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Cassazione.responsabilità sanitaria
Quotidiano Sanità,   17/02/2020
La responsabilità sanitaria scatta anche quando l’intervento errato dei medici ritarda la guarigione Per la Cassazione (sentenza 5315/2020, quarta sezione penale) la condotta colposa dei medici, anche se non aggrava la lesione, è rilevante per quanto riguarda l'allungamento del periodo necessario per la stabilizzazione dello stato di salute del paziente. LA 17 FEB - Anche se la condotta del medico non provoca un peggioramento della condizione di un paziente, ma allunga comunque i tempi di guarigione, si è in presenza di responsabilità sanitaria per condotta colposa, imperizia e negligenza, - in questo caso di tre medici - ognuno per la propria area di intervento. Questo quanto prevede la Corte di Cassazione nella sentenza 5315/2020 che si è pronunciata sulla vicenda riguardante tre sanitari (due ortopedici e un radiologo), confermando l’assoluzione stabilita dalla Corte di Appello dal reato previsto dall’art. 590 c.p. (lesioni personali colpose: il Tribunale li aveva invece condannati in base a questo articolo), ma la cui sentenza è stata rinviata alla Corte di Appello per valutare i reati previsti dagli articoli 582 (“Chiunque cagiona ad alcuno una lesione personale dalla quale deriva una malattia nel corpo o nella mente, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni”) e 583, commi 1 e 2 (La lesione personale è grave e si applica la reclusione da tre a sette anni: “1) se dal fatto deriva una malattia che metta in pericolo la vita della persona offesa, ovvero una malattia o un'incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per un tempo superiore ai quaranta giorni; 2) se il fatto produce l'indebolimento permanente di un senso o di un organo”). Il fatto I medici sono stati accusati di non avere nelle loro rispettive competenze (ortopedia e radiologia) diagnosticato al paziente l'esistenza di una frattura del corpo vertebrale L1, omettendo, di conseguenza, di mettere in atto gli accertamenti per assicurargli la guarigione, determinando l'aggravamento delle sue condizioni e il ritardo nell'individuazione della giusta terapia. La sentenza di secondo grado ha riconosciuto “antidoverosa” la condotta dei tre medici, per difetto dei necessari approfondimenti diagnostici, ma ha poi seguito le conclusioni dei periti, i quali hanno affermato che “i lievi esiti algodisfunzionali ascrivibili al tipo di frattura lombare, sono primitivamente ascrivibili all'evento traumatico ed indipendenti dall'inadeguato trattamento”. Per questo la Corte di appello, pur affermando che la condotta degli imputati è comunque censurabile, ha sottolineato che non avendo provocato alcuna lesione, non essendosi verificate limitazioni funzionali o altri processi patologici diversi da quello che si sarebbe comunque verificato anche se gli imputati avessero tenuto il comportamento doveroso, non si era in presenza degli estremi per una condanna, appunto, in base all’articolo 590 del codice penale. La sentenza La Cassazione nella sua sentenza sottolinea prima di tutto la particolarità del caso nel fatto che di fronte alla condotta colposa, per imperizia e negligenza, tenuta dai tre medici non si è prodotto un aggravamento della situazione del paziente e quindi la Corte d’Appello ha concluso che i “lievi esiti algodisfunzionali ascrivibili alla frattura lombare L1' derivata dall'evento traumatico sono 'indipendenti dall'inadeguato trattamento'. Ma ‘l'inadeguato trattamento’, secondo la sentenza, in questo caso coincide con il ritardo nella diagnosi e nel trattamento, “poi effettivamente posto in essere dai medici intervenuti in un secondo momento, a distanza di trenta giorni dalle dimissioni della persona offesa dal nosocomio ove era stata affidata alle cure degli imputati”. Secondo la Cassazione quindi è necessario stabilire se possa considerarsi 'malattia', “non l'aggravamento della lesione, ma il prolungamento del tempo necessario per la sua riduzione o per la sua definitiva stabilizzazione, posto che detto ritardo non incide sulla perturbazione funzionale di tipo dinamico”. E su questo punto la Corte è giunta ad una affermazione positiva. “La malattia, infatti – si legge nella sentenza della Cassazione - nella sua nozione penalistica, non è il post factum della lesione, ma ne costituisce il nucleo intrinseco. L'utilizzo del verbo 'deriva', nel testo della norma cardine di cui all'art. 582 cod. pen. (Chiunque cagiona ad alcuno una lesione personale dalla quale 'deriva' una malattia è punito...), non indica un rapporto di conseguenzialità,.. ma cristallizza il concetto penalistico di malattia come connotato della nozione penalistica di lesione personale. Dunque, è sulla durata della malattia (più o meno di quaranta giorni) o sulla specificità dell'alterazione funzionale che essa comporta (indebolimento o perdita di un senso o di un organo, perdita di un arto, grave compromissione o perdita della favella, della capacità di procreare, ecc.) che l'ordinamento misura la sanzione penale, con l'introduzione delle aggravanti di cui all'art. 583, commi 1e 2 cod. pen.”. Quindi secondo i giudici da quanto detto si ricava che ogni condotta colposa “che intervenga sul tempo necessario alla guarigione, pur se non produce ex se un aggravamento della lesione e della relativa perturbazione funzionale, assume rilievo penale allorquando generi la dilatazione del periodo necessario al raggiungimento della guarigione o della stabilizzazione dello stato di salute”. “Essendo pacifico – conclude la Cassazione - che l'omessa diagnosi del crollo della veterbra L1 e della frattura pluriframmentata, con conseguente omessa tempestiva prescrizione del trattamento di riduzione (busto ortopedico e fisioterapia), ha comportato l'adozione di misure di trattamento con un ritardo di trenta giorni, intervallo intercorso fra la dimissione dall'ospedale dove operavano i tre imputati e la data in cui i sanitari dell'ospedale diagnosticarono la frattura in L1 impartendo la cura, ne consegue la necessità di rivalutare l'incidenza della condotta colposa degli imputati sul differimento della guarigione della persona offesa”. La sentenza della Corte di Appello quindi secondo la Cassazione deve essere annullata agli effetti civili e rinviata al giudice civile competente “per valore in grado di appello” per nuovo giudizio. Fonte.www.quotidianosanità.it
Amci:suicidio assistito
Avvenire,   15/02/2020
Aperto dissenso sugli indirizzi applicativi dell’articolo 17 del Codice deontologico appena varati dalla Federazione degli Ordini dei medici (Fnomceo). Lo esprime l’Associazione medici cattolici italiani (Amci) che in una nota «prende atto della decisione della Fnomceo della non modifica dell’articolo 17», un fatto «di per sé sostanzialmente positivo», trattandosi del punto in cui il testo di riferimento etico della professione fa divieto ai medici di assecondare la volontà di morte del paziente. Affermazione però contraddetta dalla chiosa esecutiva, che stabilisce «la non punibilità del medico da un punto di vista disciplinare» se sceglie di «agevolare il proposito di suicidio» del paziente che versa nelle condizioni indicate dalla recente sentenza della Corte costituzionale. Per questo l’Amci «non condivide l’elaborazione dottrinale dell’indirizzo applicativo deciso» in quanto «ritiene assolutamente incompatibile ogni intervento di assistenza medica al suicidio assistito con l’etica e la deontologia professionale del medico». Secondo la presidenza Amci «la medicina è sempre senza eccezioni per la vita e a favore della vita, e questa vita deve essere sempre accompagnata, senza alcun disimpegno, senza alcun abbandono, con delicatezza, fermezza e impegno nel continuare a curare le fragilità, pur se terminali, adempiendo sempre con sollecitudine e proporzionalità al prendersi cura, soprattutto quando non si può guarire». Le insormontabili perplessità davanti al testo varato dalla Federazione spingono l’Amci a formulare quattro «interrogativi»: «Il primo – si legge nella nota – attiene alla scelta dei tempi: quale urgenza c’era di provvedere con tanta celerità?». Più radicalmente, l’Amci si chiede «perché varare questi nuovi indirizzi applicativi». Riferendosi poi all’inserimento della procedura di aiuto al suicidio entro il Servizio sanitario nazionale, i Medici cattolici chiedono «a quale degli obiettivi propri del Ssn si ascrive» la cooperazione del medico a questa pratica. Discutibile infine la scelta della Fnomceo di aderire in toto alla sentenza costituzionale: «Non esiste un’autonomia fra norme disciplinari e norme penali?». Fonte.www.avvenire.it
Cure palliative
Avvenire,   15/02/2020
10 anni dalla legge. «Cure palliative, sedazione, terapia del dolore: diritti ignorati» Igor Traboni venerdì 14 febbraio 2020 A 10 anni ormai dalla legge 38 sulle cure palliative, gli specialisti constatano che c'è ancora scarsissima conoscenza delle importanti acquisizioni di quella norma tra la gente e gli stessi medici «Oggi c’è ancora tanta confusione tra sedazione palliativa ed eutanasia, ma quest’ultima dà la morte mentre la prima è un trattamento farmacologico per togliere la sofferenza». Non usa giri di parole Giada Lonati, direttrice sanitaria dell’associazione di volontariato laico Vidas, quando definisce le differenze sostanziali tra le due categorie: dal tipo di farmaci usati (barbiturici per l’eutanasia) ai tempi e all’esito che ne derivavo (subito il decesso per l’eutanasia, il tempo necessario perché la vita si concluda, da qualche ora fino a tre giorni), fino al fatto che con la sedazione il paziente non chiede di morire ma di togliere il dolore. «Nelle cure palliative – spiega Lonati, medico palliativista dal 1995 – la presa in carico del paziente e dei loro familiari per noi è globale e riguarda la qualità della vita, i sintomi e il dolore che è fisico ma pure sociale, psicologico, anche spirituale: in una parola, esistenziale. Per noi muoiono come persone, non come malati. Ci sono sintomi difficili da curare perché diventano refrattari e quindi il dolore si fa insopportabile». Qui si passa alla sedazione palliativa, d’intesa col paziente, secondo quanto previsto dalla legge, «anche a domicilio – specifica Lonati – con un’attenzione e una cura particolari nelle modalità, a opera di medici specialisti. Anche la legge sulle Dat riconosce uno status speciale alla sedazione come un vero trattamento». La necessità perentoria «di smetterla di associare la sedazione all’eutanasia» viene ribadita da Stefania Bastianello, presidente della Federazione cure palliative, che specifica come «le cure palliative siano un di più rispetto alla sedazione, che invece è un atto terapeutico. Il cittadino deve saperlo perché è un suo diritto». Oggi gli hospice in Italia sono 267 per circa 3mila posti letto: «Non si tratta di ospedali – precisa Bastianello –, così come le cure palliative a domicilio possono essere di base o specialistiche, secondo i bisogni. Quelle a domicilio vanno potenziate rispetto al bisogno, ma occorre che si sviluppino anche in altri luoghi, dagli ambulatori alle Rsa, alle strutture per disabili». Quanto alla formazione del personale «si deve insistere per avere specialisti in cure palliative anche per malati non oncologici e far crescere le competenze di base sulle cure palliative anche nei medici generici». La formazione deve riguardare anche i volontari, «che non sono solo quelli che tengono la mano dell’anziano – sottolinea la presidente – ma hanno un ruolo importante in un lavoro di équipe, che certo non è sanitario ma relazionale. Anche perché il 50% del sistema delle cure palliative si regge proprio su associazioni di volontariato. Eppure, su questo aspetto, stiamo ancora aspettando il decreto attuativo della legge 38», approvata nel marzo di 10 anni fa. Fonte.www.avvenire.it
Lavoro esternalizzato in sanità
Quotidiano Sanità,   15/02/2020
Lavoro esternalizzato in sanità per medici e infermieri vale come “esperienza” nel curriculum per i concorsi del Ssn. La Corte Costituzionale dà ragione al Lazio e respinge il ricorso del Governo La Consulta ha giudicato infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Governo nei confronti di una legge regionale che dà la possibilità a coloro che hanno svolto attività esternalizzate nell’ambito del Ssn di vedersi riconosciuto tale impiego ai fini della partecipazione ai concorsi di Asl e Ospedali del Ssn. LA SENTENZA 14 FEB - Per la Corte costituzionale il lavoro esternalizzato per medici e infermieri svolto nel Ssn deve valere come esperienza e fa curriculum ai fini dei punteggi nell'ambito dei concorsi per l'assunzione nelle Asl e negli ospedali del Ssn. È quanto sottolinea una sentenza appena pubblicata dalla suprema corte che ha giudicato infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Governo nei confronti di una legge regionale che dà la possibilità a coloro che hanno svolto attività esternalizzate nell’ambito del Ssn di vedersi riconosciuto tale impiego ai fini della partecipazione ai concorsi. La disposizione impugnata (la legge della Regione Lazio 2 maggio 2017, n. 4) stabilisce: «b) al personale che non rientra nelle fattispecie di cui alla lettera a), impiegato in forme riconducibili a processi di esternalizzazione nell’assistenza diretta o indiretta ai pazienti nelle aziende e negli enti del servizio sanitario regionale, sarà riconosciuto, nelle procedure concorsuali, un punteggio nell’ambito del curriculum formativo e professionale in relazione agli anni di lavoro svolto». Ma per la difesa statale la disposizione regionale “contrasterebbe con i criteri di valutazione del curriculum professionale e formativo, stabiliti dalla normativa statale, in quanto modifica e integra la griglia recante i criteri di valutazione dei titoli, e incide altresì sulla discrezionalità attribuita alla commissione, laddove le impone di assegnare uno specifico punteggio, in relazione agli anni di lavoro svolto, unicamente al personale sanitario che sia stato impiegato nelle aziende sanitarie regionali attraverso processi di esternalizzazione. Inoltre, la disposizione regionale impugnata, nel riconoscere l’assegnazione del predetto punteggio solo ai soggetti impiegati nelle aziende sanitarie regionali attraverso processi di esternalizzazione, rischierebbe di privilegiare tale categoria di concorrenti rispetto ad altri concorrenti che, partecipando alle procedure concorsuali straordinarie previste dalla legge 28 dicembre 2015, n. 208, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)», per l’assunzione a tempo indeterminato, siano stati già assunti a tempo determinato nell’ambito del Servizio sanitario regionale attraverso procedure selettive ad evidenza pubblica”. Ma per la Corte costituzionale invece ”la disposizione regionale in oggetto risulta pienamente coerente con l’assetto costituzionale e ordinamentale nello specifico settore di attività in esame: se la Regione può assicurare i servizi di assistenza sanitaria tramite forme esternalizzate nell’esercizio della sua competenza residuale in materia di «organizzazione amministrativa» e, al contempo, di quella concorrente in materia di «tutela della salute», può altresì, avvalendosi di questa stessa competenza concorrente, prevedere una misura intesa a riconoscere, nell’ambito del curriculum formativo e professionale, l’esperienza maturata dai soggetti impiegati nel settore sanitario attraverso forme esternalizzate che intendano concorrere per l’assunzione nel Servizio sanitario regionale.” Fonte.www.quotidianosanità.it
