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Papa:l'aborto
Avvenire,   25/05/2019
L'udienza. Il Papa: l'aborto non è mai la risposta. «No alla mentalità eugenetica» Redazione Internet sabato 25 maggio 2019 Papa Francesco incontra i partecipanti al convegno "Yes to life": «Nessun essere umano è incompatibile con la vita», prendersi cura dei bambini destinati a morire dopo il parto L'aborto non è mai la soluzione, no alla mentalità eugenetica, sì alla vita sempre, anche e soprattutto quando il bambino che deve nascere soffre di una malattia che lo porterà a morire in poco tempo. È questo il cuore del discorso che papa Francesco ha pronunciato questa mattina, nella Sala Clementina, ricevendo in udienza i partecipanti al Convegno internazionale promosso dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, in collaborazione con la fondazione “Il Cuore in una goccia – Onlus”, associazione che si adopera per accogliere alla nascita bambini in condizioni di estrema fragilità, e con il sostegno di Knights of Columbus, sul tema “Yes to life! - Prendersi cura del prezioso dono della vita nella fragilità”. Il Convegno, a cui hanno partecipato circa 400 persone da 70 paesi in rappresentanza di Conferenze episcopali, Diocesi, famiglie e medici esperti, si è svolto all’Istituto Patristico Augustinianum, a Roma. IL TESTO DEL DISCORSO DEL PAPA Nessun essere umano può essere “incompatibili con la vita”. "Ogni bambino che si annuncia nel grembo di una donna è un dono, che cambia la storia di una famiglia: di un padre e di una madre, dei nonni e dei fratellini. E questo bimbo ha bisogno di essere accolto, amato e curato. Sempre!", ha detto il Papa. Tra una donna e il bimbo che porta in grembo si crea un intenso dialogo, una relazione reale e intensa che corre tra madre e bimbo e viceversa. "È così che questo nuovo essere umano diventa subito un figlio, muovendo la donna con tutto il suo essere a protendersi verso di lui". "Oggi, le moderne tecniche di diagnosi prenatale sono in grado di scoprire fin dalle prime settimane la presenza di malformazioni e patologie, che a volte possono mettere in serio pericolo la vita del bambino e la serenità della donna. Il solo sospetto della patologia, ma ancor più la certezza della malattia, cambiano il vissuto della gravidanza, gettando le donne e le coppie in uno sconforto profondo. Il senso di solitudine, di impotenza, e la paura della sofferenza del bambino e della famiglia intera emergono come un grido silenzioso, un richiamo di aiuto nel buio di una malattia, della quale nessuno sa predire l’esito certo. Perché l’evoluzione di ogni malattia è sempre soggettiva e nemmeno i medici spesso sanno come si manifesterà nel singolo individuo. Eppure, c’è una cosa che la medicina sa bene: i bambini, fin dal grembo materno, se presentano condizioni patologiche, sono piccoli pazienti, che non di rado si possono curare con interventi farmacologici, chirurgici e assistenziali straordinari, capaci ormai di ridurre quel terribile divario tra possibilità diagnostiche e terapeutiche, che da anni costituisce una delle cause dell’aborto volontario e dell’abbandono assistenziale alla nascita di tanti bambini con gravi patologie. Le terapie fetali, da un lato, e gli Hospice Perinatali, dall’altro, ottengono risultati sorprendenti in termini clinico-assistenziali e forniscono un essenziale supporto alle famiglie che accolgono la nascita di un figlio malato. Tali possibilità e conoscenze devono essere messe a disposizione di tutti per diffondere un approccio scientifico e pastorale di accompagnamento competente. Per questo, è indispensabile che i medici abbiano ben chiaro non solo l’obiettivo della guarigione, ma il valore sacro della vita umana, la cui tutela resta il fine ultimo della pratica medica. La professione medica è una missione, una vocazione alla vita, ed è importante che i medici siano consapevoli di essere essi stessi un dono per le famiglie che vengono loro affidate: medici capaci di entrare in relazione, di farsi carico delle vite altrui, proattivi di fronte al dolore, capaci di tranquillizzare, di impegnarsi a trovare sempre soluzioni rispettose della dignità di ogni vita umana. In tal senso, il confort care perinatale è una modalità di cura che umanizza la medicina, perché muove ad una relazione responsabile con il bambino malato, che viene accompagnato dagli operatori e dalla sua famiglia in un percorso assistenziale integrato, che non lo abbandona mai, facendogli sentire calore umano e amore. Tutto ciò si rivela necessario specialmente nei confronti di quei bambini che, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, sono destinati a morire subito dopo il parto, o a breve distanza di tempo. In questi casi, la cura potrebbe sembrare un inutile impiego di risorse e un’ulteriore sofferenza per i genitori. Ma uno sguardo attento sa cogliere il significato autentico di questo sforzo, volto a portare a compimento l’amore di una famiglia. Prendersi cura di questi bambini aiuta, infatti, i genitori ad elaborare il lutto e a concepirlo non solo come perdita, ma come tappa di un cammino percorso insieme. Quel bambino resterà nella loro vita per sempre. Ed essi lo avranno potuto amare. Purtroppo la cultura oggi dominante non promuove questo approccio: a livello sociale il timore e l’ostilità nei confronti della disabilità inducono spesso alla scelta dell’aborto, configurandolo come pratica di “prevenzione”. Ma l’insegnamento della Chiesa su questo punto è chiaro: la vita umana è sacra e inviolabile e l’utilizzo della diagnosi prenatale per finalità selettive va scoraggiato con forza, perché espressione di una disumana mentalità eugenetica, che sottrae alle famiglie la possibilità di accogliere, abbracciare e amare i loro bambini più deboli. L’aborto non è mai la risposta che le donne e le famiglie cercano. Piuttosto sono la paura della malattia e la solitudine a far esitare i genitori. Le difficoltà di ordine pratico, umano e spirituale sono innegabili, ma proprio per questo azioni pastorali più incisive sono urgenti e necessarie per sostenere coloro che accolgono dei figli malati. Bisogna, cioè, creare spazi, luoghi e “reti d’amore” ai quali le coppie si possano rivolgere, come pure dedicare tempo all’accompagnamento di queste famiglie». Fonte.www.avvenire.it
Oms:prezzo dei farmaci
Quotidiano Sanità,   25/05/2019
L’appello di Msf all’Assemblea Oms: “I farmaci non sono un lusso. Approvare risoluzione italiana su trasparenza dei prezzi” Se la proposta presentata dall’Italia all’Assemblea Oms in corso a Ginevra venisse approvata, si arriverebbe ad un opportuno equilibrio di contrattazione tra i singoli Governi e le aziende farmaceutiche, portando una notevole riduzione dei prezzi e un maggiore accesso alla salute a livello globale. Risultati che però non interessano a paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Giappone e Svizzera che si sono detti contrari ad alcune parti cruciali del testo. 25 MAG - A Ginevra si sta giocando una partita chiave per il futuro dell’accesso ai farmaci, un problema in crescita anche in Europa. Tra pochi giorni sapremo se la risoluzione sulla trasparenza e riduzione del prezzo dei medicinali, presentata dall’Italia, verrà approvata o meno dall’Assemblea Mondiale della Sanità. In ballo c’è il futuro di tante persone affette da malattie mortali se non curate come l’epatite C, la fibrosi cistica e alcune forme di tumore. Medici Senza Frontiere (MSF) sta seguendo da vicino i lavori, concentrando i suoi sforzi affinché tra malato e farmaco non possa mai mettersi di mezzo un ostacolo economico. Perché un farmaco, salvavita o meno, troppo caro, è un’autentica beffa per chi combatte contro la malattia.   Se la proposta di risoluzione presentata dall’Italia venisse approvata, si arriverebbe ad un opportuno equilibrio di contrattazione tra i singoli Governi e le aziende farmaceutiche, portando una notevole riduzione dei prezzi e un maggiore accesso alla salute a livello globale. Risultati che però non interessano a paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Giappone e Svizzera che si sono detti contrari ad alcune parti cruciali del testo. Per i loro governi è preferibile continuare a favorire l’opacità nelle contrattazioni con le imprese farmaceutiche che, attraverso i brevetti, consolidano i loro monopoli e ostacolano la concorrenza. Peccato che sia proprio la totale mancanza di trasparenza sui costi di ricerca sviluppo e produzione di un farmaco a consentire alle multinazionali farmaceutiche di imporre prezzi esorbitanti e arbitrari. E oltre ad ostacolare la nascita di un mercato competitivo soprattutto per i farmaci di ultima generazione, questi costi esorbitanti pesano enormemente sui bilanci dei singoli stati.   Vista con gli occhi del singolo individuo questa situazione è ancor più inaccettabile. Chi sarebbe disposto a fare la spesa in un supermercato che non mostra i prezzi dei suoi prodotti? Nessuno. Eppure è proprio questa la dinamica che si verifica in alcuni paesi dove i prezzi dei farmaci sono gestiti in modo selvaggio dalle società farmaceutiche. È il caso del farmaco anti-Epatite C, noto con il nome commerciale di Sovaldi: dalla sua approvazione e immissione sul mercato nel 2014 continua a essere razionato da diversi governi europei a causa del prezzo elevato che, in alcuni casi, raggiunge ancora i 20.000 euro per ciclo terapeutico. Oggi MSF, nei contesti in cui lavora, fornisce il farmaco generico equivalente (Sofosbuvir) a 75 euro per ciclo terapeutico, una differenza di prezzo sostanziale che rivela la natura arbitraria con cui le case farmaceutiche fissano il costo dei loro prodotti con l’unico obiettivo di massimizzare i profitti. La stessa sorte tocca ad alcuni trattamenti antitumorali di ultima generazione a loro volta razionati o riservati a casi specifici, o ad altri farmaci, come l’Orkambi per la fibrosi cistica che resta di difficile accesso per molti pazienti di alcuni Paesi Europei.   Da oltre 20 anni, MSF è testimone di come gli elevati prezzi dei farmaci limitino l'accesso a trattamenti salvavita necessari a milioni di persone nei paesi in via di sviluppo. Solo grazie alla concorrenza dei farmaci generici è stato possibile ridurre il costo degli antiretrovirali per il trattamento dell'HIV/AIDS da più di 10.000 dollari per paziente all'anno nel 2.000 a meno di 100 dollari oggi. Questa forte riduzione dei prezzi ha permesso di fornire trattamenti contro l'HIV a oltre 22 milioni di persone in tutto il mondo.   Il problema del costo dei farmaci è strettamente legato a quello della trasparenza delle case farmaceutiche. La ricerca, lo sviluppo e i costi di produzione dei medicinali restano avvolti da un mistero che consente alle multinazionali farmaceutiche di imporre prezzi esorbitanti e arbitrari.  È ora di aprire la “scatola nera”.       Anche nel caso della concessione di un brevetto, è importante ricordare come quasi sempre i prodotti innovativi siano il risultato di un importante impegno collettivo di enti pubblici, filantropici e privati che includono ricercatori, finanziatori, medici e pazienti, il cui risultato finale non dovrebbe essere a esclusivo vantaggio e controllo delle imprese farmaceutiche.   MSF ha voluto attivarsi per identificare alcune possibili soluzioni dimostrando che svolgere un’attività di ricerca e sviluppo volta ai bisogni di salute pubblica è possibile. Lo ha fatto avviando un processo di dialogo con la comunità scientifica e con esperti internazionali in materia di salute e dando vita alla Drugs for Neglected Diseases Initiative (DNDi), una realtà non-profit il cui obiettivo è quello di individuare terapie efficaci ed accessibili adatte ai contesti privi di solide strutture sanitarie.   In questi giorni, nel cuore dell’Europa, si decide la sorte di milioni di pazienti in tutto il mondo. I paesi partecipanti alla 72ª Assemblea mondiale dell’OMS hanno l’opportunità di dimostrare la propria volontà politica nell’ambito della salute pubblica promuovendo e sviluppando politiche di intervento che possano sostenere l'innovazione, garantendo al contempo l'accesso delle persone ai farmaci di cui hanno bisogno a prezzi equi. Dal punto di vista giuridico lo possono fare e da una prospettiva morale e politica, hanno il dovere di farlo. Un compromesso al ribasso sulla risoluzione italiana continuerebbe a non assicurare alla popolazione mondiale un accesso adeguato a farmaci. Curarsi non può mai essere un lusso.   Silvia Mancini Epidemiologa e advocacy officer di MSF Fonte.www.quotidianosanità.it
Europa:salute
Quotidiano Sanità,   25/05/2019
Elezioni europee. “L’Europa ha fatto e può fare molto per la salute. Ma dipende anche dal tuo voto”. Intervista al Dg Salute Ue, Anne Bucher In un’intervista pubblicata sul sito della commissione Ue la direttrice della Salute e della sicurezza alimentare) discute su come il nuovo Parlamento europeo avrà un impatto sulle politiche dell'UE, in particolare sulla salute e, soprattutto, sulla vita dei cittadini. "Gli Stati membri sono i principali responsabili della salute dei loro cittadini, ma una recente indagine Eurobarometro ha rilevato che il 70% dei cittadini europei vuole che l'UE svolga un ruolo più incisivo e non dobbiamo accontentarci di quello che l'Europa ha realizzato". 25 MAG - “Il voto è la pietra angolare della democrazia. Il nuovo Parlamento europeo avrà un'influenza notevole su molti aspetti della nostra vita, compresa la salute”. A parlare è Anne Bucher, direttrice generale della DG SANTE (direzione generale della Salute e della sicurezza alimentare) che discute sul sito della commissione Ue su come il nuovo Parlamento europeo avrà un impatto sulle politiche dell'UE, in particolare sulla salute e, soprattutto, sulla vita dei cittadini.   Qual è il legame tra le elezioni europee e la salute? Il voto è la pietra angolare della democrazia. Il nuovo Parlamento europeo avrà un'influenza notevole su molti aspetti della nostra vita, compresa la salute.   Negli ultimi cinque anni il Parlamento europeo ha fatto sentire chiaramente la sua voce, auspicando un'ambiziosa politica sanitaria dell'UE che faccia la differenza. Ciò è stato fatto sottolineando la necessità di affrontare la resistenza antimicrobica, chiedendo un'azione per garantire l'accesso a prezzi ragionevoli ai medicinali essenziali e sostenendo e adottando una normativa importante proposta dalla Commissione sulla valutazione delle tecnologie sanitarie e sui medicinali veterinari. L'UE continua poi a fissare norme di sicurezza a tutela dei cittadini, ad esempio attraverso la legislazione alimentare generale.   Inoltre, anche i deputati al Parlamento europeo sono importanti ambasciatori dell'UE. Quando si trovano di fronte alle loro circoscrizioni d'origine, spiegano quanto sia importante cooperare tra gli Stati membri, in particolare nel settore della salute. Spetta agli elettori decidere se vogliono che continui a essere così. Ecco perché è importante che i cittadini utilizzino il loro voto per influenzare il nostro futuro.   Queste attività riguardano principalmente la direzione generale della Salute e della sicurezza alimentare? In qualità di direttrice generale della DG SANTE, sono molto orgogliosa del nostro lavoro e dei risultati che abbiamo ottenuto. Grazie ai nostri compiti quotidiani, sono state create reti di riferimento europee che aiutano i pazienti affetti da malattie rare, sono disponibili screening tempestivi dei tumori in tutta l'UE e viene fornita assistenza nelle crisi mediche, come nel caso dell'epidemia di Ebola nel 2015. Aiutiamo anche le scuole a mettere a fornire pasti sani e a incoraggiare i bambini a fare più attività fisica.   Per fare tutto ciò, dipendiamo da un bilancio, deciso dal Parlamento europeo e dagli Stati membri. Abbiamo quindi bisogno del sostegno e dell'incoraggiamento dei deputati europei a continuare questo importante lavoro.   Gli Stati membri sono i principali responsabili della salute dei loro cittadini, ma una recente indagine Eurobarometro ha rilevato che il 70% dei cittadini europei vuole che l'UE svolga un ruolo più incisivo. L'inquinamento atmosferico, la sicurezza alimentare, i pesticidi, l'inquinamento idrico, la sicurezza sul lavoro, i trasporti, l'edilizia e persino gli ingredienti nei prodotti cosmetici incidono sulla nostra salute. Tutte le direzioni generali dell'UE apportano benefici concreti per affrontare queste minacce transfrontaliere.   Cosa vorrebbe dire agli elettori? Non dobbiamo accontentarci di quello che l'Europa ha realizzato. In quanto cittadini dell'UE godiamo di molti vantaggi, come poter viaggiare da un paese all'altro senza passaporto, vivere, studiare e lavorare in altri Stati membri dell'UE. Non dobbiamo preoccuparci di poterci sentire male quando mangiamo fuori o compriamo generi alimentari. Mangiamo senza preoccupazioni prodotti alimentari provenienti da tutto il mondo grazie ai nostri controlli sulle importazioni. Poiché i vaccini funzionano molto bene e hanno fatto scomparire numerose malattie dall'Europa, per alcuni non sono più necessari. Niente affatto!   La stessa cosa vale per l'UE. Dobbiamo riconoscere e apprezzare tutto quello che l'UE ha fatto e quanto perderemmo se smettesse di lavorare per noi. In quanto cittadini dell'UE abbiamo il diritto e la responsabilità di partecipare al processo politico. Spero che tutti noi faremo valere il diritto di voto e che l'affluenza alle urne sia molto alta! Fonte.www.quotidianosanità.it
