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Lazio:piano sanitario
Quotidiano Sanità,   01/07/2020
Lazio. Ecco il nuovo piano sanitario, per “una nuova visione centrata sulla persona” Investimenti strutturali, tecnologici e sul personale, rafforzamento della medicina territoriale e delle reti tempo dipendenti, ammodernamento strutturale e tecnologico. Poi farmacia dei servizi e avvio dell’Azienda 0 con l’obiettivo “non di ridurre l’ambito di autonomia delle singole Aziende e la relativa responsabilità, ma di cercare di razionalizzare e standardizzare processi attraverso un’azienda dedicata ad affrontare e risolvere i punti critici”. E se dopo anni di deficit il risultato economico di gestione del Ssr è tornato positivo, per il triennio 2019-2021 sono attesi ulteriori miglioramenti. IL PIANO 30 GIU - Pubblicato sul Bur di oggi, 30 giugno, il Decreto del Commissario ad Acta della Regione Lazio del 25 giugno 2020, n. U00081, in materia di “Piano di riorganizzazione, riqualificazione e sviluppo del Servizio Sanitario Regionale 2019-2021”. Un piano che gira intorno a una parola chiave: “centralità della persona”. E che apre il nuovo corso della sanità regionale che, dopo anni di disavanzo e Piani di Rientro, a cominciare nel 2007, a potuto nel 2019 chiudere il bilancio sanitario in avanzo. Ma le responsabilità restano molte, come si legge nella premessa del documento: “Il triennio verso cui ci si avvia impone l’obbligo di riequilibrare le scelte di programmazione sanitaria, nell’ultimo decennio fortemente incentrata sul contenimento dei costi, ponendo la persona e il suo percorso assistenziale al centro degli obiettivi programmatori. In tale contesto, la declinazione a livello regionale delle indicazioni del Piano Nazionale delle Cronicità rappresenta una grande opportunità per favorire la presa in carico del paziente, il miglioramento dei processi assistenziali e la tempestività nella risposta del SSR, ma anche per un miglioramento nell’utilizzo appropriato delle risorse umane, finanziarie e strutturali”. L’obiettivo che Regione Lazio deve porsi nei prossimi anni, dunque, è quello di consolidare il grande lavoro di recupero di efficienza contabile e gestionale, che ha permesso di arrivare all’equilibrio economico, e avviare azioni migliorative, “da sostenere - si evidenzia nel documento - anche attraverso un coerente orientamento degli assetti regolatori, in quegli ambiti nei quali non si sono ancora raggiunti standard di efficacia, efficienza e appropriatezza dei processi”. Nello specifico, obiettivo del prossimo triennio sarà quello di avviare un percorso di trasformazione del sistema verso la piena integrazione tra ospedale, territorio e prevenzione, al fine di garantire la semplificazione dei percorsi dei cittadini, adeguati e appropriati livelli di assistenza ai pazienti cronici, nonché azioni di promozione della salute e di prevenzione nella popolazione generale, a beneficio delle future dinamiche dei bisogni di salute e della capacità di rispondere alle sfide del sistema. Si investirà sul miglioramento strutturale e tecnologico, ricorrendo ai finanziamenti previsti in materia di edilizia sanitaria e migliorando i flussi informativi in termini di tempestività, completezza e qualità, sia nel processo di formazione del personale, in particolare sui temi dell’alta formazione gestionale- organizzativa. Sarà inoltre necessaria una revisione della governance istituzionale del SSR, che preveda l’accentramento di alcune funzioni tecnico-specialistiche di carattere organizzativo-gestionale, consentendo una maggiore focalizzazione delle Aziende sanitarie nei servizi alla persona. In questo contesto rientra anche l’istituzione dell’Azienda 0 il cui obiettivo, si evidenzia nel documento, “non è ridurre l’ambito di autonomia delle singole Aziende e la relativa responsabilità, ma cercare di razionalizzare e standardizzare processi attraverso un’azienda dedicata ad affrontare e risolvere i punti critici”. Per il potenziamento dell’assistenza territoriale si punterà al Distretto, “oggi percepito dal cittadino principalmente come luogo di autorizzazione o certificazione per accedere a servizi sanitari e non sanitari” mentre “sarebbe deputato a svolgere una funzione di ‘tutela’ dei cittadini residenti, di valutazione dei bisogni, committenza e gestione dell’offerta di servizi nell’ambito delle cure primarie, dell’integrazione socio-sanitaria, della riabilitazione territoriale, dei servizi rivolti alle persone non autosufficienti, delle dipendenze e delle attività consultoriali”. Una mission da recuperare e realizzare. A questo scopo essenziale sarà la definizione del fabbisogno quantitativo e qualitativo di personale per i distretti aziendali; la definizione del fabbisogno formativo del personale dei distretti aziendali; l’implementazione di un sistema informativo integrato che copra tutte le attività del distretto (anche in termini di valutazione e monitoraggio), la definizione del ruolo/responsabilità del distretto nella gestione dei percorsi di cura del paziente cronico. 
 Per il percorso assistenziale integrato territorio-ospedale-territorio si punterà invece sulla implementazione di sistemi per la dimissione concordata, attraverso uno strumento informatico per la comunicazione integrata ed in tempo reale tra i reparti di degenza ed il Distretto (per l’Assistenza Domiciliare) (si veda paragrafo Integrazione ospedale-territorio), nonché sulla realizzazione della “presa in carico” del paziente cronico o comunque inserito all’interno di un PDTA, secondo precisi protocolli di gestione dei percorsi e dei follow-up, con la possibilità di provvedere alla prenotazione delle prestazioni “di controllo”. Per il personale, l’intenzione è passare da una “mera amministrazione del personale a un sistema che metta in primo piano lo sviluppo del potenziale del personale attraverso una attenta valutazione dell’effettivo fabbisogno, una approfondita analisi del livello di competenze, conoscenze e attitudini possedute e di quelle considerate necessarie, misure tutte finalizzate ad evitare un ulteriore impoverimento delle risorse umane del SSR e a supportare le conseguenti manovre collegate alla innegabile necessità di assicurare adeguatezza e completezza del turn over registrato sempre in crescita”. La nuova governance avrà anche l’obiettivo di ridurre il ricorso a contratti di lavoro a tempo determinato, “da ricondurre esclusivamente nel proprio alveo normativo, finalizzato a soddisfare esigenze temporali limitate ed urgenti, in funzione di prevedibili picchi di attività, generando nuovi stimoli nel personale neoassunto a vantaggio di un miglioramento nell’assistenza al paziente. Una programmazione puntuale delle assunzioni risulta essere elemento imprescindibile per il mantenimento del sistema, anche conseguentemente alle carenze derivanti dal sempre più crescente numero di cessazioni incrementato a seguito dell’introduzione delle nuove disposizioni pensionistiche nazionali”. E poi telemedicina, anche sulla scia delle esperienze e delle necessità emerse durante l’emergenza covid. In particolare il piano della Regione Lazio prevede i seguenti progetti: - Telesalute: al fine di garantire l’implementazione dei servizi di telesalute, prevalentemente a domicilio, ad una più ampia platea di pazienti affetti da patologie croniche è necessario: 1) completare l’attivazione dei Centri Servizi telesalute all’interno delle strutture sanitarie, per la gestione dei dati del telemonitoraggio, ed il supporto ai Centri ADI, Specialisti, MMG e PLS per la gestione della terapia, degli accessi infermieristici e per migliorare la informazione e formazione (knowledge and behaviour) del paziente; 2) integrare i sistemi di telesalute con gli applicativi regionali disponibili (sistema Recup, ricetta dematerializzata, Sistema Informativo Assistenza Territoriale, Fascicolo Sanitario Elettronico); 3) definire un sistema informativo per la raccolta dei dati di attività di telemonitoraggio; 4) definire le modalità di remunerazione dei servizi di Telesalute; 
 - Teleconsulto: nel percorso assistenziale dei pazienti, si rende talvolta necessario il consulto tra medici di specialità non presenti all’interno della stessa struttura e la discussione dei casi clinici più complessi in un contesto multidisciplinare. Il Teleconsulto, in questo ambito, si rivela di particolare utilità perché permette l’accesso alle opinioni di esperti di diverse discipline presenti nelle varie strutture. Per l’estensione dell’utilizzo del teleconsulto nelle reti cliniche è prevista 1) la definizione di un documento tecnico per l’integrazione della piattaforma di Teleconsulto ADVICE con gli strumenti di gestione ed eventuali sistemi applicativi attualmente in uso nelle differenti strutture ospedaliere di ricovero, riabilitazione, postacuzie e territoriali 2) definizione delle tariffe per il teleconsulto; 
 - Telemedicina per il sistema dell'emergenza: 1) evoluzione dei sistemi Telemed, ADVICE, ed integrazione con il nuovo sistema informativo dell'emergenza ospedaliera; 2) evoluzione web del nuovo sistema dell'emergenza ospedaliera ed integrazione con i sistemi informativi regionali, certificazione INPS, sistema ricetta dematerializzata e Recup. 
 - Formazione degli operatori sulle nuove tecnologie al servizio dei percorsi clinici 
 - Formazione dei pazienti all’autocura della propria patologia attraverso strumenti di Telesalute 
 Un ruolo importante lo svolgeranno anche le farmacie, con la sperimentazione della Farmacia dei servizi, in “una visione moderna di inserimento della farmacia nell'ambito della Comunità di pratica per la presa in carico dei pazienti cronici”. In questo senso, si legge nel documento, “la farmacia va riorientata a fornire servizi al paziente, con specifico riferimento al miglioramento della aderenza terapeutica, alle cure domiciliari e alla integrazione con il team della Comunità di Pratica, retribuendo la farmacia stessa mediante onorario e quindi sganciando la remunerazione dal prezzo dei farmaci. Implementazione di progettualità con le farmacie di comunità al fine di monitorare l’appropriatezza e l’aderenza nelle terapie per la cronicità”. Evidenziato anche il ruolo delle farmacie di comunità nell’apertura del fascicolo sanitario che, nei piani della Regione, dovrebbe facilitare la completa presa in carico dell’assistito cronico e polipatologico nonché ulteriori progetti di dematerializzazione del promemoria farmaceutico grazie all’attivazione del fascicolo farmaceutico 30 giugno 202
Coronavirus:azzardo
Avvenire,   12/06/2020
Coronavirus. Azzardo, appello di comunità e associazioni sui rischi della riapertura Antonio Maria Mira giovedì 11 giugno 2020 Lettera al Governo delle realtà che si occupano dei giocatori patologici e delle loro famiglie sul pericolo di "ricaduta nella dipendenza. Fate riaprire prima i servizi di recupero" Con la riapertura delle sale da scommessa, da slot machine, da bingo e dei punti vendita dell’azzardo "c’è il rischio di ricaduta nella dipendenza di molti ex giocatori e di vanificare i sacrifici di queste settimane". È l'allarme lanciato dalle associazioni degli ex giocatori, dagli enti non profit e di promozione sociale, dal volontariato che segue giocatori patologici e le loro famiglie. E lo fanno con una lettera/appello inviata al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro della Salute e al Comitato Tecnico-scientifico per l’emergenza Covid-19. I promotori sono AGITA di Campoformido (Udine), AND (Varese), Gruppo Logos e Famiglie in gioco (Salerno), SOS Azzardo - Magliana 80 (Roma), cartello Insieme contro l'azzardo, ma l'appello ha già raccolto l'adesione di decine di altre realtà, ed è ancora aperto alle firme. La lettera, resa pubblica proprio nel giorno in cui il governo dovrebbe prendere una decisione sulla riapertura, chiede che siano prese in considerazione "le esigenze di quanti si occupano della presa in carico delle persone con Disturbo da Gioco d’Azzardo, del sostegno alle famiglie in sofferenza sia per uno o più congiunti con tale problema, dell’assistenza alle persone che rischiano l’esclusione sociale per debiti, della solidarietà con le vittime dell’usura". Come già affermato dai quattro esperti dell'Osservatorio per il contrasto della diffusione del gioco d'azzardo e il fenomeno della dipendenza grave, istituito presso il Ministero della Salute, dei quali abbiamo scritto ieri, anche gli operatori di comunità e associazioni sostengono che "la riapertura di tutta la vasta e pervasiva macchina del gioco d’azzardo avrà effetti molto gravi sulla salute delle persone, sulle relazioni intrafamiliari e sulla società in generale: specialmente dopo tre mesi di sospensione delle pressioni per indurre a giocare d’azzardo". Forti dell'esperienza diretta sul campo, spiegano che "in questi mesi, pur nella sofferenza per il lockdown, i pazienti in cura hanno potuto contare su una relativa serenità, mentre molti giocatori patologici hanno interrotta la pratica del gambling e spontaneamente ottenuto la remissione del sintomo della dipendenza". Proprio per questo si dicono "allarmati dal fatto che di questa situazione non si stia tenendo conto nel procedere a autorizzare la rimessa in moto delle sale slot, dei centri scommessa, dei casinò anche on line e di tutto il resto". Così fanno una precisa richiesta al ministero e ai comuni. Che il primo "si pronunci", non lasciando solo ad altri la decisione. Che i secondi "provvedano a adottare misure sussidiarie di tutela dei cittadini, che prima di autorizzare le riaperture si sia resa disponibile e funzionante tutta la rete dei servizi pubblici e del privato sociale delle terapie" attualmente ancora chiusa per l'emergenza sanitaria. La lettera si conclude con l'ulteriore preoccupazione "che nell’Italia impoverita dalle restrizioni necessarie per la pandemia, il gioco d’azzardo possa approfittare della fragilità delle persone per aggiungere ulteriori sofferenze a quelle provocate dal Coronavirus". Fonte.www.avvenire.it
Tempi di vestizione
Quotidiano Sanità,   12/05/2020
