sia sconfitta. Parlandone". Parlando di Domi, della sua storia, della sua morte e del perché. E il perché parte dal mandante, il boss Mario D’Ambrosio, che fece piazzare il potentissimo ordigno davanti alla sala. Una vera e propria "volontà stragista" è stata l’accusa, una bomba dall'effetto devastante, oltre a Domenico vengono feriti otto ragazzi. "Non era soltanto un’operazione finalizzata a un recupero di clientela – hanno sostenuto i pm – ma a rimpinguare il patrimonio mafioso del D'Ambrosio profondamente destabilizzato da tutta una serie di eventi: l’uccisione del fratello Bartolo, il tentato omicidio di Mario". D’Ambrosio "aveva bisogno del terrore, di un gesto eclatante" perché per lui l’azzardo, azzardo legale, non clandestino, era un affare che non poteva perdere assieme alla reputazione mafiosa. Dunque non si ferma davanti a niente, colpendo un rivale. Fonte.www.avvenire.it
Omissione d'atti d'ufficio
Quotidiano Sanità,   04/03/2020
Omissione di atti d’ufficio per la guardia medica in servizio che rifiuta la visita domiciliare al malato terminale La Cassazione (sentenza 8377/2020) conferma la condanna della Corte di Appello per un medico di guardia medica per il reato di omissione di atti d'ufficio non avendo aderito alla richiesta di intervento domiciliare urgente per una malata terminale, limitandosi a suggerire l'opportunità di richiedere l'intervento del 118 per il trasporto in ospedale, dimostrando in questo modo di essersi reso conto che la situazione richiedeva l'intervento urgente di un sanitario. 03 MAR - Compie reato di omissione di atti d’ufficio il medico di guardia medica che non esegue un intervento domiciliare urgente e suggerisce di rivolgersi al 118 per il trasporto in ospedale dimostrando con la sua affermazione di essersi reso conto della necessità di un intervento sanitario rapido. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione (sentenza 8377/2020, sesta sezione penale ) che ha condannato, confermando la sentenza della Corte di Appello che aveva ribaltato l’assoluzione del tribunale, un medico di guardia medica che ha negato la visita a una malata terminale invitando il figlio di questa, in preda a fortissimi dolori, a rivolgersi al 118, in quanto trasgredisce l’articolo 328 del codice penale “Il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, che indebitamente rifiuta un atto del suo ufficio che, per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità, deve essere compiuto senza ritardo, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni”. Il fatto Un medico di guardia medica ha “indebitamente rifiutato”, secondo la Corte di Appello e la Cassazione di effettuare una visita domiciliare a un malata terminale di cancro in preda ad atroci sofferenze, “atto del suo ufficio che per ragioni di sanità doveva essere compiuto senza ritardo”. La donna è morta dopo circa un'ora dalla richiesta di intervento formulata dal figlio per sedare i suoi dolori, essendo intervenuto nel frattempo il 118 - che la guardia medica aveva detto di far intervenire - che aveva praticato morfina. La sentenza della Corte di Appello ha affermato la necessità della visita domiciliare da parte dell'imputato per verificare quale fosse il rimedio più adeguato per alleviare il dolore e, quindi, l'indebita indicazione da parte del medico di guardia di rivolgersi al 118. La sentenza La Cassazione, a cui il medico ha fatto ricorso contro la sentenza della Corte di Appello, ha confermato la condanna in base all’articolo 328 del codice penale, ha invece confermato gli estremi della condanna ritenendo responsabilità dell'imputato l'obbligo di effettuare in queste circostanze la visita domiciliare per valutare di persona la situazione e “verificare un possibile diverso immediato trattamento per alleviare il dolore, anche praticando iniezioni, che rientravano nella sua competenza, con farmaco in fiale diverso dalla morfina, pur a fronte della situazione di emergenza rappresentata dall'utente”. D’altra parte, sottolinea la sentenza della Cassazione, la Corte di Appello ha smentito la circostanza “addotta dalla difesa dell'imputato secondo la quale il suo mancato intervento fosse dovuto allo stato di agitazione dell'utente (figlio della donna) che non avrebbe fornito i propri dati né il luogo dove andare, interrompendo bruscamente la telefonata in quanto era risultato invece che la telefonata era stata interrotta a causa del comportamento omissivo del medico intervenuto, indirizzando il richiedente al 118”. Quindi “sussiste il reato di omissione di atti d'ufficio nell'ipotesi in cui un sanitario addetto al servizio di guardia medica non aderisca alla richiesta di intervento domiciliare urgente, limitandosi a suggerire al paziente l'opportunità di richiedere l'intervento del 118 per il trasporto in ospedale, dimostrando così di essersi reso conto che la situazione denunciata richiedeva il tempestivo intervento di un sanitario”. “Come pure – prosegue la sentenza - è stato affermato che integra il delitto di rifiuto di atti d'ufficio la condotta del sanitario in servizio di guardia medica che non aderisca alla richiesta di recarsi al domicilio di un paziente malato terminale per la prescrizione di un antidolorifico per via endovena e si limiti a formulare per via telefonica le sue valutazioni tecniche e a consigliare la somministrazione di un altro farmaco di cui il paziente già dispone, trattandosi di un intervento improcrastinabile che, in assenza di altre esigenze del servizio idonee a determinare un conflitto di doveri, deve essere attuato con urgenza, valutando specificamente le peculiari condizioni del paziente, essendo stato chiarito che il delitto descritto nell'art. 328 cod. pen. è reato di pericolo, perché prescinde dalla causazione di un danno effettivo e postula la potenzialità del rifiuto a produrre un danno o una lesione”. Tutto questo secondo la Cassazione rientra nel principio dell'esercizio del potere dovere del medico di valutare la necessità della visita domiciliare ex art. 13, comma 3, del Dpr n. 41/1991 (la convenzione della guardia medica in cui si afferma che “durante il turno di guardia il medico è tenuto a effettuare al più presto tutti gli interventi che gli siano richiesti direttamente dall'utente, oppure - ove esista - dalla centrale operativa, entro la fine del turno cui è preposto “), ma è sindacabile da parte del giudice sulla base degli elementi di prova acquisiti. Quindi la Cassazione, confermando la condanna della Corte di Appello, rigetta il ricorso del medico e lo condanna anche al pagamento delle spese processuali. Fonte.www.quotidianosanità.it segui quotidianosanita.it Tweet Condividi stampa Omissione di atti d’ufficio per la guardia medica in servizio che rifiuta la visita domiciliare al malato terminale La Cassazione (sentenza 8377/2020) conferma la condanna della Corte di Appello per un medico di guardia medica per il reato di omissione di atti d'ufficio non avendo aderito alla richiesta di intervento domiciliare urgente per una malata terminale, limitandosi a suggerire l'opportunità di richiedere l'intervento del 118 per il trasporto in ospedale, dimostrando in questo modo di essersi reso conto che la situazione richiedeva l'intervento urgente di un sanitario. LA SENTENZA. 03 MAR - Compie reato di omissione di atti d’ufficio il medico di guardia medica che non esegue un intervento domiciliare urgente e suggerisce di rivolgersi al 118 per il trasporto in ospedale dimostrando con la sua affermazione di essersi reso conto della necessità di un intervento sanitario rapido. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione (sentenza 8377/2020, sesta sezione penale ) che ha condannato, confermando la sentenza della Corte di Appello che aveva ribaltato l’assoluzione del tribunale, un medico di guardia medica che ha negato la visita a una malata terminale invitando il figlio di questa, in preda a fortissimi dolori, a rivolgersi al 118, in quanto trasgredisce l’articolo 328 del codice penale “Il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, che indebitamente rifiuta un atto del suo ufficio che, per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità, deve essere compiuto senza ritardo, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni”. Il fatto Un medico di guardia medica ha “indebitamente rifiutato”, secondo la Corte di Appello e la Cassazione di effettuare una visita domiciliare a un malata terminale di cancro in preda ad atroci sofferenze, “atto del suo ufficio che per ragioni di sanità doveva essere compiuto senza ritardo”. La donna è morta dopo circa un'ora dalla richiesta di intervento formulata dal figlio per sedare i suoi dolori, essendo intervenuto nel frattempo il 118 - che la guardia medica aveva detto di far intervenire - che aveva praticato morfina. La sentenza della Corte di Appello ha affermato la necessità della visita domiciliare da parte dell'imputato per verificare quale fosse il rimedio più adeguato per alleviare il dolore e, quindi, l'indebita indicazione da parte del medico di guardia di rivolgersi al 118. La sentenza La Cassazione, a cui il medico ha fatto ricorso contro la sentenza della Corte di Appello, ha confermato la condanna in base all’articolo 328 del codice penale, ha invece confermato gli estremi della condanna ritenendo responsabilità dell'imputato l'obbligo di effettuare in queste circostanze la visita domiciliare per valutare di persona la situazione e “verificare un possibile diverso immediato trattamento per alleviare il dolore, anche praticando iniezioni, che rientravano nella sua competenza, con farmaco in fiale diverso dalla morfina, pur a fronte della situazione di emergenza rappresentata dall'utente”. D’altra parte, sottolinea la sentenza della Cassazione, la Corte di Appello ha smentito la circostanza “addotta dalla difesa dell'imputato secondo la quale il suo mancato intervento fosse dovuto allo stato di agitazione dell'utente (figlio della donna) che