Privato accreditato
Quotidiano Sanità,   24/05/2019
I medici del privato accreditato non possono prescrivere farmaci e visite a carico del Ssn. Tar annulla delibera della Regione Piemonte Accolto il ricorso dei sindacati e annullata la deliberazione della Giunta regionale del 22 giugno 2018. Per i giudici non esiste una norma che attribuisca alle Regioni il potere di “abilitare” ad effettuare prescrizioni a carico del Ssn medici diversi da quelli già previsti nella normativa nazionale in materia, e cioé quelli a rapporto di convenzione oppure dipendenti del Ssn abilitati a prescrivere prestazioni a carico del Ssn. LA SENTENZA 24 MAG - Il Tar di Torino ha accolto il ricorso dello Smi, a cui si era affiancato ad adiuvandum l’Anaao Assomed, ed ha annullato la deliberazione della Giunta regionale 22 giugno 2018, n. 40-7097, che estendeva ai medici specialisti delle strutture private accreditate la possibilità di prescrivere visite, esami e farmaci ai pazienti a carico del servizio sanitario. Per i giudici non esiste una norma che attribuisca alle Regioni il potere di “abilitare” ad effettuare prescrizioni a carico del Ssn medici diversi già previsti nella normativa nazionale in materia. Tra le motivazioni nella sentenza, i giudici citano il disciplinare tecnico allegato alla normativa attuativa dell’art. 11 del decreto legge n. 78/2010, contenuta nel decreto 2 novembre 2011, che “qualifica in modo chiaro come Medici prescrittori i ‘soggetti aventi un rapporto di convenzione con il SSN oppure dipendenti di Strutture sanitarie pubbliche abilitati a prescrivere prestazioni a carico del SSN e SASN’”. Nel disciplinare tecnico, osservano ancora i giudici amministrativi, “si definiscono poi separatamente le Strutture di erogazione dei servizi sanitari (terminologia peraltro ripresa dall’art 50 comma 5 del decreto legge n. 269/2003) quali ‘strutture sanitarie accreditate con il servizio sanitario nazionale identificate mediante la codifica del Ministero della salute, abilitate a erogare prestazioni a carico del SSN’. La norma pertanto ben distingue l’attività di prescrizione da quella di erogazione dei servizi sanitari, attività quest’ultima che può essere esercitata anche dalle strutture private accreditate. Il decreto dunque non conferisce alla “Struttura di erogazione” ed ai sanitari che vi lavorano un potere prescrittivo generale”. Simile ragionamento per il decreto ministeriale 17 marzo 2008 “Revisione del decreto ministeriale 18 maggio 2004, attuativo del comma 2 dell'articolo 50 della legge n. 326 del 2003 (Progetto tessera sanitaria), concernente il modello di ricettario medico a carico del Servizio sanitario nazionale” che – si legge nella sentenza- “a parere della Regione Piemonte, nel disciplinare la tipologia medico prescrittore ricette SSN prevedrebbe anche i medici specialisti delle strutture private accreditate”, mentre secondo i giudici “la norma dispone solo che ‘presso’ tutti i tipi di struttura ivi indicati, per le prescrizioni delle prestazioni sanitarie con onore a carico del Servizio Sanitario Nazionale, si possano utilizzare solo i ricettari le cui caratteristiche sono fissate dal disciplinare tecnico allegato”. Per quanto riguarda il richiamo al comma 2 dell’art. 8 bis del decreto legislativo 502/1992, che così dispone: “I cittadini esercitano la libera scelta del luogo di cura e dei professionisti nell'ambito dei soggetti accreditati con cui siano stati definiti appositi accordi contrattuali. L'accesso ai servizi è subordinato all'apposita prescrizione, proposta o richiesta compilata sul modulario del Servizio sanitario nazionale”, il Tar di Torino evidenzia come “ci si limita ad osservare che il fatto che il singolo cittadino possa scegliere il professionista nell’ambito dei soggetti accreditati non significa che tutti i medici che lavorano in strutture accreditate siano abilitati al rilascio di prescrizioni sanitarie a carico del SSN”. Nella deliberazione impugnata si richiama poi l’art.15 decies del decreto legislativo n. 502/1992, recante “Obbligo di appropriatezza”, dove si prevede che “I medici ospedalieri e delle altre strutture di ricovero e cura del Servizio Sanitario Nazionale, pubbliche o accreditate, quando prescrivono o consigliano medicinali o accertamenti diagnostici a pazienti all’atto della dimissione o in occasione di visite ambulatoriali, sono tenuti a specificare i farmaci e le prestazioni erogabili con onere a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Il predetto obbligo si estende anche ai medici specialisti che abbiano comunque titolo per prescrivere medicinali e accertamenti diagnostici a carico del Servizio Sanitario Nazionale”. “Ebbene – osserva il Tar -, tale norma non prevede in via generale che tutti i medici delle strutture accreditate – solo per il fatto di lavorare presso tali strutture - possano prescrivere medicinali e accertamenti”:   Il Tribunale Amministrativo Regionale, pertanto, definitivamente pronunciandosi sul ricorso, “ lo accoglie nei termini di cui in motivazione e, per l’effetto, annulla la deliberazione della Giunta regionale 22 giugno 2018, n. 40-7097”. Fonte.www.quotidianosanità.it
Over 65
Quotidiano Sanità,   23/05/2019
Over 65: uno su tre rappresenta una risorsa per i propri familiari o per la collettività  È quanto riporta l'indagine Passi d'argento dell'Iss. Il 19% si prende cura di congiunti, il 14% lo fa prendendosi cura di familiari o amici, con cui non vive, e il 5% partecipa ad attività di volontariato. Questa capacità/volontà è prerogativa femminile ma si riduce notevolmente con l’avanzare dell’età, è minore fra le persone meno istruite o con difficoltà economiche. 23 MAG - "In Passi d’Argento (sistema di sorveglianza della popolazione con più di 64 anni del nostro Paese, ndr), la partecipazione alla vita sociale è indagata attraverso diversi aspetti che si intersecano e si sovrappongono fra loro e che contemplano la dimensione economica (la partecipazione ad attività lavorative retribuite), quella civile (la partecipazione ad attività no-profit che però hanno anche un valore economico e sociale, come l’offerta di aiuto o accudimento di familiari o amici o conoscenti o attraverso attività di volontariato), quella sociale intesa come partecipazione a eventi sociali, o quella culturale come la partecipazione a corsi di formazione per la propria crescita individuale". È quanto si legge in una nota di Epicentro, portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica a cura dell'Istituto superiore di sanità.   "Il concetto di 'anziano-risorsa', che l’Oms definisce già nel 1996 - prosegue la nota -, parte da una visione positiva della persona, in continuo sviluppo e in grado di contribuire, in ogni fase della vita, alla crescita individuale e collettiva. L’anziano 'risorsa' viene identificato come colui che partecipa ad attività per mantenere la salute fisica e mentale, accrescere la qualità delle relazioni interpersonali e migliorare la qualità della propria vita, contribuendo a ridurre il livello di dipendenza dagli altri e allo stesso tempo rappresentando una risorsa per la collettività".   "Passi d’Argento 'misura' il contributo che gli ultra 65enni offrono alla società fornendo sostegno all’interno del proprio contesto familiare, e della comunità, attraverso due domande che indagano se l’intervistato nei 12 mesi precedenti abbia accudito o fornito aiuto a parenti o amici, conviventi o non conviventi. Una terza domanda - spiega la nota - raccoglie informazioni su attività di volontariato svolte a favore di anziani, bambini, persone con disabilità, presso ospedali, parrocchie, scuole o altro. Accanto a queste domande, ve ne sono altre inerenti la partecipazione a eventi sociali, come gite o soggiorni organizzati, o a corsi di formazione".   "Quasi 1 persona su 3 (28%) rappresenta una risorsa per i propri familiari o per la collettività: il 19% si prende cura di congiunti, il 14% lo fa prendendosi cura di familiari o amici, con cui non vive, e il 5% partecipa ad attività di volontariato. Questa capacità/volontà è prerogativa femminile ma si riduce notevolmente con l’avanzare dell’età - aggiunge la nota -, è minore fra le persone meno istruite o con difficoltà economiche. Nelle P.A. di Bolzano e Trento la quota di 'anziano risorsa' è la più alta".   "La partecipazione ad eventi sociali, come gite o soggiorni organizzati o la frequentazione di corsi di formazione coinvolge poco più di 2 persone su 10: il 23% degli ultra 65enni ha partecipato a uno di questi eventi, per lo più gite e soggiorni dal momento che meno del 2% frequenta un corso di formazione (come corsi di inglese, cucina, uso del computer, o percorsi presso università della terza età). La partecipazione a questi eventi sociali - prosegue la nota - si riduce con l’età (se coinvolge 1 persona su 3 prima dei 75 anni, vede coinvolte solo 1 persona su 15 dopo gli 85 anni) e comunque coinvolge meno le persone con bassa istruzione o con difficoltà economiche, le donne meno degli uomini, le persone di cittadinanza italiana meno dei cittadini italiani. Non c’è un significativo gradiente geografico, la maggiore partecipazione sociale è nelle due P.A. di Bolzano e Trento".   "Svolgere un’attività lavorativa retribuita è poco frequente (6%): è prerogativa di persone con un più alto titolo di studio - conclude la nota -, residenti nel Nord del Paese".   Fonte.www.quotifianosanità.it
Inps
Quotidiano Sanità,   23/05/2019
Il neo Presidente Inps Pasquale Tridico chiede 50 milioni di euro per ricostituire un “Polo medico” nell’istituto. Per tornare ai livelli degli anni ’80 servirebbero 1.400 medici in più Lo ha detto intervenendo in audizione alla Camera nei giorni scorsi sottolineando che l'Inps eroga a seguito di decisioni del medico circa 50 miliardi di euro l'anno di prestazioni, tra invalidità, malattia e altro. Per gestire una tale massa di prestazioni non possono bastare i medici attualmente in organico. Secondo Tridico bisogna superare la logica delle convenzioni annuali mettendo a sistema accordi convenzionali stabili sul tipo di quelle in vogore per la medicina ambulatoriale o generale.  23 MAG - Investire 50 milioni di euro nella prossima legge di Bilancio per finanziare convenzioni a tempo indeterminato sul tipo di quelle dei medici ambulatoriali o di medicina generale per dar vita ad un “Polo medico Inps” che sappia intermediare al meglio i 50 miliardi di prestazioni erogate ogni anno dall'Isitituto a seguito di decisioni dei medici, dall'invalidità alla malattia. Questa la richiesta di Pasquale Tridico intervenuto nei giorni scorsi in audizione alle Commissioni Lavoro di Camera e Senato che hanno dato il via libera alla sua nomina in qualità di Presidente Inps sancita poi nel Cdm del 21 maggio scorso.   "Sulla questione medica - ha detto Tridico rispondendo a un quesito di uno dei parlamentari - un istituto così importante come l'Inps che intermedia 50 miliardi di euro attraverso i medici può contare solo su 453 medici al confronto dei 1.800 attivi negli anni '80, quando i medici Inps intermediavano molto di meno e non c'erano tante prestazioni quante oggi".   Per far fronte a questa carenza di organici Tridico ha spiegato che si avanti attraverso contratti precari annuali rinnovati di anno in anno. "Abbiamo così perso una tradizione medica importante in Inps" - ha detto. Una situazione da superare, secondo il neo presidente Inps che ha già avviato un tavolo di confronto con i sinadacati medici ("molto forti ma evidentemente non così tanto se gli organici medici Inps sono passati da 1.800 a 453", ha deto Tridico facendo riferimento ai sindacati). "Con loro ho stipulato un patto: hanno ritirato i loro ricorsi per comportamenti antisindacali e ci siamo messi tutti seduti intorno ad un tavolo per dare il via ad una discussione su temi importanti come quello del polo medico", ha spiegato ai parlamentari.    "E se è vero come è vero che l'Inps intermedia 50 miliardi di euro di prestazioni per invalidità e per altre prestazioni attraverso i medici, è giusto che ci sia presso l'Istituto un polo medico importante. Oggi Inps fa anche visite fiscali, non era così fino a qualche anno fa. E lo facciamo con medici che prendiamo per strada, a contratti che rinnoviamo di anno in anno. L'ultimo per medici in Inps risale al 1989, poco prima della caduta del muro di Berlino. Da allora in poi, solo convenzioni a tempo determinato. Quella che vorrei fosse l'ultima l'ho firmata lo scorso aprile per assumere 1.404 medici al fine di intermediare queste prestazioni, e che scadrà il 31 maggio 2020", ha aggiunto Tridico.   "Spero che entro il prossimo anno, possibilmente con la prossima legge di Bilancio, si riesca a risolvere il problema con una convenzione a tempo indeterminato con i medici che possa permettere di gestire al meglio quei 50 miliardi di prestazioni. Questa operazione necessiterà di un investimento di 50 milioni. Basterebbe che il Mef riducesse per lo stesso importo le richieste all'Inps di 700 milioni all'anno di spending review. In questo modo l'Istituto riuscirebbe a finanziare questo nuovo Polo medico che vorrei vedesse la luce entro il 2020", ha concluso il presidente Inps.       Giovanni Rodriquez Fonte.www.quotidianosanità
Confindustria:ridurre tasse
Quotidiano Sanità,   22/05/2019
La ricetta di Confindustria per abbassare le tasse: “Classi più abbienti paghino di più per sanità, università e trasporti pubblici locali” La proposta avanzata questa mattina dal presidente Vincenzo Boccia nella sua relazione in apertura dell’Assemblea generale dell’associazione dell’industria italiana, presenti i presidenti della Repubblica Mattarella e del Consiglio Conte e il vice premier Di Maio. “Ragioniamo su una maggiore compartecipazione alla spesa pubblica per le classi più abbienti, partendo da sanità, università e trasporto pubblico locale, per finanziare una generale riduzione del carico fiscale”. 22 MAG - Relazione nel segno dell’ottimismo e dell’orgoglio sul made in Italy a 360 gradi, almeno in chiave comunicativa, quella che ha aperto stamattina l’Assemblea generale della Confindustria a Roma alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella e del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, presente anche il ministro dello Sviluppo Economico e vice premier Luigi Di Maio.   Nelle 25 cartelline del suo speech il presidente degli industriali italiani Vincenzo Boccia ha spaziato dalla situazione interna alla sfida delle prossime elezioni europee, auspicando “un’Europa più coesa e forte che possa competere alla pari con giganti come Cina e Stati Uniti. Perché la competizione non è più tra Paesi d’Europa, ma tra l’Europa e il mondo esterno”.   “Come pensiamo, altrimenti, - si chiede Boccia - che un Paese di 60 milioni di abitanti possa da solo confrontarsi con chi di abitanti ne ha più di un miliardo? Se qualcuno pensa il contrario deve dimostrare che esiste un modo credibile di difendere l’interesse nazionale italiano in un contesto diverso”.   Per tutta la relazione il mood è quello di uno sprone a recuperare l’ottimismo e la voglia di emergere delle generazioni passate che hanno fatto grande l’Italia del dopo guerra.   “Quale Italia troverà fra 20 anni un bambino che nasce oggi dipenderà dalle scelte che faremo noi, adesso. Dalle politiche economiche e dai cambiamenti culturali che tutta la società italiana – istituzioni, famiglie, imprese – avrà avviato”, sottolinea Boccia rimarcando subito dopo “l’urgenza di agire in questo delicato frangente della vita nazionale, sospesi tra il rischio di un destino declinante e la possibilità di riattivare una piena ripresa”.   E la Confindustria sente di dovere e volere “agire perché crediamo in questa Italia, lasciando da parte i tatticismi e invitando la politica ad allungare e allargare lo sguardo”.   “Più lavoro, più crescita e meno debito pubblico restano gli obiettivi che una sana politica economica deve perseguire. Con gli ultimi due come precondizioni per raggiungere il primo: la vera priorità è creare più lavoro a partire dai giovani”, ha detto il presidente di Confindustria.   E in proposito Boccia ha proposto di avviare “una spending review di legislatura con meccanismi premiali per i funzionari che generano efficienza. Una spending review non destinata solo a operare tagli e a reperire risorse, ma a migliorare la qualità della spesa”.   Ma per Boccia serve anche più impegno diretto in termini economici da parte delle classi più abbienti: “Ragioniamo su una maggiore compartecipazione alla spesa pubblica per le classi più abbienti, partendo da sanità, università e trasporto pubblico locale, per finanziare una generale riduzione del carico fiscale”, ha detto.   E infine anche un riferimento alla partita dell’autonomia differenziata. “Facciamo dell’autonomia differenziata una leva di competitività ed efficienza, oltre che di valorizzazione delle peculiarità regionali, salvaguardando la visione unitaria e l’interesse nazionale su questioni strategiche per l’economia, come l’energia o le infrastrutture. Ma anche le esigenze di solidarietà e perequazione tra territori, a garanzia del principio di uguaglianza”, è la ricetta del presidente di Confindustria su uno dei temi più conflittuali dell’odierna maggioranza di Governo.    Fonte.www.quotidianosanità.it