Giornata Sicurezza in Internet
Quotidiano Sanità,   11/02/2020
Giornata Sicurezza in Internet. Zampa: “Fare un uso corretto e sicuro dei social coinvolgendo ragazzi, famiglie e scuola” "Il mondo del web va gestito con regole e confini che solo la sinergia tra genitori, insegnanti, operatori del sociale, della salute e forze dell’ordine può permettere di definire e adattare, in modo tempestivo e aggiornato, affinché siano tutelati i diritti di tutti". 11 FEB - “La Rete è una delle migliori realtà del nostro secolo, una vera opportunità che, però, se utilizzata nel modo sbagliato, rischia di trasformarsi in agente negativo per la salute dei bambini e degli adolescenti, mentre invece dovrebbe essere un luogo sicuro per le giovani generazioni. Per evitare che il mondo virtuale prevalga su quello reale, l’approccio ad Internet deve essere corretto e sicuro e deve coinvolgere prima di tutto i ragazzi, poi le famiglie e la scuola. Perché il mondo del web va gestito con regole e confini che solo la sinergia tra genitori, insegnanti, operatori del sociale, della salute e forze dell’ordine può permettere di definire e adattare, in modo tempestivo e aggiornato, affinché siano tutelati i diritti di tutti. Ma più di tutto occorre che i giovani, i più capaci a navigare nel mare magnum dei dati, siano le prime sentinelle, pronti ad individuare l’eventuale disagio di un amico e capaci di intervenire tempestivamente evitando o contenendo episodi di bullismo, cyberbullismo, sexting e violazione della privacy”. Così in una nota la Sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa che oggi ha preso parte all’evento organizzato da Telefono Azzurro in occasione della Giornata della Sicurezza in Internet, istituita e promossa dalla Commissione Europea. “La lotta al cyberbullismo coinvolge tutti, a ogni livello – ha aggiunto - e ogni attore in campo può fare la propria parte per rendere Internet un posto migliore e più sicuro per i minori. Tutti gli attori coinvolti hanno, infatti, la possibilità di svolgere ogni giorno un’attività di vigilanza nella rete, individuando e segnalando contenuti che possano essere lesivi per i ragazzi e per l’infanzia in generale, intervenendo laddove si assiste a episodi di emarginazione, violenza e cyberbullismo. In questo un ruolo fondamentale è quello svolto quotidianamente dalla Polizia Postale, a cui va il mio più sentito ringraziamento”. “Il Ministero della Salute – ha proseguito - ha dato un esempio importante dopo l’intesa con Twitter e Facebook per contrastare le false notizie che circolano in questi giorni sul coronavirus: ha agito con tempestività e lungimiranza. Bisogna fare in modo che il web sia invaso da notizie corrette e che queste abbiano sempre l’indicazione della fonte: è l’unico modo per combattere le fake news e per non creare e diffondere panico nella popolazione”. Dal punto di vista normativo sicuramente qualcosa di buono è stato fatto: “Un importante traguardo raggiunto è rappresentato dalle nuove disposizioni normative contro il fenomeno del cyberbullismo. Con la Legge 29 maggio 2017 n. 71 recante “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo”, sono stati definiti il fenomeno, gli obiettivi della legge, caratterizzati da azioni a carattere preventivo e da una strategia di attenzione, tutela ed educazione nei confronti dei minori coinvolti, sia nella posizione di vittime sia in quella di responsabili di illeciti” – ha concluso Zampa. Fonte.www.quotidianosanità.i8t
Italia:dipendenti da oppiacei
Quotidiano Sanità,   11/02/2020
In Italia 350mila dipendenti da oppiacei. Sitox: “Meno della metà non accede a terapie o lo fa tardi. In arrivo farmaci più ‘smart’” In aumento l’età, che si aggira sui 25-26 anni, con picchi che arrivano a 60 anni. Meno della metà non accede alle cure, soprattutto i più giovani, o lo fa troppo tardi. Non va meglio in Europa. Colpa dello stigma verso una malattia che ancora oggi è considerata una devianza: il paziente si vergogna e non chiede aiuto. Colpa anche delle terapie disponibili, “scomode” da somministrare e quindi non facilitanti l’aderenza. In arrivo in Italia nuovi farmaci a rilascio ritardato per curarsi in modo più semplice. 11 FEB - Pur in presenza di servizi e trattamenti adeguati, su 1,5 milioni di pazienti, in Europa, sofferenti da dipendenza da oppiacei, il 50% non riesce ad accedere alle cure. In Italia l’utenza arriva ai servizi con una latenza di, addirittura, otto anni. Troppo tempo perso, visto che la prognosi (vale a dire la previsione sul decorso e l’esito del quadro clinico) è legata in modo direttamente proporzionale all’accesso ai percorsi di cura: più l’intervento è precoce migliore è la prognosi. Il motivo l’ha spiegato il responsabile del Ser.D. dell’Asl di Biella Lorenzo Somaini, nel corso del XIX Congresso della Società Italiana di Tossicologia (Sitox): "Anche se la dipendenza è classificata come disturbo mentale, è ancora percepita come devianza: esiste uno stigma sui pazienti che non facilita l’accesso alle cure. Inoltre, le terapie attuali sono orali, e richiedono l’assistenza e la frequenza quotidiana del paziente e dell’operatore. Quindi la somministrazione non è comoda". In Italia ci sono ben 350 mila persone dipendenti da oppiacei, di cui circa solo 140 mila in trattamento. "L’età media sta aumentando e si aggira sui 25-26 anni, con picchi che arrivano a 60 anni. È sempre più difficile intercettare i più giovani, anche se la latenza nell’ingresso nei servizi è bilanciata da una riduzione della mortalità". In Europa su 1,5 milioni di persone che sono dipendenti da oppiacei si registrano circa 7-8000 morti l’anno per overdose, assunzione di fentanili o intossicazione per associazione di oppiacei con altre droghe o alcool. Ma c’è anche una buona notizia: è ormai questione di pochi mesi e anche in Italia arriveranno nuove terapie già in uso in Nord Europa, Australia, Canada e Usa, in grado di aumentare la flessibilità di trattamento e facilitare la terapia ai pazienti. Si tratta di formulazioni di buprenorfina a rilascio prolungato che, a differenza della formulazione attuale in compresse sublinguali, riuscirà a curare anche chi, per ragioni lavorative e personali, non riesce ad essere costante nell’assunzione: saranno microiniezioni con rilascio ritardato fino a 7 o 28 giorni, oppure microcapsule sottocutanee con rilascio ritardato fino a 6 mesi. Il principio attivo è lo stesso, ma il rilascio del farmaco è controllato e costante nelle 24 ore, facendo la differenza nell’efficacia nel contrastare la dipendenza. "Queste nuove formulazioni sono importanti per migliorare il trattamento e la prevenzione – spiega Somaini –, inoltre miglioreranno la prognosi, soprattutto nei giovani. La speranza è che anche quel 50% di pazienti che attualmente non si rivolge ai servizi di recupero riesca a farlo, soprattutto in giovane età". È necessario però fare una distinzione, nel classificare i pazienti che assumono oppiacei. Molti di loro, infatti, lo fanno per contrastare il dolore cronico, sotto stretto controllo medico. In questi casi, il rischio di sviluppare dipendenza è talmente basso da non giustificare la paura di prescriverli. "Dalle revisioni sistematiche della letteratura, sappiamo che il rischio riguarda il 3% della popolazione ma solo lo 0,2% di questi sono pazienti che non erano tossicodipendenti o ex tossicodipendenti" spiega Claudio Leonardi, della Società Italiana Patologie da Dipendenza. A dimostrazione del fatto che il rischio dipende dalla vulnerabilità intrinseca del soggetto alla sostanza e non dalla sostanza stessa. "Chi non è vulnerabile reagisce all’oppiaceo come a un qualsiasi altro medicinale. Diverso il caso dei soggetti vulnerabili all’effetto gratificante. Per lo più si tratta di pazienti con una storia di tossicodipendenza alle spalle. Comunque, anche in questi casi, basterebbe un attento monitoraggio del paziente per evitare un uso improprio della sostanza e scongiurare il rischio di una dipendenza". Nonostante ciò, permane una certa reticenza nella prescrizione degli oppioidi, probabilmente per l’assenza di strumenti che permettano ai medici di capire se un paziente è vulnerabile o meno all’effetto gratificante e quindi a rischio di sviluppare una dipendenza. Ma perché qualcuno è più vulnerabile agli oppiacei e qualcun altro meno? "Le aree cerebrali coinvolte sono le stesse per tutti, ma reagiscono in modo differente: nel tossicodipendente si accendono i neuroni che producono la dopamina, neurotrasmettitore che “fissa” l’effetto gratificante il quale, a sua volta, spinge la persona a ricercare continuamente la sostanza. Nei soggetti non vulnerabili, invece, questo meccanismo non si innesca, perciò la paura di una dipendenza è ingiustificata – conclude Leonardi – ammesso che il medico prescriva la dose giusta". Fonte.www.quotidianosanità.it
Suicidio assistito
Quotidiano Sanità,   06/02/2020
Suicidio assistito. “Il medico non sarà più punibile”. La Fnomceo aggiorna il Codice Deontologico dopo la sentenza della Consulta In seguito alla sentenza della Corte Costituzionale il Consiglio nazionale della Federazione degli Ordini dei medici ha approvato all’unanimità gli indirizzi applicativi dell’articolo 17 del suo Codice deontologico per cui non sarà punibile dal punto di vista disciplinare, dopo attenta valutazione del singolo caso, il medico che liberamente sceglie di agevolare il suicidio, ove ricorrano le condizioni poste dalla Corte. 06 FEB - “La libera scelta del medico di agevolare, sulla base del principio di autodeterminazione dell’individuo, il proposito di suicidio autonomamente e liberamente formatosi da parte di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, che sia pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli (sentenza 242/19 della Corte Costituzionale e relative procedure), va sempre valutata caso per caso e comporta, qualora sussistano tutti gli elementi sopra indicati, la non punibilità del medico da un punto di vista disciplinare”. È questo il testo degli indirizzi applicativi all’articolo 17 del Codice di Deontologia medica (ATTI FINALIZZATI A PROVOCARE LA MORTE), approvati all’unanimità oggi a Roma dal Consiglio nazionale della Federazione degli Ordini dei Medici (Fnomceo). Il Consiglio nazionale, composto dai 106 presidenti degli Ordini territoriali, ha così voluto aggiornare il Codice dopo la sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale, che ha individuato una circoscritta area in cui l’incriminazione per l’aiuto al suicidio non è conforme alla Costituzione. Si tratta dei casi nei quali l’aiuto riguarda una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale (quali, ad esempio, l’idratazione e l’alimentazione artificiale) e affetta da una patologia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, ma che resta pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Se ricorrono tutte queste circostanze, oltre ad alcune condizioni procedurali, l’agevolazione del suicidio non è dunque punibile da un punto di vista penale. Ma cosa succede se, a prestare aiuto, è un medico? “Abbiamo scelto di allineare anche la punibilità disciplinare a quella penale - spiega il Presidente della Fnomceo, Filippo Anelli - in modo da lasciare libertà ai colleghi di agire secondo la legge e la loro coscienza. Restano fermi i principi dell’articolo 17, secondo i quali il medico, anche su richiesta del paziente, non deve effettuare né favorire atti finalizzati a provocarne la morte. E ciò in analogia con quanto disposto dalla Corte, che, al di fuori dell’area dell’area delimitata, ha ribadito che l’incriminazione dell’aiuto al suicidio ‘non è, di per sé, in contrasto con la Costituzione ma è giustificata da esigenze di tutela del diritto alla vita, specie delle persone più deboli e vulnerabili, che l’ordinamento intende proteggere evitando interferenze esterne in una scelta estrema e irreparabile, come quella del suicidio’.” E cosa cambierà, dunque, nella pratica? “I Consigli di disciplina saranno chiamati a valutare ogni caso nello specifico, per accertare che ricorrano tutte le condizioni previste dalla sentenza della Corte Costituzionale - spiega Anelli -. Se così sarà, il medico non sarà punibile dal punto di vista disciplinare. In questo modo abbiamo voluto tutelare la libertà di coscienza del medico, il principio di autodeterminazione del paziente e, nel contempo, l’autonomia degli Ordini territoriali nei procedimenti disciplinari, correlandoli con la perfetta aderenza ai dettami costituzionali”. Frutto di un lungo lavoro della Consulta deontologica della Fnomceo - coordinata da Pierantonio Muzzetto -, gli Indirizzi applicativi sono stati approvati dal Comitato Centrale del 23 gennaio scorso e portati questa mattina all’esame del Consiglio nazionale. Da oggi sono parte integrante del Codice di Deontologia Medica. Fonte.www.quotidianosanità.it
Camera:Fentanyl
Quotidiano Sanità,   05/02/2020
La Camera dichiara guerra al traffico illegale di Fentanyl: uccide più dell’eroina. Negli Usa 42mila morti e 8.000 in Europa Approvata ieri all'unanimità una mozione che impegna il Governo a predisporre un'attenta vigilanza per contrastare la diffusione illegale di fentanyl, attivando in particolare la polizia postale; ad avviare contatti diplomatici con il Governo cinese per garantire un efficace contrasto al narcotraffico; ad attivare azioni informative precoci sull'alta pericolosità di questa sostanza, se utilizzata fuori dal controllo medico; a creare una rete di segnalazione e monitorare la diffusione territoriale di questo farmaco. 