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Papa,ai medici
Avvenire,   21/09/2019
Udienza. Il Papa ai medici: eutanasia è «falsa compassione», non è libertà Redazione Internet venerdì 20 settembre 2019 Francesco nell'incontro con i medici: non usare la medicina «per assecondare una possibile volontà di morte del malato» Il Papa ai medici: eutanasia è «falsa compassione», non è libertà "Di fronte a qualsiasi cambiamento della medicina e della società da voi identificato, è importante che il medico non perda di vista la singolarità di ogni malato, con la sua dignità e la sua fragilità. Un uomo o una donna da accompagnare con coscienza, con intelligenza e cuore, specialmente nelle situazioni più gravi". È l’appello del Papa, che ricevendo in udienza alcuni rappresentanti della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri ha ribadito che "si può e si deve respingere la tentazione – indotta anche da mutamenti legislativi – di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l’eutanasia". "Si tratta di strade sbrigative di fronte a scelte che non sono, come potrebbero sembrare, espressione di libertà della persona, quando includono lo scarto del malato come possibilità, o falsa compassione di fronte alla richiesta di essere aiutati ad anticipare la morte", la denuncia di Francesco, che ha citato la nuova Carta per gli operatori sanitari, dove si legge: “Non esiste un diritto a disporre arbitrariamente della propria vita, per cui nessun medico può farsi tutore esecutivo di un diritto inesistente”. Infine, la citazione di san Giovanni Paolo II, per il quale la responsabilità degli operatori sanitari "è oggi enormemente accresciuta e trova la sua ispirazione più profonda e il suo sostegno più forte proprio nell'intrinseca e imprescindibile dimensione etica della professione sanitaria, come già riconosceva l’antico e sempre attuale giuramento di Ippocrate, secondo il quale ad ogni medico è chiesto di impegnarsi per il rispetto assoluto della vita umana e della sua sacralità”. In un altro passaggio del discorso Francesco ha ricordato quanto sia necessario affrontare "ogni singolo caso clinico come un incontro umano". "Occorre sempre ricordare che - ha sottolineato il Papa - la malattia, oggetto delle vostre preoccupazioni, è più di un fatto clinico, medicalmente circoscrivibile; è sempre la condizione di una persona, il malato, ed è con questa visione integralmente umana che i medici sono chiamati a rapportarsi al paziente: considerando perciò la sua singolarità di persona che ha una malattia, e non solo il caso di quale malattia ha quel paziente. Una persona che ha una malattia - ha ribadito a bracio -. Si tratta per i medici di possedere, insieme alla dovuta competenza tecnico-professionale, un codice di valori e di significati con cui dare senso alla malattia e al proprio lavoro e fare di ogni singolo caso clinico un incontro umano". Fonte.www.avvenire.it
Stati generali Fnomceo
Quotidiano Sanità,   19/09/2019
Stati generali Fnomceo. La sfida dei medici: liberare la medicina e la sanità dalle catene dell’economia Terza tappa del percorso intrapreso dalla Federazione degli Ordini dei medici e degli odontoiatri per rilanciare la professione e il diritto alla salute. Il confronto di oggi sul rapporto tra “Medico ed economia”. E se il presidente Fnomceo Filippo Anelli rivendica come il diritto alla salute non possa soccombere alla mera utilità economica, Ivan Cavicchi evidenzia la necessità di mettere in campo nuovi valori aggiunti da portare sul tavolo delle trattative con il Governo per chiedere di tornare a investire sulla sanità e sulla professione 19 SET - “Il definanziamento del SSN ha avuto pesanti ricadute anche sulla professione medica, forzando l’introduzione di obiettivi economici nella pratica clinica quotidiana, che hanno condizionato in maniera rilevante l’agire medico”. Ma “di fronte al prevalere nella nostra società della logica del profitto, la professione medica” deve sempre più rappresentare "un punto di riferimento quale garante della dignità della persona e del diritto alla salute al di là di ogni logica mercantile”. Così il presidente della Federazione degli Ordini dei Medici (Fnomceo), Filippo Anelli, impossibilitato ad essere a Roma, ha introdotto, con un messaggio inviato all'assemblea dei presidente Omceo e Cao, i lavori dellla terza giornata degli Stati generali Fnomceo, il percorso intrapreso per ridisegnare il profilo del medico allo scopo di rilanciare la professione e il diritto alla Salute garantito dalla Costituzione. Dopo le giornate dedicate a “Dalla crisi al nuovo paradigma della medicina” e a “Scienza e società”, il confronto di oggi si è concentrato sullo spinoso rapporto tra “Il medico e l’economia”. Una questione affrontata nelle sue principali sfaccettature attraverso il lavoro di cinque tavoli: quello su “Il medico e la sostenibilità”, quello su “La de-capitalizzazione del lavoro medico”, quello su “Il medico e l’azienda”, quello su “Le Società di capitali” e infine quello che ha analizzato le “Disuguaglianze”. Come nelle precedenti occasioni, alla base del confronto di oggi ci sono gli interrogativi posti dal filosofo della medicina e sociologo Ivan Cavicchi nelle sue “Cento tesi”. Nel suo intervento Cavicchi ha voluto ribadire come le questioni economiche siano entrate a gamba tesa nella professione medica, diventando una delle principali cause che hanno portato alla crisi della professione, vincolando di fatto l’operato del medico e influenzando, di conseguenza, il rapporto con il paziente. “Anche il rapporto recentemente presentato dalla Fondazione Gimbe ha evidenziato come la metà dei 37 mld sottratti negli ultimi 10 anni alla sanità siano stati scaricati sugli operatori”. E ha citato il mancato blocco dei contratti e il blocco del turn over. Non solo: “Il definanziamento favorisce i conflitti con le altre professioni”, ha evidenziato Cavicchi parlando di “competenze tolte ai medici per affidarle a personale meno costoso”. Ma lo stesso si potrebbe dire sulle denunce di demansionamento degli infermieri costretti a supplire alla carenza di Oss. Che la mancanza di risorse adeguate incida negativamente sugli operatori della sanità è dunque dato per certo. Ma Cavicchi chiarisce che “la crisi non si risolve solo rifinanziando il sistema. Serve un ripensamento di quel sistema e della professione, il cui ruolo deve arricchirsi di nuovi valori da portare sul tavolo delle trattative con il governo per motivare la necessità e l'opportunità di nuovi investimenti. Solo così sarà possibile cancellare le diseconomie del sistema, migliorare la sostenibilità e il diritto alla salute. Ma anche rimettere il medico al centro delle dinamiche economiche del sistema”. In poche parole, permettere al medico di riconquistare l'autonomia professionale e di valorizzare il proprio ruolo nella programmazione sanitaria. Un concetto in linea con quello espresso dal presidente dell’Enpam, Alberto Oliveti, che ha sottolineato l’importanza del legame tra “produzione” e “valore”, in grado insieme di realizzare “sicurezza sociale”. Parliamo di “white economy”, ha chiarito Oliveti. Cioè di quell’insieme di attività orientate a soddisfare i bisogno di salute individuali e della società. Un settore in crescita e da far crescere, per il presidente dell’Enpam. Come? Favorendo, appunto, “un positivo connubio tra i principi dell’economia efficiente e quelli dell’etica”. E in questo modo, assicura Oliveti, permettere alla White Economy di “contribuire alla crescita economica e alla coesione sociale, consigliando creazione di valore, sicurezza collettiva e valorizzazione delle professioni” (le slide dell'intervento). Fonte.www.quotidianosanità.it
Annuario statistico del Ssn 2017
Quotidiano Sanità,   18/09/2019
Meno ospedali, ma sul territorio cala il pubblico e sale il privato. Si riduce anche il numero di medici di famiglia, pediatri e guardie mediche, ma cresce l’assistenza domiciliare integrata. Ecco l’Annuario statistico del Ssn 2017 Nel confronto con il 2012 si rileva un forte calo delle strutture di ricovero per la razionalizzazione della rete, ma quelle territoriali hanno il segno meno nel pubblico e aumentano nel privato. Cresce invece l'assistenza domiciliare integrata, si riducono le ricette farmaceutiche e la spesa relativa, ma diminuiscono anche i medici e i pediatri di famiglia e le guardie mediche. L'ultimo Annuario del Ssn appena pubblicato dal ministreo della Salute con i dati 2017 sottolinea un aumento di servizi nell'area dell'emergenza. L'ANNUARIO STATISTICO SSN 2017. 18 SET - In cinque anni, dal 2012 al 2017, il Servizio sanitario nazionale ha perso 91 strutture di ricovero (60 pubbliche e 31 private), 401 strutture di specialistica ambulatoriale (299 nel pubblico e 102 nel privato). Nel settore dell’assistenza territoriale residenziale le strutture pubbliche si sono ridotte di 216 unità, mentre quelle private sono aumentate di 1062; per l’assistenza territoriale semiresidenziale si registra -31 nel pubblico e +330 nel privato; per l’altra assistenza territoriale -122 pubbliche e +96 private; per l’assistenza riabilitativa -1 pubblica e + 96 private. In sostanza il pubblico ha perso il 6,39% di strutture e il privato ne ha guadagnato l'8,84. In valori assoluti il pubblico conta in tutto 11.412 strutture sanitarie e il privato 15.621. I dati sono quelli dell’ultimo annuario statistico del Servizio sanitario nazionale 2017 e il confronto di Quotidiano Sanità è con la stessa pubblicazione di cinque anni prima. Ma l’emorragia del Ssn non si ferma qui. Sempre in cinque anni mancano all’appello 1706 medici di medicina generale che nel 2017 sono 43.731 contro i 45.437 del 2012, si registrano -66 pediatri di libera scelta (sono 7-590 nel 2017, erano 7.656 nel 2012), 339 medici di guardia medica in meno. Si registra poi un calo anche nelle prescrizioni farmaceutiche con 14,8 milioni di ricette in meno (-0,4 procapite) per un valore ridotto di 1,4 miliardi e la riduzione di costo di circa 2 euro per ricetta. Aumenta invece il ricorso all’assistenza domiciliare integrata con 381mila casi trattati in più (+615 per 100mila abitanti), di cui lo 0,1% in più di anziani e il -0,3% di pazienti terminali (che significa più riscorso agli hospice). Idati 2017 Le struttures sanitarie (ospedale e territorio) Secondo il nuovo annuario nel Servizio sanitario nazionale nel 2017 c’erano 1.000 strutture di assistenza ospedaliera, 8.867 per l’assistenza specialistica ambulatoriale, 7.372 per l’assistenza territoriale residenziale, 3.086 per l’assistenza territoriale semiresidenziale, 5.586 per l’altra assistenza territoriale e 1.122 per l’assistenza riabilitativa. Le strutture che erogano assistenza ospedaliera e quelle che forniscono altra assistenza territoriale restano in maggioranza pubbliche (rispettivamente, 51,8% e 87,0%). Sono invece in maggioranza private accreditate le strutture di assistenza territoriale residenziale (82,3%) e semiresidenziale (68,6%) e le strutture che forniscono assistenza riabilitativa (77,9%). Il ministero confronta i dati del periodo 2014-2017 e mette in evidenza la riduzione degli ospedali motivandola con gli interventi di razionalizzazione delle reti ospedaliere che determinano la riconversione e l’accorpamento di molte strutture: il numero delle strutture pubbliche diminuisce del 2,0%, quello delle strutture private accreditate si riduce dell'1,7 per cento. Diminuzione costante anche per le strutture di ambulatori e laboratori (1,7%) e più lieve per le strutture private accreditate (0,2%). E anche il ministero mette in evidenza l’allargamento della forbice tra erogatori pubblici e privati accreditati per l’assistenza territoriale residenziale (-3,6% per il pubblico, +2,9% per il privato accreditato nel 2017 rispetto al 2014). Per l’assistenza territoriale semiresidenziale l’incremento delle strutture è principalmente riconducibile agli erogatori privati accreditati per i quali, nel periodo temporale in esame, si registra un incremento del 2,5 per cento. Anche nell’assistenza riabilitativa c’è nei tre anni considerati da ministro un incremento delle strutture private accreditate (1,8%). Infine, per l’assistenza erogata da altre strutture territoriali, si rileva una diminuzione dello 0,6% per le strutture pubbliche e un aumento del 1,4% per le strutture private accreditate. L'assistenza distrettuale In media, a livello nazionale ogni medico di base ha un carico potenziale di 1.211 adulti residenti. A livello regionale esistono notevoli differenze: - per le Regioni del Nord, salvo alcune eccezioni, gli scostamenti dal valore medio nazionale sono positivi. In particolare il ministero evidenzia la Provincia Autonoma di Bolzano con 1.613 residenti adulti per medico di base (nella Provincia Autonoma il contratto di convenzione con il Ssn dei medici di base stabilisce quale massimale di scelte 2.000 assistiti); - in tutte le Regioni del Sud, a eccezione della Sardegna, il carico potenziale dei medici di medicina generale è inferiore al valore medio nazionale; la Basilicata, in particolare, registra il valore minimo di 1.037 residenti adulti per medico. Il carico medio potenziale per pediatra è a livello nazionale di 989 bambini, con un’ampia variabilità territoriale (da un valore di 862 bambini per pediatra in Sicilia a 1.236 bambini per pediatra nella Provincia Autonoma di Bolzano). Tutte le Regioni sono comunque caratterizzate da una carenza più o meno accentuata di pediatri in convenzione con il Ssn. A fronte del carico potenziale dei medici di base (di medicina generale e pediatri), è possibile valutare il carico assistenziale effettivo, dato dal numero degli iscritti al Ssn (coloro che hanno scelto presso la Asl di competenza il proprio medico di base) per ciascun medico. Nel 2017 sono stati rilevati in Italia 3.063 punti di guardia medica; con 11.688 medici titolari: 19 medici ogni 100.000 abitanti. A livello territoriale si registrano situazioni estremamente diversificate sia per quanto riguarda la densità dei punti di guardia medica sia per quanto concerne il numero dei medici titolari per ogni 100.000 abitanti. In Italia nel 2017 sono state prescritte 578.843.225 ricette con un importo di circa 9 miliardi di euro, con un costo medio per ricetta di 15,42 euro. Il costo medio per ricetta risulta molto variabile sul territorio, registrando il valore minimo in Toscana (12,73 euro) e quello massimo (20,13 euro) in Lombardia. Nel 2017 sono stati assistiti a domicilio 1.014.626 pazienti; di questi, l’83,7% è rappresentato da assistibili di età maggiore o uguale a 65 anni e l’8,8% è rappresentato da pazienti terminali. Le strutture di ricovero e cura Il Ssn dispone, nel 2017, di circa 191mila posti letto per degenza ordinaria, 13.050 posti per day hospital, e 8.515 posti per day surgery. A livello nazionale sono disponibili 3,6 posti letto ogni 1.000 abitanti; in particolare, i posti letto dedicati all’attività per acuti sono 3,0 ogni 1.000 abitanti. La presenza di apparecchiature tecnico-biomediche (nelle strutture ospedaliere e territoriali) è in aumento nel pubblico, ma la disponibilità è molto variabile a livello regionale. Ci sono circa 96,9 mammografi ogni 1.000.000 di abitanti, con valori oltre 150 in due Regioni (Valle d’Aosta, Umbria). Il ministero nella sua analisi sottolinea in particolare l’area dell’emergenza: il 55,0% degli ospedali pubblici è dotato di un dipartimento di emergenza e oltre la metà del totale degli istituti (65,4%) di un centro di rianimazione. Il pronto soccorso è presente nel 79,9% degli ospedali. Il pronto soccorso pediatrico è presente nel 17,4% degli ospedali. Fonte.www.quotidianosanità.it
Fondazione Gimbe
Quotidiano Sanità,   16/09/2019
“In 10 anni sottratti alla sanità pubblica 37 miliardi”. La Fondazione Gimbe al Governo: “Servono fatti non solo parole” Report della Fondazione sul definanziamento del Ssn. “Nell’ultimo decennio tutti i governi hanno attinto alla spesa sanitaria per esigenze di finanza pubblica, sgretolando progressivamente la più grande opera pubblica mai costruita in Italia. Servono decisioni politiche e azioni immediate perché la repubblica possa nuovamente garantire il diritto alla tutela della salute”. E poi al nuovo Esecutivo: “Servono azioni concrete in tempi rapidi”. 