Cassazione:amministratore di sostegno
Quotidiano Sanità,   22/05/2019
Cassazione. Anche se in grado di intendere e di volere, il paziente può scegliere comunque di nominare l’amministratore di sostegno al quale delegare le decisioni sulle sue cure future A deciderlo è la Corte di Cassazione che, con l’ordinanza 12998/2019, ha respinto le sentenze del Tribunale prima e della Corte d’appello poi secondo cui la persona pienamente in grado di esprimersi, in questo caso un Testimone di Geova affetto da malformazione atero venosa che può provocare crisi emorragica e stato di incoscienza, non avrebbe potuto delegare qualcuno a decidere per lui. L'ORDINANZA. 22 MAG - L’amministratore di sostegno può essere nominato anche quando il soggetto che lo nomina è pienamente in grado di intendere e di volere, ma sa che per motivi di salute potrebbe non esserlo sempre. E a costui possono essere fin da subito delegati compiti di scelta sull’accettazione o il rifiuto delle eventuali cure salvavita da mettere in atto. A deciderlo è la Cassazione che, con l’ordinanza 12998/2019, ha respinto le sentenze del Tribunale prima e della Corte d’appello poi secondo cui la persona pienamente in grado di esprimersi non avrebbe potuto delegare qualcuno a decidere per lui. Il fatto La moglie di un Testimone di Geova ha chiesto la sua nomina quale amministratore di sostegno del marito che l’aveva già designata a questa funzione con scrittura privata prima e procura speciale poi. Motivo: l’infermità o menomazione psichica o fisica (il marito è affetto da malformazione atero venosa, MAV,  che può provocare crisi emorragica e stato di incoscienza) e l'incidenza di tali condizioni sull'impossibilità del soggetto di provvedere ai propri interessi. La Corte d’Appello però ha ritenuto che il requisito soggettivo per l’amministratore di sostengo riguardi uno “stato di totale incapacità d'intendere e di volere”, mentre la norma contempla il concetto di "infermità", ossia una malattia o patologia fisica o mentale, “non necessariamente involgente una totale incapacità di provvedere ai propri interessi”, che può anche essere parziale e temporanea.   L’ordinanza La Cassazione ha respinto l’interpretazione della Corte d’Appello "… laddove afferma che il presupposto essenziale dell'amministrazione di sostegno, costituito dall'impossibilità del beneficiario, anche parziale e temporanea, di provvedere ai propri interessi, per effetto di una infermità o di una menomazione fisica e/o psichica, sarebbe - nella specie - insussistente. E ciò sulla base del mero rilievo, evidenziato nel provvedimento impugnato, che - il richiedente, comparso personalmente all' udienza, è apparso allo stato pienamente capace di intendere e di volere". La Cassazione precisa poi che l'art. 408 c.c (scelta dell’amministratore di sostegno) ammette la nomina preventiva dell'amministratore di sostegno in vista della propria futura incapacità, espressione "del principio di autodeterminazione della persona, in cui si realizza il valore fondamentale della dignità umana". “Né il rifiuto delle terapie medico-chirurgiche, anche quando conduce alla morte – ricorda la Cassazione -  può essere scambiato per un'ipotesi di eutanasia, (omicidio del consenziente, art. 579 c.p., o aiuto al suicidio, art. 580 c.p.), ossia per un comportamento che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte, giacché tale rifiuto esprime piuttosto un atteggiamento di scelta, da parte del malato, che la malattia segua il suo corso naturale. “Il consenso informato – sottolinea la Cassazione - ha come correlato la facoltà non solo di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma, atteso il principio personalistico che anima la nostra Costituzione (la quale vede nella persona umana un valore etico in sé e guarda al limite del ‘rispetto della persona umana’ in riferimento al singolo individuo, in qualsiasi momento della sua vita e nell'integralità della sua persona, in considerazione del fascio di convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche che orientano le sue determinazioni volitive) e la nuova dimensione che ha assunto la salute (non più intesa come semplice assenza di malattia, ma come stato di completo benessere fisico e psichico, e quindi coinvolgente, in relazione alla percezione che ciascuno ha di sé, anche gli aspetti interiori della vita come avvertiti e vissuti dal soggetto nella sua esperienza), altresì di eventualmente rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale”. Secondo la Cassazione “ciò assume connotati ancora più forti, degni di tutela e garanzia, laddove il rifiuto del trattamento sanitario rientri e sia connesso all'espressione di una fede religiosa il cui libero esercizio è sancito dall'art. 19 Cost”. La Corte europea dei diritti dell’uomo, ricorda la Cassazione, ha riconosciuto il diritto di rifiutare le terapie salvavita anche in anticipo se il soggetto è pienamente capace di intendere e di volere. Quindi secondo la Cassazione, la Corte d’Appello sbaglia rigettando il reclamo dei coniugi ritenendo necessaria un'autonoma azione di accertamento perché, “a causa della perdita di coscienza provocata dalle emorragie tipiche dalla MAV, egli non sarebbe in grado di esprimere un rifiuto o un consenso consapevole alle trasfusioni salvavita”. Tutto questo anche alla luce del fatto che dalla certificazione il marito risulta "ben consapevole del rischio di morte che corre in caso di shock emorragico violento, e che - essendo Testimone di Geova fin dal 1982 - nell'evenienza tali crisi, in special modo se sedato, non potrebbe in alcun modo manifestare il proprio dissenso alla terapia trasfusionale". “Peraltro – precisa la Corte nell’ordinanza -  la motivazione adottata dalla Corte d'appello appare anche contraddittoria nell'affermare che la procedura diretta alla nomina dell'amministratore di sostegno non sia funzionale alla tutela del diritto avente a oggetto il rifiuto di essere sottoposto ad un trattamento terapeutico, e che essa richiederebbe invece l'esercizio di un'autonoma azione di accertamento, in quanto tale azione, nella fattispecie in esame, seppure esperita dal marito, non garantirebbe, di per sé, la realizzazione del diritto fatto valere, poiché, nell'ipotesi dell'evenienza delle paventate crisi emorragiche, egli sarebbe verosimilmente privo della capacità di agire e necessiterebbe comunque della nomina di un rappresentante legale - anche nella qualità di amministratore di sostegno - il quale, in nome e per conto dell'interessato, esprima il diniego attuale del trattamento fondato su trasfusioni ematiche”. Per questo la cassazione ha respinto la decisione della Corte d’Appello a cui ha rinviato, in altra composizione,  il ricorso, anche per quanto riguarda le spese del grado di legittimità. Fonte.www.quotidianosanità.it
Corte dei conti:Onaosi
Quotidiano Sanità,   21/05/2019
Onaosi. Corte dei conti certifica utile di 94 mila euro. Ma avverte: “Vanno ridotti i costi di funzionamento della Fondazione” I giudici contabili nella loro verifica annuale rimarcano come l’utile dell’esercizio del 2017 è da ricondurre all’andamento del saldo delle partite finanziarie, che, sia pur in decremento, ha sostenuto le attività della Fondazione mediante i proventi degli investimenti in titoli. E poi l’avviso: “Continuano ad essere molto elevati i costi di funzionamento della Fondazione”. IL DOCUMENTO 21 MAG - “Dai documenti pervenuti si evince che la Fondazione ha garantito l’accoglimento di un numero di domande di assistenza molto elevato, i cui costi si sono attestati sul valore di 17 milioni di euro, ciò, a fronte di una flessione del numero degli iscritti e, quindi, dei proventi della contribuzione, che nell’esercizio in esame è diminuita ulteriormente, appostandosi all’importo di circa euro 22,5 milioni. Continuano ad essere molto elevati i costi di funzionamento della Fondazione, anche se nell’anno in esame, anche a seguito dei rilievi mossi nello scorso referto da questa Corte, i medesimi hanno registrato una contrazione di poco più di 4 milioni di euro, raggiungendo, comunque, il considerevole importo totale di oltre 37 milioni di euro”. È quanto rileva la Corte dei conti nella verifica dell’esercizio 2017 dell’Onaosi.   “L’incidenza dei costi – rileva la Corte - delle prestazioni sul totale dei costi di funzionamento pari a poco più del 45 per cento, induce nuovamente questa Corte a richiamare l’attenzione degli organi della Fondazione sui costi complessivi, continuando nello sforzo già intrapreso nel 2017 verso una loro ulteriore diminuzione e associando a questa iniziativa anche quella volta alla ricerca di nuove fonti di entrate”.   “Dalla documentazione inviata di recente – rimarca la Corte - si è a conoscenza della volontà di aumentare l’aliquota della contribuzione necessaria e l’importo di quella volontaria, come pure della decisione di completare il quadro di dismissione degli immobili non strumentali che ancora nell’esercizio in esame non è stato realizzato. In tal modo si consentirebbe alla Fondazione di conseguire il pareggio di bilancio nell’area di conto economico della gestione caratteristica e di quella finanziaria dei soli proventi correnti, in linea con il generale impegno richiesto a tutti gli enti previdenziali o assistenziali privatizzati”.     “Nell’esercizio 2017 – si legge nella verifica - i dati di consuntivo evidenziano un utile di esercizio di euro 94.880, anche per quest’anno in diminuzione rispetto a quello dell’esercizio precedente, pari a euro 357.620 A fronte di un risultato negativo della gestione caratteristica (euro 10.962.594) che migliora rispetto al 2016 (euro 14.530.594) rimanendo comunque negativo, l’utile dell’esercizio del 2017 è da ricondurre all’andamento del saldo delle partite finanziarie, che, sia pur in decremento, (da euro 15.964.143 nel 2016 a euro 12.122.888 dell’esercizio in esame), ha sostenuto le attività della Fondazione mediante i proventi degli investimenti in titoli”.   Dalle risultanze istruttorie è “emerso che l’Ente è, quindi, alla ricerca di flussi cedolari annui tali da assicurare l’equilibro del bilancio. A tal proposito si evidenzia che il risultato della gestione finanziaria ha registrato una plusvalenza di circa 8 milioni di euro derivanti dalla vendita di titoli acquistati a prezzi molto inferiori negli scorsi esercizi, grazie ad una congiuntura particolarmente favorevole. La relazione Covip del 2017, redatta ai sensi dell’art. 2, c. 1, del d.m. 5 giugno del 2012, evidenzia un rendimento netto a valori di mercato della gestione finanziaria sia mobiliare che immobiliare pari al 2,77 per cento (nel 2016 era stato pari a 0,89 per cento) Il valore del patrimonio netto, nell’esercizio considerato, aumenta da euro 357.490.677 a euro 357.585.556 nel 2017 pari all’utile realizzato”.   “Risulta elevato – precisano i giudici contabili - l’importo della voce contabile dei crediti che si conferma in oltre 11 milioni di euro, la cui quota più rilevante è quella relativa ai crediti contributivi da pubbliche amministrazioni. I debiti nel 2017 ammontano a 3.989.262 euro (3.560.257 nel 2016) e comprendono principalmente quelli verso fornitori pari a 1.487.315 euro, in leggera diminuzione rispetto al precedente esercizio (1.600.208); la voce altri debiti, pari a 1.369.151 euro, è in leggero aumento rispetto al precedente esercizio.  Dal rendiconto finanziario emerge che, rispetto al 2016, nell’esercizio in esame permane la capacità di affrontare gli impegni finanziari a breve termine e di autofinanziamento dell’Ente, in considerazione del fatto che il flusso finanziario dell’attività operativa, benché sia passato da euro 4.513.478 ad euro 751.685, è rimasto attivo, riflettendosi positivamente nel conto economico e generando la liquidità necessaria per finanziare la gestione futura”.  Fonte.www.quotidianosanità.it
Papa sulla sanità
Quotidiano Sanità,   18/05/2019
Il Papa: “Aziendalizzazione della sanità ha messo in secondo piano l’attenzione alla persona”. Ma ad essere mortificato è anche “chi ci lavora con turni massacranti e stress”. E su obiezione di coscienza: “Compiere con rispetto verso chi la pensa diversamente” Molti i temi toccati oggi dal Pontefice nel suo incontro con l’Associazione cattolica degli operatori sanitari. A partire dal tema della deriva aziendalistica dei servizi sanitari sui quali era già intervenuto anche in altre occasioni. Monito anche sulle condizioni di lavoro in sanità: “In un ambiente dove il malato diventa un numero, anche voi rischiate di diventarlo e di essere “bruciati” da turni di lavoro troppo duri, dallo stress delle urgenze o dall’impatto emotivo”. E infine il riferimento all’obiezione che deve mai diventare “motivo di disprezzo o di orgoglio” da parte di chi la pratica. 17 MAG - “La pratica dell’obiezione di coscienza nei casi estremi in cui sia messa in pericolo l’integrità della vita umana, si basa sulla personale esigenza di non agire in modo difforme dal proprio convincimento etico, ma rappresenta anche un segno per l’ambiente sanitario nel quale ci si trova, oltre che nei confronti dei pazienti stessi e delle loro famiglie”, così Papa Francesco durante il suo incontro con l’Associazione cattolica degli operatori sanitari.   Una scelta da compiere con rispetto. “La scelta dell’obiezione, tuttavia, quando necessaria, va compiuta con rispetto – ha sottolineato il Pontefice -  perché non diventi motivo di disprezzo o di orgoglio ciò che deve essere fatto con umiltà, per non generare in chi vi osserva un uguale disprezzo, che impedirebbe di comprendere le vere motivazioni che ci spingono”.   “È bene invece cercare sempre il dialogo, soprattutto con coloro che hanno posizioni diverse, mettendosi in ascolto del loro punto di vista e cercando di trasmettere il vostro, non come chi sale in cattedra, ma come chi cerca il vero bene delle persone”, ha detto ancora Papa Fracesco che è poi tornato sul tema dell’aziendalizzazione e della deriva di mercato della sanità che aveva già toccato in altre occasioni (vedi i due messaggi papali in occasione della giornata mondiale del malato 2018 e 2019).   “Lo sforzo di trattare i malati come persone, e non come numeri – ha osservato il Papa - deve essere compiuto nel nostro tempo e tenendo conto della forma che il sistema sanitario ha progressivamente assunto”.   “La sua aziendalizzazione – ha sottolineato - che ha posto in primo piano le esigenze di riduzione dei costi e razionalizzazione dei servizi, ha mutato a fondo l’approccio alla malattia e al malato stesso, con una preferenza per l’efficienza che non di rado ha posto in secondo piano l’attenzione alla persona, la quale ha l’esigenza di essere capita, ascoltata e accompagnata, tanto quanto ha bisogno di una corretta diagnosi e di una cura efficace”.   Il sistema sanitario pubblico o privato non può diventare una catena di montaggio. “La guarigione passa non solo dal corpo ma anche dallo spirito, dalla capacità di ritrovare fiducia e di reagire; per cui il malato non può essere trattato come una macchina, né il sistema sanitario, pubblico o privato, può concepirsi come una catena di montaggio. Le persone non sono mai uguali fra loro, vanno capite e curate una per una, come fa Dio: Dio fa così. Questo esige ovviamente da parte degli operatori sanitari un notevole impegno, che spesso non è compreso e apprezzato a sufficienza”, ha detto ancora Francesco.   Che poi si rivolge direttamente agli operatori: “La cura che prestate ai malati, così impegnativa e coinvolgente, esige che ci si prenda cura anche di voi. Infatti, in un ambiente dove il malato diventa un numero, anche voi rischiate di diventarlo e di essere “bruciati” da turni di lavoro troppo duri, dallo stress delle urgenze o dall’impatto emotivo”.   “È quindi importante che gli operatori sanitari abbiano tutele adeguate nel loro lavoro – spiega il Papa – e che ricevano il giusto riconoscimento per i compiti che svolgono e possano fruire degli strumenti adatti per essere sempre motivati e formati”.  Fonte.www.quotidianosanità.it
Anelli sulle parole del Papa
Quotidiano Sanità,   18/05/2019