non avrebbe fornito i propri dati né il luogo dove andare, interrompendo bruscamente la telefonata in quanto era risultato invece che la telefonata era stata interrotta a causa del comportamento omissivo del medico intervenuto, indirizzando il richiedente al 118”. Quindi “sussiste il reato di omissione di atti d'ufficio nell'ipotesi in cui un sanitario addetto al servizio di guardia medica non aderisca alla richiesta di intervento domiciliare urgente, limitandosi a suggerire al paziente l'opportunità di richiedere l'intervento del 118 per il trasporto in ospedale, dimostrando così di essersi reso conto che la situazione denunciata richiedeva il tempestivo intervento di un sanitario”. “Come pure – prosegue la sentenza - è stato affermato che integra il delitto di rifiuto di atti d'ufficio la condotta del sanitario in servizio di guardia medica che non aderisca alla richiesta di recarsi al domicilio di un paziente malato terminale per la prescrizione di un antidolorifico per via endovena e si limiti a formulare per via telefonica le sue valutazioni tecniche e a consigliare la somministrazione di un altro farmaco di cui il paziente già dispone, trattandosi di un intervento improcrastinabile che, in assenza di altre esigenze del servizio idonee a determinare un conflitto di doveri, deve essere attuato con urgenza, valutando specificamente le peculiari condizioni del paziente, essendo stato chiarito che il delitto descritto nell'art. 328 cod. pen. è reato di pericolo, perché prescinde dalla causazione di un danno effettivo e postula la potenzialità del rifiuto a produrre un danno o una lesione”. Tutto questo secondo la Cassazione rientra nel principio dell'esercizio del potere dovere del medico di valutare la necessità della visita domiciliare ex art. 13, comma 3, del Dpr n. 41/1991 (la convenzione della guardia medica in cui si afferma che “durante il turno di guardia il medico è tenuto a effettuare al più presto tutti gli interventi che gli siano richiesti direttamente dall'utente, oppure - ove esista - dalla centrale operativa, entro la fine del turno cui è preposto “), ma è sindacabile da parte del giudice sulla base degli elementi di prova acquisiti. Quindi la Cassazione, confermando la condanna della Corte di Appello, rigetta il ricorso del medico e lo condanna anche al pagamento delle spese processuali. Fonte.www.quotidianosanità.it
Omessa tempestiva diagnosi
Quotidiano Sanità,   29/02/2020
L’omessa tempestiva diagnosi configura il reato di colpa medica. La Cassazione rinvia una sentenza di assoluzione alla Corte di Appello Per la Cassazione (ordinanza 4245/2020, terza sezione civile) sono responsabili i medici che non hanno diagnosticato, in fase di prime dimissioni, il Morbo di Crohn da cui era affetto un ventenne poi deceduto. L'ORDINANZA. 28 FEB - Se in un primo ricovero i medici non accertano la vera causa della patologia di un paziente che, per questa, muore alla fine di un secondo ricovero per complicanza sopraggiunte, la circostanza che la salute del paziente non si sia aggravata tra un ricovero e l’altro non esclude di per sé la “colpa medica per condotta omissiva”. A deciderlo è la Corte di Cassazione che con l’ordinanza 4245/2020 ha rinviato alla Corte di Appello in diversa composizione la sentenza di assoluzione dei medici che il Tribunale prima e, appunto, la Corte di appello poi avevano emanato. Il fatto Un ventenne veniva ricoverato presso il reparto di Gastroenterologia di un'Azienda ospedaliera per forti dolori addominali - che accusava già da anni - e di un progressivo calo ponderale. Per far fronte al grave deperimento organico, gli veniva posizionato un catetere venoso centrale ("CVC") per la nutrizione parenterale. Successivamente il paziente veniva dimesso con diagnosi di "grave malnutrizione in paziente con sindrome da malassorbimento verosimilmente secondaria a processo flogistico intestinale n.d.d. [natura da determinare]. Bulimia nervosa. Sindrome ansiosa". Quattro giorni dopo, accusando ancora forti dolori addominali, il giovane veniva di nuovo ricoverato e questa volta gli veniva diagnosticata una "grave malnutrizione da malassorbimento per morbo di Crohn". Di conseguenza, veniva sottoposto a terapia immuno-soppressiva e al nutrimento parenterale tramite CVC. Questo però determinava un'infezione della linea venosa centrale. Nei giorni successivi, le condizioni del ventenne peggioravano, fino al decesso per un'embolia polmonare da infezione del CVC. L’ordinanza La Corte d'appello aveva escluso la responsabilità dei sanitari e della struttura ospedaliera: - la causa ultima della morte è l'infezione a seguito alla nutrizione parenterale tramite catetere venoso centrale (CVC); - questo trattamento si sarebbe dovuto comunque attuare, anche se il morbo di Crohn fosse stato tempestivamente diagnosticato; - non vi sarebbe quindi alcuna evidenza, neppure applicando il criterio del "più probabile che non", della circostanza che l'omessa diagnosi abbia concorso a determinare la morte del paziente. E nel ragionamento ha un rilievo decisivo l'invarianza delle condizioni di salute nel tempo trascorso tra il primo e il secondo ricovero. Questo perché secondo la Corte di appello può dirsi che la probabilità di sviluppare l'infezione (causa diretta dell'embolia che ha provocato il decesso) non sia aumentata a causa del ritardo nella diagnosi, in quanto il quadro clinico complessivo del paziente non si è aggravato col tempo. Per questa ragione, la Corte d’Appello evidenzia che “la condizione di grave compromissione organica in cui si trovava il paziente era analoga sia al momento del primo ricovero che al momento del successivo”. Ma la Cassazione non è d’accordo perché “l'affermata invarianza delle condizioni dì salute del ventenne al momento dei due ricoveri è contraddetta dalla stessa Corte d'Appello, che altrove rileva: ‘non vi sono invece dati clinici (che, ove presenti, sarebbero stati rilevanti sul piano probatorio attesa la loro natura oggettiva e scientifica) attestanti quale fosse lo stato della malattia al momento delle dimissioni dall'ospedale bolognese, se cioè l'infiammazione intestinale propria del morbo di Crohn fosse stazionaria o peggiorata’”. Questa carenza di informazioni sull'effettivo stato di salute del paziente al momento delle prime dimissioni è, secondo la Cassazione, incompatibile “con l'asserzione secondo cui la sua situazione non si era aggravata nel tempo intercorso fra l'inizio del primo e del secondo ricovero”. “Si tratta – spiega l’ordinanza - dì un contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili, che dà luogo alla violazione dell'art. 132, secondo comma, n. 4, cod. proc. civ. Per altro verso, l'affermazione secondo cui i dati clinici, in concreto mancanti, ‘sarebbero stati rilevanti sul piano probatorio attesa la loro natura oggettiva e scientifica’ si pone in contrasto con la decisione di non dar luogo al supplemento di perizia che, per l'appunto, avrebbe potuto - quantomeno in ipotesi - consentire l'acquisizione di quegli elementi informativi il cui potenziale rilievo, ai fini della decisione, è ammesso dalla stessa corte territoriale”. In conclusione, secondo la Cassazione i motivi del ricorso dei parenti della vittima sono fondati e la sentenza “deve essere cassata con rinvio alla Corte d'appello” in diversa composizione, “che provvederà anche sulle spese del giudizio di legittimità”. Fonte.www.quotidianosanità.it
Milleproroghe
Quotidiano Sanità,   28/02/2020
Milleproroghe. Anche il Senato accorda la fiducia al Governo. Il decreto ora è legge. Ecco tutte le misure per la sanità Dai medici in corsia fino a 70 anni ai contratti agli specializzandi dal 3° anno, fino alle misure su screening neonatali, Epatite C e oncologia pediatrica. Si esentano inoltre le Province autonome di Trento e Bolzano dall'applicazione dei nuovi tetti di spesa per il personale introdotti dal Decreto Calabria. E si estendono anche al 2019 e 2020 i finanziamenti per Ospedale Bambino Gesù, Irccs Fondazione Santa Lucia e Cnao, già previsti dal Decreto Fiscale dello scorso anno. IL TESTO 26 FEB - Il decreto milleproroghe è legge. Oggi è arrivata l'approvazione definitiva al Senato, in terza lettura, con voto di fiducia sul testo modificato dalla Camera. I voti favorevoli sono stati 154, quelli contrari 96. I medici potranno proseguire il loro lavoro fino ai 70 anni e gli specializzandi potranno essere assunti già dal 3° anno. Previsti poi nuovi finanziamenti per la ricerca di metodi alternativi alla sperimentazione animale, per gli screening neonatali e per il Fondo per l'assistenza dei bambini affetti da patologie oncologiche. Viene previsto un nuovo screening per l'eradicazione dell'Epatite C. E si esentano le Province autonome di Trento e Bolzano dall'applicazione dei nuovi tetti di spesa per il personale introdotti dal Decreto Calabria. Queste alcune delle misure introdotte dal provvedimento. Riepiloghiamo di seguito tutte misure del milleproroghe sulla sanità. Articolo 5 Quote premiali per le Regioni Modificando l'articolo 2, comma 67-bis, della legge Finanziaria 2010, si estende anche al 2019 e 2020 il riparto della quota premiale per quelle Regioni che hanno istituito una Centrale regionale per gli acquisti e l'aggiudicazione di procedure di gara per l'approvvigionamento di beni e servizi per un volume annuo non inferiore ad un determinato importo. Concorsi Aifa Si prorogano a tutto il 2020 i termini per consentire all'Aifa sia di poter bandire la procedura concorsuale relativa ai dirigenti sanitari biologi, sia di completare la procedura per il reclutamento di 10 dirigenti amministrativi di II fascia. Proroga direttiva UE su sperimentazione animale Si proroga al 1° gennaio 2021 quanto previsto dalla direttiva europea sulla sperimentazione animale. Questa proroga consentirebbe ai soggetti interessati di sviluppare approcci alternativi idonei a fornire lo stesso livello, o un livello superiore, di informazioni