16 SET - “Nell’ultimo decennio tutti i Governi hanno contribuito a sgretolare il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), la maestosa opera pubblica costruita per tutelare la salute delle persone. Con il nuovo Esecutivo a breve impegnato nell’aggiornamento del Documento di Economia e Finanza 2019 e, soprattutto, nella stesura della Legge di Bilancio, la Fondazione GIMBE pubblica un report sul definanziamento 2010-2019 del SSN al fine di stimare, al di là dei proclami, la reale entità delle risorse necessarie a rilanciare la sanità pubblica”. È quanto afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE commentando il report che analizza entità e trend del definanziamento del SSN nel periodo 2010-2019, traccia le prospettive a medio termine tenendo conto delle risorse assegnate dalla Legge di Bilancio 2019 e delle previsioni del DEF 2019, analizza le ragioni della mancata stipula del Patto per la Salute che rischia di compromettere le risorse aggiuntive 2020-2021 e illustra la posizione dell’Italia rispetto ai paesi dell’OCSE e del G7 in termini di spesa sanitaria. Dal report emerge l’imponenza del definanziamento pubblico 2010-2019, visto che tutti i Governi per fronteggiare le emergenze finanziarie del Paese hanno ridotto la spesa sanitaria, di fatto il capitolo di spesa pubblica più facilmente aggredibile: - Il finanziamento pubblico è stato decurtato di oltre € 37 miliardi, di cui circa € 25 miliardi nel 2010-2015 per tagli conseguenti a varie manovre finanziarie ed oltre € 12 miliardi nel 2015-2019, quando alla sanità sono state destinate meno risorse di quelle programmate per esigenze di finanza pubblica. - In termini assoluti il finanziamento pubblico in 10 anni è aumentato di € 8,8 miliardi, crescendo in media dello 0,9% annuo, tasso inferiore a quello dell’inflazione media annua (1,07%). - Il DEF 2019 ha ridotto progressivamente il rapporto spesa sanitaria/PIL dal 6,6% nel 2019-2020 al 6,5% nel 2021 e al 6,4% nel 2022. - L’aumento del fabbisogno sanitario nazionale per gli anni 2020 (+€ 2 miliardi) e 2021 (+€ 1,5 miliardi) è subordinato alla stipula tra Governo e Regioni del Patto per la Salute 2019-2021, tuttora al palo. - I dati OCSE aggiornati al luglio 2019 dimostrano che l’Italia si attesta sotto la media OCSE, sia per la spesa sanitaria totale ($3.428 vs $ 3.980), sia per quella pubblica ($ 2.545 vs $ 3.038), precedendo solo i paesi dell’Europa orientale oltre a Spagna, Portogallo e Grecia. Nel periodo 2009-2018 l’incremento percentuale della spesa sanitaria pubblica si è attestato al 10%, rispetto a una media OCSE del 37%. - Tra i paesi del G7 le differenze assolute sulla spesa pubblica sono ormai incolmabili: ad esempio, se nel 2009 la Germania investiva “solo” $ 1.167 (+50,6%) in più dell’Italia ($ 3.473 vs $ 2.306), nel 2018 la differenza è di $ 2.511 (+97,7%), ovvero $ 5.056 vs $ 2.545. “Le prime dichiarazioni del neo Ministro della Salute – continua Cartabellotta – non lasciano dubbi sulla volontà di preservare e rilanciare una sanità pubblica e universalistica e di rifinanziare il SSN». Infatti, Roberto Speranza ha identificato nella carta Costituzionale il “faro” per il suo programma, affermando che “la spesa sanitaria non è un costo ma un investimento per la salute”. Tuttavia, il Programma di Governo e il discorso per la fiducia alle Camere del Premier Conte, al di là della volontà di attuare “un piano straordinario di assunzioni di medici e infermieri”, contengono solo un generico impegno a difendere la sanità pubblica, senza prevedere esplicitamente il rilancio del finanziamento per il SSN. “In tal senso – puntualizza Cartabellotta – la prima cartina al tornasole è rappresentata dall’imminente Nota di Aggiornamento del DEF 2019: ad esempio, se si volesse attuare la cosiddetta “Quota 10” proposta dal Partito Democratico (€ 10 miliardi di investimenti aggiuntivi nei prossimi 3 anni) occorrerebbe incrementare il rapporto spesa sanitaria/PIL almeno dello 0,2-0,3% per ciascuno degli anni 2020-2022”. “Inoltre – continua il Presidente – considerato che almeno il 50% degli oltre € 37 miliardi sottratti alla sanità pubblica negli ultimi 10 anni sono stati “scippati” al personale dipendente e convenzionato, il piano di assunzioni straordinarie di medici e infermieri citato dal Programma di Governo se da un lato sicuramente contribuirà a risolvere la carenza di risorse umane, dall’altro non concretizza nessun rilancio delle politiche per il personale sanitario che non deve solo essere adeguatamente “rimpiazzato”, ma soprattutto (ri)motivato con l’allineamento delle retribuzioni a standard europei”. “Pertanto se tutte le forze politiche del nuovo Esecutivo dichiarano in maniera convergente di voler “difendere la sanità pubblica” – conclude il Presidente – devono prendere atto che il tempo è ormai scaduto: le parole non sono più sufficienti, ma servono azioni concrete in tempi rapidi”. La Fondazione GIMBE lancia dunque un appello al nuovo Governo chiedendo di: - Prendere reale consapevolezza che il rilancio della sanità pubblica richiede volontà politica, investimenti rilevanti, un programma di azioni a medio-lungo termine e innovazioni di rottura. - Accelerare la stipula del Patto per la Salute 2019-2021 per non perdere il finanziamento aggiuntivo già assegnato dall’ultima Legge di Bilancio. - Rilanciare la mozione già elaborata dalla Commissione Affari Sociali della Camera, che richiede al Governo di adottare iniziative per mettere in sicurezza le risorse per la sanità pubblica. - Definire un piano di rifinanziamento del SSN che, nonostante le criticità della finanza pubblica, dovrebbe già trovare riscontri oggettivi sia nella Nota di Aggiornamento del DEF 2019, sia nella prossima Legge di Bilancio. - Mettere in campo in maniera tempestiva e integrata tutte le azioni per aumentare il ritorno in termini di salute (value for money) delle risorse investite in sanità: dalla ridefinizione del perimetro dei LEA secondo principi di efficacia e costo-efficacia all’integrazione della spesa sanitaria con la spesa sociale di interesse sanitario; dalla revisione delle detrazioni/deduzioni per spese sanitarie e contributi versati a fondi sanitari integrativi, al disinvestimento da sprechi e inefficienze. Fonte.www.quotidianosanità.it
Il valore della vita
Avvenire,   12/09/2019
Il valore della vita. «Noi oncologi contro l'eutanasia» Graziella Melina giovedì 12 settembre 2019 La presidente dell’associazione dei medici anti-tumori, Stefania Gori: è un concetto lontanissimo dallo scopo del lavoro di ciascuno di noi «Gli oncologi medici sono assolutamente contrari all’eutanasia, che è un concetto lontanissimo dallo scopo del lavoro di ciascuno di noi». Dopo l’udienza del 2 settembre in Vaticano con papa Francesco, Stefania Gori, presidente nazionale dell’Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) e direttore del Dipartimento oncologico Irccs ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Verona), lo ribadisce con fermezza: «Il nostro compito non è soltanto quello di decidere i trattamenti, gli esami diagnostici che devono essere fatti, ma anche capire qual è il valore della scienza medica, che è l’arte di stare vicini ai propri pazienti e ai loro familiari». Perché avete voluto incontrare il Papa? Il nostro incontro è nato dalla volontà di chiedere innanzitutto la sua benedizione e il suo supporto per il lavoro che ogni giorno facciamo e per dare anche una visione tangibile di come i pazienti con cancro e gli oncologi vivono nel quotidiano la sfida di questa malattia, stando gli uni accanto agli altri. Scegliere di andare da papa Francesco insieme ai pazienti ha rappresentato un esempio di come lavorano e dovrebbero lavorare i medici. Quali sono i passaggi del discorso di Francesco che vi hanno colpiti? Il Papa innanzitutto ha sottolineato la necessità di essere vicini ai pazienti ogni giorno, in ogni momento, in ogni fase della malattia. Ha poi parlato di come l’oncologia di precisione, della quale gli scienziati si stanno occupando tanto e che è legata alla necessità di scegliere i trattamenti in base alle caratteristiche particolari biologiche e cliniche dei pazienti, deve diventare l’oncologia della misericordia. È stato un esempio bellissimo. Secondo il Pontefice è quello sforzo che tutti i medici ogni giorno devono fare per dare un’attenzione particolare anche al malato e alle sue necessità di persona malata. E poi ha sottolineato il fatto che la tecnologia deve essere al servizio dell’uomo e non al contrario, e che l’eutanasia non dovrebbe essere considerata una scelta di libertà. Qual è a questo proposito la vostra posizione? Gli oncologi medici sono assolutamente contrari all’eutanasia, che è un concetto lontanissimo dallo scopo del lavoro di ciascuno di noi, ossia curare i pazienti, trattarli, guarirli, ma anche assisterli in ogni fase della malattia, anche in quella terminale, quando i sintomi del cancro e il dolore devono essere combattuti. È questo lo scopo del nostro lavoro: riappropriarci in maniera molto evidente di quello che deve essere il ruolo del medico, che non è soltanto decidere i trattamenti, gli esami diagnostici che devono essere fatti, ma anche capire qual è il valore della scienza medica, che è l’arte di stare vicini ai propri pazienti e ai loro familiari. Secondo papa Francesco la pratica dell’eutanasia si basa su una visione utilitaristica della persona. Lei cosa pensa? La nostra società negli ultimi decenni ha fatto propria questa visione: la persona ha valore se ha successo economico, cessa di averlo se non è più attiva. È un concetto profondamente sbagliato se si pensa a quanto noi invece possiamo imparare dalle persone anziane dai malati. Questo noi oncologi lo sperimentiamo ogni giorno. Per alleviare le sofferenze sono previste le cure palliative, che però non sono ancora accessibili a tutti. Lo stare vicino ai pazienti nelle fasi terminali significa trattare i sintomi, il dolore. Gli oncologi lo fanno da sempre ed è ciò che noi non dobbiamo mai dimenticare, anche all’interno di strutture organizzative che qualche volta tendono a far perdere il senso del nostro lavoro: fare la cosa migliore per ogni malato che viene a contatto con noi. Grazie alla ricerca vengono messi a punto nuovi farmaci, ma i costi sono in continua crescita. Come sarà possibile garantire la sostenibilità del sistema sanitario? Questo aspetto può rappresentare un problema, e in oncologia lo abbiamo affrontato negli ultimi venti anni. Ormai arrivano con maggiore rapidità farmaci ad alto costo e così, insieme alle istituzioni e al sistema sanitario nazionale, si è cercato di trovare criteri per identificare i farmaci effettivamente utili per i nostri pazienti e criteri con i quali gli oncologi prescrivono questi farmaci, seguendo le linee guida che Aiom elabora ogni anno in collaborazione con altre 45 società scientifiche. Devo comunque sottolineare che il nostro Servizio sanitario nazionale è tra i migliori al mondo perché ha come obiettivo quello di offrire i trattamenti più adeguati a ogni pazienti su tutto il territorio nazionale. Esistono però ancora molte disomogeneità... È vero, esistono e dipendono anche dai tempi con i quali vengono messi a disposizione i farmaci. In ogni caso, la sensibilizzazione di questa problematica a livello delle regioni è molto aumentata. Esistono poi nodi aperti a livello centrale, per cui quando i farmaci sono stati approvati dall’ente regolatorio europeo, l’Ema, devono essere poi vagliati a livello nazionale dall’Aifa. E qui, da molti anni, si verificano ritardi e lentezze che speriamo vengano affrontati prima possibile. Cosa è necessario dunque per migliorare il sistema di assistenza? Occorre fare in modo che le reti oncologiche siano attive in tutte le regioni. Ma accanto all’organizzazione, e quindi all’esigenza di poter contare su tecnologie adeguate in tutte le regioni, è necessario disporre di personale sanitario che sia particolarmente incline a capire che l’assistenza del paziente oncologico si basa su un binomio: fornire medicine ma anche assistenza per la parte emotiva e spirituale. Fonte.www.avvenire.it
Bassetti:fine vita
Avvenire,   11/09/2019
Leggi che selezionano chi vive e chi muore sono un «obbrobrio» da scongiurare. È un fermo e chiaro appello alle istituzioni quello del presidente dei vescovi italiani sui grandi temi del fine vita Una «posizione chiara», espressa «a nome della Chiesa italiana», in merito a «un tema che tocca i più diversi ambiti della vita individuale e associata». La esprime con un discorso ampio, preoccupato e quantomai esplicito il cardinale Gualtiero Bassetti nell’evento pubblico su «Eutanasia e suicidio assistito. Quale dignità della morte e del morire?» promosso a Roma presso l’auditorium della Cei nel pomeriggio di mercoledì 11 settembre dal tavolo Famiglia e Vita che presso la stessa Conferenza episcopale italiana riunisce l'Associazione Psicologi e Psichiatri cattolici, l'Associazione Medici Cattolici, il Forum delle Famiglie, il Forum sociosanitario, il Movimento per la Vita e l'Associazione Scienza e Vita, con l’adesione di 76 sigle associative del laicato cattolico nei più diversi ambiti, a pochi giorni ormai dall’annunciato pronunciamento della Corte Costituzionale sulla depenalizzazione – pur parziale e condizionata – del suicidio assistito con un probabile intervento sull’articolo 580 del Codice penale. Nel suo discorso (qui il testo integrale), il presidente dei vescovi italiani anzitutto chiarisce che «l'eutanasia non va confusa con il rifiuto dell'accanimento terapeutico» e che piuttosto essa «viene a rassomigliare fortemente al cosiddetto "suicidio assistito", nel quale è il malato stesso a darsi la morte, in seguito all'aiuto prestatogli, su sua richiesta, da parte del personale sanitario» che dunque, a sua volta, «differisce solo formalmente dall'eutanasia, poiché in entrambi i casi l'intenzione dell'atto e il suo effetto sono i medesimi, cioè la morte della persona». Anzitutto Bassetti esamina il paradosso culturale diffuso a sostegno della "morte a richiesta", secondo la quale «esaudire chi chieda di essere ucciso equivalga a esaltarne la libertà personale». Il cardinale rovescia la tesi affermando che «va respinto il principio per il quale la richiesta di morire debba essere accolta per il solo motivo che proviene dalla libertà del soggetto» poiché «la libertà non è un contenitore da riempire e assecondare con qualsiasi contenuto, quasi la determinazione a vivere o a morire avessero il medesimo valore». Spesso infatti a chiedere la morte per una deformazione evidente del nostro tempo, e cioè che «la condizione di chi è meno autonomo sia percepita come una zavorra per la famiglia, per la società e per la comunità dei "forti"», un fatto «drammatico». Il presidente dei vescovi sul punto è categorico: «Dobbiamo guardarci dall'entrare anche noi, presto o tardi, nel vortice dell'indifferenza. Svegliamoci dal cinismo economicista che genera una mentalità che guarda solo all'efficienza. Circondiamo i malati e tutti i più deboli dell'amore del quale, come ogni essere umano, hanno bisogno per vivere». Ogni uomo infatti «ha una necessità costitutiva di relazione con gli altri». Non solo: va ricordato, oggi più di prima, che «la vita, più che un nostro possesso, è un dono che abbiamo ricevuto e dobbiamo condividere, senza buttarlo». Di questa «logica utilitaristica», capace di causare la «crisi del diritto», è in fondo figlio anche il «passaggio istituzionale» cui assistiamo – le Camere ferme, la decisione di fatto appaltata alla Consulta, con una scelta con la quale di fatto il Parlamento ha «abdicato alla sua funzione legislativa» – e che «in realtà» pare «orientato, sottotraccia, all'approvazione di principi lesivi dell'essere umano», come seguendo una strategia pragmatica e inconfessata. L’approdo pare annunciato, ma per Bassetti e per la Chiesa italiana è chiaramente un’ipotesi da scongiurare: «Se si andasse nella linea della depenalizzazione, il Parlamento si vedrebbe praticamente costretto a regolamentare il suicidio assistito. Avremmo allora una prevedibile moltiplicazione di casi simili a quello di Noa, la ragazza olandese che ha trovato nel medico un aiuto a morire, anziché un sostegno per risollevarsi dalla sua esistenza tormentata. Casi come questi sono purtroppo frequenti nei Paesi dove è legittima la pratica del suicidio assistito». Di più: «L'approvazione del suicidio assistito nel nostro Paese aprirebbe un'autentica voragine dal punto di vista legislativo, ponendosi in contrasto con la stessa Costituzione italiana, secondo la quale "la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo", il primo dei quali è quello alla vita. Tale contrasto segnerebbe dal punto di vista giuridico un passaggio irreversibile, con le enormi conseguenze sul piano sociale che tenterò ora di tratteggiare». Davanti a una società che «già seleziona e stabilisce chi tra gli esseri umani sia anche persona e porti o meno il diritto di nascere e di vivere», scandisce Bassetti, «le leggi di cui temiamo l'approvazione non farebbero che ampliare tale obbrobrio, rendendo la vita umana sempre più simile a un oggetto e sempre più soggetta alla regola del consumismo: si usa e si getta». Come evitare questo esito? Una strada c’è, percorribile anche se si tratta dell’accettazione comunque di un vulnus che si vorrebbe ridurre però al minimo. Bassetti spiega con precisione e trasparenza che «la via più percorribile sarebbe un'attenuazione e differenziazione delle sanzioni dell'aiuto al suicidio, nel caso particolare in cui ad agire siano i familiari o coloro che si prendono cura del paziente. Questo scenario, tutt'altro che ideale, sarebbe comunque altra cosa rispetto all'eventualità di una depenalizzazione del reato stesso». Indicata una via ancora aperta, il presidente dei vescovi italiani però tiene a sottolineare che «in realtà» il Parlamento dovrebbe intervenire sulla legge che ha introdotto le Disposizioni anticipate di trattamento (il "biotestamento", in vigore da inizio 2018), legge di cui Bassetti denuncia «l’equivocità», da correggere su quattro punti: la nutrizione assistita che andrebbe esclusa dai trattamenti sanitari; le circostanze per la sedazione profonda, che «andrebbero chiarite»; l’obiezione di coscienza per i medici da introdurre; il rafforzamento delle cure palliative «la cui importanza è cruciale». Esaminando gli «effetti sociali» della legalizzazione di suicidio assistito ed eutanasia, il cardinale parla di «piano inclinato»: «Diverrebbe sempre più normale il togliersi la vita e ciò potrebbe avvenire di fatto per qualunque ragione e, per di più, con l'avvallo e il supporto delle strutture sanitarie dello Stato», una spinta ambientale particolarmente grave «nei passaggi difficili dell’adolescenza» e più ancora inquietante in una società che «indurrebbe a selezionare mediante la formulazione di appositi parametri sanciti dallo Stato, chi debba essere ancora curato e chi non ne abbia il diritto». Ricordato il magistero di papa Francesco, Bassetti infine scuote la Chiesa, oggi non solo «chiamata a rendere testimonianza ai valori evangelici della dignità di ogni persona e della solidarietà fraterna» ma che deve agire «facendo anche sentire la propria voce senza timore, soprattutto quando in gioco ci sono le vite di tante persone deboli e indifese». Infatti su questi temi «il contributo culturale dei cattolici è non solo doveroso, ma anche atteso da una società che cerca punti di riferimento. Ci è chiesto, come Chiesa, di andare oltre la pura testimonianza, per saper dare ragione di quello che sosteniamo». Un piccolo momento di confusione si è vissuto alla fine del discorso, quando il presidente della Cei stava rispondendo alle domande dei giornalisti. Una signora, brandendo una statuetta di una Madonna con bambino, si è avvicinata gridando "Massone" e accusandolo di non essere sufficientemente difensore della vita. Bassetti, allibito ma calmo, ha replicato: "Ma io ho detto tutto il contrario!". Fonte.www.avvenire.it
Testamento biologico
Quotidiano Sanità,   11/09/2019
