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Infanzia nel mondo
Quotidiano Sanità,   20/11/2019
Infanzia nel mondo. Negli ultimi 30 anni, mortalità sotto i 5 anni diminuita del 60%, ma ne muoiono ancora 15mila al giorno I dati nell’ultimo rapporto Unicef sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. “Negli ultimi 30 anni sono stati compiuti importanti progressi per i bambini, molti di più vivono più a lungo, meglio e più in salute. Gli ostacoli però continuano ad esserci per i più poveri e vulnerabili,” ha dichiarato Henrietta Fore, Direttore generale dell'Unicef. IL RAPPORTO UNICEF. 18 NOV - Secondo il nuovo rapporto UNICEF “Ogni Diritto per Ogni Bambino - La Convenzione sui Diritti dell'infanzia e dell'adolescenza a un punto di svolta”, da quando la Convenzione è stata adottata, 30 anni fa, sono stati raggiunti storici traguardi per tutti bambini del mondo, ma ancora molti tra i bambini più poveri devono sentirne gli impatti. Il rapporto evidenzia come negli ultimi 30 anni • il tasso globale di mortalità tra i bambini sotto i 5 anni è diminuito di circa il 60% • Il numero di bambini in età da scuola primaria che non vanno a scuola è sceso da 18 a 8% • I principi cardine della Convenzione (non discriminazione, superiore interesse del minore, diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo, diritto alla protezione) hanno influenzato in tutto il mondo Costituzioni e leggi nazionali, politiche sociali e pratiche Tuttavia, questi progressi non sono stati realizzati in modo omogeneo. • Oltre un quarto della popolazione infantile globale vive in paesi colpiti da conflitti o disastri naturali • Il numero di violazioni gravi e verificate contro bambini e ragazzi nel corso di conflitti armati si è quasi triplicato dal 2010 a oggi • Quasi 20 milioni di bambini sono esposti al rischio di contrarre malattie perché non ricevono le vaccinazioni di routine • Si stima che di qui al 2040, in tutto il mondo, un quarto della popolazione mondiale sotto i 18 anni (circa 600 milioni di abitanti) vivranno in aree soggette a stress idrico particolarmente elevato • Ogni giorno nel mondo muoiono in media 15.000 bambini sotto i 5 anni • Nel 2018 sono stati registrati circa 350.000 casi di morbillo, più del doppio rispetto all'anno precedente. • Più di 800 bambini muoiono ogni giorno a causa di malattie diarroiche legate alla carenza di acqua potabile e servizi igienici e sanitari • Nel 2017 (ultimo anno per il quale sono disponibili dati) la sola malaria ha causato 266.000 morti sotto i 5 anni • Nei paesi a basso e medio reddito, i bambini delle famiglie più povere hanno doppie probabilità di morire per cause prevenibili nei primi 5 anni di vita rispetto ai bambini di famiglie più ricche • Secondo gli ultimi dati disponibili, solo metà dei bambini delle famiglie più povere nell'Africa Subsahariana sono vaccinati contro il morbillo, rispetto all'85% dei bambini delle famiglie più benestanti degli stessi paesi • Nonostante i tassi di matrimoni precoci siano diminuiti a livello globale, in diversi Stati le ragazze appartenenti alle fasce sociali più povere corrono maggiori rischi oggi rispetto al 1989. Nell'ambito delle celebrazioni per il 30° anniversario della Convenzione, il rapporto esamina gli innegabili risultati degli ultimi tre decenni, a riprova del fatto che dove c'è volontà e determinazione politica, la vita dei bambini migliora. “Negli ultimi 30 anni sono stati compiuti importanti progressi per i bambini, molti di più vivono più a lungo, meglio e più in salute. Gli ostacoli però continuano ad esserci per i più poveri e vulnerabili,” ha dichiarato Henrietta Fore, Direttore generale UNICEF. “Oltre alle sfide persistenti su salute, nutrizione e istruzione, i bambini oggi affrontano nuove minacce come il cambiamento climatico, abusi online e cyberbullismo. Solo con l'innovazione, nuove tecnologie, volontà politica e incremento delle risorse aiuteremo a tradurre la visione della Convenzione sui Diritti dei Bambini e degli Adolescenti in una realtà per tutti i bambini, ovunque.” Il rapporto affronta anche le minacce vecchie e nuove che colpiscono i bambini nel mondo: • Povertà, discriminazione e marginalizzazione continuano a lasciare milioni fra i bambini più svantaggiati a rischio: conflitti armati, crescente xenofobia e la crisi globale dei migranti e rifugiati hanno avuto un impatto devastante sui progressi globali; • I bambini sono fisicamente, fisiologicamente e dal punto di vista epidemiologico i più a rischio per gli impatti legati alla crisi del clima: il rapido cambiamento del clima sta diffondendo malattie, incrementando l'intensità e la frequenza di condizioni metereologiche estreme e creando insicurezza alimentare e idrica. Se non intraprendiamo adesso azioni urgenti, il peggio per molti bambini deve ancora arrivare. • Nonostante siano oggi vaccinati più bambini che mai, un rallentamento dei tassi di copertura vaccinale negli ultimi 10 anni sta minacciando di capovolgere i difficili traguardi raggiunti per la salute dei bambini: la copertura vaccinale per il morbillo è agli stessi livelli dal 2010, contribuendo a una ricomparsa di questa malattia mortale in diversi paesi. Nel 2018 sono stati registrati circa 350.000 casi di morbillo, più del doppio rispetto al 2017. • Il numero di bambini fuori dalle scuole è invariato e i risultati per l'apprendimento per coloro che frequentano le scuole sono scarsi: a livello globale, il numero di bambini che non frequentano la scuola primaria è statico dal 2007. Molti dei bambini a scuola non apprendono le conoscenze di base, tanto meno le competenze di cui hanno bisogno per prosperare nell'economia di oggi; • Per accelerare i progressi nella promozione dei diritti dei bambini e per affrontare il problema della stagnazione e dell'arretratezza di alcuni di questi diritti, il rapporto chiede maggiori dati e prove, l'aumento delle soluzioni e degli interventi comprovati, maggiori risorse, il coinvolgimento dei giovani nella co-creazione di soluzioni e l'applicazione dei principi di equità e parità di genere nella programmazione. Ma riconosce anche che, sebbene tutti questi elementi siano necessari per realizzare il cambiamento, il nostro mondo in rapido mutamento richiede anche nuove modalità per affrontare le opportunità e le sfide emergenti e per incorporare realmente i diritti dei bambini come causa globale. Per trovare questi percorsi, il piano dell'UNICEF per i prossimi 12 mesi è di intraprendere un dialogo globale su cosa serve per tradurre le promesse della Convenzione in realtà per ogni bambino. Il discorso sarà inclusivo, coinvolgerà bambini e giovani, genitori e persone che si prendono cura dei bambini, personale scolastico e operatori sociali, comunità, governi, società civile, università, settore privato e media e influenzerà il modo in cui l'organizzazione opererà in futuro. “La Convenzione è a un bivio tra il suo illustre passato e il futuro potenziale. Sta a noi ribadire il nostro impegno, compiere passi decisivi e ritenerci responsabili”, ha continuato Fore. “Dovremmo prendere l'iniziativa dai giovani che si esprimono a favore dei loro diritti come mai prima, dobbiamo agire ora - con coraggio e creatività”. “Grazie all’impegno dei volontari UNICEF, il prossimo 20 novembre, l’UNICEF Italia celebrerà il 30° anniversario della Convezione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza con tante attività e iniziative in tutta Italia”, ha dichiarato il Presidente dell’UNICEF Italia Francesco Samengo. “In collaborazione con partner istituzionali come il MIUR, l’ANCI, il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, le Assemblee Legislative Regionali, i Garanti regionali per l’infanzia; verranno organizzati #KidsTakeOver, in cui i bambini si sostituiranno ai grandi nelle loro funzioni - a partire da ‘La Capigruppo dei bambini’ alla Camera dei Deputati con il Presidente Fico – e “Go Blue“, in cui le istituzioni locali si impegnano ad “illuminare” di blu un monumento simbolico della città a testimonianza dell’impegno per i diritti dei bambini: finora oltre 210 comuni hanno aderito a questa iniziativa.” Fonte: Unicef Fonte.www.quotidianosanità.it
Fondo sanità 2022
Quotidiano Sanità,   16/11/2019
Manovra. Fondo sanità 2022, superticket, diagnostica per i mmg, piani di razionalizzazione Asl e concorsi per medicina d’urgenza aperti ai non specializzandi. Ecco le richieste delle Regioni A seguito dell'abolizione del superticket, chiesto un riparto dell'incremento del Fsn i in base alle stime delle effettive minori entrate di ciascuna Regione sulla base dei dati rilevati dai flussi delle tessere sanitarie. E ancora, validità del titolo di laurea specialistica per l’accesso alle funzioni di coordinamento, e possibilità per le Regioni in equilibrio economico di autorizzare l’incremento da parte delle aziende ed enti del Ssr, dei fondi primalità e fasce del personale del comparto sanità, e dei fondi di risultato del personale dirigenziale. Chiesta anche la quantificazione del finanziamento per il 2022. GLI EMENDAMENTI 15 NOV - Pronti gli emendamenti da parte delle Regioni al disegno di legge di Bilancio attualmente all'esame della Commissione Bilancio del Senato. Oltre alle proposte di modifica dell'articolato già presente nel testo della manovra, come quelle sul riparto dei fondi destinati all'edilizia sanitaria, all'acquisto di apparecchiature per i medici di medicina generale e all'abolizione del superticket, diverse le proposte aggiuntive in tema di sanità.   Queste spaziano, ad esempio, da interventi in materia di previdenza dei Direttori scientifici degli Irccs, alla possibilità di accesso ai concorsi per medicina e chirurgia d’accettazione e d’urgenza anche al personale medico privo di specializzazione, fino alla validità del titolo di laurea specialistica per l’accesso alle funzioni di coordinamento, e alla possibilità per le Regioni in equilibrio economico di autorizzare l’incremento da parte delle aziende ed enti del Ssr, dei fondi primalità e fasce del personale del comparto sanità, e dei fondi di risultato del personale dirigenziale.   Sul tema politico, inoltre, le Regioni dopo l'audizione dello scorso 11 novembre presso le Commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato, tornano a chiedere anche la quantificazione del finanziamento per la sanità per l'anno 2022.   Di seguito le proposte delle Regioni.   Articolo 9 (Edilizia sanitaria) La modifica inserisce direttamente il riparto fra le regioni dell’incremento delle risorse al fine di una migliore programmazione degli interventi. La percentuale è determinata in base alla quota d’accesso al Fsn e riparametrata in quanto il riparto delle risorse è solo fra le regioni a statuto ordinario.   Articolo 54 (Abolizione superticket) Al comma 2, dell’articolo 54 è aggiunto il seguente periodo: “Tali risorse sono ripartite fra le regioni in base alla stima delle minori entrate indicata nella relazione tecnica allegata alla presente legge”.  L’emendamento, spiegano le Regioni, mira a chiarire che l’incremento del Fabbisogno Sanitario Nazionale dovuto alla copertura dell’abolizione delle entrate da “superticket” deve essere ripartito fra le regioni in base alle stime delle effettive minori entrate di ciascuna sulla base dei dati rilevati dai flussi delle tessere sanitarie. Il riparto sulla base della quota di accesso non sarebbe appropriato in quanto alcune regioni hanno adottato misure alternative per evitare l’incremento del ticket sulle prestazioni sanitarie ai propri cittadini.   Articolo 55 (Apparecchiature medici medicina generale) Al comma 1, dell’articolo 55 le parole “sulla base di un piano dei fabbisogni predisposto e approvato nel rispetto dei parametri fissati” sono sostituite dalle seguenti “dal seguente: “in base alla quota di accesso del Fondo Sanitario Nazionale di parte corrente”. L’emendamento precisa che per il riparto di tali risorse, quota parte del Fondo per l’edilizia sanitaria rifinanziato dalla legge di bilancio dello scorso anno, si utilizza lo stesso criterio con cui sono state ripartite le risorse dell’art.20 L. 67/1988 secondo l’accordo in Conferenza Stato – Regioni del 1° dicembre 2018.   Tra gli emendamenti aggiuntivi, si propone poi di inserire i seguenti:   Articolo 55 bis (In materia di previdenza dei Direttori scientifici degli Irccs) All’articolo 3 bis del Decreto Legislativo 30 dicembre 1992 n. 502 e s.m.i. è inserito il comma 12 bis:“ 12 bis – Le disposizioni in materia previdenziale di cui ai commi 11 e 12 si applicano ai Direttori scientifici degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico di diritto pubblico, di cui all’articolo 11, comma 3 del Decreto Legislativo 16 ottobre 2003 n. 288, per la durata dell’incarico.   Nella relazione illustrativa si spiega come il Direttore scientifico "è una figura fondamentale per la specifica missione degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico che consiste nello svolgere attività di ricerca su nuove tecnologie, metodiche, ecc. con l’intento di trasferire i risultati ottenuti dalla ricerca in innovative applicazioni cliniche che garantiscano ai pazienti nuove e più efficaci cure e percorsi assistenziali, creando un ponte tra scienza e medicina, tra ricerca e cura. Si tratta di un ruolo di primaria importanza sia perché scoperte potenzialmente utili spesso non riescono a essere tradotte in opportunità cliniche per il paziente, sia perché, quando tale trasferimento avviene, i tempi sono spesso estremamente lunghi, a fronte dell’urgenza delle esigenze del cittadino. E’ compito del direttore scientifico predisporre le linee strategiche e programmatiche della ricerca, organizzare l’attività, con particolare attenzione agli aspetti traslazionali e all’innovazione, mediante collaborazioni in rete e lo sviluppo della ricerca clinica e pre-clinica, garantire e monitorare il suo svolgimento nel rispetto dei principi etici che ispirano gli Istituti. Il Direttore scientifico è il responsabile dell’indirizzo e della programmazione generale della ricerca che garantisce la promozione, la gestione, il monitoraggio e lo sviluppo delle attività di ricerca clinico– scientifica ed assicura un indirizzo generale dell’assistenza nel quadro delle finalità primarie della ricerca. Effettua il monitoraggio della produttività scientifica, della gestione dei budget di ricerca corrente e finalizzata, fornisce sostegno ai ricercatori per reperire finanziamenti pubblici e privati, sottopone al parere consultivo del Comitato Tecnico Scientifico e all’approvazione del Consiglio di Amministrazione le iniziative di ricerca di particolare e generale interesse, svolge attività di interfaccia tra i ricercatori e i Comitati Etici per la valutazione degli studi, è responsabile dell’attività di formazione continua dell’Istituto. Cura, infine, i rapporti con gli organi istituzionali, compresi quelli con il Ministero della Salute, il MIUR, le Università, le Regioni, gli Istituti di ricerca italiani e stranieri, la Commissione Europea, il CNR. Pertanto, il direttore scientifico fa parte della Direzione Strategica degli IRCCS, insieme al Direttore Generale, Direttore Sanitario e Direttore Amministrativo, con i quali condivide la mission manageriale e gestionale".   "Per il ruolo e la posizione ricoperta nelle strutture degli Istituti - prosegue la relazione illustrativa - l’articolo 11, comma 3 del d. lgs. 288/2003 tratta in maniera omogenea i suddetti incarichi disponendo che 'nelle Fondazioni e negli Istituti non trasformati gli incarichi di direttore generale, direttore scientifico, direttore amministrativo e direttore sanitario sono di natura autonoma, esclusivi e di durata non inferiore a tre anni e non superiore a cinque'. A fronte di tale equiparazione giuridica operata dal citato d. lgs. 288/2003, il medesimo non ha, tuttavia, richiamato, per un’evidente dimenticanza del legislatore delegato, la disciplina prevista dall’articolo 3 bis commi 11 e 12 del D.lgs 502/92 e s.m.i., che nel disciplinare il collocamento in aspettativa dei lavoratori dipendenti che assumono l’incarico di Direttore generale, amministrativo e sanitario, dispone altresì che il periodo di aspettativa è utile ai fini del trattamento di quiescenza e di previdenza e che le amministrazioni di appartenenza provvedono ad effettuare il versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali comprensivi delle quote a carico del dipendente, calcolati sul trattamento economico corrisposto per l’incarico conferito nei limiti dei massimali di cui all’articolo 3, comma 7, del decreto legislativo 24 aprile 1997, n. 181, e a richiedere il rimborso di tutto l’onere da esse complessivamente sostenuto all’Unità sanitaria locale o all’Azienda ospedaliera interessata, la quale procede al recupero della quota a carico dell’interessato. Nei fatti gli Istituti, ritenendo applicabile anche al Direttore scientifico la predetta previsione normativa, hanno versato all’INPS i suddetti contributi previdenziali secondo la previsione del succitato articolo 3 bis. Solo recentemente l’INPS ha chiarito che la statuizione contenuta dal d. lgs. n. 502/1992 e s.m.i. è a carattere speciale e quindi in mancanza di una specifica disposizione di raccordo, non risulta applicabile anche ai Direttori Scientifici. Al fine di estendere tale previsione normativa anche ai Direttori scientifici, si propone il presente emendamento che, di fatto, chiarifica in modo inequivocabile l’estensione ai Direttori scientifici degli IRCCS pubblici delle disposizione di legge in materia previdenziale relative ai Direttori generali, amministrativi e sanitari delle ASL, equiparando le predette figure apicali. Tale equiparazione dello stato giuridico delle 4 figure apicali si rende necessaria anche in una lettura sistematica della normativa vigente. Infatti, già le disposizioni normative di cui al Decreto del Presidente della Repubblica 31 luglio 1980, n. 617 recante “Ordinamento, controllo e finanziamento degli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (art. 42, settimo comma, della legge 23 dicembre 1978, n. 833)”, e precisamente l’articolo 35 del medesimo, equiparava il Direttore scientifico, relativamente al trattamento economico, a quello dei dipendenti dell’Istituto con la qualifica sanitaria più elevata. Veniva previsto, infatti, che nel caso in cui il direttore scientifico fosse un estraneo all’IRCCS, quest’ultimo fruisse del trattamento dei dipendenti con la qualifica sanitaria più elevata, con l'aggiunta di indennità appositamente determinata con la deliberazione di conferimento dell'incarico".   "Tale interpretazione di analogia tra Direttore Scientifico e le altre figure apicali continua anche nel Decreto Legislativo 16 ottobre 2003, n. 288, recante il 'Riordino della disciplina degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, a norma dell'articolo 42, comma 1, della legge 16 gennaio 2003, n. 3' e successive modifiche e integrazioni, che all’articolo 11, comma 3, nel disciplinare che “nelle Fondazioni e negli Istituti non trasformati gli incarichi di direttore generale, direttore scientifico, direttore amministrativo e direttore sanitario sono di natura autonoma, esclusivi e di durata non inferiore a tre anni e non superiore a cinque” prevede per tutte le figure apicali degli Istituto un’identica disciplina di status giuridico. Tale equiparazione viene, peraltro, successivamente sostenuta espressamente dal Consiglio di Stato nel parere del 12 ottobre 2005 che, infatti, ancor prima dell’introduzione normativa di cui al citato comma 818 dell’art. 1 della legge 27 dicembre 2006, n. 296, riteneva applicabile l’esclusività del rapporto di lavoro del direttore scientifico degli IRCCS proprio in analogia con le altre cariche apicali degli IRCCS. Ed, infine, anche il predetto comma 818 dell’art. 1 della legge 296/2006, nel sancire la natura esclusiva di tutti gli incarichi direttivi apicali degli IRCCS pubblici, cita espressamente anche la figura del Direttore scientifico, equiparandola, in tal modo, alle altre figure, per l’incompatibilità con qualsiasi altro rapporto di lavoro pubblico e privato e con l’esercizio di qualsiasi attività professionale". "Al riguardo, inoltre, occorre rilevare che il d. lgs. n. 288/2003, lex specialis recante la disciplina degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, pur non recando una specifica disciplina sui titolari della direzione scientifica, richiama in più disposizioni, per tutto quanto non espressamente previsto, le statuizioni del d. lgs. 502/1992 e smi ( si veda art. 11 del d. lgs n. 288 in materia di personale degli IRCCS). Stante quanto precede, la necessità e l’urgenza dell’inserimento di tale emendamento discende dalla circostanza che, per effetto della predetta interpretazione da parte dell’INPS, coloro che ricoprono l’incarico di Direttore scientifico, avendo maturato una posizione previdenziale a cavallo tra il sistema contributivo e quello retributivo, verrebbero penalizzati di decine di migliaia di euro l’anno. Pertanto, l’ulteriore protrarsi di tale situazione potrebbe disincentivare i soggetti in possesso dei requisiti di elevata professionalità richiesti dal D.P.R. n. 42/2007 dal partecipare alle relative selezioni per l’incarico di Direttore scientifico, privando in tal modo i suddetti Istituti del loro qualificato apporto. Negli ultimi anni, infatti, si sta già assistendo a una partecipazione via via sempre più ridotta ai bandi per la selezione dei Direttori Scientifici tanto che il più delle volte non è stato possibile presentare al Ministro, per la scelta del candidato cui attribuire l’incarico, una terna di idonei, come previsto dall’art. 1, comma 3, del D.P.R. n. 42/2007 recante il “Regolamento recante disposizioni in materia di direttori scientifici degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico – IRCCS”, considerata la presenza di solo una o due candidature ai rispettivi bandi di selezione", conclude la relazione illustrativa.   La modifica proposta, dunque, mira a mantenere il trattamento previdenziale proprio del dipendente che assume l’incarico di Direttore scientifico. E, come tale, "non comporta ulteriori oneri gravanti sul bilancio dello Stato, considerato che i contributi previdenziali risultano essere stati regolarmente versati nella loro interezza".   Graduatorie concorsuali delle aziende ed enti del servizio sanitario nazionale “Al comma 366 dell’articolo 1 della L. 30 dicembre 2018, n. 145 è aggiunto il seguente periodo: ‘Il comma 361 non si applica alle assunzioni del personale, inclusi i dirigenti, delle aziende ed enti del Servizio Sanitario Nazionale’”.   L’articolo 1, comma 36, della L. 145/2018 (Legge di bilancio 2019) stabilisce che le graduatorie dei concorsi per il reclutamento del personale presso le amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del D. Lgs. 165/2001 sono utilizzate esclusivamente per la copertura dei posti messi a concorso.   "Il successivo comma 365 dispone che la predetta previsione si applica alle graduatorie delle procedure concorsuali bandite successivamente alla data di entrata in vigore della L. 145/2018. La legge 11 febbraio 2019, n. 12, di conversione del decreto legge 14 dicembre 2018, n. 135, ha introdotto nello stesso decreto l’articolo 9-bis che prevede, tra l’altro, l’applicazione dell’articolo 1, comma 361 della L. 145/2018 alle procedure concorsuali per l’assunzione di personale medico, tecnico professionale e infermieristico, bandite dalle aziende e dagli enti del servizio sanitario nazionale a decorrere dal 1° gennaio 2020. Il comma 361, pertanto, esclude la possibilità per le pubbliche amministrazioni, comprese quelle del Ssn (con il solo differimento di termini previsto dal comma 365, come integrato dalla disposizione della L. 12/2019 sopra richiamata), di utilizzare le graduatorie concorsuali per assunzioni di idonei non vincitori. L’applicazione del predetto disposto legislativo potrebbe avere conseguenze molto negative sull’erogazione delle prestazioni sanitarie e più in generale sul funzionamento dei servizi delle aziende sanitarie, considerati i tempi necessari per l’espletamento di nuove procedure concorsuali e la inevitabile moltiplicazione delle stesse", si legge nella relazione illustrativa. "In particolare, la disposizione, se mantenuta, aggraverebbe la situazione degli organici del personale medico, ma non solo, già cronicamente carente di specializzati in numerose discipline. Conseguentemente con l’emendamento proposto si prevede l’inapplicabilità del comma 361 alle assunzioni del personale, inclusi i dirigenti, delle aziende ed enti del Servizio Sanitario Nazionale, mediante un’integrazione del comma 366 della L.145/2017 che già esclude l’applicabilità, tra gli altri, di tale comma per le assunzioni di altre particolari tipologie di personale".   “Integrazione dell’articolo 16, Decreto-Legge 6 luglio 2011, n. 98” (Piani di razionalizzazione Asl) Si propone di integrare la disciplina dettata dall’articolo 16, commi 4-6 del Decreto-Legge 6 luglio 2011 , n. 98, relativa ai piani triennali di razionalizzazione e riqualificazione della spesa, di riordino e ristrutturazione amministrativa, di semplificazione e digitalizzazione, di riduzione dei costi della politica e di funzionamento, ivi compresi gli appalti di servizio, gli affidamenti alle partecipate e il ricorso alle consulenze attraverso persone giuridiche, al fine di consentire, a fronte del mantenimento delle economie stabilite nei piani di cui sopra, l’utilizzo annuale in contrattazione integrativa di una quota parte delle predette economie, nel rispetto dell’importo massimo del 50 per cento, per il triennio di riferimento, con esclusione della spesa di personale. Viene inoltre stabilito che le risorse destinate alla contrattazione integrativa non rilevano ai fini del limite di cui all’articolo 23 comma 2 del decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 75 nonché dei limiti di spesa di personale previsto dalle normative vigenti. E’ stato altresì eliminato il riferimento ai criteri di utilizzo delle risorse ai premi previsti dall’articolo 19 del decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150, in coerenza alle modifiche introdotte dal decreto legislativo n. 74 del 2017. Con l’integrazione del comma 6-bis, viene prevista la possibilità per le Regioni di adottare le iniziative previste ai precedenti commi 4, 5 e 6, definendo piani di razionalizzazione riferiti ad aziende sanitarie anche attraverso accorpamenti o riorganizzazione delle stesse. Viene infine previsto che la verifica a consuntivo dei risparmi di razionalizzazione in esame sia operata in sede di parifica Corte dei Conti per l’esercizio di riferimento. A seguito di positiva verifica le Regioni, con riferimento all’esercizio successivo a quello in cui sono stati realizzati i risparmi, procedono con propria deliberazione al riparto ed alla finalizzazione delle risorse destinate alla contrattazione integrativa fra le diverse aziende sanitarie del Sistema sanitario regionale.   Integrazione delle commissioni mediche di verifica La previsione di integrare la commissione medica di verifica con un rappresentante della Regione risponde all’esigenza di fornire ai componenti della commissione ulteriori elementi di conoscenza per meglio orientare i giudizi e la loro applicazione nella realtà articolata e multidisciplinare del mondo della sanità pubblica. Questo emendamento riproduce una istanza già prevista per il personale docente della scuola (L.128/2013, art.15, comma 5).   Abrogazione dell’articolo 1, comma 456 della L. 205/2017 (medici ex condotti) La norma autorizza lo stanziamento di una spesa per il triennio 2018-2020, i cui criteri di riparto devono essere definiti dal Ministero della Salute, per il “completamento degli interventi perequativi” a favore dei medici ex condotti, che seppure non espressamente menzionati sono identificabili in base alle sentenze ed alla nota del Ministero della Salute richiamate nella stessa norma. Le sentenze a cui si fa riferimento, nel dichiarare l’illegittimità dell’articolo 133 del DPR 384/1990, che confermava il trattamento economico omnicomprensivo dei medici ex condotti che non avevano optato tra il rapporto di dipendenza e quello di convenzionamento, asserivano che essendo divenuti a tutti gli effetti dipendenti del SSN, i medici ex condotti avevano diritto ad un trattamento economico indifferenziato rispetto agli altri dipendenti del Ssn. In realtà tale orientamento è stato contraddetto dalla successiva giurisprudenza della Corte di Cassazione e dello stesso Consiglio di Stato (si vedano tra le altre Cassazione Civile, Sezione lavoro, sent. 7.03.2014, n. 5444 e Consiglio di Stato, Sez. III, sent. 26.09.2013, n. 4769), i quali hanno escluso che al trattamento economico omnicomprensivo previsto dai contratti di lavoro dei medici ex condotti che non avevano effettuato l’opzione potessero essere aggiunti altri emolumenti. La disposizione legislativa in esame, disponendo che si debba dare ottemperanza alle sentenze del TAR del Lazio, sezione 1-bis, n. 640/1994, e del Consiglio di Stato, sezione IV giurisdizionale, n. 2537/2004, determina, di fatto, il riconoscimento ai medici ex condotti del diritto all’equiparazione del loro trattamento economico a quello degli altri dirigenti medici. Ne consegue che la norma, ancorchè implicitamente, è suscettibile di comportare oneri non quantificati, ma comunque elevatissimi (presumibilmente superiore a 100 milioni d euro) sulla finanza pubblica e per i quali non è stata prevista dal legislatore la copertura necessaria. La somma stanziata, infatti, è assolutamente insufficiente a garantire il presunto diritto dei medici ex condotti. Da ciò discende l’opportunità di disporre l’abrogazione della norma, considerata anche la necessità di utilizzare eventuali risorse che risultassero disponibili per finanziare interventi prioritari in ambito sanitario.   Disposizioni per la garanzia dei livelli essenziali di assistenza nel sistema di emergenza-urgenza La disposizione proposta si pone l’obiettivo di regolarizzare la situazione esistente presso i servizi di pronto soccorso delle aziende del servizio sanitario cronicamente carenti di personale medico in possesso della specializzazione in “Medicina e chirurgia d’accettazione e d’urgenza, aziende che, per evitare l’interruzione di pubblico servizio, sono costrette ad utilizzare personale medico in possesso di altra specializzazione o anche privo di specializzazione mediante l’instaurazione di rapporti di lavoro flessibile. Pertanto viene proposta la possibilità per le aziende del Ssn di consentire la partecipazione ai concorsi pubblici per la disciplina di “Medicina e chirurgia d’accettazione e d’urgenza” anche al personale medico privo di specializzazione. Al fine di salvaguardare le garanzie cliniche nei confronti degli utenti, è previsto che i candidati che possono essere ammessi alle procedure concorsuali devono aver maturato, negli ultimi dieci anni, almeno quattro anni di servizio, anche non continuativo, comprovato da contratti a tempo determinato, da contratti di collaborazione coordinata e continuativa o da altre forme di rapporto di lavoro flessibile, ovvero un documentato numero di ore di attività equivalente ad almeno quattro anni di servizio del personale medico del servizio sanitario nazionale a tempo pieno, anche non continuative, presso i servizi di emergenza-urgenza ospedalieri del servizio sanitario nazionale.   Validità del titolo di laurea specialistica per l’accesso alle funzioni di coordinamento In base alla attuale formulazione dell’art. 6 della Legge n. 43 del 2016 “Disposizioni in materia di professioni sanitarie infermieristiche, ostetrica, riabilitative, tecnico-sanitarie e della prevenzione e delega al Governo per l’istituzione dei relativi ordini professionali” la laurea specialistica costituisce requisito per l’accesso alla dirigenza delle professioni sanitarie, mentre non consente l’accesso alle funzioni di coordinamento, che richiedono il possesso del master di primo livello in management o per le funzioni di coordinamento. Considerato che la laurea specialistica costituisce livello formativo avanzato per il personale delle professioni sanitarie ed è oggetto di puntuale regolamentazione delle sue finalità, della sua struttura didattica e di stage, che ne assicura un’elevata qualità formativa, la modifica si propone di assicurare a coloro che siano in possesso di questo titolo universitario di poter accedere alle funzioni di coordinamento, integrando i requisiti di accesso previsti dall’articolo 6 della Legge n. 43 del 2016.   Risorse aggiuntive regionali (RAR) La modifica si propone di consentire alle Regioni in equilibrio economico di autorizzare l’incremento da parte delle aziende ed enti del proprio Sistema sanitario regionale, dei fondi primalità e fasce del personale del comparto sanità, e dei fondi di risultato del personale dirigenziale, in applicazione delle clausole dei relativi Ccnl che prevedono tale incremento in misura percentuale del monte salari, in presenza di avanzi di amministrazione e pareggio di bilancio ovvero della realizzazione di programmi, correlati ad incrementi quali quantitativi di attività del personale, finalizzati al pareggio di bilancio entro un termine prestabilito. Le predette risorse trovano un fondamento legislativo nell’articolo 13, comma 1, del D.Lgs. 502/1992, secondo il quale le regioni fanno fronte con risorse proprie agli effetti finanziari conseguenti all'erogazione di livelli di assistenza sanitaria superiori a quelli uniformi di cui all'articolo 1 dello stesso decreto legislativo, all'adozione di modelli organizzativi diversi da quelli assunti come base per la determinazione del parametro capitario di finanziamento nonché agli eventuali disavanzi di gestione delle unità sanitarie locali e delle aziende ospedaliere con conseguente esonero di interventi finanziari da parte dello Stato.   Fonte.www.quotidianosanità.it
Ludopatia:Pordenone
Quotidiano Sanità,   16/11/2019
Ludopaia. Pordenone adotta l’app Smart per monitorar i flussi di gioco “Smart”, realizzata dall'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e Sogei, permette ai Comuni e alle Polizie municipali di conoscere esattamente l'andamento del fenomeno del gioco legale nel proprio territorio per le singole macchinette, schedine, etc. “E’ uno strumento utile e fondamentale”, afferma Francesca Vignola, coordinatrice Tavolo Tecnico Regionale sul Gioco d’Azzardo Patologico, Area Welfare AAS 2 Bassa Friulana-Isontina. Per  Napoli (Federsanità Anni Fvg) occorre lavorare su “una rete di prevenzione”. 15 NOV - Fare prevenzione sul tema del gioco d’azzardo è una sfida importantissima, se solo consideriamo che nelle quattro province della Regione FVG le persone con problemi da dipendenza sono oltre 600. I volumi e la spesa individuale di chi gioca sono in continua crescita in tutto il Paese. Dai dati dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – si legge in una nota di Federsanità Anci FVG -  emerge che il volume di gioco economico nel 2018 in Friuli Venezia Giulia è stato pari a 1 miliardo 378 milioni di euro (con un aumento di due milioni rispetto al 2017). Se questo dato viene rapportato alla popolazione maggiorenne, si può ipotizzare un volume di spesa pro capite di 1.329 euro anno. Il volume di gioco degli apparecchi (Newslot, VLT e comma7) rappresenta ben il 74,06% del totale. Analizzando i dati provincia per provincia, quella con il maggior numero di apparecchi è Trieste (4,21 apparecchi ogni mille abitanti) mentre Pordenone è quella che ne presenta di meno (3,08). Il numero delle slot nel pordenonese è 955, distribuite fra 396 esercizi (ad esempio, nella provincia di Pordenone, al 31/12/2018 gli esercizi erano 363 e 1468 apparecchi, mentre solo nel comune di Pordenone gli esercizi erano 56 e gli apparecchi 231). È questa l’attuale fotografia legata al gioco d'azzardo della regione FVG. Uno degli ultimi progetti, che è stato presentato a Pordenone il mese scorso, è l'applicativo “Smart” dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e Sogei per monitorare i flussi dei giochi legali sui territori dei Comuni. L'applicativo "SMART" - Statistiche Monitoraggio e Analisi della Raccolta Territoriale del gioco fisico, mostra la trasparenza dei dati dell'Agenzia e si tratta di un’App che permette ai Comuni e alle Polizie municipali di conoscere esattamente l'andamento del fenomeno del gioco legale nel proprio territorio per le singole macchinette, schedine, etc. "L'applicativo Smart è uno strumento utile e fondamentale per il controllo in tempo reale dei flussi di gioco sui territori. Quando tutti i Comuni della regione faranno richiesta di accesso al servizio Smart, significherà che saremo 'coperti' dal punto di vista del monitoraggio del gioco pubblico e legale", dichiara Francesca Vignola, coordinatrice Tavolo Tecnico Regionale sul Gioco d’Azzardo Patologico, Area Welfare AAS 2 Bassa Friulana-Isontina. La Regione FVG nel 2018 ha stanziato, tramite bandi di concorso, 100 mila euro rivolti ai Comuni per incentivare la dismissione delle apparecchiature per il “gioco lecito” e la promozione di una cultura positiva del gioco; 175mila euro sono rivolti alle associazioni del terzo settore per iniziative di aiuto e interventi finalizzati alla prevenzione e al contrasto del disturbo da gioco d’azzardo e 5 mila euro per un concorso di idee creativo rivolto agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado per lo sviluppo di un logo “slot free”. Dal prossimo agosto 2020, sempre la Regione FVG, con l’obiettivo di rendere maggiormente efficaci le azioni di prevenzione e contrasto della dipendenza da gioco d'azzardo, attraverso la Legge Regionale nr 1/2014, senza prevedere proroghe e/o modifiche, si prepara al divieto di installare slot machine nel raggio di 500 metri da luoghi sensibili quali, ad esempio scuole, asili, chiese, ecc. “Conoscere i dati reali del fenomeno è fondamentale per gli amministratori locali e per gli operatori di diversi settori, perché contribuisce a “far emergere il sommerso” ancora molto rilevante per questo problema che colpisce, purtroppo, numerose persone e le loro famiglie (ancor più in tempo di crisi) che si rivolgono Servizi sociali dei Comuni solo quando sono in gravi difficolta. Da cui l’esigenza di attivare una rete di prevenzione”. Ha dichiarato il Presidente di Federsanità ANCI FVG, Giuseppe Napoli. Endrius Salvalaggio Fonte.www.quotidianosanità.it