rispetto a quello ottenuto nelle procedure che usano animali. L'applicazione del divieto di autorizzare nuovi progetti di ricerca su sostanze d'abuso, si spiega nella relazione, impedirà all'Italia di proseguire le ricerche in un settore di particolare interesse per la collettività e che rappresenta un costo ingente per la sanità pubblica. Idoneità medici cure palliative Proroga di 18 mesi il termine inizialmente previsto dalla manovra 2019 per le idoneità dei medici operanti nelle reti delle cure palliative. ll testo della manovra prevedeva che, al fine di garantire il rispetto della legge sull’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, e il rispetto dei Lea, previa intesa in sede di Conferenza Stato Regioni, saranno ritenuti idonei ad operare nelle reti dedicate alle cure palliative pubbliche o private accreditate medici sprovvisti dai requisiti previsti dal decreto del Ministero della Salute 28 marzo 2013 (relativi alle equipollenze) e che alla data di entrata in vigore della legge di Bilancio 2019 sono già in servizio presso queste reti e rispondono a tutti questi requisiti: a) possesso di un’esperienza almeno triennale, anche non continuativa, nel campo delle cure palliative acquisita nell’ambito di strutture ospedaliere, residenziali-hospice e Ucp domiciliari accreditate per l’erogazione delle cure palliative con il Ssn; b) un congruo numero di ore professionali esercitate e di casistica assistita corrispondente ad almeno il 50% dell’orario previsto per il rapporto di lavoro a tempo determinato; c) l’acquisizione di una specifica formazione in cure palliative conseguita attraverso l’Educazione continua in medicina, ovvero master universitari in cure palliative, ovvero corsi organizzati dalle Regioni per l’acquisizione delle competenze di cui all’accordo tra Stato e Regioni del 10 luglio 2014. Il legislatore aveva previsto che l'istanza per ottenere la prescritta certificazione dovesse essere presentata alla Regione competente entro il termine di 18 mesi dall'entrata in vigore della legge stessa, ossia entro il 1° luglio 2020. Però, si spiega nella relazione, lo schema di decreto attuativo è pronto per l'invio all'esame della Conferenza Stato Regioni per l'acquisizione dell'intesa. Da qui la richiesta di prorogare il termine previsto di 18 mesi, facendolo decorrere, non dall'entrata in vigore della legge, ma dalla data di entrata in vigore del decreto attuativo in fase di definizione. Finanziamenti Bambino Gesù, Cnao e Santa Lucia Vengono estesi anche per il 2019 e 2020 i finanziamenti di 9 milioni per Ospedale Bambino Gesù, 11 milioni in favore dell'Irccs Fondazione Santa Lucia e 12,5 milioni al Cnao, già previsti dal Decreto Fiscale dello scorso anno. Articolo 5-bis Via libera a medici in corsia fino a 70 anni e a possibilità di assunzione a tempo determinato per specializzandi già dal 3° anno fino al 2022. Articolo 25 Trattamento accessorio medici e dirigenti sanitari Viene stabilito che "le risorse relative ai fondi contrattuali per il trattamento economico accessorio della dirigenza medica, sanitaria, veterinaria e delle professioni sanitarie sono incrementate di 14 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2020 al 2025 e di 18 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2026". Queste somme andranno quindi ad aggiungersi a quelle già stanziate dalla finanziaria 2018 (Legge 2025/2017, comma 435) portando il totale delle risorse a regime nell'anno 2026 a 188 milioni di euro come illustrati nella seguente tabella tratta dalla relazione tecnica al provvedimento: Sperimentazione animale Per la vengono stanziati 2 milioni di euro per il triennio 2020-2022 (nel testo del decreto era previsto 1 milione). Di queste, il 20% verrà destinato alle Regioni e l’80% agli Izs ed agli enti pubblici di ricerca e alle università, individuati con decreto del Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell'università e della ricerca. Inoltre, entro il 30 giugno 2020, il Ministro della salute dovrà inviare alle Camere una relazione sullo stato delle procedure di sperimentazione autorizzate per le ricerche sulle sostanze d'abuso, anche al fine di evidenziare le tipologie di sostanze che possono essere oggetto di programmi di ricerca alternativi e sostitutivi della sperimentazione animale. Stabilizzazione precari Irccs e Izs Per la stabilizzazione dei precari di Irccs e Izs si prevede che, chi abbia maturato , fatti salvi i requisiti maturati al 31 dicembre 2017, un'anzianità di servizio di almeno tre anni negli ultimi sette (prima erano cinque), possa essere assunto con contratto di lavoro a tempo determinato. Screening neonatali Si stabilisce un termine certo, il 30 giugno 2020, per l’aggiornamento degli screening neonatali, un passo indispensabile per includere nel panel anche malattie neuromuscolari, immunodeficienze congenite severe e malattie da accumulo lisosomiale. Vengono inoltre incrementati i fondi per gli screening neonatali, con 2 milioni in più per il 2020 e 4 a decorrere dal 2021. Vengono inoltre incrementate le risorse ad essi destinate di 2 milioni di euro per l’anno 2020 e a 4 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2021. Cure palliative e terapia del dolore Vengono inserite anche la medicina di comunità e delle cure primarie tra le individuate tra le quali individuare le figure professionali con specifiche competenze ed esperienza nel campo delle cure palliative e della terapia del dolore. Tetto spesa personale sanitario Esclude le Province autonome di Trento e Bolzano dai nuovi tetti di spesa per il personale sanitario, così come fissati dal Decreto Calabria. Assistenza bambini affetti da patologie oncologiche Si incrementa di 2 milioni di euro, per tutto il 2020, il Fondo per l'assistenza dei bambini affetti da patologie oncologiche istituito dalla legge di Bilancio 2018. Finanziamento Aziende ospedaliero-universitarie e credito d'imposta stabilizzazione ricercatori In relazione ai rapporti tra le università statali e il Servizio sanitario nazionale, instaurati attraverso la costituzione di aziende ospedaliero-universitarie, vengono destinati 80 milioni in 10 anni (8 milioni all'anno dal 2020 al 2029) per la copertura degli oneri connessi all'uso dei beni destinati alle attività assistenziali. Il finanziamento viene però condizionato, sia alla costituzione dell'azienda ospedaliero-universitaria con legge regionale, che alla sottoscrizione, entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della legge regionale, del relativo protocollo d'intesa comprensivo della regolazione consensuale di eventuali contenziosi pregressi. Inoltre, per promuovere le attività di ricerca scientifica e favorire la stabilizzazione di figure professionali nell'ambito clinico e della ricerca attraverso l'instaurazione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato presso le strutture sanitarie che svolgono attività di ricerca e didattica, ai policlinici universitari non costituiti in azienda viene attribuito un contributo, nella forma di credito d'imposta, per gli anni dal 2020 al 2023, nel limite massimo di 5 milioni di euro per l'anno 2020 e di 10 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2021 al 2023, a condizione che questi enti si avvalgano di personale assunto a tempo indeterminato in misura non inferiore all'85% del personale in servizio in ciascun periodo d'imposta nel quale è utilizzato il credito d'imposta. Le modalità di concessione e fruizione del credito d'imposta verranno stabilite con un decreto di natura non regolamentare del Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze. Articolo 25-bis Istituto Spallanzani È autorizzata la spesa di 2 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2020 per la concessione di un contributo volto a supportare l’attivazione e l’operatività dell’unità per alto isolamento dell’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma. Articolo 25-ter Farmaci veterinari Per procedere alla valutazione scientifica dell'impatto ambientale dei farmaci veterinari e produrre rapporti di valutazione relativi all'immissione in commercio di questi farmaci nonché per il potenziamento e l'aggiornamento della banca dati per la completa tracciabilità dei medicinali veterinari nell'intera filiera distributiva, nello stato di previsione del Ministero della salute viene istituito un fondo di parte corrente per il triennio 2020-2022 per un importo pari a 3 milioni di euro annui. Articolo 25-quater Attribuzione temporanea di personale al Ministero della salute Si prevede la possibilità per il Ministero della Salute di avvalersi di personale in posizione di comando fino a un massimo di 50 unità, con esclusione del personale docente educativo, amministrativo, tecnico e ausiliario delle istituzioni scolastiche, per svolgere il compito previsto per il sistema Siveas (verificare che i finanziamenti siano effettivamente tradotti in servizi per i cittadini, secondo criteri di efficienza ed appropriatezza) e per far fronte alle esigenze della programmazione sanitaria connesse al fabbisogno di specifiche professionalità ad alta specializzazione. Per questo viene assegnato al Ministero della Salute, per il 2020, un finanziamento di 5,7 milioni. Articolo 25-quinquies Edilizia sanitaria Con Dpcm da adottare entro il 30 giugno 2020, su proposta del Ministro della salute, di concerto con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, dovranno essere individuate ulteriori iniziative urgenti di elevata utilità sociale nel campo dell'edilizia sanitaria, valutabili dall'Inail nell'ambito dei propri piani triennali di investimento immobiliare, compresi, infine, la realizzazione di un nuovo polo scientifico-tecnologico facente capo all'Istituto superiore di sanità, per lo svolgimento, in sicurezza, delle sue attività scientifiche e regolatorie, anche in collaborazione con altre amministrazioni statali ed enti nazionali, regionali e internazionali, e gli eventuali interventi necessari per lo sviluppo delle attività degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico. Articolo 25-sexies Screening Epatite C Stanzia 71,5 milioni di euro nel biennio 2020-2021 per introdurre lo screening gratuito necessario a individuare i potenziali malati di epatite C per l'eradicazione dell’HCV. Giovanni Rodriquez Fonte.www.quotidianosanità.it