Testamento biologico. I vescovi italiani chiedono obiezione di coscienza per interruzione alimentazione e idratazione La proposta del presidente della Cei Bassetti avanzata oggi al convengo su Eutanasia e suicidio assistito. Sollecitato anche intervento in extremis del Parlamento per scongiurare la pronuncia della Corte sul caso del Dj Fabo attesa per il 24 settembre. Se non interverrà, “il Parlamento avrà abdicato alla sua funzione legislativa e rinunciato a dibattere su una questione di assoluto rilievo”. 11 SET - Pubblichiamo il testo integrale dell’intervento del presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, nell’evento pubblico su «Eutanasia e suicidio assistito. Quale dignità della morte e del morire?» promosso a Roma presso l’auditorium della Cei oggi pomeriggio dal tavolo Famiglia e Vita che presso la stessa Conferenza episcopale italiana riunisce l'Associazione Psicologi e Psichiatri cattolici, l'Associazione Medici Cattolici, il Forum delle Famiglie, il Forum sociosanitario, il Movimento per la Vita e l'Associazione Scienza e Vita, con l’adesione di 76 sigle associative del laicato cattolico. L’evento si è svolto a pochi giorni dall’atteso pronunciamento della Corte Costituzionale sulla questione del suicidio assistito. Introduzione Carissimi, vi ringrazio per la vostra presenza numerosa e qualificata. Ringrazio la Segreteria Generale della CEI per il lavoro con cui in questi tre anni ha accompagnato il Tavolo “Famiglia e vita”, attorno al quale è nata la proposta di questo incontro, allargato a tante Associazioni e realtà. Siamo qui insieme per riflettere sulla questione del cosiddetto “suicidio assistito” e sulla sua regolamentazione da parte del Parlamento o, in sostituzione del Parlamento, da parte della Corte Costituzionale. La questione è stata sollevata il 14 febbraio dello scorso anno dalla Corte d’Assise di Milano, a proposito della sospetta illegittimità costituzionale dell’articolo 580 del Codice Penale, che punisce chi aiuta o istiga una persona al suicidio. Il contesto, lo ricorderete, è quello del processo a Marco Cappato per aver assistito e confermato Fabio Antoniani nelle sue intenzioni suicidarie. La Consulta ha, quindi, deciso di rinviare la trattazione della questione all’udienza del prossimo 24 settembre, invitando nel frattempo il Parlamento a colmare il vuoto giuridico riguardante le situazioni relative al fine vita. Se entro questa data il Parlamento non avrà condiviso un testo unico sull’argomento, la Consulta stessa potrebbe intervenire con una sua sentenza. Se così avverrà, il Parlamento avrà abdicato alla sua funzione legislativa e rinunciato a dibattere su una questione di assoluto rilievo. Vista la gravità di queste tematiche e raccogliendo una preoccupazione diffusa, ho affidato il mio pensiero a un’ampia intervista, pubblicata dal quotidiano Avvenire in apertura dell’edizione di domenica 14 luglio. Su questo sfondo, oggi sento il dovere di esprimere nuovamente, a nome della Chiesa italiana, una posizione chiara su un tema che tocca i più diversi ambiti della vita individuale e associata; riguarda il piano normativo e, da questo, influenza il sentire comune e la prassi quotidiana, venendo a determinare gli stessi principi della convivenza. Nel mio intervento odierno, intendo soffermarmi dapprima sulle implicazioni culturali della teoria e della pratica del suicidio assistito; affronterò poi le sue implicanze etiche, richiamando il principio inderogabile del rispetto della vita. In seguito, prenderò in esame le opzioni possibili in ambito giuridico, considerando l’incompatibilità di una legge favorevole al suicidio assistito con i principi costituzionali e la tutela dei diritti umani. Passerò poi a considerare le conseguenze sociali di una legittimazione del suicidio assistito e dell’eutanasia, per concludere con un riferimento al compito della Chiesa. 1.Il diffondersi di un pensiero e di pratiche contrari alla vita Da alcuni anni, e con sempre maggior frequenza, specialmente a seguito di alcuni casi che hanno avuto una vasta eco nel dibattito pubblico, anche nel nostro Paese si discute la possibilità di ricorrere all’eutanasia come via d’uscita al problema di una prolungata malattia e di un’intensa sofferenza fisica; da parte di alcuni si pretende che tale pratica, finora illecita sotto il profilo giuridico, venga finalmente ammessa, come già accaduto in altri Stati. L’eutanasia non va confusa con il rifiuto dell’accanimento terapeutico, distinzione che spesso non è compresa, quasi si volesse porre sempre in atto ogni possibile intervento medico, senza una valutazione delle ragionevoli speranze di guarigione e della giusta proporzionalità delle cure. Tuttavia, mentre nel caso del rifiuto all’accanimento, la morte è intesa come un male che ormai non può essere evitato, nel caso dell’eutanasia essa è direttamente cercata: sia che si tratti di eutanasia attiva – mediante la somministrazione al malato di sostanze letali – sia che si tratti della sua forma passiva, con l’omissione di cure o del sostegno necessari alla sopravvivenza. L’intenzione che muove chi compie l’atto eutanasico non è la rassegnazione davanti alla morte, ma la positiva scelta di porre fine all’esistenza del malato. L’eutanasia potrebbe essere attuata contro la volontà del malato, nel qual caso si delineerebbe come omicidio, oppure assecondando la sua richiesta, configurandosi allora come assecondamento della volontà del malato di porre termine alla propria esistenza. In quest’ultima forma, l’eutanasia viene a rassomigliare fortemente al cosiddetto “suicidio assistito”, nel quale è il malato stesso a darsi la morte, in seguito all’aiuto prestatogli, su sua richiesta, da parte del personale sanitario, il quale prepara e porge le sostanze letali, che il paziente assume autonomamente. Il suicidio assistito differisce, dunque, solo formalmente dall’eutanasia, poiché in entrambi i casi l’intenzione dell’atto e il suo effetto sono i medesimi, cioè la morte della persona. L’ammissione di questa pratica avrebbe effetti estremamente rilevanti dal punto di vista culturale, poiché il suicidio assistito è inteso dai suoi promotori come un diritto da assicurare a chi sia irreversibilmente malato e come un’espressione di libertà personale. Necessaria e sufficiente sarebbe la manifestazione del desiderio del soggetto di non proseguire la propria esistenza, intenzione alla quale si dovrebbe dare seguito e attuazione. Dobbiamo soffermarci con attenzione su questo passaggio cruciale, perché rappresenta il punto di appoggio della posizione di coloro che rivendicano il diritto al suicidio e, al tempo stesso, il punto di maggiore debolezza del loro ragionamento. Essi ritengono che esaudire chi chieda di essere ucciso equivalga a esaltarne la libertà personale. In che modo, però, può dirsi accresciuta la libertà di una persona alla quale, proprio per esaudirla, si toglie la vita? Da parte nostra affermiamo con forza che, anche nel caso di una grave malattia, va respinto il principio per il quale la richiesta di morire debba essere accolta per il solo motivo che proviene dalla libertà del soggetto. Ugualmente, va confutato il presupposto che quella di darsi la morte sia una scelta di autentica libertà, poiché la libertà non è un contenitore da riempire e assecondare con qualsiasi contenuto, quasi la determinazione a vivere o a morire avessero il medesimo valore. Se così fosse, non vi sarebbe ragione per prevenire il suicidio di alcuno. In tal caso, però, la base stessa della vita e della convivenza sociale sarebbero messe a repentaglio. 2.Il valore primario della vita La volontà di togliersi la vita, anche se attraversata dalla sofferenza e dalla malattia, rivela una mentalità diffusa che porta a percepire chi soffre come un peso. Il malato diventa un peso per la famiglia, le cui maglie si allargano e il cui abbraccio nel nostro contesto sociale diventa fatalmente meno capace di sostenere chi è più debole. Il malato sperimenta, poi, di essere un peso perché l’assistenza assume un volto sempre meno umano e sociale; sulla bilancia dei costi e dei benefici, la cura di cui ha bisogno diventa sconveniente e gravosa. È drammatico che la condizione di chi è meno autonomo sia percepita come una zavorra per la famiglia, per la società e per la comunità dei “forti”. A bene vedere, questa visione si fonda su un presupposto utilitaristico, per il quale ha senso solo ciò che genera piacere o qualche forma di convenienza materiale. Dobbiamo guardarci dall’entrare anche noi, presto o tardi, nel vortice dell’indifferenza. Svegliamoci dal cinismo economicista che genera una mentalità che guarda solo all’efficienza. Circondiamo i malati e tutti i più deboli dell’amore del quale, come ogni essere umano, hanno bisogno per vivere. Facciamo sentire che il peso che portano non diventa un ostacolo per chi li circonda, ma genera in noi la prossimità e la cura. Come cristiani siamo convinti che la persona «non esiste se non in quanto diretta verso gli altri, non si conosce che attraverso gli altri, si ritrova soltanto negli altri». Ogni persona, quindi, ha una necessità costitutiva di relazione con gli altri e può realizzarsi solo nel dono di sé e nell’apertura al prossimo. Siamo persone, non semplici individui, e nessuno ha solo la capacità di dare o di ricevere, ma tutti diamo e riceviamo al contempo. La stessa malattia, se vissuta all’interno di relazioni positive, può assumere contorni molto diversi, e fare percepire a chi soffre che egli non solo riceve, ma anche dona. Anche per il malato, sottrarsi a questo reciproco scambio sarebbe – lo dico con grande rispetto ma con franchezza – un atto di egoismo, un sottrarsi a quanto ognuno può ancora dare. Ecco allora la base sulla quale va negato che esista un diritto a darsi la morte: vivere è un dovere, anche per chi è malato e sofferente. Mi rendo conto che questo pensiero ad alcuni sembrerà incomprensibile o addirittura violento. Eppure, porta molta consolazione il riconoscere che la vita, più che un nostro possesso, è un dono che abbiamo ricevuto e dobbiamo condividere, senza buttarlo, perché restiamo debitori agli altri dell’amore che dobbiamo loro e di cui hanno bisogno. 3.L’urgenza del dibattito parlamentare nel rispetto dei principi costituzionali La logica utilitarista porta rapidamente a una crisi del diritto stesso, il quale si vede trasformato in mera convenzione, in arbitrarietà e accordo tra le parti, invece che essere il mezzo per promuovere i valori umani. La crisi giuridica emerge con evidenza nel passaggio istituzionale al quale stiamo assistendo, apparentemente avvitatosi in un percorso senza sbocchi, ma in realtà orientato, sottotraccia, all’approvazione di principi lesivi dell’essere umano. Incaricato dalla Corte costituzionale di legiferare attorno alle questioni dell’eutanasia e della morte volontaria, il Parlamento si è limitato a presentare alcune proposte di legge, senza pervenire né a un testo condiviso, né ad affrontare in modo serio il dibattito. Ora, per evitare che una sentenza della Consulta provochi lo smantellamento del reato di aiuto al suicidio, il Parlamento - come ha auspicato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte - dovrebbe in breve tempo poter discutere e modificare l’art. 580 o, comunque, avviare un iter di discussione della legge che potrebbe indurre la Corte stessa a concedere un tempo supplementare. La via più percorribile sarebbe quella di un’attenuazione e differenziazione delle sanzioni dell’aiuto al suicidio, nel caso particolare in cui ad agire siano i familiari o coloro che si prendono cura del paziente. Questo scenario, tutt’altro che ideale, sarebbe comunque altra cosa rispetto all’eventualità di una depenalizzazione del reato stesso. Se si andasse nella linea della depenalizzazione, il Parlamento si vedrebbe praticamente costretto a regolamentare il suicidio assistito. Avremmo allora una prevedibile moltiplicazione di casi simili a quello di Noa, la ragazza olandese che ha trovato nel medico un aiuto a morire, anziché un sostegno per risollevarsi dalla sua esistenza tormentata. Casi come questi sono purtroppo frequenti nei Paesi dove è legittima la pratica del suicidio assistito. In realtà, ben prima che sul reato di suicidio, i lavori parlamentari dovrebbero essere dedicati a una revisione delle Disposizioni Anticipate di Trattamento, approvate con la legge 219, del dicembre 2017. Le disposizioni contenute in quel testo, infatti, rappresentano il punto di partenza di una legge favorevole al suicidio assistito e all’eutanasia. La legge 219 andrebbe, infatti, rivista laddove comprende la nutrizione e l’idratazione assistite nel novero dei trattamenti sanitari, che in quanto tali possono essere sospesi; così, andrebbero chiarite le circostanze che la legge stabilisce per la sedazione profonda e dovrebbe essere introdotta la possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza alla norma. Andrebbe, infine, rafforzato il ricorso alle cure palliative, la cui importanza è cruciale nell’offrire il necessario sollievo alla sofferenza del malato. L’equivocità della legge sul biotestamento è resa evidente se messa in rapporto con il drammatico epilogo della vicenda del francese Vincent Lambert e al quale in Italia, proprio in virtù della legge 219, sarebbero state sospese nutrizione e idratazione, mediante l’accordo tra il medico e il legale, anche senza alcun coinvolgimento del giudice. L’approvazione del suicidio assistito nel nostro Paese aprirebbe allora un’autentica voragine dal punto di vista legislativo, ponendosi in contrasto con la stessa Costituzione italiana, secondo la quale «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo», il primo dei quali è quello alla vita. Tale contrasto segnerebbe dal punto di vista giuridico un passaggio irreversibile, con le enormi conseguenze sul piano sociale che tenterò ora di tratteggiare. 4.Il pericolo della selezione e l’urgenza della solidarietà Quali sarebbero, dunque, gli effetti sociali qualora nell’ordinamento italiano venisse affermata la liceità del suicidio assistito e dell’eutanasia? Non ci vuol molto per immaginare che si darebbe il via a un piano inclinato: diverrebbe sempre più normale il togliersi la vita e ciò potrebbe avvenire di fatto per qualunque ragione e, per di più, con l’avvallo e il supporto delle strutture sanitarie dello Stato. L’eventualità di togliersi la vita rappresenterebbe in apparenza una via di fuga che assicura libertà, ma in realtà verrebbe a determinare una terribile incertezza: se sia più conveniente rinunciare all’esistenza o proseguirla. Lo ripeto: il togliersi la vita non è dignitoso per l’essere umano; il semplice credere di poterlo fare è in grado di svuotare di senso tutta l’esistenza personale. Tale scenario sarebbe devastante, per esempio, nei passaggi difficili dell’adolescenza, e la frase detta per assurdo dai ragazzi: «Preferirei morire!», diventerebbe drammaticamente più concreta. L’introduzione dell’eutanasia aprirebbe anche ad altri scenari: indurrebbe a selezionare, mediante la formulazione di appositi parametri sanciti dallo Stato, chi debba essere ancora curato e chi non ne abbia il diritto. Il caso di Charlie, il piccolo britannico al quale è stata negata, contro il parere dei genitori, l’opportunità delle cure, rappresenta in tal senso un caso emblematico. Siamo una società che già seleziona, e stabilisce chi tra gli esseri umani sia anche persona e porti o meno il diritto di nascere e di vivere: i più indifesi sono già eugeneticamente selezionati e in una grande percentuale non sono fatti nascere se portano qualche malattia o malformazione. Le leggi di cui temiamo l’approvazione non farebbero che ampliare tale obbrobrio, rendendo la vita umana sempre più simile a un oggetto e sempre più soggetta alla regola del consumismo: si usa e si getta. Verrebbe così trasformato pure il senso della professione medica, alla quale è affidato il compito di servire la vita. La stessa sanità diventerebbe sempre più una sanità a due livelli, e si accrescerebbe la pericolosa tendenza a offrire cure più o meno qualificate, a seconda delle possibilità economiche di ognuno. Mi piace a questo punto citare l’insegnamento del Papa. Lo faccio in un momento nel quale il parlare mi è divenuto pesante, a causa dell’asprezza dei contenuti; il ricordo della testimonianza quotidiana del Santo Padre, mi porta consolazione e m’infonde speranza. Dopo aver riconosciuto che «in molti Paesi c’è una crescita della richiesta di eutanasia», Papa Francesco afferma: «Ciò ha portato a considerare la volontaria interruzione dell’esistenza umana come una scelta di “civiltà”. È chiaro – aggiunge – che laddove la vita vale non per la sua dignità, ma per la sua efficienza e per la sua produttività, tutto ciò diventa possibile. In questo scenario occorre ribadire che la vita umana, dal concepimento fino alla sua fine naturale, possiede una dignità che la rende intangibile». E conclude: «Il dolore, la sofferenza, il senso della vita e della morte sono realtà che la mentalità contemporanea fatica ad affrontare con uno sguardo pieno di speranza. Eppure, senza una speranza affidabile che lo aiuti ad affrontare anche il dolore e la morte, l’uomo non riesce a vivere bene e a conservare una prospettiva fiduciosa davanti al suo futuro. È questo uno dei servizi che la Chiesa è chiamata a rendere all’uomo contemporaneo». 5. Il compito ecclesiale della testimonianza nelle opere e nelle parole L’ultimo spunto che brevemente considero, riguarda proprio il compito della Chiesa. Essa è chiamata a rendere testimonianza ai valori evangelici della dignità di ogni persona e della solidarietà fraterna. Nel quadro della nostra società, spesso smarrita e in cerca di un senso e di un orientamento, la Chiesa questi valori deve viverli, facendo anche sentire la propria voce senza timore, soprattutto quando in gioco ci sono le vite di tante persone deboli e indifese. Su temi che riguardano tutti, il contributo culturale dei cattolici è non solo doveroso, ma anche atteso da una società che cerca punti di riferimento. Ci è chiesto infatti, come Chiesa, di andare oltre la pura testimonianza, per saper dare ragione di quello che sosteniamo. Ecco allora il valore insostituibile delle comunità cristiane e delle Associazioni: vi saluto davvero tutte con grande cordialità e affetto! Siete contesti vitali nei quali sperimentare fraternità e condividere intenti e progettualità. Con questo, al mondo della politica assicuro che la Chiesa riconosce e promuove una sana laicità, mentre partecipiamo con umiltà e convinzione al dibattito pubblico e non esitiamo a incalzarlo perché non smarrisca la dignità di ogni essere umano né ceda a discriminazioni e a tentazioni selettive. La preoccupazione manifestata da tanti laici, anche di diversa sensibilità, possa contribuire a un positivo confronto, e faccia maturare giudizi sempre più avveduti e consapevoli. Conclusione Ringrazio tutti voi per essere qui oggi e per l’impegno con il quale contribuite al dibattito pubblico sulle tematiche relative alla vita. Che questa passione per la tutela e la promozione della vita e dell’autentica libertà delle persone, possa diffondersi a tutti i cristiani, a tutti i cittadini e ai nostri Parlamentari, molti dei quali so essere presenti in sala o comunque partecipi. Il Signore ci assista in quest’opera di testimonianza alla dignità di ogni persona, che egli ha creata e redenta. La Madre di Gesù, che ha portato la croce insieme al suo Figlio, ci insegni a lottare, a sopportare, a guardare oltre la materialità delle cose, con occhi di fede. Gualtiero Card. Bassetti Arcivescovo di Perugia – Città della Pieve Presidente della CEI Fonte.www.quotidianosanità.it
Disuguaglianze in sanità in Europa
Quotidiano Sanità,   11/09/2019
