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Italia:azzardo
Ansa,   19/10/2018
In Italia un adulto su tre gioca d'azzardo, 18 mln di persone. Un adulto su tre ha giocato d'azzardo almeno una volta nell'ultimo anno, 18,5 milioni di persone di cui circa tre milioni e mezzo a rischio basso o moderato e un milione e mezzo di problematici. Sono alcuni dei dati emersi dalla prima indagine epidemiologica sul gioco d'azzardo realizzata dall'Istituto Superiore di Sanità nell'ambito dell'accordo con l'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, presentata oggi a Roma. Gioca d'azzardo, spiegano gli esperti che si sono basati su un campione di 12mila adulti, quasi un uomo su due (il 43,7%) e una donna su tre (29,8%), soprattutto tra 40 e 64 anni anche se di solito si inizia tra i 18 e i 25. "Questa indagine - dice Walter Ricciardi, Presidente dell'ISS - ci offre la possibilità di fotografare un fenomeno, prevalente al Sud e nelle Isole, il cui monitoraggio può essere una guida per valutare l'efficacia delle azioni di prevenzione e gli interventi di assistenza". Per quanto riguarda i giovani lo studio ha evidenziato che giocano 700mila minorenni, di cui il 3% problematici. Gioca abitualmente anche un terzo degli over 65, e tra questi il 2% è problematico.    Fonte.www.ansa.it
Violenza sugli operatori sanitari
Quotidiano Sanità,   19/10/2018
Online il nuovo corso Fad di Fnomceo sulla violenza nei confronti degli operatori sanitari Il nuovo corso di formazione a distanza gratuito “Violenza sugli operatori sanitari” (8 crediti Ecm), è coordinato dal Gruppo di Lavoro della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (Fnomceo) per la sicurezza degli operatori sanitari. Il Coordinatore dell’Area Strategica della Formazione, Roberto Stella: "Questo corso è un ulteriore elemento per diffondere le conoscenze sul fenomeno e sulle possibili azioni preventive". 19 OTT - È online sulla piattaforma FadInMed il nuovo corso di formazione a distanza gratuito “Violenza sugli operatori sanitari” (8 crediti Ecm), coordinato dal Gruppo di Lavoro della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (Fnomceo) per la sicurezza degli operatori sanitari.   “Gli episodi di violenza – spiega il Coordinatore dell’Area Strategica della Formazione, Roberto Stella - comportano per gli operatori sanitari conseguenze spesso gravi e che non si limitano al momento dell’aggressione, fisica o verbale ma che si trascinano nel tempo, con importanti ricadute sulla sfera psichica, con forme di ansia e depressione e di minore soddisfazione nell’attività lavorativa quotidiana”.   “La Fnomceo sta da tempo sollecitando le istituzioni competenti a intervenire, con gli strumenti a disposizione e individuando nuove soluzioni, per arginare il drammatico fenomeno della violenza sugli operatori sanitari, che si sta concretizzando in una vera e propria emergenza di sanità pubblica - dichiara il Presidente Filippo Anelli - L’intento è quello di rafforzare quel patto che tradizionalmente lega il paziente al proprio medico, professionista della salute a cui ci si affida, in uno scambio improntato alla fiducia reciproca e all’alleanza terapeutica”.   Molti gli interventi messi in atto: tra gli ultimi, un’indagine, condotta tramite un questionario elaborato dal Gruppo di Lavoro Fnomceo per la sicurezza degli operatori, che permetterà di avere un quadro d’insieme del fenomeno, monitorando le aggressioni fisiche e verbali, la messa in sicurezza delle sedi e il rischio di burnout dei professionisti. Sulla materia sono stati presentati anche alcuni progetti di Legge: tra questi, quello governativo “recante disposizioni in materia di sicurezza per gli esercenti le professioni sanitarie nell’ambito dell’esercizio delle loro funzioni”, ora incardinato al Senato.   “Questo corso Fad - conclude Stella - è un ulteriore elemento per diffondere le conoscenze sul fenomeno della violenza e delle possibili azioni preventive, ma soprattutto per far capire come la violenza possa assumere diverse forme, alcune più facilmente riconoscibili, altre più sfumate, ma tutte inaccettabili”. Fonte.www.quotidianosanita'.it
Assistenza ospedaliera
Quotidiano Sanità,   19/10/2018
Assistenza ospedaliera. In Italia qualità sopra la media Ue, ma anche la spesa. Ecco la ricetta Kpmg per ottimizzare i processi di acquisto dei farmaci Sotto la lente dei ricercatori, che hanno suggerito un mix di dieci ingredienti per ottimizzare la spesa, i meccanismi di fornitura di Belgio, Francia, Germania, Italia, Polonia, Portogallo, Spagna e Regno Unito. I risultati preliminari della ricerca commissionata da Medicines for Europe, e i suggerimenti per l’Italia, sono stati presentati a Cremona alla IX edizione del congresso MePAIE 19 OTT - Come utilizzare in maniera ottimale i farmaci a brevetto scaduto in ambito ospedaliero e arrivare a una minore spesa che in Europa potrebbe valere tra i 6 e gli 11 miliardi di euro? Basterebbe un mix di ingredienti da prendere dalla “cucina” del sistema di appalti. Solo per citarne alcuni: quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa, badando bene a non aggiungere l’ingrediente dell’aggiudicazione al prezzo minimo; utilizzare quote per l’uso dei farmaci biosimilari, definire una quantità minima e massima per lotto, superare il meccanismo del pay back e snellire le procedure di gara.   A suggerire la ricetta ideale è lo studio “Improving healthcare delivery in hospitals by optimized utilization of medicines” commissionato dall’associazione europea di settore, Medicines for Europe, alla società di consulenza internazionale Kpmg e i cui risultati preliminari - basati su una serie di assunzioni che non contemplano tutte le specificità nazionali sui prezzi di acquisto in gara - sono stati presentati in anteprima oggi a Cremona, in occasione di una tavola rotonda su “Politiche del farmaco e procedure d’acquisto” organizzata nell’ambito della IX edizione del congresso MePAIE, dedicato al Mercato elettronico della Pubblica Amministrazione in Italia e in Europa.   Lo studio - illustrato da Daniela Poli (Manager, Healthcare, Kpmg Advisory SpA) e Luc Starmans (Manager Kpmg Health) - ha analizzato modelli di finanziamento, livelli di performance e meccanismi per l’approvvigionamento dei medicinali in ambito ospedaliero in 8 Paesi della Comunità.   I paesi analizzati. Nel campione, i cinque Paesi più popolosi - Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito - con in più Belgio, Polonia e Portogallo, scelti per le performance dei loro sistemi ospedalieri e/o per il grado di utilizzo di farmaci fuori brevetto all’interno delle strutture, tra i quali generici e biosimilari. Obiettivo finale: suggerire ai Paesi la strada giusta per l’utilizzo ottimale di queste tipologie di farmaci, giudicate cruciali per il miglior utilizzo delle risorse e la sostenibilità̀ dei singoli sistemi sanitari.   La comparazione tra i Paesi. Non solo, l’analisi ha consentito anche di stilare una “classifica” degli Stati con la più alta qualità delle prestazioni ospedaliere e quelli con la migliore incidenza dei costi ospedalieri rispetto al Pil. Il Paese con la più alta qualità delle prestazioni ospedaliere? Il Belgio. Mentre sul fronte dei costi vede prima in classifica la Francia con una incidenza dei costi ospedalieri pari al 4,5% del Pil. Il sistema ospedaliero Italiano si posiziona al di sopra della media rispetto agli indicatori di qualità dell’assistenza ospedaliera, ma anche il costo del sistema ospedaliero sul Pil è superiore alla media dei Paesi in esame. In sostanza offre un’assistenza ospedaliera di qualità sopra la media europea ma a costi superiori in percentuale sul Pil. Lo studio. Alla luce delle ristrettezze di budget che affliggono ormai indiscriminatamente i sistemi sanitari europei, lo studio si è quindi basato su due punti comuni a tutti i Paesi analizzati: è l’ospedale ad assorbire la quota più elevata della spesa sanitaria e in tutti i sistemi esistono spazi concreti di ottimizzazione dell’uso dei farmaci in ambito ospedaliero. In particolare la ricerca, realizzata sulla base degli indicatori individuati dalle banche dati europee dell’European Health Consumer Index (Ehc) e dell’Ocse, ha messo a fuoco modelli di finanziamento, livelli di performance e meccanismi per l’approvvigionamento dei medicinali in ambito ospedaliero negli 8 Paesi della Comunità.   Vediamo qual è la “ricetta ideale” suggerita dallo studio. In base a un lungo excursus che li ha portati a passare al setaccio i meccanismi utilizzati dagli otto Paesi, i ricercatori KPMG hanno individuato i dieci ingredienti chiave per un mercato farmaceutico ospedaliero che ottimizzi l’utilizzo di generici e biosimilari, puntando fondamentalmente ad una concorrenza sostenibile nell’ambito del sistema degli appalti.   1. Passare dall’aggiudicazione al prezzo minimo al criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, che tiene conto di altri elementi qualitativi (es. disponibilità di più specialità medicinali; disponibilità di dispositivi per la somministrazione; affidabilità dei fornitori), laddove sia possibile e ragionevole, consentendo la competizione su più parametri.   2. Definire una quantità minima e una quantità massima per lotto. Misura che consente ai produttori di farmaci di valutare con precisione l’effetto delle economie di scala e di valutare con maggiore precisione l’impatto di eventuali sanzioni in caso di incapacità di fornire i medicinali.   3. Favorire le gare multi-aggiudicatari. Strategia suggerita per evitare il rischio di una riduzione della competizione e dei fenomeni di carenza di medicinali, pur garantendo, nella sua implementazione, il contrasto a fenomeni anti concorrenziali.   4. Riapertura immediata della gara dopo l’ingresso del primo farmaco multisource.   