Tempi di vestizione. Altre due sentenze di Cassazione confermano il diritto dei minuti aggiuntivi Confermato l’orientamento del primo pronunciamento della Cassazione del 2017: i minuti di vestizioni e per il passaggio delle consegne è una attività che fa parte del lavoro e per questo vanno riconosciuti e retribuiti. Soddisfazione del Nursind Pescara, che aveva presentato ricorso: “Ringraziamo pubblicamente l’Avv. Carmine Ciofani; insieme abbiamo ideato, creduto, costruito e vinto i 3 gradi di giudizio, concludendo l’iter in modo positivo e definitivo”. LE SENTENZE 12 MAG - I tempi di vestizione/svestizione e passaggio di consegna va considerato lavoro e quindi retribuito. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con due nuove sentenze del 7 maggio 2020 (la n° 8622 e la n° 8627). Il pronunciamento arriva a seguito del ricorso presentato dal Nursind Pescara, e conferma l’orientamento della prima sentenza di cassazione patrocinato dal Nursind del 22/11/2017 n. 27799. Le cause patrocinate dal Sindacato riguardano il diritto a vedersi riconosciuti 10 minuti prima e dopo il turno di lavoro (20 minuti complessivi) per compiere la vestizione/svestizione e passaggio delle consegne.” Quest’ultimo punto - spiega il Nursind Pescara in una nota - è un elemento di novità e specifico della categoria che infatti la Cassazione ritiene ‘per le funzioni che è chiamata ad assolvere lo scambio di consegne va considerato, di per sé stesso, meritevole di ricompensa economica’ sottolineando che in questo modo si è inteso ‘imprimere a tale attività una nuova rilevanza, accrescendo la dignità giuridica della regola deontologica della continuità assistenziale’”. Il diritto è stato recepito ed inserito nel CCNL comparto sanità del 21 maggio 2018, "ma non come è stato sentenziato dai Giudici della Corte di Cassazione, in quanto hanno ridotto il minutaggio e modificato le modalità”, evidenzia la segreteria territoriale del sindacato che ha voluto ringraziare pubblicamente l’Avv. Carmine Ciofani, “che insieme alla stessa hanno ideato, creduto, costruito e vinto i 3 gradi di giudizio, concludendo l’iter in modo positivo e definitivo”. Fonte.www.quotidianosanità.it
Azzardo
Repubblica,   05/05/2020
ONCOLINE Gioco d'azzardo, con il lock down sono aumentati i malatiGioco d'azzardo, con il lock down sono aumentati i malati Aumenta la richiesta di aiuto agli sportelli. Un problema che riguarda un milione e trecento mila persone di MAURIZIO PAGANELLI ABBONATI A 04 maggio 2020 Riprendono a funzionare le lotterie, istantanee e telematiche, molti giochi già nelle tabaccherie sono attivi da lunedì 27 e Lotto e Superenalotto inizieranno da lunedì 4 maggio. Restano chiuse ancora le sale bingo, sale scommesse e sale gioco. Il lockdown con fermo del gioco del Lotto è durato una quarantina di giorni, l'ultima estrazione la sera del 21 marzo. Un blocco simile non vi fu neppure ai tempi della guerra. Ma la ripresa porterà cattive notizie sul fronte della salute mentale perché con la quarantena sono aumentati i malati. Il popolo dei ludopatici, i dipendenti dal gioco d'azzardo, si stima un milione e trecentomila persone, secondo tutti gli esperti ha peggiorato la propria condizione in questo periodo, l'isolamento ha creato nuovi malati con il gioco online che probabilmente si allargherà. L'Istituto Superiore di Sanità (ISS) e le varie consulte regionali hanno già osservato il fenomeno attraverso le richieste di aiuto ai vari sportelli (come le videochiamate a www.lapromessa.org/) e numeri verdi (800 558822 Iss). Roberta Pacifici, direttore del Centro Dipendenze e Doping dell'Iss sostiene che «la presa di coscienza di avere un problema è aumentata con il lockdown». Le chiamate al numero verde Iss, circa 350 al mese, sono divenute più lunghe, la media da 15 minuti a 40. Lo psicoterapeuta Fabrizio Fanella, dell'Osservatorio regionale Lazio su gioco d'azzardo patologico e direttore del Centro Riabilitativo per le Dipendenze “La Promessa” di Roma, afferma: «Vi è stato in queste settimane un aumento forte del gioco online, la solitudine ha provocato peggioramenti nelle persone dipendenti dal gioco e un incremento esponenziale del consumo di alcol. Nell'immediato futuro faremo i conti con questi effetti psicologici del lockdown». Carburante per le dipendenze Se l'Istituto Superiore di Sanità sottolinea come il "Stai a casa" ha «agito da volano per i fattori di rischio comportamentali legati all’uso di fumo e di alcol, in forte incremento in tutto il mondo», Fanella racconta dell'aumento di consulenze online e chat, «misuriamo il disagio, ansia, aggressività, tensioni familiari accentuate. Situazioni preesistenti al CoVid19 che si sono slatentizzate con queste restrizioni. Registriamo così ricadute nella dipendenza da gioco. Si verifica uno stato depressivo trasversale sotto forma di pigrizia e tristezza e poi depressivo reattivo. Il miglior carburante proprio per le dipendenze». E l'ISS aggiunge: «La copresenza forzata 24 ore su 24 con un familiare o un convivente può rendere evidente un comportamento di gioco compulsivo; l’impossibilità di giocare d’azzardo per una persona con un disturbo specifico può causare un aumento del livello di stress, inquietudine, aggressività, disturbi del sonno al punto tale da inasprire le relazioni di convivenza». La stessa rivista Lancet in un commento (https://www.thelancet.com/journals/lanpsy/article/PIIS2215-0366(20)30171-1/fulltext#%20) apparso recentemente a cura di un gruppo di clinici e ricercatori inglesi su prevenzione e rischio suicidio durante la pandemia, segnala che negli USA durante l'epidemia spagnola del 1918-19 i morti per suicidio aumentarono come tra gli anziani ad Hong Kong durante la SARTS del 2003 e richiama i rischi attuali legati alla depressione esolitudine. L'identikit Il giocatore patologico - dicono gli esperti - è maschio (60% contro 40% donne), in buona parte concentrato intorno alla fascia di età 40-55 anni. In genere ha un gioco preferenziale. «A lui non interessa il gioco in sé - riassume Fanella - vuole in quel momento evadere dalla realtà e provare forti sensazioni. È l'azzardo. Si calcola il 40-45% sia dedito all'online, percentuale che sicuramente ora aumenterà». Lombardia, Lazio e Campania sono le Regioni dove si gioca di più, ma anche dove maggiore è la densità abitativa. SIIPAC società italiana intervento patologie compulsive sostiene, in base a ricerche del 2009, che «i tassi di gioco d’azzardo problematico sono più alti tra chi gioca on-line rispetto a giocatori non on-line». Secondo la relazione al Parlamento dell'Osservatorio nazionale nel 2019 tra gli 8 e i 10 milioni di persone in Italia giocano d'azzardo, dei quali 1,3 milioni con una diagnosi accertata di dipendenza patologica. Incassi e giochi Incredibile l'elenco dei giochi esistenti: AWP, Betting Exchange, Big, Bingo, Comma 7, Concorsi Pronostici Sportivi, Eurojackpot, Giochi di Abilità, Ippica Internazionale, Ippica Nazionale, Lotterie Istantanee, Lotterie Istantanee Telematiche, Lotterie Telematiche Tradizionali, Lotterie Tradizionali, Lotto, PlaySix, Scommesse Ippiche In Agenzia, Scommesse Sportive a Quota Fissa, Scommesse Virtuali, Superenalotto, V7, VLT, Winforlife. I dati provvisori 2019 dei Monopoli dello Stato riguardanti i giochi segnalano per i giochi telematici 36 miliardi e gioco fisico 74 miliardi 142 milioni. Il comparto gioco pubblico incide per l'1% del Prodotto interno nazionale (PIL). «La chiusura del Gioco legale in Italia – ha recentemente dichiarato il Presidente di ACADI, Geronimo Cardia – sta costando allo Stato 750 milioni di euro al mese e le mancate entrate per l’Erario, ad oggi, ammontano a 1,5 miliardi di euro». Fonte.www.larepubblica.it
Corona virus,azzardo
Avvenire,   29/04/2020
Coronavirus. Azzardo marcia indietro, niente slot e scommesse Antonio Maria Mira mercoledì 29 aprile 2020 Una nuova determinazione del direttore dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli corregge la riapertura decisa il 23 aprile. Nei tabaccai macchinette ancora spente e niente puntate su eventi sportivj Parziale, ma importante marcia indietro sulla riapertura dell'azzardo. Niente ripresa delle slot nei tabaccai e neanche le scommesse su eventi sportivi negli stessi esercizi commerciali e in quelli per i quali è stata autorizzata la riapertura. Cioè quelli che ospitano corner e punti scommessa, come gli internet point. Lo stabilisce una determinazione del direttore dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Marcello Minenna che porta la data del 29 aprile. Il documento va a corregge la determinazione del 23 aprile che aveva deciso la riapertura graduale dell'azzardo nelle tabaccherie. In un comunicato si legge che "a parziale modifica della determinazione direttoriale n. 125127/RU del 23 aprile 2020, in data odierna è stata emanata una nuova determinazione direttoriale che prevede l’impossibilità di riapertura della raccolta presso esercizi per i quali non vige obbligo di chiusura, delle scommesse su eventi sportivi e non sportivi, ivi compresi quelli simulati e della raccolta tramite dispositivi elettronici del tipo “slot machines ”, inizialmente prevista per l’11 maggio p.v. e la possibilità di raccolta solo in modalità online per le scommesse che implicano una certificazione da parte di personale dell’Agenzia". Restano confermate le riaperture delle altre modalità come Lotto e Superenalotto, ma la frenata c'è e soprattutto riguarda quelle più pericolose, come slot e scommesse, per le quali oltretutto sarebbe stato molto difficile evitare assembramenti nelle tabaccherie, visto che si tratta di "giochi" che possono avere lunghe durate. Inoltre, come sottolinea la determinazione, il Dpcm del 26 aprile ha "inibito ogni attività" di sale slot e sale scommesse, e quindi era necessario "allineare" le decisioni dell'Agenzia con quelle del Governo. Una decisione che sana un'evidente contraddizione tra chiusura confermata almeno fino al 18 maggio delle sale slot e vlt e la riaccensione dall'11 maggio delle 60mila "macchinette" nelle tabaccherie (per le centinaia di migliaia nei bar non ci sono ancora ipotesi). E sulla decisione hanno sicuramente influito, come denunciato da Avvenire, le file che si sono formate fin dal primo giorno di ripresa dell'azzardo. E ancora senza slot e scommesse. Un vero rischio per l'emergenza Covid-19. Così Minenna, dopo aver informato il ministro dell'Economia e delle Finanze, Roberto Gualtieri, ha modificato la decisioni di sei giorni fa. Nella determinazione del direttore dell'Agenzia, si legge, infatti, che dall'articolo 1, lettera i) del Dpcm del 26 aprile, "si rileva che, in relazione alle “sale giochi, sale scommesse e sale bingo”, oltre all’obbligo di chiusura è puntualmente inibita “ogni attività”". Dunque, prosegue la determinazione, "la scelta governativa impone di rivedere parzialmente il piano di graduale ripresa delle attività “tipiche” delle sale menzionate, che si possono svolgere anche presso esercizi per i quali non vige obbligo di chiusura, nel rispetto delle misure di contenimento previste". Quindi niente slot e scommesse. Mentre, conclude Minenna, viene confermato "il piano già programmato solo per i giochi “riaperti” a far data dal 27 aprile (“10&Lotto”, “Millionday”, “Winforlife” e “Winforlife Vincicasa”) ed a far data dal 4 maggio la ripresa della raccolta dei giochi “SuperEnalotto”, “Superstar”, “Sivincetutto SuperEnalotto”, “Eurojackpot”, “Lotto tradizionale”, nonché delle scommesse online che implicano una certificazione da parte di personale dell’Agenzia". Restano, mai interrotti, i Gratta&Vinci (ma alcuni sindaci come quello di Bergamo li hanno vietati) e le scommesse online. Ma la conferma del blocco di slot e scommesse "fisiche" è certamente un provvedimento importante che colpisce le modalità più "ricche" ma anche più a rischio azzardopatia. E risponde, almeno in parte, agli appelli lanciati nei giorni scorsi dalle associazioni impegnate sul fronte del contrasto al grande affare dell'azzardo. E che chiedevano proprio di sospendere la riapertura. Fonte.www.avvenire.it
Papa:farmacisti
L'Osservatore Romano,   16/04/2020
A Santa Marta il Pontefice parla della gioia rilanciando l’attualità dell’«Evangelii nuntiandi» di Paolo VI 16 aprile 2020 «In questi giorni mi hanno rimproverato perché ho dimenticato di ringraziare un gruppo di persone che anche lavora. Ho ringraziato i medici, infermieri, i volontari... “ma lei si è dimenticato dei farmacisti”: anche loro lavorano tanto per aiutare gli ammalati a uscire dalla malattia. Preghiamo anche per loro». È ricordando il servizio dei farmacisti (solo in Italia ne sono morti otto dall’inizio della pandemia) che Papa Francesco ha iniziato, giovedì mattina 16 aprile, la celebrazione della messa — trasmessa in diretta streaming — nella cappella di Casa Santa Marta. «In questi giorni, a Gerusalemme, la gente aveva tanti sentimenti: la paura, lo stupore, il dubbio» ha detto il vescovo di Roma nell’omelia, prendendo spunto dal passo degli Atti degli apostoli (3, 11-26) proposto dalla liturgia. «In quei giorni, mentre lo storpio guarito tratteneva Pietro e Giovanni, tutto il popolo», era «fuori di sé per lo stupore» si legge nel brano. A Gerusalemme dunque — ha spiegato il Papa riferendosi anche al passo del Vangelo di Luca (24, 35-48) — «c’è un ambiente non tranquillo perché accadevano cose che non si capivano. Il Signore è andato dai suoi discepoli. Anche loro sapevano che era già risorto, anche Pietro lo sapeva perché aveva parlato con lui quella mattina. Questi due che erano tornati da Emmaus lo sapevano, ma quando il Signore è apparso si spaventarono». Tanto che Luca scrive nel Vangelo che i discepoli erano «sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma». Ma, ha fatto presente Francesco, «la stessa esperienza l’avevano avuta sul lago, quando Gesù è venuto camminando sulle acque». E in quella occasione «Pietro, facendosi coraggioso, ha scommesso sul Signore, ha detto: “Ma se sei tu, fammi andare sulle acque”» (cfr. Matteo 14, 28). Invece quando il Signore risorto appare ai discepoli, ha affermato il Pontefice, «Pietro era zitto, aveva parlato con il Signore, quella mattina, e di quel dialogo nessuno sa cosa si erano detti e per questo era zitto». Insomma, i discepoli «erano così pieni di paura, sconvolti, credevano di vedere un fantasma». Allora il Signore dice loro: ma no, «perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi» (cfr. Luca 24, 38-39). E mostra loro «le piaghe, quel tesoro che Gesù ha portato in Cielo per farlo vedere al Padre e intercedere per noi: “Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa”». A questo punto del racconto, ha confidato Francesco, «viene una frase