05 FEB - Il Parlamento si muove per contrastare la sempre più diffusa vendita illegale del fentanyl. L'Aula della Camera ieri ha approvato all'unanimità la mozione della maggioranza che impegna il Governo al contrasto della diffusione illegale del farmaco antidolorifico della famiglia degli oppioidi che ha causato migliaia di morti in America, e che ora spaventa molto anche l'Italia. In premessa si legge infatti come la sempre più diffusa vendita illegale di farmaci oppioidi abbia prodotto un netto incremento delle morti per overdose: nel 2016 sono stati accertati oltre 42.000 casi di decessi negli Stati Uniti e circa 8.000 in Europa. Nel settembre 2018, chiarisce la mozione, si è compreso con ritardo che anche in Italia si era registrata la prima morte dovuta ad assunzione di fentanyl, non ad eroina, come in un primo momento dichiarato. La morte era avvenuta nell'aprile 2017, ma era stata scoperta solo l'anno successivo. In Italia, a causa della comunicazione non tempestiva dell'arrivo del fentanyl, ancor oggi non si conosce esattamente quanto il fenomeno si sia diffuso. Una seconda morte è avvenuta il 10 giugno 2018. "Non ci sono dati certi relativi ai decessi per overdose avvenuti negli ultimi due anni collegati al fentanyl. La scoperta ritardata di oltre un anno della prima morte preoccupa, perché, lo si ripete, potrebbe trattarsi solo della punta di un iceberg di un fenomeno più grave ed esteso", si legge in premessa. "Le cronache di questi giorni segnalano quattro casi rilevati negli ultimi tre mesi in Emilia-Romagna: due a Bologna, uno a Modena e uno a Parma. Questo oppioide sintetico è stato rinvenuto grazie a nuovi kit di autoanalisi che sono stati messi a punto dalla regione Emilia-Romagna e distribuiti ai consumatori nei Servizi per le tossicodipendenze (SerDP, gli ex SerT) e in tutte le unità di strada della regione. Il test consiste in una striscetta diagnostica che in pochi secondi permette di rilevare in modo rapido 12 varianti della sostanza. In caso di esito positivo, il consumatore o l'operatore possono scattare una foto e inserire una segnalazione su una piattaforma on line. La piattaforma ha l'obiettivo di creare una rete di segnalazione per proteggere i consumatori, avvisandoli che in quell'area è stata rilevata la presenza di fentanyl e che dunque il consumo potrebbe essere potenzialmente molto pericoloso". Sulla base di queste premesse, la mozione approvata impegna il Governo sui seguenti punti: 1) ad adottare le iniziative idonee per investire l'Unione europea, nelle sedi istituzionali competenti, della questione di cui in premessa, al fine di proporre l'adozione di ulteriori e più efficaci politiche di contrasto alla diffusione del fentanyl e similari nel territorio dei Paesi membri; 2) a predisporre, a cura del Ministro dell'interno, un'attenta vigilanza per contrastare la diffusione illegale di fentanyl e similari, fatti salvi gli usi terapeutici, attivando in particolare la polizia postale, e per tutelare gli agenti dal contatto cutaneo; 3) a predisporre, a cura del Ministro della salute, un’indagine ministeriale per accertare eventuali ulteriori casi di morte imputabili a tale sostanza, quando assunta a scopo voluttuario, non ancora individuati; 4) a consentire, da parte dei Ministri competenti, la divulgazione e la pubblicazione tempestiva dei dati relativi ai casi di morte a causa del fentanyl utilizzato a scopo voluttuario; 5) a predisporre, da parte del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, i necessari contatti diplomatici con il Governo cinese, avviando forme di collaborazione necessaria per garantire un efficace contrasto al narcotraffico; 6) a predisporre, da parte del Dipartimento per le politiche antidroga della Presidenza del Consiglio dei ministri, in ottemperanza alle competenze attribuite dalla legge, azioni mirate per prevenire e contrastare il diffondersi di questa specifica sostanza nel mercato nero e il relativo impatto nel campo della tossicodipendenza; 7) ad attivare azioni informative precoci sull'alta pericolosità di tale sostanza, se utilizzata fuori dal controllo medico, anche per le persone in carico ai servizi pubblici per le tossicodipendenze, alle comunità o in contatto con le unità di prevenzione in strada; 8) a valutare la possibilità di adottare le iniziative di competenza per estendere a tutto il territorio nazionale il kit sperimentale di autoanalisi e la piattaforma on line di cui in premessa, al fine di creare una rete di segnalazione e monitorare la diffusione territoriale del fentanyl. Fonte.www.quotidianosanità.it
Da libero quotidiano:ludopatia
A.M.C.I. Roma,   05/02/2020
Rostan (LeU): l’invasione va fermata a tutti i costi ROMA - “Sto per presentare una mozione in Aula perché sono convinta che sia giunto il momento per molti di gettare via la maschera sul delicatissimo tema del gioco d’azzardo nel nostro Paese. I numeri delle vittime dell’azzardopatia continuano a essere insostenibili, con un impatto sociale devastante. Dati preoccupanti riguardano i giovani: almeno 700 mila studenti fra i 14 e i 17 anni hanno giocato d’azzardo e gli anziani infatti sono tre milioni gli over 65 che giocano abitualmente, soprattutto con le lotterie istantanee, 60 mila dei quali evidenziano problemi col gioco d’azzardo. Il costo sociale di questa dipendenza è incalcolabile e a pagare il prezzo più grande sono le famiglie dei giocatori. L’arrivo di 322mila nuove slot ancora più pericolose è assolutamente inaccettabile”. Lo ha dichiarato Michela Rostan, vicepresidente della Commissione Affari sociali della Camera annunciando la conferenza stampa che si terrà domani alle ore 16 presso la sala stampa della Camera insieme a Benedetto Palese, presidente nazionale di Agcai (Associazione gestori e concessionari degli apparecchi da intrattenimento). “Un’invasione che va fermata ad ogni costo – ha aggiunto Palese – Mentre una regione virtuosa come l’Emilia Romagna , sta facendo chiudere tutte le sale con videolottery vicino ai luoghi sensibili , resistendo alle forti pressioni delle lobby dell’azzardo, in Italia stanno arrivando 322 mila apparecchi (265 mila slot da bar del tipo awp e 57 mila slot da sala del tipo vlt ancora più pericolose, in quanto avranno una percentuale di vincita minore di ben 4 punti, vale a dire di circa 900 milioni di euro annui in meno nelle tasche dei giocatori, che invece incasserebbe direttamente lo Stato. Le lobby dell’azzardo, capeggiate da alcune potenti multinazionali, per evitare che l’aumento della tassazione che aveva chiesto il governo ricadesse sul comparte delle slot esistenti nelle sale videolottery, considerata la forte influenza che hanno presso i Monopoli, hanno ‘scaricato’ lo stesso importo sui giocatori intervenendo sulla riduzione della percentuale di vincita. Le regioni devono intervenire subito per fermare questa invasione e proporre al governo di sostituire tutte le attuali slot da bar con un apparecchio a piccola vincita, con controllo da remoto, non pericoloso, con costo orario simile ad un flipper. Tecnicamente si può fare subito, anche se la ‘missione’ più urgente è impedire alle multinazionali dell’azzardo di gestire il gioco d’intrattenimento e divertimento perché stanno trasformando un semplice apparecchio da bar, nato per far divertire in una slot pericolosa e di puro azzardo. Infine, rivolgiamo un appello al governo di non rinnovare le concessioni delle videolottery presenti nelle sale ormai diventate dei veri e propri supercasinò. E’inaccettabile che solo in Italia debbano esistere questo tipo di apparecchi che sono i più pericolosi al mondo e sono vietati in tutta Europa”. Fonte.www.libero quotidiano.it
Milano:Delpini ai medici
Avvenire,   03/02/2020
Milano. Delpini: medici, ecco come si può vincere la vostra solitudine Francesco Ognibene lunedì 3 febbraio 2020 Pressati dalle aspettative dei pazienti, dalla tecnologia sempre più sofisticata e da problemi etici complessi, i medici si sentono soli. L'arcivescovo di Milano Delpini ha dialogato con loro. Forse siamo a tal punto assordati e sedotti dall’individualismo che impregna la nostra cultura da non accorgerci dell’insinuarsi di un male che svuota la vita dall’interno come un parassita: è la solitudine - in senso esistenziale e non solo anagrafico - che sta disgregando l’esistenza di tanti, oltre a sgretolare il tessuto sociale. Ma è dentro le professioni a maggior tasso di responsabilità e di impegno che l’essere e il sentirsi soli colpisce più a fondo. E per questo è particolarmente acuta l’intuizione dei Medici cattolici di Milano (Amci) che stanno innovando radicalmente la loro presenza pubblica: anzitutto scegliendo proprio il tema - solo all’apparenza sorprendente - della "solitudine del medico" per il loro convegno, sabato 1° febbraio nella Sala Napoleonica dell’Università Statale, ma anche allargando la partecipazione a tutti i colleghi milanesi grazie all’intesa con l’Ordine provinciale (Omceo), guidato da Roberto Carlo Rossi, che ha promosso l’iniziativa come evento formativo, con la conseguente massiccia partecipazione di camici bianchi. Ma a far cambiar marcia, con l’intraprendenza del presidente di Amci Milano Alberto Cozzi, è arrivata la lettera dell’arcivescovo Mario Delpini ai medici milanesi, lo scorso autunno, che ha aperto un dibattito nella categoria affiorato ieri e che ha trovato nella partecipazione dello stesso Delpini all’appuntamento Medici cattolici-Omceo il suo esito naturale, un passo molto significativo dentro il percorso di un’amicizia rilanciata. Premesso che la lettera ai medici è nata per la «gratitudine» verso la loro «sensibilità umana», Delpini si è rivolto ai medici calandosi nelle domande che nascono da un’esperienza professionale che si fa sempre più complessa, tra attese dei pazienti, tecnicismi e burocrazia. Il tema della solitudine, così, è diventato la chiave per entrare nella loro stessa vita, a cominciare dalla forma buona di quella «invocata» per ritagliarsi finalmente «un po’ di raccoglimento, necessario a rivedere interiormente i volti dei pazienti, ad aggiornarsi, a prendersi cura di sé, che è una forma di amore verso il mondo». Se ripulita da forme di «egocentrismo», la solitudine cercata come «un’oasi nel deserto di giornate mai facili» è «persino doverosa» perché può far argine al suo opposto, a quella «solitudine maledetta, subìta come la prova frustrante del sentirsi abbandonati, di dover fronteggiare l’amarezza di chi non capisce le ragioni del medico», sino a forme di violenza purtroppo crescenti di pari passo con le pretese di veder soddisfatta alle proprie condizioni la domanda di salute. È la deriva estrema della trasformazione del «paziente in cliente, che dunque pensa di aver sempre ragione e che esige di ottenere diritti trasformati in pretese». Il medico finisce col «percepirsi come fornitore di servizi di cui il cliente o la sua famiglia non sono soddisfatti». Se ne esce solo ponendosi al fianco del malato in un «atteggiamento di alleanza, entrambi impegnati contro il comune nemico della malattia». Occorre che il medico «trovi i modi per dirlo, una premessa a qualunque adempimento clinico: siamo qui per lottare insieme». Ancor più radicale è la sfida della solitudine davanti alla malattia «che si presenta con tratti imprevedibili, sconcertanti, come invincibile», e che affligge malati «con caratteristiche personalissime». Davanti al nemico sovrastante, il medico spesso «è l’unico appiglio per il malato», e talvolta «sente di non essere in grado di sostenere un simile peso», tentato di «parcellizzare la risposta - altri specialisti, i farmaci, la tecnologia - per delegare la propria responsabilità». È una delle forme assunte dalla «drammaticità dell’incontro tra l’uomo e il male, specie se inguaribile» e che va affrontata con «l’accettazione della fragilità strutturale dell’uomo, prendendosi cura con umiltà anche di ciò che non si può guarire». È un’altra espressione della «alleanza tra medico e paziente», col primo che «non è un guaritore» ma «il compagno di strada del malato per affrontare l’enigma del male» da «collocare dentro l’orizzonte di un bene più grande, della speranza, anche nella dimensione spirituale del Dio che libera l’uomo dalla morte». È questa una «responsabilità dalla quale il medico non può sentirsi esonerato» e che offre una risposta anche nei casi più estremi, quelli nei quali «il medico deve assumere scelte dalle quali dipende la vita». E se Delpini sui temi del nascere e del morire auspica una «riflessione pacata» capace di «ricercare valori da condividere» e non «sale da spargere sulle ferite», ricorda ai medici anche che «mettendo in discussione accanimento terapeutico ed eutanasia la Chiesa può offrire una parola di saggezza a tutti». In questo terreno l’arcivescovo invoca una «capacità di discernimento per giungere alla certezza morale che la scelta compiuta è buona» mettendo in campo «la solitudine che permette di riflettere nella propria coscienza» professionale e umana, quest’ultima maturata in «relazioni familiari che ritrovino l’equilibrio con l’impegno del lavoro» spesso dominante. Perché non c’è solitudine più insostenibile del sentirsi «prosciugati e indotti ad estraniarsi» dall’affetto dei propri cari. Non isolarsi: vale per i medici, vale per tutti. Fonte.www.avvenire.it
Corte di Cassazione:nesso di causalità
Quotidiano Sanità,   03/02/2020
Senza nesso di casualità non può esserci condanna per omicidio colposo. La Cassazione conferma l’assoluzione di un medico Per la Corte di Cassazione (sentenza 2865/2020) non sussiste l'omicidio colposo anche se, ipotizzate come realizzate le condotte omissive dei sanitari, non è dimostrato che con altri comportamenti si sarebbe evitato “al di là di ogni ragionevole dubbio” il decesso del paziente. 03 FEB - Medico assolto dall’accusa di omicidio colposo (in sede penale, ma non civile per quanto riguarda il risarcimento danni per la quale però si rimanda a un ulteriore processo) anche se la sua condotta è stata omissiva, se non si può dimostrare che altri comportamenti avrebbero evitato “al di là di ogni ragionevole dubbio” il decesso del paziente. Con queste motivazioni la Corte di Cassazione (quarta sezione penale, sentenza 2865/2020) ha respinto il ricorso ulteriore dei congiunti del paziente deceduto dopo che sia il Tribunale che la Corte d’Appello avevano già assolto il medico perché “il fatto non sussiste”. Il fatto Un paziente è deceduto dopo l’assunzione di dosi eccessive di un farmaco e dopo aver ripreso conoscenza in ospedale aveva rifiutato sia il ricovero sia altri trattamenti (gastrolusi). Secondo i familiari Tribunale e Corte di Appello avrebbero violato le norme relative al consenso informato e ai trattamenti sanitari obbligatori e omesso di valutare l'effettiva capacità di intendere e di volere del paziente, alterata dall'assunzione in dosi eccessive di Seroquel. Questo quindi non sarebbe stato in condizioni tali da comprendere di quali cure necessitasse: si trattava di un soggetto che in passato aveva fatto uso di droghe e alcool, affetto da una grave forma di schizofrenia affettiva accertata già nel momento in cui gli era stata prescritta come terapia la Quetiapina in associazione ad altri farmaci. I familiari hanno sostenuto che difronte a un soggetto psicotico, senza controllo degli impulsi e senza coscienza della propria malattia e che ha per la terza volta tentato il suicidio manifestando quini un disturbo psichiatrico che costituisce un pericolo per se stesso, il medico, conoscendo la gravità dell’avvelenamento da Quetiapina e incerto sulla quantità assunta, non avrebbe dovuto tener conto della volontà eventualmente espressa dal paziente e procedere con un ricovero forzato in modo tale che le cure fossero prestate in degenza ospedaliera. Quindi, sia Tribunale che Corte di Appello, hanno sbagliato ritenendo impossibili interventi terapeutici salvavita a fronte del fermo rifiuto del paziente. La sentenza La Cassazione, respingendo il ricorso e confermando l’assoluzione del medico, ricorda i principi in materia di nesso causale, in particolare in tema di reato colposo omissivo improprio e alla responsabilità professionale del sanitario. Secondo la Cassazione in base a quanto disposto quanto disposto dall'art. 606 cod. proc. pen., comma 1, lett. e), “il controllo di legittimità sulla motivazione non attiene né alla ricostruzione dei fatti né all'apprezzamento del giudice di merito, ma è circoscritto alla verifica che il testo dell'atto impugnato risponda a due requisiti che lo rendono insindacabile: a) l'esposizione delle ragioni giuridicamente significative che lo hanno determinato; b) l'assenza di difetto o contraddittorietà della motivazione o di illogicità evidenti, ossia la congruenza delle argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento”. La sentenza poi spiega che “sebbene sia ammissibile l'impugnazione proposta dalla parte civile avverso la sentenza di assoluzione (art. 576 cod. proc. pen.) preordinata a chiedere l'affermazione della responsabilità dell'imputato, quale logico presupposto della condanna alle restituzioni e al risarcimento del danno, detta richiesta non può condurre a una modifica della decisione penale, sulla quale si è formato il giudicato, in mancanza dell'impugnazione del P.M. L'impugnazione della parte civile deve, in tal caso, fare riferimento specifico a pena di inammissibilità del gravame, agli effetti di carattere civile che si intendono conseguire e non limit,prsi alla richiesta concernente l'affermazione della responsabilità dell'imputato, che esulando dalle facoltà riconosciute dalla legge alla parte