“Aumentano disuguaglianze in sanità in Europa, stiamo fallendo obiettivo”. Nuovo rapporto Oms indica come invertire la rotta: “Si potrebbe guadagnare fino al 4% di pil” Reddito, condizioni di vita, accesso ai servizi, lavoro e livello istruzione. Il Rapporto identifica i 5 fattori chiave di rischio che trattengono molti bambini, giovani, donne e uomini dal raggiungimento di una buona salute e dal condurre una vita sicura e dignitosa. “Quella della riduzione delle disuguaglianze e l'unico obiettivo che non sta migliorando nella nostra regione”. IL RAPPORTO 11 SET - Dalle differenze reddituali, passando per le condizioni di vita fino all’accesso ai servizi, al lavoro e al livello d’istruzione sono i 5 fattori chiave di rischio che trattengono molti bambini, giovani, donne e uomini dal raggiungimento di una buona salute e dal condurre una vita sicura e dignitosa. È quanto emerge dal primo rapporto sullo stato delle equità sanitarie dell'OMS che rivela come le disuguaglianze sanitarie in molti dei 53 paesi nella regione europea dell'OMS rimangono le stesse o sono peggiorate nonostante i tentativi dei governi di affrontarle. "Per la prima volta, il Rapporto sullo stato delle equità sanitarie fornisce ai governi i dati e gli strumenti di cui hanno bisogno per affrontare le disuguaglianze sanitarie e produrre risultati visibili in un periodo di tempo relativamente breve, anche entro la durata di un governo nazionale di 4 anni", afferma Dr. Zsuzsanna Jakab, Direttore regionale dell'OMS per l'Europa. Secondo il report “la gamma di politiche delineate nel Rapporto stimola sia lo sviluppo sostenibile che la crescita economica. Ridurre le disuguaglianze del 50% produrrebbe benefici finanziari per i paesi che vanno dallo 0,3% al 4,3% del prodotto interno lordo (PIL), secondo il Rapporto”. Ma i passi da fare sono ancora molti. Il Rapporto ha infatti rilevato l'impatto delle politiche per far fronte a questi rischi negli ultimi 10-15 anni. E si è scoperto che molti dei fattori critici che guidano le disuguaglianze sanitarie non vengono sufficientemente affrontati dai paesi della Regione Europea. Ad esempio, mentre il 29% delle disuguaglianze sanitarie derivano da condizioni di vita precarie, il 53% dei paesi della Regione ha disinvestito in alloggi e servizi alla comunità negli ultimi 15 anni. Quanto è grave il divario sanitario nella regione europea? I principali risultati sullo stato di salute attuale e le tendenze in tutta la Regione mostrano un significativo divario sanitario. - Mentre l'aspettativa di vita media in tutta la regione è aumentata a 82 anni per le donne e 76,2 anni per gli uomini entro il 2016, ci sono ancora significative disparità di salute tra i gruppi sociali: l'aspettativa di vita di una donna è ridotta fino a 7 anni e quella di un uomo fino a 15 anni se fanno parte dei gruppi più svantaggiati. - Quasi il doppio delle donne e degli uomini del 20% meno ricco della popolazione riferisce di malattie che limitano la loro libertà di svolgere attività quotidiane, rispetto a quelle del 20% più ricco. - In 45 su 48 paesi che forniscono dati, le donne con il minor numero di anni di istruzione riportano tassi più alti di salute scarsa rispetto alle donne con il maggior numero di anni di istruzione; lo schema è lo stesso per gli uomini in 47 su 48 paesi. - Il luogo in cui si vive influenza quanto a lungo e quanto bene si è in grado di vivere: le tendenze mostrano che in quasi il 75% dei paesi le differenze nell'aspettativa di vita tra le regioni più e meno avvantaggiate non sono cambiate in oltre un decennio, e in alcuni casi hanno peggiorato. - Nelle aree più svantaggiate, il 4% in più di bambini non sopravvive al primo anno rispetto ai bambini nati in aree più ricche. - Le lacune sanitarie tra i gruppi socioeconomici aumentano con l'invecchiamento della popolazione: il 6% in più di ragazze e il 5% in più di ragazzi segnalano cattive condizioni di salute nelle famiglie meno abbienti rispetto a quelle nelle famiglie più abbienti. Questo divario sale al 19% in più di donne e al 17% in più di uomini in età lavorativa e raggiunge picchi tra quelli di età pari o superiore a 65 anni con il 22% in più di donne e il 21% in più di uomini che segnalano cattive condizioni di salute nelle famiglie meno abbienti rispetto alle famiglie più abbienti. - La cattiva salute accumulata di coloro che hanno meno risorse economiche e sociali quando entrano in età avanzata prevede il loro maggiore rischio di povertà ed esclusione sociale, perdita di vita indipendente e declino più rapido della salute. Il Rapporto sullo stato delle equità sanitarie identifica anche i gruppi nuovi ed emergenti a rischio di cadere nella disuguaglianza sanitaria. Questi includono, ad esempio, i giovani che abbandonano presto la scuola - questi individui sono maggiormente a rischio di problemi di salute mentale e povertà a causa di mercati del lavoro insicuri e una maggiore esposizione a frequenti periodi di disoccupazione. “Coloro – si precisa nel Report - che vivono con una malattia che limita le loro attività quotidiane sono rappresentati in modo sproporzionato nel 20% meno ricco. Le malattie che limitano la vita riducono la loro capacità di rimanere nel mercato del lavoro e aumentano il rischio di povertà ed esclusione sociale. Questa enorme perdita di potenziale umano ha un impatto sulla sostenibilità fiscale dei paesi attraverso la perdita di entrate e pensioni e l'aumento dei costi di assistenza sociale. Nuove prove su ciò che guida il divario di salute I ricercatori hanno analizzato i dati per esplorare ciò che guida le disuguaglianze sanitarie nella regione europea. Hanno identificato 5 fattori critici e assegnato a ciascuno una percentuale che riflette il suo contributo all'onere complessivo della disuguaglianza. - Sicurezza del reddito e protezione sociale (35%) Circa il 35% delle disuguaglianze sanitarie deriva dal "non riuscire a far quadrare i conti". Le persone colpite possono includere coloro che hanno un lavoro a tempo pieno che lottano regolarmente per permettersi i beni e servizi di base necessari per vivere una vita dignitosa, dignitosa e indipendente; questi sono i cosiddetti poveri che lavorano. - Condizioni di vita (29%) Questo fattore comprende questioni come l'inammissibilità o l'indisponibilità di case dignitose, la mancanza di cibo e la mancanza di carburante per riscaldare la casa o cucinare un pasto. Si estende anche ai quartieri non sicuri e alla violenza domestica; condizioni abitative sovraffollate, umide e non igieniche; e quartieri inquinati. Questo fattore rappresenta il 29% delle disuguaglianze sanitarie. - Capitale sociale e umano (19%) Questi fattori, che rappresentano il 19% delle disuguaglianze sanitarie, si riferiscono a sentimenti di isolamento, a bassi livelli di fiducia negli altri e al senso di non avere nessuno a cui chiedere aiuto, nonché a sentimenti di essere meno in grado di influenzare la politica e cambiare le cose in meglio. Includono anche la violenza contro le donne, la mancanza di partecipazione all'istruzione e la mancanza di apprendimento permanente. - Accesso e qualità dell'assistenza sanitaria (10%) L'incapacità dei sistemi sanitari di fornire accesso universale a servizi di buona qualità e alti livelli di pagamenti diretti per la salute sono responsabili del 10% delle disuguaglianze sanitarie. I pagamenti diretti possono costringere le persone a scegliere tra utilizzare i servizi sanitari essenziali e provvedere ad altri bisogni di base. - Condizioni di impiego e di lavoro (7%) L'incapacità di partecipare pienamente al mercato del lavoro, che influisce sulla qualità della vita quotidiana e sulle possibilità di vita a più lungo termine, rappresenta il 7% delle disuguaglianze sanitarie. La qualità del lavoro è altrettanto importante, poiché i lavori precari o temporanei e le cattive condizioni di lavoro hanno un effetto altrettanto negativo sulla salute. “Questo rapporto spiega come possiamo raggiungere l'equità sanitaria e apportare cambiamenti positivi nella vita di tutte le persone nella nostra Regione. Attraverso questo sforzo possiamo raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile, in particolare l'obiettivo 10 sulla riduzione delle disuguaglianze - l'unico obiettivo che non sta migliorando nella nostra regione", afferma Jakab. Fonte.www.quotidianosanità.it
Spesa sanitaria
Quotidiano Sanità,   11/09/2019
Nel 2018 la spesa sanitaria arriva a 116 mld. Peggiora il disavanzo (-1,2 mld). Boom spesa privata che supera i 32 mld. Il nuovo report della Ragioneria dello Stato. “Recuperare maggiori livelli di efficienza” Pubblicato l’ultimo rapporto sul monitoraggio sulla spesa sanitaria italiana. Spesa in crescita di circa 1,6 mld rispetto al 2017. Continua la crescita (come l’anno scorso) anche i per disavanzi (ante coperture) che arrivano a 1,2 mld. La spesa sanitaria privata per un terzo riguarda per la maggior parte le cure odontoiatriche. In crescita la spesa per il personale e quella per beni e servizi, già la farmaceutica convenzionata. IL RAPPORTO 11 SET - Nel 2018 la spesa sanitaria è arrivata a 116 miliardi di euro un dato che segnala una crescita di oltre 1,6 miliardi rispetto al 2017. Ma a crescere è anche il disavanzo delle Regioni (ante coperture, ovvero le risorse proprie che mettono gli enti locali per far quadrare i conti) che segna un -1,2 mld (nel 2017 era poco più di 1 mld). Sale anche la spesa sanitaria privata (1,8 mld in più) che arriva a 32,2 mld. A contribuire all’aumento della spesa è principalmente la farmaceutica ospedaliera, e gli acquisti di beni e servizi. Ma è cresciuta anche la spesa per i redditi da lavoro, mentre prosegue il calo inesorabile della spesa per la farmaceutica convenzionata. Sono questi alcuni dei numeri contenuti nell’ultimo rapporto della Ragioneria dello Stato sul Monitoraggio della spesa sanitaria 2018. “La presenza di due livelli di governo – segnala la Ragioneria - rende necessaria la definizione di un sistema di regole che ne disciplini i rapporti di collaborazione nel rispetto delle specifiche competenze. Ciò al fine di realizzare una gestione della funzione sanitaria pubblica che sia capace di coniugare le istanze dei cittadini in termini di bisogni sanitari ed il rispetto dei vincoli di bilancio programmati in funzione degli obiettivi comunitari discendenti dal Patto di stabilità e crescita”. Nel report si evidenzia poi come “il mantenimento degli standard qualitativi raggiunti rende indispensabile affrontare il tema della sostenibilità dei costi del sistema sanitario pubblico in presenza di livelli di finanziamento condizionati dai vincoli finanziari necessari per il rispetto degli impegni assunti dall’Italia in sede comunitaria. Ciò richiede che si prosegua nell’azione di consolidamento e di rafforzamento delle attività di monitoraggio dei costi e della qualità delle prestazioni erogate nelle diverse articolazioni territoriali del SSN, in coerenza con l’azione svolta negli ultimi anni”. E in questo senso “l’esperienza in tale ambito, ha mostrato che esistono margini di efficientamento e di razionalizzazione del sistema che possono essere utilmente attivati per far fronte agli effetti dell’invecchiamento della popolazione senza compromettere la qualità e l’universalità dei servizi erogati”. L’aumento della domanda di prestazioni e l’invecchiamento della popolazione. “È evidente – rimarca la Ragioneria - che per fronteggiare le tendenze espansive della domanda di prestazioni sanitarie indotte dalle dinamiche demografiche, senza compromettere il livello di benessere sanitario raggiunto, sarà necessario recuperare maggiori livelli di efficienza ed efficacia nell’azione di governance del sistema sanitario. Ciò potrebbe apparire una prospettiva ambiziosa per un settore in cui la produzione e l’erogazione delle prestazioni incide direttamente sulla salute dei cittadini. Tuttavia, l’esperienza maturata nell’ambito dell’attività di monitoraggio della spesa sanitaria che include, fra l’altro, i criteri di riparto del finanziamento, il controllo dei programmi di spesa regionali, la verifica delle performance in termini di produzione ed erogazione di servizi nonché la correzione degli andamenti rispetto a valori di benchmark, ha mostrato che esistono margini di razionalizzazione, senza compromettere la qualità e l’universalità dei servizi”. Nel 2018 spesa sanitaria a quota 116 mld. La spesa sanitaria corrente di CE è passata nel periodo 2002-2018 da 78.977 milioni di euro a 116.000 milioni di euro con un incremento in valore assoluto pari a 37.023 milioni di euro e un tasso di crescita medio annuo del 2,4%. Cresce il disavanzo delle Regioni. Dal 2017 dopo anni di calo, è tornato ad aumentare il disavanzo delle Regioni, e nel 2018 questo aumento si è fatto ancora più marcato attestandosi a -1,2 mld. Le performance peggiori sono della Pa di Trento (-198 mln) e la Pa di Bolzano (-269 mln) ma ricordiamo che le due province autonome (come le regioni autonome) de facto si pagano da sole la sanità e non rientrano, se non in maniera figurativa nel riparto del Fsn). Tra le Regioni ordinarie malissimo la Calabria (-168 mln) così come la Puglia (-56 mln) e il Piemonte (-51 mln). Redditi da lavoro dipendenti. La spesa per il reddito da lavoro dipendente è passata nel periodo 2002-2018 da 27.618 a 34.795 milioni di euro, tale variazione equivale a un incremento medio annuo dell’1,5%. In realtà questo settore ha visto un grosso contenimento negli ultimi anni a causa del lungo blocco della contrattazione. Però nell’ultimi o anno la spesa è tornata a crescere segnando un +2,4%. Farmaceutica ospedaliera. La spesa per i prodotti farmaceutici, comprensiva sia dei costi per farmaci erogati nel corso dei ricoveri ospedalieri che di quelli per la distribuzione diretta e per conto, è aumentata dal 2002 al 2018 di quasi 9.200 milioni di euro, facendo registrare un aumento medio annuo del 10%. Nel 2018 la spesa si è attestata a 11, 714 mld (+2,7% rispetto al 2017). Consumi intermedi diversi dai prodotti farmaceutici. La spesa per i consumi intermedi al netto dei prodotti farmaceutici è aumentata nel periodo 2002-2018 di quasi 9.500 milioni di euro corrispondenti a un tasso di crescita medio annuo del 3,4%. Nel 2018 la spesa è stata di 22.874 (+4,7% rispetto al 2017). Farmaceutica convenzionata. La spesa per la farmaceutica convenzionata dal 2002 al 2018 è diminuita in valore assoluto di 4.295 milioni di euro, facendo registrare un tasso di riduzione media annua del 2,8% in controtendenza rispetto all’andamento crescente di tutti i restanti aggregati. Nel 2018 infatti si è attestata a 7,533 mld (-0,5% rispetto al 2017). Assistenza medico-generica da convenzione. La spesa per l’assistenza medico-generica da convenzione è aumentata dal 2002 al 2018 di 2.049 milioni di euro, corrispondente a un tasso di crescita medio annuo del 2,3%. Nel 2018 la spesa è stata di 6,651 mld (+1,9 % rispetto al 2017). Altre prestazioni sociali in natura da privato. La spesa per le altre prestazioni sociali in natura da privato accreditato è aumentata dal 2002 al 2018 di oltre 10.000 milioni di euro facendo registrare un tasso di crescita medio annuo del 3,5%. Nel 2018 si è giunti a quota 24,272 mld (+2,7% rispetto al 2017). Spesa privata sostenuta dai cittadini. Il rapporto della Ragioneria contiene anche una rilevazione delle spese sanitarie sostenute dai cittadini (Medici e Strutture accreditate del SSN, ticket, strutture sanitarie e socio-sanitarie non accreditate, medicinali veterinari, farmacie, parafarmacie, ottici e diverse categorie professionali) ai fini della dichiarazione dei redditi precompilata. In totale nel 2018 sono state trasmesse spese per un ammontare di 32,2 mld. Si osserva la prevalenza delle spese per visite specialistiche ed interventi sul totale della spesa (oltre il 44%) a carico dei privati (di cui il 32% per visite odontoiatriche), farmaci 15% e ticket 10,3%. L.F. Fonte.www.quotidianosanità.it
Ddl. in sospeso
Quotidiano Sanità,   09/09/2019
Riapre il Parlamento. Ecco tutti i Ddl in “sospeso” nelle Commissioni sui quali la nuova maggioranza giallo-rossa dovrà lavorare Sunshine act, infermiere di famiglia, prevenzione vaccinale, eutanasia, nomina manager delle aziende sanitarie. Questi solo alcuni dei disegni di legge attualmente all'esame delle commissioni sanità di Camera e Senato che dovranno essere esaminati dalla nuova maggioranza alla ripresa dei lavori. Se su molti di questi testi l'intesa appare 'semplice', sarà interessante vedere gli sviluppi dei provvedimenti della Lega o di quelli presentati insieme dalla vecchia maggioranza, come la proposta sull'obbligo flessibile vaccinale. 08 SET - Presentata la nuova squadra del Governo, e dopo il voto di fiducia atteso nei prossimi giorni, riprenderanno i regolari lavori delle Commissioni in Parlamento. Oltre alle sfide urgenti, sono molti i disegni di legge rimasti in 'sospeso', sia per la chiusura estiva che per il precipitare della crisi nell'ultimo mese. In tutto 37 le proposte di legge (alcune collegate tra loro) attualmente incardinate nelle Commissioni Affari Sociali della Camera e Sanità del Senato. Tra queste, solo per citarne alcune, quella sul Sunshine act, l'infermiere di famiglia, la prevenzione vaccinale, l'eutanasia, e la nomina dei manager delle aziende sanitarie. Se su molti di questi testi l'intesa appare 'semplice' da raggiungere, sarà interessante vedere gli sviluppi su quei provvedimenti a prima firma di esponenti della Lega o su quelli presentati insieme dalla vecchia maggioranza, come, ad esempio, la proposta sull'obbligo vaccinale flessibile. Infine, su altri testi, poi, come quelli sull'eutanasia, nonostante il poco tempo rimasto ormai a disposizione, potrebbero trovarsi nuovi equilibri dal momento che le posizioni del M5S sono molto più vicine a quelle del PD che a quelle della Lega. Di seguito l'elenco completo dei provvedimenti in esame. Commissione Sanità del Senato - S.1346 Sen. Gaspare Antonio Marinello (M5S) e altri Introduzione della figura dell'infermiere di famiglia e disposizioni in materia di assistenza infermieristica domiciliare - S.1272 Sen. Giuseppe Pisani (M5S) e altri Disposizioni in favore dei soggetti affetti da sensibilità chimica multipla - S.1250 On. Arianna Lazzarini (Lega) e altri Disposizioni per il riconoscimento della cefalea primaria cronica come malattia sociale - S.1201 On. Massimo Enrico Baroni (M5S) e altri Disposizioni in materia di trasparenza dei rapporti tra le imprese produttrici, i soggetti che operano nel settore della salute e le organizzazioni sanitarie - S.1202 Sen. Anna Maria Bernini (FI-BP) e altri Disposizioni in favore dei soggetti affetti da sensibilità chimica multipla - S.1219 Sen. Paola Binetti (FI-BP) e altri Disposizioni in favore delle persone affette da epilessia - S.1106 Sen. Maria Cristina Cantu' (L-SP-PSd'Az) e altri Istituzione di contratti di formazione Teaching Hospital per le specializzazioni mediche - S.1040 Sen. Paola Binetti (FI-BP) e altri Disposizioni in materia di prevenzione, cura, riabilitazione e integrazione sociale dei pazienti stomizzati e incontinenti - S.899 Sen. Felicia Gaudiano (M5S) e altri Disposizioni per il riconoscimento della fibromialgia come malattia invalidante - S.903 Sen. Caterina Bini (PD) e altri Disposizioni in materia di prevenzione e di cura delle patologie e dei disturbi del comportamento alimentare - S.888 Sen. Pierpaolo Sileri (M5S) e altri Disposizioni per la diagnosi e la cura dell'endometriosi - S.869 Sen. Sonia Fregolent (L-SP-PSd'Az) e altri Norme in materia di prevenzione delle malattie cardiovascolari - S.770 Sen. Stefano Patuanelli (M5S) e altri Disposizioni in materia di prevenzione vaccinale - S.716 Sen. Vasco Errani (Misto, Liberi e Uguali) e altri Disposizioni concernenti il riconoscimento della guarigione e la piena cittadinanza delle persone con epilessia - S.672 Sen. Manuel Vescovi (L-SP) Disposizioni per il riconoscimento della fibromialgia come malattia invalidante - S.638 Sen. Maria Domenica Castellone (M5S) e altri Modifiche al decreto legislativo 4 agosto 2016, n. 171, in materia di dirigenza sanitaria - S.485 Sen. Isabella Rauti (FdI) e altri Disposizioni per il riconoscimento della fibromialgia come malattia invalidante - S.363 Sen. Paolo Arrigoni (L-SP) e altri Modifiche al decreto-legge 7 giugno 2017, n. 73, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2017, n. 119, in materia di prevenzione vaccinale - S.299 Sen. Paola Boldrini (PD) e altri Disposizioni in favore delle persone affette da fibromialgia - S.302 Sen. Paola Boldrini (PD) e altri Disposizioni in materia di riconoscimento della cefalea primaria cronica quale malattia sociale - S.300 Sen. Paola Boldrini (PD) e altri Disposizioni in favore dei soggetti incontinenti e stomizzati - S.189 Sen. Maria Rizzotti (FI-BP) e altri Introduzione dell'articolo 580-bis del codice penale, concernente il reato di istigazione al ricorso a pratiche alimentari idonee a provocare l'anoressia o la bulimia, nonché disposizioni in materia di prevenzione e di cura di tali patologie e degli altri disturbi del comportamento alimentare - S.184 Sen. Maria Rizzotti (FI-BP) e altri Disposizioni per il riconoscimento della cefalea primaria cronica come malattia sociale - S.116 Sen. Antonio De Poli (FI-BP) Disposizioni per il riconoscimento dei diritti delle persone affette da epilessia Commissione Affari Sociali Camera - AC 1806 (S. 733) Senatori Sileri (M5S) ed altri Norme in materia di disposizione del proprio corpo e dei tessuti post mortem a fini di studio, di formazione e di ricerca scientifica (approvata dal Senato) - AC 687 Delrio (PD) ed altri Delega al Governo per riordinare e potenziare le misure a sostegno dei figli a carico attraverso l'assegno unico e la dote unica per i servizi - AC 600 Mandelli (FI) Disposizioni in materia di donazione e di utilizzo del corpo umano post mortem a fini di studio e di ricerca scientifica - AC 928 Brambilla (FI) Introduzione dell'articolo 4-bis della legge 14 agosto 1991, n. 281, in materia di cimiteri, servizi di cremazione e sepoltura degli animali di affezione - AC 1317 Bologna (M5S) ed altri Norme per il sostegno della ricerca e della produzione dei farmaci orfani e della cura delle malattie rare - AC 1143 Foscolo (L-SP) ed altri Disciplina delle attività funerarie, della cremazione e della conservazione o dispersione delle ceneri - AC 665 Versace (FI) ed altri Introduzione degli ausili e delle protesi destinati a persone disabili per lo svolgimento dell'attività sportiva tra i dispositivi erogati dal Servizio sanitario nazionale - AC 881 Molinari (L-SP)I ed altri Proroga del termine per l'adozione di disposizioni integrative e correttive ai sensi della delega legislativa di cui alla legge 6 giugno 2016, n. 106, concernente la riforma del Terzo settore e dell'impresa sociale e la disciplina del servizio civile universale - AC 968 (S. 604) Senatori Romeo (L-SP) e Patuanelli (M5S) Proroga del termine per l'esercizio della delega per la riforma del Terzo settore, dell'impresa sociale e per la disciplina del servizio civile universale, di cui alla legge 6 giugno 2016, n. 106 (approvata dal Senato) - AC 1888 Alessandro Pagano (L-SP) ed altri Modifiche all'articolo 580 del codice penale, in materia di aiuto al suicidio, e alla legge 22 dicembre 2017, n. 219, riguardanti le disposizioni anticipate di trattamento e la prestazione delle cure palliative - AC 1875 Sarli (M5S) ed altri Disposizioni in materia di suicidio medicalmente assistito e di trattamento eutanasico - AC 1586 Cecconi (Misto) Modifiche alla legge 22 dicembre 2017, n. 219, in materia di trattamenti sanitari e di eutanasia - AC 2 Proposta di legge d'iniziativa popolare Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell'eutanasia Giovanni Rodriquez Fonte.www.quotidianosanità.it
Cassazione:Hcv
Quotidiano Sanità,   04/09/2019
ziente se l'infezione (Hcv) può essere stata contratta prima dell'intervento La Cassazione (ordinanza 21929/2019) ha respinto il ricorso di una paziente che sosteneva di aver contratto l'Hcv durante un intervento di artoprotesi in cui non erano però state effettuate trasfusioni e per il quale non aveva prove che dimostrassero il nesso causale. L'ORDINANZA. 03 SET - Se il nesso causale (il criterio del “più probabile che non”) è del tutto incerto, nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica la domanda deve essere rigettata. A dimostrare l’esistenza del nesso causale deve essere il paziente dimostrare l’esistenza del nesso causale, provando che la condotta del sanitario è stata causa del danno. In questo caso la Cassazione (ordinanza 21929/2919) ha respinto l’accusa a un medico (e quindi il conseguente risarcimento) di aver provocato il contagio da virus Hcv durante l’intervento chirurgico senza trasfusione. Una ipotesi valutata possibile a meno del 10% tenendo conto delle precedenti occasioni nelle quali l’ammalato ha potuto contrarre l’infezione. Il fatto. Una donna ha portato in causa un medico asserendo di essere stata contagiata con Hcv durante un intervento di artoprotesi al ginocchio destro, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni. Nel costituirsi nel giudizio di primo grado, contestò che potesse ravvisarsi qualsiasi profilo di responsabilità professionale nella condotta dei sanitari, possibilità già negata da Tribunale perché la paziente aveva denunciato la malattia oltre un anno dopo la sua dimissione e in occasione dell'intervento non era stata effettuata alcuna trasfusione, Nè i sanitari dell'Istituto avevano l’obbligo di effettuare l'analisi dei marcatori virali, non rientrando gli stessi in alcun protocollo prescritto da norme o direttive internazionali, per cui è avanzata l’ipotesi che la paziente fosse già affetta dalla malattia al momento del ricovero. Anche perché tutto il materiale utilizzato in sala operatoria era sterile in quanto trattato in autoclave. L’ordinanza La Cassazione, nel confermare la decisione di primo grado, ha ribadito che non è In contestazione tra le parti che alcuna trasfusione di sangue fu effettuata alla ricorrente in occasione del ricovero. E ha affermato che il principio di vicinanza alla prova o di riferibilità non può essere invocato per ribaltare sull'avversario l'onere probatorio, “qualora, come nella specie, le circostanze oggetto di prova, per le stesse caratteristiche della situazione presa in esame, rientrano nella piena conoscibilità ed accessibilità di entrambe le parti, tali da consentire senza particolari difficoltà alla parte di provare i propri requisiti soggettivi”. Ha inoltre rilevato che “la relazione collegiale . .. dà compiutamente conto anche delle conclusioni raggiunte in merito al più probabile no che sì che l'infezione in discorso sia stata contratta al momento del ricovero oggetto della causa, posto che prima dell'intervento alla la signora aveva subito almeno 6 interventi/procedure invasive a rischio di trasmettere l'HCV e considerando statisticamente equivalente per ciascuna occasione la probabilità di essere quella infettante la probabilità di un contagio antecedente è pari a 100/7x6=85,71%, mentre quella di un contagio avvenuto in occasione dell'intervento al ginocchio risulta pari a 100/7x1 =14,29%, aggiungendo che essendo la circolazione dei virus epatici più alta in occasione dei precedenti interventi subiti che non negli anni 2000 (l'intervento è del 2004) ed essendo la signora stata esposta ad altri ben noti fattori di rischio di contrarre virus epatici, la residua probabilità che l'attrice abbia ricevuto l'HCV dall'intervento chirurgico in discussione può essere attendibilmente considerata inferiore al 10%” . La Cassazione ricorda che “in tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell'onere probatorio l'attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l'esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l'insorgenza o l'aggravamento della patologia ed allegare l'inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologica mente rilevante”. Questo principio, si legge ancora nell’ordinanza, è stato affermato “a fronte di una situazione in cui l'inadempimento "qualificato", allegato dall'attore (ossia l'effettuazione di un'emotrasfusione) era tale da comportare di per sé, in assenza di fattori alternativi "più probabili", nel caso singolo di specie, la presunzione della derivazione del contagio dalla condotta. La prova della prestazione sanitaria conteneva già, in questa chiave di analisi, quella del nesso causale, sicché non poteva che spettare al convenuto l'onere di fornire una prova idonea a superare tale presunzione secondo il criterio generale”. Quindi la Cassazione ha rigettato il ricorso, condannando la ricorrente al pagamento delle spese Fonte.www.quotidiano
Il principio dell'affidamento
Quotidiano Sanità,   02/09/2019
Il principio dell’“affidamento” limita la responsabilità penale nell’équipe chirurgica. Rinviata alla Corte di Appello la condanna per omicidio colposo di un chirurgo La Cassazione (quarta sezione penale, sentenza 30626/2019) ricorda come il principio dell'affidamento consenta di confinare l'obbligo di diligenza entro limiti compatibili con la personale responsabilità penale. Quindi un medico può non essere ritenuto responsabile di un evento dannoso quando questo può essere attribuito alla condotta esclusiva di qualcun altro, contitolare di una posizione di garanzia, e su cui il primo abbia fatto affidamento. LA SENTENZA 30 AGO - Il “principio dell’affidamento” è quello che vale per determinare in una équipe il livello di responsabilità entro limiti compatibili con il carattere personale della responsabilità penale previsto dall'art. 27 della Costituzione, secono il quale, tra le altre indicazioni, La responsabilità penale è personale). Quindi il medico che anche sia il titolare di una posizione di garanzia nei confronti del paziente e per questo tenuto giuridicamente a impedire eventi dannosi, può non essere ritenuto responsabile di un evento dannoso, appunto, quando questo può essere attribuito alla condotta esclusiva di qualcun altro, contitolare di una posizione di garanzia, e su cui il primo abbia fatto affidamento. A stabilirlo la Cassazione, quarta sezione penale, che con la sentenza 30626/2019 ha annullato, con rinvio della condanna in Corte di Appello, la condanna di uno dei due chirurghi di un’équipe che avevano operato una donna deceduta per una sindrome da disfunzione multiorgano. Il fatto Due chirurghi con gli incarichi rispettivamente di primario e di aiuto anziano, sono stati ritenuti responsabili del reato di omicidio colposo di una paziente, deceduta a causa di: una "Multi Organ Failure da polmonite a focolai confluente dal lobo inferiore del polmone destro e ad estensione del lobo superiore del polmone sinistro con stato settico; una grave insufficienza circolatoria per shock emorragico da sanguinamento intraepatico; una insufficienza epatica con ittero severo; una insufficienza renale acuta in paziente operata per colecistite cronica colesterolosica e calcolosa e più volte rioperata per complicanze locoregionali ed addominali con ematoma sottocapsulare del fegato interessante i segmenti VI, VII e VIII e infarto ischemico del lobo destro del fegato in esiti di flogosi peritonitica con diffusa situazione aderenziale prevalente a livello della loggia sovramesocolica, perforazione coperta della parete anteriore del duodeno poco distale alla papilla pregressa sede di tubo duodenostomico di Petzer. I due medici, quali incaricati di eseguire l'intervento di colecistectomia laparoscopica, sono stati ritenuti responsabili di avere omesso, per negligenza, imprudenza e imperizia, di eseguire un controllo pre - operatorio con esofagastroduodenoscopia in presenza di pregressa gastrite emorragica da farmaci e malattie del tubo digerente (ulcera - gastrite) e per avere determinato, nel corso delle manovre di isolamento della colecisti e della lisi aderenziale, una discontinuazione della parete duodenale con conseguente peritonite da perforazione duodenale e di aver successivamente seguito, con negligenza, imprudenza e imperizia, un intervento di rafia di perforazione duodenale e toilette del cavo peritoneale per via laparoscopica quando invece si sarebbe dovuto procedere con l'asportazione dei margini della perforazione duodenale su tessuto sano ed operare una sutura in allargamento per meglio assicurarne la tenuta e un ulteriore intervento laparotomico di rafia di deiscenza di sutura di perforazione duodenale e toilette del cavo peritoneale mentre invece, in considerazione della presenza di recidiva di perforazione duodenale nella stessa sede dopo che questa era stata suturata, si sarebbe dovuto procedere a resezione gastroduodenale o escludente determinando una nuova (terza) perforazione/deiscenza. I due chirurghi sono stati accusati anche di avere determinato, per negligenza, imprudenza e imperizia, l'insorgenza di un ematoma epatico con importante espansione nel corso dell'intervento effettuato successivamente a causa della presenza di una grave insufficienza epatica e compromissione generale multi - organo conseguente alla peritonite, alla sepsi prolungata e ai ripetuti interventi chirurgici, nel posizionamento dei divaricatori, delle spatole laparotomiche, nelle trazioni e manipolazioni chirurgiche sul fegato dirette e indirette. La sentenza La Cassazione ha dato ragione al ricorso di uno dei due chirurghi sul ruolo da lui svolto nell'ambito dell'equipe medica, riguardo alla preminente responsabilità del capo - équipe, individuato nella persona del primario “alla stregua delle emergenze probatorie segnalate nel ricorso e in particolare delle dichiarazioni rese da quest'ultimo nel corso del dibattimento di primo grado che non sono state valutate nel loro complesso ma solo parzialmente. Secondo la Cassazione “l'iter motivazionale risulta viziato in relazione all'omessa verifica della sussistenza del nesso causale tra la condotta individuale posta in essere dal ricorrente e l'evento, in violazione delle regole cautelari che si assumono inosservate. Tale verifica da parte del giudice deve essere particolarmente attenta nella ipotesi di lavoro in equipe e, più in generale, di cooperazione multidisciplinare nell'attività medico-chirurgica, cioè in tutti i casi in cui alla cura del paziente concorrono, con interventi non necessariamente omologabili, sanitari diversi, magari ciascuno con uno specifico compito”. “La delicatezza del tema – si legge nella sentenza - discende dalla necessità di contemperare il principio di affidamento in forza del quale il titolare di una posizione di garanzia, come tale tenuto giuridicamente ad impedire la verificazione di un evento dannoso, può andare esente da responsabilità quando questo possa ricondursi alla condotta esclusiva di altri, contitolare di una posizione di garanzia, sulla correttezza del cui operato il primo abbia fatto legittimo affidamento, con l'obbligo di garanzia verso il paziente in forza del quale tutti i sanitari che partecipano contestualmente o successivamente all'intervento terapeutico”. Secondo la Cassazione “in tema di colpa professionale, per l'affermazione della responsabilità penale del singolo sanitario operante in equipe chirurgica, è necessario non solo accertare la valenza con-causale del suo concreto comportamento attivo o omissivo al verificarsi dell'evento ma anche la rimproverabilità di tale comportamento sul piano soggettivo secondo i noti criteri elaborati dalla giurisprudenza e dalla dottrina in tema di colpa”. E i giudici precisano anche che “in tema di colpa professionale, in caso di intervento chirurgico in équipe, il principio per cui ogni sanitario è tenuto a vigilare sulla correttezza dell'attività altrui, se del caso ponendo rimedio a errori che siano evidenti e non settoriali, rilevabili ed emendabili con l'ausilio delle comuni conoscenze scientifiche del professionista medio, non opera in relazione alle fasi dell'intervento in cui i ruoli e i compiti di ciascun operatore sono distinti, dovendo trovare applicazione il diverso principio dell'affidamento per cui può rispondere dell'errore o dell'omissione solo colui che abbia in quel momento la direzione dell'intervento o che abbia commesso un errore riferibile alla sua specifica competenza medica, non potendosi trasformare l'onere di vigilanza in un obbligo generalizzato di costante raccomandazione al rispetto delle regole cautelari e di nvasione negli spazi di competenza altrui”. “Nell'ambito dell'attività medica - chiarisce la sentenza - proprio il principio di affidamento consente infatti di confinare l'obbligo di diligenza del singolo sanitario entro limiti compatibili con l'esigenza del carattere personale della responsabilità penale, sancito dall'art. 27 Cost”. Quindi la Cassazione ha accolto il ricorso ritenendo viziato l'iter motivazionale per l'omessa verifica del nesso causale tra la condotta individuale del ricorrente e l'evento, essendo emerso che al medico era stata addebitata la responsabilità per un errore riconducibile a un altro medico e non riscontrabile durante l'intervento per le manovre di posizionamento dei divaricatori. Secondo la Cassazione il giudice deve essere particolarmente attento nel lavoro in équipe e, più in generale, di cooperazione multidisciplinare nell'attività medico-chirurgica, cioè in tutti i casi in cui alla cura del paziente concorrono, con interventi non necessariamente omologabili, sanitari diversi, magari ciascuno con uno specifico compito e deve essere compiuta un’attenta verifica del nesso causale rispetto al ruolo di ciascuno non potendo configurare una responsabilità di gruppo in base a un ragionamento aprioristico. La sentenza impugnata ha anche omesso secondo la Cassazione di appurare se e in quale misura la condotta del ricorrente si sia discostata dalle linee guida di settore o dalle buone pratiche clinico-assistenziali. Per questo la Cassazione “annulla la sentenza impugnata” limitatamente al ricorrente “con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello per nuovo giudizio”. Fonte.www.quotidianosanità.it
Cassazione
Quotidiano Sanità,   02/09/2019