che a me dà tanta consolazione e, per questo, questo passo del Vangelo è uno dei miei preferiti: “Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore”» (cfr. Luca 24, 41). Ecco che «la gioia impediva loro di credere». Insomma, ha fatto notare il Papa, «era tanta quella gioia che» era come se dicessero a se stessi: «No, questo non può essere vero; questa gioia non è reale, è troppa gioia». E proprio questo stato d’animo di gioia «impediva loro di credere». «La gioia», dunque, «i momenti di grande gioia». E così i discepoli «erano strapieni di gioia ma paralizzati per la gioia». E proprio «la gioia — ha spiegato il Pontefice — è uno dei desideri che Paolo ha per i suoi di Roma: “Che il Dio della speranza vi riempia di gioia”» (cfr. Lettera ai Romani 15, 13). Sì, «riempire di gioia, essere pieno di gioia» ha rilanciato il Papa. «È l’esperienza della consolazione più alta, quando il Signore ci fa capire che questa è un’altra cosa dall’essere allegro, positivo, luminoso. No, è un’altra cosa essere gioioso ma pieno di gioia, una gioia traboccante che ci prende davvero». E «per questo Paolo augura ai romani che “il Dio della speranza vi riempia di gioia”». La parola, l’espressione «riempire di gioia», ha rimarcato Francesco, «viene ripetuta, tante, tante volte». Per esempio «quando nel carcere Paolo salva la vita al carceriere che stava per suicidarsi perché si erano aperte le porte con il terremoto e poi gli annuncia il Vangelo, lo battezza; e il carceriere, dice la Bibbia, era “pieno di gioia” per aver creduto» (cfr. Atti degli apostoli 16, 29-34). E «lo stesso accade con il ministro dell’economia di Candàce, quando Filippo lo battezzò, sparì, lui seguì il suo cammino “pieno di gioia”» (cfr. Atti degli apostoli 8, 39). E, ancora, ha aggiunto il Papa, «lo stesso successe nel giorno dell’Ascensione: i discepoli tornarono a Gerusalemme, dice la Bibbia, “pieni di gioia”» (cfr. Luca 24, 52). «È la pienezza della consolazione, la pienezza della presenza del Signore» ha spiegato il Pontefice. «Perché, come Paolo dice ai Galati (cfr. 5, 22), “la gioia è il frutto dello Spirito Santo”, non è la conseguenza di emozioni che scoppiano per una cosa meravigliosa. No, è di più». Proprio perché «questa gioia che ci riempie è il frutto dello Spirito Santo» e «senza lo Spirito non si può avere questa gioia: ricevere la gioia dello Spirito è una grazia». «Mi vengono in mente — ha suggerito Francesco — gli ultimi numeri, gli ultimi paragrafi dell’Esortazione Evangelii nuntiandi di Paolo VI (cfr. 79-80), quando parla dei cristiani gioiosi, degli evangelizzatori gioiosi, e non di quelli che vivono sempre giù». E «oggi è un giorno bello» — ha raccomandato — per rileggere le pagine di quel documento, «pieni di gioia». Ed è «questo che ci dice la Bibbia: “Ma poiché per la gioia non credevano”». Sì, la gioia era così «tanta che non credevano». «C’è un passo del libro di Neemia (cfr. 8, 1-12) che ci aiuterà oggi in questa riflessione sulla gioia» ha chiarito il Papa. «Il popolo tornato a Gerusalemme ha ritrovato il libro della legge: è stato scoperto di nuovo, perché loro sapevano la legge a memoria» ma «il libro della legge non lo trovavano». E così fecero una «grande festa e tutto il popolo si riunì per ascoltare il sacerdote Esdra che leggeva il libro della legge». E «il popolo commosso piangeva, piangeva di gioia perché aveva trovato proprio il libro della legge e piangeva, era gioioso: il pianto». Ed ecco che, «alla fine quando il sacerdote Esdra finì, Neemia disse al popolo: “State tranquilli, adesso non piangete più, conservate la gioia, perché la gioia nel Signore è la vostra forza”». Proprio «questa parola del libro di Neemia ci aiuterà oggi» ha concluso il Pontefice. «La grande forza che noi abbiamo per trasformare, per predicare il Vangelo, per andare avanti come testimoni di vita è la gioia del Signore che è frutto dello Spirito Santo, e oggi chiediamo a Lui di concederci questo frutto». Infine con la preghiera di sant’Alfonso Maria de’ Liguori il Papa ha invitato «le persone che non possono comunicarsi» a fare la comunione spirituale. Concludendo la celebrazione con l’adorazione e la benedizione eucaristica. Per poi affidare — accompagnato dal canto dell’antifona Regina caeli — le sue preghiere alla Madre di Dio davanti all’immagine mariana nella cappella di Casa Santa Marta. Successivamente, a mezzogiorno, nella basilica Vaticana il cardinale arciprete Angelo Comastri ha rilanciato la preghiera del vescovo di Roma guidando la recita del Regina caeli e del rosario. L’evangelizzazione secondo Montini «Conserviamo dunque il fervore dello spirito. Conserviamo la dolce e confortante gioia d’evangelizzare, anche quando occorre seminare nelle lacrime. Sia questo per noi — come lo fu per Giovanni Battista, per Pietro e Paolo, per gli altri Apostoli, per una moltitudine di straordinari evangelizzatori lungo il corso della storia della Chiesa — uno slancio interiore che nessuno, né alcuna cosa potrà spegnere. Sia questa la grande gioia delle nostre vite impegnate. Possa il mondo del nostro tempo, che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza, ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo, la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo, e accettino di mettere in gioco la propria vita affinché il Regno sia annunziato e la Chiesa sia impiantata nel cuore del mondo». (Paolo VI, Evangelii nuntiandi, 80) Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Schiavitù minorile
Quotidiano Sanità,   16/04/2020
Giornata mondiale contro la schiavitù minorile. Zampa: “La schiavitù minorile è una vergogna contro cui il mondo intero ha l’obbligo di ribellarsi” “Molti dei nostri beni di consumo sono il prodotto di ore di lavoro minorile, di bambini e ragazzi di paesi lontani da noi, che non hanno possibilità di scelta. Sebbene in misura del tutto minoritaria, fenomeni di sfruttamento sono rilevati anche in contesti a noi molto più vicini. Dobbiamo toglierli dalla condizione di invisibilità” ha sostenuto la Sottosegretaria alla Salute 16 APR - “La giornata che richiama alle coscienze questo dramma è certamente necessaria, ma non basta. Sono richiesti impegno e volontà di tutti, a partire dalle Istituzioni nazionali e sovranazionali, perché tutti dobbiamo sentirci coinvolti dal contrasto a pratiche inumane che sottraggono ai minori di età il diritto al gioco, all'istruzione, alla protezione e a un futuro dignitoso. Questa ricorrenza non è commemorazione, ma appello alle coscienze perché il contrasto non sia solo adesione ideale, ma premessa per un impegno attivo e concreto che investa le scelte quotidiane di ognuno”. È quanto dichiara in una nota la Sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa, in occasione della Giornata mondiale contro la schiavitù minorile. “Molti dei nostri beni di consumo – prosegue Zampa - sono il prodotto di ore di lavoro minorile, di bambini e ragazzi di paesi lontani da noi, che non hanno possibilità di scelta. Sappiamo però che, sebbene in misura del tutto minoritaria, fenomeni di sfruttamento sono rilevati anche in contesti a noi molto più vicini. In queste ore così difficili per tutto il Paese non possiamo non pensare con preoccupazione a tutti i bambini e adolescenti le cui condizioni di povertà materiale ed educativa impediscono l’accesso alle nuove tecnologie e alla scuola ‘digitale’. Dobbiamo toglierli dalla condizione di invisibilità in cui spesso vivono per consentire loro di recuperare il tempo sottratto allo studio e all’apprendimento”. “È la Scuola infatti il primo strumento attraverso il quale ognuno di questi minori di età ha la possibilità di costruirsi un futuro migliore. L'attenzione, l'impegno solidale, le scelte vigili e consapevoli sono il primo passo per sollecitare i cambiamenti radicali che la politica deve sostenere, affinché ogni Paese di questa terra possa diventare per bambini e ragazzi un luogo sicuro e promettente” – conclude Zampa. Fonte.www.qupotidianosanità.it
Coronavirus:sedazione profonda
Avvenire,   09/04/2020
Coronavirus. Sedazione profonda per i pazienti terminali, questione non solo francese Francesco Ognibene giovedì 9 aprile 2020 Il via libera del governo francese per l'uso del Rivotril, farmaco anti-epilessia, per la sedazione terminale di pazienti affetti da Covid-19 apre la riflessione sulle cure di fine in questa crisi. Terapia compassionevole per accompagnare un malato terminale alla morte senza sofferenze inutili, oppure scorciatoia eutanasica per abbreviare la vita di un paziente gravemente affetto da Covid-19? In Francia il dibattuto è apertissimo dopo che il governo ha concesso per decreto, il 28 marzo, l’uso del Rivotril anche a domicilio e nelle case di riposo, non più solo negli ospedali. Il Rivotril è un farmaco contro l’epilessia usato anche nelle terapie palliative per malati ormai in fin di vita nella sedazione cosiddetta "terminale", che toglie cioè i sintomi più angosciosi (il dolore e, nel caso del coronavirus, la "fame di aria" che si scatena insostenibile quando la morte è prossima) accompagnando alla morte nel sonno e senza sofferenza. La sua somministrazione però è stata sinora limitata all’ambito ospedaliero, per garantirne il pieno controllo da parte di medici competenti. L’estensione all’ambito domestico e assistenziale è motivato per le autorità di Parigi dall’emergenza nella quale versano gli ospedali, che – come in Italia – non riescono ad assorbire tutti i pazienti bisognosi di cure dopo il contagio da Covid-19 e che quindi costringono molti di loro a dover restare a casa o nella Rsa in cui sono ospitati, nel caso degli anziani. Quando la situazione si aggrava al punto da prospettare una morte ormai certa è dunque possibile ora iniettare il Rivotril, sempre sotto controllo medico. Resta il dubbio, in queste condizioni estreme, sulla effettiva valutazione del singolo caso, oltre che sul fatto che non lo si lasci arrivare al capolinea senza aver tentato tutto ciò che era possibile, incluso il ricovero. La polemica in Francia L’uso per pazienti Covid non ospedalizzati del farmaco che accompagna alla morte con la "sedazione profonda e continua" viene difeso dal presidente dei geriatri francesi Olivier Guerin («l’uso del Rivotril non è affatto facilitato, bisogna rispettare lo stesso protocollo, solo che sinora lo si poteva somministrare solo in ospedale») e avversato dai medici di Jeune Médecins, sindacato che ha chiesto l’intervento del Consiglio di Stato perché «la somministrazione di questa molecola a un paziente affetto da Covid-19 ha per effetto di portare a una sedazione terminale che provoca la morte». La polemica in Francia non è nuova: attorno all’interpretazione della legge Claeys-Leonetti, che parla di tutela della dignità del morente, si è acceso spesso il confronto oltralpe tra chi spinge per soluzioni che introducano forme di eutanasia senza definirle tali e altri che, sul versante opposto, chiedono di evitare ogni pratica che possa finire per ampliare le zone di discrezionalità. I criteri per un giudizio etico Il giudizio etico sul possibile uso del Rivotril nei casi di pazienti affetti da coronavirus è però piuttosto chiaro e ci permette di sottrarci alle manipolazioni strumentali delle informazioni in arrivo dalla Francia, per cui l’uso del farmaco anti-epilessia sarebbe il segnale che per i malati di coronavirus si potrebbe contemplare una procedura più spicciativa: la sedazione terminale infatti «è ammissibile nelle terapie palliative solo per pazienti la cui situazione sia ormai irrimediabilmente compromessa – commenta il cancelliere della Pontificia Accademia per la Vita don Renzo Pegoraro –. Nei casi di coronavirus la sedazione può intervenire per prevenire la morte per soffocamento, ma esclusivamente nei casi in cui la morte sia ormai prossima». Attenzione però a introdurre standard che finiscono per catalogare i pazienti a priori: «La valutazione va fatta caso per caso – spiega Pegoraro –sempre garantendo la piena dignità del paziente al quale, quando ormai non c’è più nulla da fare, vanno risparmiate sofferenze inutili, ma senza l’intenzione di accorciarne la vita. È sempre una questione di proporzionalità delle cure, cercando il bene del malato nel suo complesso. E il caso di ogni persona è diverso da qualunque altro». Queste che sono le condizioni etiche determinanti per decidere se e come praticare la sedazione palliativa profonda valgono a maggior ragione per i casi di Covid-19 dove ci sono esigenze di «accompagnamento del paziente». Ogni uso al di fuori dell’ospedale deve quindi ricalcare l’identico percorso decisionale ed escludere ogni forma di abbandono o di selezione dei pazienti più fragili perché anziani o in condizioni più problematiche. L’emergenza coronavirus, in altri termini, può insegnare sul campo un uso più esteso delle cure palliative, che possa umanizzare il più possibile la morte inevitabile di un paziente, ma non certo rendere più sbrigativa la procedura che conduce al decesso, o abbreviarne il decorso. Come ribadisce più volte Pegoraro, «occorre la massima attenzione a valutare la situazione del singolo paziente evitando ogni forma di possibile abuso». Fonte.www.avvenire.it
Coronavirus:azzardo
Avvenire,   05/04/2020