Cassazione :principio della "perdita di chance"
Quotidiano Sanità,   14/11/2019
Se, quando e in quali casi vale il principio della “perdita di chance” nella colpa medica La Cassazione, respingendo il ricorso degli eredi di una donna deceduta dopo l’asportazione di un tumore al timo, dà ragione alla Corte d’Appello e spiega i confini della perdita di chance, distinguendo la chance patrimoniale e non patrimoniale che hanno secondo i giudici diversità fondamentali. 14 NOV - La perdita di chance c’è se l’errore medico produce conseguenze negative nella sfera non patrimoniale del paziente ma non si può stabilire con certezza quanto questo sarebbe sopravvissuto, evitando sofferenze, senza l’errore. La Cassazione, respingendo (sentenza 28993/2019, terza sezione civile) il ricorso degli eredi di una donna deceduta dopo l’asportazione di un tumore al timo, dà ragione alla Corte d’Appello e spiega i confini della perdita di chance, distinguendo la chance patrimoniale e non patrimoniale che hanno una diversità fondamentale: nella seconda, diversamente dalla prima, il paziente parte da una situazione preesistente negativa - perché è malato - prima di affidarsi alle cure del medico. Il fatto Una donna era deceduta dopo l’operazione di asportazione di un tumore al timo e la Corte d’Appello a cui i parenti avevano fatto ricorso per il risarcimento ha escluso il nesso di causalità tra tardivo e inadeguato reintervento e il decesso come indicato dalla perizia che ha escluso che vi fosse nesso causale tra la condotta dei sanitari e il decesso, affermando che non poteva ritenersi individuabile nesso causale tra l'operazione di timectomia, con necessaria “cruentazione del distretto” e la lesione aortica, potendo questa individuarsi quale lesione di origine ignota comunque non accertabile, il cui accadimento doveva ritenersi complicanza dell'intervento del tutto rara ed inusuale e ‘non oggettivamente dimostrabile nella sua morfologia per mancanza di riscontro topografico della lesione all'angio TC, mancata descrizione macroscopica della precisa sede in sede chirurgica ed autoptica mancanza di una prova istologica di meiopragia della parete aortica, insufficiente descrizione degli interventi’”. La sentenza La Cassazione, nel dare ragione alla Corte d’Appello, sottolinea che quando quando il Ctu indica in modo specifico, anche se approssimativo,  il periodo possibile di sopravvivenza della donna senza la condotta imperita del medico non si può parlare di maggiori chance di sopravvivenza, ma di minore durata della vita e sua peggiore qualità. Perdita di chance sarebbe invece in un’altra ipotesi: se la condotta del medico danneggia il paziente in termini di apprezzabilità, serietà e consistenza, ma le conclusioni del Ctu indicano che la maggior durata della vita e le minori sofferenze sono soltanto possibili alla luce delle conoscenze scientifiche del momento. Solo così può scattare il risarcimento in via equitativa della possibilità perduta una volta che risulta provato il nesso causale fra condotta e l’evento incerto. La Cassazione nella sentenza spiega che sul profilo della perdita di chance “il modello teorico di riferimento della perdita di chance (la cui matrice essenzialmente giurisprudenziale è conseguenza di un significativo silenzio normativo, fatte naturalmente salve le imponenti elaborazioni dottrinali sul tema) è stato e tuttora resta (come si legge nelle numerose pronunce di legittimità e di merito che affrontano la questione) il danno patrimoniale, dibattuta essendone la sola forma - e cioè quella. di danno emergente piuttosto che di lucro cessante”. E dopo una lunga disamina di tutti i passaggi che la caratterizzano, sottolinea che “provato il nesso causale secondo le ordinarie regole civilistiche, rispetto ad un evento di danno accertato nella sua esistenza e nelle sue conseguenze, il risarcimento di quel danno sarà dovuto integralmente. Sul medesimo piano d'indagine, che si estende dal nesso al danno, ove quest'ultimo venisse morfologicamente identificato, in una dimensione di insuperabile incertezza, con una possibilità perduta, tale possibilità integra gli estremi della chance, la cui risarcibilità consente ( come scelta, hic et nunc, di politica del diritto, condivisa, peraltro, anche dalla giurisprudenza di altri Paesi di Common e di Civil law) di temperare equitativamente il criterio risarcitorio del cd. al/ or nothing, senza per questo essere destinata ad incidere sui criteri di causalità, né ad integrarne il necessario livello probatorio”. In sintesi, secondo la sentenza della Cassazione: “a) Sul piano funzionale, chance patrimoniale e chance non patrimoniale partecipano della stessa natura. b) La diversità morfologica tra chance patrimoniale e chance non patrimoniale da responsabilità sanitaria va individuata nella diversità della situazione preesistente: • Preesistenza negativa (chance non patrimoniale) • Preesistenza positiva (chance patrimoniale) c) Tale preesistenza postula, nella chance patrimoniale, una situazione positiva (titoli, professionalità, curricula, esperienze pregresse, attitudini specifiche ecc.); in quella non patrimoniale, una situazione di salute (già) patologica (i.e. "negativa") d) Entrambe le forme di chance presuppongono: • Una condotta colpevole dell'agente • Un evento di danno (la lesione di un diritto) • Un nesso di causalità tra la condotta e l'evento • Una o più conseguenze dannose risarcibili, patrimoniali e non • Un nesso di causalità tra l'evento e le conseguenze dannose"   In base a tutte le varie considerazioni secondo la Cassazione “consegue che non sussiste, nel caso di specie, alcun margine di apprezzabilltà di perdita di chance, avendo la CTU espletata in primo grado compiuto, come risulta dalla motivazione della sentenza di appello, una valutazione ‘in termini di possibilità di sopravvivenza della paziente ) assolutamente generica ed ipotetica anche in considerazione dell'elevata mortalità di eventi astrattamente confrontabili con quello In esame, la disseccazione acuta dell'aorta, che può portare ad una percentuale di mortalitià del 15-20% in reparti ad altissima specializzazione come sono quelli di cardiochirurgia’. Secondo la Cassazione, la sentenza della Corte d’Appello, dove ha concluso che la possibilità per la donna di “sopravvivere alla situazione ingravescente anche se fosse stata curata con assistenza di specialisti diversi e differenti apparecchiature, tenuto pure conto delle sue condizioni generali assolutamente scadute ben prima che si verificassero i ritardi terapeutici, e dei rischi del trasferimento presso altra struttura sanitaria con procedura d'urgenza, con concreto pericolo di arresto cardiaco, fosse talmente labile e teorica da non poter essere determinata neppure in termini statistici e scientifici probabilistici e ancor meno equitativamente quantificata, si sottrare alle critiche proposte, avendo coerentemente e logicamente escluso la sussistenza di una perdita di chance”. La Cassazione ha quindi respinto integralmente il ricorso. Fonte.www.quotidianosanità.it
Gioco d'azzardo
Quotidiano Sanità,   13/11/2019
Manovra. Parere favorevole della Commissione Sanità del Senato. “Sopprimere rimando a decreto Mef sul gioco d’azzardo” Questa l'unica osservazione inserita all'interno del parere approvato. I senatori della XII Commissione spiegano che il rimando ad un decreto del Ministro dell'economia e delle finanze per la definizione della distribuzione dell'offerta territoriale in materia di gioco d'azzardo, si porrebbe in conflitto con la legislazione regionale che regolamenta la distribuzione nel perimetro delle competenze costituzionalmente attribuite alle regioni. IL PARERE 13 NOV - Via libera dalla Commissione Sanità del Senato al parere sul disegno di legge di Bilancio. All'interno del parere licenziato nella giornata di ieri, i senatori della XII Commissione hanno inserito una sola osservazione nella quale si chiede al Governo di valutare l'opportunità di sopprimere il comma 4 dell'articolo 92: "esso, nel demandare a un decreto del Ministro dell'economia e delle finanze la definizione della distribuzione dell'offerta territoriale in materia di gioco d'azzardo, si pone in conflitto con la legislazione regionale che allo stato regolamenta tale distribuzione nel perimetro delle competenze costituzionalmente attribuite alle regioni in materia di tutela della salute".   All'interno del parere vengono ricordati gli stanziamenti da 2 mld per l'edilizia sanitaria previsti dall'articolo 9. E poi, all'articolo 13, l'incremento di 225 milioni di euro per il 2020 e di 1,4 miliardi di euro annui dal 2021, dell'importo degli oneri per la contrattazione collettiva nazionale dei dipendenti statali e per i miglioramenti economici del personale statale in regime di diritto pubblico.     L'articolo 40 che istituisce nello stato di previsione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, un fondo denominato "Fondo per la disabilità e la non autosufficienza", con una dotazione pari a 50 milioni di euro per l’anno 2020, a 200 milioni di euro per l’anno 2021, a 300 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2022.    L’articolo 54 che prevede l’abolizione, a decorrere dal 1° settembre 2020, del superticket.   L'articolo 55 che prevede un contributo pari a €. 235.834.000,00 per l'acquisto di apparecchiature sanitarie per i medici di medicina generale per migliorare il processo di presa in cura dei pazienti e ridurre il fenomeno delle liste d’attesa.   E ancora, l'articolo 75 che introduce una modifica alle disposizioni in merito alle detrazioni fiscali sulle spese sanitarie. Queste ultime spetterebbero: - nell’intero importo se il reddito complessivo non ecceda 120.000 euro; - per la parte corrispondente al rapporto tra l’importo di 240.000 euro, diminuito del reddito complessivo, e 120.000 euro, qualora il reddito complessivo sia superiore a 120.000,00 euro. La detrazione compete nell'intero importo, a prescindere dall'ammontare del reddito complessivo, per le spese sostenute per patologie che danno diritto all’esenzione dalla partecipazione alla spesa sanitaria.   L'articolo 80 che eleva le accise che gravano sui tabacchi lavorati, in particolare innalzando l’importo dell’accisa minima e dell’onere fiscale minimo, nonché l’importo dell’aliquota di base sui predetti prodotti.   L'articolo 81 introduce un'imposta di consumo gravante sui prodotti accessori al consumo dei tabacchi da fumo, ovvero cartine e filtri, nella misura di 0,0036 euro il pezzo.   L'articolo 82 introduce un'imposta sul consumo di bevande analcoliche con zuccheri aggiunti, nella misura di 10 euro per ettolitro nel caso di prodotti finiti e di 0,25 euro per chilogrammo nel caso di prodotti predisposti ad essere utilizzati previa diluizione.   Infine, per quanto concerne i farmaci, si ricorda che viene confermato per gli anni 2020, 2021 e 2022 - nello stato di previsione del Ministero dell'Economia e delle finanze per l'anno finanziario 2020 e per il triennio 2020-2022 - il Fondo per il concorso al rimborso alle regioni per l'acquisto dei medicinali innovativi e il Fondo per il concorso al rimborso alle regioni per l'acquisto dei medicinali oncologici innovativi, ciascuno pari a 500 milioni di euro annui. Fonte.www.quotidianosanità.it
L'arte fa bene alla Salute
Quotidiano Sanità,   11/11/2019
“Dalla danza ai musei, l’arte fa bene alla Salute”. Un Report dell’Oms prova il legame Il rapporto esamina le attività artistiche che mirano a promuovere la salute e prevenire le malattie, nonché a gestire e curare le malattie fisiche e mentali e a supportare l'assistenza di fine vita. “Portare l'arte nella vita delle persone attraverso attività come la danza, il canto e andare a musei e concerti offre una dimensione aggiuntiva a come possiamo migliorare la salute fisica e mentale”. IL RAPPORTO 11 NOV - “Impegnarsi in attività artistiche può essere benefico sia per la salute mentale che fisica”. Questa è la conclusione cui è arrivato un nuovo rapporto dell'Ufficio Regionale OMS per l'Europa che analizza le prove su oltre 900 pubblicazioni globali - la revisione più completa delle prove su arte e salute fino ad oggi.   “Portare l'arte nella vita delle persone attraverso attività come la danza, il canto e andare a musei e concerti offre una dimensione aggiuntiva a come possiamo migliorare la salute fisica e mentale", afferma la dott.ssa Piroska Östlin, direttore regionale per l'Europa dell'OMS. “Gli esempi citati in questo rivoluzionario rapporto dell'OMS mostra i modi attraverso cui le arti possono affrontare le sfide sanitarie complesse come diabete, obesità e malattie mentali. Si considerano la salute e il benessere in un più ampio contesto sociale e comunitario e si offrono soluzioni che la pratica medica comune non è stata finora in grado di affrontare efficacemente ", spiega il dott. Östlin.   Il rapporto esamina le attività artistiche che mirano a promuovere la salute e prevenire le malattie, nonché a gestire e curare le malattie fisiche e mentali e a supportare l'assistenza di fine vita.    Arte e salute per tutta la vita Da prima della nascita fino alla fine della vita, le arti possono influenzare positivamente la salute. Ad esempio, i bambini i cui genitori leggono prima di dormire hanno un sonno notturno più lungo e una maggiore concentrazione a scuola. Tra gli adolescenti che vivono nelle aree urbane, l'educazione tra pari basata sul dramma può supportare un processo decisionale responsabile, migliorare il benessere e ridurre l'esposizione alla violenza. Più avanti nella vita, la musica può supportare la cognizione nelle persone con demenza - il canto in particolare è stato trovato per migliorare l'attenzione, la memoria episodica e la funzione esecutiva.   Arte nella sanità Nelle strutture sanitarie, le attività artistiche possono essere utilizzate per integrare o migliorare i protocolli di trattamento. Per esempio: - è stato scoperto che ascoltare musica o fare arte riduce gli effetti collaterali del trattamento del cancro, tra cui sonnolenza, mancanza di appetito, mancanza di respiro e nausea; - è stato scoperto che le attività artistiche in contesti di emergenza, tra cui musica, artigianato e clown, riducono l'ansia, il dolore e la pressione sanguigna, in particolare per i bambini ma anche per i loro genitori; e - la danza è stata trovata ripetutamente per fornire miglioramenti clinicamente significativi nei punteggi motori per le persone con malattia di Parkinson.   Il rapporto evidenzia che alcuni interventi artistici non solo producono buoni risultati, ma possono anche essere più convenienti rispetto ai trattamenti biomedici più standard. Possono combinare contemporaneamente più fattori di promozione della salute (come l'attività fisica e il supporto della salute mentale) e hanno un basso rischio di esiti negativi. Poiché gli interventi artistici possono essere personalizzati in modo da avere rilevanza per le persone di diversa estrazione culturale, possono anche offrire un percorso per coinvolgere gruppi minoritari o difficili da raggiungere.   Diversi paesi stanno ora cercando schemi di prescrizione artistica e sociale, in base ai quali i medici di base possono indirizzare i loro pazienti ad attività artistiche.   Suggerimenti per la politica La relazione delinea le considerazioni politiche per i responsabili delle decisioni nel settore sanitario e oltre, come: - assicurare la disponibilità e l'accessibilità dei programmi artistici per la salute all'interno delle comunità; - sostenere le organizzazioni artistiche e culturali nel rendere la salute e il benessere parte del loro lavoro; - promuovere la consapevolezza pubblica dei potenziali benefici per la salute derivanti dall'impegno artistico; - includere le arti nella formazione degli operatori sanitari; - introdurre o rafforzare meccanismi di riferimento da strutture sanitarie o di assistenza sociale a programmi o attività artistici; e - investire in ulteriori ricerche, in particolare nel potenziamento degli interventi nel campo delle arti e della salute e nella valutazione della loro attuazione.   Definizione di “arti” Il rapporto ha esaminato i benefici per la salute (attraverso la partecipazione attiva o passiva) in cinque grandi categorie di arti: arti dello spettacolo (musica, danza, canto, teatro, cinema); arti visive (artigianato, design, pittura, fotografia); letteratura (scrittura, lettura, partecipazione a festival letterari); cultura (andare a musei, gallerie, concerti, teatro); e arti online (animazioni, arti digitali, ecc.).   Fonte.www.quotidianosanità.it