Anelli (Fnomceo) su parole del Papa: “Un invito ad ascoltare, ad evitare la autoreferenzialità e a promuovere il dialogo” Il presidente dell’Ordine dei medici plaude alle parole del Pontefice che ieri aveva criticato l’aziendalizzazione della sanità. “Ancora una volta, la parola ed il giudizio di Sua Santità sulle derive dell’aziendalizzazione confermano la nostra volontà di ricercare modelli innovativi ove, al posto degli obiettivi economici e della ricerca dell’efficienza fine a se stessa, tornino ad essere prioritari gli obiettivi di salute”. 18 MAG - “È una particolare ma anche straordinaria coincidenza che l’intervento di sua Santità arrivi in concomitanza con l’apertura degli Stati Generali della Professione organizzati dalla Fnomceo. Le sue parole sono un invito ad ascoltare, ad evitare la autoreferenzialità e a promuovere il dialogo. Rispettare i convincimenti etici di tutti significa, anche per noi, rispettare il primato della coscienza in un momento particolare, in cui la nostra società è chiamata a discutere su temi impegnativi come quello, proposto dalla Corte Costituzionale, del suicidio assistito”.  Così il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, accoglie e commenta le parole pronunciate ieri da Papa Francesco in occasione del suo incontro con l’Associazione cattolica degli operatori sanitari. Al centro del discorso del Pontefice, la condanna dell’aziendalizzazione in sanità e il monito sui turni di lavoro troppo duri e sul burnout degli operatori, oltre al riferimento all’obiezione di coscienza, scelta che, sottolineava ieri il Pontefice “nei casi estremi in cui sia messa in pericolo l’integrità della vita umana, si basa sulla personale esigenza di non agire in modo difforme dal proprio convincimento etico, ma rappresenta anche un segno per l’ambiente sanitario nel quale ci si trova, oltre che nei confronti dei pazienti stessi e delle loro famiglie”, ma “va compiuta con rispetto” e “cercando sempre il dialogo, soprattutto con coloro che hanno posizioni diverse”.   “Ancora una volta, la parola ed il giudizio di Sua Santità sulle derive dell’aziendalizzazione confermano la nostra volontà di ricercare modelli innovativi ove, al posto degli obiettivi economici e della ricerca dell’efficienza fine a se stessa, tornino ad essere prioritari gli obiettivi di salute - continua Anelli -. L’aziendalizzazione ha di fatto favorito il task shifting, ossia il trasferimento - per motivi prettamente economici - di alcune competenze dal medico alle altre figure professionali, procurando così un abbassamento della qualità delle prestazioni. Ha determinato l’introduzione degli algoritmi per sostituire, a livello decisionale, i professionisti della salute, annullando ogni tipo di rapporto umano e delegando ad un software le ansie e le speranze dei pazienti. Ha trasformato la relazione di cura in un tempario: solo 10 minuti a visita, oltre diventa uno spreco. Ha prodotto un forte disagio nella professione, spesso chiamata a farsi carico prioritariamente delle esigenze economiche delle aziende sanitarie”.  “Contro queste derive economicistiche - ricorda il presidente Fnomceo - si è scagliata, con la sentenza 8254 del 2011, anche la Corte di Cassazione, che nel richiamare i medici ai loro doveri deontologici, ha sancito che il medico “deve, con scienza e coscienza, perseguire un unico fine: la cura del malato, utilizzando i presidi diagnostici e terapeutici di cui al tempo dispone la scienza medica, senza farsi condizionare da esigenze di diversa natura” e che, siccome “a nessuno è consentito di anteporre la logica economica alla logica della tutela della salute, né di diramare direttive che, nel rispetto della prima, pongano in secondo piano le esigenze dell’ammalato… Il medico non è tenuto al rispetto di quelle direttive, laddove esse siano in contrasto con le esigenze di cura del paziente, e non può andare esente da colpa ove se ne lasci condizionare, rinunciando al proprio compito e degradando la propria professionalità e la propria missione a livello ragionieristico”. “Siamo dunque grati al Sommo Pontefice per aver richiamato all’attenzione di tutti il grave disagio che i professionisti della salute vivono ogni giorno, in un sistema concepito quasi come una catena di montaggio - afferma ancora Anelli -. Quel sistema, dove il “malato diventa un numero”, al pari degli operatori “bruciati da turni di lavoro troppo duri, dallo stress delle urgenze o dall’impatto emotivo”, delegittima il ruolo degli operatori sanitari e diventa terreno di coltura per episodi di violenza e aggressioni”. “Formazione, qualità, autonomia e libertà sono le parole chiave che in queste due prime giornate di studio degli Stati Generali della professione sono risuonate come monito ma anche come auspicio di un cambiamento positivo - conclude il presidemte della Fnomceo -. Le parole del Santo Padre sono per noi non solo di conforto ma anche di sprone e di sostegno a perseguire la strada che abbiamo intrapreso”. Fonte.www.quotidianosanità.it
Stati generali professione medica
Quotidiano Sanità,   17/05/2019
Stati generali professione medica. Anelli (Fnomceo): “La crisi medica? Uno sprone al rilancio”  “Un ‘pit stop’ in cui la professione si ferma a riflettere per rilanciarsi, dimostrando di essere viva e propositiva”. Si è conclusa la due giorni di lavoro “Dalla crisi al nuovo paradigma della medicina” voluta dalla Federazione dei medici per uscire dal guado e recuperare autorevolezza. Cambiamento dei modelli formativi ed etica, quale componente fondamentale della professione, i temi più dibattuti 17 MAG - “Con gli Stati generali abbiamo puntato i riflettori sulla crisi della professione. Una crisi che dobbiamo però tradurre come un ‘pit stop’: un momento in cui la professione si ferma a riflettere per rilanciarsi, prendendo atto delle difficoltà che gravano sul nostro lavoro. Quindi, una crisi di crescita per rilanciare ancora di più la professione medica e renderla sempre più fruibile. E in queste giornate di lavoro è emersa la capacità, la volontà e l’interesse dei medici nel voler dare risposte”.   Con questa parole Filippo Anelli ha chiuso la prima tappa degli Stati generali della professione medica dal titolo eloquente “Dalla crisi al nuovo paradigma della medicina”. L’inizio di un lungo percorso che la Fnomceo ha voluto intraprendere per dare risposte al disagio che la professione sta vivendo e che culminerà, tra un anno, con la stesura della Magna carta della professione medica. Per questo medici, odontoiatri ed esperti si sono confrontati, il 16 e il 17 maggio a Roma, intorno a cinque tavoli di lavoro per mettere nero su bianco analisi e proposte, su temi dirimenti: crisi della medicina; questione medica; crisi della metodologia e crisi dell’epistemologia; il “genere” e la professione medica; errori, insuccessi e responsabilità (le risultanze finali dei tavoli di lavoro sono in fase di limatura e verranno pubblicate nei prossimi giorni).   Non sono pochi i nodi da sciogliere, a partire da quello della formazione. “È sicuramente il primo problema e tutti conveniamo su questo – ha detto Anelli – e l’assenza, anche se giustificata, dell’Università non è casuale. Abbiamo l’esigenza di cambiare modello formativo per rappresentare il medico che vorremmo per il futuro. Un medico che custodisce i valori del passato, ma che sia anche in grado di dare risposte alle tematiche del futuro. Pensiamo all’utilizzo delle innovazioni, dell’intelligenza artificiale: sono sfide che non possono essere ignorate. Soprattutto – ha aggiunto – quello che deve emergere è che l’esercizio della professione non è soltanto scienza, ma qualcosa di più: è anche ‘rapporto’. Lo testimonia il cortometraggio, che vede protagonisti il giovane immigrato Dabo e il suo medico: mostra come la scienza possa diventare potente se supportata da un rapporto forte e intenso con il cittadino. Un rapporto fatto di sentimenti ed emozioni che mettono in moto straordinarie energie. E credo che questo non possa essere ignorato anche sotto il profilo formativo e che debba essere riconsiderato”.   Altra questione dibattuta è il tema dell’etica. “Stanno nascendo tante scuole portate avanti dagli Ordini – ha spiegato Anelli – è un tema che dobbiamo porci e che da senso alle professioni. È la risposta a chi ci vorrebbe solo tecnici della sanità, medici che applicano un algoritmo. Noi non vogliamo essere questo. L’etica diventa quindi una componente fondamentale perché da un significato a quello che facciamo. Concludiamo quindi queste giornate con una professione viva, forte e capace di dare risposte”.   Ester Maragò Fonte.www.quotidianosanità.it
Ocse:investire nell'assistenza primaria
Quotidiano Sanità,   17/05/2019
“Investire nell’assistenza primaria”. L’Ocse traccia la rotta al G7 di Parigi: “Più medici di base e meglio pagati, infermieri specializzati e team di cure primarie. Una risorsa anche la farmacia dei servizi” L'Organizzazione in occasione del meeting dei ministri della Salute dei ‘sette grandi’ fornisce in un documento sulle cure primarie: “Migliorano la salute, l’alfabetizzazione sanitarie dei cittadini e l’efficienza del sistema”. Ma poi rileva come gli Stati siano ancora in ritardo: “I sistemi sanitari sanno ancora poco su come l'assistenza sanitaria primaria contribuisce al miglioramento della salute delle persone e dei servizi e come va incontro alle aspettative e alle esigenze delle persone”. IL DOCUMENTO. 17 MAG - Più medici di base, meglio pagati e al lavoro in team insieme ad infermieri e professionisti sanitari specializzati. È questa la rotta tracciata dall’Ocse che in occasione del G7 Salute in corso a Parigi ha lanciato un documento sull’importanza d’investire nell’assistenza primaria.   “Il successo delle politiche per rafforzare l'assistenza sanitaria di base – rileva l’Ocse - dipende dalle giuste risorse e dalla buona organizzazione in grado di fornire assistenza di alta qualità e accessibile alle persone”.   E per questo l’Organizzazione disegna quattro azioni da compiere:   - Risorse adeguate: è fondamentale effettuare ulteriori investimenti nell'assistenza sanitaria di base (ad esempio aumentando il numero di medici delle cure primarie (che nei paesi Ocse continuano a diminuire: tra il 2000 e il 2016 sono aumentati solo in otto paesi con Lituania e Grecia in testa con +45 e + 20%, ma sono diminuiti in tutti gli altri fino al 30% dell’Olanda, - 20% dell’Estonia. L’Italia secondo l’Ocse nel periodo considerato ha perso il 10% di medici di base, introducendo incentivi per aiutare le aree scarsamente servite da questi servizi e sviluppando ruoli più avanzati per infermieri e altri operatori sanitari). È anche importante aumentare gli sforzi per fornire un sostegno adeguato ai team di assistenza sanitaria di base, in particolare attraverso cambiamenti nella formazione e un maggiore uso della forza lavoro della comunità.   - Organizzazione in Team: nuovi modelli di assistenza centrata sulle persone basata su team o reti possono raccogliere i maggiori benefici nella salute della popolazione, passando da un'assistenza reattiva a una prevenzione proattiva, preventiva e centrata sulla persona. I team di assistenza sanitaria primaria (medici di medicina generale e infermieri) hanno anche un ruolo da svolgere nel migliorare l'alfabetizzazione sanitaria dei pazienti. Il potenziale delle tecnologie digitali dovrebbe essere sfruttato per fornire assistenza personalizzata, prendere decisioni cliniche più efficaci, consentire agli utenti di vivere stili di vita più sani e migliorare l'accesso alla popolazione sottoservita.   - Incentivi: incentivare la fornitura di un'assistenza di buona qualità e incoraggiare un maggior coordinamento dell'assistenza per le persone con esigenze multiple di salute porrà l'assistenza sanitaria primaria al centro dei sistemi sanitari.   - Misurare gli esiti: intensificare gli sforzi per identificare meglio la scarsa qualità dell'assistenza e aumentare gli standard di cura attraverso una migliore misurazione della qualità e della centralità delle misure dell'assistenza sanitaria, compresa l'esperienza riferita dal paziente e alle misure di outcome.     Una buona assistenza sanitaria di base aumenta l’inclusione e le performance dei sistemi sanitari. Mentre le società invecchiano e cresce il peso delle malattie croniche, le persone hanno bisogno di cure centrate su bisogni di assistenza sempre più complessi, coordinati attraverso un percorso assistenziale e accessibile (finanziariamente, geograficamente e 24 ore su 24). Ciò rende sempre più vitale la buona assistenza sanitaria di base.   Come primo punto di contatto, fornendo un’assistenza completa, una buona assistenza sanitaria di base:   - migliora la salute e aiuta a combattere le disuguaglianze, migliorando l'accesso finanziario alle cure, con azioni preventive mirate all'interno della comunità e programmi di gestione delle malattie. Nei paesi dell'OCSE e dell'UE, il 68% delle persone con un basso reddito ha fatto ricorso a un medico negli ultimi 12 mesi contro il 72% nel gruppo a più alto reddito, una differenza piuttosto piccola.   - promuove l'empowerment e la centralità delle persone, in particolare migliorando l'alfabetizzazione sanitaria delle persone.   - rende il sistema sanitario più efficiente, ad esempio riducendo i tassi di ospedalizzazione evitabili e le visite non necessarie al pronto soccorso.   L’assistenza sanitaria di base è ancora troppo “debole”:   - in tutti i paesi dell'UE, il 26% dei pazienti affetti da alcune patologie croniche non ha ricevuto nessuno dei test preventivi raccomandati negli ultimi dodici mesi.   - le situazioni evitabili legate alle condizioni croniche che dovrebbero essere trattate in assistenza sanitaria di base sono equivalenti al 6,1% dei giorni di degenza ospedaliera nel 2016, con un costo medio di almeno 835 milioni di dollari USA nei paesi dell'OCSE.   - l'uso inappropriato di antibiotici nella pratica generale varia tra il 45% e il 90%. Livelli elevati di consumo di antibiotici aumentano il rischio di ceppi resistenti, costano vite e denaro.     Cala però il numero dei medici di base. Detto ciò l’Ocse rileva però che la percentuale di medici generici tra tutti i medici è scesa dal 32% nel 2000 al 29% nel 2016 nei paesi OCSE. La Germania ha attuato strategie per mantenere i medici generici, ad esempio aumentando la retribuzione nella medicina generale rispetto ad altre specialità e migliorando le condizioni di lavoro nell'assistenza sanitaria di base. Molti paesi dell'OCSE cercano anche di attirare gli operatori delle cure primarie nelle zone rurali e remote. Il Giappone punta sulla selezione di studenti di medicina provenienti da aree scarsamente servite, mentre la Germania ha utilizzato i regolamenti per limitare la libertà dei nuovi medici di esercitare in aree ritenute adeguatamente fornite con alcuni incentivi finanziari e buoni risultati.   L'attuale distribuzione di competenze e compiti tra i team di assistenza sanitaria primaria (medici e infermieri) è tuttavia inefficiente. Secondo l'indagine OCSE sulle competenze, ben il 76% dei medici e il 79% degli infermieri ha riferito di essere troppo qualificato per alcune delle attività che devono svolgere nel loro lavoro quotidiano, nei paesi dell'OCSE. Data la durata della formazione di medici e infermieri, questo rappresenta, secondo l’OCSE, uno spreco nel capitale umano. Ci sono alcuni buoni esempi di riforme per fornire agli infermieri ruoli avanzati e per aumentare il ruolo dei farmacisti di comunità nella prevenzione o nella gestione delle malattie croniche come in Francia con l'iniziativa "Ma santé 2022" (l’iniziativa farà convogliare gli operatori sanitari della città e quelli degli ospedali, su progetti sanitari adeguati ai bisogni dei francesi nel territorio). Questi sforzi consentono un migliore utilizzo del capitale umano dei professionisti della salute.   Allo stesso tempo, sono necessari maggiori investimenti per dotare l'assistenza sanitaria di base e metterla in gradi di affrontare la crescente complessità dei bisogni di assistenza. Efficaci team di assistenza sanitaria primaria devono avere esperienza in nutrizione, dipendenza, salute mentale e invecchiamento in buona salute ed essere in grado di soddisfare le esigenze sanitarie locali. Sono necessarie anche competenze "soft" e trasversali come l'uso delle tecnologie digitali, la consulenza, la comunicazione condivisa, la collaborazione e il partenariato per un'efficace prevenzione e gestione delle malattie.   Fornire programmi di formazione iniziale e continua su tutte queste attività è fondamentale per offrire gli strumenti e le conoscenze per i team di assistenza sanitaria primaria per impegnarsi in queste attività correttamente, come si può vedere dagli esempi nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Quindi, secondo l’Ocse, è d’obbligo l'adozione di nuovi modelli di assistenza sanitaria primaria basata su team o reti, più adatta a fornire assistenza incentrata sulle persone, coordinata e continua a persone con esigenze di cura complesse. Un modello di assistenza sanitaria primaria incentrato sulle persone spesso soddisfa quattro caratteristiche: - pratiche multidisciplinari con un diverso mix di operatori sanitari di base; - servizi sanitari completi forniti nella comunità; - gestione della salute della popolazione, basata sulla stratificazione del rischio per l'attuazione proattiva della gestione di individui e comunità; - coinvolgimento dei pazienti nel processo decisionale condiviso.   