Coronavirus. Azzardo, 15mila sale chiuse, 63mila esercizi commerciali con slot spente Antonio Maria Mira sabato 4 aprile 2020 Il blocco quasi totale stabilito da Governo e Monopoli fa emergere il grande affare di slot, Vlt e scommesse. In testa alla classifica negativa proprio alcune delle regioni più colpite dal contagio Azzardo, 15mila sale chiuse, 63mila esercizi commerciali con slot spente Ansa iù troviamo Lombardia (10.718), Veneto e Trentino Alto Adige (6.152), Campania (6.099), Lazio (5.970), Puglia, Basilicata e Molise (5.315), Emilia Romagna (5.239), Toscana (3.980), Sicilia (3.897). Le sale Vlt chiuse sono invece 4.979. Non molto diversa la classifica regionale: Lombardia (746), Campania (572), Veneto e Trentino Alto Adige (551), Lazio (535), Piemonte e Valle d'Aosta (422), Puglia, Basilicata e Molise (410), Emilia Romagna (389), Toscana (347). Ricordiamo che tra gli esercizi commerciali ci sono i bar totalmente chiusi e i tabaccai che restano invece aperti ma dove tutto l'azzardo è sospeso tranne i Gratta&Vinci. Chiuse dal 10 marzo tutte le sale completamente dedicate all'azzardo come quelle Vlt e quelle scommesse. Queste ultime sono le 3.127 agenzie e altre 2.453 che hanno aderito alla Sanatoria e nella stragrande maggioranza sono sempre agenzie. Dunque in tutto sono 5.580 le sale destinate alle scommesse chiuse. Per queste i dati regionali sono diversi dalle slot. In testa troviamo, infatti la Campania (1.373), poi Sicilia (804), Puglia, Basilicata e Molise (630), Lazio (615), Lombardia (463). Ci sono, infine, 4.793 corner, cioè punti scommesse che si possono trovare sia in sale per azzardo che in bar, tabaccai, internet point, copisterie, cartolerie. Tutti, comunque, ora sono spenti. Dove si trovano? Per questa tipologia torna in testa la Lombardia (766), seguita da Campania (759), Puglia, Basilicata e Molise (533), Lazio (457), Sicilia (394), Veneto e Trentino Alto Adige (333), Piemonte e Valle d’Aosta (295). Non molto diversa la distribuzione delle 203 sale bingo. Il podio è formato da Lombardia, Campania e Sicilia. Il Lazio è quarto seguito da Emilia Romagna, Piemonte e Veneto. Tutti numeri che dovrebbero far riflettere, soprattutto sul dopo emergenza, per decidere se tornare alla situazione di prima del blocco o se può essere l'occasione per ridimensionare fortemente questa enorme offerta. Fonte.www.avvenmire.it
Papa:coronavirus
Avvenire,   31/03/2020
Santa Marta. Il Papa prega per quanti non riescono a reagire, impauriti dalla pandemia Vatican News lunedì 30 marzo 2020 Francesco chiede a Dio di aiutare quanti sono spaventati dal coronavirus. Nell'omelia invita a ringraziare Dio se riconosciamo i nostri peccati perché possiamo accogliere la sua misericordia L’Antifona d’ingresso del lunedì della V settimana di Quaresima è un’accorata invocazione a Dio: “Abbi pietà di me, Signore, perché mi calpestano; tutto il giorno mi opprimono i miei nemici” (Sal 55,2). Papa Francesco nell’introdurre la Messa di oggi a Casa Santa Marta rivolge il suo pensiero alle persone spaventate dall’attuale pandemia:Preghiamo oggi per tanta gente che non riesce a reagire: rimane spaventata per questa pandemia. Il Signore li aiuti ad alzarsi, a reagire per il bene di tutta la società, di tutta la comunità. (Vatican News) Nell’omelia, commenta le letture odierne, tratte dal Libro del profeta Daniele (Dn 13, 1-9. 15-17. 19-30. 33-62) e dal Vangelo di Giovanni (Gv 8, 1-11), che raccontano di due donne che alcuni uomini vogliono condannare a morte: l'innocente Susanna e un'adultera colta in flagrante. Francesco sottolinea che gli accusatori sono nel primo caso giudici corrotti e nel secondo degli ipocriti. Riguardo alle donne, Dio rende giustizia a Susanna, liberandola dai corrotti, che vengono condannati, e perdona l’adultera, liberandola da scribi e farisei ipocriti. Giustizia e misericordia di Dio, che vengono ben rappresentate dall’odierno Salmo responsoriale: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla … Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me”. Quindi, il Papa invita a ringraziare Dio se sappiamo di essere peccatori, perché possiamo chiedere con fiducia al Signore di perdonarci. Nel Salmo responsoriale abbiamo pregato: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa risposare, ad acque tranquille mi conduce, rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non tempo alcun male perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”. Questa è l’esperienza che hanno avuto queste due donne, la cui storia abbiamo letto nelle due Letture. Una donna innocente, accusata falsamente, calunniata, e una donna peccatrice. Ambedue condannate a morte. La innocente e la peccatrice. Qualche Padre della Chiesa vedeva in queste donne una figura della Chiesa: santa, ma con figli peccatori. Dicevano in una bella espressione latina: “La Chiesa è la casta meretrix”, la santa con figli peccatori. Ambedue le donne erano disperate, umanamente disperate. Ma Susanna si fida di Dio. Ci sono anche due gruppi di persone, di uomini; ambedue addetti al servizio della Chiesa: i giudici e i maestri della Legge. Non erano ecclesiastici, ma erano al servizio della Chiesa, nel tribunale e nell’insegnamento della Legge. Diversi. I primi, quelli che accusavano Susanna, erano corrotti: il giudice corrotto, la figura emblematica nella storia. Anche nel Vangelo, Gesù riprende, nella parabola della vedova insistente, il giudice corrotto che non credeva in Dio e non gliene importava niente degli altri. I corrotti. I dottori della Legge non erano corrotti, ma ipocriti. E queste donne, una è caduta nelle mani degli ipocriti e l’altra nelle mani dei corrotti: non c’era uscita. “Anche se vado in una valle oscura non temo alcun male, perché tu sei con me, il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”. Ambedue le donne erano per una valle oscura, andavano lì: una valle oscura, verso la morte. La prima esplicitamente si fida di Dio e il Signore intervenne. La seconda, poveretta, sa che è colpevole, svergognata davanti a tutto il popolo – perché il popolo era presente in ambedue le situazioni – non lo dice, il Vangelo, ma sicuramente pregava dentro, chiedeva qualche aiuto. Cosa fa, il Signore, con questa gente? Alla donna innocente la salva, le fa giustizia. Alla donna peccatrice, la perdona. Ai giudici corrotti, li condanna; agli ipocriti, li aiuta a convertirsi e davanti al popolo dice: “Sì, davvero? Il primo di voi che non ha peccati, che lanci la prima pietra”, e uno per uno se ne sono andati. Ha qualche ironia, l’apostolo Giovanni, qui: “Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, incominciando dai più anziani”. Lascia loro un po’ di tempo per pentirsi; ai corrotti non perdona, semplicemente perché il corrotto è incapace di chiedere perdono, è andato oltre. Si è stancato … no, non si è stancato: non è capace. La corruzione gli ha tolto anche quella capacità che tutti abbiamo di vergognarci, di chiedere perdono. No, il corrotto è sicuro, va avanti, distrugge, sfrutta la gente, come questa donna, tutto, tutto … va avanti. Si è messo al posto di Dio. E alle donne il Signore risponde. A Susanna la libera da questi corrotti, la fa andare avanti, e all’altra: “Neanche io ti condanno. Va’, e d’ora in poi non peccare più”. La lascia andare. E questo, davanti al popolo. Nel primo caso, il popolo loda il Signore; nel secondo caso, il popolo impara. Impara come è la misericordia di Dio. Ognuno di noi ha le proprie storie. Ognuno di noi ha i propri peccati. E se non se li ricorda, pensi un po’: li troverai. Ringrazia Dio se li trovi, perché se non li trovi, sei un corrotto. Ognuno di noi ha i propri peccati. Guardiamo al Signore che fa giustizia ma che è tanto misericordioso. Non vergogniamoci di essere nella Chiesa: vergogniamoci di essere peccatori. La Chiesa è madre di tutti. Ringraziamo Dio di non essere corrotti, di essere peccatori. E ognuno di noi, guardando come Gesù agisce in questi casi, si fidi della misericordia di Dio. E preghi, con fiducia nella misericordia di Dio, preghi (per) il perdono. “Perché Dio mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura – la valle del peccato – non temo alcun male perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”. Il Papa ha terminato la celebrazione con l'adorazione e la benedizione eucaristica, invitando a fare la Comunione spirituale. Di seguito la preghiera recitata dal Papa: Ai Tuoi piedi, o mio Gesù, mi prostro e Ti offro il pentimento del mio cuore contrito che si abissa nel suo nulla nella Tua santa presenza. Ti adoro nel sacramento del Tuo amore, l’ineffabile Eucaristia. Desidero riceverti nella povera dimora che Ti offre il mio cuore; in attesa della felicità della comunione sacramentale voglio possederti in spirito. Vieni a me, o mio Gesù, che io vengo da Te. Possa il Tuo amore infiammare tutto il mio essere per la vita e per la morte. Credo in Te, spero in Te, Ti amo. Così sia. Prima di lasciare la Cappella dedicata allo Spirito Santo, è stata intonata l’antica antifona mariana Ave Regina Caelorum ("Ave Regina dei Cieli"). Fonte.www.avvenire.it
Cozzoli:ragionevolezza bioetica
Quotidiano Sanità,   25/03/2020
La ragionevolezza bioetica nelle scelte del medico 25 MAR - Gentile Direttore, concludevo la mia riflessione del 19 marzo scrivendo: «Che l’etica in situazione – nel qui e ora di una contingenza – non possa assicurare tutto il bene, che debba accontentarsi di un bene parziale come la scelta più logica e umana, non toglie nulla alla purezza e alla totalità del bene, del bene della vita. L’etica non sta e non s’esprime solo a livello generale e astratto dei valori e dei principi. Scende, si abbassa anche a livello situazionale e prudenziale del quid faciendum per risolverne le problematicità e le conflittualità e favorire la decisione e l’azione più umana e ragionevole possibile». I problemi che a me teologo della morale, a me prete, a me direttore spirituale, in questa emergenza estremamente critica, sono posti da parte di medici non sono “se la vita è un valore per tutti e va curata senza disparità di persone”, ma “se sono impossibilitato a dare a tutti le cure dovute, come devo orientarmi?” Solo per essere sceso, come fa ogni buon cultore della morale, dalle alte sfere dei valori e dei principi – primo fra tutti quello del bene inviolabile della vita umana e della cura a tutti dovuta – al livello delle situazioni complesse e conflittuali, il prof. Ivan Cavicchi mi mette sul banco degli imputati di scientismo, economicismo, utilitarismo, conseguenzialismo. Accuse immotivate, che non entrano nel merito di una sola mia argomentazione. «La morale – scrivevo – in queste situazioni fa appello a un discernimento in scienza e coscienza, persona per persona, assumendo a criterio di valutazione e decisione il massimo di vite che si possono salvare e di vita che si può assicurare a una persona». Cosa c’è in questo criterio di cedimento a una logica economicista e utilitarista che discriminerebbe i più deboli, come gli anziani? Logica insidiosa e diffusa – lo so bene – ma che non c’entra nulla in questo mio argomentare. Ciò che sembra non considerare o non ammettere il prof. Cavicchi è questo carattere anche concreto, situazionale, pratico della morale, dove bisogna misurarsi con i limiti e le insufficienze umane, con lo scarto tra necessità e risorse. Siamo in tempo emergenziale e drammatico per operatori sanitari impegnati in prima linea, in cui si presentano o quanto meno possono presentarsi situazioni come questa che esemplifico: cinque pazienti affetti da coronavirus necessitano di terapia intensiva; dopo aver espletato tutte le ricerche negli ospedali sul territorio, la disponibilità è di due soli posti; è extrema ratio: l’equipe medica ha il grave e urgente problema di decidere a chi assegnare i due posti. L’unica cosa che non può fare è non decidere. Ho cercato un contributo, una risposta nell’ampio scritto del prof. Cavicchi. Ne ho trovato una sola: «i soldi per evitare l’estrema ratio ci sono». Che è evidentemente una non risposta. Perché il problema è negato, l’extrema ratio non c’è, non può darsi. Lo dice lui. Gli anestesisti della SIAARTI se la sarebbero inventata, dominati come sono dallo scientismo e dell’economicismo, che inducono a pensare e decidere «sulla base di costi e benefici». E se qualcuno il problema se lo pone – si pone problemi di coscienza – è tacciato di volere la selezione, la discriminazione dei malati. «Possibile mai – si domanda il Professore – che non si comprenda che la volontà di curare tutti oggi è il più gigantesco atto morale che si possa fare?». È ovvio, ma è un altissimo atto morale anche sostenere e orientare le coscienze dei medici in situazioni estreme e cruciali di decisione e azione: aiutarle a discernere il meglio. Sottrarsi è una fuga, non una soluzione. Il discernimento morale non è posto sotto il principio del minor costo (economicismo) e del vantaggio (utilitarismo) ma della virtù cardinale della prudenza: la fronesis del Vangelo, ma già di Aristotele, la prudentia della morale classica, incluso Tommaso d’Aquino. Virtù che abilita a ponderare le situazioni e scegliere il meglio: il miglior bene o il minor male. Da questa sapienza pratica è ispirata la mia “ragionevolezza bioetica”, da cui il Prof. Cavicchi mette in guardia, preoccupato che «diventi la premessa di un cinico economicismo». Mi preme, da ultimo, fare chiarezza circa la critica da me fatta, nella stessa riflessione, al principio di don Andrea Manto per risolvere la situazione di conflitto: principio del chi prima arriva. «Non si è trattato – scrive il Prof. Cavicchi – di difendere il principio “first come first served”… come sostiene un suo autorevole collega, don Cozzoli, che considera le affermazioni di don Manto l’espressione di una “giustizia pilatesca”… Don Manto non vuole seguire l’esempio di Pilato, tutt’altro, vuole definire una giustizia su solide basi morali e non come ci propone don Cozzoli semplicemente sulla base di semplici criteri utilitaristi». Non contano le interpretazioni. Contano gli scripta: «Il “first come, first served” – ha scritto don Manto – è un principio di giustizia universale che regola tutti i rapporti umani, per capirci, dalla coda alla biglietteria, ai mercati azionari, fino a situazioni cruciali». «Insomma – avevo commentato – tutti in coda, secondo l’ordine di arrivo: alla “biglietteria” come in situazione “cruciale”, quella ingenerata dalla pandemia del coronavirus, dove si tratta di salvare vite e, non potendo di fatto salvarle tutte, essere “costretti” – sottolineo costretti – a decidere quale o quali salvare. Che virtù è una giustizia incapace di discernimento delle situazioni? Una giustizia pilatesca». Questa è ragionevolezza bioetica. Cosa c’è di economicismo e utilitarismo? Prof. Mons. Mauro Cozzoli Professore di Teologia Morale nella Pontificia Università Lateranense
Cozzoli:riflessioni etiche
Quotidiano Sanità,   19/03/2020