Convention dei clinical risk
Quotidiano Sanità,   11/11/2019
Dalla Convention dei clinical risk manager, le 8 parole d’ordine per la sicurezza delle cure in Italia Consapevolezza, Comunità, Sistema, Sinergia, Conoscenza, Prevenzione, Innovazione e Alleanza: queste le parole di riferimento attorno alle quali si è articolato il confronto nella tre giorni promossa a Milano la scorsa settimana dal Coordinamento delle Regioni e Province Autonome - Sub Area Rischio Clinico della Commissione Salute 11 NOV - Come già evidenziato da QS, dal 7 al 9 novembre si è svolta a Milano, presso la sede di Regione Lombardia, la Convention dei Clinical Risk Manager italiani, giunta quest’anno alla sua terza edizione.   L’evento, promosso dal Coordinamento delle Regioni e Province Autonome - Sub Area Rischio Clinico della Commissione Salute, ha visto la partecipazione di circa 250 professionisti, in gran parte coordinatori regionali e aziendali delle attività di gestione del rischio sanitario, provenienti da tutta Italia, ed è stata ancora una volta occasione di confronto, riflessione e approfondimento sul tema della sicurezza delle cure nel nostro Paese.   Come filo conduttore delle tre giornate sono state scelte alcune parole che, alla luce di quanto discusso e prodotto, potrebbero essere di riferimento anche per il prossimo futuro.   La prima di queste parole è CONSAPEVOLEZZA, innanzitutto dell’importanza del tema della sicurezza delle cure. Una rilevanza che negli ultimi anni nel nostro Paese è stata sancita da diversi atti normativi, la Legge di Stabilità 2016, seguita dalla Legge 24/2017, fino allaDirettiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 4 aprile 2019 con la quale, anche su istanza del Coordinamento, è stata istituita la “Giornata nazionale per la sicurezza delle cure e della persona assistita”.Il 17 settembre è stato quindi un momento importante di sensibilizzazione e di crescita culturale, con decine di iniziative in tutta Italia, molte rivolte direttamente ai cittadini, per far conoscere e spiegare il problema degli “errori in sanità” e l’impegno profuso per evitarli.   Lo slogan scelto per la prima edizione della giornata è stato “parliamo della sicurezza dei pazienti”; ne abbiamo parlato in quella occasione, ne abbiamo parlato a Milano e vogliamo continuare a parlarne nei mesi a venire. Siamo infatti convinti che la tematica debba entrare nella cultura individuale e collettiva, anche affermando con trasparenza che gli errori, come nelle altre attività umane, sono possibili anche nell’assistenza sanitaria e che bisogna essere determinati nel mettere in campo tutte le azioni necessarie a prevenirli.   Consapevolezza quindi dell’importanza fondamentale della sicurezza, per vari motivi. Innanzitutto perché è una questione di qualità delle prestazioni che eroghiamo per i nostri cittadini; insieme ad appropriatezza, efficacia ed accessibilità, la sicurezza è un elemento essenziale della qualità assistenziale.   Perché è una questione di governo clinico e di competenze dei professionisti che operano nelle organizzazioni sanitarie; perché è una questione economica, decisiva per la stessa sopravvivenza del nostro sistema sanitario, correlata ai costi che vengono sostenuti a seguito degli eventi avversi (costi diretti, per le prestazioni diagnostico terapeutiche aggiuntive, per il protrarsi delle degenze e del tempo di cura e costi indiretti per il peso del contenzioso e delle richieste di risarcimento che ne derivano).   Perché è una questione politica e che riguarda anche il rapporto con l’opinione pubblica, che come sappiamo è estremamente sensibile al tema della salute, considerato il bene primario; e qui non si può non pensare alle reazioni, spesso emotive, che seguono al verificarsi di eventi avversi, alcune volte troppo frettolosamente etichettati come “malasanità”, e al ruolo importante e positivo che può giocare il mondo dell’informazione e della comunicazione.   Un'altra parola importante per la sicurezza delle cure è COMUNITÀ. La necessità intanto di essere comunità nazionale. Sempre la giornata del 17 settembre ha rappresentato un esempio positivo di come si possa dare concretezza a questa parola, attraverso la leale e sincera collaborazione di tutte le più importanti istituzioni del Paese (Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità, AGENAS, AIFA) che, insieme alla Regioni, si sono ritrovate unite, ciascuna con la propria specificità e ruolo, per lanciare un unico e coerente messaggio di impegno per la sicurezza.   Comunità anche di realtà locali, regionali e provinciali, che collaborano attivamente, di certo nell’ambito del Coordinamento per il rischio clinico, e che si mostrano determinate nel volere perseguire un obiettivo fondamentale, che è quello di ridurre le diseguaglianze tra le diverse aree del Paese e dare in ogni contesto piena garanzia del diritto alla sicurezza che, come afferma l’articolo 1 della legge 24/2017, è parte costitutiva del diritto alla salute sancito dalla nostra Costituzione.   Occorre di certo che vi sia un impegno ancora maggiore per dare almeno la garanzia dell’applicazione su tutto il territorio nazionale di requisiti minimi che potremmo indicare come “Livelli Essenziali di Sicurezza”, quali ad esempio l’adozione del braccialetto identificativo, l’effettiva compilazione della check list di sala operatoria, l’implementazione delle raccomandazioni ministeriali, ecc.   E poi vi è la comunità dei clinical risk manager che da anni si spendono tutti i giorni per contribuire al miglioramento dei livelli di sicurezza nei luoghi di cura. Una comunità che va ulteriormente costruita su una consolidata professionalità, quella che può dare autorevolezza e riconoscimento nel rapporto con le direzioni aziendali e con gli altri professionisti. In questo senso, anche il lavoro del Coordinamento Sub Area rischio clinico di questi anni è stato finalizzato alla costruzione di un profilo tecnico, attraverso la elaborazione dei documenti applicativi della Legge 24/2017, la produzione di documenti di consenso e di indicazioni operative.   Nella convention di Venezia del 2017, si disse che quella dei risk manager italiani era una comunità sempre più consapevole; quest’anno si è voluto aggiungere l’aggettivo “coesa” e determinata a perseguire con convinzione la sua unità, evitando divisioni e spaccature, in quanto la forza del movimento italiano per la sicurezza si è basato e continuerà a fondarsi sulla pluralità e sulla multidisciplinarietà.   Altra importante parola scelta è stata SISTEMA. Sistema a livello nazionale, in tutti i luoghi deputati, e uno di questi è di certo l’Osservatorio delle buone pratiche sulla sicurezza nella sanità, che ha prodotto, anche con il contributo delle Regioni, un rilevante lavoro nel suo primo anno e mezzo di attività. Rispetto a tale organismo, è importante che si continui a operare proficuamente per realizzare un rapporto costante e funzionale con tutte le realtà locali, oltre a quelle ufficialmente rappresentate nella sua struttura, e con i Centri regionali per la gestione del rischio sanitario e la sicurezza del paziente. In tal senso è fondamentale dare piena attuazione alla Legge 24/2017 con la formale istituzione dei Centri in tutte le Regioni e soprattutto garantendo la loro operatività e lo svolgimento delle azioni a cui sono preposti.   La Commissione Salute ha approvato le linee di indirizzo sulle architetture organizzative e sulle funzioni che dovrebbero avere questi Centri.  E uno degli elementi essenziali che sono esplicitati nel documento è quello della sicurezza come fattore trasversale e per il cui perseguimento è necessario l’impegno di tutti i soggetti coinvolti e di tutte le figure professionali e la piena sinergia dei diversi settori interessati alla tematica.   Il Centro è chiamato quindi ad espletare la funzione di favorire tali sinergie e di coordinamento delle attività connesse alla sicurezza dei pazienti, alla gestione e prevenzione del rischio clinico assistenziale, attraverso il coinvolgimento e l’interazione dei vari membri della comunità professionale che opera sia a livello regionale che nelle aziende sanitarie. La gestione del rischio sanitario non è e non può essere quindi una questione di singole individualità, ma presuppone una responsabilità collettiva e un costante sforzo di sistema, attraverso la costruzione di board regionali (nell’ambito dei Centri) e gruppi di coordinamento nelle aziende sanitarie.   Un’altra parola su cui si è riflettuto è stata SINERGIA. Sinergie di certo tra istituzioni, ma anche tra vari ambiti e aree di attività che possono sembrare apparentemente lontane, ma che in realtà con lo sono. Proprio per questo il Coordinamento ha prodotto dei documenti di consenso sul rapporto tra rischio clinico e accreditamento e sull’integrazione tra rischio clinico e rischio infettivo; come anche indicazioni operative per la segnalazione e la gestione della reazione trasfusionale conseguente ad incompatibilità ABO, per assicurare la coerenza tra diversi sistemi informativi.   La sinergia è però da realizzare non solo rispetto ai vari ambiti che riguardano la sicurezza dei pazienti, ma anche con altri “sistemi sicurezza”, come quello che riguarda gli operatori che lavorano nei servizi sanitari (si ricordi il tema delle aggressioni e della prevenzione degli atti di violenza). Ma anche con altri sistemi, che sono solo in apparenza di tipo amministrativo, come quello anticorruzione; perché non si deve dimenticare, come evidenziano diverse relazioni di commissioni parlamentari di inchiesta sia sulla corruzione che sulla criminalità organizzata, che l’illegalità mette a rischio la sicurezza dei pazienti.   Di seguito poi, altre parole che possono rappresentare proposta e prospettiva per il prossimo futuro. E’ essenziale la CONOSCENZA dei fenomeni e una delle questioni centrali rimane, a tutti i livelli, quella della “misurazione”, dell’individuazione degli eventi e in generale di tutti gli accadimenti significativi per la sicurezza delle cure. Pertanto è necessario un sistematico utilizzo dei relativi metodi e strumenti e un costante miglioramento della qualità delle fonti e dei flussi informativi.   E’ ormai assodato che le organizzazioni più affidabili sono quelle che mettono al centro della loro attenzione la misurazione ed il monitoraggio della sicurezza e che riescono ad intercettare anche i “segnali deboli” di un deficit di sistema, premonitori di incidenti dagli esiti ben più rilevanti.  In generale infatti la logica di riferimento dovrebbe essere quella della  PREVENZIONE dei fenomeni e non solo l’atteggiamento reattivo, al verificarsi del singolo grave accadimento.   In questo senso è necessario garantire ovunque i requisiti minimi di sicurezza, ma nello stesso tempo occorre essere sempre aperti all’INNOVAZIONE, sia organizzativa che nell’utilizzo di strumenti e di nuove tecnologie, a partire da quelle informative e informatiche.   Dovrebbe essere scontato, ma è utile ribadire che tutto ciò non può realizzarsi a invarianza di spesa e che la prevenzione ha bisogno di investimenti, i quali saranno comunque ampiamente inferiori ai costi correlati agli eventi avversi alcuni dei quali incalcolabili, in quanto legati alla perdita della fiducia dei cittadini nel servizio sanitario. Cittadini con i quali è invece indispensabile costruire una ALLEANZA, basata appunto sulla fiducia e sulla collaborazione reciproca, nell’ambito di un più ampio sistema di convergenze che veda coinvolti i decisori delle politiche sanitarie, il livello direttivo e tecnico delle organizzazioni sanitarie, i professionisti, l’industria e tutti i soggetti a vario titolo interessati al tema della sicurezza delle cure.   Ottavio Nicastro Coordinamento Sub Area Rischio Clinico della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome Fonte.www.quotidianosanità.it
Assoluzione chirurghi
Quotidiano Sanità,   11/11/2019
Confermata assoluzione chirurghi che non avevano rilevato precedente errore diagnostico del radiologo: “La responsabilità d’équipe non vale in assoluto” Secondo la Corte di cassazione rientra tra gli obblighi di ogni singolo componente di una équipe chirurgica prendere visione, prima dell'operazione, della cartella clinica per verificare la necessità di adottare precauzioni in base alle condizioni del paziente ed eventualmente segnalare eventual i errori diagnostici di altri specialisti, ma in caso di diverse specialità e necessità di competenze che non ha un medico in generale, dove cioè serve uno specialista con comprovata esperienza in un determinato settore, il discorso non è più valido. LA SENTENZA. 11 NOV - L’obbligo di diligenza non tocca solo a chi effettua un intervento, ma all’intera équipe che segue, per le sue competenze, un paziente, anche con il controllo di ciascuno sull’operato dell’altro e sugli errori che siano evidenti e non settoriali.   È un principio consolidato e ribadito a livello generale dalla Cassazione, che tuttavia nel caso specifico della sentenza 26307/2019 (terza sezione civile) ha affermato che se le specializzazioni coinvolte sono diverse e il caso non è di normale entità, non può considerarsi valido il principio.   Dando così ragione alla Corte d’Appello che nella vicenda ha esentato alcuni medici chirurghi dalla responsabilità di équipe, riconoscendo il principio esposto dai periti della Corte territoriale secondo i quali "non è affatto atteso che uno specialista di una disciplina possa o debba contrastare o smentire con la propria valutazione quella dello specialista della specifica disciplina oggetto dell'iniziale valutazione”.   Il fatto I parenti di una donna con neoplasia mammaria avevano chiesto il risarcimento del danno rispetto al trattamento terapeutico a cui era stata sottoposta la donna che aveva patito un errore diagnostico provocato dall'errata interpretazione dei radiogrammi mammari da parte dei radiologi, al quale era conseguito un ritardo diagnostico di circa un anno. Il Tribunale, in primo grado, aveva condannato sia i radiologi che i chirurghi al pagamento di 240.855,28 euro oltre agli interessi. Ma la Corte d'appello ha deciso poi per l'esenzione di colpa dei chirurghi perché la loro condotta era stata giudicata coerente con la buona pratica clinica, avendo adottato provvedimenti terapeutici in linea con le evidenze cliniche e con le indagini strumentali effettuate dallo specialista della disciplina; l'incisione chirurgica di accesso era stata praticata in sede periareolare, l'unica via di accesso attraverso cui le microcalcificazioni retroarticolari evidenti nei radiogrammi potevano essere asportate; le diverse sedi erroneamente indicate in cartella clinica come sede delle microcalcificazioni non erano mai state evidenziate sul radiogramma né dal radiologo, né nel corso della riunione del collegio peritale; la malattia neoplastica da cui era affetta la donna (carcinoma mammario bilaterale, con metastasi linfonodali ascellari multiple) poteva essere definita a rischio medio-elevato; la ripetizione dell'esame mammografico prima dell'intervento si poteva ritenere senz'altro superflua per intervallo breve di tempo intercorso fra l'esecuzione della precedente mammografia e l'intervento chirurgico. La Corte d’Appello, inoltre, rispetto a quanto sottolineato dai periti dei ricorrenti in secondo grado secondo i quali "da uno specialista senologo e oncologo doveva attendersi una corretta interpretazione dei radiogrammi, e dunque l'identificazione della presenza di un nodulo nei quadranti mammari inferiori", ribaltava l'affermazione ponendo facendo propria la posizione del collegio dei consulenti, secondo il quale, "non è affatto atteso che uno specialista di una disciplina possa o debba contrastare o smentire con la propria valutazione quella dello specialista della specifica disciplina oggetto dell'iniziale valutazione. Peraltro, nonostante successivi e ripetuti radiogrammi eseguiti dopo l'intervento chirurgico, interpretati da due specialisti in radiologia, si è dovuto attendere quasi un anno prima che gli stessi specialisti radiologi ponessero indicazione all'esecuzione di un prelievo per scopi diagnostici, con ciò documentando inconfutabilmente la difficoltà diagnostica delle lesioni da cui era affetta la donna, che certamente non avrebbero potuto essere valicate da altri se non da uno specialista in radiologia con prolungata esperienza in ambito senologico". E secondo i consulenti il chirurgo oncologo non avrebbe proprio per questo mai dovuto “procedere di propria iniziativa all'eventuale asportazione del nodulo peraltro mal definibile nel radiogramma, in assenza della sua preliminare verifica diagnostica isto-citopatologica da effettuarsi a mezzo prelievo con ago la cui indicazione avrebbe dovuto essere posta dal radiologo senologo, qualora avesse inteso il nodulo mal definibile, presente nel predetto mammogramma, meritevole di ulteriori approfondimenti diagnostici, ciò che evidentemente non fu". La sentenza I parenti della donna hanno fatto ricorso per Cassazione per ricomprendere la colpa dei chirurghi e la Corte, richiamando anche la giurisprudenza penale, ha preminalarmente sottotolineato come nel caso di intervento chirurgico di équipe e in caso di cooperazione multidisciplinare nell'attività medico-chirurgica, anche se non contestuale, ogni medico, oltre che al rispetto dei canoni di diligenza e prudenza legati alle sue funzioni specifiche, deve osservare gli obblighi che derivano dalla convergenza di tutte le attività mirate alla cura del paziente.   