5. Snellimento delle procedure. Prevedere solo la presentazione di informazioni veramente essenziali e la completa digitalizzazione della procedura riduce lo sforzo richiesto, e quindi anche i costi irrecuperabili sostenuti dai produttori per la partecipazione alla gara.   6. Diffondere informazioni scientifiche indipendenti sull’efficacia, la qualità e la sicurezza indirizzate a ai medici e ai farmacisti ospedalieri, spesso attori chiave dell’approvvigionamento e diffondere informazioni sull’efficienza dei costi tra i responsabili delle organizzazioni che organizzano gare d’appalto per le forniture.   7. Attuare accordi per obiettivi e prevedere anche, dove necessario, l’utilizzo di quote per l’uso dei farmaci biosimilari. Diversamente dagli incentivi finanziari, gli accordi sugli obiettivi non creano una pressione unicamente sul fattore prezzo e risparmio, con conseguenti dinamiche di mercato più sostenibili e maggiore concorrenza nel mercato dei biosimilari nel lungo periodo. Ma hanno anche il vantaggio di dare ai clinici una maggiore libertà terapeutica, aumentando l’accettazione dei prodotti.   8. Elaborare linee guida nazionali chiare sull’utilizzo dei biosimilari e sullo switch per migliorare l’accesso e l’erogazione di questa risorsa terapeutica negli ospedali grazie all’utilizzo ottimizzato dei farmaci biosimilari anche per i pazienti già sottoposti a trattamento con il biologico originatore.   9. Implementare metodi di condivisione dei benefici finanziari derivanti dal maggiore utilizzo di generici e biosimilari.   Le specifiche per l’Italia 10. Queste infine le indicazioni ritenute cruciali per in mercato farmaceutico ospedaliero Italiano: • privilegiare il meccanismo dell’offerta economicamente più vantaggiosa per stimolare una concorrenza ormai carente in ambito ospedaliero; • definire una quantità minima e massima per lotto; • superare il meccanismo del pay back, per andare verso sistemi più idonei, ma ogni caso responsabilizzanti per gli attori del sistema; • snellire le procedure di gara, alleggerendo i costi irrecuperabili a carico dei produttori di farmaci; • prevedere la riapertura immediata della gara al primo ingresso sul mercato del generico o biosimilare; • ottimizzare il prezzo base d’asta.   Tutte queste misure avrebbero la capacità di ridurre il numero dei lotti deserti promuovendo una concorrenza sostenibile mediante il bilanciamento rischio e ricompensa   Il mercato nazionale Secondo i dati elaborati dall'Ufficio studi Assogenerici su dati IQVIA 2017 il mercato farmaceutico ospedaliero complessivo (tutte le classi, esclusa la distribuzione diretta, in patent e off patent) è rappresentato da 983 milioni di UMF (unità minime frazionabili, ovvero singola fiala, compressa, etc), per un valore pari a 6,7 miliardi di euro ai prezzi ex-factory (6 miliardi nel 2016), ovvero il prezzo massimo di cessione al Ssn non ancora sottoposto allo sconto medio praticato in gara. Tenendo conto del “prezzo medio ponderato” il reale valore del mercato ospedaliero si attesta a complessivi 4,7 miliardi. Fonte.www.quotidianosanita'.itr
Spesa farmaceutica
Quotidiano Sanità,   19/10/2018
Spesa farmaceutica. Il tetto non regge: nei primi 6 mesi del 2018 sforato di oltre 1 mld. E il trend è sempre il solito: esplode l’ospedaliera, mentre scende la convenzionata Pubblicato il monitoraggio dell’Aifa sulla spesa farmaceutica dei primi sei mesi del 2018. Il tetto per gli acquisti diretti (la ‘vecchia’ ospedaliera) senza considerare gli innovativi non inseriti nei fondi ad hoc sfora di 1,3 mld. La convenzionata invece è di 211 mln sotto il tetto programmato. Cresce la compartecipazione del cittadino sul prezzo di riferimento dei farmaci mentre i ticket fissi sono in calo. Si confermano solo 3 le Regioni che rispettano i tetti. 19 OTT - A livello nazionale la spesa complessiva del periodo gennaio-giugno 2018 si è attestata a 9.420,55 ml di euro, evidenziando uno scostamento assoluto rispetto alle risorse complessive del 14,85% (8.366,6 ml di euro) pari a +1.053,9 ml di euro, corrispondente ad un’incidenza percentuale sul FSN del 16,72 %. È quanto si legge nell’ultimo monitoraggio dell’Aifa (gennaio-giugno 2018) appena pubblicato che conferma (vedi report gennaio-aprile 2018) come solo 3 regioni su 21 rispettino i tetti di spesa.   La spesa farmaceutica convenzionata netta a carico del SSN nel periodo gennaio-giugno 2018 calcolata al netto degli sconti, della compartecipazione totale (ticket regionali e compartecipazione al prezzo di riferimento) e del pay-back 1,83% versato alle Regioni dalle aziende farmaceutiche, si è attestata a 4.008,8 ml di euro, evidenziando un decremento, rispetto all’anno precedente, pari a -211,2 ml di euro (-5%).   I consumi, espressi in numero di ricette (295,6 milioni di ricette), mostrano un lieve decremento pari a -1% rispetto al 2017, mentre l’incidenza della compartecipazione dei cittadini (pari a 825 mln) aumenta dello 5,1% (+40,4 milioni di euro) anche se si conferma il calo dei ticket fissi e la crescita di spesa per la differenza di prezzo che pagano i cittadini per l’acquisto di farmaci branded.   Parallelamente si osserva un incremento dello +1,9% (+209,4 milioni di dosi giornaliere) delle dosi giornaliere dispensate.   Nello specifico la spesa farmaceutica convenzionata, che concorre al tetto di cui alla legge 236/2016, articolo 1 comma 399, cioè quella al netto degli sconti versati dalle farmacie, del payback 1,83% versato alle regioni dalle ditte e anche dei diversi pay-back versati sempre alle Regioni (pari a 39,5 milioni di euro) ma al lordo dei ticket regionali, è stata pari a 4.221,2 milioni di Euro. Un valore che segnala un avanzo di 263,5 milioni di euro rispetto al tetto programmato del 7,38% del Fsn.   La spesa farmaceutica per acquisti diretti nei primi 6 mesi del 2018 si è attestata a 5,2 mld, una quota di 1,3 mld più elevata del tetto fissato. In ogni caso però, per la verifica del tetto programmato della spesa farmaceutica per acquisti diretti del 6,89% al netto dei pay-back vigenti e dei fondi per gli innovativi non oncologici e innovativi oncologici evidenzia un’incidenza del 9,05%, pari ad un disavanzo rispetto alla spesa programmata di +1,2 mld di euro.   Per medicinali inseriti nel fondo per i medicinali innovativi non oncologici la spesa gennaio-aprile è pari a 371,8 milioni di Euro mentre per i medicinali inseriti nel fondo per i medicinali innovativi oncologici, la spesa gennaio-aprile è pari a 305,3 milioni di Euro.  Fonte.www.quotidianosanita'.it
Manovra:sanita'
Quotidiano Sanità,   18/10/2018
Manovra. Per la sanità, al momento, c’è poco da festeggiare: solo 1 miliardo in più per il fondo sanitario e pochi soldi per i contratti. Abolizione superticket resta al palo e per nuove assunzioni e borse formazione aggiuntive mancano risorse  Salvo sorprese e in attesa di leggere il testo definitivo della manovra e del decreto semplificazione, per la sanità il 2019 sembra presentarsi con una dote di risorse ridotta all'osso. Nessun aumento straordinario del Fondo, pochi soldi per i contratti, nessuna risorsa per aumentare il numero delle borse di studio per le specializzazioni mediche e la medicina generale e nessuna risorsa in più per nuove assunzioni di personale. Ecco la situazione ad oggi a 72 ore dal termine ultimo per la presentazione della legge di bilancio. 17 OTT - Il ddl di legge di Bilancio è atteso, come da norma, entro il prossimo 20 ottobre. Al momento non esiste un testo definito e per capire cosa entrerà o meno nella manovra possiamo basarci solo su quanto emerso finora dalle comunicazioni del Governo al termine del Consiglio dei Ministri di lunedì scorso.   Al di là del “pasticcio” numero chiuso a medicina, le decisioni assodate che dovrebbero entrare in manovra al momento sono queste:  - Fondo sanitario nazionale 2019 di 114,4 miliardi, quindi un miliardo in più rispetto al 2018; - uno stanziamento aggiuntivo per i contratti sanità di 284 milioni; - uno stanziamento di 50 milioni annui per combattere le liste d’attesa; - l'“incasso” delle Regioni di  505 milioni derivanti dalla conclusione dei contenziosi con le aziende farmaceutiche per i rimborsi del payback dovuti a seguito dello sfondamento dei tetti di spesa.   Al momento queste sono le uniche poste sulle quali il Governo si è espresso ufficialmente.   In attesa di conoscere il testo effettivo di manovra e decreto semplificazione (che comprende diverse norme di interesse sanitario) sembrerebbero quindi restare fuori una serie di impegni presi in queste ultime settimane come l’abolizione del superticket (costo circa 400 milioni) e l’abolizione del limite di spesa per il personale sanitario fissato al livello 2004 decurtato dell’1,4%, un tetto che rende difficile operare nuove assunzioni.     Non è poi chiaro se vi saranno o meno  le risorse per finanziare le borse di studio aggiuntive per le specializzazioni mediche e per la medicina generale di cui si è parlato molto negli ultimi tempi necessarie per far fronte alla carenza dei medici.     Dal ministero della Salute al momento non arrivano notizie “fresche” e questo sembra lasciar intendere che la trattiva è ancora in corso. Fonte.www.quotidianosanita'.it
Gioco d'azzardo patologico
Quotidiano Sanità,   18/10/2018
Gioco d’azzardo patologico. Ok da Regioni a riparto di 100 mln per anni 2018-2019  In attesa dell’ok definitivo di oggi pomeriggio in Stato-Regioni, dalla Conferenza dei presidenti è arrivato il via libera al riparto delle risorse per il contrasto al gioco d’azzardo. IL TESTO 18 OTT - La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome del 18 ottobre il parere positivo sul decreto che ripartisce il Fondo per il gioco d’azzardo patologico.   “E’ un passaggio importante – spiega il presidente Stefano Bonaccini – che ha visto le Regioni protagoniste nel trovare tutti gli strumenti operativi per contrastare l’abuso del gioco d’azzardo. Ora con questo riparto tra le Regioni di 100 milioni sarà possibile garantire meglio, per gli anni 2018-2019, quelle prestazioni di prevenzione e riabilitazione indispensabili per curare i soggetti coinvolti patologicamente dal triste fenomeno del gioco d’azzardo che colpisce, in particolare, gli strati sociali e le persone più deboli”.      Fonte.www.quotidianosanita'.it
Gioco d'azzardo
Quotidiano Sanità,   18/10/2018