A chi dare la precedenza? Riflessioni etiche sulle Raccomandazioni della Siaarti L’etica non sta e non s’esprime solo a livello generale e astratto dei valori e dei principi. Scende, si abbassa anche a livello situazionale e prudenziale del quid faciendum per risolverne le problematicità e le conflittualità e favorire la decisione e l’azione più umana e ragionevole possibile 19 MAR - Le “Raccomandazioni di Etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili”, elaborate dalla SIAARTI il 6 marzo, vanno considerate con attenzione. Sono degli orientamenti di aiuto ai medici in prima linea, sul fronte della lotta al coronavirus. Medici che vengono o possono venire a trovarsi in situazione estremamente critica e conflittuale per insufficienza di risorse disponibili a rispondere alle necessità cliniche. Insufficienza che si fa drammatica per carenza di posti salvavita in terapia intensiva. Per cui si pone seriamente il problema “a chi dare la precedenza?”, che può significare “chi salvare?”. È proprio vero che la risposta morale, realmente umana, sia “chi arriva prima”, “first come, first served”? Principio assunto a criterio impersonale e indifferente di valutazione e giudizio, a prescindere dalla “posta in gioco”, come ha fatto in un’intervista a questo giornale del 16 marzo Andrea Manto, docente in una università pontificia di Roma, a commento della risoluzione della SIAARTI: «Il “first come, first served” – ha detto – è un principio di giustizia universale che regola tutti i rapporti umani, per capirci, dalla coda alla biglietteria, ai mercati azionari, fino a situazioni cruciali». Insomma tutti in coda, secondo l’ordine di arrivo: alla “biglietteria” come in situazione “cruciale”, quella ingenerata dalla pandemia del coronavirus, dove si tratta di salvare vite e, non potendo di fatto salvarle tutte, essere “costretti” a decidere quale o quali salvare. Che virtù è una giustizia incapace di discernimento delle situazioni? Una giustizia pilatesca. La morale in queste situazioni fa appello a un discernimento in scienza e coscienza, persona per persona, assumendo a criterio di valutazione e decisione il massimo di vite che si possono salvare e di vita che si può assicurare a una persona. Così, ad esempio, in caso di ammalati di coronavirus che necessitano con urgenza di terapia intensiva, possono darsi persone sane colpite dal virus, cui la terapia intensiva può consentire la guarigione piena e in tempi brevi di degenza in tale terapia; e persone affette da gravi patologie aggiuntive che necessitano invece di tempi molto lunghi e con basse o nulle probabilità di sopravvivere. È umano, è eticamente ragionevole in questo caso dare la precedenza a coloro che possono beneficiare di più e in numero maggiore (per i tempi più brevi di occupazione del posto in terapia intensiva). Anche in altri campi di valutazione e decisione medica ci si regola in questo modo. Come in quello della medicina dei trapianti: supponiamo di trovarci in presenza di due pazienti – un novantenne, affetto anche da altre malattie, e un cinquantenne, senza altre patologie – che necessitano di trapianto, ma si dispone di un solo organo trapiantabile. Logica vuole che lo si impianti a chi riceve più benefici e a più lunga durata di vita. Questa è ragionevolezza bioetica. Non si discriminano le persone, si valutano le possibilità di vita. Coinvolgendo, nei limiti del possibile, le stesse persone e i loro familiari – come indicano le raccomandazioni della SIAARTI – nella valutazione e decisione. Anche il principio di proporzionalità, cui ci rifacciamo in bioetica per distinguere tra cure dovute e cure non dovute o non più dovute a un ammalato, si regge su questa valutazione. Questo per dire che non è in questione, non è messo in discussione il valore della vita. Le raccomandazioni della SIAARTI lo dicono espressamente: «Non si tratta di compiere scelte meramente di valore». Non si vuole veicolare una concezione discriminatoria della vita, volta a distinguere tra vite che valgono e meritevoli di cure e vite che non valgono e non meritano o valgono meno e meritano meno. È in questione la salvaguardia della vita «in condizioni eccezionali» di sproporzione tra necessità e risorse disponibili, per curarla in maniera più soddisfacente e durevole possibile e in numero più elevato di persone. Certo è auspicabile, e bisogna fare tutto il possibile, che quella sproporzione non si verifichi, in modo da curare tutti. Ma laddove si verifica non la si può eludere, come fa nella sua risposta alla SIAARTI il presidente della FNOMCEO, FilippoAnelli, con affermazioni di principio: «per noi tutti i pazienti sono uguali e vanno curati senza discriminazioni»; o con auspici: «non possiamo permettere che si verifichino gli scenari prospettati dalla SIAARTI». Dichiarazioni sacrosante ma evasive. «Non possiamo permettere», egli dice, ma intanto quegli «scenari» si stanno verificando, diventano fatti. «Il suo – osserva il Prof. Maurizio Mori – è un auspicio che, scaldando i cuori, fa evaporare il senso di realtà». Ciò non toglie che le raccomandazioni della SIAARTI abbiano dato luogo a letture in senso valoriale e qualitativo. Come quella del Prof. Mori (già citato) che trova nella dichiarazione della SIAARTI un contributo dato ai sostenitori, come lui, del principio di “qualità della vita”. Principio che distingue tra vite che valgono o valgono di più e vite che non valgono, che non valgono più o che valgono meno, e che sono per ciò stesso subordinabili alle prime. Per cui non solo non fa questione privilegiare le prime sulle seconde, ma è doveroso assumere il metro della “qualità della vita”, sia presente sia prevedibile, come criterio di priorità. Mori trasferisce un criterio etico valido sul piano situazionale – in una situazione emergenziale, conflittuale, eccezionale – lo trasferisce sul piano trascendentale del valore della vita e conclude con la non-eguaglianza dei viventi umani. «L’aspetto più nuovo delle Raccomandazioni SIAARTI – egli scrive – è che mette in discussione l’eguaglianza». Questa è una induzione impropria. Ma Mori la compie a legittimazione della distinzione, che lui fa, tra vita biologica e vita biografica, per la quale la qualità di una vita è costituita dallo status biografico, che può essere inficiato da una condizione biologica deficitaria. Che l’etica in situazione – nel qui e ora di una contingenza – non possa assicurare tutto il bene, che debba accontentarsi di un bene parziale come la scelta più logica e umana, non toglie nulla alla purezza e alla totalità del bene, del bene della vita. L’etica non sta e non s’esprime solo a livello generale e astratto dei valori e dei principi. Scende, si abbassa anche a livello situazionale e prudenziale del quid faciendum per risolverne le problematicità e le conflittualità e favorire la decisione e l’azione più umana e ragionevole possibile. Mauro Cozzoli Professore di Teologia Morale nella Pontificia Università Lateranense e nell’Accademia Alfonsiana in Roma, Docente al Master di Bioetica dell’Università di Torino (Direttore il Prof. M. Mori), Assistente spirituale dei medici di Roma Fonte.www.quotidianosanità.it
Azzardomafia
Avvenire,   06/03/2020
Cinque anni fa . L'eredità di Domenico, prima vittima innocente di azzardomafia Antonio Maria Mira giovedì 5 marzo 2020 Il 27enne fu ferito ad Altamura alla testa tra il 4 e il 5 marzo 2015 nell'esplosione di una sala giochi. I boss sono stati condannati. La famiglia in prima linea nell'impegno contro la criminalità Cinque anni fa, nella notte tra il 4 e il 5 marzo 2015, ad Altamura, cominciava il drammatico calvario di Domenico Martimucci, la prima vittima innocente delle "azzardomafie". Cinque mesi di agonia, fino alla morte l'1 agosto in una clinica austriaca specializzata in riabilitazione neurologica, dove era stato trasportato nella speranza di una ripresa. Ma cinque anni fa cominciava anche il forte impegno della famiglia a non dimenticare, a trasformare quella drammatica e ingiusta morte in un percorso di riscatto. "In quella situazione poteva trovarsi chiunque, un figlio, un fratello, un padre - spiega la sorella Lea -. È successo a casa nostra, non in una città lontana. Questo vogliamo che i ragazzi capiscano. Per questo abbiamo pensato di fare qualcosa per la nostra città e anche per noi". Tutto comincia quella notte quando una bomba viene fatta esplodere davanti alla vetrina della sala giochi "Green table", quasi un chilo di tritolo "pari a 20 granate da guerra" l’hanno definita i pm Giuseppe Gatti e Renato Nitti che hanno condotto l'inchiesta. Dentro la sala alcuni ragazzi stavano guardando una partita in tv. Tra loro Domenico, "Domi" per tutti, promettente calciatore, soprannominato "piccolo Zidane" per la sua bravura. Viene colpito alla testa da pezzi di metallo, è gravissimo. Rimane in coma per cinque mesi, fino alla morte l'1 agosto. "Vittima innocentissima di mafia", ci ha detto la mamma Grazia, a Bari in occasione della Giornata della memoria e dell’impegno organizzata da Libera. Perché i familiari hanno scelto subito di partecipare, fin da allora, "per essere tutti uniti, sperando che la mafia sia sconfitta. Parlandone". Parlando di Domi, della sua storia, della sua morte e del perché. E il perché parte dal mandante, il boss Mario D’Ambrosio, che fece piazzare il potentissimo ordigno davanti alla sala. Una vera e propria "volontà stragista" è stata l’accusa, una bomba dall'effetto devastante, oltre a Domenico vengono feriti otto ragazzi. "Non era soltanto un’operazione finalizzata a un recupero di clientela – hanno sostenuto i pm – ma a rimpinguare il patrimonio mafioso del D'Ambrosio profondamente destabilizzato da tutta una serie di eventi: l’uccisione del fratello Bartolo, il tentato omicidio di Mario". D’Ambrosio "aveva bisogno del terrore, di un gesto eclatante" perché per lui l’azzardo, azzardo legale, non clandestino, era un affare che non poteva perdere assieme alla reputazione mafiosa. Dunque non si ferma davanti a niente, colpendo un rivale. Fonte.www.avvenire.it
Omissione d'atti d'ufficio
Quotidiano Sanità,   04/03/2020
Omissione di atti d’ufficio per la guardia medica in servizio che rifiuta la visita domiciliare al malato terminale La Cassazione (sentenza 8377/2020) conferma la condanna della Corte di Appello per un medico di guardia medica per il reato di omissione di atti d'ufficio non avendo aderito alla richiesta di intervento domiciliare urgente per una malata terminale, limitandosi a suggerire l'opportunità di richiedere l'intervento del 118 per il trasporto in ospedale, dimostrando in questo modo di essersi reso conto che la situazione richiedeva l'intervento urgente di un sanitario. 03 MAR - Compie reato di omissione di atti d’ufficio il medico di guardia medica che non esegue un intervento domiciliare urgente e suggerisce di rivolgersi al 118 per il trasporto in ospedale dimostrando con la sua affermazione di essersi reso conto della necessità di un intervento sanitario rapido. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione (sentenza 8377/2020, sesta sezione penale ) che ha condannato, confermando la sentenza della Corte di Appello che aveva ribaltato l’assoluzione del tribunale, un medico di guardia medica che ha negato la visita a una malata terminale invitando il figlio di questa, in preda a fortissimi dolori, a rivolgersi al 118, in quanto trasgredisce l’articolo 328 del codice penale “Il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, che indebitamente rifiuta un atto del suo ufficio che, per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità, deve essere compiuto senza ritardo, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni”. Il fatto Un medico di guardia medica ha “indebitamente rifiutato”, secondo la Corte di Appello e la Cassazione di effettuare una visita domiciliare a un malata terminale di cancro in preda ad atroci sofferenze, “atto del suo ufficio che per ragioni di sanità doveva essere compiuto senza ritardo”. La donna è morta dopo circa un'ora dalla richiesta di intervento formulata dal figlio per sedare i suoi dolori, essendo intervenuto nel frattempo il 118 - che la guardia medica aveva detto di far intervenire - che aveva praticato morfina. La sentenza della Corte di Appello ha affermato la necessità della visita domiciliare da parte dell'imputato per verificare quale fosse il rimedio più adeguato per alleviare il dolore e, quindi, l'indebita indicazione da parte del medico di guardia di rivolgersi al 118. La sentenza La Cassazione, a cui il medico ha fatto ricorso contro la sentenza della Corte di Appello, ha confermato la condanna in base all’articolo 328 del codice penale, ha invece confermato gli estremi della condanna ritenendo responsabilità dell'imputato l'obbligo di effettuare in queste circostanze la visita domiciliare per valutare di persona la situazione e “verificare un possibile diverso immediato trattamento per alleviare il dolore, anche praticando iniezioni, che rientravano nella sua competenza, con farmaco in fiale diverso dalla morfina, pur a fronte della situazione di emergenza rappresentata dall'utente”. D’altra parte, sottolinea la sentenza della Cassazione, la Corte di Appello ha smentito la circostanza “addotta dalla difesa dell'imputato secondo la quale il suo mancato intervento fosse dovuto allo stato di agitazione dell'utente (figlio della donna) che non avrebbe fornito i propri dati né il luogo dove andare, interrompendo bruscamente la telefonata in quanto era risultato invece che la telefonata era stata interrotta a causa del comportamento omissivo del medico intervenuto, indirizzando il richiedente al 118”. Quindi “sussiste il reato di omissione di atti d'ufficio nell'ipotesi in cui un sanitario addetto al servizio di guardia medica non aderisca alla richiesta di intervento domiciliare urgente, limitandosi a suggerire al paziente l'opportunità di richiedere l'intervento del 118 per il trasporto in ospedale, dimostrando così di essersi reso conto che la situazione denunciata richiedeva il tempestivo intervento di un sanitario”. “Come pure – prosegue la sentenza - è stato affermato che integra il delitto di rifiuto di atti d'ufficio la condotta del sanitario in servizio di guardia medica che non aderisca alla richiesta di recarsi al domicilio di un paziente malato terminale per la prescrizione di un antidolorifico per via endovena e si limiti a formulare per via telefonica le sue valutazioni tecniche e a consigliare la somministrazione di un altro farmaco di cui il paziente già dispone, trattandosi di un intervento improcrastinabile che, in assenza di altre esigenze del servizio idonee a determinare un conflitto di doveri, deve essere attuato con urgenza, valutando specificamente le peculiari condizioni del paziente, essendo stato chiarito che il delitto descritto nell'art. 328 cod. pen. è reato di pericolo, perché prescinde dalla causazione di un danno effettivo e postula la potenzialità del rifiuto a produrre un danno o una lesione”. Tutto questo secondo la Cassazione rientra nel principio dell'esercizio del potere dovere del medico di valutare la necessità della visita domiciliare ex art. 13, comma 3, del Dpr n. 41/1991 (la convenzione della guardia medica in cui si afferma che “durante il turno di guardia il medico è tenuto a effettuare al più presto tutti gli interventi che gli siano richiesti direttamente dall'utente, oppure - ove esista - dalla centrale operativa, entro la fine del turno cui è preposto “), ma è sindacabile da parte del giudice sulla base degli elementi di prova acquisiti. Quindi la Cassazione, confermando la condanna della Corte di Appello, rigetta il ricorso del medico e lo condanna anche al pagamento delle spese processuali. Fonte.www.quotidianosanità.it segui quotidianosanita.it Tweet Condividi stampa Omissione di atti d’ufficio per la guardia medica in servizio che rifiuta la visita domiciliare al malato terminale La Cassazione (sentenza 8377/2020) conferma la condanna della Corte di Appello per un medico di guardia medica per il reato di omissione di atti d'ufficio non avendo aderito alla richiesta di intervento domiciliare urgente per una malata terminale, limitandosi a suggerire l'opportunità di richiedere l'intervento del 118 per il trasporto in ospedale, dimostrando in questo modo di essersi reso conto che la situazione richiedeva l'intervento urgente di un sanitario. LA SENTENZA. 