Secondo la prassi infatti, come spiega la sentenza, che richiama una precedente decisione della Cassazione: “in presenza di cooperazione multidisciplinare nell'attività medico-chirurgica, svolta non contestualmente come nel caso di specie, rientra pertanto fra gli obblighi del sanitario il controllo sull'operato e sugli errori di altro sanitario. I limiti dell'obbligo in discorso sono rappresentati dal carattere evidente e non settoriale dell'errore altrui, come tale rilevabile ed emendabile con l'ausilio delle comuni conoscenze scientifiche del professionista medio”. Ma nel caso specifico la Cassazione ha sottolineato che “il giudizio di fatto del giudice di merito è stato dunque nel senso che il grado di difficoltà diagnostica delle lesioni era superabile solo da ‘uno specialista in radiologia con prolungata esperienza in ambito senologico’”. “L'errore altrui – prosegue la sentenza - secondo tale giudizio di fatto non era evidente e non settoriale, tale da essere rilevabile con l'ausilio delle comuni conoscenze scientifiche del professionista medio, ma era suscettibile di percezione solo sulla base delle cognizioni settoriali dello specialista radiologo, "con prolungata esperienza in ambito senologico". Si tratta di giudizio di fatto, non sindacabile nella presente sede di legittimità se non nei limiti della denuncia di vizio motivazionale”. Secondo la sentenza “ritenere quest'ultimo esente da responsabilità non sarebbe conciliabile con la rilevata responsabilità del radiologo. L'apparente contraddizione si scioglie ove si consideri che l'errore del radiologo è stato ravvisato sulla base di un parametro di valutazione della condotta del professionista che non appare estensibile a quella del chirurgo nell'ambito della cooperazione multidisciplinare nell'attività medico-chirurgica. Il parametro è quello dello ‘specialista in radiologia con prolungata esperienza in ambito senologico’, il quale è rilevante sotto il profilo dell'articolo 1176 c.c., comma 2, per valutare se vi è stato adempimento dell'obbligazione da parte del radiologo ma, in quanto implicante cognizioni settoriali eccedenti le comuni conoscenze scientifiche del professionista medio, non può costituire criterio di valutazione dell'esattezza dell'adempimento nell'ambito della cooperazione multidisciplinare nell'attività medico-chirurgica per la quale l'obbligo di controllo dell'errore altrui è esigibile se quest'ultimo è evidente e non settoriale, tale da essere rilevabile con l'ausilio delle comuni conoscenze scientifiche del professionista medio”. Quindi “il giudizio di fatto del giudice di merito in ordine all'estraneità al contenuto dell'obbligazione del chirurgo di un dovere di controllo stante il riferimento al parametro dello ‘specialista in radiologia con prolungata esperienza in ambito senologico’ esclude ab initio la possibilità che possa venire in rilievo una violazione della diligenza generica di cui all'articolo 1176 c.c., comma 1, la quale, in quanto rilevante per stabilire se c'è impossibilità della prestazione imputabile al debitore (articolo 1218), non può operare una volta che si sottragga dal campo della prestazione la specifica condotta professionale. La censura in termini di apparenza della motivazione è dunque da disattendere”. Perciò, secondo la Cassazione, nessun ricorso che coinvolga i chirurghi è accettabile e “alla luce delle alterne vicende processuali e della peculiarità del caso, che ha comunque visto riconoscere una responsabilità professionale (quella dei radiologi), sussistono giusti motivi (solo) per la compensazione delle spese”. Fonte,www.quotidianosanità.it
Hiv:test per i minori
Quotidiano Sanità,   10/11/2019
HIV. Test per minori senza autorizzazione genitori. Sileri: “Ministero al lavoro su norma insieme a Garante infanzia” Il viceministro annuncia che Lungotevere Ripa sta elaborando una proposta che consentirebbe a partire dai ragazzi di 13 anni di poter effettuare il test senza l’autorizzazione dei genitori. Pronto anche un documento per gli interventi sulla popolazione in carcere. 10 NOV - “L’ufficio legislativo del ministero della Salute con il supporto del Garante all’infanzia sta lavorando a uno schema di norma per consentire il test hiv anche ai minori ultratredicenni senza l’autorizzazione dei genitori”. Lo comunica il viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri al “Tempo della salute”, evento organizzato dal Corriere della sera, nell’ambito di un incontro sull’infezione da Hiv. Ricordiamo che del tema se ne occupo l’ex Ministro della Salute, Giulia Grillo ed è stata presentata anche una proposta di legge del Pd.   Sileri ha proseguito facendo un punto sugli altri obiettivi di implementazione del piano nazionale per contrastare Hiv e Aids: “È pronto un documento per gli interventi sulla popolazione in carcere che attende il via libera dal ministero della Giustizia. Durante la detenzione infatti c’è chi interrompe le cure o chi per evitare lo stigma tace la propria sieropositività. Poi insieme con le Regioni stiamo predisponendo un’unica scheda di segnalazione uniforme per tutto il territorio nazionale da usare per la prima diagnosi di Hiv e la prima diagnosi di Aids. Il passo successivo sarà realizzare con il contributo delle associazioni una cartella clinica nazionale, elettronica, con informazioni generali e anonimizzate per accompagnare il paziente nel percorso di cura quando si trasferisce in altri centri clinici fuori regione”.   In linea con le raccomandazioni internazionali, per ridurre le nuove infezioni, dichiara il viceministro, “si sta lavorando all’estensione di strategie di prevenzione altamente efficaci basate sui farmaci antiretrovirali, quali la Prep, profilassi pre-esposizione, la Pep, profilassi post-esposizione, e la Tasp, il trattamento preventivo rivolto ai pazienti già positivi al virus che seguono una terapia continuativa affinché possano avere rapporti non protetti con il partner e possano condurre una vita normale, contro lo stigma”. Fondamentale è promuovere tra i più giovani l’uso del preservativo, unica vera arma per proteggersi dalla trasmissione del virus, partendo dalle scuole.   “C’è già una proposta di linee guida per l’educazione all’affettività, alla sessualità e alla salute riproduttiva nelle classi che attende di essere condivisa dal ministero della Salute e dal Miur - ricorda Sileri -. La salute è cultura. Quello che spaventa è che tra le nuove generazioni c’è troppa ignoranza  sul virus e sulle modalità di trasmissione. Per questo dobbiamo impegnarci a promuovere campagne di comunicazione e sensibilizzazione tutto l’anno, attraverso anche i social”.   Altro obiettivo: la formazione degli operatori dedicati alla cura e assistenza delle persone con infezione da Hiv, per cui esite già un documento che verrà discusso il 14 novembre in Conferenza Stato Regioni. Fonte.www.quotidianosanità.it
Pechino:videogiochi
Avvenire,   08/11/2019
Pechino. In Cina coprifuoco notturno per videogiochi e tempo massimo 90 minuti venerdì 8 novembre 2019 La stretta del governo per "limitare i danni alla vista dei bambini". Ai costruttori si chiede di bloccare l'accesso dalle 22 alle 8 Stretta del governo di Pechino sull'industria dei videogiochi con l'entrata in vigore di un coprifuoco notturno e un tempo di accesso limitato a 90 minuti al giorno per i minorenni. "Questi provvedimenti sono frutto del pensiero di Xi Jinping", ha riferito l'agenzia stampa ufficiale Xinhua, ricordando che nel 2018 il presidente in persona aveva annunciato una direttiva per lottare ai videogiochi, accusandoli di "causare danni alla vista dei bambini". Ma nel video gaming Pechino vede anche un "incitamento alla violenza e a comportamenti sfrenati". La volontà politica di esercitare uno stretto controllo sul mondo dei videogiochi si traduce in una limitazione a 90 minuti del tempo massimo di utilizzo quotidiano per chi ha meno di 18 anni. Inoltre ai costruttori di videogiochi viene chiesto di bloccarne l'accesso dalle 22 alle 8, instaurando di fatto un coprifuoco notturno. Al di là di argomenti educativi e sanitari, il governo di Pechino puntava ad un maggior controllo sull'industria del videogioco che, con un fatturato di più di 600 milioni di dollari, fa della Cina il primo mercato al mondo. Lo scorso anno il settore è passato sotto il controllo diretto dell'ufficio di propaganda, con un apposito comitato di etica incaricato di valutare che i loro contenuti siano in conformità con "i valori sociali del comunismo". I giocatori più dipendenti potrebbero raggirare le limitazioni imposte dal regime dedicandosi ad attività di eSport, in piena espansione in Cina per far fronte al concorrente sud coreano, leader mondiale della disciplina. Nei mesi scorsi la città cinese di Hangzhou ha speso l'equivalente di 250 milioni di euro per costruire un enorme impianto dedicato alla competizione per gli utenti di video giochi. Fonte.www.avvenire.it
Diagnostica dal medico di famiglia
Quotidiano Sanità,   08/11/2019
La diagnostica dal medico di famiglia. Intervista al segretario Fimmg, Scotti: “Con gli investimenti in manovra per l’acquisto di strumenti diagnostici per i nostri studi, si avvia una riforma epocale per la nostra categoria” “Tutte le strumentazioni che avremo a disposizione saranno smart, potranno essere facilmente usate anche durante le visite domiciliari e ci consentiranno in tempo reale di poter consultare anche gli specialisti. Insomma, saranno i nuovi kit della borsa del medico”. Ecco cosa cambierà nella medicina generale con la misura in Legge di Bilancio che stanzia 235 milioni di euro per dotare gli studi dei medici di base di strumenti per la diagnostica di primo livello 08 NOV - “Questa misura rappresenta certamente il primo passo di quella che non esito a definire una riforma epocale per la medicina generale”. È soddisfatto il segretario della Fimmg, Silvestro Scotti, per la norma contenuta nella Legge di Bilancio che stanzia 235 milioni di euro per mettere a disposizione dei medici di famiglia di strumentazioni diagnostiche di primo livello.   Ma nonostante l’apprezzamento Scotti è anche cauto: “La norma in Legge di Bilancio è solo un primo passo”. E poi traccia la rotta: “Tutte le strumentazioni che avremo a disposizione saranno smart, potranno essere facilmente usate anche durante le visite domiciliari e ci consentiranno in tempo reale di poter consultare anche gli specialisti. Insomma, saranno i nuovi kit della borsa del medico”.   Segretario, con la misura per la diagnostica di primo livello per i medici di famiglia siamo di fronte al più grande investimento sulle cure primarie degli ultimi anni fatto da un Governo. È più soddisfatto o preoccupato per le nuove responsabilità? Questa misura rappresenta certamente il primo passo di quella che non esito a definire una riforma epocale per la medicina generale.   Addirittura? Sì, perché finalmente, si valorizza l’aspetto clinico della nostra attività. Come Fimmg sono anni che lo chiediamo. Ripeto, però, la norma in Legge di Bilancio è solo un primo passo.   Paura che nella conversione in Legge del Ddl Bilancio vi possano essere modifiche? Il Ministro Speranza ha dimostrato di credere nel progetto e credo che fare dei passi indietro sarebbe solo un autogol, ma a prescindere da questo quando parlo di un primo step è perché la Legge di Bilancio mette a disposizione delle risorse e traccia una rotta. Ma ricordo che poi bisognerà emanare un decreto attuativo e poi la norma andrà calata nella nuova convenzione e bisognerà vedere come le Regioni decideranno di valutare e usare questo nuovo modello. Quindi, prudenza, ma è certo che siamo soddisfatti perché finalmente la politica ha mostrato di comprendere l’importanza di valorizzare il medico di famiglia.   Senta ma ci può fare qualche esempio di come funzionerà? Prendiamo ad esempio un paziente con una patologia cronica cardiovascolare. Oggi viene dal medico di famiglia che gli fa una ricetta per una visita cardiologica ed un Ecg. Il paziente prende la ricetta e va dallo specialista per farsi controllare, perdendo tempo e magari pagando il ticket. Se invece il medico ha un Ecg può direttamente, senza costi per il cittadino, monitorarlo e verificare il suo stato. A quel punto se dovessero emergere criticità il medico lo invierà dallo specialista, altrimenti il paziente potrà tornare a casa dopo una valutazione clinica fatta dal proprio medico. Insomma, così c’è la vera presa in carico e il controllo dell’appropriatezza.   Ma avete già sperimentato questo sistema? Sì e i risultati sono stati sorprendentemente positivi. Dove abbiamo sperimentato il servizio abbiamo visto una riduzione del 30% di Ecg. Considerando che in Italia si fanno 12 mln di Ecg l’anno, stiamo parlando di 4 mln di esami in meno: un risparmio potenziale di 80 mln sul Ssn che potrebbero essere reinvestiti nelle cure primarie.   Qualche altro esempio? Un paziente con sospetto di colica renale. Oggi lo visito e gli posso prescrivere un antidolorifico e inviarlo a fare un’ecografia. Se invece ho a disposizione un EcoFast posso già valutare se c’è la presenza di un calcolo e avviare una terapia evitando perdita di tempo e costi al paziente, la riduzione degli esami inappropriati e anche dell’accesso al Pronto soccorso.   Ma voi referterete le prestazioni di diagnostica? Oggi lo possono fare solo i medici di famiglia che hanno fatto corsi ad hoc. Ma è chiaro che con questo sistema dovremo predisporre corsi specifici durante il percorso formativo dei giovani e lo stesso dovremo fare con gli altri medici. E questo sarà il nostro impegno come Fimmg e la società scientifica della medicina generale. Mi faccia poi dire che tutte le strumentazioni che avremo a disposizione saranno ‘smart’, potranno essere facilmente usate anche durante le visite domiciliari e ci consentiranno in tempo reale di poter consultare anche gli specialisti. Insomma, saranno i nuovi kit della borsa del medico.   Com’è noto l’età media dei medici di famiglia è molto alta. Riuscirete a convincere i colleghi ad utilizzare i nuovi strumenti? Per anni i medici si sono lamentati del carico burocratico a discapito della clinica. Con questa riforma s’inverte la rotta. È evidente che si dovranno studiare, a partire dalla convenzione, degli strumenti motivazionali. Ma questo è il futuro ed è del tutto evidente che un medico di famiglia che abbia nel suo bagaglio molti più strumenti e che sia in grado di rispondere a molta più domanda di salute diventa gioco forza più attrattivo per i pazienti. Così come sarà necessario più personale di supporto, infermieri e collaboratori di studio.   Insomma, è la vittoria del Micro team sul modello dipendenza che negli anni si è cercato di attuare? Non c’è dubbio, ora però bisogna vedere se davvero le Regioni avranno l’intenzione di puntare e sviluppare la libera professione convenzionata all’interno del sistema pubblico. Il Governo ha deciso di puntarci ed è già un primo risultato.   A proposito, ritirerete definitivamente lo stato d’agitazione che avete per ora solo sospeso? Vediamo come andranno l’iter della Legge di Bilancio e il decreto attuativo. E poi manca ancora l’atto d’indirizzo per la nuova convenzione. Noi come sempre abbiamo mostrato responsabilità e fiducia nelle Istituzioni ma dobbiamo vedere i risultati. Se le rose non fioriranno apriremo una stagione di protesta durissima.   Senta lo Smi ha criticato la misura, cosa risponde? Loro si dicono perplessi, beh quello perplesso di fronte a colleghi che parlano di ciò che non sanno sono io. Parlano più in opposizione e non propongono nulla. Se lo Smi vuole la dipendenza lo dica chiaramente. Mi sembrano critiche immotivate, per la prima volta da anni s’investe nella medicina generale e loro dicono no. Certo il percorso come le dicevo è da costruire ma oggi rispetto a quando fu fatta la Legge Balduzzi, dove si costruì un modello ma senza risorse, qua si parte con investimenti per costruire un percorso nuovo che cambierà veramente la nostra attività e i servizi per i cittadini. Le sembra poco?   Luciano Fassari RFonte.www.quotidianosanità.it
Rapporto sanità Ocse 2019
Quotidiano Sanità,   07/11/2019