civile, renderebbe inammissibile l'impugnazione”. La Corte ricorda il principio in base al quale “per stabilire la sussistenza del nesso di causalità, posta in premessa una spiegazione causale dell'evento sulla base di una legge statistica o universale di copertura sufficientemente valida e astrattamente applicabile al caso concreto, occorre successivamente verificare, attraverso un giudizio di alta probabilità logica, l'attendibilità, in concreto, della spiegazione causale così ipotizzata”. In sostanza bisogna verificare sulla base delle evidenze processuali che, “ipotizzandosi come avvenuta l'azione doverosa omessa (o al contrario non compiuta la condotta commissiva) assunta a causa dell'evento, esclusa l'interferenza di decorsi causali alternativi, l'evento, con elevato grado di credibilità razionale prossima alla certezza, non si sarebbe verificato, oppure sarebbe avvenuto molto dopo, o avrebbe comunque avuto minore intensità lesiva”. La sentenza ribadisce che in tema di reato colposo omissivo improprio, “con particolare riguardo alla materia della responsabilità professionale dell'esercente la professione sanitaria, il nesso causale può essere ravvisato solo quando, alla stregua del giudizio controfattuale condotto sulla base di una generalizzata regola di esperienza o di una legge scientifica -universale o statistica-, si accerti che, ipotizzandosi come realizzata dal medico la condotta doverosa impeditiva dell'evento ‘hic et nunc’, questo non si sarebbe verificato, ovvero si sarebbe verificato ma in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva; non è, però, consentito dedurre automaticamente dal coefficiente di probabilità espresso dalla legge statistica la conferma, o meno, dell'ipotesi accusatoria sull'esistenza del nesso causale, poiché il giudice deve verificarne la validità nel caso concreto, sulla base delle circostanze del fatto e dell'evidenza disponibile, così che, all'esito del ragionamento che abbia altresì escluso l'interferenza di fattori alternativi, risulti giustificata la conclusione che la condotta omissiva del medico è stata condizione necessaria dell'evento lesivo con alto o elevato grado di credibilità razionale o probabilità logica prossime alla certezza”. Quindi l'insufficienza, la contraddittorietà e l'incertezza del riscontro probatorio sulla ricostruzione del nesso causale, il ragionevole dubbio, in base all'evidenza disponibile sulla reale efficacia della condotta omissiva dell'operatore sanitario rispetto ad altri fattori interagenti nella produzione dell'evento lesivo “comportano la neutralizzazione dell'ipotesi prospettata dall'accusa”- La sentenza della Cassazione conclude affermando che “una volta accertata la legittimità e la coerenza logica della sentenza (di Tribunale e Corte di Appello) impugnata, deve ritenersi che il ricorso, nel rappresentare l'inaffidabilità degli elementi posti a base della decisione di merito, pone solo questioni che esorbitano dai limiti della critica al governo dei canoni di valutazione della prova, per tradursi nella prospettazione del fatto storico alternativa a quella fatta argomentatamente propria dai giudicanti e nell'offerta di una diversa valutazione delle emergenze processuali e del materiale probatorio. Questioni, queste, che sfuggono al sindacato di legittimità”. Secondo la Cassazione poi risultano rispettati anche i principi in primo luogo dall'art. 32 Cost., comma 2, secondo il quale nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per legge, il principio più generale dell'art. 13 Cost., che garantisce l'inviolabilità della libertà personale anche riguardo alla libertà di salvaguardia della propria salute e della propria integrità fisica e la legge 833/1978, che esclude la possibilità di accertamenti e di trattamenti sanitari contro la volontà del paziente. Fonte.www.quotidianosanità.it
Caritas Ambrosiana:ludopatia
Avvenire,   29/01/2020
I dati. Caritas Ambrosiana: nei nostri centri 300 famiglie rese povere dall'azzardo Lorenzo Rosoli martedì 28 gennaio 2020 Il direttore Gualzetti: «Ma è solo la punta dell’iceberg di un problema devastante». I giocatori patologici? Più spesso uomini che donne, fra i 50 e i 70 anni d’età Azzardo pericoloso. Slot machine «Questi dati mostrano solo la punta dell’iceberg. Ma bastano a far capire quanto gravi possano essere le conseguenze dell’azzardo patologico per i giocatori e le loro famiglie. A partire dalla riduzione in povertà di chi, magari, povero non era». Così Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana, commenta gli esiti della ricerca sul «Gioco d’azzardo problematico» realizzata sui dati del biennio 2017-2018 raccolti in 115 dei 390 centri d’ascolto presenti in diocesi di Milano. L’«emerso» Ebbene: 46 centri d’ascolto – sui 115 che hanno risposto al questionario inviato dalla Caritas – «hanno complessivamente incontrato 162 persone che nel corso dei colloqui hanno esplicitato di avere problemi legati al gioco d’azzardo, proprio o di altri, anche se questi non rappresentavano la richiesta principale per la quale si erano presentati al centro», si legge nella ricerca svolta dall’Area dipendenze di Caritas Ambrosiana con l’Area Centri d’ascolto e l’Osservatorio diocesano delle povertà e delle risorse. Le loro caratteristiche? Più spesso uomini che donne, fra i 50 e i 70 anni d’età o, in seconda battuta, fra i 30 e i 49. A segnalare il problema è più spesso il coniuge che il giocatore stesso. E il maggior numero di casi si è riscontrato nella Zona pastorale di Milano. Problemi e risposte I problemi più spesso segnalati dai centri d’ascolto in relazione al «gioco problematico»? Quelli economici, fino all’indebitamento. Ma anche le difficoltà nelle relazioni e i problemi legali, fino ad arrivare alla dipendenza da alcol o droghe. Le risposte date dagli stessi centri? In primo luogo: la fornitura di generi di prima necessità. Quindi: l’invito ai servizi sociali, ai servizi specifici per le dipendenze, a quelli per l’indebitamento, ai gruppi di auto-aiuto. E in alcuni casi allo sportello diocesano per familiari di giocatori «problematici» che Caritas gestisce dal 2015. Un numero per ripartire «Lo sportello – che nel tempo ha ricevuto finanziamenti nell’ambito dei progetti regionali sulla prevenzione e contrasto al gioco d’azzardo patologico, l’ultimo dei quali negli scorsi mesi – offre ai familiari ascolto e supporto educativo, psicologico, legale, economico-finanziario ed è realizzato con la Fondazione San Bernardino e l’Ordine degli Avvocati di Milano – ricorda un comunicato Caritas –. L’accesso è gratuito. Il primo colloquio va fissato chiamando l’Area dipendenze allo 02.76037261». Il «sommerso» La ricerca, inoltre, ha stimato in circa 200 le persone che si sono rivolte ai centri d’ascolto per chiedere aiuto, senza che dai colloqui emergesse esplicitamente il problema dell’azzardo – magari nascosto per vergogna o imbarazzo – ma che operatori e volontari hanno percepito essere fra le cause delle difficoltà personali o familiari. Una circostanza segnalata da 80 centri su 115. L’impatto dell’online Ad aprire la via alla sempre maggiore diffusione del gioco patologico «non è stata solo la moltiplicazione esponenziale dell’offerta di luoghi in cui giocare, alla quale abbiamo assistito negli ultimi vent’anni, ma anche l’introduzione dell’azzardo online che consente di scommettere a tutte le ore, ovunque, in modo solitario», sottolinea Laura Rancilio, responsabile dell’Area dipendenze di Caritas Ambrosiana. Si apre così la via ai «comportamenti compulsivi». Di persone a forte rischio di indebitamento. E di usura. Prima che sia troppo tardi L’azzardopatia azzera patrimoni e risparmi, fa perdere il lavoro, manda in frantumi matrimoni e famiglie. «E spinge alla disperazione – conclude Gualzetti –. Che oltre 300 famiglie, senza storie di grave povertà alle spalle, abbiano dovuto chiedere aiuto ai centri d’ascolto, dimostra quanto sia devastante l’impatto dell’azzardo sulla vita delle persone. Un prezzo troppo alto da pagare, su cui da anni chiediamo una seria riflessione pubblica. Occorre moltiplicare gli sforzi per far emergere il fenomeno, "intercettare" le vittime prima che la situazione sia troppo compromessa, e avviare percorsi di prevenzione, accompagnamento e cura». Fonte.www.avvenire.it
Ludopatia
Avvenire,   29/01/2020
I primi risultati. Contro l'azzardopatia una nuova cura sperimentale a onde magnetiche Matteo Marcelli mercoledì 29 gennaio 2020 Primi risultati incoraggianti sulla stimolazione transcranica utilizzata su 160 pazienti. «Ma ancora non è riconosciuta dal Sistema sanitario». La storia di Antonio: così sono riuscito a rinascere. ata circa vent'anni fa per curare gravi forme di depressione farmaco-resistente, la stimolazione magnetica transcranica (Tms) è utilizzata con efficacia anche nel trattamento delle dipendenze patologiche. In Italia è stata introdotta con questo scopo soltanto nel 2016, ma i risultati ottenuti finora, in particolar modo per la cura dell'azzardopatia, sono incoraggianti. Il centro "La promessa" di Roma ha avviato una sperimentazione tre anni fa, inserendo la terapia in un protocollo multidisciplinare per il trattamento delle persone dipendenti da sostanze e dal gioco. E i numeri sono sorprendenti. «Su un gruppo di circa 150-160 pazienti abbiamo riscontrato una media del 75% di recupero – spiega il dottor Fabrizio Fanella, psicologo, direttore sanitario del centro e membro dell'Osservatorio regionale del Lazio per la prevenzione delle ludopatie –. Una percentuale molto alta, considerando che la terapia dura in genere tre mesi, anche se e a volte viene mantenuta fino sei mesi o anche a un anno. Funziona molto bene per l'azzardo, perché non c'è dipendenza chimica, solo comportamentale, e quindi non servono farmaci a sostegno del trattamento». Fanella è uno dei massimi esperti italiani nel campo delle dipendenze patologiche. Lo scorso ottobre, assieme ad altri, ha pubblicato uno studio sull'efficacia della Tms nel trattamento per l'azzardopatia su una delle riviste mediche più influenti del settore, European addiction research, e al momento sta elaborando un progetto con la Asl di Roma e la Regione Lazio per somministrare gratuitamente la terapia a un campione di pazienti. «L'Istituto superiore di sanità ha riconosciuto la dipendenza dal gioco come vera e propria emergenza sanitaria nazionale – ricorda il direttore sanitario de "La Pomessa" –, per questo ci auguriamo che venga inserita nel Sistema sanitario nazionale». In Italia sono 1 milione e 400mila i "giocatori" definiti problematici e il nostro Paese detiene primato europeo per quanto riguarda il tasso di slot machine per abitante (una ogni 151 cittadini). Senza contare la preoccupante crescita del numero di giovani e giovanissimi che ogni anno si avvicinano alle scommesse (400mila i bambini tra i 7 e i 9 anni che hanno "giocato" almeno una volta). Ma come funziona la Tms? La stimolazione si effettua tramite un macchinario che emette onde magnetiche non nocive per l'uomo, posizionando una bobina a sfioramento sul lato sinistro della fronte del paziente. «La bobina viene applicata in corrispondenza del circuito sottocorticale che regola il sistema della gratificazione e del piacere stimolando la dopamina – prosegue Fanella –. Tutte le dipendenze patologiche attivano quel sistema in modo sregolato: è come se lo facessero lavorare a mille anziché a dieci. Le onde magnetiche sono in grado di riportare il sistema allo stato originale, favorendone il corretto funzionamento». In genere i pazienti cominciano ad avvertire un cambiamento molto presto e già a metà della seconda settimana di trattamento registrano un calo della compulsione. Le sedute avvengono ogni giorno durante le prime settimane, poi si prosegue diminuendo la frequenza. La terapia ha un costo di circa 4mila euro, che al momento sono a carico del paziente perché la Tms, pur essendo riconosciuta ed approvata dalla Food and Drug Administration (Fda) e dall'Unione europea, non rientra tra i trattamenti convenzionati con il Sistema sanitario nazionale. D'altro canto c'è una grossa letteratura medica sul suo utilizzo, nutrita da centinaia di lavori negli ultimi 3-4 anni, e i centri specializzati che operano in Italia non sono pochi, anche se sull'onda del successo del macchinario ne stanno nascendo diversi non sempre in grado di offrire l'esperienza necessaria per la presa in carico di pazienti con dipendenze patologiche.Resta poi il problema legato alla specificità della dipendenza dall'azzardo, rispetto alla quale non esiste ancora un protocollo sanitario nazionale dedicato: «Andrà costruito con l'esperienza clinica, ma ci vorrà ancora del tempo – conclude Fanella –. Ci auguriamo che una volta definito, contempli anche la terapia Tms». La storia Antonio lavorava nello studio legale del padre, assieme alla moglie. Alle spalle una dipendenza da cocaina. «Un giorno mi sono ritrovato 5 euro in tasca e ho deciso di giocarmi un biglietto», una scommessa sulle partite di calcio. Per molti una questione di abilità, più che di azzardopatia. All’inizio era così anche per Antonio: «Per mia sfortuna ho vinto 800 euro e ci ho preso subito gusto. Mi sentivo un fenomeno. Uno che capiva di calcio più degli altri. Per me giocare alle macchinette era una cosa stupida – racconta –. Puntavo soprattutto sulle scommesse live. All’inizio scommettevo 5-10 euro, poi sono passato a 100 euro. Alla fine sono arrivato a spendere anche 600-700 euro al giorno. In sette anni ho perso almeno 380mila euro». La giornata di Antonio iniziava molto presto, subito dopo aver accompagnato i figli a scuola: «Alle 8 e mezza ero già in ufficio per studiare le partite del giorno. Poi iniziavo a scommettere su un sito dove avevo registrato la carta di credito e potevo caricare tutti i soldi che volevo. Andavo avanti fino a tardi e la sera ero assalito dal rimorso. Pensavo a come rimediare ai danni fatti. La mia non era vita, ero un morto che camminava». Per avere soldi da scommettere Antonio ha iniziato a organizzare piccole truffe, a firmare assegni falsi e a contrarre debiti con amici e conoscenti. Il padre si è visto costretto a licenziarlo per salvaguardare il suo studio e le altre persone impiegate. La moglie lo ha messo di fronte a una scelta: il gioco o la famiglia. Da lì è iniziata la risalita, grazie ai Giocatori anonimi e poi al centro 'La promessa', con il trattamento Tms (di cui si parla nell’articolo sotto, ndr). Antonio ha ripreso a lavorare dal padre dopo un contratto di prova e ora può dedicarsi alla famiglia: «Adesso è iniziata la vita vera, ma è molto più dura di prima perché ho accettato le mie responsabilità. Oggi giro con pochi euro in tasca per le sigarette e lo stipendio lo consegno direttamente a mia moglie. La Tms mi ha aiutato moltissimo, mi ha tolto il pensiero compulsivo, ma senza la volontà e un percorso di supporto è impossibile farcela. Non basta una macchinetta in testa per sconfiggere una dipendenza». Fonte.www.avvenire.it
Anzianità di servizio
Quotidiano Sanità,   29/01/2020