Gioco d’azzardo. Indagine Iss: 18 mln gli italiani coinvolti. Di questi 1,5 milioni sono “problematici” Al via la campagna di comunicazione sul Numero Verde dell’Iss con il sostegno delle reti Rai, del Vicariato di Roma e di Italo. Roberta Pacifici, direttore del Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Iss a QS: “Non chiamatela ludopatia, il disturbo da gioco d’azzardo ha una precisa diagnosi clinica. 70mila minorenni in Italia sono giocatori problematici”. FOCUS GIOVANI, I GIOCATORI, GRANDI PROBLEMATICITÀ, GLI OVER 65 18 OTT - Un adulto su tre ha giocato d’azzardo almeno una volta nell’ultimo anno. Sono invece un milione e mezzo i giocatori problematici. Sono soltanto alcuni dei dati emersi dalla prima indagine epidemiologica sul gioco d’azzardo realizzata dall’Istituto Superiore i Sanità (Iss) nell’ambito dell’accordo scientifico con l’Agenzia delle Dogane e Monopoli. L’indagine ha scattato una fotografia ampia del fenomeno, prendendo in considerazione molti fattori sull’esperienza sociale del gioco e sugli elementi invece che possono concorrere all’instaurarsi del comportamento problematico. “Questa indagine – dichiara Walter Ricciardi, Presidente dell’Iss -, affidataci dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli dello Stato è il più grande studio mai stato realizzato in Italia e ci offre la possibilità di fotografare un fenomeno, prevalente al Sud e nelle Isole, il cui monitoraggio può essere una guida per valutare l’efficacia delle azioni di prevenzione e gli interventi di assistenza”. “Questa ricerca – dichiara a Quotidiano Sanità, Roberta Pacifici, direttore del Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Iss - a mio avviso è l’espressione di un virtuosismo di collaborazione tra Istituzioni dello Stato che hanno messo a disposizione della comunità scientifica, ma anche della politica, dei dati scientificamente forti, statisticamente validi, con una metodologia corretta che posso essere d’aiuto per studiare una strategia di contenimento della problematicità. Una problematicità che i nostri dati dimostrano essere importante, anche per numeri”. “L’attenzione al profilo problematico del giocatore – prosegue Pacifici a QS - deve esserci sia nel caso della popolazione adulta, ma in misura persino maggiore nel minorenne, al quale ricordo è proibito di giocare ma che gioca in realtà più dell’adulto, occorrono investimenti in prevenzione e in formazione. I dati presentati oggi si riferiscono a proliferazione di rischio e problematicità. Il disturbo da gioco d’azzardo (non chiamatelo ludopatia) è una diagnosi clinica e viene fatta da specialisti e curata presso oltre 400 centri sul territorio nazionale che noi abbiamo censito”.  Pacifici afferma anche che sono 700mila i minorenni che hanno giocato d’azzardo almeno una volta nella nell’ultimo anno, bisogna pertanto “tenere alta l’attenzione a questo proposito, 70mila di questi minorenni che non dovrebbero giocare per legge è già un giocatore problematico”, prosegue Pacifici. “Dall’indagine – dichiara ancora Pacifici – è emerso  18 milioni di italiani adulti hanno giocato d’azzardo almeno una volta nell’ultimo anno, di questi più di 13 milioni giocano in modo ‘sociale’, due milioni presentano un profilo a basso rischio e un milione e 400mile persone presentano un rischio moderato. Un milione e mezzo sono giocatori problematici, sono cioè coloro che faticano a gestire il tempo da dedicare al gioco, a controllare la spesa, alterando inoltre i comportamenti sociali e familiari”. La ricerca epidemiologica, realizzata in collaborazione con Explora, ha consentito di focalizzare l’attenzione sul fenomeno gioco d’azzardo considerando i molteplici fattori che possono concorrere all’instaurarsi del comportamento problematico senza tralasciare i fattori che caratterizzano l’esperienza sociale del gioco. Tra le novità di questi studi il focus sui minori tra i 14 e i 17 anni e il focus sugli over 65enni. Lo studio nella popolazione adulta ha coinvolto complessivamente un campione rappresentativo della popolazione residente in Italia di 12.007 adulti. Il campione è composto dal 47,6% di maschi e dal 52,4% di femmine. Lo studio nella popolazione scolastica italiana minorenne ha coinvolto complessivamente 15.602 studenti in età dai 14 ai 17 anni, provenienti da 201 scuole (187 pubbliche e 14 private parificate) e per i quali la normativa vigente vieta in assoluto la pratica del gioco d’azzardo, come ha sottolineato Pacifici. Il campione è composto da 49,1% maschi e 50,9% femmine. “Le evidenze emerse ci confermano – dichiara invece Roberto Fanelli, Direttore Giochi dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – che le azioni di contrasto al gioco patologico che l’Agenzia ha già messo in campo vanno nella giusta direzione, ma siamo solo all’inizio. Stiamo già lavorando ad altre misure per rendere più sicuri e di qualità i prodotti di gioco al fine di limitare i fenomeni di problematicità legati al Gioco d’azzardo patologico. L’occasione più appropriata è sicuramente il decreto dignità che promuove il riordino normativo del settore del gioco”. Con il sostegno della Rai, del Vicariato romano e dei treni Italo, l’Istituto Superiore di Sanità ha attivato un Numero Verde dedicato (800-558822), il fine è quello di aiutare e orientare le persone con problemi legati al gioco d’azzardo, ma anche i loro familiari. Il giocatore problematico Rispetto ai giocatori “sociali”, i giocatori problematici praticano di più le Slot e le video lotterie e presentano stili di vita meno salutari: fumo, abuso di alcol e di sostanze stupefacenti. La correlazione tra dipendenze di questo genere e il gioco d’azzardo viene più volte sottolineata nello studio. Il rapporto dell’Iss ha indagato anche l’aspetto economico del gioco problematico. Il 5,8% dei giocatori problematici, infatti, ha ottenuto la cessione del quinto sullo stipendio rispetto allo 0,7 dei non giocatori; il 27,7%, soprattutto, ha ottenuto prestiti da società finanziarie rispetto al 4% del non giocatore e il 14,2 ha chiesto prestiti a privati rispetto allo 0,9% dei non giocatori. Anche il luogo del gioco caratterizza il giocatore problematico rispetto al giocatore sociale: i dati dell’indagine mostrano che, rispetto al giocatore sociale, il problematico predilige i luoghi lontani da casa (11,3% rispetto al 2,5%) e dal lavoro (2,3% rispetto allo 0,8%), quelli che garantiscono la maggiore privacy (10,7% contro l’1,5%). I giocatori sociali, invece, scelgono più spesso i luoghi vicino casa (49,2% rispetto al 37,5%) o vicino al posto di lavoro (14,9% contro 9,6%), con disponibilità di altri servizi (10,5% rispetto al 6,6%). Dal 21 ottobre, infine, partirà la diffusione dello Spot Iss sui mezzi televisivi, radiofonici, sui periodici, via social e via web, per dare la massima diffusione al Numero Verde realizzato con il contributo della Rai (Responsabilità Sociale Rai) e del sostegno della Diocesi di Roma, che promuoverà il Numero Verde nelle 336 parrocchie romane; il Numero Verde sarà anche promosso in tutte le sale d’attesa di Italo Treno. Lorenzo Proia Fonte.www.quotidianosanita'.it
Formazione medica
Quotidiano Sanità,   18/10/2018
Formazione medica. La rivoluzione della Fnomceo: “Si crei un unicum, dalla laurea alla specializzazione” L’Ordine dei medici propone la creazione di un “percorso formativo unico e completo, che accompagni gli studenti senza soluzione di continuità dall’accesso alla specializzazione, passando attraverso la Laurea e l’abilitazione”. E poi sui test d’ingresso: “Dovrebbero essere più mirati alle materie di studio”. 18 OTT - “Un percorso formativo unico e completo, che accompagni gli studenti senza soluzione di continuità dall’accesso alla specializzazione, passando attraverso la Laurea e l’abilitazione”. È questo il progetto del Comitato Centrale della Federazione nazionale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo) che, riunito oggi a Roma, ha fatto il punto anche sulla Formazione. Un progetto ambizioso, certo, ma realizzabile nel medio periodo secondo i medici.   “Quello che più ci preme, e dobbiamo dire che abbiamo trovato nel Ministro della Salute Giulia Grillo, in molti parlamentari e ora anche nelle Regioni grande sensibilità e apertura sul tema, è aprire l’imbuto formativo, quel collo di bottiglia tra il numero di laureati e i posti per la formazione post lauream, che oggi vede quindicimila giovani colleghi prigionieri per anni in un limbo di inoccupazione e sottoccupazione, in attesa di poter completare la formazione – afferma il Presidente della Fnomceo, FilippoAnelli -. Occorre, nell’immediato, raddoppiare ulteriormente il numero delle borse per la Medicina Generale e per le Scuole; è necessario tamponare l’emorragia di ‘borse perse’, dovute all’abbandono del percorso da parte dei vincitori; si possono ipotizzare soluzioni come la contrattualizzazione degli specializzandi dell’ultimo anno, in modo da liberare risorse, oltre a far fronte alla carenza di personale. Ma non basta: è imprescindibile una programmazione efficace per cui a ogni laurea corrisponda una borsa, in modo che tutti gli studenti che entrano nel percorso ne possano uscire specializzati. A questo proposito, auspichiamo che anche il titolo di Medico di Medicina Generale, pur nella peculiarità del corso, che deve essere triennale e che non può prescindere dal ruolo degli Ordini, sia equiparato a una specializzazione”.     “Per quanto riguarda l’accesso, i test d’ingresso dovrebbero essere più mirati alle materie di studio, e calibrati su argomenti ai quali gli studenti si siano già approcciati durante gli ultimi anni delle superiori – continua Anelli -. Insieme al Miur abbiamo già attivato un percorso di orientamento professionale verso le facoltà di Medicina, una sperimentazione in alcune scuole italiane che sta dando buoni risultati. Questa potrebbe essere una via: consentire che i ragazzi possano prepararsi, sin dagli ultimi anni delle superiori, su un programma preciso, in modo da poterli poi valutare su ciò che hanno studiato, tenendo conto in questa valutazione anche dei crediti acquisiti in questo percorso”.   “Inoltre, inserire queste materie sin dalle superiori permetterebbe agli studenti di mettere alla prova la propria vocazione e motivazione a studiare medicina e poi a diventare ed essere medico – conclude -. Chi accede alla facoltà deve essere ben consapevole di avere davanti a sé almeno dieci anni di studio, tra università e specializzazione, e di andare poi a svolgere una Professione che è sì la più bella del mondo, che ti permette di aiutare le persone, di vedere nei loro occhi la gratitudine e la gioia della guarigione, ma ti mette anche a confronto con il dolore, con il fallimento e ti espone a scelte difficili, anche a livello familiare e personale. Ai giovani serve passione, serve motivazione, serve abnegazione: a noi, Medici, Istituzioni, Politica, il compito di dar loro sostegno, per non tradire i loro sogni e vanificare i loro sacrifici, e per assicurare un futuro a quel Servizio Sanitario Nazionale che il mondo ci invidia”. Fonte.www.quotidianosanita'.it