Rapporto sanità Ocse 2019. In Italia spesa è inferiore del 15% rispetto alla media. Sempre al top la speranza di vita, mentre si consumano troppi antibiotici e pochi generici. Elevato il numero dei medici rispetto agli infermieri  Nel nostro Paese si spendono 3.400 dollari pro capite per la sanità, ben 600 dollari in meno rispetto alla media. Coincide invece alla media la spesa pubblica e privata sul Pil all'8,8% I generici potrebbero far risparmiare, ma sono solo la metà di quelli venduti. Bene sulla mortalità prevenibile, ma si prescrivono troppi antibiotici e il personale invecchia rapidamente. Per l'Ocse il nostro paese dovrebbe spostare i compiti dai medici a infermieri e altri operatori sanitari per alleviare le pressioni sui costi e migliorare l'efficienza. RAPPORTO PARTE 1 - PARTE 2 07 NOV - La longevità non progredisce più, le malattie croniche e mentali colpiscono sempre di più la popolazione. Fumo, alcol e obesità continuano a provocare morti premature e a peggiorare la qualità della vita e persistono difficoltà di accesso alle cure sanitarie, in particolare tra le persone meno agiate. Inoltre, la qualità delle cure sanitarie sta migliorando in termini di sicurezza e di efficacia ma si dovrebbe dedicare maggiore attenzione ai risultati e alle esperienze riferite dai pazienti. E ancora, i Paesi spendono molto per la salute, ma non sempre spendono bene come potrebbero. È questo il quadro che emerge dal nuovo Health at a Glance 2019 dell’Ocse.   Ecco una sintesi del Rapporto:   Spesa sanitaria.Nell’Ocse la spesa sanitaria supererà la crescita del Pil nei prossimi 15 anni in quasi tutti i paesi e quella pro capite crescerà a un tasso medio annuo del 2,7% e raggiungerà il 10,2% medio del Pil entro il 2030, rispetto all'8,8% nel 2018. Secondo Health at a Glance 2019, gli indicatori OCSE appena pubblicati, gli Stati Uniti hanno speso di più per l'assistenza sanitaria nel 2018: il 16,9% del Pil, al di sopra della Svizzera, secondo paese per la spesa con il 12,2%. Germania, Francia, Svezia e Giappone hanno speso quasi l’11% del Pil, mentre alcuni paesi hanno speso meno del 6% del Pil, tra cui Messico, Lettonia, Lussemburgo e Turchia al 4,2 per cento. L’Italia è invece sovrapponibile - tra spesa pubblica e privata - all’OCSE con l’8,8 per cento del Pil.   In media nei Paesi dell'OCSE la spesa sanitaria per persona è stata pari a circa 4000 dollari USA (a parità di potere d'acquisto). Gli Stati Uniti hanno speso molto di più rispetto a tutti gli altri Paesi, con una spesa che supera i 10.000 dollari per residente. Il Messico è il Paese che ha speso meno per l’assistenza sanitaria, con circa 1150 dollari per residente. In Italia la spesa è stata di 3400 dollari. Health at a Glance delinea aree in cui la spesa potrebbe essere più efficace. Un maggiore uso di farmaci generici potrebbe far risparmiare sui costi, ma oggi solo la metà del volume dei farmaci venduti lo è. I generici rappresentavano oltre i tre quarti del volume dei prodotti farmaceutici venduti in Cile, Germania, Nuova Zelanda e Regno Unito, ma sono meno di un quarto in Lussemburgo e Svizzera nel 2017. Personale. I sistemi sanitari e sociali impiegano sempre più lavoratori, con circa uno su dieci rispetto a tutti gli altri lavori che si trovano nella sanità o nell'assistenza sociale.   Spostare i compiti dai medici agli infermieri e agli altri operatori sanitari può alleviare le pressioni sui costi e migliorare l'efficienza. Aumentare la sicurezza dei pazienti non solo migliora la salute, ma può far anche risparmiare denaro. Quasi il 5% dei pazienti ospedalizzati ha avuto un'infezione associata all'assistenza sanitaria nel 2015-17. Stili di vita. Health at a Glance 2019 evidenzia alcuni risultati preoccupanti per la salute e stili di vita malsani. Una persona nata oggi può aspettarsi di vivere in media quasi 81 anni nei paesi dell'OCSE (83 anni in Italia). Ma i miglioramenti dell'aspettativa di vita sono rallentati di recente nella maggior parte dei paesi, in particolare negli Stati Uniti, in Francia e nei Paesi Bassi. Il 2015 è stato un anno particolarmente difficile, con l'aspettativa di vita in calo in 19 paesi. Le cause comprendono l'aumento dei livelli di obesità e diabete che hanno reso difficile mantenere i precedenti progressi nella riduzione delle morti per malattie cardiache e ictus. Le malattie respiratorie come l'influenza e la polmonite hanno anche causato più vite “perse” negli ultimi anni, in particolare tra le persone anziane. I decessi correlati agli oppioidi sono aumentati di circa il 20% dal 2011 e hanno causato circa 400.000 vittime solo negli Stati Uniti. I decessi correlati agli oppioidi sono anche relativamente elevati in Canada, Estonia e Svezia. Fumo, alcol e obesità continuano a far morire prematuramente le persone e peggiorare la qualità della vita: - i tassi di fumatori sono in calo, ma il 18% degli adulti fuma ancora ogni giorno; - il consumo di alcol è stato in media di 9 litri di alcol puro per persona all'anno nei paesi OCSE, equivalenti a quasi 100 bottiglie di vino. Quasi il 4% degli adulti era alcol-dipendente; - i tassi di obesità continuano ad aumentare nella maggior parte dei paesi OCSE, con il 56% degli adulti in sovrappeso o obesi e quasi un terzo dei bambini di età compresa tra 5-9 in sovrappeso; - l'inquinamento atmosferico ha causato circa 40 morti per 100.000 persone nei paesi OCSE. I tassi di mortalità sono molto più alti in paesi come l'India e la Cina, con circa 140 morti per 100.000 persone. Il rapporto sostiene che si dovrebbe porre maggiore attenzione agli esiti e alle esperienze riportati dai pazienti. I risultati preliminari sui sondaggi sugli indicatori segnalati dai pazienti mostrano che le protesi d'anca migliorano la qualità della vita di un individuo - mobilità, attività, dolore - di circa il 20 per cento. “I sistemi sanitari possono e devono fare meglio per migliorare la salute delle nostre popolazioni. Misurare il modo in cui i sistemi sanitari cambiano la vita delle persone in meglio è essenziale se vogliamo distribuire risorse dove possono avere più effetto ", ha affermato Stefano Scarpetta, Direttore OCSE per l'Occupazione, il Lavoro e gli Affari Sociali. Focus Italia.   In Italia secondo il rapporto Ocse ci sono due buone notizie: - l'aspettativa di vita alla nascita: è il quarto più alto nell’OCSE; - gli italiani hanno il quarto tasso più basso di mortalità prevenibile. Ma anche due cattive: - le prescrizioni di antibiotici nelle cure primarie sono il 50% in più rispetto alla media OCSE; - la quota di medici di età compresa tra 55 o più anni è il più alto nell’OCSE, che potrebbe condurre a una forte carenza futura nella forza lavoro sanitaria. In Italia, nonostante una spesa sanitaria inferiore alla media, si riesce ad avere la quarta più alta aspettativa di vita di tutta l'OCSE: 83 anni alla nascita e gli italiani muoiono anche meno prematuramente, con 143 morti per 1.000 persone prevenibili e per cause trattabili, rispetto a una media OCSE di 208.   Meno del 6% delle persone valuta la propria salute in modo negativo rispetto a una media OCSE dell'8,7 per cento. Gli italiani hanno generalmente stili di vita sani. Il consumo di alcol è basso, e l'Italia ha la percentuale più bassa di “bevitori dipendenti” di tutti i paesi OCSE. La quota di adulti in sovrappeso o obesa è anche relativamente bassa (46% degli adulti, rispetto alla media OCSE del 56%). Tuttavia, per la quota di bambini in sovrappeso ha il secondo valore più alto dell'OCSE. I tassi di fumatori sono alti, con quasi il 20% degli adulti che fumano tutti i giorni. Gli indicatori per l'accesso e la qualità delle cure sono, in generale, buoni, ma per le prescrizioni di antibiotici nelle cure primarie l’Italia è al secondo posto nell’OCSE contribuendo potenzialmente a un più alto tasso di resistenza antimicrobica. La resistenza antimicrobica (AMR) rappresenta un grande rischio per la salute, oltre ad essere un onere per la spesa nel suo insieme. La prescrizione eccessiva e inappropriata di antibiotici contribuisce alla diffusione di microrganismi resistenti. Nel 2017, il volume totale degli antibiotici prescritti nelle cure primarie era di 28 dosi giornaliere per 1.000 abitanti al giorno, il secondo più alto nell’OCSE, rispetto a una media di 18. La resistenza agli antibiotici influisce sulla sicurezza del paziente negli ospedali e in Italia si registrano anche tassi superiori alla media di infezioni associate all'assistenza sanitaria (ICA), con quasi Il 6% dei pazienti ospedalizzati. Le infezioni possono anche essere mortali e costare fino al 6% del budget degli ospedali. I batteri resistenti agli antibiotici possono rendere le infezioni difficili o addirittura impossibili da trattare: è necessario dunque per l’Ocse attuare politiche per combattere la diffusione della resistenza antimicrobica anche con campagne di sensibilizzazione, prescrizione ritardata di antibiotici e formazione dei fornitori. La popolazione italiana sta invecchiando rapidamente, e fa grande affidamento sulle donne (63,5%) per agire come caregiver informali per le persone con cronicità ed esigenze di cura. L’Italia ha anche la quota più alta di medici di età pari o superiore a 55 anni, una riduzione dei tassi di fertilità che, accoppiati all’aumento dell'aspettativa di vita, hanno determinato un cambiamento demografico: per la quota di la popolazione di età pari o superiore a 65 anni l’Italia, con il 20% della popolazione,  è ora al quinto posto tra i paesi OCSE. Ed entro il 2050, più di una su otto persone avrà 80 anni o più. Questo invecchiamento rapido crea nuove pressioni sulla salute e sui sistemi di assistenza a lungo termine. L’Italia ha attualmente la seconda prevalenza più alta di demenza di tutto l’OCSE (23 casi per 1.000 abitanti) ed entro il 2050, le proiezioni lo stimano che più di una persona su 25 vivrà con una forma di demenza. Nonostante questo, l'Italia ha speso meno dello 0,6% del Pil sull'assistenza a lungo termine nel 2017 e, sebbene sia in aumento, è quintultima come numero di letti per lungodegenza. L’OCSE consiglia un passaggio verso l'assistenza sanitaria di base basata su team che integrino in modo flessibile le competenze di vari operatori sanitari: sono in grado, afferma il rapporto, di migliorare i risultati di salute dei pazienti con condizioni croniche e multimorbidità.     Fonte.www.quotidianosanità.it
Disabili:basta segregazione
Avvenire,   07/11/2019
L'appello. «Basta con la segregazione». L'ultima protesta dei disabili Paolo Ferrario mercoledì 6 novembre 2019 Le richieste al governo della Federazione italiana per il superamento dell’handicap. «Il Fondo per la non autosufficienza, oggi di 550 milioni, deve arrivare ad almeno 5 miliardi nei prossimi anni» «Vogliamo che le persone con disabilità siano cittadini di un Paese inclusivo ». Termina con queste parole, la lettera aperta che la Fish, la Federazione italiana per il superamento dell’handicap, ha scritto al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in vista dell’avvio in Parlamento della discussione sulla Legge di bilancio. Dentro ci sono le richieste tese a “Bandire la segregazione e dare concretezza all’inclusione sociale”, come chiede, già nel titolo, il dossier recapitato a Palazzo Chigi. «Per garantire l’inclusione – ricorda il presidente Vincenzo Falabella – è necessario passare da politiche di intervento settoriali e politiche sinergiche, prevedendo anche finanziamenti adeguati. Oggi, invece, siano di fronte a fondi largamente insufficienti, per tutti i settori. Un problema legato anche a un dato culturale: è necessario cominciare a considerare questi interventi non alla voce “costi” ma “investimenti”. Sarebbe un primo passo importante nella giusta direzione». Quanti soldi servirebbero per far fronte alle «numerose emergenze che riguardano milioni di cittadini con disabilità », lo ricorda Falabella, che annuncia già una serie di emendamenti alla Legge di bilancio. «Innanzitutto – elenca il presidente della Fish – si deve intervenire sul Fondo per la non autosufficienza, che riguarda oltre 3,5 milioni di italiani. Attualmente, è finanziato con 550 milioni, ma deve diventare di un miliardo nel 2020, salire a 1,5 miliardi nel 2021, 3 miliardi nel 2022, fino ad arrivare, progressivamente, a una cifra compresa tra i 4 e i 5 miliardi negli anni successivi». Si tratta di risorse importanti che, secondo la Fish, potrebbero essere recuperate proprio attraverso la «lotta alla segregazione» dei disabili. Falabella fa l’esempio dei tanti non autosufficienti ospitati nelle case di riposo. «Mediamente – ricorda – ciascuna di queste persone costa tra i 3mila e i 5mila euro al mese. Risorse che, invece, potrebbero essere impiegate anche per favorire la permanenza di almeno una parte di questi disabili nelle proprie case, investendo sui servizi per l’inclusione, anziché solo sulle strutture che portano all’istituzionalizzazione dei disabili». Nemmeno il reddito di cittadinanza ha funzionato. O, almeno, non ha avuto sulle famiglie dei disabili lo stesso effetto che ha avuto sugli altri nuclei familiari. E questo perché, ricorda Falabella, considerare anche la pensione di invalidità nel computo del reddito familiare, ha comportato una pesante sforbiciata dell’importo complessivo dell’assegno di cittadinanza. Nella lettera a Conte, la Fish ricorda le altre «sfide ancora aperte». Tra queste, al primo posto c’è la «revisione dei criteri per il riconoscimento della disabilità mirati all’inclusione e all’elaborazione dei progetti personali e di vita» e «misure e servizi per il sostegno alla buona occupazione e al mantenimento del posto di lavoro». Decisivi sono, anche, i «supporti e i servizi a sostegno dei caregiver familiari e del loro lavoro di cura», così come le «misure per favorire la vita indipendente », i «sostegni e i servizi per l’abitare e per la non autosufficienza e gli interventi per il contrasto alla segregazione e all’isolamento», o «il miglioramento della qualità dell’inclusione scolastica». Nell’elenco delle priorità stilato dalla Fish, è ricordato anche «l’accesso ai diritti e alla partecipazione civile, incluso il diritto di voto e alla partecipazione politica attiva», gli «interventi per migliorare la mobilità, l’accessibilità e la qualità dei luoghi, dei servizi e delle opportunità culturali e ricreative» e il «diritto alle cure migliori, all’abilitazione, alla diagnosi anche precoce». Tutti interventi che fanno riferimento ai «tre pilastri dell’inclusione: il diritto alla salute, il diritto all’istruzione e il diritto al lavoro». Su tutti e tre i disabili italiani ora aspettano risposte. Fonte.www.avvenire.it
Cassazione,specializzando
Quotidiano Sanità,   06/11/2019
Cassazione. Specializzando non è solo esecutore di ordini e, pur non avendo piena autonomia, risponde comunque delle sue attività  Il caso relativo a una donna ricoverata presso una casa di cura che, dopo un'amniocentesi, veniva lasciata alle cure di una specializzanda che non era stata in grado di assisterla in modo appropriato. A seguito di complicazioni la donna aveva subito un aborto, cui faceva seguito un gravissimo shock settico, con conseguente perdita della capacità di procreare e insufficienza renale cronica. Confermata condanna per il medico, la specializzanda e la casa di cura.  06 NOV - Il medico specializzando non esegue solo “ordini” e risponde delle sue attività anche se non è in grado di compierle: ha già la laurea in medicina e anche se con un’autonomia limitata se svolge attività mediche ne risponde penalmente. Lo ha stabilito la Cassazione, terza sezione civile, con la sentenza 26311/2019. Il fatto Una donna ricoverata in una casa di cura dopo l’amniocentesi eseguita da un medico e la successiva comparsa di perdite di liquido amniotico, è stata lasciata in cura alla sostituta di questo, specializzanda, essendo lui partito per l’estero. La specializzanda, per le perdite di liquido amniotico, aveva prescritto iniezioni di gestone. La paziente, sottoposta in seguito a un ricovero d'urgenza per perdite ematiche e insorgenza di febbre, aveva subito un aborto, con peggioramento dello stato di salute fino a un gravissimo shock settico, dal quale sono conseguiti perdita della capacità di procreare e insufficienza renale cronica, nonostante i trapianti di rene eseguiti. Dopo la condanna da parte del tribunale e il relativo ricorso, la Corte d’Appello aveva condannato comunque la casa di cura, il medico esecutore dell’amniocentesi (in quanto non avrebbe dovuto lasciare in altre mani, se non del suo stesso livello professionale, una sua paziente che aveva cominciato a seguire) e la specializzanda, in solido tra di loro, al pagamento di 3.543.190 euro oltre agli interessi legali e la compagnia assicuratrice della specializzanda a coprirla fino al massimale di 516.456 euro e quella del medico a tenerlo indenne nei limiti indicati. Secondo la Corte l'esecuzione dell'amniocentesi era stata corretta e partendo il giorno dopo per gli Stati Uniti aveva affidato la paziente alla specializzanda che avrebbe dovuto sostituirlo in sua assenza. Questa però, a fronte della gravità della situazione, anziché prescrivere l'immediato controllo ecografico e una terapia antibiotica a largo spettro, si era limitata a prescrivere il solo gestone, determinando l'aborto settico e le gravissime conseguenze che ne sono poi derivate, negando di essere stata indicata dal medico come sanitario al quale rivolgersi in sua assenza in caso di complicanze. Per questo altri motivi (la specializzanda era stata successivamente più volte contattata telefonicamente fin dalle prime perdite senza però che questa avesse adottato alcun provvedimento) secondo la Corte d’Appello era emersa in modo chiaro la negligenza della specializzanda per non avere somministrato immediatamente una terapia antibiotica e per non avere prescritto l'immediato ricovero in una struttura adeguata, anche avendo le cognizioni per comprendere dai sintomi riferiti (perdite ematiche e febbre) che si erano verificate complicanze dell'amniocentesi. Inoltre, ha sottolineato che la casa di cura non avrebbe dovuto accettare il ricovero non essendo in grado di fronteggiare la situazione d'emergenza, ma anzi avendo piuttosto l’obbligo a trasferirla presso strutture più adeguate. La sentenza La Cassazione ha dato ragione alla Corte d’Appello, spiegando che lo specializzando "non può essere considerato un mero esecutore d'ordini del tutore anche se non gode di piena autonomia". Il fatto che si tratti di un medico, anche se specializzando, fa prevedere che una certa autonomia gli vada comunque riconosciuta e comunque la circostanza di essere in formazione specialistica comporta che ogni attività debba essere sempre svolta sotto le direttive del tutore. Per la Cassazione “va rammentato che secondo la giurisprudenza penale di questa Corte il medico specializzando non è presente nella struttura per la sola formazione professionale, né lo specializzando può essere considerato un mero esecutore d'ordini del tutore anche se non gode di piena autonomia; si tratta di un'autonomia che non può essere  disconosciuta, trattandosi di persone che hanno conseguito la laurea in medicina e chirurgia e, pur tuttavia, essendo in corso la formazione specialistica, l'attività non può che essere caratterizzata da limitati margini di autonomia in un'attività svolta sotto le direttive del tutore”. “Tale autonomia – si legge nella sentenza - seppur vincolata, non può che ricondurre allo specializzando le attività da lui compiute; e se lo specializzando non è (o non si ritiene) in grado di compierle deve rifiutarne lo svolgimento perché diversamente se ne assume le responsabilità (c.d. colpa per assunzione ravvisabile in chi cagiona un evento dannoso essendosi assunto un compito che non è in grado di svolgere secondo il livello di diligenza richiesto all'agente modello di riferimento”. Nella sentenza poi la Cassazione bacchetta anche la casa di cura, respingendone i motivi di ricorso: “Essi attengono – si legge ancora - ad un profilo, che è il danno subito dalla donna, ed in particolare per il consenso informato e per un titolo di responsabilità diretta differente rispetto a quello riconosciuto in sentenza, rispetto al quale la ricorrente è priva di legittimazione ad impugnare”. Secondo la Cassazione inoltre a questo va aggiunto che “in violazione dell'art. 366, comma 1, n. 6 cod. proc. civ., la ricorrente (la casa di cura, ndr.) non ha specificatamente indicato se ed in quale sede processuale abbia proposto una domanda di regresso nei confronti del condebitore solidale o abbia espressamente chiesto l'accertamento della gravità delle diverse colpe”. Quindi, lo specializzando chiamato a svolgere attività che non è in grado di compiere (o che non si ritiene in grado di compiere) deve rifiutarne lo svolgimento. In caso contrario, se ne assume la responsabilità sotto tutti i punti di vista e la colpa è “per assunzione” che, come ricordato dalla stessa Cassazione, è riscontrabile in chi che "cagiona un evento dannoso essendosi assunto un compito che non è in grado di svolgere secondo il livello di diligenza richiesto all'agente modello di riferimento". Fonte.www.quotidianosanità.it