Anzianità di servizio. Una breve interruzione contrattuale non interrompe il calcolo per le indennità maturate Richiamando a una sentenza della Cassazione, i giudici del tribunale di Catania hanno stabilito che un gap di 25 giorni tra un contratto e l’altro, non influisce sull’esperienza maturata dal dirigente medico, al quale quindi deve essere riconosciuta l’indennità dovuta. Soddisfazione della Fismu: “Sentenza che riconosce i diritti dei medici, contro la precarietà. Pronti per una iniziativa nazionale”. LA SENTENZA 29 GEN - Per il risconocimento dell’indennità di esclusività e di ogni altro istituto collegato all’elemento di anzianità di servizio, la locuzione “senza soluzione di continuità” va interpretata in senso sostanziale e non letterale. Lo ha stabilito il Tribunale del lavoro di Catania accogliendo, con sentenza 5587 del 6 dicembre 2019, il ricorso di un dirigente medico ortopedico a cui l’azienda contestava ai fini del diritto all’indennità, una interruzione di 25 giorni tra un contratto e l’altro a tempo determinato, precedenti all’assunzione del medico con contratto a tempo indeterminato. La pronuncia del Tribunale prende le mosse da due sentenze della Cassazione. “L’art. 89 della pretesa del Ccnl dell’area sanità per il triennio 2016/2018, stipulata in data 24 luglio 2019”, si legge infatti nella sentenza, “recependo” i giudizi della Corte di Cassazione Sez. Lav. 7440/ord del 26.3.20189 e numero 30562 del 26.11.2918, “ha previsto la valutazione dei servizi pre-ruolo prestati, anche con contratti a tempo determinato, ‘con o senza soluzione di continuità’”. “La Suprema Corte, poi - prosegue la sentenza del Tribunale di Catania - allo scopo di fugare dubbi simili a quelli sollevati”, ha “opportunamente precisato che la conclusione circa la continuità in senso sostanziale” e non letterale “del rapporto di lavoro senza soluzione di continuità vale “non solo in relazione all’indennità di esclusività, ma anche ai fini ‘di ogni altro istituto collegato all’elemento di anzianità di servizio”. I giudici hanno quindi condannato l’Azienda ad “adeguare l’indennità di esclusività e la retribuzione di posizione minima unificata in favore del ricorrente, tenendo conto della esperienza professionale” maturata dal medico “nei citati servizi pre-ruolo svolti a tempo determinato”.  Una sentenza accolta con grande soddisfazione dalla Fismu (Federazione Italiana Sindacale Medici Uniti), secondo cui “giustizia è fatta”. La Fismu, peraltro, cita anche un’altra sentenza, a Caltanissetta, riguardante un ex medico dei servizi, a cui è stata riconosciuta l’esperienza professionale maturata in regime convenzionale al fine del riconoscimento della indennità di esclusività. “Le due cause - spiega la Fismu in una nota - sono state sostenute da Federazione Italiana Sindacale Medici Uniti”, che con il suo segretario generale, Francesco Esposito ha sottolineato, intanto “le ricadute anche a livello nazionale di queste due sentenze che sono importanti per la tutela dei diritti dei medici”. “Sono due decisioni - aggiunge - che mettono un argine alla costante precarizzazione della professionalità medica, in due diverse aree della sanità pubblica e che consentono di garantire ai medici il rispetto dei contratti, in significativi aspetti economici”. Fonte.www.quotidianosanità.it
Il Lazio esce dal commissariamento
Quotidiano Sanità,   29/01/2020
Il Lazio esce dal commissariamento. L’Ok dalla Stato-Regioni. “Eravamo la pecora nera ora torniamo a correre con assunzioni e investimenti su ospedali e territorio”. Intervista all’assessore alla Sanità Alessio D’Amato La Conferenza ha dato il via libera al nuovo Piano di riorganizzazione sancendo la fine del commissariamento della Regione che durava da quasi 12 anni. Intervista all’assessore alla Sanità che disegna gli obiettivi per il prossimo futuro: “L’uscita del commissariamento è un segnale importante per tutte le Regioni perché si è dimostrato che c’è la possibilità di tenere i conti in ordine, senza fare tagli e al contempo migliorare i Livelli essenziali di assistenza”. IL NUOVO PIANO DI RIORGANIZZAZIONE 29 GEN - La Regione Lazio dopo quasi 12 anni esce finalmente dal commissariamento della sanità. La Conferenza Stato-Regioni ha dato infatti l’ok al nuovo Piano di riorganizzazione con cui termina la lunga stagione commissariale. Ora manca l’atto formale del Cdm ma è chiaro che il via libera di oggi apre una nuova stagione per la Regione. E a spiegarci cosa succederà ora è proprio uno degli artefici del risultato odierno, l’assessore alla Sanità Alessio D’Amato che in quest’intervista traccia la rotta che seguirà la Regione: “Finisce finalmente una stagione buia. Da oggi possiamo tornare a correre come le altre Regioni senza più handicap. Al via assunzioni e investimenti”. Assessore, insomma il Lazio dopo quasi 12 anni esce dal commissariamento? Ebbene sì, ci siamo, con l’ok di oggi della Stato-Regioni al nuovo piano di riorganizzazione possiamo dire che finalmente è finita la stagione buia che era iniziata nel lontano 11 luglio 2008 e che vedeva il Lazio come la ‘pecora nera’ con un disavanzo ‘monstre’ di 2 mld l’anno, il più alto della storia dei servizi sanitari regionali e un debito elevatissimo. Quando siamo arrivati in Regione il disavanzo era ancora di circa 700 milioni di euro e i Lea erano sotto la sufficienza. Oggi, grazie all’azione della maggioranza del Presidente Zingaretti, per la prima volta si è chiuso in attivo il consuntivo e i punteggi LEA sono di 30 punti sopra la soglia di adempienza. Ora manca la ratifica del Cdm ma è un atto meramente formale. Insomma, siamo fuori dal commissariamento e ancora più convinti nel proseguire la nostra azione riformatrice. Sono stati 12 anni lacrime e sangue però per i cittadini… Sì, è stata una stagione di sofferenza, ed è chiaro che il nostro impegno sarà in primis di non abbassare la guardia. Non torneremo alla finanza allegra. Insomma, vorrei che passasse il messaggio che con l’uscita dal commissariamento non è che si torna all’assalto della diligenza. Anzi daremo più servizi ai cittadini. Voglio personalmente rivolgere un ringraziamento a tutti i Commissari e i Sub-Commissari che dal luglio del 2008 si sono succeduti: il Presidente Piero Marrazzo, Mario Morlacco, Elio Guzzanti, la Pres. Renata Polverini, Giuseppe Spata, Enrico Bondi, Filippo Palumbo, Gianni Giorgi, Giovanni Bissoni e Renato Botti. È stata una lunga staffetta della quale Nicola Zingaretti ha percorso il tratto più lungo e sicuramente quello decisivo. Bene, ma in pratica che succederà? Mi faccia dire prima che l’uscita del commissariamento del Lazio è un segnale importante per tutte le Regioni perché si è dimostrato che c’è la possibilità di tenere i conti in ordine, senza fare tagli e al contempo migliorare i Livelli essenziali di assistenza. Il Sistema sanitario del Lazio ha riacquistato credibilità e un ringraziamento va ovviamente a tutti i professionisti e gli operatori sanitari che mai hanno fatto mancare l’assistenza. Ora si apre un nuovo capitolo dove il Lazio potrà correre come gli altri senza più handicap. Quindi stop al blocco del turnover? Ovviamente, ora proseguiremo una seria programmazione concorsuale secondo i fabbisogni e le necessità dettate dagli standard ospedalieri introdotti dal Dm 70/2015. Il nostro piano prevede 1200 assunzioni all’anno e le posso dire che già nel 2019 siamo riusciti ad assumere più personale rispetto a quello in uscita. Ma non solo assunzioni, ci saranno anche nuovi investimenti strutturali importanti. Ovvero? Nel nuovo Piano di riorganizzazione sono previsti quattro nuovi ospedali: sulla Tiburtina vicino Tivoli in un’area densamente popolata, il nuovo ospedale di Rieti in una zona molto importante ancor di più dopo il sisma. E poi ci sarà il nuovo ospedale del Golfo nella zona di Formia e poi è previsto anche il nuovo ospedale Santa Maria Goretti di Latina Dea di II livello. Ma non solo, sono previsti anche altri investimento per gli ospedali di Roma come per esempio il Grassi di Ostia, il Pertini, il San Camillo e il Policlinico Umberto I. E per quanto riguarda l’assistenza territoriale che è stata un po’ la ‘Cenerentola’ della sanità laziale? C’è innanzitutto il nuovo piano regionale per le cronicità dove si prevede una stratificazione di tutta la popolazione per patologia e un lavoro di presa in carico dei pazienti attraverso i Pdta e anche con un utilizzo importante delle nuove tecnologie come il telemonitoraggio e dei medici di medicina generale, che devono essere il motore. C’è poi l’investimento che stiamo facendo sull’Assistenza domiciliare integrata (Adi) dove il Lazio è stata la prima regione in Italia a decidere di procedere con l’accreditamento delle strutture mettendo fine alla stagione delle gare al massimo ribasso. Oggi abbiamo più di 30 strutture accreditate e ci stiamo investendo 20 mln in più. Il nostro obiettivo è raddoppiare la soglia degli over 65 che usufruiscono del servizio. Con l’uscita dal commissariamento prevedete di abbassare le addizionali Irpef e Irap che sono ai massimi? C’è una quota di accantonamento per i mutui contratti nel passato che pesa. In questi anni abbiamo dato un primo segnale aumentando le fasce di esenzione. È chiaro che con l’uscita dal commissariamento sarà un nostro obiettivo per i prossimi anni. Non credo per quest’anno ma non mi sento di escludere che uno spazio per la loro riduzione ci possa essere nei prossimi anni. Prima però consolidiamo il risultato anche perché come le dicevo abbiamo in cantiere molti investimenti. Prevedete nuovi accorpamenti delle Asl? No, il tema non è in agenda E sull’Azienda Lazio.0 sul modello veneto? Sì, è nei programmi operativi, ma non sarà come il Veneto. È un progetto importante perché sarà un’azienda, nell’alveo del 502, che dovrà fornire servizi (ad esempio logistica, informatica, concorsi) alle altre Asl e avrà l’obiettivo di velocizzare gli investimenti e centralizzare alcune funzioni. Luciano Fassari Fonte.www.quotidianosanità.it
Quanto costa fare un figlio
Quotidiano Sanità,   28/01/2020
Quanto costa fare un figlio? Tra gravidanza e primo anno il conto arriva a 7mila euro. E 210 mila famiglie costrette a fare un prestito Sono alcuni dei risultati di un’indagine promossa dal portale Facile.it. E le spese sono elevate anche per nidi privati e babysitter: nel 2019 quasi una famiglia su due con bimbi fino ai 3 anni ha dovuto ricorrervi. 27 GEN - Fra gravidanza e primo anno di vita, per il primo figlio si spendono, in media, circa 7.000 euro 210 mila famiglie hanno chiesto un prestito per l’arrivo di un figlio. L’Italia è uno dei Paesi al mondo con il tasso di natalità più basso e tra le possibili cause di questa situazione ci sono anche ragioni di natura economica; avere un figlio costa e non sempre le famiglie riescono a sostenere tali spese. Un dato confermato anche dall’indagine realizzata per il portale Facile.it da mUp Research e Norstat secondo la quale, nel corso degli ultimi 3 anni, circa 210.000 famiglie, ovvero il 13,3% del campione analizzato, hanno chiesto un prestito per sostenere i costi legati alla gravidanza o al primo anno di vita del figlio. Passato questo periodo il quadro non cambia e, anzi, con l’arrivo delle spese legate al nido privato o alla babysitter, sono ancora più numerosi i genitori costretti a fare affidamento a terzi per far quadrare il bilancio familiare. I 9 mesi di gravidanza Secondo quanto emerso dall’indagine, realizzata su un campione rappresentativo della popolazione italiana con figli di età compresa fra 0 e 3 anni, per le sole spese “ordinarie” legate ai 9 mesi di gravidanza - includendo quindi, ad esempio, visite, analisi, farmaci, abbigliamento, culla e tutto il necessario in vista dell’arrivo del bebè - in media si spendono 3.411 euro per il primo il primo figlio e 2.754 euro dal secondo in poi. Il primo figlio, insomma, pare costare il 24% in più. Importi sufficienti a mettere in difficoltà molte famiglie se si considera che per il 52,6% dei rispondenti risparmi e contributi statali non sono stati sufficienti e pertanto si è fatto ricorso all’aiuto di terzi: nella maggior parte dei casi (più di uno su 3) sono stati i nonni a saldare il conto, ma sono molte, circa 125.000, le famiglie che hanno chiesto un prestito già durante i 9 mesi della gravidanza. In particolare, nel 5,2% dei casi il prestito è stato chiesto ad un familiare, mentre nel 3,4% a una società di credito. A livello territoriale, la tendenza a chiedere un prestito è maggiore nelle regioni del Meridione, più bassa tra le famiglie del Nord Est. E la platea di chi ha fatto ricorso ad un finanziamento potrebbe essere ben più ampia se, oltre a quelle ordinarie, si considerano anche le spese straordinarie e importanti che spesso si affrontano in vista dell’arrivo del figlio; la più ricorrente è l’acquisto di una nuova auto (22,3%), ma c’è anche chi ha ristrutturato casa (12,4%), chi ne ha comprata (9,3%) o affittata (7,4%) una più grande o comoda. Il primo anno di vita del bebè Continuando a leggere i dati dell’indagine, si scopre che durante il primo anno di vita del bebè i costi sono addirittura più alti e tra pannolini, pappe, vestitini, visite e altri beni, il conto totale arriva, in media, a 3.577 euro per il primo figlio (poco meno, 2.811 euro, dal secondo in poi). Anche in questo caso sono molti, quasi il 40% dei rispondenti, coloro che hanno dichiarato di aver fatto fronte a tali costi ricorrendo a terzi. Ancora una volta, spesso sono stati i nonni o i familiari stretti a sostenere le spese di tasca propria (29,1%), mentre sono circa 155.000 le famiglie che hanno chiesto un prestito (9,8%), suddivise tra coloro che si sono rivolte ad un familiare (6,2%) o a una società di credito (4,6%). In questo caso si fa maggiore ricorso al prestito nelle regioni del Centro Italia e, ancora, al Sud; diminuiscono, invece, coloro che sostengono spese straordinarie dopo l’arrivo del figlio: solo il 16% ha cambiato l’auto, il 10,1% ha ristrutturato casa o, l’8,7%, ne ha acquistata una. Nido privato e babysitter L’emergenza italiana sugli asili nido è cosa nota e i dati emersi dall’indagine confermano il quadro; Se già nel biennio 2016 – 2017 Istat evidenziava come i posti disponibili negli asili nido fossero sufficienti solo per coprire il meno del 25% del potenziale bacino d’utenza, l’indagine condotta da mUp Research e Norstat per Facile.it ha concluso che nel 2019 meno di 1 famiglia su 3 ha avuto accesso ad una struttura pubblica. Per ovviare a ciò, circa il 40% ha fatto ricorso ad una soluzione a pagamento; il 31,7% ha iscritto il figlio ad un nido privato, il 12,5% ha scelto una babysitter per accudire i piccoli in assenza dei genitori. Considerevoli i costi: per il nido privato nel 2019 gli italiani hanno speso, in media, 531 euro al mese. Gli importi variano sensibilmente lungo lo Stivale, in una forbice compresa tra i 639 euro mensili rilevati nelle regioni del Nord Ovest e i 430 euro/mese nel Meridione. Per far fronte a queste spese l’8,5% degli intervistati, pari ad oltre 41mila famiglie, ha chiesto un prestito a familiari o società di credito; percentuale che raggiunge il 15% nelle regioni del Nord ovest, dove i costi sono nettamente più alti. Di poco inferiore la spesa affrontata da chi ha scelto la babysitter; nel 2019 le famiglie italiane che hanno utilizzato questo servizio hanno pagato, in media, 464 euro al mese. Fonte.www.quotidianosanità.it
Ludopatia
Repubblica,   27/01/2020