Le esperienze internazionali. Eppure, nel 2018, solo 15 paesi dell'OCSE avevano introdotto nuovi servizi di assistenza sanitaria di base con alcune o tutte le funzionalità elencate. La valutazione dei risultati, tuttavia, è spesso carente. Ugualmente importante è migliorare le competenze di alfabetizzazione sanitaria dei pazienti per l'assistenza sanitaria di base. Germania, Canada, Inghilterra, Italia e Giappone hanno implementato sistemi di consulenza gestite da team di assistenza sanitaria primaria. Negli Stati Uniti, il Medicare ha sviluppato strumenti per aiutare l’assistenza sanitaria primaria a valutare le loro prestazioni al fine di migliorare la comprensione da parte del paziente delle informazioni sanitarie. Il ruolo delle nuove tecnologie. E in questo senso per l’Ocse un buon uso della tecnologia digitale può aiutare a ottenere flussi di lavoro migliori e la delega di compiti clinici, facilitando un processo decisionale efficace. La tecnologia digitale può anche essere utilizzata per affrontare i problemi di accesso legati alle distanze geografiche. Nel Regno Unito, in Francia e in Germania, la consultazione digitale e la telesorveglianza sono state utilizzate per aumentare l'accesso all'assistenza sanitaria di base per le persone che vivono in aree sottoservite, mentre il monitoraggio a casa e i portali di e-patient consentono ai pazienti di accedere a informazioni sanitarie personalizzate e per gestire le loro condizioni in Canada e negli Stati Uniti. Per meglio indirizzare l'assistenza sanitaria di base a fornire assistenza centrata sulle persone, le regole per raggiungere un’assistenza di alta qualità devono essere premiate e i livelli di assistenza incoraggiati. A partire dal 2018, solo 13 paesi dell'OCSE hanno introdotto nuovi modelli di pagamento per incoraggiare l'assistenza sanitaria di base di alta qualità. In molti casi, l'implementazione è avvenuta in aree limitate o solo in parte del sistema sanitario, mentre l'implementazione a livello di sistema era rara. In particolare, sono stati introdotti quattro tipi di sistemi di pagamento: - pagare per attività specifiche inclusa la cura, il coordinamento, l’attività di prevenzione o gestione delle malattie (come in Giappone, Italia o Francia); - prestazioni a pagamento, con fornitori premiati per cure di alta qualità e più recentemente per espandere il ruolo delle farmacie di comunità (come nel Regno Unito); - pagamenti consistenti in un pagamento per paziente cronico che copre il costo di tutti i servizi di assistenza sanitaria forniti dall'intera gamma di fornitori durante un periodo di tempo definito (come in Canada); - pagamenti basati sulla popolazione, effettuati a gruppi di operatori sanitari come medici, medici specialisti, reti di pratica o ospedali indipendenti, che coprono la maggior parte dei servizi di assistenza sanitaria per un gruppo definito di popolazione (come a Gesundes Kinzigtal in Germania e nelle case mediche negli Stati Uniti). Fondamentale misurare gli esiti di cura. L’Ocse conclude che i sistemi sanitari sanno ancora poco su come l'assistenza sanitaria primaria contribuisce al miglioramento della salute delle persone e dei servizi e come va incontro alle aspettative e alle esigenze delle persone. La maggior parte degli indicatori si concentra su input e utilizzo. Le misure di outcome sono limitate a ospedalizzazioni evitabili per pazienti con patologie croniche o prescrizioni appropriate in ambito sanitario primario. Mentre le misure di esperienza (PREM) sono essenziali per migliorare la qualità dell'assistenza e garantire che i servizi siano in risposta ai bisogni e alle preferenze delle persone, vengono raccolti per confronti internazionali solo in 18 paesi dell'OCSE. L'Inghilterra e gli Stati Uniti sono tra i pochi Paesi OCSE che raccolgono i PREM a livello di pratica. Fonte.www.quotidianosanità.it
Papa all'Acos
Quotidiano Sanità,   17/05/2019
Papa Francesco: “Aziendalizzazione della sanità ha messo in secondo piano l’attenzione alla persona”. Ma ad essere mortificato è anche “chi ci lavora con turni massacranti e stress”. E su obiezione di coscienza: “Scelta da compiere con rispetto verso chi la pensa diversamente” Molti i temi toccati oggi dal Pontefice nel suo incontro con l’Associazione cattolica degli operatori sanitari. A partire dal tema della deriva aziendalistica dei servizi sanitari sui quali era già intervenuto anche in altre occasioni. Monito anche sulle condizioni di lavoro in sanità: “In un ambiente dove il malato diventa un numero, anche voi rischiate di diventarlo e di essere “bruciati” da turni di lavoro troppo duri, dallo stress delle urgenze o dall’impatto emotivo”. E infine il riferimento all’obiezione che deve mai diventare “motivo di disprezzo o di orgoglio” da parte di chi la pratica. 17 MAG - “La pratica dell’obiezione di coscienza nei casi estremi in cui sia messa in pericolo l’integrità della vita umana, si basa sulla personale esigenza di non agire in modo difforme dal proprio convincimento etico, ma rappresenta anche un segno per l’ambiente sanitario nel quale ci si trova, oltre che nei confronti dei pazienti stessi e delle loro famiglie”, così Papa Francesco durante il suo incontro con l’Associazione cattolica degli operatori sanitari.   Una scelta da compiere con rispetto. “La scelta dell’obiezione, tuttavia, quando necessaria, va compiuta con rispetto – ha sottolineato il Pontefice -  perché non diventi motivo di disprezzo o di orgoglio ciò che deve essere fatto con umiltà, per non generare in chi vi osserva un uguale disprezzo, che impedirebbe di comprendere le vere motivazioni che ci spingono”.   “È bene invece cercare sempre il dialogo, soprattutto con coloro che hanno posizioni diverse, mettendosi in ascolto del loro punto di vista e cercando di trasmettere il vostro, non come chi sale in cattedra, ma come chi cerca il vero bene delle persone”, ha detto ancora Papa Fracesco che è poi tornato sul tema dell’aziendalizzazione e della deriva di mercato della sanità che aveva già toccato in altre occasioni (vedi i due messaggi papali in occasione della giornata mondiale del malato 2018 e 2019).   “Lo sforzo di trattare i malati come persone, e non come numeri – ha osservato il Papa - deve essere compiuto nel nostro tempo e tenendo conto della forma che il sistema sanitario ha progressivamente assunto”.   “La sua aziendalizzazione – ha sottolineato - che ha posto in primo piano le esigenze di riduzione dei costi e razionalizzazione dei servizi, ha mutato a fondo l’approccio alla malattia e al malato stesso, con una preferenza per l’efficienza che non di rado ha posto in secondo piano l’attenzione alla persona, la quale ha l’esigenza di essere capita, ascoltata e accompagnata, tanto quanto ha bisogno di una corretta diagnosi e di una cura efficace”.   Il sistema sanitario pubblico o privato non può diventare una catena di montaggio. “La guarigione passa non solo dal corpo ma anche dallo spirito, dalla capacità di ritrovare fiducia e di reagire; per cui il malato non può essere trattato come una macchina, né il sistema sanitario, pubblico o privato, può concepirsi come una catena di montaggio. Le persone non sono mai uguali fra loro, vanno capite e curate una per una, come fa Dio: Dio fa così. Questo esige ovviamente da parte degli operatori sanitari un notevole impegno, che spesso non è compreso e apprezzato a sufficienza”, ha detto ancora Francesco.   Che poi si rivolge direttamente agli operatori: “La cura che prestate ai malati, così impegnativa e coinvolgente, esige che ci si prenda cura anche di voi. Infatti, in un ambiente dove il malato diventa un numero, anche voi rischiate di diventarlo e di essere “bruciati” da turni di lavoro troppo duri, dallo stress delle urgenze o dall’impatto emotivo”.   “È quindi importante che gli operatori sanitari abbiano tutele adeguate nel loro lavoro – spiega il Papa – e che ricevano il giusto riconoscimento per i compiti che svolgono e possano fruire degli strumenti adatti per essere sempre motivati e formati”.  Fonte.www.quotidianosanità.it
Iss:la salute degli italiani
Quotidiano Sanità,   16/05/2019
Iss: Il 30% degli italiani afferma di non godere di buona salute. Il 43% tra chi ha difficoltà economiche. Gap Nord-Sud in crescita Lo rivelano i dati della Sorveglianza PASSI relativi al quadriennio 2015-2018. “I dati confermano e mettono ancora una volta in evidenza significative differenze sociali nella salute e nell’accesso alla prevenzione che si aggiungono alle differenze geografiche a svantaggio delle regioni del Sud e delle Isole, dove povertà e carenza nell’offerta di programmi di prevenzione e di servizi cura si concentrano”. 16 MAG - Il 30% degli italiani in media riferisce di non godere di buona salute: una quota che sale al 43% fra le persone con molte difficoltà economiche e scende al 23% fra le persone senza tali difficoltà. Ed è proprio questo il minimo comune denominatore dei risultati della Sorveglianza PASSI nel quadriennio 2015-2018: nella salute percepita, nel benessere psicologico e nella qualità di vita, come pure nell’accesso alla prevenzione per la diagnosi precoce dei tumori e nell’adesione a misure di sicurezza per la prevenzione degli incidenti stradali, c’è sempre un chiaro gradiente a sfavore delle persone socialmente più vulnerabili per difficoltà economiche o per bassa istruzione (senza titolo di studio o al più con licenza elementare). A ciò si aggiungono le differenze territoriali e il gap Nord-Sud è sempre significativo a sfavore del Sud, dove è più alta la prevalenza di fumatori, sedentari, obesi, diabetici, ipertesi e persone che, in generale, non adottano stili di vita salutari.   “I dati della Sorveglianza PASSI aggiornati al 2018 – afferma Maria Masocco, responsabile presso l’ISS del coordinamento nazionale PASSI – confermano e mettono ancora una volta in evidenza significative differenze sociali nella salute e nell’accesso alla prevenzione che si aggiungono alle differenze geografiche a svantaggio delle regioni del Sud e delle Isole, dove povertà e carenza nell’offerta di programmi di prevenzione e di servizi cura si concentrano. È dunque necessario continuare a porre l’attenzione su questi aspetti, con una lettura trasversale dei dati proprio in questa ottica, per programmare e ri-orientare adeguatamente le politiche di contrasto alle disuguaglianze in salute, verso azioni di sistema orientate all’equità, che rappresenta uno dei principi cardini del Piano della Prevenzione”.   La salute e gli stili di vita Tre italiani su 10 (30%) riferiscono di non godere di buona salute ma, se si esamina il campione delle persone con difficoltà economiche, la percentuale sale al 43% e scende al 23% fra i più abbienti. Inoltre, il 6% soffre di sintomi depressivi, quota che sale al 14% fra le persone con maggiori difficoltà economiche e scende al 4% fra chi non ne ha. Anche la qualità di vita risulta compromessa e se gli intervistati riferiscono mediamente di essere stati male per problemi di salute fisica o psicologica mediamente 4,4 giorni nel mese precedente l’intervista, il numero medio di giorni in cattiva salute sale a 7 fra le persone con difficoltà economiche (vs 3,6 giorni fra chi non ha difficoltà economiche).   Differenze analoghe si osservano per livello di istruzione: fra le persone con un basso livello di istruzione il 55% riferisce cattive condizioni di salute (vs 20% dei laureati), il 12% sintomi depressivi (vs 4%) e il numero medio di giorni vissuti in cattiva salute per motivi fisici o psicologici è 7.1 in un mese (vs 3.8 riferiti da laureati).   Fra le persone socialmente vulnerabili per difficoltà economiche o bassa istruzione è anche maggiore la frequenza di stili di vita non salutari, come l’abitudine al tabagismo, la sedentarietà, lo scarso consumo di frutta e verdura, l’obesità o condizioni di rischio cardiovascolare come il diabete o l’ipertensione.   Fra le persone con molte difficoltà economiche il 34% fuma (vs 22% di chi non ha difficoltà economiche), il 46% è sedentario (vs 28%), il 9% consuma almeno 5 porzioni di frutta e verdura al giorno (five a day), come raccomandato per una corretta e sana alimentazione (vs 11%); l’8% riferisce una diagnosi di diabete (vs il 3%), il 25% una diagnosi di ipertensione (vs il 18%). Analoghe sono le differenze per istruzione: fuma il 24% delle persone con bassa istruzione (vs 19% dei laureati), il 50% è sedentario (vs 26%), il 25% obeso (vs 6%); il 9% aderisce al five a day (vs 12%), il 16% riferisce una diagnosi di diabete (vs 2%) e il 43% una diagnosi di ipertensione (vs 13%). Va precisato che tali differenze rimangono in molti casi significative, anche se in parte determinate dall’età degli intervistati, a sua volta correlata al livello di istruzione.   Fra i comportamenti non salutari, unica eccezione è quella del consumo alcolico a rischio per la salute, per quantità e modalità di assunzione, che resta prerogativa delle classi sociali più abbienti, senza difficoltà economiche e alto livello di istruzione, residenti nel Nord e in particolare nel Nord-Est del Paese.   Le disuguaglianze sociali nella prevenzione dei tumori I dati PASSI mostrano che le persone con istruzione più bassa, con maggiori difficoltà economiche e i cittadini stranieri si sottopongono meno frequentemente di altri ai test di diagnosi precoce dei tumori della mammella, del collo dell’utero e dell’intestino, che sono quelli per i quali il SSN offre programmi organizzati di screening a target specifici di popolazione.   Nel quadriennio 2015-2018, il 74% delle donne residenti in Italia di 50-69 anni si è sottoposto a mammografia preventiva, ma questa quota scende al 60% fra le donne con molte difficoltà economiche (vs l’81% fra donne senza difficoltà economiche); al 64% tra le donne con bassa istruzione (vs il 81% fra le laureate); al 70% fra le donne di cittadinanza straniera (vs il 74% fra le cittadine italiane).   Analogamente accade per lo screening cervicale: l’80% delle donne di 24-64enni si sottopone a screening cervicale (Pap-test o HPV test) per la diagnosi precoce del tumore della cervice uterina; ma questa quota scende al 69% fra le donne con molte difficoltà economiche (vs 85% fra le donne che non hanno difficoltà economiche) al 62% fra le donne meno istruite (vs 84% fra le laureate); al 75% fra le donne di cittadinanza straniera (vs 80% delle cittadine italiane).   Anche lo screening colorettale per la diagnosi precoce del tumore dell’intestino, molto meno diffuso degli altri due screening, presenta differenze sociali significative, in particolare per condizioni economiche: solo il 40% della popolazione target (uomini e donne di 50-69enni) ha eseguito la ricerca del sangue occulto nelle feci (test di screening colorettale maggiormente diffuso) ma questa quota scende al 26% fra le persone con molte difficoltà economiche (vs il 49% fra le persone senza difficoltà economiche); al 33% fra le persone meno istruite (vs 41% fra le laureate) L’offerta attiva di programmi di screening organizzati, basati su un invito da parte della Aziende Sanitarie Locali e sull’offerta di un percorso di approfondimento assistenziale e terapeutico definito e gratuito, è la risposta del SSN per garantire un’adeguata copertura del test a chi ne ha necessità.   I dati PASSI mostrano chiaramente che le differenze per istruzione, condizioni economiche e cittadinanza nella partecipazione ai test di screening si riducono significativamente nell’ambito dei programmi organizzati offerti dalle Aziende Sanitarie Locali che rappresentano spesso l’unica opportunità di accesso alla diagnosi precoce dei tumori per le persone socialmente più svantaggiate.   Resta significativo il gradiente geografico Nord-Sud a sfavore delle Regioni meridionali determinato prevalentemente dalla minore offerta di programmi di screening organizzati in queste Regioni.   Nelle Regioni in cui l’offerta di programmi organizzati è ampia (Nord e Centro Italia) è maggiore la quota di persone che fa prevenzione nell’ambito dei programmi organizzati, rispetto alla quota di persone che lo fa per iniziativa spontanea; di contro, nelle Regioni in cui l’offerta di programmi organizzati non è ancora sufficiente e non raggiunge la totalità della popolazione target (come nel Sud Italia), la quota dello screening spontaneo è rilevante e talvolta maggiore, senza però riuscire a compensare la mancanza di offerta dei programmi organizzati, per cui il numero totale di persone che fa prevenzione (dentro o fuori i programmi organizzati) resta comunque più basso che nel resto del Paese.   Le disuguaglianze sociali nella prevenzione degli incidenti stradali Anche l’uso dei dispositivi di sicurezza alla guida (il casco in moto o le cinture anteriori e posteriori in auto) risponde a differenze socio-culturali e le persone con difficoltà economiche o bassa istruzione ne fanno un uso meno frequente.   L’uso del casco in moto, sebbene consolidato, riferito come abitudine costante dal 96% degli intervistati che viaggiano in moto, è meno frequente fra le persone con molte difficoltà economiche (93%) e fra le persone con bassa istruzione (89%).   Analogamente accade per l’uso delle cinture anteriori in auto, riferito dall’85% come abitudine costante e che scende al 76% fra le persone con difficoltà economiche e al 78% fra i meno istruiti; le cinture posteriori, malgrado la normativa, restano ancora poco utilizzate e solo il 21% riferisce che le usa sempre quando viaggia in auto come passeggero, quota che scende al 16% fra le persone con difficoltà economiche e al 19% fra le persone con bassa istruzione.  Fonte.www.quotidianosanità.it