Ludopatia in Veneto
Quotidiano Sanità,   05/11/2019
Ludopatia. In Veneto slot e video lotterie aperte a orario limitato Il provvedimento della Giunta  passa ora all’esame della quinta commissione consiliare per il parere, in vista dell'approvazione definitiva. Le Tre fasce orarie di chiusura valide in tutto il territorio (7-9, le 13-15 e le 18-20) sono state pensate per dissuadere le categorie più esposte: “Al mattino i giovani, le donne, i lavoratori, i disoccupati; nella pausa pranzo, i ragazzi che escono da scuola, gli anziani e le persone inoccupate; nel tardo pomeriggio un po’ tutta la popolazione”, spiega l’assessore Lanzarin. 05 NOV - Limiti agli orari di apertura e funzionamento per sale e punti gioco, uguali in tutto il Veneto: la Giunta regionale del Veneto ha disposto che nelle fasce orarie comprese tra le 7-9, le 13-15 e le 18-20 le sale gioco debbano interrompere l’attività di slot machine e le videolottery posizionate in bar e pubblici esercizi. Lo prevede un provvedimento della Giunta. “Si tratta di un provvedimento che dà applicazione alla legge regionale di prevenzione e contrasto al gioco patologico, approvata due mesi fa, e che renderà omogenei, in tutto il territorio regionale, gli orari obbligatori di interruzione delle attività di gioco – spiega in una nota l’assessore alla sanità e al sociale Manuela Lanzarin – I tre stop, che entreranno in vigore in tutto il territorio regionale, sono pensati per scoraggiare il nomadismo dei giocatori da un comune all’altro e per rinforzare il potere delle singole amministrazioni comunali, che con proprio provvedimento, possono limitare ulteriormente gli orari di apertura e di giocata, al fine di  tutelare la salute pubblica ed evitare problemi di pubblica circolazione”.   “Le tre fasce di chiusura, aggiunge Lanzarin - sono state pensate per dissuadere, per quanto possibile, il ricorso al gioco problematico delle categorie più esposte: al mattino i più a rischio sono i giovani, le donne, i lavoratori, i disoccupati; nella pausa pranzo, i ragazzi che escono da scuola, gli anziani e le persone inoccupate; nel tardo pomeriggio un po’ tutta la popolazione. Il Veneto è la terza regione in Italia per volume delle giocate, con una media di 1244 euro per ogni residente, dai neonati ai centenari. Si tratta di una piaga sociale che nell’ultimo anno ha inghiottito 6,1 miliardi di euro, dei quali tre quarti giocati alle  slot. I limiti orari omogenei, in tutto il territorio regionale, sono un paletto di dissuasione in più per le categorie più a rischio casalinghe, minori, anziani a basso reddito, persone senza lavoro che possono essere attirati dal miraggio della vincita facile”.   Il provvedimento della Giunta veneta passa ora all’esame della quinta commissione consiliare per il parere, in vista della sua approvazione definitiva. La norma si colloca tra gli strumenti di dissuasione previsti dalla legge veneta e fa salve le norme regolamentari e le ordinanze in materia di orari approvate dai Comuni che, infatti, possono adottare limiti più severi, motivati da ragion di salute pubblica e dai singoli contesti locali. “L’individuazione delle tre fasce orarie di chiusura obbligatoria – ricorda l’assessore – è avvenuta con il coinvolgimento dei medici dei servizi regionali per le dipendenze delle 9 Ulss, delle Conferenze dei Sindaci, dei rappresentanti del terzo settore e dei legali della Regione, al fine di incrociare al meglio dati clinici, letteratura scientifica, buone prassi comunali, esperienze di prevenzione e dissuasione e di offrire ai Comuni uno strumento in più, al quale ancorare gli interventi locali di riduzione del danno”.   “Ricordo che i limiti di orario per slot e sale gioco in Veneto si inseriscono in un quadro normativo ad ampio spettro e rigoroso – conclude l’assessore -  che prevede distanze minime di 400 metri dai luoghi sensibili, aumento massimo dell’aliquota Irap per gli esercenti dei punti gioco e sanzioni fino a 6 mila euro per il mancato rispetto dei limiti urbanistici, orari e di pubblicità previsti. Inoltre, agli interventi di dissuasione, la Regione ha affiancato dal 2017 un piano sociale e sanitario di presa in carico, cura e trattamento dei giocatori compulsivi o problematici  (in termini percentuali lo 0,8 per cento della popolazione attiva, vale a dire circa 32.500 persone in Veneto) e patologici , pari a circa il 10 per cento dei giocatori problematici, con un impegno di spesa che lo scorso anno ha superato i 5 milioni di euro”. Fonte.www.quotidianosanità.it
Errore medico
Quotidiano Sanità,   05/11/2019
In caso di errore medico il risarcimento va anche ai parenti per il “cambio di abitudini di vita” Ospedale e medico, secondo la sentenza 28220/2019 della terza sezione civile della Cassazione che ha rinviato il caso alla Corte d'appello, devono risarcire il familiare anche se l’invalidità del malato è parziale perché non si può negare il danno solo perché l’assistenza prestata ha natura affettiva: da risarcire il sacrificio imposto ai parenti oltre alla sofferenza per la menomazione del paziente. LA SENTENZA.  05 NOV - Nei casi di errore medico va risarcito anche il parente della vittima, seppure il paziente riporta un’invalidità solo parziale dopo la mancata diagnosi del medico. Questo come risarcimento del danno per la sofferenza causata dalla necessità di cambiare le proprie abitudini di vita anche se il malato non dipende del tutto dai suoi parenti. A stabilirlo è la sentenza 28220/2019, pubblicata il 4 novembre dalla terza sezione civile della Cassazione. Il fatto Marito e figli di una donna hanno chiesto il risarcimento a un policlinico universitario e al primario per i danni derivati dalla mancata diagnosi di un'endocardite infettiva da cui era risultata affetta la donna al momento in cui era stata dimessa dal Policlinico dopo un intervento di valvuloplastica mitralica percutanea. La tardiva diagnosi avrebbe comportato un progressivo peggioramento delle condizioni di salute della paziente, con necessità di numerosi ricoveri ospedalieri, nel corso dei quali era stato effettuato un intervento invasivo (a cuore aperto) di sostituzione della valvola mitralica ed era stata eseguita una tracheotomia. Per questo la donna aveva avuto bisogno di assistenza costante, sia domiciliare che presso le strutture sanitarie in cui era stata ricoverata, e dopo l'inabilità temporanea (durata tredici mesi) si era instaurata una invalidità permanente del 50%: malattia e invalidità della congiunta avevano determinato un gravissimo turbamento e un mutamento delle abitudini di vita della famiglia. La sentenza In primo e secondo grado i giudici hanno riconosciuto un risarcimento per il danno subito dalla paziente ma non per quello subito di riflesso dai parenti perché la signora non era risultata del tutto dipendente dai familiari e l'assistenza prestata non giustificava la richiesta di risarcimento. Ma la Cassazione non è d’accordo con questa decisione perché secondo i giudici il risarcimento del danno patrimoniale può spettare anche ai prossimi congiunti della vittima di lesioni personali invalidanti, “non essendo ostativo il disposto dell'art. 1223 cod. civ., in quanto anche tale danno trova causa immediata e diretta nel fatto dannoso”. Secondo la Cassazione, che ricorda a riguardo precedenti sentenze, “la prova del danno non patrimoniale, patito dai prossimi congiunti di persona resa invalida dall'altrui illecito, può essere desunta anche soltanto dalla gravità delle lesioni, sempre che l'esistenza del danno non patrimoniale sia stata debitamente allegata nell'atto introduttivo del giudizio”. E “il danno non patrimoniale, consistente nella sofferenza morale patita dal prossimo congiunto di persona lesa in modo non lieve dall'altrui illecito, può essere dimostrato con ricorso alla prova presuntiva, che deve essere cercata anche d'ufficio, se la parte abbia dedotto e provato i fatti noti dai quali il giudice, sulla base di un ragionamento logico deduttivo, può trarre le conseguenze per risalire al fatto ignorato”. Quindi secondo la Cassazione la Corte d’Appello ha sbagliato quando ha escluso Il danno patito dai congiunti per il fatto che la donna non fosse risultata “del tutto dipendente dai familiari” e quando ha mostrato di ritenere che, per il fatto dì rivestire natura "familiare", l'assistenza prestata (anche durante i ricoveri ospedalieri) non giustificasse il risarcimento del danno. “Deve considerarsi al contrario – si legge nella sentenza - che anche un'invalidità parzialmente invalidante possa comportare, oltre al dolore per la menomazione del congiunto, anche la necessità di un impegno di assistenza (e, quindi, un apprezzabile mutamento peggiorativo delle abitudini di vita di chi la presti) a carico degli stretti congiunti; né  la circostanza che l'assistenza sia motivata da vincoli di affetto e solidarietà propri dei rapporti familiari vale ad escludere che il congiunto non subisca concreto pregiudizio per la necessità di adattare la propria vita alle sopravvenute esigenze del familiare menomato”.   Per la Cassazione ha valore Il fatto che il familiare di una persona lesa “dall'altrui condotta illecita” può subire uno stato di sofferenza soggettiva e un necessitato mutamento peggiorativo delle abitudini di vita (incidente sul profilo dinamico della propria esistenza): “entrambi i pregiudizi debbono essere risarciti, laddove rivestano i caratteri della serietà del danno e della gravità della lesione, senza che possano valere ad escludere la sussistenza del pregiudizio la circostanza che l'invalidità del congiunto non sia totale o il fatto che l'assistenza possa essere stata ripartita fra più familiari (trattandosi di elementi rilevanti al solo fine della quantificazione del danno)”. Altro errore della Corte d’Appello considerare tout court irrilevante la prova orale, senza valutare se la stessa potesse fornire elementi Idonei ad apprezzare l'esistenza e l'entità del "sacrificio" imposto dalla malattia ai familiari della donna “e, altresì, laddove non ha considerato la possibilità di apprezzare in via presuntiva l'esistenza del danno non patrimoniale pacificamente allegato dagli attori; tanto più che l'esclusione di qualsiasi pregiudizio non risulta congruente, sul plano logico e giuridico, con l'affermazione dell'effettuazione dell'assistenza (“faticosa anche sul piano psicologico, evidentemente condivisa, principalmente durante ricoveri ospedalieri”)”. Quindi “la sentenza va cassata sul punto, con rinvio alla Corte territoriale per un nuovo esame, alla luce del principi e delle considerazioni che precedono”. Fonte.www.quotidianosanità.it
Fp Cgil:contraccezione
Quotidiano Sanità,   05/11/2019
Fp Cgil: “Solo il 22,4% delle donne accede alla contraccezione attraverso il servizio pubblico” Il sindacato denuncia anche come i tagli nel corso degli anni abbiano portato a una forte riduzione del personale anche nei consultori. “Solo il 22,4% di donne riesce ad accedere alla contraccezione attraverso il servizio pubblico e le differenze territoriali sono rilevanti e preoccupanti”, avverte la Fp Cgil. 05 NOV - “A seguito dei pesanti tagli alla Sanità Pubblica subiti negli ultimi anni, a rimetterci sono, tra le altre, le attività dei consultori che stanno subendo una drastica riduzione dei servizi che prima venivano offerti gratuitamente, creando disuguaglianze e andando a colpire in particolare giovani donne, ceti meno abbienti, donne migranti e coppie giovani. Solo il 22,4% di donne riesce ad accedere alla contraccezione attraverso il servizio pubblico e le differenze territoriali sono rilevanti e preoccupanti. Una piaga non solo per i servizi e l'utenza, ma anche per i pochi professionisti rimasti, caricati di lavoro”.   La denuncia arriva dalla Funzione Pubblica Cgil, che raccoglie, infatti, anche il grido di allarme del personale, in “gravissima carenza”, condizione “non consente di svolgere le funzioni fondamentali che la Legge affida ai consultori. Frequenti sono i casi in cui i pochi professionisti rimasti sono sottoposti a carichi di lavoro rilevantissimi, e spesso quasi esclusivamente adempimenti burocratici”, spiega il sindacato in una nota. Attività di screening, educazione, prevenzione e promozione della salute, assistenza psicologica post partum, prima assistenza in caso di violenza, interruzione di gravidanza: “Sono tutte attività svolte nei consultori che stanno subendo e subiranno una drastica riduzione nell'offerta. Donne e uomini hanno il diritto di accedere a quei servizi”, prosegue la nota della Fp Cgil.   La Fp Cgil fa nota come "la situazione attuale concorre a creare disuguaglianze tra classi sociali, lasciando fuori dalla prevenzione e dagli screening una larga parte di popolazione, determinando una differenziazione tra cittadini di serie A e cittadini di serie B”. “Sosteniamo con forza - conclude la Fp Cgil - la necessità di investire in questi servizi, prima di tutto con adeguate assunzioni di personale. Abbiamo proposto l'avvio di una discussione con altri sindacati europei per confrontare le situazioni tra paesi e definire i gap esistenti e proporre infine un Piano comune sulla salute di genere su prevenzione, diagnosi, cura, ricerca e investimenti”. fonte.www.quotidianosanità.it
Lotta al bullismo
Repubblica,   05/11/2019
Lotta al bullismo e lezioni per gli influencer: tutte le novità di Instagram By Alessio Caprodossi Lotta contro il bullismo online, lezioni digitali per svezzare futuri influencer, notifiche su misure per il lancio di nuovi prodotti aziendali e l’ampliamento fino a sei mesi per programmare i contenuti sulla piattaforma. Mai come adesso, le vie di Instagram sembrano infinite come quelle del Signore, perché la social-app acquisita nel 2012 da Facebook per un miliardo di dollari si sta muovendo in molteplici direzioni al fine di continuare ad attirare l’interesse per aumentare i profili attivi, senza tralasciare la necessità di monetizzare l’attenzione guadagnata tra vip, aziende e privati nell’arco degli ultimi anni. Silenziare i bulli Non c’è solo la sete di soldi tra le priorità del social, che proprio ieri ha avviato la sperimentazione di “Silenzia”, novità voluta per consentire di difendersi a chi viene preso di mira dai bulli digitali, purtroppo in crescita sui social. “Il bullismo è una questione complessa e Instagram è consapevole che i giovani affrontano una quantità sproporzionata di contenuti offensivi, ma sono spesso riluttanti a segnalare o bloccare i coetanei che li bullizzano”, si legge nella nota pubblicata sul blog aziendale. Il rimedio è, appunto, l’opportunità di proteggere il proprio account silenziando l’utente o gli utenti indesiderati. Farlo è semplice e veloce, perché basta selezionare il profilo in questione e impostare il nuovo comando, oppure scorrendo verso sinistra un commento del bullo; in tal modo, gli stessi commenti saranno visibili soltanto alla persona silenziata, anche se all’utente resta la possibilità di renderli pubblici in seguito. I messaggi diretti inviati dai bulli finiranno, invece, in Richieste di messaggi e senza la notifica di segnalazione al destinatario, poiché tutto avviene in automatico, con il testo che sarà visibile mentre l’odiatore non potrà sapere se la sua vittima lo avrà visualizzato, così come non potrà sapere più quando è attiva sul social. Coltivare gli influencer del domani Più di Facebook e molto più di Twitter, la piattaforma per la condivisione di immagini è il terreno di battaglia degli influencer, ruolo ambito dai giovanissimi che sognano di ricalcare le orme di Chiara Ferragni, Favij e Fabio Rovazzi. Così mentre fioriscono corsi universitari e accademie dedicati alla causa, Instagram ha lanciato nei giorni scorsi @Creators, un profilo ideato per fornire suggerimenti a chi vuole giocarsi le sue chance sul social network. Dalle indicazioni ai dettagli, fino a tutorial e chicche su Igtv, l’obiettivo è spianare la strada ai persuasori del domani, mostrando loro come nascono e si realizzano i contenuti sulla piattaforma (vitali per mantenere vivo il coinvolgimento sulla stessa). Per far presa sui ragazzi, il social utilizzerà i volti noti di chi, grazie proprio a Instagram, è diventato un personaggio pubblico costruendosi così una carriera social. Fonte.www.repubblica.it
Rapporto Svimez
Quotidiano Sanità,   04/11/2019