. Uno studio italiano ha appena messo in evidenza l'efficacia di una tecnica chiamata "stimolazione magnetica transcranica ripetuta" (in sigla rTMS) in un gruppo di otto pazienti con ludopatia di VIOLA RITA ABBONATI A 24 gennaio 2020 IL PENSIERO è sempre quello di scommettere. Secondo le stime dell'Istituto superiore di Sanità, un milione e mezzo di italiani hanno un problema con il gioco d'azzardo. Fra loro c'è chi sviluppa una dipendenza o ludopatia. Esistono diversi strumenti per trattare questo disturbo: si tratta di psicoterapie o di farmaci. Ma oggi la ricerca sta studiando nuove strade. Uno studio italiano ha appena messo in evidenza l'efficacia di una tecnica chiamata "stimolazione magnetica transcranica ripetuta" (in sigla rTMS) in un gruppo di otto pazienti con ludopatia. Secondo gli autori, la procedura, completamente non invasiva, potrebbe aprire nuove prospettive terapeutiche promettenti per questo e altri disturbi. La ricerca, cui ha preso parte l'Università G. D'Annunzio di Chieti insieme ad altri ospedali e centri italiani e internazionali, è pubblicata sulla rivista European Addiction Research. ECONOMIA Industria del gioco, gli italiani spendono l'1,86% del reddito La stimolazione magnetica transcranica Questo metodo è stata approvato in Canada e negli Stati Uniti per la cura della depressione e negli Usa anche per l'emicrania. In Italia è ancora sotto studio anche se ci sono già altre prove del fatto che possa essere efficace e senza importanti effetti collaterali. "Di fatto si usano dei magneti in prossimità della cute che stimolano alcune aree cerebrali", spiega Fabrizio Fanella, direttore sanitario del Centro La Promessa, centro per il trattamento delle dipendenze patologiche, che ha preso parte allo studio. "Pertanto non è per nulla invasiva". E i risultati si vedono, prosegue Fanella. "Non è la prima volta che la impieghiamo nell'ambito della ricerca: un nostro precedente studio ha mostrato gli effetti benedici nella dipendenza da cocaina". La ricerca Gli autori hanno coinvolto otto persone con un disturbo da gioco d'azzardo nella sperimentazione. Tutti i volontari giocavano quotidianamente più ore al giorno. Le prime due settimane sono stati trattati in maniera intensiva, due volte al giorno per cinque giorni a settimana, mentre per i tre mesi successivi il trattamento era di mantenimento un solo giorno a settimana per due volte. "Già dopo le prime due settimane i benefici sono stati evidenti", ha spiegato Fanella, "con una riduzione di più del 70% del punteggio Gambling Symptom Assessment Scale, che valuta la compulsione al gioco. In pratica riducevano molto gli episodi di gioco fino a quasi non giocare più". E il beneficio si manteneva nel tempo, anche nei mesi di follow up, mentre non ci sono stati effetti collaterali rilevanti. INTERATTIVO L'Italia delle slot: ecco quanto giocano gli italiani La ricerca è per ora all'inizio e su pochi pazienti, commentano gli esperti, ma i risultati sono confortanti. "La nostra idea è quella di estendere lo studio a un più ampio numero di persone", aggiunge Fanella, "e possibilmente far sì che in futuro questo trattamento possa essere erogato dal sistema sanitario". Già adesso, però, ci sono già armi importanti per il paziente, come chiarisce l'esperto. "È importante mettere in atto un approccio multidisciplinare, con trattamenti farmacologiche combinate con terapie psico-comportamentali, coinvolgendo anche la famiglia laddove possibile". I meccanismi della stimolazione La tecnica stimola a distanza, con magneti, una piccola zona della corteccia prefrontale. La corteccia prefrontale è un'area del cervello coinvolta nella pianificazione dei comportamenti e nell'inibizione degli impulsi legati all'azione. Una ridotta attività dei percorsi prefrontali diminuisce il controllo sul desiderio e sulla compulsione al gioco. Per questo, attivarla può aiutare ad alzare la soglia del controllo. "L'azione, in particolare, è diretta sui circuiti neuronali associati alle dipendenze", sottolinea Fanella, "come quello della dopamina". La dopamina è una molecola essenziale prodotta nel cervello e associata alla ricompensa e alla gratificazione. Ed è la stessa che ci induce a ripetere un comportamento che genera sensazioni piacevoli e che in certi casi è legata allo sviluppo di vere e proprie dipendenze. Fonte.www.l a repubblica.it
Cassazione:risarcimento danni
Quotidiano Sanità,   23/01/2020
Risarcimento per responsabiità sanitaria: la legge Balduzzi (in assenza di disposizioni precedenti) vale anche per gli anni antecedenti alla sua emanazione La Cassazione (sentenza 1157/2020 della terza sezione civile) ha rinviato alla Corte di Appello una sentenza sulla richiesta di risarcimento per danni subiti da una paziente perché non era stata tenuta in debito conto la misura prevista dalla legge Balduzzi che la Cassazione dichiara retroattiva in questi casi se non esistono altre norme precedenti. LA SENTENZA. 23 GEN - La legge Balduzzi sulla responsabilità professionale vale, per quanto riguarda i risarcimenti del danno da colpa medica, anche per fatti precedenti alla sua entrata in vigore se non esistono disposizioni precedenti. Lo ha stabilito la terza sezione civile della Corte di Cassazione (sentenza 1157/2020), respingendo la sentenza della Corte di Appello (rinviando la decisione alla Corte in diversa composizione) che non aveva tenuto conto della legge Balduzzi in cui si afferma che “il danno biologico conseguente l'attività dell'esercizio della professione sanitaria è risarcito sulla base delle tabelle di cui agli articoli 138 (danno biologico ndr.) e 139 (danno biologico di lieve entità ndr) del decreto legislativo 7 settembre 2005 n. 209”. Il fatto Una donna ha presentato ricorso per chiedere 76.083,63 euro di danni oltre la rivalutazione monetaria e gli interessi, per i danni causato dall’intervento di mastopessi bilaterale e mastoplastica additiva al uale era stata sottoposta anni prima, presso una casa di cura. I danni erano riferiti ai “postumi invalidanti, riconducibili a negligenza e imperizia dell'operatore medico e degli altri sanitari che l'avevano avuta in cura”, “aggravati dall'imperizia con cui erano stati eseguiti i successivi interventi, l'ultimo dei quali effettuato” tre anni dopo il primo. La casa di cura chiese il rigetto della domanda e chiamò in causa l’assicurazione garante per la responsabilità civile verso i terzi che a sua volta chiese il rigetto delle richieste per “l'assenza di qualsiasi rapporto giuridico con il medico, libero professionista, con facoltà di utilizzo della struttura ospedaliera, a fronte di debita prenotazione, e dichiarò di volere estendere il contraddittorio nei confronti del sanitario per proporre domanda di manleva nei suoi confronti”. Anche il medico, dal canto suo, chiese il rigetto della domanda, “evidenziando di aver eseguito le operazioni chirurgiche su mandato delle cliniche convenute, di non essere responsabile dei pregiudizi subiti dall'attrice e, comunque, di avere fatto sottoscrivere da quest'ultima il consenso informato, così rendendola edotta dei rischi derivanti dalle operazioni; dichiarò di voler chiamare in causa” la sua assicurazione garante per la responsabilità civile verso terzi con cui aveva stipulato la polizza di responsabilità civile, “per essere manlevato sia dalla domanda attrice che da quella proposta dalla casa di cura”. La compagnia assicuratrice eccepì la prescrizione della copertura assicurativa perché il medico, fino dal 2006, aveva denunciato il sinistro, tramite broker nel 2008 e, quindi, era decorso il termine biennale di cui all'art 2952 cod. civ., “dedusse che la garanzia non poteva operare quanto al secondo e al terzo intervento chirurgico (aprile 2005/febbraio 2006) perché eseguiti quando la polizza risultava essere stata stornata (gennaio 2004). La prima condanna del Tribunale fu di un risarcimento del danno di 26.641 euro (secondo le tabelle in uso al Tribunale di Milano) e 20.518,50 oltre rivalutazione, interessi e interessi legali, riconoscendo la responsabilità professionale del medico che aveva eseguito i due interventi cui era stata sottoposta la paziente (mastopessi e mastoplastica additiva; capsulectomia sinistra) e delle strutture sanitarie. All’ulteriore ricorso, la Corte di Appello (l’importo non era quello richiesto) riformando in parte la sentenza del Tribunale condannò le strutture a titolo di risarcimento del danno, al pagamento dell’importo previsto dal Tribunale, di 26.641 euro e di 7.518,50 euro, oltre alle spese accessorie “e diede atto della sussistenza dei presupposti per il versamento di un ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per l'impugnazione”. La sentenza Secondo la Cassazione, come anche esposto nell’ulteriore ricorso, nulla vietava di seguire le indicazioni della Balduzzi per una liquidazione equitativa del danno. I giudici hanno precisato che vale la retroattività della legge perché non si tratta di sostituire una vecchia disciplina con una nuova. La nuova previsione del criterio tabellare non sostituisce una norma di legge anteriore che indicava un diverso criterio del danno. Quindi la legge Balduzzi può essere applicata direttamente dal giudice che deve applicare il criterio di liquidazione equitativa del danno non patrimoniale ed è ininfluente che la condotta accusata sia stata commessa prima dell'entrata in vigore della legge. La Cassazione dà ragione alla ricorrente sul fatto che “i parametri indicati dalla legge Balduzzi ben possono essere applicati, in assenza di disposizioni normative precedenti sul punto, anche a fatti anteriori alla sua entrata in vigore, in quanto una legge dello Stato prevale su una prassi giurisprudenziale, e, comunque, a tanto non osta l'art. 11 delle preleggi, atteso che la legge Balduzzi e le preleggi sono norme aventi il medesimo rango come fonti di diritto, sicché la prima ben può derogare alle seconde”. Inoltre, spiega la Cassazione, “contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte territoriale, pur a non voler ammettere un'applicazione retroattiva della legge Balduzzi, il nuovo e uniforme criterio normativo ben potrebbe essere utilizzato al fine di operare una liquidazione equitativa del danno, a nulla rilevando che il risultato sia più o meno favorevole al danneggiato”. Secondo la sentenza “non risulta ostativa la circostanza che la condotta illecita sia stata commessa, e il danno si sia prodotto, anteriormente all'entrata in vigore della già richiamata legge; né può configurarsi una ingiustificata disparità di trattamento tra i soggetti coinvolti nei giudizi pendenti e i soggetti di giudizi definiti, atteso che solo la formazione del giudicato preclude una modifica retroattiva della regola giudiziale”. E anche che “neppure può ipotizzarsi una lesione del legittimo affidamento sulla determinazione del valore monetario del danno in parola, posto che la norma sopravvenuta, non incidendo retroattivamente sugli elementi costitutivi della fattispecie legale della responsabilità civile, non intacca situazioni giuridiche precostituite e acquisite al patrimonio del soggetto leso, ma si rivolge direttamente al giudice, delimitandone l'ambito di discrezionalità e indicando il criterio tabellare quale parametro equitativo nella liquidazione del danno (Cass. 11/11/2019, n. 28990)”. In conclusione secondo la Cassazione “la sentenza impugnata va cassata, in relazione al motivo accolto, e la causa va rinviata, anche per le spese del presente giudizio di legittimità, alla Corte di appello di Milano, in diversa composizione”. Fonte.www.quotidianosanità.it
Sanità:tre priorità per il 2020
Quotidiano Sanità,   23/01/2020
Le prime “tre” priorità per la sanità 2020. Forum con i sindacati della medicina convenzionata. Rispondono i leader di Smi, Snami e Fismu (quarta parte) Aspettative, timori e richieste per il 2020 della sanità concentrate nelle prime tre priorità che si dovrebbero affrontare per dare una svolta al sistema sanitario italiano. In questa terza puntata rispondono Pina Onotri, Segretario nazione dello Smi, Francesco Esposito, Segretario generale Fismu e Angelo Testa, Presidente nazionale dello Snami. 23 GEN - Con l'arrivo del nuovo anno Quotidiano Sanità ha voluto promuovere un forum con diverse associazioni sindacali del settore per mettere a fuoco preoccupazioni e aspettative. Dopo la prima e la seconda puntata con i sindacati della Dirigenza medica e la terza puntata con i sindacati della medicina convenzionata in questo quarto appuntamento abbiamo sentito Pina Onotri, Segretario nazione dello Smi, Francesco Esposito, Segretario generale Fismu e Angelo Testa, Presidente nazionale dello Snami. Nel 2020 sono molteplici le sfide che attendono la sanità italiana. Quali sono le vostre 3 priorità? Pina Onotri, Segretario nazionale Sindacato Medici Italiani (Smi) I medici di medicina generale in Italia sono circa 50 mila ed i loro stipendi da oltre 10 anni non sono adeguatamente rivalutati sulla base dell’inflazione registrata annualmente dall’ISTAT. Occorrerebbe al fine di assicurare ai medici di medicina generale almeno il completo adeguamento dei compensi al tasso di inflazione rilevato dal 2009 al 2019, prevedendo da parte dello Stato e delle Regioni finanziamenti adeguati destinati alla contrattazione collettiva nazionale, a partire dal triennio 2019-2021. I colleghi di altri paesi membri dell’Unione Europea, in particolare i medici francesi e tedeschi godono di trattamenti salariali superiori al 30-40% dei salari dei medici italiani. Questa scelta può contribuire ad avvicinare i salari dei medici italiani a quelli dei colleghi europei ponendo un freno al fenomeno migratorio verso l’estero. Da diversi anni, infatti, assistiamo ad un forte fenomeno di emigrazione di sanitari verso i paesi dell’Europa. Si renderebbe, in questo modo, più attraente la professione medica soprattutto per i giovani medici che sarebbero incentivati a restare in Italia, impendendo in questo modo l’implosione del SSN. Stesso discorso varrebbe per i medici dirigenti. Pari opportunità nella professione medica. Oggi una donna medico su due ha un solo figlio; una su tre è single, molte rinunciano alla professione o alla maternità. Sono forti le discriminazioni in tema di maternità per le donne-medico convenzionate, ovvero medici di famiglia, guardie mediche e 118, specialisti ambulatoriali, pediatri. Sono forti le criticità anche per l’adozione, l’affido, il diritto delle professioniste al riposo per allattamento. Le attuali disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità prevedono uno specifico trattamento per i riposi giornalieri della madre ‘lavoratrice’, intendendo in tal senso unicamente i dipendenti, compresi quelli con contratto di apprendistato di amministrazioni pubbliche, di privati datori di lavoro, nonché i soci lavoratori di cooperative, ma escludendo le donne medico convenzionate . Lo SMI si batte per introdurre asili nido nelle strutture ospedaliere e nelle ASL sul modello di quello impiantato al Ministero della Salute. Occorre studiare sistemi di flessibilità oraria, anche per i medici che lavorano in equipe e dipartimenti di emergenza, per permettere la conciliazione tra professione e accudimento familiare. Ci battiamo affinché nell’Accordo Nazionale Collettivo di medicina generale si vari una norma ad hoc per i medici in convenzione che contempli il riposo per allattamento con i relativi riconoscimenti economici. Sulle pari opportunità, siamo orgogliosi di aver fatto riconoscere il punteggio per l’astensione obbligatoria di gravidanza a livello delle graduatorie regionali; vorremmo, adesso, che fosse riconosciuto un indennizzo per donne vittime per violenze di genere sul posto di lavoro, nonché che sia dato alle donne medico la possibilità di usufruire dell’opzione donna prevista dalla legge n. 147/2014 sulle pensioni. Ricambio generazionale nella professione medica e formazione post laurea. Da diverso tempo si lancia a più riprese l’allarme sulla carenza specialisti e generalisti. L’accesso alla facoltà di medicina è a numero chiuso, quindi c’è una programmazione nazionale. Il numero di laureati supera il numero di quanti possono accedere ad una qualsivoglia specializzazione, di molte