Stato-Regioni
Quotidiano Sanità,   18/10/2018
Stato-Regioni. Via libera ad Accordo su mobilità sanitaria, Riparto Fondo gioco d’azzardo e Obiettivi di carattere prioritario Semaforo verde dalla Conferenza all’Accordo interregionale per la compensazione della mobilità sanitaria, al riparto del Fondo per il contrasto del gioco d’azzardo patologico e ai progetti di alcune regioni a valere sugli obiettivi di carattere prioritario e di rilievo nazionale del Piano Sanitario Nazionale. Le sintesi e i testi dei provvedimenti. 18 OTT - Approvati oggi pomeriggio dalla Conferenza Stato Regioni tre provvedimenti inerenti la sanità. Qui di seguito la sintesi:   Accordo interregionale per la compensazione della mobilità sanitaria triennio 2014 - 2016, aggiornato all’anno 2017- Regole tecniche (VEDI TESTO) L’accordo era già stato esaminato in Stato Regioni al momento dell’analisi della mobilità sanitaria a marzo di quest’anno, ma ora, dopo gli ultimi ritocchi tecnici, approda in Stato Regioni per l’approvazione definitiva. Si tratta delle regole tecniche di scambio per il 2017 per ottenere una procedura uniforme. E per questo il documento definisce in maniera univoca  le prestazioni da mettere in compensazione e che dovranno essere documentate con modelli riassuntivi e i dati analitici in formato elettronico delle prestazioni erogate. Sono individuate anche le caratteristiche dei flussi informativi (tracciati record), stabiliti i tempi e le modalità di trasmissione dei dati, delle contestazione e delle relative risposte. Tutte le attività non elencate tra le prestazioni in compensazione e tutte le attività che hanno bisogno di autorizzazioni preventive (ad esempio i residui manicomiali, gli hanseniani, i disabili cronici, le dispensazioni di assistenza integrativa ecc.) devono essere addebitate per mezzo di fatturazione diretta. Per i disabili cronici la fatturazione diretta varrà dal 2018. E per evitare contestazioni la Commissione Salute auspica che per tutte le attività non comprese in compensazione nella mobilità (esempio ricoveri extraospedalieri, assistenza domiciliare non compresa nel flusso B, quello sulla medicina di base), sia inviata una comunicazione alla Asl di residenza del soggetto. Per eventuali errori formali, invece, riscontrati alla fine del lavoro, il gruppo tecnico dei referenti potrà apportare all’unanimità le correzioni necessarie. L’accordo, su cui il ministero della Salute ha dato il suo assenso,  aggiorna quanto già disciplinato, in ordine alla compensazione interregionale della mobilità sanitaria, dall' accordo Rep. 15/CSR del 2 febbraio 2017, riferito agli anni 2014-2016. E in particolare prevede che: comma 2: e Regioni convengono che gli accordi per la compensazione della mobilità interregionale: - prevedono la valorizzazione dell'attività sulla base della tariffa regionale relativa ai singoli erogatori vigente nella regione in cui vengono erogate le prestazioni, fino a concorrenza della tariffa massima nazionale definita sulla base della normativavigente; - individuano e regolamentano, ai sensi del Dm 18 ottobre 2012, i casi specifici e circoscritti per i quali può essere riconosciuta una remunerazione aggiuntiva, limitatamente ad erogatori espressamente individuati e in relazione a quantitativi massimi espressamente indicati, per tenere conto dei  costi associati all'eventuale utilizzo di specifici dispositivi ad altocosto. Gli accordi devono essere approvati dalla Conferenza Stato-Regioni, nel rispetto degli equilibri di bilancio programmati; comma 4: in sede degli accordi sarà possibile individuare volumi, tipologia e modalità di remunerazione aggiuntiva relative all' espianto e trasporto degli organi per il trapianto, alla ricerca e prelievo midollo osseo e CSE midollari, e le modalità di compensazione dei costi dei ricoveri ospedalieri erogati, da unità operative e/o strutture pediatriche  espressamente individuate, alla casistica di età pediatrica ad elevata complessità assistenziale oggetto di mobilità, nella misura in cui siano riconosciuti diversi da quelli della casistica generale. Ammissione al finanziamento della quota residua delle risorse vincolate per la realizzazione degli obiettivi di carattere prioritario e di rilievo nazionale del Piano Sanitario Nazionale, per l’anno 2017, dei progetti delle Regioni Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Toscana, Umbria e Veneto. Fondo Sanitario Nazionale 2017. (VEDI TESTO) Si tratta di una ulteriore tranche del 30% residuo per gli Obiettivi di carattere prioritario 2017 (altra per altri progetti e anche per alcune Regioni diverse oltre quelle attuali era stata già deliberata a luglio) di 173,4 milioni circa che vanno nelle casse di Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Toscana, Umbria e Veneto che avevano una somma disponibile complessiva di oltre 584,5 milioni, di cui 413,2 al netto delle linee vincolate. Il ministero della Salute ha trasmesso la proposta di ammissione al finanziamento della quota residua delle risorse vincolate dei progetti delle Regioni e il 1° ottobre 2018 è arrivato l’assenso tecnico da parte del Coordinamento salute delle Regioni. Gli argomenti finanziati sono l’assistenza domiciliare palliativa specialistica, l’applicazione del Piano nazionale prevenzione, l’assistenza primaria, l’umanizzazione dei percorsi assistenziali, le cronicità, le reti oncologiche. Fondo per il gioco d’azzardo patologico 2018 e 2019 (VEDI TESTO) In Stato Regioni anche la bozza di decreto per il riparto delle risorse del Fondo per il gioco patologico. Si tratta di 50 milioni per il 2018 e 50 per il 2019 indicati dalla legge 208/2015 (legge stabilità 2016) per garantire le prestazioni di prevenzione, cura e riabilitazione rivolte alle persone affette da disturbo da gioco d'azzardo patologico (GAP), come definito dall'Organizzazione mondiale della sanità. Il Fondo è istituto presso il ministero della Salute ed è ripartito tra Regioni e Province autonome sulla base di criteri determinati con decreto del ministro della Salute, che, appunto, è quello all’esame della Conferenza.    Lo schema di decreto prevede il riparto a ripartire di cento milioni per il 2018 e 2019 in base alla quota di accesso che deriva dal riparto del fabbisogno nazionale standard indistinto per il 2018.   Fonte.www.quotidianosanita'.it
Manovra:Regioni al Governo
Quotidiano Sanità,   18/10/2018
Manovra. Le richieste delle Regioni al Governo: “Programmazione triennale Fsn, rinnovo contratto, superare vincoli spesa personale, più contratti formazione specialistica, abolizione superticket e nuova governance farmaceutica” E ancora, rivedere l'accesso alla medicina generale; un nuovo sostegno alla spesa per farmaci innovativi, vaccinali e oncologici; definire in maniera chiara l'impatto economico dei nuovi livelli essenziali di assistenza; mantenere la possibilità di ricoprire il doppio ruolo di presidente di Regione e commissario ad acta per la sanità; finanziamento strutturale degli indennizzi per gli emotrasfusi. Queste le richieste che le Regioni presenteranno oggi al Governo nell'incontro programmato con la ministra della Salute Giulia Grillo. 18 OTT - Pronto il pacchetto di proposte per la sanità che le Regioni presenteranno questa mattina nel corso di un incontro con la ministra della Sanità Giulia Grillo in vista dell'iter parlamentare della legge di Bilancio 2019. Molte le richieste che spaziano da un aumento del Fondo per la sanità programmato su un arco temporale almeno triennale, all'abolizione del superticket, dal rinnovo del contratto all'aumento delle borse per la formazione specialistica, fino ad una nuova governance farmaceutica ed alla possibilità di mantenere il doppio ruolo di residente di Regione e commissario ad acta per la sanità.   Al momento, dopo il via libera della manovra da parte di Palazzo Chigi, sappiamo che il confronto con le Regioni partirà da queste "certezze": - uno stanziamento aggiuntivo di 1 mld che porterà il Fondo sanità a quota 114,4 mld; - uno stanziamento aggiuntivo per i contratti sanità di 284 milioni; - uno stanziamento di 50 milioni annui per combattere le liste d’attesa; - l'“incasso” delle Regioni di 505 milioni derivanti dalla conclusione dei contenziosi con le aziende farmaceutiche per i rimborsi del payback dovuti a seguito dello sfondamento dei tetti di spesa.   Queste, invece, nel dettaglio le richieste presentate questa mattina dalle Regioni:   Fondo sanità. Definizione di un quadro pluriennale stabile entro gli ultimi mesi del 2018 sul finanziamento del Fondo sanitario. A partire dal 2019 va ripristinata una programmazione almeno triennale che privilegi un incremento di risorse indistinte. Negli ultimi anni infatti gli incrementi di risorse sono stati sistematicamente vincolati a tematiche che, se pur importanti, hanno introdotto una crescente complessità amministrativo-burocratica e hanno impedito un approccio organico alle diverse problematiche. Va pertanto garantita l'autonomia programmatoria ed organizzativa delle Regioni nella realizzazione dell'obiettivo dell'erogazione dei LEA, in condizione di efficienza, qualità e appropriatezza, attraverso l'autonomia regionale nell'utilizzo delle risorse, eliminando sia i vincoli di destinazione – salvo casi straordinari da concordare preventivamente –, sia lo strumento, obsoleto e burocratico, degli obiettivi di piano, riportando tali risorse nel ‘contenitore’ del fabbisogno indistinto. Parallelamente, vanno rinforzati gli strumenti e gli indicatori di verifica dei livelli essenziali e la valutazione dei risultati raggiunti, d’intesa con le Regioni.   