Adolescenti e depressione
Quotidiano Sanità,   20/02/2020
Gli adolescenti sedentari sono più inclini alla depressione a 18 anni Negli adolescenti un’ora di esercizio fisico leggero al giorno riduce le probabilità che a 18 anni compaiano i primi sintomi della depressione. È quanto emerge da uno studio condotto su oltre 4.000 ragazzi tra i 12 e i 16 anni e pubblicato da Lancet Psychiatry 19 FEB - (Reuters Health) – Gli adolescenti sedentari hanno maggiori probabilità di essere depressi rispetto ai loro coetanei attivi. E i sintomi di depressione cominciano a manifestarsi a 18 anni. La cura? Un’attività fisica, anche leggera, da non abbandonare dopo i 16 anni. “I giovani devono ridurre la sedentarietà e aumentare una attività fisica leggera durante l’adolescenza, un momento in cui tende a verificarsi il contrario – dice Aaron Kandola dello University College di Londra, autore principale dello studio pubblicato da The Lancet Psychiatry – Questo ridurrebbe rischio di depressione in futuro. La maggior parte dei bambini non dovrebbe avere problemi a trovare 60 minuti al giorno per l’attività fisica, in qualunque sua forma”. Lo studio I ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 4.257 giovani che hanno indossato accelerometri per una settimana quando avevano 12, 14 e 16 anni. I partecipanti hanno anche completato questionari pensati per identificare eventuali sintomi di depressione o altri disturbi di salute mentale a 18 anni. Gli accelerometri misuravano oggettivamente quando i partecipanti si dedicavano ad attività leggere, come camminare, o fare esercizi più intensi come correre o andare in bicicletta. I dispositivi hanno anche registrato i momenti in cui gli adolescenti erano sedentari perché stavano facendo i compiti o giocando ai videogiochi. Tra i 12 e i 16 anni, il tempo medio sedentario giornaliero dei partecipanti è aumentato da circa sette ore a quasi nove ore. Nello stesso periodo, il loro tempo medio giornaliero dedicato ad attività soft come camminare è passato da circa cinque ore a circa due ore. Lo studio ha rilevato che ogni ora aggiuntiva di sedentarietà a 12 e a 14 anni era associata a un rischio dall’8% all’11% più elevato di sintomi depressivi. Era vero anche il contrario, con ogni ulteriore ora al giorno di attività fisica leggera riduceva le probabilità di depressione a 18 anni si una percentuale variabile tra l’8% e l’11%. “Anche se lo studio non è stato progettato per dimostrare se o in che modo il tempo sedentario potrebbe compromettere l’umore o come l’attività fisica possa rendere meno probabili i problemi di salute mentale, i risultati sono in linea con le ricerche condotte sugli adulti”, hanno osservato gli autori. È possibile che l’esercizio fisico migliori l’autostima, riduca l’infiammazione o stimoli la crescita di nuovi neuroni nel cervello, hanno scritto. “L’esercizio fisico è stato collegato alla neurogenesi (formazione di nuove cellule cerebrali) e alla neuroplasticità (capacità del cervello di ricablare e stabilire nuove connessioni), che può essere protettiva per la salute mentale – dice Karmel Choi, ricercatore presso il Massachusetts General Hospital e Harvard Th Chan School of Public Health di Boston, autore di un commento che accompagna lo studio – Quanto più le persone svolgono attività fisica, tanto più i loro corpi tendono a essere meno reattivi allo stress e mostrano livelli più bassi di infiammazione, un fattore di rischio per la depressione”. Fonte: The Lancet Psychiatry Lisa Rapaport (Versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science) Fonte.www.quotidianosanità.it
Lotta all'abuso di alcol
Quotidiano Sanità,   20/02/2020
Lotta all’abuso di alcol. Maxi operazione dei Nas nei locali della movida: irregolarità in quasi un esercizio su tre Nel mirino bar, pub, birrerie e discoteche. Deferite all’Autorità giudiziaria 10 tra titolari e operatori di esercizi di erogazione di alimenti e bevande, la metà dei quali per il reato di somministrazione di bevande alcoliche verso minori, commesse anche mediante distributori automatici. Inoltre sono stati sanzionati 109 gestori per violazioni amministrative, di cui 36 a causa della vendita di alcolici da asporto oltre gli orari consentiti. 20 FEB - Tra gennaio e febbraio nel croso di 4 fine settimana in fascia serale e nottura i Nas hanno condotto 353 controlli presso i luoghi di aggregazione ed a elevata frequentazione (bar, pub, birrerie e discoteche) al fine di verificare il rispetto della normativa di settore nella vendita e somministrazione delle citate bevande. L'operazione, si legge in una nota dei Carabinieri della Salute - nasce anche come risposta a "recenti episodi di cronaca che hanno riproposto all’attenzione dell’opinione pubblica il fenomeno del consumo smodato di bevande alcoliche, non solo per le conseguenze causate dagli effetti alla guida di veicoli, ma anche come importante danno per la salute, in particolare nelle fasce giovanili della popolazione". "La tematica è da tempo affrontata dai Carabinieri dei NAS, in costante accordo con il Ministero della Salute, mediante lo svolgimento di specifiche campagne di prevenzione e controllo, spesso associate all’esecuzione delle ordinarie verifiche nel settore alimentare e delle bevande, durante le quali sono oggetto di attenzione anche le modalità di erogazione e somministrazione di bevande alcoliche e superalcoliche", si legge ancora nella nota. Il bilancio dell'operazione. Lo svolgimento del servizio è stato programmato in fascia serale/notturna nel corso di 4 fine settimana e realizzato anche con modalità congiunte con l’Arma territoriale e gli altri Reparti Speciali. Complessivamente sono stati eseguiti 353 controlli, individuando in 111 casi irregolarità in materia di sicurezza alimentare, carenze igieniche dei locali, violazioni alle normative sugli alcolici e sul divieto di fumare. Nel corso delle attività sono state deferite all’Autorità giudiziaria 10 tra titolari e operatori di esercizi di erogazione di alimenti e bevande, la metà dei quali per il reato di somministrazione di bevande alcoliche verso minori, commesse anche mediante distributori automatici. Inoltre sono stati sanzionati 109 gestori per violazioni amministrative, di cui 36 a causa della vendita di alcolici da asporto oltre gli orari consentiti, del mancato possesso di apparecchiature per la misurazione del tasso alcolemico e della mancata esposizione delle tabelle di riferimento della concentrazione alcolimetrica. Nel medesimo contesto ispettivo sono state individuate irregolarità in materia di divieto di fumare nei locali e di mancata esposizione di apposita cartellonistica preventiva. Gli esiti hanno determinato la contestazione di sanzioni per un ammontare di 146 mila euro, il sequestro di 640 kg di alimenti e bevande in cattivo stato di conservazione o privi di regolare tracciabilità ed etichettatura, per un valore di 6.000 euro, nonché la sospensione di 6 attività di preparazione e somministrazione. 20 febbraio 2020 © Riproduzione riservata
Cassazione.responsabilità sanitaria
Quotidiano Sanità,   17/02/2020
La responsabilità sanitaria scatta anche quando l’intervento errato dei medici ritarda la guarigione Per la Cassazione (sentenza 5315/2020, quarta sezione penale) la condotta colposa dei medici, anche se non aggrava la lesione, è rilevante per quanto riguarda l'allungamento del periodo necessario per la stabilizzazione dello stato di salute del paziente. LA 17 FEB - Anche se la condotta del medico non provoca un peggioramento della condizione di un paziente, ma allunga comunque i tempi di guarigione, si è in presenza di responsabilità sanitaria per condotta colposa, imperizia e negligenza, - in questo caso di tre medici - ognuno per la propria area di intervento. Questo quanto prevede la Corte di Cassazione nella sentenza 5315/2020 che si è pronunciata sulla vicenda riguardante tre sanitari (due ortopedici e un radiologo), confermando l’assoluzione stabilita dalla Corte di Appello dal reato previsto dall’art. 590 c.p. (lesioni personali colpose: il Tribunale li aveva invece condannati in base a questo articolo), ma la cui sentenza è stata rinviata alla Corte di Appello per valutare i reati previsti dagli articoli 582 (“Chiunque cagiona ad alcuno una lesione personale dalla quale deriva una malattia nel corpo o nella mente, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni”) e 583, commi 1 e 2 (La lesione personale è grave e si applica la reclusione da tre a sette anni: “1) se dal fatto deriva una malattia che metta in pericolo la vita della persona offesa, ovvero una malattia o un'incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per un tempo superiore ai quaranta giorni; 2) se il fatto produce l'indebolimento permanente di un senso o di un organo”). Il fatto I medici sono stati accusati di non avere nelle loro rispettive competenze (ortopedia e radiologia) diagnosticato al paziente l'esistenza di una frattura del corpo vertebrale L1, omettendo, di conseguenza, di mettere in atto gli accertamenti per assicurargli la guarigione, determinando l'aggravamento delle sue condizioni e il ritardo nell'individuazione della giusta terapia. La sentenza di secondo grado ha riconosciuto “antidoverosa” la condotta dei tre medici, per difetto dei necessari approfondimenti diagnostici, ma ha poi seguito le conclusioni dei periti, i quali hanno affermato che “i lievi esiti algodisfunzionali ascrivibili al tipo di frattura lombare, sono primitivamente ascrivibili all'evento traumatico ed indipendenti dall'inadeguato trattamento”. Per questo la Corte di appello, pur