migliaia di unità. Come dire che la programmazione nazionale pecca in eccesso oppure la formazione post laurea in difetto. Ogni Regione pianifica il numero di medici abilitati da ammettere ai corsi di Formazione Specifica per diventare Mmg, secondo la stima del fabbisogno. Le regioni del Nord denunciano la carenza di Mmg, mentre le Regioni del Centro Sud hanno ragionato in termini diversi, largheggiando in posti nei corsi di formazione in Medicina Generale e in questo caso di carenza non si parla proprio. Le scuole di specializzazione non tengono conto del reale fabbisogno e nei prossimi anni ci sarà una seria carenza legata alle specialità più complesse. Proponiamo un concorso nazionale unico per specializzazione e formazione in MG che tenga conto del fabbisogno sanitario per tipologia di popolazione da assistere. Sosteniamo la trasformazione del corso di formazione in specializzazione con equiparazione delle relative borse di studio. Il Sindacato Medici Italiani è al fianco dei giovani medici, per garantire loro un futuro professionale di qualità e azzerare l’imbuto formativo che non permette l’accesso alla professione e sconfiggere la precarietà. Per le nuove leve bisogna voltare pagina, affinché la professione diventi un lavoro attrattivo per chi deve garantire tutti i giorni il diritto alla salute dei cittadini italiani. Francesco Esposito, Segretario generale Fismu La Quarta riforma è l’unica via di uscita dalla crisi che attanaglia e sta demolendo la sanità pubblica, per ritornare a rispondere adeguatamente alla mutata domanda di salute, alle sfide della cronicità e dell’invecchiamento della popolazione. Al ministro Speranza, all’attuale governo, lo diciamo con chiarezza: nel 2020 è urgente mettere la basi per avviare un processo di modernizzazione e riorganizzazione dei servizi e di rilancio e valorizzazione del personale del SSN, attraverso due gambe, una istituzionale e una normativa: la ridefinizione del malinteso federalismo e delle competenze stato-regioni, un nuovo contratto unico dei medici. Con queste premesse e con questo orizzonte strategico, è però, necessario, ed opportuno, fare un piano complessivo per tappe, con obiettivi di corto e medio periodo. Con tempi e risorse certe ed adeguate, frutto di un ampio coinvolgimento dei sindacati, delle istituzioni ordinistiche e delle associazioni scientifiche. In questa sede indicheremo solo tre priorità a breve termine. 1) La lotta al precariato cronico, dare soluzione al problema dei camici grigi e riforma della formazione e dell’accesso. In gran parte delle regioni i piani di rientro hanno esasperato ancor più il problema delle assunzioni, ci sono medici assunti dopo ben 15 anni di precariato in forza di normative speciali. Il precariato nell’area convenzionata, con i ritardi pluriennali nella pubblicazione delle zone carenti e gli incarichi tempo determinato nella guardia medica e nell’emergenza territoriale (118), dove non si fanno neanche i corsi di formazione, senza limiti e senza sanzioni per gli amministratori. Il passaggio a dipendenza definitivo dei medici del 118 ancora convenzionati. Quindi, il nodo dell’imbuto formativo, frutto di una programmazione sbagliata che ha creato oltre diecimila “precari” senza titolo specialistico, non perché non siano ‘bravi’(!), ma perché i posti di specialità non sono sufficienti. L’accesso alla facoltà seleziona in rapporto uno a dieci, quindi quelli più bravi, sono gli stessi che superano 40 esami per laurearsi e dopo laureati un esame di abilitazione per poi trovarsi con…un pugno di mosche. Una situazione che porta a continue “guerre tra poveri”, all’interno della classe medica. Allora, meglio cambiare rotta: da subito i medici laureati in ospedale e a formarsi nel territorio con percorsi paralleli ma efficaci. Infine, il corso di formazione in medicina generale deve diventare specializzazione con pari dignità e deve uscire dalla gestione sindacale e ordinistica. 2) riorganizzare il sistema di emergenza e delle cure primarie sul territorio e dell’ospedalità. Tre gli assi: a) culturale e, quindi, organizzativo, cioè l’abbandono della cosiddetta medicina di attesa e il potenziamento di quella di iniziativa e anche delle forme associative, mettendo in rete h24, tutte le figure professionali, assistenza primaria e pediatria, continuità assistenziale, specialistica Ambulatoriale e 118, per gestire la presa in carico del paziente, con una mutata domanda di salute che vede come prima sfida quella dell’invecchiamento della popolazione e della cronicità. Con un investimento anche sulla modernizzazione delle strutture e per la diagnostica di primo livello e il personale infermieristico e di segreteria (e bloccando i processi di demedicalizzazione e privatizzazione),. b) normativo, con la vista al prossimo contratto unico di tutti i medici italiani, introdurre da subito l’accesso unico, il ruolo unico e il tempo pieno. c) invertire il processo continuo di impoverimento dell’ospedalità. Più personale, sblocco del turn over, centralità del medico nella governance delle strutture. 3) Si deve avviare la messa in sicurezza della sanità pubblica italiana, anche con un investimento sull’edilizia: la paura non può più accompagnare il lavoro di migliaia di professionisti oggetto di aggressioni, spesso lasciati soli a lavorare in ambulatori inadatti e pericolosi. Ben venga una maggiore presenza delle forze dell’ordine, della video sorveglianza, una diversa organizzazione delle strutture. Ma anche una modifica alla normativa che tuteli davvero il medico, che è a tutti gli effetti un rappresentate dello Stato. Infine, dal 2020 per avviare questa Quarta Riforma, serve cambio di mentalità, a partire dal frammentato mondo sindacale, un nuovo modo di fare politica: i medici hanno bisogno di luoghi del confronto e di elaborazione delle idee per poter rappresentare con compattezza proposte serie e di lungo respiro ai partiti, al Governo, al parlamento. Mettersi in discussione per essere davvero capaci di difendere i medici e per essere di nuovo classe dirigente nelle grandi questioni del nostro Paese, per la sanità e per il welfare. Questo New Deal deve interessare anche il nostro, un poco “in affanno”, sistema ordinistico e previdenziale. Anni fa, la Cumi-Aiss lanciò un Decalogo che sottoscrisse tutta la categoria, dopo anni, è ancora di grande attualità. Si riparta anche da quello spirito, da quella capacità di dialogo. Se non ora quando! Angelo Testa, Presidente nazionale dello Snami Bomba atomica e ricostruzione. Non è una provocazione, ma la amara considerazione che se non spazziamo via radicalmente vecchie abitudini e costruiamo qualcosa di serio ,la sanità pubblica verrà ingoiata dal privato incombente con buona pace di chi l’ha difesa negli anni e verrà consegnata su un piatto d’argento a chi, definanziandola all’infinito e non programmando, l’ha di fatto “suicidata”. Per noi dello Snami, attraverso le adeguate dotazioni finanziarie e di organico per tutta la Medicina territoriale del SSN,” post bomba atomica”, priorità assoluta, le 3 priorità relative sono: 1) non snaturare la professione del Medico di Medicina Generale affibbiandogli mansioni che non gli competono. 2) risolvere i problemi di burocrazia e liste d’attesa 3) programmazione e formazione dei Medici del comparto. Il Medico di Medicina Generale, primo contatto fra il Cittadino ed il Sistema Sanitario deve essere messo nelle condizioni ottimali per svolgere il proprio ruolo nell’ affrontare i problemi sanitari del Cittadino e risolverli in studio (o a domicilio!) personalmente nel 75 – 80 % dei casi, senza coinvolgere altre figure professionali. Affibbiargli nuovi ruoli ed improbabili compiti di diagnostica di primo livello significherebbe allontanarlo dal suo ruolo fondamentale, distogliendolo dall’azione clinica per la quale è preparato e mettendolo nelle condizioni di lavorare male, creando nel contempo illusorie aspettative nel Cittadino. Un Medico di Famiglia sgravato dalla soffocante burocrazia cartacea ed informatica, quella inutile, stupida e farraginosa, lavorerebbe molto meglio nel suo campo d’azione naturale, ovvero diagnosi e terapia, evitando ove possibile, il ricorso a strutture esterne e riducendo così le liste d’attesa. Il 2020 potrebbe essere l’anno decisivo in cui mettere in uso un applicativo informatico di interconnessione tra tutti gli operatori della Sanità previo collaudo sul campo da parte di Medici esperti nel settore e recependo (invece di ignorarle) le loro osservazioni. Inoltre la gestione delle cronicità, competenza nella quale il Medico di Medicina Generale può dare il meglio di se, va elaborata assieme ai rappresentanti dei Medici del Territorio, e non imposta dall’alto con delibere che non favoriscono di certo l’adesione dei Medici stessi. Se il governo non prevede risorse idonee a cascata le falle si apriranno nelle Regioni e nei territori, a peggiorare la situazione attuale in cui ci sono già aree geografiche, soprattutto nel nord Italia, dove è quasi impossibile trovare un medico, con ripercussione negativa sulle categorie sociali più esposte, a cominciare dagli anziani, che non sempre sono nelle condizioni di spostarsi per raggiungere i centri più vicini .La programmazione deve riguardare sia le risorse finanziarie sia le dotazioni di organico, per assicurare i livelli essenziali di assistenza, così anche salvaguardando la figura del medico da quello che riteniamo un attacco di altre professionalità come gli infermieri e gli psicologi di famiglia. La medicina territoriale e quella ospedaliera necessitano di un numero adeguato di medici formati come abbiamo in questi anni denunciato ripetutamente. Cambiano i governi ma la programmazione universitaria, specialistica e lavorativa rimane scellerata e non adeguata ai bisogni di salute della popolazione. È ormai indispensabile rivedere il piano di studi e il numero programmato della facoltà di medicina e chirurgia e delle specialità, perché non si tratta “solo” di rendere precaria la classe Medica del presente ma si compromette il diritto alla salute pubblica del futuro. La mancata programmazione porta alla carenza cronica ed irreparabile di operatori sanitari, ma anche alla fuga dei nostri giovani Medici verso l’estero per impossibilità di completare il loro percorso formativo, ed anche prendere le distanze da un lavoro non più appetibile sotto l’aspetto economico. Uno sguardo particolare deve essere dato all’ inquadramento fiscale dei colleghi di continuità assistenziale, che seppur lavoratori autonomi, si vedono decurtare dai propri stipendi delle trattenute da “lavoratori dipendenti”, senza però poter usufruire di malattia, tredicesima, ferie e tfr. Inoltre la legge di stabilità penalizza i regimi fiscali forfetari. L’insicurezza delle sedi di continuità assistenziale e dei Medici che vi operano, la scarsa e mala organizzazione del servizio di emergenza sanitaria territoriale con territori vasti e ostili provvisti spesso di una sola ambulanza medicalizzata, senza un intervento risanatorio, sono il preludio alla estinzione dei servizi sanitari territoriali. Allora per un ripensamento in chiave moderna della governance del Ssn, per garantire la sostenibilità del sistema a lungo termine, in un contesto in cui c’è il problema dell’invecchiamento della popolazione, dove è evidente la disparità di servizi e condizioni di salute tra le regioni del Nord e quelle del Sud e va considerato l’accesso alle innovazioni, facciamo “esplodere l’atomica” sull’attuale cristallizzazione del sistema sanitario nazionale e iniziamo dalle priorità che abbiamo indicato. Se poi su questi temi e quelli concreti e pratici del nostro pensiero Snami, sui pronto soccorso da rinforzare, sulla prevenzione medica, sulla rimodulazione dei ticket ,sul rispetto delle classi di priorità nelle prescrizioni e su come allontanare gli asini e certa politica dalla sanità pubblica, il Ministro Speranza ,da addetti ai lavori e secondo sindacato della convenzionata, vuole sentirci ,siamo disponibili. Al momento, stranamente, ha sentito tutti e non vuole parlare con Noi. Solo Lui, probabilmente, sa il perché!. A cura di Luciano Fassari Fonte.www.quotidianosanità.it
Tre priorità per la sanità 2020
Quotidiano Sanità,   19/01/2020
Le prime “tre” priorità per la sanità 2020. Forum con i sindacati della medicina convenzionata. Rispondono Fimmg, Fimp e Sumai-Assoprof (terza parte) Aspettative, timori e richieste per il 2020 della sanità concentrate nelle prime tre priorità che si dovrebbero affrontare per dare una svolta al sistema sanitario italiano. In questa terza puntata rispondono Silvestro Scotti, segretario nazionale della Fimmg, Paolo Biasci, Presidente della Fimp e Antonio Magi, Segretario generale del Sumai-Assoprof. 19 GEN - Con l'arrivo del nuovo anno Quotidiano Sanità ha voluto promuovere un forum con diverse associazioni sindacali del settore per mettere a fuoco preoccupazioni e aspettative. Dopo la prima e la seconda puntata con i sindacati della Dirigenza medica, in questa terza puntata rispondono quelli della medicina convenzionata Silvestro Scotti, segretario nazionale della Fimmg, Paolo Biasci, Presidente della Fimp e Antonio Magi, Segretario generale del Sumai-Assoprof. Nel 2020 sono molteplici le sfide che attendono la sanità italiana. Quali sono le vostre 3 priorità? Silvestro Scotti, Segretario nazionale Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (Fimmg) Il 2019 si è chiuso con alcune importanti novità per il nostro SSN: da una parte la firma del Patto per la Salute 2019-2021 tra Regioni e Governo con cui si sancisce un incremento delle risorse destinate alla sanità nel prossimo triennio oltre che prevedere provvedimenti specifici per il personale, lo sblocco di ulteriori risorse per gli investimenti in edilizia sanitaria e ammodernamento tecnologico, la revisione dei meccanismi dei piani di rientro e la prospettica evoluzione di ruolo dei vari soggetti professionali operanti sul territorio; dall’altra la Legge di Bilancio che per quanto riguarda nello specifico i medici di medicina generale prevede lo stanziamento di oltre 235 milioni di euro per la dotazione di strumentazione di diagnostica di primo livello nei propri studi. Ma la vera sfida inizia adesso. È prioritario dare operatività a queste scelte, ovvero procedere rapidamente con l’adozione dei provvedimenti attuativi. Insomma “dai documenti ai fatti”. Contiamo su una rapida emanazione del decreto attuativo e del suo necessario raccordo con ACN e AIR per rendere fruibili ai cittadini gli effetti di questa rivoluzione assistenziale. Essenziale pertanto concludere i percorsi di un ACN, e dei conseguenti AIR, che diano innanzitutto respiro al necessario recupero economico di una categoria ancora ferma redditualmente al 2010, ma contengano anche elementi di coinvolgimento professionale e obiettivi per una nuova medicina generale, più capace di presa in carico delle varie sfide assistenziale e di evoluzione delle offerte di cura del SSN e non solo; più capace, inoltre, di normare i modelli di coordinamento con gli altri soggetti professionali, a loro volta orientati da contrattualità specifiche, ma che contengano norme omogenee su tale tema, come oltretutto previsto per legge per esempio con i farmacisti (lettera a) del comma 1, art. 2, d.lgs. 153/2009). La seconda azione che ci vedrà impegnati, chiaramente collegata alla prima, sarà quella di rendere più velocemente fruibili gli strumenti di finanziamento e in particolare il fondo ex art. 20 per l’edilizia sanitaria e l’ammodernamento tecnologico quando