Rapporto Svimez 2019: “Al Sud spesa sanitaria inferiore del 25% rispetto al Centro-Nord” Evidenziato anche come continui l’emigrazione ospedaliera verso le regioni del Centro-Nord: circa il 10% dei ricoverati per interventi chirurgici acuti si sposta dal Sud verso altre regioni. Divaricazione anche sui posti letto complessivi per 100.000 abitanti, sono 791 nel Centro-Nord e 363 nel Mezzogiorno. LA SINTESI DEL RAPPORTO SVIMEZ 2019 04 NOV - “La spesa sanitaria pro capite è di circa 1.800 euro in Italia nel 2016 e di 2.800 nella media UE a 15. Siamo a 3.000 euro circa in Francia e Danimarca e a 3.800 in Germania. Consistente anche il divario interno al nostro Paese: circa 1.600 euro nel Mezzogiorno e 2.000 euro nel Centro-Nord, il 25%”. È quanto evidenzia il Rapporto Svimez 2019 presentato oggi.   Lo squilibrio tra necessità e risposte ricevute si rileva, ad esempio, per le famiglie che hanno un componente con problemi di salute. L’analisi territoriale evidenzia che dove la richiesta è maggiore la risposta è minore: nel Mezzogiorno il 35,6% delle famiglie vorrebbe ricevere aiuto ma solo il 12,5% lo riceve. Sensibile il divario anche al Nord dove il 23,5% vorrebbe ricevere aiuto ma solo il 13,5% lo riceve. Le famiglie del Centro sono quelle che trovano una risposta abbastanza in linea con le loro richieste (il 19,9% vorrebbe ricevere aiuto e il 18,8% lo riceve).   Con riguardo ai servizi sanitari, risulta dall’indagine che nel 2016 sono stati utilizzati dal 69,5% delle famiglie e che il 60,4% (circa 15,2 milioni) ha sostenuto delle spese, affrontate con difficoltà nel 62% dei casi. Rispetto al complesso delle famiglie le maggiori difficoltà si osservano in quelle più povere: nel Mezzogiorno (73,2%), nei primi due quintili di reddito la percentuale di famiglie che incontra difficoltà è sensibilmente più elevata (77,9 e 75,5% rispettivamente).   A livello territoriale le maggiori difficoltà si incontrano nelle aree meno sviluppate: nel Mezzogiorno la percentuale di famiglie che incontra difficoltà è del 73,2%.   Continua l’emigrazione ospedaliera dal Sud verso il Centro-Nord La quantità e qualità dei servizi sociali nel Mezzogiorno risultano ancora decisamente inferiori a quelle del resto del Paese. Questo spiega un più elevato tasso di emigrazione ospedaliera verso le regioni del Centro-Nord, riferito ai casi di ricovero per interventi chirurgici acuti. Nel Mezzogiorno circa il 10% del totale dei residenti ricoverati per tali patologie si sposta verso altre regioni, a fronte di valori compresi tra il 5% e il 6% nelle regioni del Centro-Nord. Il tasso di emigrazione si riduce in Basilicata e Sicilia, resta sostanzialmente stabile in Campania e aumenta in tutte le altre regioni meridionali. Il basso tasso di gradimento dei servizi sanitari al Sud dipende da numerosi fattori, ambientali, strutturali e organizzativi, ma anche da una meno consistente dotazione di posti negli istituiti di cura. I posti letto in degenza ordinaria per 1.000 abitanti sono, nel 2016, 3,18: 3,37 nel Centro-Nord e 2,82 nel Mezzogiorno. Divari sensibili si rilevano per le lungo degenze e la riabilitazione.   Divari ancora più ampi tra Nord e Sud del Paese si rilevano nella dotazione di posti letto nei presidi 30 residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari. I posti letto complessivi per 100.000 abitanti, sono 791 nel Centro-Nord e 363 nel Mezzogiorno. Relativamente più equilibrata è la situazione del Mezzogiorno con riguardo ai minori (173 posti letto a fronte di 201 nel Centro-Nord), peraltro, in netto peggioramento dal 2009 soprattutto nelle regioni meridionali. Ampi squilibri si rilevano con riguardo ai posti letto per disabili (53 posti letto a fronte di 100 nel Centro-Nord), e ai posti letto per anziani (1.137 posti letto a fronte di 2.608 nel Centro-Nord).   Assistenza domiciliare. Nel 2016 la spesa dei comuni per i servizi sociali, al netto del contributo degli utenti e del Servizio Sanitario Nazionale, ammonta in volume a circa 7 miliardi 55 milioni di euro, corrispondenti allo 0,42% del PIL nazionale. Aumenta leggermente la spesa media per abitante (116 euro a livello nazionale). Al Sud la spesa pro capite è decisamente inferiore rispetto al resto d’Italia: 74 euro nel 2016 in aumento rispetto all’anno precedente (70 euro pro capite), a fronte dei 139 del Centro-Nord stabile rispetto al 2015. Per quanto riguarda l’Assistenza domiciliare integrata (ADI) erogata dai comuni, dal 2007 al 2016 la quota di persone presa in carico ogni cento persone di 65 anni è calata dallo 0,8 allo 0,6%. La quota di anziani presa in carico ogni 100 abitanti è pari allo 0,2% nel Mezzogiorno a fronte dello 0,3% del 2007; nel Centro-Nord, invece, l’assistenza domiciliare interessa lo 0,7% degli anziani con 65 anni e più rispetto all’1,1% del 2007. In calo nel Centro-Nord anche il numero di Comuni che eroga il servizio che invece cresce nel Mezzogiorno dove, peraltro, si riduce il numero medio di utenti presi in carico. Fonte.www.quotidianosanità.it
Dipendenza da videogiochi
Quotidiano Sanità,   01/11/2019
Dipendenza da videogiochi. “Ministero salute impegnato con Regioni per favorire formazione e informazione tra personale sanitario e scolastico” "La promozione delle collaborazioni riguarda anche l'assistenza sanitaria territoriale (distretti sanitari, dipartimenti di prevenzione, dipartimenti di salute mentale e dipartimenti per le dipendenze, consultori familiari, pediatri di libera scelta, medici di medicina generale) e il settore scolastico". Così la sottosegretaria alla Salute Zampa rispondendo in Commissione Affari Sociali a un'interrogazione della Lega.   01 NOV - "Sul tema della dipendenza da videogiochi il Ministero della salute è impegnato, in collaborazione con le Regioni e le Province Autonome, per favorire iniziative di formazione e informazione congiunta tra personale sanitario e scolastico sulle tematiche oggetto dell'intesa, nonché per la realizzazione di iniziative di informazione, sensibilizzazione, promozione della salute e prevenzione. La promozione delle collaborazioni riguarda anche l'assistenza sanitaria territoriale (distretti sanitari, dipartimenti di prevenzione, dipartimenti di salute mentale e dipartimenti per le dipendenze, consultori familiari, pediatri di libera scelta, medici di medicina generale) e il settore scolastico".   Così la sottosegretaria alla Salute, Sandra Zampa, rispondendo ieri in Commissione Affari Sociali all'interrogazione sul tema presentata da Mauro Sutto (Lega) per sapere "se e quali iniziative di competenza il Ministrodella Salute intenda adottare in relazione alla dipendenza da videogiochi, nell'ottica di dare la giusta rilevanza al fenomeno e tutelare in maniera particolare il benessere, le condizioni di salute e il processo di crescita dei bambini e dei giovani ragazzi che statisticamente sono maggiormente esposti al rischio di sviluppare questa particolare forma di dipendenza".   Di seguito la risposta integrale della sottosegretaria Zampa:   "Nel 2018 la «dipendenza da videogame» è stata inclusa dall'Organizzazione Mondiale della Sanità tra i disturbi comportamentali che generano dipendenza, insieme al «Gioco D'Azzardo». Dal punto di vista clinico, come è noto, la persona che soffre di «dipendenza da videogame» utilizza in modo smodato e patologico computer, «tablet» e cellulari dotati di connessione alla Rete. La prevenzione e la formazione sono le principali linee azione per evitare o ridurre i rischi e i danni alla salute correlati all'insorgenza di dipendenze comportamentali.   Il nuovo Piano Nazionale di Prevenzione 2020-2025 (in fase di redazione finale) contempla una serie di importanti iniziative, volte a promuovere interventi di prevenzione con piani di azione integrati tra i Dipartimenti di Prevenzione, i Dipartimenti per le Dipendenze Patologiche, le scuole, le associazioni di categoria, il terzo settore, le associazioni di volontariato. Il problema delle dipendenze comportamentali – tra cui quella da videogame – è parte integrante dell'Accordo MIUR-Ministero della salute siglato in data 20 febbraio 2019.   La Scuola e i luoghi di aggregazione giovanile sono fondamentali per i percorsi di crescita: in particolare la Scuola, per il suo ruolo istituzionale e formativo, per la sua funzione educativa e per la presenza capillare sul territorio, è un setting centrale dell'azione preventiva, in grado di individuare e prendersi cura di situazioni di rischio specifico. Oltre che nel setting scolastico, tuttavia, è necessario allargare l'intervento ad altri contesti di vita dove è possibile intercettare i gruppi vulnerabili della popolazione, quali i luoghi di lavoro, di aggregazione informale e di divertimento. Nel marzo 2019 è stato avviato il Progetto «Rete senza fili» su iniziativa del Centro per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie della Regione Piemonte.   Tale Progetto si propone le seguenti azioni mirate a prevenire l'insorgere della dipendenza da internet: 1) formare i referenti regionali e gli operatori sociosanitari sul tema delle tecnologie e della prevenzione dei rischi connessi e condividere un modello di intervento comune basato sulla partecipazione attiva di ragazzi, di insegnanti e di genitori; 2) formare insegnanti delle scuole primarie e secondarie di I grado e altri soggetti attivi su quella fascia di età, su metodi e strumenti adeguati per affrontare con i ragazzi i temi legati alle nuove tecnologie; 3) sviluppare a livello locale un laboratorio dedicato alle tecnologie rivolto agli studenti della Scuola Primaria e Secondaria di I grado, per offrire competenze e conoscenze per un uso consapevole e non problematico dei media digitali; 4) accompagnare il mondo adulto e la comunità locale nella costruzione di un corretto rapporto con le nuove tecnologie, in un'ottica educativa che favorisca anche la relazione intergenerazionale.   La problematica in esame ha ricevuto una particolare attenzione nell'Accordo Stato-Regioni del 17 febbraio 2019 avente ad oggetto la «Adozione del modello di Scuola che Promuove Salute». Il Ministero della salute è impegnato, in collaborazione con le Regioni e le Province Autonome, per favorire iniziative di formazione e informazione congiunta tra personale sanitario e scolastico sulle tematiche oggetto dell'intesa, nonché per la realizzazione di iniziative di informazione, sensibilizzazione, promozione della salute e prevenzione. La promozione delle collaborazioni riguarda anche l'assistenza sanitaria territoriale (distretti sanitari, dipartimenti di prevenzione, dipartimenti di salute mentale e dipartimenti per le dipendenze, consultori familiari, pediatri di libera scelta, medici di medicina generale) e il settore scolastico".   Mauro Sutto (Lega), replicando, precisa che la dipendenza da videogiochi non deve essere confusa con l'uso normale di tale forma di intrattenimento, ribadendo in ogni caso la drammaticità della condizione dei bambini vittime di tale dipendenza. Nel condividere le considerazioni contenute nella risposta fornita dalla rappresentante del Governo, dichiara di aspettarsi una costante sensibilità da parte del Ministero della salute su questo tema, anche in vista dell'adozione del nuovo Piano nazionale della prevenzione.   Fonte.www.quotidianosanità.it
Violenza sulle donne
Quotidiano Sanità,   31/10/2019
Violenza sulle donne. Nel 2017 in 43.500 si sono rivolte ai centri antiviolenza. Dalla prima indagine dell’Istat molte differenze regionali Mediamente sono 172 le donne accolte in ogni Centro (il 25,7% dei Centri ha avuto un’utenza inferiore a 40 donne, il 6,7% superiore a 500), 115 in media quante hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza. Ma la variabilità territoriale è elevatissima: il tasso di accoglienza è di 22,5 per 10mila le donne accolte dai Centri del Nord-Est e di 18,8 per 10mila nel Centro Italia. IL RAPPORTO 28 OTT - Sono 43.467 le donne (15,5 ogni 10mila donne) che nel 2017 si sono rivolte ai Centri antiviolenza. Di queste, 29.227(il 67,2%) ha iniziato un percorso di uscita dalla violenza (10,7 ogni 10mila), il 63,7% ha figli, minorenni nel 72,8% dei casi. Mediamente sono 172 le donne accolte in ogni Centro (il 25,7% dei Centri ha avuto un’utenza inferiore a 40 donne, il 6,7% superiore a 500), 115 in media quante hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza. Ma la variabilità territoriale è elevatissima: il tasso di accoglienza è di 22,5 per 10mila le donne accolte dai Centri del Nord-Est e di 18,8 per 10mila nel Centro Italia.   I tassi più elevati si riscontrano in Emilia Romagna, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Provincia Autonoma di Bolzano, Abruzzo, Toscana e Umbria. Anche per le donne che hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza, il Nord-est presenta tassi più elevati (16,6 contro 10,7 per 10mila donne della media nazionale). Le donne straniere costituiscono il 27% delle utenti prese in carico dai Centri ma la quota sale nella Provincia autonoma di Bolzano, in Toscana e Liguria. Quelle che hanno figli minori sono mediamente il 46,4% e le percentuali più elevate si registrano nelle Isole (54,8%) e nel Centro (51,3%) e, a livello regionale, in Campania (66%) e Sardegna (60%).     È questa la fotografia scattata dalla prima indagine sui Centri antiviolenza in Italia condotta dall’Istat in collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità, il Cnr e le Regioni. Sotto la lente l’attività svolta nel 2017 da 281 Centri antiviolenza (Cav) a sostegno delle donne maltrattate e dei loro figli   Ancora insufficiente l’offerta dei Centri antiviolenza. La legge di ratifica della Convenzione di Istanbul, la n. 77 del 2013, individua come obiettivo quello di avere un Centro antiviolenza ogni diecimila abitanti. Al 31 dicembre 2017 erano attivi nel nostro Paese 281 Centri antiviolenza, che rispondevano ai requisiti dell’Intesa del 2014, pari a 0,05 centri per 10mila abitanti. Quelli che hanno partecipato alla rilevazione sono 253, i restanti28 non hanno risposto all’indagine. Ci sono inoltre 106 Centri e servizi antiviolenza che non aderiscono all’Intesa Stato-Regioni.   Considerando invece il dato calcolato sulle vittime che hanno subito violenza fisica o sessuale negli ultimi 5 anni, l’indicatore di copertura dei Centri su 10mila vittime è pari a 1,0, con un minimo nel Lazio (0,2) e un massimo in Valle d’Aosta (2,3).     Dall’indagine emerge quindi un’Italia che marcia a differenti velocità. Differenze regionali importanti anche perché, come sottolinea l’Istat “la capacità di supportare le donne dipende molto dal radicamento sul territorio dei Centri antiviolenza: maggiore sono gli anni di apertura, maggiore è il numero di donne che vi si recano”. Tra le donne che hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza, 18.834 lo hanno iniziato proprio nel 2017, il 64,4% del totale delle donne assistite dal Centro in un percorso di uscita dalla violenza. Di queste, 9.135 (pari al 48,5%) sono state inviate dai servizi territoriali (Servizio Sociale, Forze dell’ordine, Consultori familiari, Pronto soccorso, Sert, Consulenza legale, altro Cav).   Le modalità per entrare in contatto con i centri sono di vario tipo: il 95,3% dei Centri mette a disposizione il numero telefonico 1522, che accoglie le richieste di aiuto e sostegno delle vittime di violenza e stalking, il 97,6% dei Centri garantisce una reperibilità h24. In alternativa si può andare presso i singoli Centri, aperti mediamente 5 giorni a settimana per circa 7 ore al giorno. L’89,7% dei Centri è aperto 5 o più giorni a settimana. La linea telefonica dedicata agli operatori della rete territoriale (forze dell’ordine, pronto soccorso, assistenti sociali, operatori delle case rifugio, ecc.) è prevista nella quasi totalità dei Centri di Molise, Puglia, Lazio e nella maggior parte dei Centri di Veneto, Abruzzo, Emilia Romagna. In altre regioni, come Valle d’Aosta, Provincia autonoma di Trento, Provincia autonoma di Bolzano, Marche, Basilicata, non è invece prevista.   I servizi offerti sono molteplici, dall’accoglienza (99,6%) al supporto psicologico (94,9%), dal supporto legale (96,8%) all’accompagnamento nel percorso verso l’autonomia abitativa (58,1%) e lavorativa (79,1%) e in generale verso l’autonomia (82,6%). Meno diffusi, il servizio di sostegno alla genitorialità (62,5%), quello di supporto ai figli minori (49,8%) e quello di mediazione linguistica (48,6%).   L’82,2% dei Centri effettua la valutazione del rischio di recidiva della violenza sulla donna. Ma anche in questo caso a livello territoriale le differenze sono molte. Nella Provincia di Bolzano questa attività è completamente assente mentre non viene svolta dal 70% dei Centri della Calabria, dal 43% di quelli del Piemonte e dal 31% dei Centri in Campania. La valutazione del rischio viene effettuata a livello nazionale a poco più della metà delle utenti che hanno iniziato un percorso di uscita della violenza, con una percentuale che va dall’86% delle Isole al 47,1% del Nord ovest.   In particolare i Centri antiviolenza hanno profili organizzativi diversi sul territorio. Per erogare i servizi, il 68,5% lavora in collaborazione con le reti territoriali antiviolenza. E nei territori dove la rete è assente, i Centri hanno comunque siglato protocolli bilaterali con i soggetti che si occupano di violenza contro le donne (75,9% dei casi dove non esiste una rete).   Più della metà del personale dei Centri è volontario. Secondo quanto stabilito dall’Intesa Stato, Regioni e Province Autonome del 2014, i Centri si avvalgono esclusivamente di personale femminile. Sono 4.403 le donne che operano nei Centri, di queste, 1.933 sono retribuite e 2.470 impegnate esclusivamente in forma volontaria. Nel Sud la quota di volontarie è molto inferiore alla media nazionale (31,0%) mentre il contrario si verifica nel Nord-ovest e, in misura minore, al Centro.   Nel Nord Est coesistono, invece, realtà molto diverse: Veneto e Trentino Alto Adige hanno una presenza preponderante di personale retribuito, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna contano maggiormente sulle volontarie. In genere ogni CAV assicura la presenza di diverse figure professionali specifiche: il 76,7% ha più di tre tipologie di professioni nel suo team e il 5,5% ne ha addirittura sette. Questa molteplicità di competenze caratterizza sia i CAV più piccoli sia quelli più grandi (rispetto alla classe di numerosità di utenza).   Sono numerose le figure professionali di cui i Centri si avvalgono. A parte la presenza di coordinatrici o vicecoordinatrici, riscontrata quasi ovunque, nei Centri lavorano soprattutto le avvocate (il 94,1% dei Centri ne ha almeno una), le psicologhe (il 91,7% ne ha almeno una) e le operatrici di accoglienza (89,3%). La metà dei Centri si avvale inoltre della figura professionale dell’assistente sociale e dell’educatrice/pedagogista mentre le mediatrici culturali sono presenti nel 28,8% dei casi. La maggiore quota di volontarie si riscontra tra le operatrici e le avvocate.   La formazione è uno degli aspetti qualificanti dei Centri antiviolenza: più di nove su dieci hanno svolto una formazione obbligatoria per le operatrici sulla tematica di genere. Tra i temi specifici affrontati i più frequenti sono la Convenzione di Istanbul (81,2% dei Centri ha offerto corsi sul tema), i diritti umani delle donne (64%), l’accoglienza delle donne migranti(51,3%). Minore invece la quota di Centri che hanno trattato l’accoglienza delle donne con disabilità nei loro corsi (15,2%).   Oltre a farsi carico delle donne vittime di violenza, i Centri svolgono attività di informazione e prevenzione all’esterno. Nel 2017, l’81% ha organizzato formazione all’esterno, soprattutto verso gli operatori sociali e sanitari, ma anche verso le forze dell’ordine e gli avvocati, e il 91,7% ha svolto attività d’informazione presso le scuole. Fonte.www.quotidianosanità.it