affermando che la condotta degli imputati è comunque censurabile, ha sottolineato che non avendo provocato alcuna lesione, non essendosi verificate limitazioni funzionali o altri processi patologici diversi da quello che si sarebbe comunque verificato anche se gli imputati avessero tenuto il comportamento doveroso, non si era in presenza degli estremi per una condanna, appunto, in base all’articolo 590 del codice penale. La sentenza La Cassazione nella sua sentenza sottolinea prima di tutto la particolarità del caso nel fatto che di fronte alla condotta colposa, per imperizia e negligenza, tenuta dai tre medici non si è prodotto un aggravamento della situazione del paziente e quindi la Corte d’Appello ha concluso che i “lievi esiti algodisfunzionali ascrivibili alla frattura lombare L1' derivata dall'evento traumatico sono 'indipendenti dall'inadeguato trattamento'. Ma ‘l'inadeguato trattamento’, secondo la sentenza, in questo caso coincide con il ritardo nella diagnosi e nel trattamento, “poi effettivamente posto in essere dai medici intervenuti in un secondo momento, a distanza di trenta giorni dalle dimissioni della persona offesa dal nosocomio ove era stata affidata alle cure degli imputati”. Secondo la Cassazione quindi è necessario stabilire se possa considerarsi 'malattia', “non l'aggravamento della lesione, ma il prolungamento del tempo necessario per la sua riduzione o per la sua definitiva stabilizzazione, posto che detto ritardo non incide sulla perturbazione funzionale di tipo dinamico”. E su questo punto la Corte è giunta ad una affermazione positiva. “La malattia, infatti – si legge nella sentenza della Cassazione - nella sua nozione penalistica, non è il post factum della lesione, ma ne costituisce il nucleo intrinseco. L'utilizzo del verbo 'deriva', nel testo della norma cardine di cui all'art. 582 cod. pen. (Chiunque cagiona ad alcuno una lesione personale dalla quale 'deriva' una malattia è punito...), non indica un rapporto di conseguenzialità,.. ma cristallizza il concetto penalistico di malattia come connotato della nozione penalistica di lesione personale. Dunque, è sulla durata della malattia (più o meno di quaranta giorni) o sulla specificità dell'alterazione funzionale che essa comporta (indebolimento o perdita di un senso o di un organo, perdita di un arto, grave compromissione o perdita della favella, della capacità di procreare, ecc.) che l'ordinamento misura la sanzione penale, con l'introduzione delle aggravanti di cui all'art. 583, commi 1e 2 cod. pen.”. Quindi secondo i giudici da quanto detto si ricava che ogni condotta colposa “che intervenga sul tempo necessario alla guarigione, pur se non produce ex se un aggravamento della lesione e della relativa perturbazione funzionale, assume rilievo penale allorquando generi la dilatazione del periodo necessario al raggiungimento della guarigione o della stabilizzazione dello stato di salute”. “Essendo pacifico – conclude la Cassazione - che l'omessa diagnosi del crollo della veterbra L1 e della frattura pluriframmentata, con conseguente omessa tempestiva prescrizione del trattamento di riduzione (busto ortopedico e fisioterapia), ha comportato l'adozione di misure di trattamento con un ritardo di trenta giorni, intervallo intercorso fra la dimissione dall'ospedale dove operavano i tre imputati e la data in cui i sanitari dell'ospedale diagnosticarono la frattura in L1 impartendo la cura, ne consegue la necessità di rivalutare l'incidenza della condotta colposa degli imputati sul differimento della guarigione della persona offesa”. La sentenza della Corte di Appello quindi secondo la Cassazione deve essere annullata agli effetti civili e rinviata al giudice civile competente “per valore in grado di appello” per nuovo giudizio. Fonte.www.quotidianosanità.it
Amci:suicidio assistito
Avvenire,   15/02/2020
Aperto dissenso sugli indirizzi applicativi dell’articolo 17 del Codice deontologico appena varati dalla Federazione degli Ordini dei medici (Fnomceo). Lo esprime l’Associazione medici cattolici italiani (Amci) che in una nota «prende atto della decisione della Fnomceo della non modifica dell’articolo 17», un fatto «di per sé sostanzialmente positivo», trattandosi del punto in cui il testo di riferimento etico della professione fa divieto ai medici di assecondare la volontà di morte del paziente. Affermazione però contraddetta dalla chiosa esecutiva, che stabilisce «la non punibilità del medico da un punto di vista disciplinare» se sceglie di «agevolare il proposito di suicidio» del paziente che versa nelle condizioni indicate dalla recente sentenza della Corte costituzionale. Per questo l’Amci «non condivide l’elaborazione dottrinale dell’indirizzo applicativo deciso» in quanto «ritiene assolutamente incompatibile ogni intervento di assistenza medica al suicidio assistito con l’etica e la deontologia professionale del medico». Secondo la presidenza Amci «la medicina è sempre senza eccezioni per la vita e a favore della vita, e questa vita deve essere sempre accompagnata, senza alcun disimpegno, senza alcun abbandono, con delicatezza, fermezza e impegno nel continuare a curare le fragilità, pur se terminali, adempiendo sempre con sollecitudine e proporzionalità al prendersi cura, soprattutto quando non si può guarire». Le insormontabili perplessità davanti al testo varato dalla Federazione spingono l’Amci a formulare quattro «interrogativi»: «Il primo – si legge nella nota – attiene alla scelta dei tempi: quale urgenza c’era di provvedere con tanta celerità?». Più radicalmente, l’Amci si chiede «perché varare questi nuovi indirizzi applicativi». Riferendosi poi all’inserimento della procedura di aiuto al suicidio entro il Servizio sanitario nazionale, i Medici cattolici chiedono «a quale degli obiettivi propri del Ssn si ascrive» la cooperazione del medico a questa pratica. Discutibile infine la scelta della Fnomceo di aderire in toto alla sentenza costituzionale: «Non esiste un’autonomia fra norme disciplinari e norme penali?». Fonte.www.avvenire.it
Cure palliative
Avvenire,   15/02/2020
10 anni dalla legge. «Cure palliative, sedazione, terapia del dolore: diritti ignorati» Igor Traboni venerdì 14 febbraio 2020 A 10 anni ormai dalla legge 38 sulle cure palliative, gli specialisti constatano che c'è ancora scarsissima conoscenza delle importanti acquisizioni di quella norma tra la gente e gli stessi medici «Oggi c’è ancora tanta confusione tra sedazione palliativa ed eutanasia, ma quest’ultima dà la morte mentre la prima è un trattamento farmacologico per togliere la sofferenza». Non usa giri di parole Giada Lonati, direttrice sanitaria dell’associazione di volontariato laico Vidas, quando definisce le differenze sostanziali tra le due categorie: dal tipo di farmaci usati (barbiturici per l’eutanasia) ai tempi e all’esito che ne derivavo (subito il decesso per l’eutanasia, il tempo necessario perché la vita si concluda, da qualche ora fino a tre giorni), fino al fatto che con la sedazione il paziente non chiede di morire ma di togliere il dolore. «Nelle cure palliative – spiega Lonati, medico palliativista dal 1995 – la presa in carico del paziente e dei loro familiari per noi è globale e riguarda la qualità della vita, i sintomi e il dolore che è fisico ma pure sociale, psicologico, anche spirituale: in una parola, esistenziale. Per noi muoiono come persone, non come malati. Ci sono sintomi difficili da curare perché diventano refrattari e quindi il dolore si fa insopportabile». Qui si passa alla sedazione palliativa, d’intesa col paziente, secondo quanto previsto dalla legge, «anche a domicilio – specifica Lonati – con un’attenzione e una cura particolari nelle modalità, a opera di medici specialisti. Anche la legge sulle Dat riconosce uno status speciale alla sedazione come un vero trattamento». La necessità perentoria «di smetterla di associare la sedazione all’eutanasia» viene ribadita da Stefania Bastianello, presidente della Federazione cure palliative, che specifica come «le cure palliative siano un di più rispetto alla sedazione, che invece è un atto terapeutico. Il cittadino deve saperlo perché è un suo diritto». Oggi gli hospice in Italia sono 267 per circa 3mila posti letto: «Non si tratta di ospedali – precisa Bastianello –, così come le cure palliative a domicilio possono essere di base o specialistiche, secondo i bisogni. Quelle a domicilio vanno potenziate rispetto al bisogno, ma occorre che si sviluppino anche in altri luoghi, dagli ambulatori alle Rsa, alle strutture per disabili». Quanto alla formazione del personale «si deve insistere per avere specialisti in cure palliative anche per malati non oncologici e far crescere le competenze di base sulle cure palliative anche nei medici generici». La formazione deve riguardare anche i volontari, «che non sono solo quelli che tengono la mano dell’anziano – sottolinea la presidente – ma hanno un ruolo importante in un lavoro di équipe, che certo non è sanitario ma relazionale. Anche perché il 50% del sistema delle cure palliative si regge proprio su associazioni di volontariato. Eppure, su questo aspetto, stiamo ancora aspettando il decreto attuativo della legge 38», approvata nel marzo di 10 anni fa. Fonte.www.avvenire.it
Lavoro esternalizzato in sanità
Quotidiano Sanità,   15/02/2020