Edilizia sanitaria. Realizzazione di un piano di investimenti in edilizia sanitaria. Non più rinviabile un Piano che rilanci gli interventi strutturali nel settore sanitario e che tenga conto sia degli adeguamenti antisismici che del rispetto delle norme antincendio ancora largamente insufficienti, affiancato da un necessario ammodernamento tecnologico. Occorre inoltre procedere al rifinanziamento dell’art.20 legge 67/88.   Contratto. Deve essere garantito un incremento delle risorse che tenga conto della necessità di finanziare i rinnovi contrattuali, anche per la sanità oltre che per il comparto statale: la legge di bilancio 2018 ha infatti garantito la copertura finanziaria al solo personale statale, estendendo i benefici anche agli altri comparti, nell’ambito di un quadro di risorse immutato; almeno 1 miliardo ulteriore è la stima per garantire il contratto a regime per gli operatori della sanità. Nel contempo andranno risolte le questioni inerenti all’indennità di esclusività - sulla quale le Regioni da tempo hanno richiesto un intervento del Governo per la sua inclusione nella massa salariale - e le dinamiche del salario accessorio (in particolare il rientro tra le risorse contrattuali del finanziamento della retribuzione individuale di anzianità) per le quali occorre superare il tetto di spesa calcolato sull’anno 2016, come previsto dall’articolo 23 comma 2 del D.lgs 75/2017.   Tetto spesa per il personale. Problematica sul vincolo della spesa di personale in sanità dato dalla spesa dell'anno 2004 meno l'1,4% . A tal fine è stato istituito un Tavolo tecnico cui affidare il compito di predisporre una proposta di revisione della normativa relativa al contenimento del costo del personale delle Aziende e degli Enti del Servizio sanitario nazionale con particolare riferimento alla revisione del parametro spesa: Tavolo richiesto dalle Regioni in sede di Conferenza Unificata il 19 aprile 2018 in occasione dell’acquisizione dell’intesa sullo schema di decreto ministeriale relativo alle linee d’indirizzo per la predisposizione dei piani dei fabbisogni standard del personale delle Amministrazioni pubbliche. Con nota del 5 ottobre u.s. sono stati comunicati i nominativi di parte regionale alla Segreteria della Conferenza Stato – Regioni.   Contratti di formazione specialistica. Definizione del fabbisogno formativo: impellente un incremento dei contratti di formazione specialistica per almeno 3.000 borse, attraverso uno specifico finanziamento in Legge di Bilancio, al fine di evitare, in corso d’anno, un taglio alle risorse vincolate agli Obiettivi di Piano, come è accaduto nel 2018 per il finanziamento di ulteriori borse per la formazione dei MMG. Anche per mantenere l’incremento dei posti per il corso per MMG dovranno essere reperite le idonee risorse di bilancio.   Medicina generale. Il cosiddetto “decreto MET”, presentato alle OO.SS. dei medici di medicina generale ma non alle regioni, non può che trovare una ferma opposizione da parte delle regioni stesse se rifletterà i contenuti desumibili dalle dichiarazioni ministeriali e da quanto riportato dai referenti sindacali cui è stato presentato. Essi paiono stravolgere il sistema dell’accesso alla medicina generale prevedendo percorsi facilitati al limite della sanatoria per i medici che operano senza formazione triennale in medicina generale, non considerando che attualmente tali figure possono formarsi con corsi di durata superiore ai tre anni mantenendo incarichi a tempo determinato e non pieno. La delega a riconoscere successivamente progetti formativi equivalenti da parte di soggetti non ben identificati, la possibilità di attribuzione di incarichi di medicina generale a tempo indeterminato durante lo svolgimento del corso, la copertura economica di soli 2 milioni di euro per i costi organizzativi delle regioni insieme al rischio elevatissimo di ricorsi, la previsione di un avvio il corso 2018-2021, già gravato dal raddoppio dei posti, costituiscono, insieme al mancato riconoscimento del ruolo delle regioni e della loro programmazione, elementi ulteriori che motivano tale posizione.    Revisione governance farmaceutica. Si è preso atto dell’impegno che la Ministra ha assunto all’atto della costituzione dello specifico Tavolo. E’ ora necessario arrivare, come convenuto, al confronto con le Aziende del settore, con una posizione politica unitaria forte Regioni/Governo, al fine di definire in tempi utili per la manovra la semplificazione del percorso di ripiano dello sfondamento del tetto della farmaceutica ad acquisto diretto, fermo dal 2017.   Payback. E' urgente avviare una proposta normativa che prescriva l’efficacia delle transazioni 2013-2015 formalizzate ai sensi del comma 390 della legge 205/2017, chiarendo il quadro complessivo delle risorse derivanti dalle transazioni e sbloccando conseguentemente anche il ripiano dello sfondamento 2016. Sostegno alla spesa per i farmaci innovativi, vaccinali e oncologici. La spesa è aumentata in questi anni; mentre le risorse che concorrono al finanziamento della maggiore copertura vaccinale sono ripartite all’atto del riparto della quota di Fabbisogno indistinto, devono ancora essere ripartite le risorse per l’anno 2018 pari a 500 mln per farmaci innovativi e 500 per farmaci oncologici. Si ricorda che il fondo per famaci innovativi è alimentato prevalentemente dalle risorse obiettivi di piano (336 milioni per il 2019). Anche per questi le Regioni chiedono che venga superato il meccanismo di rimborso e che il riparto avvenga a quota d’accesso, consentendo una reale programmazione, anche finanziaria, dei relativi approvigionamenti e della successiva somministrazione.   Spesa per l'applicazione dei nuovi Lea. Occorre definire in maniera chiara l’impatto finanziario della garanzia dei nuovi Lea. Nello specifico, mancano alcuni provvedimenti per colmare il divario tra livello delle prestazioni da garantire e livello di finanziamento: in particolare delisting delle prestazioni obsolete, decreto tariffe e nomenclatore protesica.   Abolizione superticket. È necessario prevedere un adeguato finanziamento in Legge di Bilancio, al fine di superare la quota fissa per ricetta. La Legge di Bilancio 2018 aveva previsto l'istituzione di un Fondo per la riduzione della quota fissa sulla ricetta con una dotazione di 60 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2018 (si ricorda che il taglio del fondo sanitario all’atto dell’introduzione del superticket fu di 800 milioni di euro). Con decreto del Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, previa intesa in sede di Conferenza Stato - Regioni sono stabiliti i criteri per la ripartizione del Fondo, privilegiando le regioni che hanno adottato iniziative finalizzate ad ampliare il numero dei soggetti esentati dal pagamento della quota fissa sulla ricetta. Il provvedimento è stato ritirato dal Ministero della Salute.   Piani rientro sanitario dal disavanzo. Le regioni chiedono che venga mantenuta la possibilità di far coincidere le figure di Presidente della Regione e Commissario ad acta, come già avviene per Campania e Lazio. Questo, al fine di salvaguardare il massimo raccordo tra la programmazione della regione e l’azione amministrativa.   FInanziamento strutturale indennizzo emotrasfusi. Le Regioni dal 2015 stanno anticipando la corresponsione dell’indennizzo, ai sensi dell’art. 1 comma 586 della Legge 208/2015, per circa 170 milioni annui. Si rende necessario il trasferimento delle somme dovute, in quanto gli anticipi per gli anni 2015, 2016, 2017 e 2018 hanno raggiunto un importo di circa 680 milioni. Si rende necessario altresì ripristinare il finanziamento a regime per l’esercizio di tale funzione a decorrere dall’anno 2019. Fonte.www.quotidianosanita'.it
Congresso Sumai
Quotidiano Sanità,   17/10/2018
Dal Congresso Sumai la richiesta unitaria dei sindacati a Governo e Regioni per dire basta ad una sanità sempre più definanziata Dal Congresso di Saint Vincent è venuta una richiesta unitaria, che mi auguro non rimanga inascoltata,  affinché vengano destinate maggiori risorse da Sud a Nord, si rivedano i contratti di dipendenti e convenzionati; si metta mano alle disuguaglianze regionali; si trovino gli strumenti per governare le liste d’attesa; si ponga fine agli atti di violenza sugli operatori sanitari e infine si operi il ricambio generazionale, perché altrimenti il sistema non avrà futuro 17 OTT - La scorsa settimana si è concluso il 51° Congresso nazionale del SUMAI Assoprof. Un congresso che si è contraddistinto, tra le tematiche affrontate, per il forte segnale di unità che la categoria sindacale, tutta, sia quella convenzionata che quella dipendente, ha voluto dare al Governo e alle Regioni.   Infatti, i rappresentati delle maggiori sigle, insieme ai rappresentanti di Cittadinanzattiva e Federanziani, stringendosi in un abbraccio collettivo, hanno messo in scena una sorta di flash mob in difesa del Servizio Sanitario Nazionale.   Quell’abbraccio è un’immagine che dice molto del momento che la nostra sanità sta vivendo. Sono d’accordo con quanto detto al nostro congresso da Ivan Cavicchi secondo il quale “il nostro sistema non rischia il crollo improvviso”, ma è un dato di fatto che il sistema è da tempo “definanziato” e questo fa crescere il senso di inadeguatezza in chi vi opera e sta facendo venir meno il senso di fiducia nei cittadini che si approcciano quotidianamente con il Ssn. La sanità purtroppo – è un dato di fatto – continua ad essere marginale, non rappresentando una priorità per la politica sia nazionale che locale.   