03 MAR - Compie reato di omissione di atti d’ufficio il medico di guardia medica che non esegue un intervento domiciliare urgente e suggerisce di rivolgersi al 118 per il trasporto in ospedale dimostrando con la sua affermazione di essersi reso conto della necessità di un intervento sanitario rapido. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione (sentenza 8377/2020, sesta sezione penale ) che ha condannato, confermando la sentenza della Corte di Appello che aveva ribaltato l’assoluzione del tribunale, un medico di guardia medica che ha negato la visita a una malata terminale invitando il figlio di questa, in preda a fortissimi dolori, a rivolgersi al 118, in quanto trasgredisce l’articolo 328 del codice penale “Il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, che indebitamente rifiuta un atto del suo ufficio che, per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità, deve essere compiuto senza ritardo, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni”. Il fatto Un medico di guardia medica ha “indebitamente rifiutato”, secondo la Corte di Appello e la Cassazione di effettuare una visita domiciliare a un malata terminale di cancro in preda ad atroci sofferenze, “atto del suo ufficio che per ragioni di sanità doveva essere compiuto senza ritardo”. La donna è morta dopo circa un'ora dalla richiesta di intervento formulata dal figlio per sedare i suoi dolori, essendo intervenuto nel frattempo il 118 - che la guardia medica aveva detto di far intervenire - che aveva praticato morfina. La sentenza della Corte di Appello ha affermato la necessità della visita domiciliare da parte dell'imputato per verificare quale fosse il rimedio più adeguato per alleviare il dolore e, quindi, l'indebita indicazione da parte del medico di guardia di rivolgersi al 118. La sentenza La Cassazione, a cui il medico ha fatto ricorso contro la sentenza della Corte di Appello, ha confermato la condanna in base all’articolo 328 del codice penale, ha invece confermato gli estremi della condanna ritenendo responsabilità dell'imputato l'obbligo di effettuare in queste circostanze la visita domiciliare per valutare di persona la situazione e “verificare un possibile diverso immediato trattamento per alleviare il dolore, anche praticando iniezioni, che rientravano nella sua competenza, con farmaco in fiale diverso dalla morfina, pur a fronte della situazione di emergenza rappresentata dall'utente”. D’altra parte, sottolinea la sentenza della Cassazione, la Corte di Appello ha smentito la circostanza “addotta dalla difesa dell'imputato secondo la quale il suo mancato intervento fosse dovuto allo stato di agitazione dell'utente (figlio della donna) che non avrebbe fornito i propri dati né il luogo dove andare, interrompendo bruscamente la telefonata in quanto era risultato invece che la telefonata era stata interrotta a causa del comportamento omissivo del medico intervenuto, indirizzando il richiedente al 118”. Quindi “sussiste il reato di omissione di atti d'ufficio nell'ipotesi in cui un sanitario addetto al servizio di guardia medica non aderisca alla richiesta di intervento domiciliare urgente, limitandosi a suggerire al paziente l'opportunità di richiedere l'intervento del 118 per il trasporto in ospedale, dimostrando così di essersi reso conto che la situazione denunciata richiedeva il tempestivo intervento di un sanitario”. “Come pure – prosegue la sentenza - è stato affermato che integra il delitto di rifiuto di atti d'ufficio la condotta del sanitario in servizio di guardia medica che non aderisca alla richiesta di recarsi al domicilio di un paziente malato terminale per la prescrizione di un antidolorifico per via endovena e si limiti a formulare per via telefonica le sue valutazioni tecniche e a consigliare la somministrazione di un altro farmaco di cui il paziente già dispone, trattandosi di un intervento improcrastinabile che, in assenza di altre esigenze del servizio idonee a determinare un conflitto di doveri, deve essere attuato con urgenza, valutando specificamente le peculiari condizioni del paziente, essendo stato chiarito che il delitto descritto nell'art. 328 cod. pen. è reato di pericolo, perché prescinde dalla causazione di un danno effettivo e postula la potenzialità del rifiuto a produrre un danno o una lesione”. Tutto questo secondo la Cassazione rientra nel principio dell'esercizio del potere dovere del medico di valutare la necessità della visita domiciliare ex art. 13, comma 3, del Dpr n. 41/1991 (la convenzione della guardia medica in cui si afferma che “durante il turno di guardia il medico è tenuto a effettuare al più presto tutti gli interventi che gli siano richiesti direttamente dall'utente, oppure - ove esista - dalla centrale operativa, entro la fine del turno cui è preposto “), ma è sindacabile da parte del giudice sulla base degli elementi di prova acquisiti. Quindi la Cassazione, confermando la condanna della Corte di Appello, rigetta il ricorso del medico e lo condanna anche al pagamento delle spese processuali. Fonte.www.quotidianosanità.it
Omessa tempestiva diagnosi
Quotidiano Sanità,   29/02/2020
L’omessa tempestiva diagnosi configura il reato di colpa medica. La Cassazione rinvia una sentenza di assoluzione alla Corte di Appello Per la Cassazione (ordinanza 4245/2020, terza sezione civile) sono responsabili i medici che non hanno diagnosticato, in fase di prime dimissioni, il Morbo di Crohn da cui era affetto un ventenne poi deceduto. L'ORDINANZA. 28 FEB - Se in un primo ricovero i medici non accertano la vera causa della patologia di un paziente che, per questa, muore alla fine di un secondo ricovero per complicanza sopraggiunte, la circostanza che la salute del paziente non si sia aggravata tra un ricovero e l’altro non esclude di per sé la “colpa medica per condotta omissiva”. A deciderlo è la Corte di Cassazione che con l’ordinanza 4245/2020 ha rinviato alla Corte di Appello in diversa composizione la sentenza di assoluzione dei medici che il Tribunale prima e, appunto, la Corte di appello poi avevano emanato. Il fatto Un ventenne veniva ricoverato presso il reparto di Gastroenterologia di un'Azienda ospedaliera per forti dolori addominali - che accusava già da anni - e di un progressivo calo ponderale. Per far fronte al grave deperimento organico, gli veniva posizionato un catetere venoso centrale ("CVC") per la nutrizione parenterale. Successivamente il paziente veniva dimesso con diagnosi di "grave malnutrizione in paziente con sindrome da malassorbimento verosimilmente secondaria a processo flogistico intestinale n.d.d. [natura da determinare]. Bulimia nervosa. Sindrome ansiosa". Quattro giorni dopo, accusando ancora forti dolori addominali, il giovane veniva di nuovo ricoverato e questa volta gli veniva diagnosticata una "grave malnutrizione da malassorbimento per morbo di Crohn". Di conseguenza, veniva sottoposto a terapia immuno-soppressiva e al nutrimento parenterale tramite CVC. Questo però determinava un'infezione della linea venosa centrale. Nei giorni successivi, le condizioni del ventenne peggioravano, fino al decesso per un'embolia polmonare da infezione del CVC. L’ordinanza La Corte d'appello aveva escluso la responsabilità dei sanitari e della struttura ospedaliera: - la causa ultima della morte è l'infezione a seguito alla nutrizione parenterale tramite catetere venoso centrale (CVC); - questo trattamento si sarebbe dovuto comunque attuare, anche se il morbo di Crohn fosse stato tempestivamente diagnosticato; - non vi sarebbe quindi alcuna evidenza, neppure applicando il criterio del "più probabile che non", della circostanza che l'omessa diagnosi abbia concorso a determinare la morte del paziente. E nel ragionamento ha un rilievo decisivo l'invarianza delle condizioni di salute nel tempo trascorso tra il primo e il secondo ricovero. Questo perché secondo la Corte di appello può dirsi che la probabilità di sviluppare l'infezione (causa diretta dell'embolia che ha provocato il decesso) non sia aumentata a causa del ritardo nella diagnosi, in quanto il quadro clinico complessivo del paziente non si è aggravato col tempo. Per questa ragione, la Corte d’Appello evidenzia che “la condizione di grave compromissione organica in cui si trovava il paziente era analoga sia al momento del primo ricovero che al momento del successivo”. Ma la Cassazione non è d’accordo perché “l'affermata invarianza delle condizioni dì salute del ventenne al momento dei due ricoveri è contraddetta dalla stessa Corte d'Appello, che altrove rileva: ‘non vi sono invece dati clinici (che, ove presenti, sarebbero stati rilevanti sul piano probatorio attesa la loro natura oggettiva e scientifica) attestanti quale fosse lo stato della malattia al momento delle dimissioni dall'ospedale bolognese, se cioè l'infiammazione intestinale propria del morbo di Crohn fosse stazionaria o peggiorata’”. Questa carenza di informazioni sull'effettivo stato di salute del paziente al momento delle prime dimissioni è, secondo la Cassazione, incompatibile “con l'asserzione secondo cui la sua situazione non si era aggravata nel tempo intercorso fra l'inizio del primo e del secondo ricovero”. “Si tratta – spiega l’ordinanza - dì un contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili, che dà luogo alla violazione dell'art. 132, secondo comma, n. 4, cod. proc. civ. Per altro verso, l'affermazione secondo cui i dati clinici, in concreto mancanti, ‘sarebbero stati rilevanti sul piano probatorio attesa la loro natura oggettiva e scientifica’ si pone in contrasto con la decisione di non dar luogo al supplemento di perizia che, per l'appunto, avrebbe potuto - quantomeno in ipotesi - consentire l'acquisizione di quegli elementi informativi il cui potenziale rilievo, ai fini della decisione, è ammesso dalla stessa corte territoriale”. In conclusione, secondo la Cassazione i motivi del ricorso dei parenti della vittima sono fondati e la sentenza “deve essere cassata con rinvio alla Corte d'appello” in diversa composizione, “che provvederà anche sulle spese del giudizio di legittimità”. Fonte.www.quotidianosanità.it
Milleproroghe
Quotidiano Sanità,   28/02/2020
Milleproroghe. Anche il Senato accorda la fiducia al Governo. Il decreto ora è legge. Ecco tutte le misure per la sanità Dai medici in corsia fino a 70 anni ai contratti agli specializzandi dal 3° anno, fino alle misure su screening neonatali, Epatite C e oncologia pediatrica. Si esentano inoltre le Province autonome di Trento e Bolzano dall'applicazione dei nuovi tetti di spesa per il personale introdotti dal Decreto Calabria. E si estendono anche al 2019 e 2020 i finanziamenti per Ospedale Bambino Gesù, Irccs Fondazione Santa Lucia e Cnao, già previsti dal Decreto Fiscale dello scorso anno. IL TESTO 26 FEB - Il decreto milleproroghe è legge. Oggi è arrivata l'approvazione definitiva al Senato, in terza lettura, con voto di fiducia sul testo modificato dalla Camera. I voti favorevoli sono stati 154, quelli contrari 96. I medici potranno proseguire il loro lavoro fino ai 70 anni e gli specializzandi potranno essere assunti già dal 3° anno. Previsti poi nuovi finanziamenti per la ricerca di metodi alternativi alla sperimentazione animale, per gli screening neonatali e per il Fondo per l'assistenza dei bambini affetti da patologie oncologiche. Viene previsto un nuovo screening per l'eradicazione dell'Epatite C. E si esentano le Province autonome di Trento e Bolzano dall'applicazione dei nuovi tetti di spesa per il personale introdotti dal Decreto Calabria. Queste alcune delle misure introdotte dal provvedimento. Riepiloghiamo di seguito tutte misure del milleproroghe sulla sanità. Articolo 5 Quote premiali per le Regioni Modificando l'articolo 2, comma 67-bis, della legge Finanziaria 2010, si estende anche al 2019 e 2020 il riparto della quota premiale per quelle Regioni che hanno istituito una Centrale regionale per gli acquisti e l'aggiudicazione di procedure di gara per l'approvvigionamento di beni e servizi per un volume annuo non inferiore ad un determinato importo. Concorsi Aifa Si prorogano a tutto il 2020 i termini per consentire all'Aifa sia di poter bandire la procedura concorsuale relativa ai dirigenti sanitari biologi, sia di completare la procedura per il reclutamento di 10 dirigenti amministrativi di II fascia. Proroga direttiva UE su sperimentazione animale Si proroga al 1° gennaio 2021 quanto previsto dalla direttiva europea sulla sperimentazione animale. Questa proroga consentirebbe ai soggetti interessati di sviluppare approcci alternativi idonei a fornire lo stesso livello, o un livello superiore, di informazioni rispetto a quello ottenuto nelle procedure che usano animali. L'applicazione del divieto di autorizzare nuovi progetti di ricerca su sostanze d'abuso, si spiega nella relazione, impedirà all'Italia di proseguire le ricerche in un settore di particolare interesse per la collettività e che rappresenta un costo ingente per la sanità pubblica. Idoneità medici cure