Roma:Stati generali della professione medica
Quotidiano Sanità,   16/05/2019
Al via a Roma gli Stati generali della professione medica. Anelli (Fnomceo): “Noi medici del cittadino, non dello Stato” Libertà, indipendenza del medico e il suo ruolo sociale, legame forte con il cittadino. Ma anche le criticità del Ssn, a partire dal tema del regionalismo differenziato, fino alla preoccupante recrudescenza di fenomeni razzisti. Questi i punti cardine della relazione del presidente della Fnomceo che ha aperto ufficialmente la prima due giorni di lavoro di un lungo percorso che porterà alla definizione della Magna Carta della professione. E, sul suicidio assistito: “Apriamo al dialogo, salvaguardando la libertà di coscienza e i valori del Codice”. LA RELAZIONE 16 MAG - “Siamo i medici del cittadino e non i medici dello Stato. E siamo i professionisti che rendono possibile la piena realizzazione della democrazia in uno stato fondato sui diritti. È pertanto non solo sulle competenze, ma soprattutto sul ruolo di garante dei diritti dell’individuo che dobbiamo rifondare l’autorevolezza del medico, da più parti invocata. È questa la sfida che dobbiamo cogliere con gli Stati Generali, quale luogo dove provare a tracciare nuovi percorsi e condividere nuove soluzioni”.   Va dritto al punto Filippo Anelli, Presidente della Federazione degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo). Nel suo discorso con cui ha dato ufficialmente il via, oggi a Roma, alla prima due giorni degli Stati Generali della professione medica “Dalla crisi al nuovo paradigma della medicina”, indica con decisione le coordinate del percorso ambizioso, lungo un anno e mezzo e trasversale a tutta la società civile, che la Federazione ha intrapreso per cercare di ri-definire il ruolo del medico, della scienza medica, della medicina e della professione.   Il Punto di partenza, le “Cento tesi” messe a disposizione dal filosofo della medicina Ivan Cavicchi; quello di arrivo, la scrittura, realizzata e condivisa da tutti, della Magna Carta della professione stessa. Un documento che avrà il difficile e delicato compito di coniugarne i valori fondanti con i diritti e i bisogni dei cittadini, in un contesto sociale e civile sempre più articolato e complesso.   E proprio il rispetto e la garanzia dei diritti, dei medici e dei cittadini, è stato il fil rouge della prima giornata di lavori che vede protagonisti i camici bianchi raccolti in cinque tavoli di lavoro che, domani, produrranno altrettanti Documenti sui “Cambiamenti e la crisi della Professione”.   I temi dei cinque tavoli di lavoro. Il primo tavolo di confronto, coordinato da Maurizio Grossi e Antonio Panti punta i riflettori sulla “crisi della medicina”. Il secondo tavolo, animato da Giovanni D’Angelo, Giancarlo Pizza e Bruno Zuccarelli, tratta della “Questione medica”. La “Crisi della metodologia e crisi dell’epistemologia” è invece il tema del terzo tavolo coordinato da Maurizio Benato e Giorgio Berchicci. Il “genere” e la professione medica, metterà a confronto i camici bianchi del quarto tavolo animato da Teresa Galoppi e Maria Maddalena Giobbe. Infine il quinto tavolo su “Errori, insuccessi e responsabilità” coordinato da Giovanni Leoni e Albino Pagnoni. Insomma, una giornata intensa che Anelli ha voluto aprire con le parole di Carlo Rosselli, antifascista condannato all’esilio, sul significato e sulle possibilità di espressione della libertà e proseguita con la proiezione del corto “Apolide”, del regista Alessandro Zizzo, tratto dalla storia vera di Dabo, un giovane della Guinea, laureato in Scienze politiche, che si trova ad affrontare prima la traversata verso l’Europa e poi la lotta contro il cancro.   “Questa storia – ha spiegato Anelli – rappresenta l’incarnazione dei valori del nostro Codice di Deontologia, che impone al medico di accogliere e curare chiunque chieda il suo aiuto, senza distinzioni di sesso, razza, provenienza, cultura, religione. Esprime anche i fondamenti del nostro Servizio sanitario nazionale, che è nato con l’intento di erogare a tutti le stesse cure, secondo i principi di solidarietà, equità e universalità. Questa storia esprime, infine, i diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione, su cui fondare il nostro vivere comune, al di là di ogni individuale differenza”.   Anelli non ha risparmiato argomenti ‘scomodi’. Ha parlato di razzismo e discriminazione nei confronti degli stranieri, un fenomeno al quale i medici non possono voltare le spalle, ma impegnarsi perché “la cultura dell’accoglienza non è un fatto ideologico, ma una questione deontologica, oltreché di sanità pubblica”. “La salute e il benessere dei migranti – ha perciò ammonito Anelli – devono necessariamente procedere di pari passo con la salute e il benessere della comunità ospitante. Promuovere la cultura dell’accoglienza, anche attraverso la formazione, ci permette di garantire a tutti quel diritto alla salute che, ricordiamolo, non è un diritto di cittadinanza, ma diritto di umanità, che ci spetta in quanto persone”.   Ma accanto a questo richiamo ad un’assunzione forte di responsabilità, Anelli chiama in causa anche le criticità che pesano come spada di Damocle sulla professione e sul Ssn. A tenere banco il tema di grande attualità del regionalismo differenziato, che, se condotto senza un congruo sistema di contrappesi, può mettere a rischio la tenuta stessa del Ssn quale sistema che coniuga la sua dimensione universalistica con quella solidaristica, per garantire l’equità nell’accesso alle cure a tutti i cittadini e il diritto alla salute a tutte le persone presenti sul suolo italiano.   “Queste peculiarità del Ssn e il diritto alla salute – ha affermato il presidente Fnomceo –  ora rischiano di esser compromesse da una proposta che vorrebbe trasformare la legittima esigenza di autonomia in un processo che vede l’attribuzione della potestà legislativa esclusiva in materia di sanità ad ogni singola Regione. Proposta che rischia di creare modelli di assistenza differenti tra Regione e Regione e di approfondire il solco e le disuguaglianze tra le diverse zone del Paese. Non è questa la migliore opzione – ha aggiunto –  non si deve innescare una contrapposizione tra Nord e Sud del Paese quanto piuttosto trovare soluzioni, anche con finanziamenti dedicati che abbiano come obiettivo l’omogeneità delle prestazioni e dei servizi assicurati ai cittadini”.   È dunque tornata, nelle parole di Anelli, l’idea di una sorta di “Piano Marshall” per il servizio sanitario, che recuperi il gap storico, strutturale e organizzativo del Sud attraverso finanziamenti ad hoc, senza quindi penalizzare le regioni virtuose del Nord e senza innescare una contrapposizione nord/sud che non giova all’insieme del Paese.   Anelli ha poi toccato il delicato tema del suicidio assistito, procedendo sul solco del tema conduttore, ossia il rispetto e la garanzia dei diritti dei medici e dei cittadini, richiama ai principi del Codice deontologico: “Il medicoè colui che, attraverso l’empatia e il rapporto umano e di fiducia che lo lega al paziente, riesce a garantire i diritti previsti dalla nostra Carta Costituzionale: il diritto alla salute e il diritto all’autodeterminazione. Garantire tutto ciò senza sovvertire l’assetto valoriale dell’essere medico è la sfida che coinvolge oggi non solo la professione medica, ma tutte le professioni sanitarie e la società civile”.   Per questo, ha premesso Anelli: “Considero il dialogo sul suicidio assistito utile e necessario, credo che debba essere scevro da pregiudiziali ideologiche o politiche,e animato solo da sensibilità intellettuale e disponibilità a comprendere sino in fondo le ragioni di determinate scelte. Ma anche dalla volontà di valutare le possibili conseguenze del cambiamento del paradigma, quello che vede la malattia come il male e la morte come il nemico da sconfiggere, che sinora ha caratterizzato l’esercizio della professione medica”.   Per Anelli bisogna quindi aprire un dibattito pur “salvaguardando sempre la libertà e il principio del primato della coscienza che deve essere garantito a tutti i cittadini, medici compresi, anche attraverso la possibilità di una obiezione di coscienza”.   Ester Maragò Fonte.www.quotidianosanità.it
XIV Giornata malato oncologico
Quotidiano Sanità,   16/05/2019
XIV Giornata malato oncologico. Tra visite, farmaci e viaggi la spesa out of pocket dei pazienti sfiora i 5 miliardi. Il Rapporto Favo Ma non solo, i lavoratori in età tra 55 e 64 anni e gli autonomi, nel 45,8% dei casi hanno perso da 6 mesi ad un anno di lavoro nel corso dell’ultimo anno. È quanto emerge dall’11° rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologi curato dalla Favo che punta il focus sull’assistenza ‘nascosta’ a carico dei malati.  “Necessario e urgente un intervento legislativo che corregga discriminazioni e ineguaglianze di trattamento tra lavoratori subordinati ed autonomi”. IL RAPPORTO 16 MAG - Tra visite mediche, farmaci trasporti e i soggiorni sul luogo di cura e gli interventi di chirurgia ricostruttiva i malati oncologici (circa 3.300.000, di cui quasi 700 mila in trattamento) ogni anno spendono di tasca propria circa 5 miliardi di euro. Ma non solo, la malattia colpisce anche il lavoro e il reddito, soprattutto per le donne, che hanno perso giornate di lavoro o studio nel doppio dei casi degli uomini, e per i lavoratori in età tra 55 e 64 anni, che nel 45,8% dei casi hanno perso da 6 mesi ad un anno di lavoro nel corso dell’ultimo anno, e per i lavoratori autonomi. È quanto emerge dalll’11° Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici promosso da FAVO e realizzato da Datamining, in collaborazione con Aimac, INT di Milano e Pascale di Napoli, presentato oggi in Senato in apertura dei lavori della 14ª Giornata nazionale del malato oncologico.   La sintesi del Rapporto. Per i malati di cancro il Ssn spende circa il 14% della spesa sanitaria complessiva, una quota pari a circa 16 miliardi di euro (dato stimato per il 2018) che comprende tutta la filiera dei servizi sanitari attraversati dal paziente oncologico (di prevenzione, diagnostici, specialistici, ospedalieri e chirurgici, farmaceutici, radioterapici, domiciliari e residenziali).   Ma nonostante l’innegabile impegno del sistema pubblico, il malato di cancro è chiamato spesso a mettere mano al portafoglio per sopperire ad una serie di esigenze sia di tipo medico che assistenziale, evidentemente non del tutto compensate dall’assistenza pubblica.   Rispetto all’analoga indagine effettuata da FAVO nel 2012, in questa nuova ricerca si rileva una sostanziale sovrapponibilità dei dati che fissano a quasi 5 miliardi di euro la stima complessiva annua della spesa sostenuta direttamente dai malati (2miliardi e 635 milioni per spese mediche e 2miliardi e 243milioni per spese non mediche).      Entrando nel merito delle singole spese e rapportandole a ogni malato, l’indagine FAVO, realizzata mediante interviste ad oltre 1200 malati ed altrettanti caregiver nei 34 Punti informativi di Aimac, attivi nei maggiori Centri oncologici, rileva il seguente scenario:   - il 57,5% dei malati rispondenti all’indagine (corrispondenti a circa 1milione e 900 mila pazienti affetti da cancro) ha speso per visite ed accertamenti diagnostici in media 406 euro all’anno (156,4 euro per prestazione, per una media di 2,6 prestazioni in un anno); - il 39,3% (pari a circa 1milione e 300mila malati) ha speso per trasporti in media 797,5 euro in un anno; - il 38,7% (pari a 1milione e 280mila malati) ha speso per visite post-diagnosi in media 336 euro all’anno (140,2 euro per prestazione, per una media di 2,4 prestazioni in un anno); - il 32,8% (pari a 1milione e 80mila malati) ha speso per esami radiologici, medicina nucleare e prelievi in media 270 euro all’anno (66 euro a prestazione, per una media di 4,1 prestazioni in un anno); - il 24,8% (pari a quasi 820mila malati) ha speso per farmaci non oncologici in media 457 euro all’anno (46,2 euro per prestazione, per una media di 9,9 prestazioni in un anno); - il 17,8% (pari a 587mila malati) ha speso per diete speciali in media 378 euro all’anno (90 euro a prestazione, per 4,2 prestazioni in un anno); - il 16,4% (corrispondente a 541mila malati) ha speso per presidi (protesi, parrucche, ecc.) in media 777 euro in un anno (648 euro a prestazione, per una media di 1,2 prestazioni per anno); - il 15,7% (pari a 518mila malati) ha speso per spese alberghiere e vitto in media 1.180 euro in un anno (159,5 euro a prestazione, per 7,4 prestazioni in un anno); - il 5,4% (corrispondente a 178mila pazienti) ha speso per colf, assistenti domiciliari e badanti in media 1.371 euro in un anno; - il 4,9% (pari a quasi 162mila malati) ha speso per la chirurgia ricostruttiva in media 2.603,5 euro a prestazione, per una media di 1 prestazione per anno; - altri trattamenti (presidi medici, trattamenti complementari o integrativi, fisioterapia) hanno comportato una spesa media per prestazione tra 50 e 300 euro.   Lavoro e reddito a rischio La stessa indagine FAVO - Aimac ha esplorato poi le condizioni di vita dei malati di cancro segnalando un consolidamento dell’area del disagio per i malati di tumore e per chi li assiste.   Il disagio si avverte soprattutto negli aspetti relativi a lavoro e reddito. Per quanto riguarda il lavoro, tra i pazienti attivi al momento dell’insorgere della malattia, il 36% segnala un calo del rendimento lavorativo e solo il 55% dichiara di aver potuto mantenere il proprio reddito ai livelli precedenti.   Lo studio evidenzia come la malattia rappresenti un fattore di debolezza nel mondo del lavoro soprattutto per le categorie già fragili: per le donne, che hanno perso giornate di lavoro o studio nel doppio dei casi degli uomini; per i lavoratori in età tra 55 e 64 anni, che nel 45,8% dei casi hanno perso da 6 mesi ad un anno di lavoro nel corso dell’ultimo anno, e per i lavoratori autonomi e i liberi professionisti.    Per quanto riguarda i caregiver intervistati che lavorano, emerge che in un mese hanno perso 19,3 giornate di lavoro, ma il 12,5% ne ha perso 21 giorni ed  il 26,9% dichiara di avere subito una riduzione di reddito dal momento in cui ha iniziato ad occuparsi del paziente. La riduzione ammonta in media al 29% del reddito percepito, con punte di oltre il 70% (per il 18,5% degli intervistati) e di una quota variabile tra il 31% ed il 50% (per il 43,5%).   Per ciò che attiene alla situazione economica delle famiglie coinvolte, il 64,3% dei malati intervistati afferma che il complesso delle spese sostenute nell’ultimo anno ha inciso molto o abbastanza sul bilancio familiare e che è stato necessario modificare le abitudini di spesa.   Il 24,6% del campione ha dovuto rinunciare o ridurre l’acquisto e l’uso di ausili o cure a pagamento e le rinunce hanno riguardato farmaci non coperti dal Servizio Sanitario (15,8%), spese di viaggio e trasporto (11,2%), visite e accertamenti (9,2%), trattamenti riabilitativi (7,8%), supporti assistenziali a pagamento (7,4%), dispositivi e protesi (5,3%) e interventi chirurgici (4,8%).   “La rappresentazione del costo reale del cancro si arricchisce così di nuovi elementi rilevanti e di fondamentale utilità per la programmazione delle politiche sanitarie e per l’allocazione corretta delle risorse da parte dei decisori politici. La considerazione dei costi sociali, infatti, obbliga prima di tutto ad ampliare lo spettro temporale delle decisioni e dei loro effetti. Al volontariato oncologico va il merito di aver proposto ancora una volta un metodo di indagine e di ricerca innovativo, specchio del ruolo di FAVO, ormai consolidato e riconosciuto, di collante tra diversi enti e soggetti”, ha detto il Presidente di FAVO Francesco De Lorenzo. “I lavoratori malati di cancro non sono tutti uguali nonostante il dettato costituzionale (art. 38, co. 2) che impegna lo Stato a predisporre strumenti di previdenza per soccorrere alle esigenze di vita in caso di malattia e di invalidità di tutti i lavoratori, senza distinguere tra subordinati e autonomi o liberi professionisti! L’indennità di malattia, anche per lunghi periodi di astensione dal lavoro, è un diritto garantito solo ai lavoratori dipendenti, mentre molto poco è stato fatto finora per alcune categorie di lavoratori autonomi ed ancor meno per i liberi professionisti. Anche chi tra loro riesce a guarire dal cancro, rischia la morte sociale e lavorativa. E’ necessario e urgente un intervento legislativo che corregga discriminazioni e ineguaglianze di trattamento tra lavoratori subordinati ed autonomi che affrontano la malattia come anche per i caregiver oncologici”, afferma Elisabetta Iannelli, Segretario di FAVO”.   "A distanza di 6 anni dalla precedente ricerca, la situazione sociale dei malati di cancro non sembra essere migliorata, ed anzi le difficoltà psicologiche, economiche e lavorative sembrano essersi accentuate ed aggravate. E' urgente rivedere radicalmente il quadro dei supporti economici sociali e socio-sanitari che fanno da contorno alle cure cliniche e condizionano pesantemente il vissuto dei malati e dei loro caregiver", sottolinea Carla Collicelli del CNR-ITB, tra le autrici del capitolo del Rapporto FAVO dedicato ai costi sociali ed economici della malattia.   E per Giordano Beretta, Presidente eletto dell’AIOM: “Il nostro sistema sanitario consente a tutti i cittadini di accedere ai trattamenti necessari per la diagnosi e la cura dei tumori. Malgrado ciò, dall’indagine effettuata da FAVO-Aimac, esistono problematiche legate alla necessità, in alcuni casi, di effettuare accertamenti al di fuori del SSN a causa delle lunghe liste d’attesa, come documentato dalla serie di rilevanti spese sostenute dai malati, sia mediche che non mediche, queste ultime di natura socio assistenziale”. Francesco Perrone del Pascale di Napoli aggiunge: “I risultati dell’indagine FAVO – Aimac testimoniano la necessità di una azione a 360 gradi contro la tossicità finanziaria del cancro e del suo trattamento. In questo senso, con il contributo di FAVO, stiamo lavorando per produrre entro la fine del 2019 uno specifico strumento italiano che aiuterà a capire, misurare e contrastare il fenomeno della tossicità finanziaria dei nostri pazienti”. La spesa previdenziale per il malato oncologico Nell’ambito della ricerca sull’impatto epidemiologico, sanitario e sociale delle principali patologie oncologiche a cura dell’IRST di Meldola, di AIRTUM, del CEIS e di FAVO, sono stati indagato i costi relativi alle prestazioni previdenziali, erogate dall’INPS, in favore dei malati di cancro. Ciò è stato possibile mettendo in relazione dati già presenti in numerose banche nazionali sanitarie, previdenziali, epidemiologiche, fin ad oggi mai condivise, superando una compartimentazione che ha permesso una visione d’insieme, dal punto di vista Paese, di quanto effettivamente si sta impegnando in termini economici per il paziente oncologico. I costi previdenziali sono circa il 55% dei costi sanitari rilevati, con un impatto economico pari a circa 4 miliardi di euro l’anno. Parte di queste risorse spese in ambito previdenziale potrebbero essere parzialmente dirottate, laddove si venisse a determinare una riduzione delle prestazioni ad esse connesse, incrementando parallelamente l’attività di prevenzione primaria, con rendimenti in termini personali e di sistema probabilmente maggiori rispetto a quelli attuali.   Le proposte di FAVO Il complesso di questi dati, secondo FAVO, rende necessario intervenire su vari aspetti della gestione delle cure e della assistenza sociale e previdenziale per i malati di cancro.   - Si rileva innanzitutto la necessità di affinare le metodologie di monitoraggio della attuazione e dell’impatto dei Lea su tutto il territorio nazionale e per tutte le fasi della patologia.   - Per quanto riguarda la spesa di tasca propria, urge la messa a punto di procedure più efficienti per una corretta informazione ed attuazione delle esenzioni legate alla patologia oncologica, la diffusione di protocolli adeguati ed omogenei su tutto il territorio nazionale per la assistenza domiciliare integrata, da realizzare con il contributo delle istituzioni di assistenza sociale e del terzo settore.   - Le dimensioni dei costi economici a carico dei malati di cancro e delle loro famiglie, qui rilevate, indicano la necessità di ridiscutere i parametri e le regole della detraibilità dei costi associati alla malattia in sede di regime fiscale.   - Con riferimento al mancato introito, è necessario procedere a una capillare campagna informativi per l’accesso ai benefici previsti dalle leggi in campo lavorativo, previdenziale e assistenziale.   - Le difficoltà rilevate da molti intervistati nell’accesso alle varie forme di copertura assicurativa (vita e salute), sia per quanto riguarda il settore assicurativo puro, che per ciò che attiene alla mutualità integrativa aziendale o categoriale, rimandano infine al bisogno di una azione nei confronti del cosiddetto secondo pilastro della sanità, che lo renda meglio utilizzabile per supportare le cure necessarie.   - Sarebbe infine necessario un intervento legislativo, in particolare per le categorie di lavoratori appartenenti al mondo delle partite IVA, per: armonizzare le provvidenze sociali e previdenziali e gli aiuti economici per eventi straordinari (gravi malattie); per rimborsare spese di assistenza domiciliare; per garantire la sospensione o rateizzazione dei contributi previdenziali a carico del lavoratore gravemente malato e l’esonero dagli studi di settore. Pressoché priva di tutela la condizione del lavoratore autonomo caregiver di un malato oncologico poiché non sono previste forme di retribuzione sostitutiva del lavoro o indennità, e nemmeno la possibilità di contribuzione previdenziale figurativa per la durata del tempo di lavoro dedicato ai compiti di assistenza al proprio caro malato. Fonte.www.quotidianosanità.it
Osservasalute 2018
Quotidiano Sanità,   16/05/2019
Osservasalute 2018. Italiani lenti a cambiare stili di vita scorretti. Boom cronici e non autosufficienti. “Spesa destinata ad impennarsi. Cambiare approccio o sarà emergenza” Il grande problema per il presente e per il futuro sono le cronicità che assorbono l’80% della spesa sanitaria. Destinata a impennarsi nel prossimo decennio la domanda per visite specialistiche, di giornate di degenza e di assistenza domiciliare. Siamo tra i Paesi più longevi ma anche con più anni da vivere con malattie croniche e disabilità: la speranza di vita in buona salute è peggiore che altri Paesi europei. IL RAPPORTO - I DATI REGIONALI 15 MAG - Italiani ancora lenti a cambiare abitudini nocive per la salute come fumo, sedentarietà e alimentazioni scorrette, ma nel Bel Paese si muore sempre meno, grazie soprattutto ai miglioramenti nell’assistenza sanitaria e ai traguardi della medicina moderna. Un dato rilevante per la salute degli italiani è rappresentato dalla forte riduzione della mortalità prematura (indicatore del Sustainable Development, Goals delle Nazioni Unite – calcolato rispetto alle principali cause di morte della fascia di età 30-69 anni) diminuita, dal 2004 al 2016, del 26,5% per gli uomini e del 17,3% per le donne.   In generale, in poco più di 30 anni, il tasso standardizzato di mortalità totale si è ridotto di oltre il 50% nel periodo 1980-2015 ed il contributo delle malattie cardiovascolari è stato quello che più ha influito sul trend in discesa della mortalità (nello stesso periodo la mortalità per malattie ischemiche del cuore si è ridotta di circa il 63% e quella delle malattie cerebrovascolari di circa il 70%).   Si muore meno di tumori che restano però la prima causa di morte tra i 19 e i 64 anni: nell’arco di tempo compreso tra 2006 e 2016, diminuisce del 24% per gli uomini (da 12,5 a 9,5 per 10.000) e del 12,6% per le donne (da 8,7 a 7,6 decessi per 10.000).   La mortalità neonatale e infantile è significativamente diminuita nel nostro Paese e ha raggiunto livelli tra i più bassi del mondo, anche migliori di quelli osservati nei Paesi occidentali più sviluppati. Il tasso di mortalità infantile è passato da 3,16 decessi per 1.000 nati vivi a 2,81 per 1.000 nell’arco temporale 2010-2016.   Non a caso l’Italia, con 83,4 anni di vita media attesa alla nascita nel 2016 (ultimo anno disponibile per i confronti internazionali), è da anni uno dei Paesi più longevi nel contesto internazionale, secondo dopo la Spagna (83,5 anni) tra i Paesi dell’Unione Europea (UE). Sempre nel 2016, il nostro Paese si colloca direttamente al primo posto in Europa per la più elevata speranza di vita alla nascita per gli uomini (81,0 anni), secondo gli ultimi dati disponibili da fonte europea Eurostat. Per le donne, invece, si colloca al terzo posto (con 85,6 anni) dopo Spagna (86,3 anni) e Francia (85,7 anni). L’Italia, rispetto alla media dei Paesi dell’UE, presenta un vantaggio di circa 3 anni per gli uomini (la media dell’UE è pari a 78,2 anni) e 2,0 anni per le donne (la media dell’UE è 83,6 anni).   Sono questi, in estrema sintesi, i dati emersi dalla XVI edizione del Rapporto Osservasalute, curato dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane che opera nell’ambito di Vihtaly, spin off dell’Università Cattolica presso la sede di Roma, con la Direzione scientifica di Alessandro Solipaca, e la Direzione di Walter Ricciardi, professore ordinario di Igiene generale e applicata all’Università Cattolica. Il volume è frutto del lavoro di 318 ricercatori distribuiti su tutto il territorio italiano che operano presso Università, Agenzie regionali e provinciali di sanità, Assessorati regionali e provinciali, Aziende ospedaliere e Aziende sanitarie, Istituto Superiore di Sanità, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori, Ministero della Salute, Agenzia Italiana del Farmaco, Istat. Suddiviso in due parti principali - la prima dedicata alla salute e ai bisogni della popolazione, la seconda ai sistemi sanitari regionali nonché alla qualità dei servizi   Ma gli italiani non accennano a cambiare stili di vita. Sono circa 10 milioni e 370 mila i fumatori in Italia nel 2017, poco più di 6 milioni e 300 mila uomini e poco più di 4 milioni e 70.000 donne. Si tratta del 19,7% della popolazione di 14 anni ed oltre. Il numero di coloro che fumano è rimasto pressoché costante a partire dal 2014.   In Italia, nel 2017, si conferma che più di un terzo della popolazione di età 18 anni ed oltre (35,4%) è in sovrappeso, mentre poco più di una persona su dieci è obesa (10,5%); complessivamente, il 45,9% dei soggetti di età ≥18 anni è in eccesso ponderale. Questi valori non presentano variazioni significative rispetto al 2016.   In Italia, la quota dei bambini e degli adolescenti in eccesso di peso è pari al 24,2%. L’eccesso di peso raggiunge la prevalenza più elevata tra i bambini di età 6-10 anni risultando pari a 32,9%. Al crescere dell’età, il sovrappeso e l’obesità diminuiscono, fino a raggiungere il valore minimo tra i ragazzi di età 14-17 anni (14,4%).   Dai dati della WHO (Childhood Obesity Surveillance Initiative-COSI) relativi alla raccolta del 2012-2013 avvenuta in 19 Paesi (Albania, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Malta, Macedonia, Moldavia, Norvegia, Portogallo, Romania, Repubblica di San Marino, Slovenia, Spagna, Turchia e Italia) con la stessa metodologia, utilizzando i cut-off dell’OMS e con un range di età che oscilla tra i 6-9 anni, l’Italia è risultata tra i Paesi a più alta prevalenza di sovrappeso e obesità nei bambini di età 8-9 anni insieme a Grecia e Spagna, mentre i Paesi del Nord Europa presentano prevalenze più basse. I dati di lungo periodo evidenziano un aumento della propensione alla pratica sportiva in modo  continuativo (dal 19,1% del 2001 al 24,8% del 2017), tuttavia i sedentari sono ancora molti, oltre 22,4 milioni, pari al 38,1% della popolazione.   Il volto dell’Italia è vecchio e con malattie croniche che gravano sui bilanci del SSN . L’Italia è sempre più vecchia (nel 2017, gli ultra 65enni sono oltre 13,5 milioni, il 22,3% della popolazione totale) e gravata da malattie croniche la cui gestione, infatti, incide per circa l’80% dei costi sanitari Nel 2017, il costo medio annuo grezzo della popolazione in carico ai MMG del network HS, affetta da almeno è stato di 708€. Sono presenti differenze di genere nei costi generati per il SSN; infatti, i pazienti uomini affetti da almeno una patologia cronica hanno generato un costo medio annuo superiore a quello delle donne (738€ vs 685€).   I costi medi annui sostenuti dal SSN per i pazienti cronici aumentano progressivamente al crescere dell’età, raggiungendo il picco nelle fasce di età 80-84 anni (1.129€) e 75-79 anni (1.115€), per poi calare leggermente nelle classi di età successive.   Dal lato dell’assistenza primaria, i dati raccolti dai Medici di Medicina Generale (MMG) riferiscono che mediamente in un anno si spendono €1.500 per un paziente con uno scompenso cardiaco congestizio, in ragione del fatto che questi pazienti assorbono il 5,6% delle prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, il 4% delle richieste di visite specialistiche e il 4,1% per le prescrizioni di accertamenti diagnostici. Circa €1.400 annui li assorbe un paziente affetto da malattie ischemiche del cuore, il quale è destinatario del 16% delle prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, del 10,6% delle richieste di visite specialistiche e del 10,1% degli accertamenti diagnostici.   Quasi €1.300 vengono spesi per un paziente affetto da diabete tipo 2, il quale assorbe il 24,7% delle prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, il 18,5% delle richieste di visite specialistiche e il 18,2% degli accertamenti diagnostici.   Un paziente affetto da osteoporosi costa circa €900 annui, poiché è destinatario del 40,7% delle prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, del 35,0% delle richieste di visite specialistiche e del 32,0% degli accertamenti diagnostici.   Costa, invece, €864 un paziente con ipertensione arteriosa che assorbe mediamente in un anno il 68,2% di tutte le prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, il 52,2% delle richieste di visite specialistiche e il 51,7% degli accertamenti diagnostici.   L’Italia non è un paese per vecchi. Siamo longevi ma non invecchiamo in salute e manca l’assistenza dedicata (domiciliare e nelle strutture di degenza di lungo periodo).   Per la speranza di vita della popolazione anziana, l’Italia, nel 2016, occupa il terzo posto in graduatoria per uomini: la speranza di vita a 65 anni è pari a 19,4 anni (simile alla Spagna) a fronte del dato medio europeo di 18,2 anni. Al secondo posto troviamo la Francia con 19,6 anni e al primo posto Malta con 19,7 anni. Anche per le donne la vita attesa a 65 anni in Italia supera di oltre 1 anno la media dell’UE (22,9 anni vs 21,6 anni) posizionandosi al terzo posto dopo Francia (23,7 anni) e Spagna (23,6 anni).   Tuttavia gli anziani italiani trascorrono più tempo dei coetanei europei in cattiva salute: infatti, l’Italia, pur essendo il primo Paese per longevità degli uomini, scende in graduatoria al terzo posto per speranza di vita alla nascita in buona salute, pur mantenendo un vantaggio di circa 4 anni rispetto alla media europea, dopo Svezia e Malta (rispettivamente, 73,0 e 71,1 anni). Anche per le donne l’Italia scende in graduatoria, passando dal terzo posto per la speranza di vita al settimo quando si considerano gli anni di vita ancora da vivere in modo autonomo, senza limitazioni nelle attività dovute a problemi di salute, con un differenziale positivo di 3,0 anni rispetto alla media dei Paesi dell’UE.   Oltre alle malattie croniche, tra le problematiche di salute che condizionano la vita di un anziano vediamo i disturbi depressivi. Depressione per quasi 1 anziano su 5: disturbi depressivi per il 19,5% degli ultra 75enni. Differenze di genere a svantaggio delle donne, tra le over 75 quasi una donna su quattro soffre di sintomi depressivi (23,0%) a fronte del 14,2% tra gli uomini.   Carente l’assistenza dedicata agli anziani: infatti, in Italia, nonostante l’elevata percentuale di ultra 80enni, è ancora troppo bassa la quota della spesa sanitaria complessiva allocata da tutto il sistema sanitario all’assistenza sanitaria a lungo termine (10,1%) se confrontata con quella di Paesi con simile livello di invecchiamento (14,8% in Francia e 16,5% in Germania). Risulta, quindi, prioritario per il nostro Servizio Sanitario Nazionale orientarsi alle necessità della popolazione che invecchia, potenziando l’assistenza a lungo termine e l’assistenza domiciliare, con maggiori e rinnovate risorse economiche ed umane (soprattutto infermieri e personale specializzato nell’assistenza domiciliare).   