C’è poi un ulteriore aspetto, forse il più preoccupante, che Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, anch’egli intervenuto al 51° Congresso nazionale SUMAI Assoprof, ha definito una “patologia”. Riconoscendo come questa sia “meno nota”, e “più occulta”, ovvero “l’espansione incontrollata del secondo pilastro, l’intermediazione assicurativa finanziaria” a cui si fa sempre più ricorso perché il Ssn è definanziato. “Questo secondo pilastro – ha spiegato Cartabellotta – da pilastro di salvataggio rischia di trasformarsi in un pilastro di affondamento per il Ssn”.   Dunque da Saint Vincent è venuta una richiesta unitaria rivolta a Governo e Regioni, che mi auguro non rimanga inascoltata,  affinché vengano destinate maggiori risorse da Sud a Nord, si rivedano i contratti di dipendenti e convenzionati; si metta mano alle disuguaglianze regionali; si trovino gli strumenti per governare le liste d’attesa che da fisiologiche sono diventate patologiche; si ponga fine agli atti di violenza sugli operatori sanitari e infine si operi il ricambio generazionale, perché altrimenti il sistema non avrà futuro.     Intanto i Medici e i Dirigenti sanitari domani insceneranno un sit-in a Piazza Montecitorio e poi, il 9 e 23 novembre metteranno in atto uno Sciopero Nazionale. Per chiedere alla politica nazionale e locale “uno scatto di responsabilità che eviti il crack”.   Non è dunque esagerato sperare che da Saint Vincent possa partire una nuova stagione sindacale fatta di rivendicazioni unitarie, pur nel rispetto delle reciproche diversità, per dire “BASTA” ad una sanità sempre più definanziata, per dire “NO” alla privatizzazione del Sistema, per dire “SI” al diritto alla salute a tutti i cittadini, così come garantito dalla Costituzione.   Antonio Magi Segretario generale SUMAI Assoprof Fonte.www.quotidianosanita'.it
Italia:povertà assoluta
Quotidiano Sanità,   17/10/2018
Povertà assoluta: in Italia oltre 5 milioni di poveri. Tra il 2016 e il 2017, 382mila “nuovi” poveri. Il Rapporto della Caritas Gli ultimi dati li ha diffusi nella Giornata mondiale di lotta contro la povertà la Caritas Italiana col suo rapporto 2018 “Povertà in attesa”. Da circa cinque anni  la povertà tende ad aumentare al diminuire dell’età: i minori e i giovani sono le categorie più svantaggiate (nel 2007 il trend era esattamente l’opposto). Tra gli individui in povertà assoluta i minorenni sono 1 milione 208mila (il 12,1% del totale) e i giovani nella fascia 18-34 anni 1 milione 112mila (il 10,4%): oggi quasi un povero su due è minore o giovane. LA SINTESI DEL RAPPORTO. 17 OTT - L’Italia ha oltre 5 milioni di poveri “assoluti”, quelli cioè che non riescono a raggiungere uno standard di vita dignitoso. Un numero in aumento, cresciuto in un solo anno – tra il 2016 e il 2017 – di 358mila unità, ma che dagli anni pre-crisi a oggi è aumentato del 182 per cento. Una particolarità negativa è che da circa cinque anni  la povertà tende ad aumentare al diminuire dell’età: i minori e i giovani sono le categorie più svantaggiate (nel 2007 il trend era esattamente l’opposto). Tra gli individui in povertà assoluta i minorenni sono 1 milione 208mila (il 12,1% del totale) e i giovani nella fascia 18-34 anni 1 milione 112mila (il 10,4%): oggi quasi un povero su due è minore o giovane. Gli ultimi dati sulla povertà in Italia li ha diffusi nella Giornata mondiale di lotta contro la povertà la Caritas Italiana col suo rapporto 2018 “Povertà in attesa”, su povertà e politiche di contrasto. Una delle aggravanti maggiori della povertà secondo il rapporto Caritas è l’istruzione. Dal 2016 al 2017 si aggravano le condizioni delle famiglie in cui la persona di riferimento ha al massimo la licenza elementare (passando dal 8,2% al 10,7%). Al contrario i nuclei dove il “capofamiglia” ha almeno un titolo di scuola superiore presentano valori di incidenza della povertà molto più contenuti (3,6%). Per quanto riguarda la cittadinanza, la povertà assoluta si mantiene al di sotto della media tra le famiglie di soli italiani (5,1%), anche se è in leggero aumento rispetto allo scorso anno, mentre si attesta su livelli molto elevati tra i nuclei con soli componenti stranieri (29,2%). Lo svantaggio degli immigrati non è una novità e nel 2017 sembra rafforzarsi ulteriormente: tra gli italiani risulta povera una famiglia su venti, tra gli stranieri quasi una su tre. L’età media delle persone incontrate nei centri Caritas è 44 anni. I giovani tra i 18 e i 34 anni rappresentano la classe con il maggior numero di presenze (25,1%). Tra gli italiani prevalgono le persone delle classi 45-54 (29,3%) e 55-64 anni (24,7%). I pensionati costituiscono il 15,6%. Per quanto riguarda lo stato civile le persone incontrate risultano per lo più coniugate (45,9%) e celibi/nubili (29,3%). I disoccupati ascoltati nei centri nel 2017 sono stati il 63,8%: tra gli stranieri la percentuale sale al 67,4%. Tra gli altri elementi del 2017 c’è l’incremento delle persone senza dimora e delle storie con un minor capitale relazionale (famiglie uni-personali): ancora oggi la rottura dei legami familiari può costituire un fattore scatenante nell’entrata in uno stato di povertà e di bisogno. In linea con gli anni precedenti, nell’analisi dei bisogni spiccano anche per il 2017 i casi di povertà economica (78,4%), seguiti dai problemi di occupazione (54,0%) e dai problemi abitativi (26,7%) in aumento rispetto al 2016. All’interno di questa categoria si nota un evidente incremento, dal 44,3% al 52,5%, della situazione di chi è privo di un’abitazione. Alle difficoltà di ordine materiale seguono poi altre forme di vulnerabilità che in molti casi si associano alle prime: problemi familiari (14,2%), difficoltà legate allo stato di salute (12,8%) o ai processi migratori (12,5%). Su 100 persone per le quali è stato registrato almeno un bisogno quasi 40 hanno manifestato 3 o più ambiti di difficoltà. Solo il 36,5% ha manifestato difficoltà riferite a una sola dimensione di bisogno (percentuale in calo rispetto all’anno precedente). Le situazioni più frequenti di sovrapposizione di bisogni sono quelli in cui si combinano povertà e disagio occupazionale. Tuttavia non ci si rivolge alla Caritas solo per aspetti di povertà materiale o per problematiche lavorative: il 46,1% degli utenti non manifesta esplicitamente problemi occupazionali; il 4,2% del totale ha addirittura fatto riferimento ai centri di ascolto per problematiche che esulano sia da problemi economici che lavorativi (es. malattia mentale, depressione, separazioni, divorzi, morte di un congiunto, difficoltà nell’assistenza di familiari, problemi di detenzione e giustizia). Le richieste più frequenti sono quelle relative a beni e servizi materiali (62,1%), in crescita rispetto al 2016. Per quanto riguarda gli interventi e le risposte realizzati, la forma di aiuto più frequente è stata l’erogazione di beni e servizi materiali (62,9%), in aumento rispetto al passato. Tra queste prevalgono le distribuzioni di pacchi viveri, di vestiario e l’erogazione di pasti alla mensa. In valore assoluto nel 2017 sono stati realizzati circa 2 milioni 600mila interventi, in lieve diminuzione rispetto al 2016. Infine il punto sul reddito d’inclusione (REI). Il percorso di attuazione ha avuto inizio il 1 dicembre 2017. Fino al giugno 2018 lo ha ricevuto il 60% degli aventi diritto (poco più di 1 milione su 1,7 milioni totali). É una percentuale significativa per una misura relativamente “giovane” e un risultato che segnala un buon attecchimento iniziale del REI nei territori. Dal 1 giugno 2018 sono venuti meno i criteri familiari e la grave povertà costituisce l’unico requisito d’accesso. Questo significa che la platea degli aventi diritto si è allargata fino a raggiungere la quota di circa 2,5 milioni d’individui, cioè la metà di quei 5 milioni in povertà assoluta oggi presenti in Italia. L’importo medio del REI oggi è pari a 206 euro mensili, pochi sottolinea il rapporto per uscire dalla povertà assoluta, coprendo la distanza tra il reddito disponibile delle famiglie e la soglia di povertà assoluta. Tradotto in cifre, si tratta di salire in media dagli attuali 206 euro mensili a 396; ciò significa, ad esempio, per una famiglia di una persona passare da 150 a 316 euro e per un nucleo di quattro da 263 a 454. Per quanto riguarda l’infrastruttura dei servizi per l’introduzione di una misura nazionale per il welfare locale, finora mancata, alcuni segnali positivi già si sono avuti, ma va comunque detto – sottolinea il rapporto - che l’effettiva realizzazione dell’azione di infrastrutturazione ha mostrato finora alcune criticità evidenti. Primo, è partita in ritardo. Secondo, non è ancora chiaro quale sarà l’impegno del Governo nel monitoraggio. Terzo, mentre si è verificato un investimento rilevante per l’infrastrutturazione dei servizi sociali dei Comuni, lo stesso non si può dire per i Centri per l’impiego.  Fonte.www.qiuotidianosanita'.it
Alcol
Quotidiano Sanità,   17/10/2018