palliative Proroga di 18 mesi il termine inizialmente previsto dalla manovra 2019 per le idoneità dei medici operanti nelle reti delle cure palliative. ll testo della manovra prevedeva che, al fine di garantire il rispetto della legge sull’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, e il rispetto dei Lea, previa intesa in sede di Conferenza Stato Regioni, saranno ritenuti idonei ad operare nelle reti dedicate alle cure palliative pubbliche o private accreditate medici sprovvisti dai requisiti previsti dal decreto del Ministero della Salute 28 marzo 2013 (relativi alle equipollenze) e che alla data di entrata in vigore della legge di Bilancio 2019 sono già in servizio presso queste reti e rispondono a tutti questi requisiti: a) possesso di un’esperienza almeno triennale, anche non continuativa, nel campo delle cure palliative acquisita nell’ambito di strutture ospedaliere, residenziali-hospice e Ucp domiciliari accreditate per l’erogazione delle cure palliative con il Ssn; b) un congruo numero di ore professionali esercitate e di casistica assistita corrispondente ad almeno il 50% dell’orario previsto per il rapporto di lavoro a tempo determinato; c) l’acquisizione di una specifica formazione in cure palliative conseguita attraverso l’Educazione continua in medicina, ovvero master universitari in cure palliative, ovvero corsi organizzati dalle Regioni per l’acquisizione delle competenze di cui all’accordo tra Stato e Regioni del 10 luglio 2014. Il legislatore aveva previsto che l'istanza per ottenere la prescritta certificazione dovesse essere presentata alla Regione competente entro il termine di 18 mesi dall'entrata in vigore della legge stessa, ossia entro il 1° luglio 2020. Però, si spiega nella relazione, lo schema di decreto attuativo è pronto per l'invio all'esame della Conferenza Stato Regioni per l'acquisizione dell'intesa. Da qui la richiesta di prorogare il termine previsto di 18 mesi, facendolo decorrere, non dall'entrata in vigore della legge, ma dalla data di entrata in vigore del decreto attuativo in fase di definizione. Finanziamenti Bambino Gesù, Cnao e Santa Lucia Vengono estesi anche per il 2019 e 2020 i finanziamenti di 9 milioni per Ospedale Bambino Gesù, 11 milioni in favore dell'Irccs Fondazione Santa Lucia e 12,5 milioni al Cnao, già previsti dal Decreto Fiscale dello scorso anno. Articolo 5-bis Via libera a medici in corsia fino a 70 anni e a possibilità di assunzione a tempo determinato per specializzandi già dal 3° anno fino al 2022. Articolo 25 Trattamento accessorio medici e dirigenti sanitari Viene stabilito che "le risorse relative ai fondi contrattuali per il trattamento economico accessorio della dirigenza medica, sanitaria, veterinaria e delle professioni sanitarie sono incrementate di 14 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2020 al 2025 e di 18 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2026". Queste somme andranno quindi ad aggiungersi a quelle già stanziate dalla finanziaria 2018 (Legge 2025/2017, comma 435) portando il totale delle risorse a regime nell'anno 2026 a 188 milioni di euro come illustrati nella seguente tabella tratta dalla relazione tecnica al provvedimento: Sperimentazione animale Per la vengono stanziati 2 milioni di euro per il triennio 2020-2022 (nel testo del decreto era previsto 1 milione). Di queste, il 20% verrà destinato alle Regioni e l’80% agli Izs ed agli enti pubblici di ricerca e alle università, individuati con decreto del Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell'università e della ricerca. Inoltre, entro il 30 giugno 2020, il Ministro della salute dovrà inviare alle Camere una relazione sullo stato delle procedure di sperimentazione autorizzate per le ricerche sulle sostanze d'abuso, anche al fine di evidenziare le tipologie di sostanze che possono essere oggetto di programmi di ricerca alternativi e sostitutivi della sperimentazione animale. Stabilizzazione precari Irccs e Izs Per la stabilizzazione dei precari di Irccs e Izs si prevede che, chi abbia maturato , fatti salvi i requisiti maturati al 31 dicembre 2017, un'anzianità di servizio di almeno tre anni negli ultimi sette (prima erano cinque), possa essere assunto con contratto di lavoro a tempo determinato. Screening neonatali Si stabilisce un termine certo, il 30 giugno 2020, per l’aggiornamento degli screening neonatali, un passo indispensabile per includere nel panel anche malattie neuromuscolari, immunodeficienze congenite severe e malattie da accumulo lisosomiale. Vengono inoltre incrementati i fondi per gli screening neonatali, con 2 milioni in più per il 2020 e 4 a decorrere dal 2021. Vengono inoltre incrementate le risorse ad essi destinate di 2 milioni di euro per l’anno 2020 e a 4 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2021. Cure palliative e terapia del dolore Vengono inserite anche la medicina di comunità e delle cure primarie tra le individuate tra le quali individuare le figure professionali con specifiche competenze ed esperienza nel campo delle cure palliative e della terapia del dolore. Tetto spesa personale sanitario Esclude le Province autonome di Trento e Bolzano dai nuovi tetti di spesa per il personale sanitario, così come fissati dal Decreto Calabria. Assistenza bambini affetti da patologie oncologiche Si incrementa di 2 milioni di euro, per tutto il 2020, il Fondo per l'assistenza dei bambini affetti da patologie oncologiche istituito dalla legge di Bilancio 2018. Finanziamento Aziende ospedaliero-universitarie e credito d'imposta stabilizzazione ricercatori In relazione ai rapporti tra le università statali e il Servizio sanitario nazionale, instaurati attraverso la costituzione di aziende ospedaliero-universitarie, vengono destinati 80 milioni in 10 anni (8 milioni all'anno dal 2020 al 2029) per la copertura degli oneri connessi all'uso dei beni destinati alle attività assistenziali. Il finanziamento viene però condizionato, sia alla costituzione dell'azienda ospedaliero-universitaria con legge regionale, che alla sottoscrizione, entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della legge regionale, del relativo protocollo d'intesa comprensivo della regolazione consensuale di eventuali contenziosi pregressi. Inoltre, per promuovere le attività di ricerca scientifica e favorire la stabilizzazione di figure professionali nell'ambito clinico e della ricerca attraverso l'instaurazione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato presso le strutture sanitarie che svolgono attività di ricerca e didattica, ai policlinici universitari non costituiti in azienda viene attribuito un contributo, nella forma di credito d'imposta, per gli anni dal 2020 al 2023, nel limite massimo di 5 milioni di euro per l'anno 2020 e di 10 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2021 al 2023, a condizione che questi enti si avvalgano di personale assunto a tempo indeterminato in misura non inferiore all'85% del personale in servizio in ciascun periodo d'imposta nel quale è utilizzato il credito d'imposta. Le modalità di concessione e fruizione del credito d'imposta verranno stabilite con un decreto di natura non regolamentare del Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze. Articolo 25-bis Istituto Spallanzani È autorizzata la spesa di 2 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2020 per la concessione di un contributo volto a supportare l’attivazione e l’operatività dell’unità per alto isolamento dell’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma. Articolo 25-ter Farmaci veterinari Per procedere alla valutazione scientifica dell'impatto ambientale dei farmaci veterinari e produrre rapporti di valutazione relativi all'immissione in commercio di questi farmaci nonché per il potenziamento e l'aggiornamento della banca dati per la completa tracciabilità dei medicinali veterinari nell'intera filiera distributiva, nello stato di previsione del Ministero della salute viene istituito un fondo di parte corrente per il triennio 2020-2022 per un importo pari a 3 milioni di euro annui. Articolo 25-quater Attribuzione temporanea di personale al Ministero della salute Si prevede la possibilità per il Ministero della Salute di avvalersi di personale in posizione di comando fino a un massimo di 50 unità, con esclusione del personale docente educativo, amministrativo, tecnico e ausiliario delle istituzioni scolastiche, per svolgere il compito previsto per il sistema Siveas (verificare che i finanziamenti siano effettivamente tradotti in servizi per i cittadini, secondo criteri di efficienza ed appropriatezza) e per far fronte alle esigenze della programmazione sanitaria connesse al fabbisogno di specifiche professionalità ad alta specializzazione. Per questo viene assegnato al Ministero della Salute, per il 2020, un finanziamento di 5,7 milioni. Articolo 25-quinquies Edilizia sanitaria Con Dpcm da adottare entro il 30 giugno 2020, su proposta del Ministro della salute, di concerto con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, dovranno essere individuate ulteriori iniziative urgenti di elevata utilità sociale nel campo dell'edilizia sanitaria, valutabili dall'Inail nell'ambito dei propri piani triennali di investimento immobiliare, compresi, infine, la realizzazione di un nuovo polo scientifico-tecnologico facente capo all'Istituto superiore di sanità, per lo svolgimento, in sicurezza, delle sue attività scientifiche e regolatorie, anche in collaborazione con altre amministrazioni statali ed enti nazionali, regionali e internazionali, e gli eventuali interventi necessari per lo sviluppo delle attività degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico. Articolo 25-sexies Screening Epatite C Stanzia 71,5 milioni di euro nel biennio 2020-2021 per introdurre lo screening gratuito necessario a individuare i potenziali malati di epatite C per l'eradicazione dell’HCV. Giovanni Rodriquez Fonte.www.quotidianosanità.it
Adolescenti e depressione
Quotidiano Sanità,   20/02/2020
Gli adolescenti sedentari sono più inclini alla depressione a 18 anni Negli adolescenti un’ora di esercizio fisico leggero al giorno riduce le probabilità che a 18 anni compaiano i primi sintomi della depressione. È quanto emerge da uno studio condotto su oltre 4.000 ragazzi tra i 12 e i 16 anni e pubblicato da Lancet Psychiatry 19 FEB - (Reuters Health) – Gli adolescenti sedentari hanno maggiori probabilità di essere depressi rispetto ai loro coetanei attivi. E i sintomi di depressione cominciano a manifestarsi a 18 anni. La cura? Un’attività fisica, anche leggera, da non abbandonare dopo i 16 anni. “I giovani devono ridurre la sedentarietà e aumentare una attività fisica leggera durante l’adolescenza, un momento in cui tende a verificarsi il contrario – dice Aaron Kandola dello University College di Londra, autore principale dello studio pubblicato da The Lancet Psychiatry – Questo ridurrebbe rischio di depressione in futuro. La maggior parte dei bambini non dovrebbe avere problemi a trovare 60 minuti al giorno per l’attività fisica, in qualunque sua forma”. Lo studio I ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 4.257 giovani che hanno indossato accelerometri per una settimana quando avevano 12, 14 e 16 anni. I partecipanti hanno anche completato questionari pensati per identificare eventuali sintomi di depressione o altri disturbi di salute mentale a 18 anni. Gli accelerometri misuravano oggettivamente quando i partecipanti si dedicavano ad attività leggere, come camminare, o fare esercizi più intensi come correre o andare in bicicletta. I dispositivi hanno anche registrato i momenti in cui gli adolescenti erano sedentari perché stavano facendo i compiti o giocando ai videogiochi. Tra i 12 e i 16 anni, il tempo medio sedentario giornaliero dei partecipanti è aumentato da circa sette ore a quasi nove ore. Nello stesso periodo, il loro tempo medio giornaliero dedicato ad attività soft come camminare è passato da circa cinque ore a circa due ore. Lo studio ha rilevato che ogni ora aggiuntiva di sedentarietà a 12 e a 14 anni era associata a un rischio dall’8% all’11% più elevato di sintomi depressivi. Era vero anche il contrario, con ogni ulteriore ora al giorno di attività fisica leggera riduceva le probabilità di depressione a 18 anni si una percentuale variabile tra l’8% e l’11%. “Anche se lo studio non è stato progettato per dimostrare se o in che modo il tempo sedentario potrebbe compromettere l’umore o come l’attività fisica possa rendere meno probabili i problemi di salute mentale, i risultati sono in linea con le ricerche condotte sugli adulti”, hanno osservato gli autori. È possibile che l’esercizio fisico migliori l’autostima, riduca l’infiammazione o stimoli la crescita di nuovi neuroni nel cervello, hanno scritto. “L’esercizio fisico è stato collegato alla neurogenesi (formazione di nuove cellule cerebrali) e alla neuroplasticità (capacità del cervello di ricablare e stabilire nuove connessioni), che può essere protettiva per la salute mentale – dice Karmel Choi, ricercatore presso il Massachusetts General Hospital e Harvard Th Chan School of Public Health di Boston, autore di un commento che accompagna lo studio – Quanto più le persone svolgono attività fisica, tanto più i loro corpi tendono a essere meno reattivi allo stress e mostrano livelli più bassi di infiammazione, un fattore di rischio per la depressione”. Fonte: The Lancet Psychiatry Lisa Rapaport (Versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science) Fonte.www.quotidianosanità.it
Lotta all'abuso di alcol
Quotidiano Sanità,   20/02/2020