Lavoro esternalizzato in sanità per medici e infermieri vale come “esperienza” nel curriculum per i concorsi del Ssn. La Corte Costituzionale dà ragione al Lazio e respinge il ricorso del Governo La Consulta ha giudicato infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Governo nei confronti di una legge regionale che dà la possibilità a coloro che hanno svolto attività esternalizzate nell’ambito del Ssn di vedersi riconosciuto tale impiego ai fini della partecipazione ai concorsi di Asl e Ospedali del Ssn. LA SENTENZA 14 FEB - Per la Corte costituzionale il lavoro esternalizzato per medici e infermieri svolto nel Ssn deve valere come esperienza e fa curriculum ai fini dei punteggi nell'ambito dei concorsi per l'assunzione nelle Asl e negli ospedali del Ssn. È quanto sottolinea una sentenza appena pubblicata dalla suprema corte che ha giudicato infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Governo nei confronti di una legge regionale che dà la possibilità a coloro che hanno svolto attività esternalizzate nell’ambito del Ssn di vedersi riconosciuto tale impiego ai fini della partecipazione ai concorsi. La disposizione impugnata (la legge della Regione Lazio 2 maggio 2017, n. 4) stabilisce: «b) al personale che non rientra nelle fattispecie di cui alla lettera a), impiegato in forme riconducibili a processi di esternalizzazione nell’assistenza diretta o indiretta ai pazienti nelle aziende e negli enti del servizio sanitario regionale, sarà riconosciuto, nelle procedure concorsuali, un punteggio nell’ambito del curriculum formativo e professionale in relazione agli anni di lavoro svolto». Ma per la difesa statale la disposizione regionale “contrasterebbe con i criteri di valutazione del curriculum professionale e formativo, stabiliti dalla normativa statale, in quanto modifica e integra la griglia recante i criteri di valutazione dei titoli, e incide altresì sulla discrezionalità attribuita alla commissione, laddove le impone di assegnare uno specifico punteggio, in relazione agli anni di lavoro svolto, unicamente al personale sanitario che sia stato impiegato nelle aziende sanitarie regionali attraverso processi di esternalizzazione. Inoltre, la disposizione regionale impugnata, nel riconoscere l’assegnazione del predetto punteggio solo ai soggetti impiegati nelle aziende sanitarie regionali attraverso processi di esternalizzazione, rischierebbe di privilegiare tale categoria di concorrenti rispetto ad altri concorrenti che, partecipando alle procedure concorsuali straordinarie previste dalla legge 28 dicembre 2015, n. 208, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)», per l’assunzione a tempo indeterminato, siano stati già assunti a tempo determinato nell’ambito del Servizio sanitario regionale attraverso procedure selettive ad evidenza pubblica”. Ma per la Corte costituzionale invece ”la disposizione regionale in oggetto risulta pienamente coerente con l’assetto costituzionale e ordinamentale nello specifico settore di attività in esame: se la Regione può assicurare i servizi di assistenza sanitaria tramite forme esternalizzate nell’esercizio della sua competenza residuale in materia di «organizzazione amministrativa» e, al contempo, di quella concorrente in materia di «tutela della salute», può altresì, avvalendosi di questa stessa competenza concorrente, prevedere una misura intesa a riconoscere, nell’ambito del curriculum formativo e professionale, l’esperienza maturata dai soggetti impiegati nel settore sanitario attraverso forme esternalizzate che intendano concorrere per l’assunzione nel Servizio sanitario regionale.” Fonte.www.quotidianosanità.it
Giornata Sicurezza in Internet
Quotidiano Sanità,   11/02/2020
Giornata Sicurezza in Internet. Zampa: “Fare un uso corretto e sicuro dei social coinvolgendo ragazzi, famiglie e scuola” "Il mondo del web va gestito con regole e confini che solo la sinergia tra genitori, insegnanti, operatori del sociale, della salute e forze dell’ordine può permettere di definire e adattare, in modo tempestivo e aggiornato, affinché siano tutelati i diritti di tutti". 11 FEB - “La Rete è una delle migliori realtà del nostro secolo, una vera opportunità che, però, se utilizzata nel modo sbagliato, rischia di trasformarsi in agente negativo per la salute dei bambini e degli adolescenti, mentre invece dovrebbe essere un luogo sicuro per le giovani generazioni. Per evitare che il mondo virtuale prevalga su quello reale, l’approccio ad Internet deve essere corretto e sicuro e deve coinvolgere prima di tutto i ragazzi, poi le famiglie e la scuola. Perché il mondo del web va gestito con regole e confini che solo la sinergia tra genitori, insegnanti, operatori del sociale, della salute e forze dell’ordine può permettere di definire e adattare, in modo tempestivo e aggiornato, affinché siano tutelati i diritti di tutti. Ma più di tutto occorre che i giovani, i più capaci a navigare nel mare magnum dei dati, siano le prime sentinelle, pronti ad individuare l’eventuale disagio di un amico e capaci di intervenire tempestivamente evitando o contenendo episodi di bullismo, cyberbullismo, sexting e violazione della privacy”. Così in una nota la Sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa che oggi ha preso parte all’evento organizzato da Telefono Azzurro in occasione della Giornata della Sicurezza in Internet, istituita e promossa dalla Commissione Europea. “La lotta al cyberbullismo coinvolge tutti, a ogni livello – ha aggiunto - e ogni attore in campo può fare la propria parte per rendere Internet un posto migliore e più sicuro per i minori. Tutti gli attori coinvolti hanno, infatti, la possibilità di svolgere ogni giorno un’attività di vigilanza nella rete, individuando e segnalando contenuti che possano essere lesivi per i ragazzi e per l’infanzia in generale, intervenendo laddove si assiste a episodi di emarginazione, violenza e cyberbullismo. In questo un ruolo fondamentale è quello svolto quotidianamente dalla Polizia Postale, a cui va il mio più sentito ringraziamento”. “Il Ministero della Salute – ha proseguito - ha dato un esempio importante dopo l’intesa con Twitter e Facebook per contrastare le false notizie che circolano in questi giorni sul coronavirus: ha agito con tempestività e lungimiranza. Bisogna fare in modo che il web sia invaso da notizie corrette e che queste abbiano sempre l’indicazione della fonte: è l’unico modo per combattere le fake news e per non creare e diffondere panico nella popolazione”. Dal punto di vista normativo sicuramente qualcosa di buono è stato fatto: “Un importante traguardo raggiunto è rappresentato dalle nuove disposizioni normative contro il fenomeno del cyberbullismo. Con la Legge 29 maggio 2017 n. 71 recante “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo”, sono stati definiti il fenomeno, gli obiettivi della legge, caratterizzati da azioni a carattere preventivo e da una strategia di attenzione, tutela ed educazione nei confronti dei minori coinvolti, sia nella posizione di vittime sia in quella di responsabili di illeciti” – ha concluso Zampa. Fonte.www.quotidianosanità.i8t
Italia:dipendenti da oppiacei
Quotidiano Sanità,   11/02/2020
In Italia 350mila dipendenti da oppiacei. Sitox: “Meno della metà non accede a terapie o lo fa tardi. In arrivo farmaci più ‘smart’” In aumento l’età, che si aggira sui 25-26 anni, con picchi che arrivano a 60 anni. Meno della metà non accede alle cure, soprattutto i più giovani, o lo fa troppo tardi. Non va meglio in Europa. Colpa dello stigma verso una malattia che ancora oggi è considerata una devianza: il paziente si vergogna e non chiede aiuto. Colpa anche delle terapie disponibili, “scomode” da somministrare e quindi non facilitanti l’aderenza. In arrivo in Italia nuovi farmaci a rilascio ritardato per curarsi in modo più semplice. 11 FEB - Pur in presenza di servizi e trattamenti adeguati, su 1,5 milioni di pazienti, in Europa, sofferenti da dipendenza da oppiacei, il 50% non riesce ad accedere alle cure. In Italia l’utenza arriva ai servizi con una latenza di, addirittura, otto anni. Troppo tempo perso, visto che la prognosi (vale a dire la previsione sul decorso e l’esito del quadro clinico) è legata in modo direttamente proporzionale all’accesso ai percorsi di cura: più l’intervento è precoce migliore è la prognosi. Il motivo l’ha spiegato il responsabile del Ser.D. dell’Asl di Biella Lorenzo Somaini, nel corso del XIX Congresso della Società Italiana di Tossicologia (Sitox): "Anche se la dipendenza è classificata come disturbo mentale, è ancora percepita come devianza: esiste uno stigma sui pazienti che non facilita l’accesso alle cure. Inoltre, le terapie attuali sono orali, e richiedono l’assistenza e la frequenza quotidiana del paziente e dell’operatore. Quindi la somministrazione non è comoda". In Italia ci sono ben 350 mila persone dipendenti da oppiacei, di cui circa solo 140 mila in trattamento. "L’età media sta aumentando e si aggira sui 25-26 anni, con picchi che arrivano a 60 anni. È sempre più difficile intercettare i più giovani, anche se la latenza nell’ingresso nei servizi è bilanciata da una riduzione della mortalità". In Europa su 1,5 milioni di persone che sono dipendenti da oppiacei si registrano circa 7-8000 morti l’anno per overdose, assunzione di fentanili o intossicazione per associazione di oppiacei con altre droghe o alcool. Ma c’è anche una buona notizia: è ormai questione di pochi mesi e anche in Italia arriveranno nuove terapie già in uso in Nord Europa, Australia, Canada e Usa, in grado di aumentare la flessibilità di trattamento e facilitare la terapia ai pazienti. Si tratta di formulazioni di buprenorfina a rilascio prolungato che, a differenza della formulazione attuale in compresse sublinguali, riuscirà a curare anche chi, per ragioni lavorative e personali, non riesce ad essere costante nell’assunzione: saranno microiniezioni con rilascio ritardato fino a 7 o 28 giorni, oppure microcapsule sottocutanee con rilascio ritardato fino a 6 mesi. Il principio attivo è lo stesso, ma il rilascio del farmaco è controllato e costante nelle 24 ore, facendo la differenza nell’efficacia nel contrastare la dipendenza. "Queste nuove formulazioni sono importanti per migliorare il trattamento e la prevenzione – spiega Somaini –, inoltre miglioreranno la prognosi, soprattutto nei giovani. La speranza è che anche quel 50% di pazienti che attualmente non si rivolge ai servizi di recupero riesca a farlo, soprattutto in giovane età". È necessario però fare una distinzione, nel classificare i pazienti che assumono