Niente omicidio colposo per il medico se non c'è la prova che se avesse diagnosticato il cancro il paziente si sarebbe salvato Secondo la Corte di Cassazione (sezione terza penale, sentenza 36435/2019) per l’assoluzione basta il serio dubbio sul rapporto di causalità fra omissione e morte da parte delle comunità scientifica: il giudice deve spiegare bene perché sceglie di aderire alle conclusioni del perito di parte. LA SENTENZA. 29 AGO - Se non c’è causalità – o questa non è comunque del tutto accertata e sussiste il dubbio - tra condotta del medico e decesso del paziente per tumore, non può esserci la condanna per omicidio colposo. A deciderlo – analogamente ad altre sentenze già emesse in materia – è stata la Cassazione, terza sezione penale, con la sentenza 36435/2019. Il fatto Un medico ha fatto ricorso in Cassazione contro la condanna (prescritta per decorrenza dei termini) per omicidio colposo decisa per “condotte colpose autonome, unitamente ad altri colleghi, in qualità di medico in servizio al pronto soccorso” di un ospedale per imperizia, imprudenza e negligenza consistita nel non avere effettuato per tempo l'esame citologico del liquido aspirato dalla mammella di una paziente che presentava una tumefazione al seno, ritardato la diagnosi precoce di carcinoma mammario e i necessari approfondimenti diagnostici che, “se fossero stati espletati nell'immediato, avrebbero consentito di giungere alla effettuazione di una diversa terapia chirurgica più efficace e meno invasiva rispetto a quella espletata a distanza di otto mesi dall'insorgenza dei primi sintomi della malattia avvertiti dalla Pappalardo, contribuendo a provocare le condizioni per l'insorgenza di complicanze nella malattia culminate nel decesso” della paziente. La sentenza Secondo la Cassazione, il medico è innocente senza la prova che se avesse diagnosticato il cancro, la paziente si sarebbe salvata. Per l’assoluzione secondo i giudici basta il serio dubbio sul rapporto di causalità fra omissione e morte in seno alla comunità scientifica. Se il giudice d’Appello decide di aderire alle conclusioni del perito di parte, deve spiegare in modo convincente perché preferisce alle indicazioni negative provenienti dai periti nominati in primo grado e dai consulenti d’ufficio che operano nella parallela causa civile. La Corte di Appello aveva infatti dichiarato estinto il reato e confermate le statuizioni civili in base alle tesi del perito di parte fondate soprattutto su dati statistici, secondo cui il tumore poteva essere individuato come ancora allo stadio III A, senza metastasi. Questa secondo la Cassazione è una valutazione basata “su meri criteri probabilistici, mentre la responsabilità del sanitario può essere confermata soltanto quando c’è un alto grado di probabilità logica che la condotta omessa avrebbe evitato o ritardato la morte dell’ammalato”. Dalla sentenza impugnata secondo la Cassazione “risulta che, ad avviso dei periti nominati dal Tribunale, in ragione delle dimensioni di cm.7 che, incontestabilmente, il tumore presentava già al momento della ecografia, tali da superare pertanto il limite discriminante di cm. 5 quale soglia prognostica di "non ritorno", nell'elevatissima aggressività biologica della neoplasia e dell'assenza di risposta ai corretti trattamenti intrapresi, una diagnosi pur tempestiva non avrebbe influito in modo apprezzabile né sull'evoluzione della patologia né sull'esito letale e sulle aspettative di vita della paziente”. “Analogamente – prosegue la sentenza - i consulenti d'ufficio nominati in sede civile (i cui elaborati, del resto già acquisiti nel corso del primo giudizio di appello senza obiezioni sul punto, ben potevano essere utilizzati e valutati, pur in assenza di intervenuta definizione del giudizio civile, alla stregua dei principi giurisprudenziali già espressi …. , hanno anzitutto ritenuto che, anche qualora la diagnosi di malattia fosse stata formulata all'atto del primo accesso, la paziente sarebbe stata sottoposta ad un percorso terapeutico in tutto sovrapponibile a quello avviato successivamente”. “Quanto poi all'aspetto prognostico – aggiunge la sentenza - hanno chiarito che, a fronte della natura di istotipo pleomorfo del tumore mammario di specie, caratterizzato da estrema aggressività, e in considerazione delle dimensioni superiori a 5 cm. di diametro quale discriminante per la prognosi alla luce della casistica più numerosa riportata in letteratura, una anticipazione diagnostica non avrebbe condotto ‘ad alcun sostanziale vantaggio prognostico in termini di sopravvivenza’; hanno poi precisato che, alla luce degli studi effettuati in letteratura in ordine alla probabilità della ‘disseminazione metastatica a distanza’ in funzione delle dimensioni del tumore, dello stato linfonodale e del grado di differenziazione, una neoplasia di 7 cm. di diametro ed indifferenziata (quale era la malattia in oggetto già nell'aprile del 2009), presentasse una stima di metastasi a distanza di oltre il 70% sicché poteva ritenersi che già in quel momento fosse in atto una diffusione metastatica del carcinoma mammario divenuta strumentalmente apprezzabile solo successivamente”. In definitiva, secondo la Cassazione, solo un anticipo diagnostico di dieci mesi avrebbe consentito, come messo in luce della perizia svolta in sede penale, una più lunga aspettativa di vita. “Sicché – conclude l Cassazione - la sentenza impugnata non appare avere dato una logica e corretta spiegazione del fatto che, ove l'imputato avesse posto in essere l'azione diagnostica e terapeutica colposamente omessa, l'andamento della malattia sino al suo esito letale avrebbe subito significative variazioni rispetto all'andamento in concreto tenuto”. “La sentenza – è la decisione finale - va dunque annullata, essendo il reato stato dichiarato estinto per prescrizione, con rinvio al giudice civile competente“. Fonte.www.quotidianosanità.it
Lazio:piano regionale
Quotidiano Sanità,   26/07/2019
Lazio. Via al nuovo Piano regionale liste d’attesa. Intramoenia sotto monitoraggio. Firmato il decreto Il piano si articola su 4 punti fondamentali - separazione dei canali, regolamentazione libera professione, innovazione tecnologica, integrazione con il privato accreditatao - volti a una migliore gestione e a un più puntuale controllo delle liste di attesa affinché tutti gli attori che partecipano alla filiera della cura abbiano un superiore livello qualitativo: dal paziente al professionista, procedendo attraverso tutti i passaggi di erogazione delle prestazioni medico-sanitarie. 26 LUG - “Innovazione, trasparenza, accesso alle cure e partecipazione” sono le caratteristiche principali del nuovo Piano Regionale per il Governo delle Liste di Attesa (PRGLA) approvato con Decreto regionale e presentato dall’assessore alla Sanità e l’Integrazione Sociosanitaria della Regione Lazio, Alessio D’Amato.   Il Decreto recepisce le indicazioni contenute nel Piano Nazionale di Governo delle Liste di attesa (PNGLA) per il triennio 2019-2021 che dà indicazione affinché le Regioni predispongano i relativi piani regionali che dovranno essere messi in atto dalle Aziende Sanitarie che a loro volta predisporranno i piani attuativi aziendali.   Il PRLGA elaborato dalla Regione Lazio si articola su 4 punti fondamentali, volti a una migliore gestione e a un più puntuale controllo delle liste di attesa affinché tutti gli attori che partecipano alla filiera della cura abbiano un superiore livello qualitativo: dal paziente al professionista, procedendo attraverso tutti i passaggi di erogazione delle prestazioni medico-sanitarie.   “Per la Regione Lazio è un momento molto importante, la Sanità regionale sta sempre più ottenendo risultati performanti – dichiara l’assessore Alessio D’Amato -. Con il Decreto sulle Liste d’Attesa abbiamo voluto disegnare un nuovo sistema di gestione improntato sulla trasparenza e sulla concertazione. Infatti, il Piano è il frutto di una interlocuzione avvenuta con tutti gli attori del sistema sanità. Abbiamo infatti recepito le osservazioni arrivate dai rappresentanti di Aziende sanitarie, Aziende ospedaliere, medici pediatri di libera scelta, medici di medicina generale, sindacati, cliniche private accreditate e ordine dei medici per ottenere questo importante risultato. E un ringraziamento va anche alla Commissione Sanità del Consiglio Regionale del Lazio che ha contribuito con una risoluzione alla stesura del decreto”.   “Gli obiettivi che ci prefiggiamo con il Piano Regionale per il Governo delle Liste di Attesa sono diversi – prosegue D’Amato -. Il sistema di governance della sanità è molto complesso e per questo motivo tendiamo a una gestione mirata nei risultati e condivisa nella pianificazione degli scopi. Ciò a cui puntiamo – conclude D’Amato – è far lavorare meglio i professionisti, utilizzare al massimo le nuove tecnologie e avere un governo delle liste d’attesa trasparente e partecipativo”.   Nel dettaglio il PRGLA, dà indicazione su: Separazione dei canali tra “primo accesso” per le prestazioni derivanti dal primo contatto tra il cittadino e il sistema sanitario (tipiche dei servizi di cure primarie dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta) e l’“accesso successivo” per le prestazioni che seguono la presa in carico del cittadino.   Regolamentazione della libera professione intramoenia. Anche in questo caso il PRLGA punta alla trasparenza, impegnando le aziende sanitarie a effettuare un monitoraggio sul rapporto tra l’attività libero professionale e l’attività istituzionale dei professionisti. Laddove ci si trovi in una situazione di sbilanciamento tra le due, le Aziende potranno provvedere anche alla sospensione dell’attività libero professionale, fatta salva l’esecuzione delle prestazioni già prenotate, a favore delle prestazioni da erogare in ambito pubblico.   Innovazione tecnologica. Il nuovo sistema RECUP punta a utilizzare al meglio le tecnologie per consentire un migliore dialogo tra paziente e struttura sanitaria e consente l'integrazione con i sistemi prenotazione specialistica ambulatoriale di altri erogatori privati, al fine di avere in tempo reale non solo disponibilità a prenotare le agende di questi ma tutta l’offerta da questi erogata in regime di convenzione con il SSN.   Integrazione delle strutture private accreditate. Le prenotazioni delle strutture pubbliche e anche quelle delle strutture private saranno totalmente visibili al Recup, sia per le prenotazioni relative al primo accesso che quelle per i controlli successivi, sia per l’attività erogata a carico del SSR che in Attività Intramuraria (ALPI). Fonte.www.quotidianosanità.it
Contratto dirigenza medica e sanitaria
Quotidiano Sanità,   26/07/2019
Il contratto della dirigenza medica e sanitaria punto per punto. Il documento dell’Anaao Palermo: “Chiudere il contratto 2016-2018 era assolutamente necessario, quanto ottenuto è accettabile, buono se rapportato al contesto. Il futuro richiede un grande impegno e coesione di tutte le componenti sindacali e categoriali responsabili. Certo non tutte le aspettative degli iscritti trovano immediata soddisfazione. Ma la contrattazione aziendale, cui tocca esercitare un ruolo da protagonista, e non da spettatore passivo, nelle scelte attuative, potrà completare il lavoro avviato”. IL DOCUMENTO 26 LUG - “Chiudere il contratto 2016-2018 era assolutamente necessario, quanto ottenuto è accettabile, buono se rapportato al contesto. Il futuro richiede un grande impegno e coesione di tutte le componenti sindacali e categoriali responsabili. Certo non tutte le aspettative degli iscritti trovano immediata soddisfazione. Ma la contrattazione aziendale, cui tocca esercitare un ruolo da protagonista, e non da spettatore passivo, nelle scelte attuative, potrà completare il lavoro avviato, intervenendo a livello economico e normativo. I contratti peggiori sono quelli non applicati. Perciò l’Anaao Assomed è impegnata ad evitare un tale destino a quello appena nato, al riparo da interpretazioni fantasiose ed interessate, per rendere attuali le molte novità di un contratto di ri-partenza”.   È quanto scrive il segretario dell’Anaao, Carlo Palermo in una circolare agli iscritti che pubblichiamo integralmente dove sono illustrati i passaggi del contratto e gli aspetti che lo qualificano. Dal sistema delle carriere alla monetizzazione del disagio, dal consolidamento alla valorizzazione economica delle parti fisse (tabellare e posizione) per conseguire benefici aggiuntivi sulla pensione e sulla liquidazione   Contratto Firmato il Ccnl 2016-2018: le principali novità   È RIPARTITO L’OROLOGIO Un contratto dopo 10 anni di blocchi e di tagli è una ripartenza e un ritorno alla normalità. Era necessario.   NESSUNO HA PRESO DI PIÙ L’aumento economico, medio a regime di 217 euro lordi per 13 mensilità, è certo modesto, ma deriva dalla stessa percentuale di aumento destinata a tutto il pubblico impiego, sia della Dirigenza che del comparto. In linea anche con gli aumenti della medicina convenzionata.   QUALCOSA DI PIÙ SU DISAGIO Parte dal 1 gennaio 2019 un aumento per il lavoro disagiato di 30 milioni di euro, incrementale negli anni successivi, solo per la dirigenza medica e sanitaria, che ha contribuito a portare l’indennità di guardia a 100 euro per turno (120 per il pronto soccorso). Dopo la pronta reperibilità notturna sarà obbligatorio avere il turno pomeridiano e rispettare la normativa sui riposi. Del resto trattandosi del contratto 2016-2018 le risorse sono state stabilite dalle leggi di bilancio a suo tempo emanate, impossibile cambiarle ora per allora. Attendere oltre sarebbe stato vano, velleitario controproducente e del tutto irresponsabile, considerato il quadro politico ed economico del Paese.   RIPARTE LA CARRIERA PER TUTTI Tutti avranno una progressione economica dopo 5, 15 ed ANCHE dopo 20 anni di servizio. Viene strutturata una nuova carriera professionale, con la previsione di 9.000 nuovi incarichi professionali non legati a compiti gestionali e valori economici di posizione fissa che si intrecciano con quelli di direzione di struttura. Bloccata la fusione del fondo di posizione e del fondo di risultato (fondo unico non pensionabile). Da sottolineare il significato dell’obbligo di utilizzare i residui dei fondi di posizione per incrementare il numero e il valore degli incarichi e del possibile travaso tra salario di risultato e quello di posizione, invertendo il percorso preferito dalle Aziende. Ribadito “l’obbligo dell’integrale destinazione delle risorse nell’anno di riferimento” norma non esplicitamente sancita nei contratti e fonte di impropri e opportunistici differimenti.   RECUPERATA L’ANZIANITÀ PERDUTA Tutti i periodi lavorati anche discontinui e a tempo determinato sono utili per il raggiungimento delle soglie di anzianità e il relativo trattamento economico sia per la retribuzione di posizione fissa (a 5, 15 e 20 anni) che per l’indennità di esclusività di rapporto (a 5 e 15 anni). Fino ad ora non era così (interruzioni anche di un giorno azzeravano l’anzianità sia per la posizione che per l’esclusività, il tempo determinato non era utile per il raggiungimento dell’anzianità di 5 anni per gli incarichi e la retribuzione di posizione). Per moltissimi si tratta di una vera e propria ricostruzione di carriera con un anticipo dei traguardi professionali ed economici senza dover attendere il rinnovo dei contratti nazionali.   IL CONTRATTO INVESTE SUI GIOVANI NEOASSUNTI E CON MENO DI CINQUE ANNI Finalmente tutti i Dirigenti medici e sanitari anche neoassunti e con meno di cinque anni hanno diritto non solo ad un incarico, ma ad una retribuzione di posizione fissa di 1.500 euro, un vero piede di partenza salariale, cui andrà aggiunta l’eventuale retribuzione di posizione variabile aziendale. Questo, insieme con il recupero dell’anzianità e la valorizzazione economica delle guardie costituisce un doveroso incentivo per il reclutamento dei giovani nella sanità pubblica. Fino ad oggi non era così: in tutti i contratti dei medici degli ultimi 25 anni i giovani sotto i 5 anni (peraltro calcolati senza i periodi discontinui e a tempo determinato) erano con una retribuzione di posizione fissa e garantita pari a zero. Sanata una grave ingiustizia che deprimeva il ruolo dirigenziale dei giovani.   IL CONTRATTO INVESTE ANCHE SUI MENO GIOVANI CON PIÙ VOCI FISSE IN STIPENDIO E MAGGIORI BENEFICI SULLA PENSIONE E SULLA LIQUIDAZIONE Il contratto ha trasferito parti variabili soggette a negoziazione preventiva, valutazioni e non raramente a differimenti, anche con ribaltamenti su anni successivi in voci mensili fisse, garantite, ricorrenti, prontamente esigibili. Mediamente la posizione fissa dei medici è aumentata di 2.075 euro annui lordi e quella dei dirigenti non medici di 1900 euro. Questi incrementi si sommano all’incremento del tabellare (1.950 euro comprensivo dell’indennità di vacanza contrattuale) del 4,5%. Significa ridurre la discrezionalità aziendale in termini di risorse e sveltirne l’erogazione, ma anche conseguire evidenti benefici previdenziali. L’aumento delle voci fisse pensionabili e utili per la liquidazione determinano evidenti benefici previdenziali. In particolare la soppressione del differenziale sui minimi (non utile per il TFS), integralmente confluito nella posizione fissa (utile per il TFS), comporta un notevole incremento delle liquidazioni a partire dal 1 gennaio 2019. Parimenti lo spostamento di Firmato il Ccnl 2016-2018: le principali novità parte dalla retribuzione di posizione variabile aziendale (non utile per il TFS) in posizione fissa incrementa ulteriormente il trattamento di fine rapporto.   NUOVE TUTELE Salario intero, compreso il trattamento accessorio, per il congedo di maternità e di paternità. Monte ore annue di 18 ore per assenze per visite, terapie e prestazioni specialistiche senza decurtazioni stipendiali. Ulteriore monte ore di 18 ore annue per assenze per particolari motivi personali e familiari retribuite. Ferie estive garantite (15 giorni) nel periodo 15 giugno–15 settembre per i dipendenti con figli nella scuola dell’obbligo.   RIPRESA DELLA CONTRATTAZIONE DECENTRATA Pur con i limiti della legge Brunetta che è stata emanata dopo l’ultimo contatto normativo (sottoscritto per il quadriennio 2006-2009) e solo marginalmente corretta, qualche possibilità di confronto con le amministrazioni. Possibili ed esplicitate alcune priorità che possono essere affrontate unitariamente dalle OOSS. In sede di organismo paritetico si potrà esonerare da guardie e reperibilità il personale con più di 62 anni ed implementare dal 3 al 7% la percentuale di part-time.   Altri argomenti sono costituiti da: - promozione del lavoro agile e la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, - adeguamento delle politiche su salute, - sicurezza e qualità del lavoro e del benessere organizzativo, - prevenzione del rischio clinico e applicazione della legge 24 (Gelli) sul rischio clinico, - programmazione dei servizi di emergenza e prevenzioni delle aggressioni.   Non sono diritti acquisiti ma opportunità che prima non erano possibili. Obbligatoria l’informazione semestrale degli andamenti occupazionali. Spetterà anche a noi riprenderci un ruolo sugli atti e le decisioni a valenza generale delle Aziende. Infine vengono garantite risorse per la formazione professionale.   NESSUN ARRETRAMENTO SULLA PARTE NORMATIVA Aldilà di obblighi di legge non vi è stato alcun arretramento significativo della parte normativa. Netta la distinzione tra responsabilità disciplinare e dirigenziale. Marginali le modifiche della normativa sull’orario di lavoro e confinate a “ragioni eccezionali”. Evitate deroghe pericolose. Bloccata la frammentazione dei 15 giorni di ferie. Bloccata la deroga di 11 ore di riposo.   DIFESA LA LIBERA PROFESSIONE INTRAMOENIA Respinti i tentativi di limitare la libera professione intramoenia o di collegarla impropriamente alle liste di attesa).   RECUPERATA LA MASSA SALARIALE DEI MEDICI E DEI SANITARI Dal prossimo contratto gli aumenti saranno calcolati su tutta la massa salariale, compresa l’indennità di esclusività. Quella che era nei contratti precedenti una dichiarazione congiunta è diventata norma nell’ultima legge di bilancio. È stato salvaguardato il futuro. Firmato il Ccnl 2016-2018: le principali novità   RIPARTIRE Occorre sollecitare la rapida conclusione dell’iter burocratico per pervenire alla firma definitiva del contratto. Un duro lavoro di applicazione, con particolare riguardo al recupero delle anzianità e al varo delle nuove posizioni fisse, attende le organizzazioni sindacali responsabili. Il contratto nel frattempo è già scaduto da 7 mesi occorre lavorare duramente per il contratto 2019- 2021, a partire dalla prossima legge di bilancio. Non c’è tempo da perdere in polemiche inverosimili o all’inseguimento di fake news di quanti nulla hanno fatto né prima, né durante il rinnovo contrattuale e che certamente non faranno nulla anche in futuro per difendere il lavoro e il salario della categoria. Le sigle rappresentative di oltre 3/4 dei medici hanno responsabilmente sottoscritto il contratto per ripartire da una base migliore. Fonte.www.quotidianosanità.it