Alcol. In Italia 435mila morti in 10 anni. Ecco l’identik dei bevitori, delle motivazioni e degli effetti in una ricerca Eurispes-Enpam Attraverso l’analisi e l’incrocio di diverse fonti statistiche, Eurispes ed Enpam hanno calcolato i decessi causati dall’alcol in Italia negli ultimi 10 anni: 435mila morti dal 2008 al 2017 per patologie alcol-correlate, incidenti stradali, incidenti sul lavoro, incidenti domestici e omicidi o suicidi legati allo stato di alterazione psicofisica. Di questi, 296mila e cinquecento sono uomini, 139mila donne. 17 OTT - La maggiore delle dipendenze è quella da alcol che rappresenta il primo fattore di rischio per la salute in Europa, dopo il fumo e l’ipertensione. Ed è stata la causa in dieci anni (2008-2017) di 435mila morti. La frequenza dei pazienti che presentano problemi legati all’alcol è preoccupante: poco meno della metà dei medici intervistati (48,5%) ha detto di incontrare persone con questo profilo “qualche volta”, più di tre su dieci (31,6%) ha rivelato di incontrarli “spesso”. A visitare pazienti che non sono in grado di gestire un uso responsabile di sostanze alcoliche sono, in quantità leggermente superiore, i medici delle strutture pubbliche rispetto quelli delle strutture private. I problemi che i medici riscontrano con maggiore frequenza sono: patologie legate ad un’abitudine al consumo eccessivo (53,8%), problemi psicologici legati alla dipendenza da alcol (22,3%), incidenti dovuti alla guida in stato d’ebbrezza (13,4%), problemi legati al bere compulsivo, come coma etilico e intossicazione da alcol (9,9%), infine, in misura minore, incidenti sul lavoro dovuti allo stato di ebbrezza (0,6%).   Nei paesi dell’Unione, il consumo annuo pro capite è stimato a 9 litri. L’Italia supera nettamente la media mondiale di un consumatore di alcol su tre: il 60% degli italiani, infatti, consuma una o più dosi di alcol al giorno. Nel nostro Paese si contano 8,6 milioni di consumatori a rischio, 2,5 milioni dei quali anziani e 1,5 milioni adolescenti. Secondo l’Osservatorio Nazionale Alcol-Cneps dell’Istituto Superiore di Sanità i consumatori “dannosi”, che presentano problemi di salute conseguenti al consumo di alcol, sarebbero circa 700mila.   Attraverso l’analisi e l’incrocio di diverse fonti statistiche, Eurispes ed Enpam hanno calcolato i decessi causati dall’alcol in Italia negli ultimi 10 anni: 435mila morti dal 2008 al 2017 per patologie alcol-correlate, incidenti stradali, incidenti sul lavoro, incidenti domestici e omicidi o suicidi legati allo stato di alterazione psicofisica. Di questi, 296mila e cinquecento sono uomini, 139mila donne.     Si beve ovunque a qualunque ora, anche con pochi soldi, sempre più lontano dai pasti, e soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione. Secondo l’indagine Enpam-Eurispes “Il consumo di alcol tra i cittadini”, un quarto degli italiani associa l’alcol a situazioni di convivialità (23,8%), il 17,1% lo accomuna ad una sensazione di piacere, l’11,9% ad un concetto di spensieratezza, un cittadino su dieci al relax (10,6%). Più contenute le percentuali di chi lo associa ad un’immagine non positiva: fuga dai problemi (9,3%), perdita del controllo (9%), pericolo (7,3%).   Il dato relativo alla risposta “convivialità” passa dall’ 16,5% nella fascia tra i 18-24 anni ad un valore massimo di 26,8% nella fascia dei più anziani. Sono i più giovani, invece, ad associare all’alcol il concetto di “piacere” più spesso delle persone mature (21,6% contro il 14,3% delle persone mature).   Gli uomini più delle donne ritengono che bere sia un piacere (19,4 contro 14,8%); al contrario, le donne più spesso degli uomini associano l’alcol alla perdita del controllo (11,5% contro 6,4%).   Entrando nel merito del consumo di alcol, le risposte raccontano un consumo “normale”, quasi moderato. Oltre la metà dichiara di consumare alcol “qualche volta” (55,7%), il 17,1% lo fa “spesso”, solo il 7,9% “tutti i giorni” e quasi due su dieci non beve “mai”. A bere più “spesso” sono i giovani: tre su dieci nella fascia 18-24enni, il 23% tra i 25-34enni. Le differenze tra i due sessi sono sempre più sottili, anche se rimane più alto il numero delle donne astemie (28,1% contro il 10,5%).   Tuttavia, è la precocità del debutto alcolico, l’aspetto più preoccupante che emerge dalla ricerca. Il 15,8% ha bevuto il primo bicchiere tra gli 11 e i 13 anni, e tra i maschi la percentuale sale al 20,5%; un terzo della popolazione lo ha fatto tra i 14 e i 17 anni (33,5%), per due su dieci il “debutto” è avvenuto tra i 18 e i 20 anni (20,1%), il 12,4% ha iniziato a bere dopo i vent’anni. Ha assunto alcol prima dei 10 anni il 3,8% degli intervistati: in particolare al Nord-Ovest, dove si registra un numero di bevitori precoci superiore alla media che si attesta al 7,6%.   Negli ultimi anni, è cambiato profondamente il modo di bere: lo si fa sempre di più fuori dai pasti, in dosi massicce e in un tempo circoscritto.  I dati dell’Osservatorio Enpam-Eurispes rivelano che oltre tre italiani su dieci bevono alcol quando si trovano “in compagnia” (32,1%), il 23,6% quando “ne ha voglia”, una percentuale quasi analoga lo fa “durante i pasti” (23,2%), il 21,2% “in occasione di ricorrenze”. La tendenza a bere in compagnia è più accentuata tra i giovani 18-24 anni (45%), mentre tra i 25-34enni l’abitudine a bere quando se ne ha voglia raggiunge il 32,7%. Dati spia di abitudini potenzialmente a rischio che caratterizzano più i giovani rispetto agli adulti e agli anziani.   Quasi la metà del campione ammette di bere eccessivamente “ogni tanto” (47,7%), l’11,1% lo fa “spesso”, solo lo 0,7% “tutti i giorni”; mentre quattro intervistati su dieci dichiarano di non bere mai eccessivamente.  Se confrontiamo questo risultato con i dati del 22esimo Rapporto Italia dell’Eurispes del 2010, emerge un preoccupante aumento del consumo eccessivo: allora, la quota di chi beveva “spesso” era dell’1,6%, la quota di chi eccedeva “qualche volta” si fermava al 33,7%. Ed è tra i giovani che la percentuale dei consumatori occasionali cresce ancora rispetto alla media, arrivando al 60% tra i 18-24enni e al 59,2% tra i 25-34enni. Al Nord-Ovest il triste primato del numero più alto di bevitori eccessivi.   Se si analizzano i motivi di chi oltrepassa il limite, si scopre che gli eccessi oggi si sposano, più frequentemente che in passato, con gli stati d’animo delle persone e con le loro difficoltà, anche relazionali.    Il 28% di chi si trova a bere in modo eccessivo riconosce che lo fa per “piacere” (nel 2010 la quota era del 49,4%); oltre un quarto degli intervistati fa uso eccessivo di sostanze alcoliche per “stare meglio con gli altri”, il 12,1% in più rispetto a otto anni fa; il 23,7% dichiara di eccedere per “rilassarsi”, ovvero l’8,8% in più rispetto al 2010. Aumenta anche chi ritiene che bere sia un modo per “affrontare una situazione complicata” (9,2% contro il 2,6%) e chi lo fa per “reagire a un insuccesso” (2,2% contro l’1,2%). In particolare, sono soprattutto i giovani a ricorrere alle cure dell’alcol per affrontare una situazione complicata (l’11,1% tra i 25-34enni, il 9,2% tra i 18-24enni, il 9,1% tra i 35-44enni). Suddividendo la nazione in macro-aree geografiche, scopriamo che ad apprezzare maggiormente gli effetti di un uso smodato di bevande alcoliche per puro piacere sono gli abitanti del Meridione (31,3% Sud, 31,1% Centro), seguiti dal 28% del Nord-Est, dal 26,6% del Nord-Ovest, per finire con il 20% delle Isole. Alla domanda “quante persone conosce che possono essere definite bevitori eccessivi?”, il 31,6% risponde “alcune”, il 29,3% “poche”, il 15,8% “nessuna”, il 14,8% “parecchie”, l’8,5% “molte”.  Eppure, in una classifica delle sostanze psicotrope capaci di alterare la regolare attività mentale, l’alcol è considerato all’ultimo posto dopo droghe sintetiche (38,5%), cocaina (25,1%), fumo (22,1%): solo il 14,3% ritiene, infatti, che l’alcol sia la sostanza più nociva per la salute.   In Italia, l’uso di sostanze alcoliche è tra le prime cause di morte tra i giovanissimi, spesso in seguito ad incidenti stradali.   La netta maggioranza dei ragazzi beve alcolici (61,7%): oltre la metà lo fa “qualche volta” (51,6%), l’8,2% “spesso”, solo l’1,9% tutti i giorni. Se analizziamo le fasce d’età, scopriamo che tra gli 11-14enni prevalgono coloro che non bevono mai (64,8%) e che tre su dieci lo fanno “qualche volta”; la situazione si capovolge tra i 15-18enni: il 65,1% beve “qualche volta” e solo due su dieci sono astemi. La quota di ragazzi che non bevono mai risulta più elevata tra chi è nato all’estero (44,1% contro il 37,9%). Si inizia a consumare alcolici sempre più presto: più della metà dei ragazzi che ha confessato di fare uso di alcol, ha bevuto il primo bicchiere tra gli 11 e i 14 anni (52,8%), più di un quarto dai 15 anni in su (26,9%), e quasi due su dieci addirittura prima degli 11 anni (18,4%). I maschi dimostrano un approccio più precoce rispetto alle femmine: per oltre un quinto l’iniziazione è avvenuta prima degli 11 anni (21,9%). Tra i nati all’estero la percentuale di chi ha iniziato prima degli 11 anni sale al 28,4%. In tutte le aree geografiche la fascia d’età d’esordio più citata è quella tra gli 11 e i 14 anni. La birra è in cima alla classifica del consumo di alcolici tra i giovanissimi: solo il 12,2% dice di non berla “mai” e il 21,2% lo fa “spesso”. Seguono cocktail e aperitivi e in terza posizione il vino, poi shottini e superalcolici. L’area del Paese che registra la quota più alta di ragazzi che, sia pure con frequenza diversa, consumano tutti i tipi di alcolici considerati è il Nord-Est; medesima tendenza nelle Isole, ad eccezione del vino. La ricerca rivela che, per i più giovani, il consumo di alcolici è quasi sempre disgiunto dai pasti e dalla tavola: si tratta, quindi di un consumo non abituale ma sempre più legato a momenti di convivialità e divertimento.  A sentire l’opinione degli stessi giovanissimi, il “limite” si oltrepassa per diversi motivi: ci si ubriaca per “sentirsi più grandi” (42%), o perché “lo fanno tutti” (18,4%), perché è “una cosa piacevole” (14,3%), per “fare qualcosa di proibito” (10,2%), per “rilassarsi” e socializzare (8,3%), il 6,8% per “fare una nuova esperienza” (6,8%). La maggior parte dei cittadini è consapevole dell’esistenza di un problema sociale legato all’alcol in Italia: secondo un terzo si tratta di un problema “rilevante” (35,4%), un altro 31,1% lo considera “moderato”. Una minoranza sottostima il fenomeno (14,3%), circoscrivendolo a casi isolati, mentre quasi un quinto non è in grado di valutare (19,2%). In occasione del Primo Rapporto sull’Alcolismo in Italia, realizzato dall’Eurispes nel 1984, la percezione dell’alcol emergeva come problema sociale in modo nettamente più forte: in quell’occasione il 66% degli interpellati lo riteneva un problema, quasi il doppio rispetto ad oggi.  Analizzando le aree geografiche del Paese, salta agli occhi come il Nord-Ovest sia la macroarea che, molto meno del resto d’Italia, percepisce l’alcolismo come un problema (18,2% contro il 33% del Nord-Est, il 47,2% del Centro, il 39,2% del Sud, il 51,2% delle Isole).   