oppiacei. Molti di loro, infatti, lo fanno per contrastare il dolore cronico, sotto stretto controllo medico. In questi casi, il rischio di sviluppare dipendenza è talmente basso da non giustificare la paura di prescriverli. "Dalle revisioni sistematiche della letteratura, sappiamo che il rischio riguarda il 3% della popolazione ma solo lo 0,2% di questi sono pazienti che non erano tossicodipendenti o ex tossicodipendenti" spiega Claudio Leonardi, della Società Italiana Patologie da Dipendenza. A dimostrazione del fatto che il rischio dipende dalla vulnerabilità intrinseca del soggetto alla sostanza e non dalla sostanza stessa. "Chi non è vulnerabile reagisce all’oppiaceo come a un qualsiasi altro medicinale. Diverso il caso dei soggetti vulnerabili all’effetto gratificante. Per lo più si tratta di pazienti con una storia di tossicodipendenza alle spalle. Comunque, anche in questi casi, basterebbe un attento monitoraggio del paziente per evitare un uso improprio della sostanza e scongiurare il rischio di una dipendenza". Nonostante ciò, permane una certa reticenza nella prescrizione degli oppioidi, probabilmente per l’assenza di strumenti che permettano ai medici di capire se un paziente è vulnerabile o meno all’effetto gratificante e quindi a rischio di sviluppare una dipendenza. Ma perché qualcuno è più vulnerabile agli oppiacei e qualcun altro meno? "Le aree cerebrali coinvolte sono le stesse per tutti, ma reagiscono in modo differente: nel tossicodipendente si accendono i neuroni che producono la dopamina, neurotrasmettitore che “fissa” l’effetto gratificante il quale, a sua volta, spinge la persona a ricercare continuamente la sostanza. Nei soggetti non vulnerabili, invece, questo meccanismo non si innesca, perciò la paura di una dipendenza è ingiustificata – conclude Leonardi – ammesso che il medico prescriva la dose giusta". Fonte.www.quotidianosanità.it
Suicidio assistito
Quotidiano Sanità,   06/02/2020
Suicidio assistito. “Il medico non sarà più punibile”. La Fnomceo aggiorna il Codice Deontologico dopo la sentenza della Consulta In seguito alla sentenza della Corte Costituzionale il Consiglio nazionale della Federazione degli Ordini dei medici ha approvato all’unanimità gli indirizzi applicativi dell’articolo 17 del suo Codice deontologico per cui non sarà punibile dal punto di vista disciplinare, dopo attenta valutazione del singolo caso, il medico che liberamente sceglie di agevolare il suicidio, ove ricorrano le condizioni poste dalla Corte. 06 FEB - “La libera scelta del medico di agevolare, sulla base del principio di autodeterminazione dell’individuo, il proposito di suicidio autonomamente e liberamente formatosi da parte di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, che sia pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli (sentenza 242/19 della Corte Costituzionale e relative procedure), va sempre valutata caso per caso e comporta, qualora sussistano tutti gli elementi sopra indicati, la non punibilità del medico da un punto di vista disciplinare”. È questo il testo degli indirizzi applicativi all’articolo 17 del Codice di Deontologia medica (ATTI FINALIZZATI A PROVOCARE LA MORTE), approvati all’unanimità oggi a Roma dal Consiglio nazionale della Federazione degli Ordini dei Medici (Fnomceo). Il Consiglio nazionale, composto dai 106 presidenti degli Ordini territoriali, ha così voluto aggiornare il Codice dopo la sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale, che ha individuato una circoscritta area in cui l’incriminazione per l’aiuto al suicidio non è conforme alla Costituzione. Si tratta dei casi nei quali l’aiuto riguarda una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale (quali, ad esempio, l’idratazione e l’alimentazione artificiale) e affetta da una patologia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, ma che resta pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Se ricorrono tutte queste circostanze, oltre ad alcune condizioni procedurali, l’agevolazione del suicidio non è dunque punibile da un punto di vista penale. Ma cosa succede se, a prestare aiuto, è un medico? “Abbiamo scelto di allineare anche la punibilità disciplinare a quella penale - spiega il Presidente della Fnomceo, Filippo Anelli - in modo da lasciare libertà ai colleghi di agire secondo la legge e la loro coscienza. Restano fermi i principi dell’articolo 17, secondo i quali il medico, anche su richiesta del paziente, non deve effettuare né favorire atti finalizzati a provocarne la morte. E ciò in analogia con quanto disposto dalla Corte, che, al di fuori dell’area dell’area delimitata, ha ribadito che l’incriminazione dell’aiuto al suicidio ‘non è, di per sé, in contrasto con la Costituzione ma è giustificata da esigenze di tutela del diritto alla vita, specie delle persone più deboli e vulnerabili, che l’ordinamento intende proteggere evitando interferenze esterne in una scelta estrema e irreparabile, come quella del suicidio’.” E cosa cambierà, dunque, nella pratica? “I Consigli di disciplina saranno chiamati a valutare ogni caso nello specifico, per accertare che ricorrano tutte le condizioni previste dalla sentenza della Corte Costituzionale - spiega Anelli -. Se così sarà, il medico non sarà punibile dal punto di vista disciplinare. In questo modo abbiamo voluto tutelare la libertà di coscienza del medico, il principio di autodeterminazione del paziente e, nel contempo, l’autonomia degli Ordini territoriali nei procedimenti disciplinari, correlandoli con la perfetta aderenza ai dettami costituzionali”. Frutto di un lungo lavoro della Consulta deontologica della Fnomceo - coordinata da Pierantonio Muzzetto -, gli Indirizzi applicativi sono stati approvati dal Comitato Centrale del 23 gennaio scorso e portati questa mattina all’esame del Consiglio nazionale. Da oggi sono parte integrante del Codice di Deontologia Medica. Fonte.www.quotidianosanità.it
Camera:Fentanyl
Quotidiano Sanità,   05/02/2020
La Camera dichiara guerra al traffico illegale di Fentanyl: uccide più dell’eroina. Negli Usa 42mila morti e 8.000 in Europa Approvata ieri all'unanimità una mozione che impegna il Governo a predisporre un'attenta vigilanza per contrastare la diffusione illegale di fentanyl, attivando in particolare la polizia postale; ad avviare contatti diplomatici con il Governo cinese per garantire un efficace contrasto al narcotraffico; ad attivare azioni informative precoci sull'alta pericolosità di questa sostanza, se utilizzata fuori dal controllo medico; a creare una rete di segnalazione e monitorare la diffusione territoriale di questo farmaco. 05 FEB - Il Parlamento si muove per contrastare la sempre più diffusa vendita illegale del fentanyl. L'Aula della Camera ieri ha approvato all'unanimità la mozione della maggioranza che impegna il Governo al contrasto della diffusione illegale del farmaco antidolorifico della famiglia degli oppioidi che ha causato migliaia di morti in America, e che ora spaventa molto anche l'Italia. In premessa si legge infatti come la sempre più diffusa vendita illegale di farmaci oppioidi abbia prodotto un netto incremento delle morti per overdose: nel 2016 sono stati accertati oltre 42.000 casi di decessi negli Stati Uniti e circa 8.000 in Europa. Nel settembre 2018, chiarisce la mozione, si è compreso con ritardo che anche in Italia si era registrata la prima morte dovuta ad assunzione di fentanyl, non ad eroina, come in un primo momento dichiarato. La morte era avvenuta nell'aprile 2017, ma era stata scoperta solo l'anno successivo. In Italia, a causa della comunicazione non tempestiva dell'arrivo del fentanyl, ancor oggi non si conosce esattamente quanto il fenomeno si sia diffuso. Una seconda morte è avvenuta il 10 giugno 2018. "Non ci sono dati certi relativi ai decessi per overdose avvenuti negli ultimi due anni collegati al fentanyl. La scoperta ritardata di oltre un anno della prima morte preoccupa, perché, lo si ripete, potrebbe trattarsi solo della punta di un iceberg di un fenomeno più grave ed esteso", si legge in premessa. "Le cronache di questi giorni segnalano quattro casi rilevati negli ultimi tre mesi in Emilia-Romagna: due a Bologna, uno a Modena e uno a Parma. Questo oppioide sintetico è stato rinvenuto grazie a nuovi kit di autoanalisi che sono stati messi a punto dalla regione Emilia-Romagna e distribuiti ai consumatori nei Servizi per le tossicodipendenze (SerDP, gli ex SerT) e in tutte le unità di strada della regione. Il test consiste in una striscetta diagnostica che in pochi secondi permette di rilevare in modo rapido 12 varianti della sostanza. In caso di esito positivo, il consumatore o l'operatore possono scattare una foto e inserire una segnalazione su una piattaforma on line. La piattaforma ha l'obiettivo di creare una rete di segnalazione per proteggere i consumatori, avvisandoli che in quell'area è stata rilevata la presenza di fentanyl e che dunque il consumo potrebbe essere potenzialmente molto pericoloso". Sulla base di queste premesse, la mozione approvata impegna il Governo sui seguenti punti: 1) ad adottare le iniziative idonee per investire l'Unione europea, nelle sedi istituzionali competenti, della questione di cui in premessa, al fine di proporre l'adozione di ulteriori e più efficaci politiche di contrasto alla diffusione del fentanyl e similari nel territorio dei Paesi membri; 2) a predisporre, a cura del Ministro dell'interno, un'attenta vigilanza per contrastare la diffusione illegale di fentanyl e similari, fatti salvi gli usi terapeutici, attivando in particolare la polizia postale, e per tutelare gli agenti dal contatto cutaneo; 3) a predisporre, a cura del Ministro della salute, un’indagine ministeriale per accertare eventuali ulteriori casi di morte imputabili a tale sostanza, quando assunta a scopo voluttuario, non ancora individuati; 4) a consentire, da parte dei Ministri competenti, la divulgazione e la pubblicazione tempestiva dei dati relativi ai casi di morte a causa del fentanyl utilizzato a scopo voluttuario; 5) a predisporre, da parte del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, i necessari contatti diplomatici con il Governo cinese, avviando forme di collaborazione necessaria per garantire un efficace contrasto al narcotraffico; 6) a predisporre, da parte del Dipartimento per le politiche antidroga della Presidenza del Consiglio dei ministri, in ottemperanza alle competenze attribuite dalla legge, azioni mirate per prevenire e contrastare il diffondersi di questa specifica sostanza nel mercato nero e il relativo impatto nel campo della tossicodipendenza; 7) ad attivare azioni informative precoci sull'alta pericolosità di tale sostanza, se utilizzata fuori dal controllo medico, anche per le persone in carico ai servizi pubblici per le tossicodipendenze, alle comunità o in contatto con le unità di prevenzione in strada; 8) a valutare la possibilità di adottare le iniziative di competenza per estendere a tutto il territorio nazionale il kit sperimentale di autoanalisi e la piattaforma on line di cui in premessa, al fine di creare una rete di segnalazione e monitorare la diffusione territoriale del fentanyl. Fonte.www.quotidianosanità.it