Contratto sanità
Quotidiano Sanità,   24/07/2019
Firmato Contratto Dirigenza medica e sanitaria: 200 euro lordi al mese di aumento. I sindacati: ”Premiati i giovani e la possibilità di fare carriera anche se non si è primari”. Il testo Siglato nella notte presso la sede dell'Aran il contratto per circa 130mila dirigenti medici e sanitari del Ssn. L'ultimo contratto era stato firmato 10 anni fa. Soddisfatte anche le Regioni: "Il testo firmato da un lato favorisce lo sviluppo professionale aumentando le opportunità di carriera e dall’altro contiene elementi di innovazione importanti per migliorare la qualità del servizio reso ai cittadini". Il contratto non è stato firmato da Cimo-Fesmed e Anpo. IL TESTO 24 LUG - Firmato ieri nella notte dopo 10 anni di attesa il nuovo contratto per la dirigenza medica e sanitaria. Molte le novità, dagli aumenti medi di 200 euro lordi al mese, passando per la doppia carriera (gestionale-professionale) fino all'armonizzazione dei fondi contrattuali pur nella garanzia della tutela delle singole professionalità. Una trattativa molto difficile che ha visto alla fine la 'non firma' di Cimo-Fesmed e Anpo.  I sindacati medici e della dirigenza che hanno siglato ieri notte la pre intesa per il nuovo contratto (Anaao Assomed, Aaroi Emac, Fassid, Fp Cgil Medici e Dirigenti Ssn, Fvm, Uil Fpl e Cisl Medici) rivendicano però la loro scelta con nettezza: “Far cadere la possibilità di chiudere questa trattativa era un rischio che non abbiamo voluto correre, non potevamo lasciare i nostri colleghi senza un contratto a dieci anni dall’ultimo firmato. Chi non ha firmato ha sbagliato, anche perché nell’accordo ci sono molte importanti novità”.   Prima di tutto l’attenzione ai giovani medici e dirigenti sanitari neo assunti che sono i protagonisti di questo accordo e che per la prima volta avranno una retribuzione fissa di pozione di 1.500 euro (oggi è zero).   Poi la grande novità della “doppia carriera” per i dirigenti senza incarichi di tipo gestionale ma con particolari capacità professionali nel loro campo e che potranno essere valorizzati con indennità economiche che potranno arrivare al livello degli attuali primari.   E ancora l’incentivazione per il lavoro disagiato con indennità notturna che passa da 50 a 100 euro e indennità festiva che potrà arrivare fino a 200 euro. Attenzione anche ai medici a fine carriera che ora, superati i 62 anni, potranno rifiutare le guardie notturne.   I soldi sul piatto non sono molti ma in ogni caso questo nuovo accordo potrà contare su 518 milioni annui a regime di cui 50 blindati per la valorizzazione dei lavori disagiati e un’altra parte significativa per i giovani e le carriere professionali.   “Un buon contratto” per chi lo ha firmato che ora dovrà vedere ulteriori sviluppi nei contratti a livello regionale e negli accordi aziendali che daranno le gambe alle nuove norme nazionali.   I particolari dell’intesa ce li ha illustrati in diretta in questa intervista esclusiva il segretario nazionale dell’Anaao Carlo Palermo.     La soddisfazione delle Regioni. “Dopo 10 anni si firma il Contratto per la Dirigenza medica e sanitaria che interesserà circa 130.000 addetti. È un fatto positivo che ci consente di riconoscere pienamente il valore di tutta la Dirigenza medico-veterinaria, la Dirigenza Sanitaria e la Dirigenza delle Professioni sanitarie che, per la prima volta, trova un assetto di regole e principi organizzativi unici”, lo afferma il Presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Stefano Bonaccini, commentando la sigla della pre intesa relativa al contratto dei medici avvenuta oggi all’ARAN.   “Voglio ringraziare il Presidente dell’ARAN, Sergio Gasparrini, l’Assessore Sergio Venturi, presidente del Comitato di Settore Regioni-Sanità, i loro staff e tutte le organizzazioni sindacali che dopo mesi di intenso confronto hanno sottoscritto l’accordo. Considerata la ristrettezza delle risorse disponibili – ha concluso Bonaccini - credo sia stato fatto il miglior accordo possibile in un’ottica di assunzione di responsabilità per il bene della nostra Sanità pubblica”. “Il testo sottoscritto oggi – spiega Sergio Venturi, Assessore dell’Emilia-Romagna e Presidente del Comitato di Settore Regioni–Sanità – da un lato favorisce lo sviluppo professionale aumentando le opportunità di carriera e dall’altro contiene elementi di innovazione importanti per migliorare la qualità del servizio reso ai cittadini. Dal punto di vista tecnico si è cercato di semplificare la costruzione della retribuzione con l’obiettivo di favorire una gestione aziendale degli incarichi più efficace e funzionale, orientata ai percorsi di cura, nell’ottica di coniugare le esigenze di sviluppo professionale della Dirigenza del Servizio Sanitario Nazionale con la funzionalità dei servizi resi”.   “Abbiamo lavorato anche per investire il più possibile sui giovani, cercando di intercettare le esigenze manifestate in questi mesi per i medici neoassunti. Ci siamo poi impegnati per ridefinire le regole alla base del rapporto giuridico cogliendo le novità introdotte negli anni dal legislatore: penso alla tutela della malattia e della maternità, alla lotta contro la violenza sulle donne, alle normative in materia di Welfare e non da ultimo alla prevenzione delle aggressioni al personale sanitario”. ha detto ancora l'assessore.   “Infine - ha concluso Venturi – sono state ridefinite le risorse contrattuali per il salario accessorio in modo tale da permettere una gestione delle risorse disponibili finalizzata allo sviluppo professionale e al miglioramento delle condizioni di lavoro al fine di garantire l’erogazione dei LEA a livello nazionale. Sotto questo profilo giudico importante il riconoscimento attribuito alle guardie mediche il cui valore è raddoppiato”.   Cosa prevede il contratto. “La firma di tale contratto – scrive l’Aran - giunge al termine di una complessa trattativa che ha visto impegnate le parti per un lungo periodo. Il nuovo testo contrattuale regola in modo esaustivo i principali istituti contrattuali, molti dei quali adeguati ai numerosi interventi legislativi che si sono susseguiti negli ultimi anni. In particolare, è stata riformulata in modo completo la parte che riguarda le relazioni sindacali, anche partecipative, con una regolazione semplificata ed unitaria della materia. Si è proceduto anche all’attualizzazione ed alla riscrittura, in armonia con le nuove norme di legge, delle disposizioni concernenti la responsabilità disciplinare. Sono state, infine, ampliate ed innovate alcune tutele, ad esempio quelle concernenti le gravi patologie che necessitano di terapie salvavita, le misure in favore delle donne vittime di violenza, le ferie e i riposi solidali per i dirigenti che debbano assistere figli minori bisognosi di cure”. “Il contratto  - sottolinea l’Agenzia - si qualifica anche per l’attenzione riservata alla specialità di questa dirigenza, manifestatasi in modo più evidente nel nuovo sistema degli incarichi, volto a valorizzare la carriera dirigenziale, anche professionale, e nel relativo sistema di verifica e valutazione”. Sotto il profilo economico, l’Ipotesi contrattuale riconosce incrementi a regime del 3,48%, corrispondenti ad un beneficio medio complessivo di poco più di 190 Euro/mese, distribuito in modo equilibrato per la rivalutazione della parte fissa della retribuzione e delle risorse utilizzate in sede locale per la remunerazione delle condizioni di lavoro, dei risultati raggiunti e degli incarichi dirigenziali. In tale ambito, è stata operata una rivalutazione degli stipendi tabellari a regime di 125 Euro mese per tredici mensilità a cui si aggiungono gli ulteriori incrementi che hanno interessato la parte accessoria del salario, con una particolare attenzione agli istituti retributivi più direttamente correlati alla erogazione dei servizi (guardie mediche e retribuzione di risultato). “In attuazione del mandato negoziale ricevuto – rimarca l’Agenzia -, il contratto realizza, infine, una ridefinizione strutturale del sistema dei fondi riducendoli a tre e semplificandone le modalità di costituzione ed utilizzo. Il contratto diverrà efficace, a seguito della sua sottoscrizione definitiva, una volta concluso l’iter di verifica e controllo della compatibilità economico-finanziaria della Ipotesi di accordo, come previsto dalle norme vigenti”.Fonte.www.quotidianosanità.it
Contratto dirigenza medica e sanitaria
Quotidiano Sanità,   24/07/2019
Firmato Contratto Dirigenza medica e sanitaria: 200 euro lordi al mese di aumento. I sindacati: ”Premiati i giovani e la possibilità di fare carriera anche se non si è primari”. Il testo Siglato nella notte presso la sede dell'Aran il contratto per circa 130mila dirigenti medici e sanitari del Ssn. L'ultimo contratto era stato firmato 10 anni fa. Soddisfatte anche le Regioni: "Il testo firmato da un lato favorisce lo sviluppo professionale aumentando le opportunità di carriera e dall’altro contiene elementi di innovazione importanti per migliorare la qualità del servizio reso ai cittadini". Il contratto non è stato firmato da Cimo-Fesmed e Anpo. IL TESTO 24 LUG - Firmato ieri nella notte dopo 10 anni di attesa il nuovo contratto per la dirigenza medica e sanitaria. Molte le novità, dagli aumenti medi di 200 euro lordi al mese, passando per la doppia carriera (gestionale-professionale) fino all'armonizzazione dei fondi contrattuali pur nella garanzia della tutela delle singole professionalità. Una trattativa molto difficile che ha visto alla fine la 'non firma' di Cimo-Fesmed e Anpo.  I sindacati medici e della dirigenza che hanno siglato ieri notte la pre intesa per il nuovo contratto (Anaao Assomed, Aaroi Emac, Fassid, Fp Cgil Medici e Dirigenti Ssn, Fvm, Uil Fpl e Cisl Medici) rivendicano però la loro scelta con nettezza: “Far cadere la possibilità di chiudere questa trattativa era un rischio che non abbiamo voluto correre, non potevamo lasciare i nostri colleghi senza un contratto a dieci anni dall’ultimo firmato. Chi non ha firmato ha sbagliato, anche perché nell’accordo ci sono molte importanti novità”.   Prima di tutto l’attenzione ai giovani medici e dirigenti sanitari neo assunti che sono i protagonisti di questo accordo e che per la prima volta avranno una retribuzione fissa di pozione di 1.500 euro (oggi è zero).   Poi la grande novità della “doppia carriera” per i dirigenti senza incarichi di tipo gestionale ma con particolari capacità professionali nel loro campo e che potranno essere valorizzati con indennità economiche che potranno arrivare al livello degli attuali primari.   E ancora l’incentivazione per il lavoro disagiato con indennità notturna che passa da 50 a 100 euro e indennità festiva che potrà arrivare fino a 200 euro. Attenzione anche ai medici a fine carriera che ora, superati i 62 anni, potranno rifiutare le guardie notturne.   I soldi sul piatto non sono molti ma in ogni caso questo nuovo accordo potrà contare su 518 milioni annui a regime di cui 50 blindati per la valorizzazione dei lavori disagiati e un’altra parte significativa per i giovani e le carriere professionali.   “Un buon contratto” per chi lo ha firmato che ora dovrà vedere ulteriori sviluppi nei contratti a livello regionale e negli accordi aziendali che daranno le gambe alle nuove norme nazionali.   I particolari dell’intesa ce li ha illustrati in diretta in questa intervista esclusiva il segretario nazionale dell’Anaao Carlo Palermo.     La soddisfazione delle Regioni. “Dopo 10 anni si firma il Contratto per la Dirigenza medica e sanitaria che interesserà circa 130.000 addetti. È un fatto positivo che ci consente di riconoscere pienamente il valore di tutta la Dirigenza medico-veterinaria, la Dirigenza Sanitaria e la Dirigenza delle Professioni sanitarie che, per la prima volta, trova un assetto di regole e principi organizzativi unici”, lo afferma il Presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Stefano Bonaccini, commentando la sigla della pre intesa relativa al contratto dei medici avvenuta oggi all’ARAN.   “Voglio ringraziare il Presidente dell’ARAN, Sergio Gasparrini, l’Assessore Sergio Venturi, presidente del Comitato di Settore Regioni-Sanità, i loro staff e tutte le organizzazioni sindacali che dopo mesi di intenso confronto hanno sottoscritto l’accordo. Considerata la ristrettezza delle risorse disponibili – ha concluso Bonaccini - credo sia stato fatto il miglior accordo possibile in un’ottica di assunzione di responsabilità per il bene della nostra Sanità pubblica”. “Il testo sottoscritto oggi – spiega Sergio Venturi, Assessore dell’Emilia-Romagna e Presidente del Comitato di Settore Regioni–Sanità – da un lato favorisce lo sviluppo professionale aumentando le opportunità di carriera e dall’altro contiene elementi di innovazione importanti per migliorare la qualità del servizio reso ai cittadini. Dal punto di vista tecnico si è cercato di semplificare la costruzione della retribuzione con l’obiettivo di favorire una gestione aziendale degli incarichi più efficace e funzionale, orientata ai percorsi di cura, nell’ottica di coniugare le esigenze di sviluppo professionale della Dirigenza del Servizio Sanitario Nazionale con la funzionalità dei servizi resi”.   “Abbiamo lavorato anche per investire il più possibile sui giovani, cercando di intercettare le esigenze manifestate in questi mesi per i medici neoassunti. Ci siamo poi impegnati per ridefinire le regole alla base del rapporto giuridico cogliendo le novità introdotte negli anni dal legislatore: penso alla tutela della malattia e della maternità, alla lotta contro la violenza sulle donne, alle normative in materia di Welfare e non da ultimo alla prevenzione delle aggressioni al personale sanitario”. ha detto ancora l'assessore.   “Infine - ha concluso Venturi – sono state ridefinite le risorse contrattuali per il salario accessorio in modo tale da permettere una gestione delle risorse disponibili finalizzata allo sviluppo professionale e al miglioramento delle condizioni di lavoro al fine di garantire l’erogazione dei LEA a livello nazionale. Sotto questo profilo giudico importante il riconoscimento attribuito alle guardie mediche il cui valore è raddoppiato”.   Cosa prevede il contratto. “La firma di tale contratto – scrive l’Aran - giunge al termine di una complessa trattativa che ha visto impegnate le parti per un lungo periodo. Il nuovo testo contrattuale regola in modo esaustivo i principali istituti contrattuali, molti dei quali adeguati ai numerosi interventi legislativi che si sono susseguiti negli ultimi anni. In particolare, è stata riformulata in modo completo la parte che riguarda le relazioni sindacali, anche partecipative, con una regolazione semplificata ed unitaria della materia. Si è proceduto anche all’attualizzazione ed alla riscrittura, in armonia con le nuove norme di legge, delle disposizioni concernenti la responsabilità disciplinare. Sono state, infine, ampliate ed innovate alcune tutele, ad esempio quelle concernenti le gravi patologie che necessitano di terapie salvavita, le misure in favore delle donne vittime di violenza, le ferie e i riposi solidali per i dirigenti che debbano assistere figli minori bisognosi di cure”. “Il contratto  - sottolinea l’Agenzia - si qualifica anche per l’attenzione riservata alla specialità di questa dirigenza, manifestatasi in modo più evidente nel nuovo sistema degli incarichi, volto a valorizzare la carriera dirigenziale, anche professionale, e nel relativo sistema di verifica e valutazione”. Sotto il profilo economico, l’Ipotesi contrattuale riconosce incrementi a regime del 3,48%, corrispondenti ad un beneficio medio complessivo di poco più di 190 Euro/mese, distribuito in modo equilibrato per la rivalutazione della parte fissa della retribuzione e delle risorse utilizzate in sede locale per la remunerazione delle condizioni di lavoro, dei risultati raggiunti e degli incarichi dirigenziali. In tale ambito, è stata operata una rivalutazione degli stipendi tabellari a regime di 125 Euro mese per tredici mensilità a cui si aggiungono gli ulteriori incrementi che hanno interessato la parte accessoria del salario, con una particolare attenzione agli istituti retributivi più direttamente correlati alla erogazione dei servizi (guardie mediche e retribuzione di risultato). “In attuazione del mandato negoziale ricevuto – rimarca l’Agenzia -, il contratto realizza, infine, una ridefinizione strutturale del sistema dei fondi riducendoli a tre e semplificandone le modalità di costituzione ed utilizzo. Il contratto diverrà efficace, a seguito della sua sottoscrizione definitiva, una volta concluso l’iter di verifica e controllo della compatibilità economico-finanziaria della Ipotesi di accordo, come previsto dalle norme vigenti”. Fonte.www.quotidianosanità.it
Cassazione:case di cura
Quotidiano Sanità,   23/07/2019