questi saranno utilizzati per il territorio e per i professionisti, medici di medicina generale che vi operano. Ci troviamo di fronte a strumenti concepiti in origine prevalentemente per la parte d’investimento strutturale e poi evoluti sulla dotazione tecnologica, quest’ultima, nel caso del territorio e dell’interesse nostro e dei nostri assistiti, rimane la parte realmente interessante in termini di utilizzo. È necessario, però, un provvedimento di legge che individui un fondo specifico territoriale con nuove modalità di utilizzo, non tanto per la fase di metodologia relativa a programmazione, progettazione e autorizzazione, quanto nel metodo di affidamento dei fondi che dovrebbero evolvere da fondi in conto capitale a fondi in conto corrente, se non in toto almeno in parte. Provvedimento necessario sia per il paradosso che quando si investe in tecnologia la patrimonializzazione della proprietà dello strumento perde dopo l’acquisto buona parte del proprio valore, ergo il mantenerlo in un regime in conto capitale di fatto non rende valori patrimoniali utili ai bilanci delle aziende, ma soprattutto non permette il finanziamento diretto proiettato sull’investimento del singolo medico di medicina generale che, nel suo ruolo di piccola impresa, velocizzerebbe le fasi di acquisto e fruibilità e sicuramente ne ridurrebbe i costi potendosi pensare, in considerazione del ruolo libero professionale seppur convenzionato, anche ad una partecipazione economica diretta del medico che quindi di fatto percentualmente aumenterebbe il fondo. La terza priorità non potrà che riguardare il finanziamento per il personale convenzionato. Sarà necessario pensare ad un specifico impegno nella prossima legge di bilancio, che individui meccanismi diretti e indiretti di finanziamento più corrispondenti al mutato impegno legato ad un maggiore carico di lavoro necessario per rispondere alle dinamiche demografiche che, come noto, vedono e vedranno sempre di più un aumento degli anziani, dei super-anziani e conseguentemente dei malati cronici e non autosufficienti, e al conseguente impegno economico di cui il territorio e i medici di famiglia si dovranno caricare, per esempio per il proprio personale in un’ottica di microteam. Infine avremmo una quarta priorità, che in termini comunicativi diventerà la prima nel corso del 2020, a rappresentare il ruolo di stakeholder politico-istituzionale che Fimmg si sta sempre di più ritagliando, non in maniera autoreferenziale ma per i numeri dei rappresentati, per i numeri e la qualità delle proposte di soluzione sempre portate sui tavoli, ovvero entrare da protagonisti, con il nostro progetto FimmGreen, nella dinamica di coinvolgimento alle tematiche di tutela dell’ambiente dei nostri medici, dei nostri assistiti, dei cittadini e quindi del Paese, ma questa è un’altra storia e la racconteremo presto di nuovo nelle piazze, di nuovo “strada facendo”. Paolo Biasci, Presidente Nazionale Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) Il Ministro della Salute Roberto Speranza ha dimostrato particolare attenzione al rilancio del servizio sanitario nazionale equo e solidale ed alla riqualificazione e valorizzazione delle cure primarie. E’ quanto si evince anche dalla recente Legge di bilancio, nonché da sue numerose dichiarazioni che ci fanno guardare verso un futuro migliore. La Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) ha apprezzato molte delle scelte operate finora dal Ministro: per il 2020 ci aspettiamo un passo avanti ulteriore per migliorare l’assistenza sanitaria territoriale ai bambini e adolescenti residenti nel Paese. La trattativa in corso per il rinnovo dell’Accordo Collettivo Nazionale, che speriamo possa chiudersi positivamente a breve termine, deve rappresentare una opportunità per realizzare certe aspettative della categoria. Siamo, infatti, convinti che soprattutto attraverso un potenziamento delle cure primarie si possa garantire una reale universalità del nostro sistema sanitario. Le tre priorità sulle quali bisogna concentrarsi per il prossimo anno sono investimenti, strumentistica diagnostica e vaccinazioni. Per rendere più efficace il sistema delle cure primarie sono necessari quanto prima investimenti mirati ulteriori rispetto a quelli già previsti. Condividiamo questo intento con i rappresentati della medicina generale del territorio. Gli studi dei pediatri di famiglia devono diventare sempre più dei presidi sanitari territoriali qualificati, dove favorire la promozione di corretti stili di vita, l’educazione sanitaria, la prevenzione e la gestione delle malattie infantili. Ciò può avvenire solo destinando maggiori risorse economiche per la formazione dei pediatri delle cure primarie e per la riqualificazione dei loro studi professionali. La seconda priorità è rendere effettivo quanto previsto dalla Legge di bilancio per il finanziamento di apparecchiature diagnostiche a risposta rapida. Sono strumenti imprescindibili e che non devono più mancare negli studi dei pediatri di famiglia di tutta la Penisola. In questo modo potremo garantire un intervento appropriato e una diagnosi precoce per le malattie acute, assicurando che il percorso di diagnosi e terapia di queste ultime inizi e si concluda sul territorio, nello studio del pediatra di famiglia. Ciò comporterebbe la riduzione degli accessi impropri alle cure di secondo livello e ai Pronto Soccorso, favorendo concretamente l’utilizzo appropriato dei farmaci e la “vocazione ultraspecialistica” degli ospedali pediatrici italiani. L’utilizzo di questi dispositivi consentirebbe un adeguato follow up nella cura delle malattie croniche che non devono essere considerate un problema di salute solo delle terza età in quanto interessano ben il 10% di bambini e adolescenti. Infine, il 2020 deve essere l’anno in cui finalmente si darà il via in tutta Italia all’esecuzione diretta delle vaccinazioni negli studi dei pediatri di famiglia. Come abbiamo più volte sottolineato, questa pratica attualmente avviene solo in Toscana che, non a caso, è l’unica Regione che ha raggiunto il tasso di copertura per il morbillo a 24 mesi prevista dal Piano Nazionale Vaccini. Bisogna sfruttare il rapporto fiduciario tra il pediatria di libera scelta e le famiglie italiane per contrastare la ingiustificata diffidenza verso questi fondamentali presidi sanitari salvavita. Aumentare i tassi di copertura, per tutte le vaccinazioni, è un obiettivo raggiungibile solamente grazie al coinvolgimento attivo degli oltre 7mila pediatri di famiglia presenti su tutto il territorio nazionale. Antonio Magi, Segretario generale Sindacato Unico Medicina Ambulatoriale Italiana e Altre professioni (SUMAI Assoprof) Una reale considerazione per il territorio, in particolar modo per la specialistica ambulatoriale interna; superare il criterio dell’incompatibilità tra pubblico e privato accreditato che rende il Ssn non attrattivo specie per i più giovani e attenzione al fenomeno delle aggressioni agli operatori sanitari. Tutti, nessuno escluso. In estrema sintesi sono queste le tre priorità del SUMAI Assoprof, il sindacato degli specialisti ambulatoriali interni. La priorità del SUMAI è il riconoscimento del ruolo della Specialistica ambulatoriale interna da sempre considerata marginale in ambito territoriale. Questo è un errore che da troppi anni la politica sta compiendo. Marginalizzare la specialistica ha prodotto danni e disservizi al Ssn e quindi ai cittadini/pazienti il più evidente dei quali è l’esplosione delle liste d’attesa. Fenomeno che può essere governato solo con il reale coinvolgimento degli specialisti ambulatoriali interni. Qualunque altra soluzione che prescinde da questa figura professionale, seppur fantasiosa, è destinata a fallire. E la testimonianza di ciò è l’allungamento, non più fisiologico ma patologico, dei tempi d’attesa. Il riconoscimento del ruolo della specialistica ambulatoriale interna come snodo fondamentale per il territorio significa, e qui vengo alle nostre richieste già avanzate al ministro della Salute, Roberto Speranza, anche in occasione del nostro ultimo Consiglio Nazionale, significa ammettere la necessità di aumentare a domanda le ore degli specialisti ambulatoriali che ne fanno richiesta, anche per attività mirate alla prossimità dell’assistenza specialistica, fino ad un massimo di 38 ore come previsto dall'Acn vigente. Ora la media è di 23 ore lavorate. È evidente che aumentando a chi è già in servizio le ore, a maggior ragione vista la sbandierata carenza di specialisti nel SSN, aumentano le prestazioni offerte e quindi diminuiscono le liste d’attesa. Perché è importante superare le incompatibilità tra pubblico e privato accreditato? Perché questo principio non permette agli specialisti (che lavorano part time nelle strutture private accreditate, oggi inserite a pieno titolo come appartenenti alla sanità pubblica), di operare anche all’interno del Ssn a diretta gestione e viceversa. Il Sistema sanitario non è dunque attraente agli occhi di un giovane specialista ambulatoriale il quale, con un incarico iniziale di poche ore settimanali nel pubblico, non può lavorare anche nel privato accreditato per il tempo rimanente nonostante la sua retribuzione mensile lorda, nel pubblico, con poche ore di titolarità, sia bassa. In sostanza l’incompatibilità non permette ai giovani di vivere dignitosamente e di programmarsi un futuro considerato che all’estero gli offrono somme decisamente ben più consistenti. Nello specifico su questo punto il ministro ci ha fatto un’importante apertura annunciando un tavolo tecnico per valutare le proposte in materia di incompatibilità. Aspettiamo ora di capire, oltre alle buone intenzioni cosa si vuole fare per davvero. Questo 2020 purtroppo si è aperto con notizie di cronaca decisamente preoccupanti per tutti noi operatori della sanità. Aggressioni, intimidazioni, violenze verbali nei confronti degli operatori sanitari hanno costellato i primi giorni dell’anno. Le risposte che da più parti si sono levate sono state per lo più di inasprimento delle pene contro chi aggredisce un medico, un infermiere, chiunque opera nella sanità per il bene della collettività. I tempi che viviamo forse reclamano iniziative di questo genere, però allo stesso tempo non credo che leggi più severe, anche se necessarie, riescano da sole a risolvere il problema. Perché se è vero che la società si è “imbarbarita” e che atteggiamenti che qualche anno fa erano ritenuti esecrabili oggi sono tollerati se non addirittura emulati, è altrettanto vero che le aggressioni sono figlie di un’offerta sanitaria sempre più povera che non dà risposte, figlie di un Ssn definanziato che costringe i professionisti a lavorare troppo, male e in condizioni spesso emergenziali. Medici e pazienti sono dunque vittime di politiche scellerate che stanno smantellando il Sistema di sanità pubblica e gli operatori diventano la valvola di sfogo di frustrazioni e rabbia. L’unica risposta a tutto ciò è una decisa inversione di rotta che dia il segnale che si è capito, che ora basta davvero, che chi lavora nella sanità va protetto e sostenuto perché tutela il bene più prezioso per un essere umano: la sua salute. Il resto sono risposte semplici ad un problema complesso e come tali destinate a non durare o peggio a fallire. A cura di Luciano Fassari
Ospedali:ricoveri
Quotidiano Sanità,   17/01/2020
Ospedali. In dieci anni 3,5 milioni di ricoveri in meno. Urbani (Min. Salute): “L’assistenza ospedaliera sta cambiando e molte patologie non si curano più in corsia” La pubblicazione delle Sdo 2018 (Schede di dimissioni ospedaliere) è l'occasione per un bilancio su come stia cambiando l'assistenza in ospedale sia nei reparti per acuti che in quelli per la lunga degenza e riabilitazione. Dal 2008 a oggi meno posti letto e meno ricoveri in tutte le attività (tranne riabilitazione in crescita). Per il DG della Programmazione sanitaria del ministero è il risultato della progressiva innovazione tecnologica e terapeutica che sposta l'asse dall'ospedale a forme alternative di assistenza e infatti il territorio cresce. LE SDO 2018 17 GEN - Innovazioni terapeutiche e assistenza territoriale spingono giù i ricoveri ospedalieri che negli ultimi 10 anni in Italia sono stati 3,5 mln in meno (-29%). Un calo enorme che ha riguardato soprattutto i ricoveri per acuti a fronte di una piccola crescita di quelli in riabilitazione ordinaria. In picchiata anche le ore di degenza: -16,9 milioni (-22%) tra il 2018 e il 2008. A fornire i dati è il Ministero della Salute che ha appena pubblicato le Sdo 2018. Da qui parte quest’analisi elaborata da Quotidiano Sanità che ha messo a confronto gli ultimi dati sui ricoveri ospedalieri con quelli di 10 anni prima (anno 2008) per cercare di capire come sta cambiando il Ssn italiano e per quale ragione. Colpa dei tagli? Potenziamento del territorio? O merito delle innovazioni terapeutiche? I ricoveri: in 10 anni sono 3,5 mln in meno Per prima cosa nel 2018 ci sono stati 8,5 mln di ricoveri. Rispetto al 2008 sono circa 3,5 mln in meno (un calo del 29%). A calare di più sono i ricoveri in acuto: -1,5 mln per quelli in ordinario e -1,7 mln per quelli diurni. Per quanto riguarda la riabilitazione è cresciuto invece il volume dei ricoveri ordinari che sono passati da 292 mila nel 2008 a 312 mila nel 2018. In calo invece la Lungodegenza: dai 109 mila ricoveri del 2008 si è arrivati nel 2018 a 97 mila (-12%). Meno ospedali più strutture territoriali (private) In questi 10 anni è cambiata però anche la composizione del Servizio sanitario nazionale. Andando ad analizzare sempre in base ai dati forniti dal Ministero della Salute (Annuario Ssn) si scopre che rispetto a 10 anni fa sono stati chiusi quasi 200 ospedali e 1000 presidi di specialistica ambulatoriale. Di contro però ci sono 2000 presidi in più per l’assistenza territoriale residenziale, 700 in più per l’assistenza semiresidenziale. E in crescita sono anche le strutture territoriali e per la riabilitazione. Insomma, in questi 10 anni sembra essersi avviato il percorso di potenziamento del territorio in modo da trasformare l’ospedale in un presidio riservato al trattamento delle acuzie. A testimonianza di ciò anche il raddoppio delle persone in Assistenza domiciliare integrata: dieci anni fa erano 500 mila ora sono 1 milione. Certo è che lo switch territoriale ha visto però anche un calo della presenza pubblica. Molte delle nuove strutture assistenziali sono private. Meno personale e posti letto. In questa chiave di lettura si può leggere anche il calo dei posti letto ospedalieri che in 10 anni sono diminuiti di circa 40 mila (circa il 18% in meno) così come il personale è sceso di 35 mila unità (-5%). Il ruolo fondamentale dell’innovazione. Come abbiamo visto dai numeri il Ssn sta progressivamente spostando dall’ospedale al territorio molte attività assistenziali. Ma il merito è anche e, forse soprattutto delle innovazioni terapeutiche come ci ha spiegato il Dg della Programmazione sanitaria del Ministero della Salute, Andrea Urbani che abbiamo contattato. “Il calo dei ricoveri – ha detto – è dovuto in grande misura alle innovazioni terapeutiche. Molti interventi che solo 10 anni fa richiedevano lunghi ricoveri oggi vengono fatti in una day surgery o addirittura sul territorio. Basti pensare alle laparoscopie per cui prima si ricoverava per giorni un paziente o anche i progressi dell’oncologia sulla chemioterapia. L’ospedale sta diventando il luogo dove trattare l’alta complessità anche grazie alle innovazioni terapeutiche che ogni anno arrivano”. Luciano Fassari