Da libero quotidiano:ludopatia
A.M.C.I. Roma,   05/02/2020
Rostan (LeU): l’invasione va fermata a tutti i costi ROMA - “Sto per presentare una mozione in Aula perché sono convinta che sia giunto il momento per molti di gettare via la maschera sul delicatissimo tema del gioco d’azzardo nel nostro Paese. I numeri delle vittime dell’azzardopatia continuano a essere insostenibili, con un impatto sociale devastante. Dati preoccupanti riguardano i giovani: almeno 700 mila studenti fra i 14 e i 17 anni hanno giocato d’azzardo e gli anziani infatti sono tre milioni gli over 65 che giocano abitualmente, soprattutto con le lotterie istantanee, 60 mila dei quali evidenziano problemi col gioco d’azzardo. Il costo sociale di questa dipendenza è incalcolabile e a pagare il prezzo più grande sono le famiglie dei giocatori. L’arrivo di 322mila nuove slot ancora più pericolose è assolutamente inaccettabile”. Lo ha dichiarato Michela Rostan, vicepresidente della Commissione Affari sociali della Camera annunciando la conferenza stampa che si terrà domani alle ore 16 presso la sala stampa della Camera insieme a Benedetto Palese, presidente nazionale di Agcai (Associazione gestori e concessionari degli apparecchi da intrattenimento). “Un’invasione che va fermata ad ogni costo – ha aggiunto Palese – Mentre una regione virtuosa come l’Emilia Romagna , sta facendo chiudere tutte le sale con videolottery vicino ai luoghi sensibili , resistendo alle forti pressioni delle lobby dell’azzardo, in Italia stanno arrivando 322 mila apparecchi (265 mila slot da bar del tipo awp e 57 mila slot da sala del tipo vlt ancora più pericolose, in quanto avranno una percentuale di vincita minore di ben 4 punti, vale a dire di circa 900 milioni di euro annui in meno nelle tasche dei giocatori, che invece incasserebbe direttamente lo Stato. Le lobby dell’azzardo, capeggiate da alcune potenti multinazionali, per evitare che l’aumento della tassazione che aveva chiesto il governo ricadesse sul comparte delle slot esistenti nelle sale videolottery, considerata la forte influenza che hanno presso i Monopoli, hanno ‘scaricato’ lo stesso importo sui giocatori intervenendo sulla riduzione della percentuale di vincita. Le regioni devono intervenire subito per fermare questa invasione e proporre al governo di sostituire tutte le attuali slot da bar con un apparecchio a piccola vincita, con controllo da remoto, non pericoloso, con costo orario simile ad un flipper. Tecnicamente si può fare subito, anche se la ‘missione’ più urgente è impedire alle multinazionali dell’azzardo di gestire il gioco d’intrattenimento e divertimento perché stanno trasformando un semplice apparecchio da bar, nato per far divertire in una slot pericolosa e di puro azzardo. Infine, rivolgiamo un appello al governo di non rinnovare le concessioni delle videolottery presenti nelle sale ormai diventate dei veri e propri supercasinò. E’inaccettabile che solo in Italia debbano esistere questo tipo di apparecchi che sono i più pericolosi al mondo e sono vietati in tutta Europa”. Fonte.www.libero quotidiano.it
Milano:Delpini ai medici
Avvenire,   03/02/2020
Milano. Delpini: medici, ecco come si può vincere la vostra solitudine Francesco Ognibene lunedì 3 febbraio 2020 Pressati dalle aspettative dei pazienti, dalla tecnologia sempre più sofisticata e da problemi etici complessi, i medici si sentono soli. L'arcivescovo di Milano Delpini ha dialogato con loro. Forse siamo a tal punto assordati e sedotti dall’individualismo che impregna la nostra cultura da non accorgerci dell’insinuarsi di un male che svuota la vita dall’interno come un parassita: è la solitudine - in senso esistenziale e non solo anagrafico - che sta disgregando l’esistenza di tanti, oltre a sgretolare il tessuto sociale. Ma è dentro le professioni a maggior tasso di responsabilità e di impegno che l’essere e il sentirsi soli colpisce più a fondo. E per questo è particolarmente acuta l’intuizione dei Medici cattolici di Milano (Amci) che stanno innovando radicalmente la loro presenza pubblica: anzitutto scegliendo proprio il tema - solo all’apparenza sorprendente - della "solitudine del medico" per il loro convegno, sabato 1° febbraio nella Sala Napoleonica dell’Università Statale, ma anche allargando la partecipazione a tutti i colleghi milanesi grazie all’intesa con l’Ordine provinciale (Omceo), guidato da Roberto Carlo Rossi, che ha promosso l’iniziativa come evento formativo, con la conseguente massiccia partecipazione di camici bianchi. Ma a far cambiar marcia, con l’intraprendenza del presidente di Amci Milano Alberto Cozzi, è arrivata la lettera dell’arcivescovo Mario Delpini ai medici milanesi, lo scorso autunno, che ha aperto un dibattito nella categoria affiorato ieri e che ha trovato nella partecipazione dello stesso Delpini all’appuntamento Medici cattolici-Omceo il suo esito naturale, un passo molto significativo dentro il percorso di un’amicizia rilanciata. Premesso che la lettera ai medici è nata per la «gratitudine» verso la loro «sensibilità umana», Delpini si è rivolto ai medici calandosi nelle domande che nascono da un’esperienza professionale che si fa sempre più complessa, tra attese dei pazienti, tecnicismi e burocrazia. Il tema della solitudine, così, è diventato la chiave per entrare nella loro stessa vita, a cominciare dalla forma buona di quella «invocata» per ritagliarsi finalmente «un po’ di raccoglimento, necessario a rivedere interiormente i volti dei pazienti, ad aggiornarsi, a prendersi cura di sé, che è una forma di amore verso il mondo». Se ripulita da forme di «egocentrismo», la solitudine cercata come «un’oasi nel deserto di giornate mai facili» è «persino doverosa» perché può far argine al suo opposto, a quella «solitudine maledetta, subìta come la prova frustrante del sentirsi abbandonati, di dover fronteggiare l’amarezza di chi non capisce le ragioni del medico», sino a forme di violenza purtroppo crescenti di pari passo con le pretese di veder soddisfatta alle proprie condizioni la domanda di salute. È la deriva estrema della trasformazione del «paziente in cliente, che dunque pensa di aver sempre ragione e che esige di ottenere diritti trasformati in pretese». Il medico finisce col «percepirsi come fornitore di servizi di cui il cliente o la sua famiglia non sono soddisfatti». Se ne esce solo ponendosi al fianco del malato in un «atteggiamento di alleanza, entrambi impegnati contro il comune nemico della malattia». Occorre che il medico «trovi i modi per dirlo, una premessa a qualunque adempimento clinico: siamo qui per lottare insieme». Ancor più radicale è la sfida della solitudine davanti alla malattia «che si presenta con tratti imprevedibili, sconcertanti, come invincibile», e che affligge malati «con caratteristiche personalissime». Davanti al nemico sovrastante, il medico spesso «è l’unico appiglio per il malato», e talvolta «sente di non essere in grado di sostenere un simile peso», tentato di «parcellizzare la risposta - altri specialisti, i farmaci, la tecnologia - per delegare la propria responsabilità». È una delle forme assunte dalla «drammaticità dell’incontro tra l’uomo e il male, specie se inguaribile» e che va affrontata con «l’accettazione della fragilità strutturale dell’uomo, prendendosi cura con umiltà anche di ciò che non si può guarire». È un’altra espressione della «alleanza tra medico e paziente», col primo che «non è un guaritore» ma «il compagno di strada del malato per affrontare l’enigma del male» da «collocare dentro l’orizzonte di un bene più grande, della speranza, anche nella dimensione spirituale del Dio che libera l’uomo dalla morte». È questa una «responsabilità dalla quale il medico non può sentirsi esonerato» e che offre una risposta anche nei casi più estremi, quelli nei quali «il medico deve assumere scelte dalle quali dipende la vita». E se Delpini sui temi del nascere e del morire auspica una «riflessione pacata» capace di «ricercare valori da condividere» e non «sale da spargere sulle ferite», ricorda ai medici anche che «mettendo in discussione accanimento terapeutico ed eutanasia la Chiesa può offrire una parola di saggezza a tutti». In questo terreno l’arcivescovo invoca una «capacità di discernimento per giungere alla certezza morale che la scelta compiuta è buona» mettendo in campo «la solitudine che permette di riflettere nella propria coscienza» professionale e umana, quest’ultima maturata in «relazioni familiari che ritrovino l’equilibrio con l’impegno del lavoro» spesso dominante. Perché non c’è solitudine più insostenibile del sentirsi «prosciugati e indotti ad estraniarsi» dall’affetto dei propri cari. Non isolarsi: vale per i medici, vale per tutti. Fonte.www.avvenire.it