Case di cura. La responsabilità del direttore sanitario quando l’organizzazione è carente Secondo la Cassazione (sentenza 32477/2019) il medico-manager risponde di "colpa di organizzazione" per il reato non ascrivibile ai soli operatori: è lui il garante ultimo dell’assistenza ai malati e del coordinamento del personale. LA SENTENZA 23 LUG - Il paziente muore, ma la responsabilità non va solo a medico e anestesista, è anche del direttore sanitario della casa di cura privata “garante ultimo” dell’assistenza ai pazienti e del coordinamento del personale. La Cassazione (sentenza 32477/2019 della quarta sezione penale) ha condannato – ma il reato è penalmente prescritto per decorrenza dei tempi e prosegue solo in sede civile - in base a questo principio per colpe di “organizzazione” il responsabile sanitario di una clinica privata, reo di non aver adottato le cautele necessarie a prevenire il decesso come ad esempio protocolli per l’accettazione dei pazienti, informativa sulle situazioni di rischio e gestione delle emergenze. Il fatto La Corte d’Appello, confermando il giudizio del Tribunale, aveva condannato tre medici rispettivamente a un anno e quattro mesi, dieci mesi e otto mesi di reclusione per omicidio colposo art. 589 cod. pen.) e al risarcimento dei danni nei confronti dei parenti della paziente. Motivo: aver provocato la morte della paziente agendo in violazione dei doveri di prudenza, diligenza, perizia e osservanza dei protocolli sanitari e precisamente: 1) avvio delta paziente al parto gemellare senza monitorare puntualmente e dunque trascurando le condizioni di una delle due placente, già risultata previa marginale all'esame ecografico; 2) avvio della paziente al parto cesareo, senza monitorare puntualmente e dunque trascurando le condizioni di anemia già emerse a seguito di esami effettuati e confermate anamnesticamente dalle riferite perdite successive; 3) avvio della paziente al parto cesareo presso la struttura sanitaria priva di emoteca e comunque inidonea alla gestione dell’intervento e delle possibili complicanze su una gestante ad alto rischio a causa della gemellarità, dell'obesità, dei parti pregressi e delle ulteriori condizioni di rischio; 4) omessa installazione di un drenaggio nel cavo pelvico per il monitoraggio della perdita ematica, che di fatto proseguiva in modo abbondante e non visibile (profilo di colpa escluso dal Tribunale); 5) tardivo Invio della paziente in una struttura attrezzata (ospedale), quando la stessa ormai versava in condizioni disperate per lo shock emorragico, trovando la morte nelle ore successive. Inoltre, in particolare, l’anestesista era accusato, senza disporre di dati aggiornati, di  non aver predisposto un’adeguata scorta di sangue, trascurando i fattori di rischio e determinando un ritardo nella terapia trasfusionale necessaria a evitare l’emorragia letale per la paziente e il direttore sanitario di mancata applicazione della Raccomandazione n. 6 del Ministero della Salute del 31 marzo 2008 per la prevenzione del decesso materno: per il mancato impedimento dell'effettuazione di parti cesarei nella casa di cura, priva dei requisiti strutturali per gestire le possibili complicanze post partum; per l'omesso stoccaggio in sala parto di sacche di emazie o di plasma proporzionato al numero dei parti assistiti; per l'accettazione di gestanti, senza previsione di adeguate procedure, in assenza di un sanitario di riferi­mento senza preventiva valutazione del diario clinico; per l'omessa organizzazione di periodiche esercitazioni per il trattamento delle emergenze post partum.   La sentenza La Cassazione ha respinto il ricorso dei medici, anche se i reati sono estinti per intervenuta prescrizione, ma vanno condannati alla rifusione delle spese di giudizio nei confronti delle intervenute parti civili. I medici secondo la Cassazione sono tutti responsabili per i vari comportamenti di violazione dei doveri di prudenza, diligenza, perizia e osservanza dei protocolli sanitari. Il direttore sanitario anche, perché, si legge nella sentenza, “l'indicazione dei compiti del direttore sanitario risale all'art. 53 della I. 12 febbraio 1968, n. 128, che prevede l'obbligatoria nomina di tale figura professionale in ogni casa di cura privata, prevedendo un rapporto diretto del medesimo col medico provinciale (ora Asl), Il primo ‘risponde personalmente’ [ ... ] dell'’organizzazione tecnico-funzionale’ e del ‘buon andamento dei servizi igienico-sanitari’”. Il direttore sanitario quindi, costituisce secondo la Cassazione un diretto referente, nell'ambito delle strutture sanitarie private, degli organi pubblici titolari del poteri di controllo e intervento sull'attività delle strutture e quindi assume la responsabilità della gestione della casa di cura sotto il profilo sanitario e, per quanto riguarda l'organizzazione, dei diversi servizi tecnici della casa di cura stessa. La Cassazione sottolinea poi nella sentenza che i compiti del direttore sanitario si sono successivamente estesi all'espletamento di compiti di controllo, vigilanza e sorveglianza previsti da ulteriori fonti legislative. “L'art. 5 del d.P.R. 27 marzo 1969, n. 128 – si legge - disciplina le attribuzioni del direttore sanitario, tra le quali vanno evidenziate: a) la previsione degli schemi di norme in­terne per la organizzazione dei servizi tecnico-sanitari; b) le decisioni sull'impiego, sulla destinazione, sui turni e sui congedi del personale sanitario, tecnico, ausiliario ed esecutivo addetto ai servizi sanitari dell'ospedale cui è preposto in base ai criteri fissati dall'amministrazione; c) la vigilanza sul personale da lui dipendente; d) la vigilanza sulle provviste necessarie per il funzionamento sanitario dell'ospedale e per il mantenimento dell'infermo”. E oltre a tutte le conferme successive in leggi e regolamenti della responsabilità del direttore sanitario, la Cassazione sottolinea “la Raccomandazione per la prevenzione della morte materna o malattia) grave correlata al travaglio e/o parto del Ministero della Salute n. 6 del 31 marzo 2008, rivolta alle direzioni sanitarie e diretta a «incoraggiare l'adozione di appropriate misure assistenziali e organizzative per evitare o minimizzare l'insorgenza di eventi avversi nell'assistenza al parto e al post-partum In modo da ridurre la mortalità potenzialmente evitabile, che prevede (per quanto rileva nel caso in esame): 1) al punto 4.1.a., in tema di triage ostetrico, la corretta valutazione del rischio della donna da effettuare sulla base di criteri condivisi dall'équipe assistenziale e accuratamente riportati nella documentazione clinica, da differenziare sulla base dei livelli assistenziali ed organizzativi esistenti; 2) al punto 4.1.b., l'obbligo di ogni struttura ospedaliera di dotarsi di protocolli e percorsi assistenziali scritti, basati sulle prove di efficacia disponibili e condivisi tra tutti gli operatori sanitari coinvolti, che devono prevedere l'integrazione con il territorio, nell'ottica di favorire la continuità assistenziale al percorso nascita, la raccolta anamnestica completa, i rico­veri appropriati per livello di punto nascita e le modalità di trasporto in caso di emer­genza ostetrica nonché l'opportunità di valutare nella valutazione della conduzione di un caso clinico, delle possibili ricadute di una condizione ostetrica su entrambi i sog­getti assistiti, madre e feto nel toro insieme; 3) al punto 4.1.c., l'obbligo di ogni unità operativa ostetrica di messa a punto di un proprio sistema di comunicazione tra tutti i professionisti, identificando gli strumenti più adeguati alla complessità assistenziale e organizzativa presente nel contesto e le modalità di comportamento da adottare soprattutto in fase di emergenza; 4) al punto 4.1.e., l'obbligo di predisporre i turni di servizio nel rispetto di criteri di sicurezza e garanzia per le donne e per i professionisti, equilibrando le competenze presenti in servizio e di consentire il tempestivo consulto delle ostetriche e dei medici in caso di emergenza e, in particolare, coi membri più esperti dell'équipe, che devono essere prontamente rintracciabili all'interno della struttura o a turno reperibili con previsione dello scambio di informazioni mediante riunioni di reparto con la presenza di tutti gli operatori Sanitari coinvolti; 5) al punto 4. 1.f., l'obbligo di predisporre la documentazione clinica in modo da fornire tutti gli elementi necessari a rendere rintracciabili e verificabili le azioni assistenziali e terapeutiche intraprese, inclusi la documentazione inerente il decorso della gravidanza e il partogramma; 6) al punto 4.2.b., l'obbligo di attuare misure di prevenzione, tenendo presente gli aspetti legati all'appropriatezza dei percorsi diagnostico terapeutici, all'integrazione e alla continuità dell'assistenza, all'appropriata informazione delle persone assistite e alla qualità della documentazione clinica, con particolare riferimento alle cause di rischio di morte materna tra le quali l'emorragia del post partum; 7) al punto 5, l'importanza di un pia o di formazione aziendale che preveda un training specifico per il personale coinvolto in attività assistenziali in corso di travaglio, parto e puerperio con riferimento ai fattori di rischio e alla qualità della documentazione clinica per la prevenzione della mortalità materna con formazione del personale per la gestione del a donna assistita in emergenza nell'ambito dell'aggiornamento continuo di tutto il personale sanitario potenzialmente coinvolto; la possibilità per le aziende e per I professionisti sanitari di avvalersi di strumenti di indirizzo quali linee guida, protocolli, percorsi clinico-assistenziali per migliorare lo standard delle cure erogate e garantire l'appropriatezza nei percorsi clinico-organizzativi (strumenti da concordare e condividere con gli operatori sanitari della struttura); l'opportunità della partecipazione di tutte le figure professionali a periodiche esercitazioni di simulazione di emergenze ostetriche, dalle prime cure alle tecniche di rianimazione vera e propria, per verificare l'appropriatezza delle procedure messe in atto dalle diverse figure pro­fessionali coinvolte; l'organizzazione di audit sistematici e documentati mediante metodologie che permettano di confrontare le procedure assistenziali a degli standard riconosciuti al fine di valutarne l'appropriatezza e di migliorare l'assistenza; 8) al punto 6, l'obbligo delle Direzioni Aziendali, anche sulla base della Raccomandazione de quo, di predisporre una propria procedura standardizzata per l'individuazione di idonee misure preventive della morte materna correlata al travaglio e/o parto”. Secondo la Cassazione, la condotta superficiale del direttore sanitario è rinvenibile nella mancata predisposizione di un adeguato sistema informativo, che consentisse di evitare il ricovero della paziente a rischio e di destinarla verso una struttura maggiormente attrezzata, o di subordinare l'ospedalizzazione all'adozione di particolari precauzioni. “Il breve periodo di tempo intercorrente tra la data del ricovero e quella dell'Intervento – si legge ancora nella sentenza - non rappresenta un elemento a favore perché avrebbe dovuto predisporre procedure idonee a consentire a sé stesso - oltre che all'intera equipe - di conoscere adeguatamente e tempestivamente le situazioni di rischio (obesità, pregressi parti, valori delle analisi, pericolo di emorragia, ecc.) e di predisporre tutte le misure preventive del caso”. Quindi la Cassazione sottolinea che la sua condotta imprudente si aggiungeva a quella dei medici, che avrebbero dovuto tener conto delle condizioni della struttura e della paziente e dell'assenza di precise direttive in materia, avrebbero dovuto adottare maggiori cautele per prevenire situazioni di emergenza. La sentenza conclude affermando “che al direttore sanitario di una casa di cura privata spettano poteri di gestione della struttura e doveri di vigilanza e organizzazione tecnico-sanitaria, compresi quelli di predisposizione di precisi protocolli inerenti al ricovero dei pazienti, all'accettazione dei medesimi, all'informativa interna di tutte le situazioni di rischio, alla gestione delle emergenze, alle modalità di contatto di altre strutture ospedaliere cui avviare i degenti in caso di necessità e all'adozione di scorte di sangue e/o di medicine in caso di necessità”. E quindi che “il conferimento dei suindicati poteri comporta l'attribuzione al direttore sanitario di una posizione di garanzia giuridicamente rilevante, tale da consentire di configurare una responsabilità colposa per fatto omissivo per mancata o inadeguata organizzazione della casa di cura privata, qualora il reato non sia ascrivibile esclusiva­mente al medico e/o ad altri operatori della struttura” Colpa di "organizzazione", da intendersi in senso normativo, fondata per la Cassazione sul “rimprovero derivante dall'inottemperanza da parte del direttore sanitario di adottare le cautele organizzative e gestionali, necessarie a prevenire la commissione dei reati previsti tra quelli idonei a fondare la responsabilità della capa di cura”. Fonte.www.quotidianosanità.it
Gioco d'azzardo
Quotidiano Sanità,   22/07/2019
Gioco d’azzardo. 5 Stelle contro l’Antitrust: “Fa il gioco delle lobby, le sue linee guida stravolgono lo spirito del Decreto Dignità” "Il Governo era stato chiaro: basta pubblicità sul gioco d’azzardo! L’Agcom invece, in scadenza di mandato dei suoi vertici, non è così chiara e si è sostituita al potere legislativo e tergiversa su un’indicazione che non aveva bisogno di letture particolari. E’ il momento di intervenire per impedire questa deriva con atti ministeriali e norme interpretative autentiche e inserire clausole chiare e ferree anche nei bandi per le concessioni". Così il senatore M5S Giovanni Endrizzi in un suo intervento sul Blog delle stelle. LE LINEE GUIDA 22 LUG - “Il decreto Dignità non ci ha permesso solo di aumentare i posti di lavoro, aveva anche un altro fondamentale obiettivo: fermare la pubblicità del gioco dell'azzardo. A un anno dalla sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, però, questo obiettivo appare minato perché l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) nelle linee guida emanate per attuare il provvedimento ne stravolge totalmente il senso. Ho depositato un’interrogazione ai ministri competenti perché è assolutamente urgente intervenire con una specifica disposizione e ripristinare una volontà che è quella di tantissimi italiani e della società civile: fermare la pubblicità del gioco d'azzardo".   Così, sul Blog delle Stelle, il senatore Giovanni Endrizzi, del MoVimento 5 Stelle apre una polemica durissima con l'Antitrust accusandola di ritardi nella vigilanza e di aver alla fine adottato linee guida "basate su prassi e opinioni delle lobby".   Per l'esponente dei 5 Stelle, infatti, "l'Agcom doveva vigilare da subito sull'attuazione del divieto almeno per i nuovi contratti, invece ha atteso quattro mesi per dire che non sapeva come interpretare una legge che a qualsiasi cittadino appare cristallina. Passano altri mesi e infine delibera linee guida basate su opinioni e prassi delle lobby. Linee guida che aprono la via per stravolgere lo spirito del Decreto Dignità con il rischio, peraltro, che si aprano vere e proprie autostrade a contenziosi. Il Governo era stato chiaro: basta pubblicità sul gioco d’azzardo! L'Agcom invece, in scadenza di mandato dei suoi vertici, non è così chiara, si è sostituita al potere legislativo e tergiversa su un'indicazione che non aveva bisogno di letture particolari. E' il momento di intervenire per impedire questa deriva con atti ministeriali e norme interpretative autentiche e inserire clausole chiare e ferree anche nei bandi per le concessioni. Per l'Agcom l'azzardo è ancora un gioco. Per il MoVimento 5 Stelle non lo è mai stato".  Fonte.www.quotidianosanità.it
Cronicità:Magi(Sumai)
Quotidiano Sanità,   21/07/2019
Cronicità. Magi (Sumai): “Per la gestione dei cronici serve l’equipe territoriale” Intervenuto alla presentazione dello studio sull’ipertensione dal titolo “Monitoro la mia pressione”, condotto da Senior Italia Federanziani, il segretario generale del Sumai ha rimarcato la necessità di gestire le cronicità all’interno di equipe territoriali composte da Mmg, Specialisti ambulatoriali, Infermieri e Stake holder. 19 LUG - “Da questo studio, condotto sulla popolazione over 65, è emerso quello che sappiamo ovvero la mancata possibilità di gestire le cronicità in equipe territoriale con i vari attori: Medici medicina generale, Specialisti ambulatoriali, Infermieri e Stake holder. Manca in sostanza la presa in carico dell’anziano”. Così Antonio Magi, segretario generale dei Sumai Assoprof, intervenuto in occasione della presentazione dello studio sull’ipertensione dal titolo “Monitoro la mia pressione”, condotto da Senior Italia Federanziani, presentato questa mattina al ministero della Salute.   “Lo studio è importante – continua il segretario generale del Sumai Assoprof – perché è stato svolto sia sotto un profilo scientifico, ma anche per così dire pratico, che cerca di capire le esigenze dei malati, nella vita di tutti i giorni. È necessario seguire il paziente nella maniera giusta in modo tale da potergli garantire non solo l’aderenza terapeutica ma anche modificare la terapia in base a improvvise mutate esigenze”.   “Una giornata come questa – conclude Magi – è importante anche perché ci offre il confronto con le istituzioni e ci da la possibilità di illustrare quali sono le necessità dei malati in modo di mettere in moto un’organizzazione creata dai medici e dalle altre professioni sanitarie per curarli in maniera adeguata sotto ogni aspetto”.  Fonte.www.quotidianosanità.it
Aris
Quotidiano Sanità,   21/07/2019
Aris: “Siglato il primo dei Ccnl della Sanità privata accreditata” L’intesa è stata raggiunta tra Aris e le organizzazioni sindacali della dirigenza Anaao Assomed e Adonp. "Le nuove tabelle retributive prevedono percentuali di incremento anche in parte superiori a quelle previste per il Ssn, e saranno pienamente applicabili appena interverranno gli auspicati provvedimenti di Stato e Regioni, ferma restando comunque la possibilità che, nelle more, accordi di secondo livello definiscano erogazioni provvisorie". 19 LUG - Il 18 luglio 2019 è stato siglato il rinnovo del ccnl per la dirigenza non medica della sanità privata. L’accordo - che avrà durata fino al 31 dicembre 2022 - riguarda tutti i dirigenti sanitari, tecnici, professionali ed amministrativi dipendenti da Ospedali Classificati, Irccs e Presidi, ma è prevista la possibilità di applicarlo anche in tutte le altre strutture sanitarie e socio sanitarie.   "L’intesa raggiunta tra Aris (Associazione Religiosa Istituti Socio Sanitari) e le organizzazioni sindacali della dirigenza Anaao Assomed e Adonp, dimostra come sia possibile rinnovare i ccnl anche in periodi come quello attuale, in cui le istituzioni sanitarie di diritto privato faticano ad ottenere da Stato e Regioni il giusto riconoscimento del ruolo essenziale da sempre ricoperto nel servizio sanitario nazionale", ha spiegato Aris in una nota. "Il nuovo Ccnl completa il percorso di uniformizzazione normativa del rapporto di lavoro della dirigenza di area privata rispetto alla dirigenza del Ssn, avviato da oltre un decennio, e quindi riconosce ai dirigenti un ruolo centrale nella realizzazione degli obiettivi di sviluppo e di miglioramento dei servizi offerti ai cittadini. Le nuove tabelle retributive prevedono percentuali di incremento anche in parte superiori a quelle previste per il Ssn, e saranno pienamente applicabili appena interverranno gli auspicati provvedimenti di Stato e Regioni, ferma restando comunque la possibilità che, nelle more, accordi di secondo livello definiscano erogazioni provvisorie. Il nuovo ccnl sarà pienamente operativo subito dopo la ratifica degli organi deliberanti di Aris, Anaao Assomed e Adonp", conclude la nota.  fonte.www.quotidianosanità.it