Lotta all’abuso di alcol. Maxi operazione dei Nas nei locali della movida: irregolarità in quasi un esercizio su tre Nel mirino bar, pub, birrerie e discoteche. Deferite all’Autorità giudiziaria 10 tra titolari e operatori di esercizi di erogazione di alimenti e bevande, la metà dei quali per il reato di somministrazione di bevande alcoliche verso minori, commesse anche mediante distributori automatici. Inoltre sono stati sanzionati 109 gestori per violazioni amministrative, di cui 36 a causa della vendita di alcolici da asporto oltre gli orari consentiti. 20 FEB - Tra gennaio e febbraio nel croso di 4 fine settimana in fascia serale e nottura i Nas hanno condotto 353 controlli presso i luoghi di aggregazione ed a elevata frequentazione (bar, pub, birrerie e discoteche) al fine di verificare il rispetto della normativa di settore nella vendita e somministrazione delle citate bevande. L'operazione, si legge in una nota dei Carabinieri della Salute - nasce anche come risposta a "recenti episodi di cronaca che hanno riproposto all’attenzione dell’opinione pubblica il fenomeno del consumo smodato di bevande alcoliche, non solo per le conseguenze causate dagli effetti alla guida di veicoli, ma anche come importante danno per la salute, in particolare nelle fasce giovanili della popolazione". "La tematica è da tempo affrontata dai Carabinieri dei NAS, in costante accordo con il Ministero della Salute, mediante lo svolgimento di specifiche campagne di prevenzione e controllo, spesso associate all’esecuzione delle ordinarie verifiche nel settore alimentare e delle bevande, durante le quali sono oggetto di attenzione anche le modalità di erogazione e somministrazione di bevande alcoliche e superalcoliche", si legge ancora nella nota. Il bilancio dell'operazione. Lo svolgimento del servizio è stato programmato in fascia serale/notturna nel corso di 4 fine settimana e realizzato anche con modalità congiunte con l’Arma territoriale e gli altri Reparti Speciali. Complessivamente sono stati eseguiti 353 controlli, individuando in 111 casi irregolarità in materia di sicurezza alimentare, carenze igieniche dei locali, violazioni alle normative sugli alcolici e sul divieto di fumare. Nel corso delle attività sono state deferite all’Autorità giudiziaria 10 tra titolari e operatori di esercizi di erogazione di alimenti e bevande, la metà dei quali per il reato di somministrazione di bevande alcoliche verso minori, commesse anche mediante distributori automatici. Inoltre sono stati sanzionati 109 gestori per violazioni amministrative, di cui 36 a causa della vendita di alcolici da asporto oltre gli orari consentiti, del mancato possesso di apparecchiature per la misurazione del tasso alcolemico e della mancata esposizione delle tabelle di riferimento della concentrazione alcolimetrica. Nel medesimo contesto ispettivo sono state individuate irregolarità in materia di divieto di fumare nei locali e di mancata esposizione di apposita cartellonistica preventiva. Gli esiti hanno determinato la contestazione di sanzioni per un ammontare di 146 mila euro, il sequestro di 640 kg di alimenti e bevande in cattivo stato di conservazione o privi di regolare tracciabilità ed etichettatura, per un valore di 6.000 euro, nonché la sospensione di 6 attività di preparazione e somministrazione. 20 febbraio 2020 © Riproduzione riservata
Cassazione.responsabilità sanitaria
Quotidiano Sanità,   17/02/2020
La responsabilità sanitaria scatta anche quando l’intervento errato dei medici ritarda la guarigione Per la Cassazione (sentenza 5315/2020, quarta sezione penale) la condotta colposa dei medici, anche se non aggrava la lesione, è rilevante per quanto riguarda l'allungamento del periodo necessario per la stabilizzazione dello stato di salute del paziente. LA 17 FEB - Anche se la condotta del medico non provoca un peggioramento della condizione di un paziente, ma allunga comunque i tempi di guarigione, si è in presenza di responsabilità sanitaria per condotta colposa, imperizia e negligenza, - in questo caso di tre medici - ognuno per la propria area di intervento. Questo quanto prevede la Corte di Cassazione nella sentenza 5315/2020 che si è pronunciata sulla vicenda riguardante tre sanitari (due ortopedici e un radiologo), confermando l’assoluzione stabilita dalla Corte di Appello dal reato previsto dall’art. 590 c.p. (lesioni personali colpose: il Tribunale li aveva invece condannati in base a questo articolo), ma la cui sentenza è stata rinviata alla Corte di Appello per valutare i reati previsti dagli articoli 582 (“Chiunque cagiona ad alcuno una lesione personale dalla quale deriva una malattia nel corpo o nella mente, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni”) e 583, commi 1 e 2 (La lesione personale è grave e si applica la reclusione da tre a sette anni: “1) se dal fatto deriva una malattia che metta in pericolo la vita della persona offesa, ovvero una malattia o un'incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per un tempo superiore ai quaranta giorni; 2) se il fatto produce l'indebolimento permanente di un senso o di un organo”). Il fatto I medici sono stati accusati di non avere nelle loro rispettive competenze (ortopedia e radiologia) diagnosticato al paziente l'esistenza di una frattura del corpo vertebrale L1, omettendo, di conseguenza, di mettere in atto gli accertamenti per assicurargli la guarigione, determinando l'aggravamento delle sue condizioni e il ritardo nell'individuazione della giusta terapia. La sentenza di secondo grado ha riconosciuto “antidoverosa” la condotta dei tre medici, per difetto dei necessari approfondimenti diagnostici, ma ha poi seguito le conclusioni dei periti, i quali hanno affermato che “i lievi esiti algodisfunzionali ascrivibili al tipo di frattura lombare, sono primitivamente ascrivibili all'evento traumatico ed indipendenti dall'inadeguato trattamento”. Per questo la Corte di appello, pur affermando che la condotta degli imputati è comunque censurabile, ha sottolineato che non avendo provocato alcuna lesione, non essendosi verificate limitazioni funzionali o altri processi patologici diversi da quello che si sarebbe comunque verificato anche se gli imputati avessero tenuto il comportamento doveroso, non si era in presenza degli estremi per una condanna, appunto, in base all’articolo 590 del codice penale. La sentenza La Cassazione nella sua sentenza sottolinea prima di tutto la particolarità del caso nel fatto che di fronte alla condotta colposa, per imperizia e negligenza, tenuta dai tre medici non si è prodotto un aggravamento della situazione del paziente e quindi la Corte d’Appello ha concluso che i “lievi esiti algodisfunzionali ascrivibili alla frattura lombare L1' derivata dall'evento traumatico sono 'indipendenti dall'inadeguato trattamento'. Ma ‘l'inadeguato trattamento’, secondo la sentenza, in questo caso coincide con il ritardo nella diagnosi e nel trattamento, “poi effettivamente posto in essere dai medici intervenuti in un secondo momento, a distanza di trenta giorni dalle dimissioni della persona offesa dal nosocomio ove era stata affidata alle cure degli imputati”. Secondo la Cassazione quindi è necessario stabilire se possa considerarsi 'malattia', “non l'aggravamento della lesione, ma il prolungamento del tempo necessario per la sua riduzione o per la sua definitiva stabilizzazione, posto che detto ritardo non incide sulla perturbazione funzionale di tipo dinamico”. E su questo punto la Corte è giunta ad una affermazione positiva. “La malattia, infatti – si legge nella sentenza della Cassazione - nella sua nozione penalistica, non è il post factum della lesione, ma ne costituisce il nucleo intrinseco. L'utilizzo del verbo 'deriva', nel testo della norma cardine di cui all'art. 582 cod. pen. (Chiunque cagiona ad alcuno una lesione personale dalla quale 'deriva' una malattia è punito...), non indica un rapporto di conseguenzialità,.. ma cristallizza il concetto penalistico di malattia come connotato della nozione penalistica di lesione personale. Dunque, è sulla durata della malattia (più o meno di quaranta giorni) o sulla specificità dell'alterazione funzionale che essa comporta (indebolimento o perdita di un senso o di un organo, perdita di un arto, grave compromissione o perdita della favella, della capacità di procreare, ecc.) che l'ordinamento misura la sanzione penale, con l'introduzione delle aggravanti di cui all'art. 583, commi 1e 2 cod. pen.”. Quindi secondo i giudici da quanto detto si ricava che ogni condotta colposa “che intervenga sul tempo necessario alla guarigione, pur se non produce ex se un aggravamento della lesione e della relativa perturbazione funzionale, assume rilievo penale allorquando generi la dilatazione del periodo necessario al raggiungimento della guarigione o della stabilizzazione dello stato di salute”. “Essendo pacifico – conclude la Cassazione - che l'omessa diagnosi del crollo della veterbra L1 e della frattura pluriframmentata, con conseguente omessa tempestiva prescrizione del trattamento di riduzione (busto ortopedico e fisioterapia), ha comportato l'adozione di misure di trattamento con un ritardo di trenta giorni, intervallo intercorso fra la dimissione dall'ospedale dove operavano i tre imputati e la data in cui i sanitari dell'ospedale diagnosticarono la frattura in L1 impartendo la cura, ne consegue la necessità di rivalutare l'incidenza della condotta colposa degli imputati sul differimento della guarigione della persona offesa”. La sentenza della Corte di Appello quindi secondo la Cassazione deve essere annullata agli effetti civili e rinviata al giudice civile competente “per valore in grado di appello” per nuovo giudizio. Fonte.www.quotidianosanità.it
Amci:suicidio assistito
Avvenire,   15/02/2020
Aperto dissenso sugli indirizzi applicativi dell’articolo 17 del Codice deontologico appena varati dalla Federazione degli Ordini dei medici (Fnomceo). Lo esprime l’Associazione medici cattolici italiani (Amci) che in una nota «prende atto della decisione della Fnomceo della non modifica dell’articolo 17», un fatto «di per sé sostanzialmente positivo», trattandosi del punto in cui il testo di riferimento etico della professione fa divieto ai medici di assecondare la volontà di morte del paziente. Affermazione però contraddetta dalla chiosa esecutiva, che stabilisce «la non punibilità del medico da un punto di vista disciplinare» se sceglie di «agevolare il proposito di suicidio» del paziente che versa nelle condizioni indicate dalla recente sentenza della Corte costituzionale. Per questo l’Amci «non condivide l’elaborazione dottrinale dell’indirizzo applicativo deciso» in quanto «ritiene assolutamente incompatibile ogni intervento di assistenza medica al suicidio assistito con l’etica e la deontologia professionale del medico». Secondo la presidenza Amci «la medicina è sempre senza eccezioni per la vita e a favore della vita, e questa vita deve essere sempre accompagnata, senza alcun disimpegno, senza alcun abbandono, con delicatezza, fermezza e impegno nel continuare a curare le fragilità, pur se terminali, adempiendo sempre con sollecitudine e proporzionalità al prendersi cura, soprattutto quando non si può guarire». Le insormontabili perplessità davanti al testo varato dalla Federazione spingono l’Amci a formulare quattro «interrogativi»: «Il primo – si legge nella nota – attiene alla scelta dei tempi: quale urgenza c’era di provvedere con tanta celerità?». Più radicalmente, l’Amci si chiede «perché varare questi nuovi indirizzi applicativi». Riferendosi poi all’inserimento della procedura di aiuto al suicidio entro il Servizio sanitario nazionale, i Medici cattolici chiedono «a quale degli obiettivi propri del Ssn si ascrive» la cooperazione del medico a questa pratica. Discutibile infine la scelta della Fnomceo di aderire in toto alla sentenza costituzionale: «Non esiste un’autonomia fra norme disciplinari e norme penali?». Fonte.www.avvenire.it
Cure palliative
Avvenire,   15/02/2020
10 anni dalla legge. «Cure palliative, sedazione, terapia del dolore: diritti ignorati» Igor Traboni venerdì 14 febbraio 2020 A 10 anni ormai dalla legge 38 sulle cure palliative, gli specialisti constatano che c'è ancora scarsissima conoscenza delle importanti acquisizioni di quella norma tra la gente e gli stessi medici «Oggi c’è ancora tanta confusione tra sedazione palliativa ed eutanasia, ma quest’ultima dà la morte mentre la prima è un trattamento farmacologico per togliere la sofferenza». Non usa giri di parole Giada Lonati, direttrice sanitaria dell’associazione di volontariato laico Vidas, quando definisce le differenze sostanziali tra le due categorie: dal tipo di farmaci usati (barbiturici per l’eutanasia) ai tempi e all’esito che ne derivavo (subito il decesso per l’eutanasia, il tempo necessario perché la vita si concluda, da qualche ora fino a tre giorni), fino al fatto che con la sedazione il paziente non chiede di morire ma di togliere il dolore. «Nelle cure palliative – spiega Lonati, medico palliativista dal 1995 – la presa in carico del paziente e dei loro familiari per noi è globale e riguarda la qualità della vita, i sintomi e il dolore che è fisico ma pure sociale, psicologico, anche spirituale: in una parola, esistenziale. Per noi muoiono come persone, non come malati. Ci sono sintomi difficili da curare perché diventano refrattari e quindi il dolore si fa insopportabile». Qui si passa alla sedazione palliativa, d’intesa col paziente, secondo quanto previsto dalla legge, «anche a domicilio – specifica Lonati – con un’attenzione e una cura particolari nelle modalità, a opera di medici specialisti. Anche la legge sulle Dat riconosce uno status speciale alla sedazione come un vero trattamento». La necessità perentoria «di smetterla di associare la sedazione all’eutanasia» viene ribadita da Stefania Bastianello, presidente della Federazione cure palliative, che specifica come «le cure palliative siano un di più rispetto alla sedazione, che invece è un atto terapeutico. Il cittadino deve saperlo perché è un suo diritto». Oggi gli hospice in Italia sono 267 per circa 3mila posti letto: «Non si tratta di ospedali – precisa Bastianello –, così come le cure palliative a domicilio possono essere di base o specialistiche, secondo i bisogni. Quelle a domicilio vanno potenziate rispetto al bisogno, ma occorre che si sviluppino anche in altri luoghi, dagli ambulatori alle Rsa, alle strutture per disabili». Quanto alla formazione del personale «si deve insistere per avere specialisti in cure palliative anche per malati non oncologici e far crescere le competenze di base sulle cure palliative anche nei medici generici». La formazione deve riguardare anche i volontari, «che non sono solo quelli che tengono la mano dell’anziano – sottolinea la presidente – ma hanno un ruolo importante in un lavoro di équipe, che certo non è sanitario ma relazionale. Anche perché il 50% del sistema delle cure palliative si regge proprio su associazioni di volontariato. Eppure, su questo aspetto, stiamo ancora aspettando il decreto attuativo della legge 38», approvata nel marzo di 10 anni fa. Fonte.www.avvenire.it