Preoccupano gli scenari futuri: aumentano gli anziani, aumentano i bisogni assistenziali del Paese e la spesa che sarà necessaria a soddisfarli. Nel 2017, gli ultra 65enni sono oltre 13,5 milioni, il 22,3% della popolazione totale. Le proiezioni dell’Istituto nazionale di statistica mostrano che questa fascia di popolazione, nel 2028, ammonterà al 26,0%, pari a poco più di 15,6 milioni di abitanti, mentre nel 2038 saranno oltre 18,6 milioni, il 31,1% degli italiani.   Le proiezioni della cronicità indicano che tra meno di 10 anni, nel 2028, il numero di malati cronici salirà a oltre 25 milioni (oggi sono quasi 24 milioni), mentre i multi-cronici saranno circa 14 milioni (oggi sono oltre 12,5 milioni). La patologia cronica più frequente sarà l’ipertensione, con quasi 12 milioni di persone affette nel 2028, mentre l’artrosi/artrite interesserà quasi 11 milioni di italiani; per entrambe le patologie ci si attende oltre 1 milione di malati in più rispetto al 2017. Tra 10 anni le persone affette da osteoporosi, invece, saranno circa 5,3 milioni, oltre 500 mila in più rispetto al 2017. Inoltre, gli italiani affetti da diabete saranno oltre 3,6 milioni, mentre i malati di cuore circa 2,7 milioni.   Quanto alle diverse fasce della popolazione, nel 2028, tra la popolazione della classe di età 45-74 anni, gli ipertesi saranno 7 milioni, quelli affetti da artrosi/artrite 6 milioni, i malati di osteoporosi 2,6 milioni, i malati di diabete circa 2 milioni e i malati di cuore più di 1 milione. Inoltre, tra gli italiani ultra 75enni 4 milioni saranno affetti da ipertensione o artrosi/artrite, 2,5 milioni da osteoporosi, 1,5 milioni da diabete e 1,3 milioni da patologie cardiache.   L’aumento sensibile delle persone con problemi di salute avrà sicuramente un impatto sulla domanda di cura e assistenza, sia di natura strettamente sanitaria che socio-sanitaria. I dati a disposizione permettono di proiettare la domanda di visite specialistiche, di giornate di degenza e di assistenza domiciliare. In particolare, nel 2016 il numero di contatti mensili con un medico specialista sono stati oltre 13 milioni, nel 2038 supereranno i 14 milioni. Le notti passate in ospedale, nel 2016, sono state oltre 41 milioni, nel 2038 supereranno i 47 milioni. Le persone che hanno fatto ricorso all’assistenza domiciliare, nel 2016, sono state oltre 1,8 milioni, nel 2038 supereranno i 2,2 milioni, mentre nello stesso anno saranno oltre 1,4 milioni quelli che domanderanno assistenza domiciliare di tipo sanitaria, contro gli oltre 1,2 milioni del 2016.   L’aumento della domanda di cure e assistenza avrà conseguenze sulla spesa sanitaria. Attualmente nel nostro Paese si stima che si spendono, complessivamente, circa 66,7 miliardi di € per la cronicità; stando alle proiezioni effettuate sulla base degli scenari demografici futuri e ipotizzando una prevalenza stabile nelle diverse classi di età, nel 2028 spenderemo 70,7 miliardi di €.   In generale, le proiezioni della Ragioneria Generale dello Stato prevedono che il rapporto tra spesa sanitaria pubblica e PIL dovrebbe crescere dal 6,6% del 2017 al 6,8% nel 2030, fino ad arrivare al 7,3% del 2040. In altre parole, dovremmo passare dagli attuali 114 miliardi a 139 miliardi nel 2030 e 168 miliardi di € nel 2040.   “Lo scenario che si prospetta”, sottolinea il Dottor Solipaca, “evidenzia che la sfida che il Servizio sanitario nazionale dovrà affrontare è quella legata alle crescenti fragilità degli anziani, la spesa da sostenere per questo gruppo di popolazione non potrà gravare tutta sul settore sanitario, perché si tratta di prestazioni con una forte connotazione socio-assistenziale”.    “Di fronte al quadro futuro, per il SSN è necessario intensificare gli sforzi per promuovere la prevenzione e un cambio di paradigma rispetto all’organizzazione dei servizi di cura, definendo nuovi percorsi assistenziali in grado di prendere in carico il paziente nel lungo termine, prevenire e contenere la disabilità, garantire la continuità assistenziale e l’integrazione degli interventi socio-sanitari”, commenta il Professor Ricciardi. Fonte.www.quotidianosanità.it
Alcol
Quotidiano Sanità,   14/05/2019
Alcol. 8,6 mln di italiani sono consumatori a rischio. Crescono gli incidenti stradali sotto effetto di alcolici e droghe. La relazione al Parlamento  Nel 2017 il 14,8% degli uomini e il 5,9% delle donne di età superiore a 11 anni hanno dichiarato di aver abitualmente ecceduto nel consumare bevande alcoliche. La percentuale più elevata, per entrambi i sessi, è tra i ragazzi di 16-17 anni e tra gli anziani ultra 65enni (M=35,2; F=7,6). La più bassa, invece, nella fascia di età 18-24 anni (M=2,7%; F=1,2%). Il 7,8% e 2,9% degli incidenti stradaliè risultato correlato rispettivamente ad alcol e droga; nel 2015 erano il 7,6% e il 2,3%. LA RELAZIONE 14 MAG - Otto milioni e 600mila consumatori a rischio a causa dell’alcol in Italia, 68mila gli alcoldipendenti presi in carico dai servizi alcologici, 4.575 incidenti stradali rilevati soltanto da Polizia e Carabinieri. Questi alcuni dati contenuti nella Relazione al Parlamento sugli interventi realizzati nel 2018 in materia di alcol e problemi correlati, trasmessa dal ministro della Salute Giulia Grillo alle Camere il 29 aprile 2019. Consumatori a rischio, minori e over 65 i più inconsapevoli La prevalenza dei consumatori a rischio, elaborata dall’Istituto Superiore di Sanità, è stata nel 2017 del 23,6% per uomini e dell’8,8% per donne di età superiore a 11 anni, per un totale di oltre 8,6 milioni di persone, 6,1 milioni maschi (M) e 2,5 milioni femmine (F), che nel 2017 non si sono attenute alle indicazioni di salute pubblica. L’analisi per classi di età mostra che le fasce di popolazione più a rischio per entrambi i generi sono quelle dei 16-17enni (M=47,0%, F=34,5%), che non dovrebbero consumare bevande alcoliche e dei “giovani anziani” (65-75 anni). Verosimilmente a causa di una carente conoscenza o consapevolezza dei rischi che l’alcol causa alla salute, circa 700mila minorenni e 2,7 milioni di ultra sessantacinquenni sono consumatori a rischio per patologie e problematiche alcol-correlate, persone, quindi, non precocemente identificate e che andrebbero sensibilizzate sul loro consumo non conforme alle raccomandazioni di sanità pubblica. La prevalenza di consumatori a rischio di sesso maschile è superiore a quelle delle donne per tutte le classi di età, ad eccezione di quella dei minorenni, dove invece le differenze non raggiungono la significatività statistica. Dipendenza dall'alcol, 68mila persone hanno fatto ricorso servizi alcologici, 27,1% sono nuovi utenti I dati sull’alcoldipendenza mostrano la presa in carico nel 2017 presso i Servizi Alcologici di circa 68mila (67.975) soggetti. Il 27,1% dell’utenza complessiva è rappresentato da utenti nuovi; la quota restante da soggetti già in carico dagli anni precedenti o rientrati nel corso dell’anno dopo aver sospeso un trattamento precedente. Il rapporto M/F è pari a 3,5 per il totale degli utenti. A livello regionale questa maggiore presenza maschile risulta più evidente al centro-sud. L’analisi per età evidenzia che il 75,1% dell’utenza ha un’età compresa tra i 30 e i 59 anni, mentre i giovani al di sotto dei 30 anni rappresentano il 7,5% dei soggetti trattati; non trascurabile è la quota degli individui di 60 anni e oltre pari al 17,4%. La bevanda alcolica maggiormente consumata è il vino (48,1%), seguito dalla birra (27,1%), dai superalcolici (10,3%) e dagli aperitivi, amari e digestivi (5,5%). La distribuzione degli utenti per tipo di bevanda alcolica di uso prevalente è molto variabile regionalmente: il vino è utilizzato in genere più frequentemente al nord mentre la birra e i superalcolici al sud. Nel corso del 2017 si sono verificati complessivamente 39.182 accessi in Pronto Soccorso caratterizzati da una diagnosi principale o secondaria attribuibile all’alcol. Di questi il 70% si riferisce ad accessi di maschi e il restante 30% ad accessi di femmine. La distribuzione degli accessi in Pronto Soccorso per triage medico mostra che il 64% degli accessi avviene in codice verde, il 20% in codice giallo, il 13,5% in codice bianco e il 2% in codice rosso. I dati disponibili più recenti relativi ai decessi totalmente alcol-attribuibili si riferiscono all’anno 2015. Si evince che in Italia, il numero di decessi di persone di età superiore a 15 anni per patologie totalmente alcol-attribuibili è stato pari a 1.240, di cui 1016 (81,9%) uomini e 224 donne (18,1%); queste percentuali corrispondono a circa 38 decessi per milione di abitanti tra gli uomini e a quasi 1 decesso per milione tra le donne. Le due patologie che causano il numero maggiore di decessi per entrambi i sessi sono le epatopatie alcoliche e sindromi psicotiche indotte da alcol. Incidenti stradali, nel 7,8% dei casi un conducente era in stato di ebbrezza Carabinieri e Polizia Stradale, organi che rilevano circa un terzo del totale degli incidenti stradali con lesioni, hanno reso disponibili i dati riferiti all’anno 2017 sulle contravvenzioni elevate per guida in stato di ebbrezza e sotto l’effetto di stupefacenti in occasione di incidente stradale. Da tali dati risulta che, in totale per i due organi di rilevazione, sono 4.575 gli incidenti stradali per i quali almeno uno dei conducenti dei veicoli coinvolti era in stato di ebbrezza e 1.690 sotto l’effetto di stupefacenti, su un totale di 58.583 incidenti. Il 7,8% e 2,9% degli incidenti rilevati dai Carabinieri e dalla Polizia Stradale è correlato dunque, rispettivamente ad alcol e droga, percentuali in aumento rispetto al 2015 quando erano pari al 7,6% e al 2,3%. Alcohol Prevention Day 2019 Anche quest'anno si terrà a Roma il 15 maggio il workshop annuale Alcohol Prevention Day 2019, finanziato dal ministero della Salute e organizzato dall’Istituto Superiore di Sanità, avvalendosi della collaborazione con la Società Italiana di Alcologia (SIA), Associazione Italiana Club Alcologici Territoriali - AICAT e Eurocare. Fonte.www.quotidianosanità.it
Cassazione: imprudenza o imperizia?
Quotidiano Sanità,   13/05/2019
Imperizia o imprudenza? Se il fatto risale a prima della legge “Gelli” si deve valutare se applicare ancora il decreto Balduzzi. Una nuova sentenza della Cassazione Il caso riguarda un ginecologo accusato di aver provocato una ferita al nascituro durante un parto cesareo. La Cassazione (sentenza 19387 della IV sezione penale) ha annullato la sententa della Corte d'Appello che aveva riscontrato una colpa lieve per imperizia ma senza prendere in considerazione la disciplina giuridica potenzialmente più favorevole per questa fattispecie di responsabilità professionale contemplata dal decreto Balduzzi in vigore all'epoca dei fatti.. 13 MAG - Negligenza e imperizia sono due cose diverse e i giudici devono verificare se la condotta colposa del sanitario rientri nella disciplina più favorevole introdotta dal decreto Balduzzi, proprio in riferimento ai casi di colpa lieve per negligenza o imprudenza, secondo le indicazioni offerte dalle Sezioni Unite o nell’ambito della legge 24/2017 (legge Gelli-Bianco).   Lo ha stabilito la Cassazione, quarta sezione penale, con la sentenza 19387/2019 pronunciandosi sul ricorso di un medico condannato per lesioni colpose.   Il fatto Il medico, ginecologo ospedaliero, aveva provocato una ferita al nascituro durante il parto. Secondo la Corte d'Appello i rischi relativi al quadro clinico della partoriente, che avevano portato al cesareo d’urgenza erano noti al medico prima dell'intervento e quindi questo avrebbe dovuto operare con una particolare prudenza e cautela. Secondo i giudici della Corte di Appello quindi, anche basandosi sulla perizia del CTU, la colpa era per imprudenza e quindi non si poteva applicare l'art. 590-sexies introdotto dalla legge 24/2017 nel Codice penale sulla responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario. Per l'imputato, sarebbe prevalsa invece un'ipotesi di colpa lieve per imperizia, che consiste in una mancanza di abilità professionale nonostante l’osservanza della leges artis, avendo preferito il cesareo in quanto meno invasivo.   La sentenza  La Cassazione, pur dovendo annullare la sentenza impugnata senza rinvio perché il reato era estinto per prescrizione, si sofferma comunque sul tema della natura della colpa generica.   “Come noto – si legge nella sentenza - la distinzione tra culpa levis e culpa lata aveva acquisito una nuova considerazione alla luce della disposizione, in tema di responsabilità sanitaria, che era contenuta nell'oggi abrogato art. 3, comma 1, Dl 13 settembre 2012, n. 158, convertito, con modificazioni dalla legge 8 novembre 2012, n.  189, ove era tra l'altro stabilito: ‘L'esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve’”.   “Secondo la Corte regolatrice – prosegue la Cassazione - la novella del 2012 aveva escluso la rilevanza penale della colpa lieve, rispetto alle condotte lesive coerenti con le linee guida o le pratiche terapeutiche mediche virtuose, accreditate dalla comunità scientifica. In particolare, si era evidenziato che la norma aveva dato luogo ad una abolitio criminis parziale degli artt. 589 e 590 cod. pen., avendo ristretto l'area penalmente rilevante individuata dalle predette norme incriminatrici, alla sola colpa grave”. “Il legislatore del 2017 – spiega ancora la Cassazione - ha ritenuto di limitare l'innovazione alle sole situazioni astrattamente riconducibili alla sfera dell'imperizia. Sono così state troncate, per il futuro, le incertezze verificatesi nella prassi, anche quella di legittimità, in ordine all'applicabilità della legge n. 189/2012 alle linee guida la cui inosservanza conduce ad un giudizio non di insipienza tecnico-scientifica (imperizia) ma di trascuratezza, e, quindi, di negligenza. L'art. 590 sexies cod. pen., si applica solo quando sia stata elevata o possa essere elevata imputazione di colpa per imperizia”.   “Non di meno – prosegue - ove a carico dei sanitari, per il fatto lesivo verificatosi, emergano profili di colpa per negligenza, può assumere rilevanza il riferimento alla legge n. 189/2012, in quanto norma più favorevole, ai sensi dell’art. 2, comma 4, cod. pen. Le Sezioni Unite, infatti, hanno chiarito che l'art. 3, del Dl 13 settembre 2012, n. 158, oggi abrogato, risulta più favorevole in relazione alle contestazioni per comportamenti del sanitario commessi prima della entrata in vigore della novella del 2017, connotati da negligenza o imprudenza con configurazione di colpa lieve, che, per il citato decreto Balduzzi, erano esenti da responsabilità in caso di rispetto delle linee guida o delle buone pratiche accreditate”.   Quindi secondo la Cassazione la distinzione tra colpa lieve e colpa grave per imperizia, nella fase esecutiva delle raccomandazioni contenute nelle linee guida per il caso in esame, “mantiene una sua attuale validità: ciò in quanto la colpa lieve per imperizia esecutiva delimita l'area di irresponsabilità penale del professionista sanitario”.   Verso il ginecologo sono stati accertati profili di colpa lieve per imprudenza che avrebbe imposto la verifica della disciplina più favorevole secondo la legge n. 189/2012.   La Cassazione sottolinea anche che la scienza penalistica non offre indicazioni in ordine tassativo nel distinguere le diverse ipotesi di colpa generica contenute nell'art. 43, comma 3, c.p. e che le stesse sezioni Unite hanno ribadito l'estrema difficoltà che talvolta si presenta nel riuscire a operare una plausibile distinzione tra colpa da negligenza e colpa da imperizia.   In questo caso, secondo la Cassazione, i giudici della Corte d’Appello hanno del tutto omesso di verificare se la condotta colposa del medico potesse rientrare nell'ambito della disciplina più favorevole introdotta dal decreto Balduzzi, proprio in riferimento ai casi di colpa lieve per negligenza o imprudenza, secondo le indicazioni delle Sezioni Unite.   Una lacuna che giustifica l'annullamento della sentenza impugnata, agli effetti civili. Quindi “stante l'intervenuta instaurazione di un valido rapporto di impugnazione, la sentenza in esame deve essere annullata senza rinvio agli effetti penali perché il reato è estinto per prescrizione. La medesima sentenza, agli effetti civili, deve essere annullata con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello, ex art. 622 cod. proc. pen., perché proceda a nuovo giudizio, alla luce dei principi di diritto sopra richiamati”. Fonte.www.quotidianosanità.it
Ludopatia
Il Messaggero,   13/05/2019
Non riusciva a smettere di giocare alle slot machine, nonostante le perdite che mettevano nei guai tutta la famiglia. È questa la spiegazione che un muratore di 56 anni ha dato alla polizia di Milano che è riuscita a salvarlo prima che si suicidasse. A dare l'allarme è stato il fratello dell'uomo che ha avvisato le forze dell'ordine. Gli agenti sono subito andati a casa del muratore, nella periferia Ovest di Milano, ma non hanno trovato nessuno. Hanno quindi contattato la moglie dell'aspirante suicida da cui si sono fatti dare il numero di cellulare dell'uomo che hanno contattato. Fonte.www.ilmessaggero.it