Secondo il 60% degli italiani, il consumo di alcolici deve essere regolato dalla legge, il 40% la pensa diversamente. La fascia dei 18-24enni è l’unica nella quale prevale il numero di contrari ad una regolamentazione dei consumi. Quasi un terzo di chi è contrario ritiene che consumare alcolici sia una “scelta individuale” (30,3%), per il 26,2% i problemi “non si risolvono con la legge”, per il 22,9% “informare è meglio che vietare”. Il 12,9% invece ritiene che l’alcol “non sia una piaga sociale”; infine, un 7,7% si dice “contrario per non incrementare la speculazione”.  Nel complesso, quindi, prevalgono le risposte che evidenziano l’inefficacia di eventuali provvedimenti legislativi per contrastare il problema.  A chi, invece, si è pronunciato a favore di una regolamentazione del consumo di alcol, è stato chiesto quale regola, a suo avviso, dovrebbe essere adottata. Secondo il 43,7% si dovrebbe consentire di bere sopra i 18 anni; il 28,1% suggerisce una regolamentazione solo per la vendita; il 12,8% opterebbe per l’aumento del prezzo degli alcolici; il 10,7% vorrebbe che la proibizione fosse addirittura estesa a tutti; il 4,7% sarebbe d’accordo con la concessione a bere sopra i 14 anni. E poi ci sono le nuove tendenze che tracciano un panorama inedito del consumo: si inizia a bere più precocemente (93,7%), le donne bevono più che in passato (93,3%), si beve di più lontano dai pasti (90,5%), si bevono più superalcolici (78,5%), si associa più spesso il consumo di alcol a quello della droga (73,2%), sono più frequenti gli episodi di ubriacatura (71,4%).  Il fenomeno della dipendenza da alcol ha molteplici origini, sulle quali i medici italiani hanno diverse opinioni: ma ce n’è una che li accomuna quasi tutti, la scarsissima correlazione tra emarginazione sociale e alcolismo. Infatti, solo il 5,3% dei medici ritiene che la mancata inclusione sociale sia all’origine della dipendenza. Gli altri professionisti si dividono tra un 26,2% che ricerca la causa nell’abitudine ad un consumo sregolato, un altro 23,1% che considera depressione e ansia tra le principali cause, un 23,5% secondo il quale l’alcol viene usato come “stimolante”, e un 21,9% che vi legge un forma di imitazione verso modelli scorretti. In sostanza, per oltre sette medici su dieci, le motivazioni al bere non sono legate a problemi, disagi o stati d’animo negativi, ma piuttosto alla ricerca di divertimento e di sballo.  Per oltre la metà dei medici intervistati, i reparti ospedalieri e le strutture mediche dedicate alla cura e al sostegno dei pazienti con problemi legati all’alcol sono “scarsi” (53,8%), per il 29% sono “insufficienti”, per il 16,2% sono invece “sufficienti” e solo l’1% ritiene siano “ampiamente sufficienti”. Coloro che danno un giudizio nettamente negativo sono concentrati in Sicilia, Sardegna e nelle isole minori. Per la maggioranza degli intervistati non sono sufficienti nemmeno le campagne di sensibilizzazione e informazione promesse dallo Stato; uno strumento apprezzato dai medici e che dovrebbe essere più diffuso. Nel dettaglio, quasi nove su dieci ritengono le campagne “insufficienti” (88,2%), uno su dieci le crede “sufficienti” (11,4%), solo lo 0,4% le definisce “eccessive”. Oltre la metà dei medici crede debba essere la scuola a dover educare (51,3%). L’altra metà si divide tra chi ritiene le campagne di sensibilizzazione un ottimo strumento (16,6%), chi chiede di modificare l’immagine che pubblicità e media diffondono (9,9%), chi ritiene sia necessario promuovere servizi di consulenza dedicati (8,7%), chi vorrebbe una regolamentazione più restrittiva per la vendita (7,5%), chi vede la soluzione nell’incremento di centri di assistenza e recupero (6%).   “Attraverso i dati della rilevazione – ha commentato Alberto Oliveti, presidente Enpam -  ci si rende conto della pericolosità di alcuni fenomeni sociali legati a una cultura dello sballo in via di costante diffusione. Tra questi, il fenomeno dell’ “abbuffata alcolica” (binge drinking), tipico della popolazione giovanile tra gli 11 e i 17 anni. Così come la tendenza legata al primo contatto, sempre più precoce, dei giovani verso l'alcol. L'incidenza di certi comportamenti è sensibilmente influenzata dall'uso massivo delle nuove tecnologie e dai social network. Il medico di Medicina generale, che presidia società e territorio capillarmente, può e deve assumere il ruolo di playmaker”.   “Con questa indagine – ha detto Gian Maria Fara, presidente Eurispes - ampia ed articolata abbiamo, a distanza di quasi trent’anni, fatto il punto sulla evoluzione del fenomeno e sulle sue derive. I dati che emergono testimoniano una cresciuta consapevolezza, ma anche la necessità di un impegno costante sul piano della prevenzione e del sostegno alle famiglie interessate, così come su quello culturale, della comunicazione e dell’informazione”.   Fonte.www.quotidianosanita'.it
Quanto vivremo nel 2040?
Quotidiano Sanità,   17/10/2018
Quanto vivremo nel 2040? Italia sarà al 6° posto mondiale per longevità, con una aspettativa di vita di 84,5 anni, 2,2 in più rispetto al 2016. Ma la sfida sarà tenere a bada le malattie non trasmissibili Nel 2040, l’Italia sarà la sesta nazione più longeva al mondo, con un’aspettativa di vita di 84,5 anni, guadagnando una posizione rispetto al 2016. Lo rivela un rapporto appena pubblicato su Lancet. E i grandi nemici da combattere, per evitare di morire prematuramente, saranno soprattutto le malattie croniche e non trasmissibili. Nella black list con la quale si dovrà confrontare la medicina dei prossimi vent’anni figurano cardiopatia ischemica, ictus, BPCO, insufficienza renale, Alzheimer, diabete, incidenti stradali, cancro del polmone 17 OTT - L’Institute for Health Metrics and Evaluation ha pubblicato su Lancet il suo ultimo studio sulle proiezioni di aspettativa di vita e principali cause di morte da qui al 2040, secondo diversi di scenari . Gli scenari più favorevoli danno l’aspettativa di vita ancora in lieve aumento; ma non tutte le previsioni sono così ottimistiche. In generale, secondo gli scenari più favorevoli circa 50 nazioni guadagneranno ben 10 anni di vita da qui al 2040; secondo lo scenario più pessimista invece almeno metà delle nazioni potrebbero trovarsi con un’aspettativa di vita ridotta rispetto a quella attuale.   Le oscillazioni più importanti sull’aspettativa di vita potrebbero essere correlate alla mortalità prematura da patologie trasmissibili e non trasmissibili, oltre che dagli incidenti. Enormi appaiono le potenzialità di influenzare la salute attraverso gli interventi mirati a combattere ipertensione arteriosa, obesità, tabacco, alcol e inquinamento atmosferico.   E la classifica delle varie nazioni, secondo la loro aspettativa di vita, offre naturalmente uno spaccato sullo stato di salute di quella nazione stessa. Secondo questo criterio ad esempio, la Cina passerebbe dalla 68ª posizione su 195 azioni (nel 2016 l’aspettativa di vita in questo Paese era di 76,3 anni), al 39° posto, poiché secondo i trend attuali la sua aspettativa di vita nel 2040 potrebbe arrivare a 81,9, facendo segnare cioè un guadagno di ben 5,6 anni.   Per contro gli USA, che nel 2016 avevano una vita media di 78,7 anni, posizionandosi così al 43° posto di questa classifica, nel 2040 potrebbero arrivare ad un’aspettativa di vita di 79,8 anni (+1,1 anni), che li porterebbe però a perdere punti in classifica e a retrocedere al 64° posto.   Secondo le previsioni fatte da questo studio al primo posto nella classifica per aspettativa di vita nel 2040 troveremo la Spagna (con 85,8 anni) che è peraltro già nella parte alta della classifica (al 4° posto), avendo fatto registrare nel 2016 una vita media di 82,9 anni. Il Giappone che secondo la classifica del 2016 era al primo posto come aspettativa di vita (83,7 anni) scenderà al secondo posto (85,7), subito dietro la Spagna nel 2040.   L'Italia dovrebbe raggiungere una media di aspetattiva di vita di 84,5 anni, che la collocherebbe al 6° posto, mentre nel 2016 era al 7° posto con un’aspettativa di vita di 82,3 anni, guadagnando quindi più di due anni di vita.   Lo studio pubblicato su Lancet prevede comunque un aumento significativo della mortalità da patologie non trasmissibili, quali diabete, pneumopatia cronica ostruttiva, insufficienza renale cronica, cancro del polmone, obesità. Queste le cattive notizie, mitigate però dalla consapevolezza che tanto può essere per correggere queste previsioni, combattendo i fattori di rischio principali, migliorando i livelli di istruzione e il guadagno pro capite.   “Il futuro della salute del mondo – commenta il primo autore dello studio Kyle Foreman, Direttore della Scienza dei Dati l’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) della University of Washington – non è predefinito e sono possibili diverse traiettorie. Ma il progresso o la stagnazione dipenderanno da quanto bene o male i servizi sanitari si occuperanno dei principali driver della salute”.   Questi i cinque principali determinanti della salute di un Paese, e in particolare delle morti premature, individuati dagli autori dello studio: ipertensione arteriosa, elevato indie di massa corporea, iperglicemia, uso di tabacco e di alcol. Al sesto posto, collocano l’inquinamento dell’aria.   La top 10 delle nazioni con la più elevata aspettativa di vita, secondo i calcoli dell’IHME sarà la seguente: Spagna, Giappone, Singapore, Svizzera, Portogallo, Italia, Israele, Francia, Lussemburgo, Australia. Anche nel peggiore degli scenari possibili, si prevede che nel 2040 queste nazioni manterranno comunque un’aspettativa di vita superiore agli 80 anni.   Fanalino di cosa di questa classifica saranno invece Lesotho, Swaziland, Repubblica Centrafricana e Sud Africa.   “Si continueranno a registrare forte ineguaglianze – ammette Christopher Murray direttore dell’IHME – e il gap tra gli scenari ‘migliori’ e quelli ‘peggiori’ si restringerà, pur rimanendo però significativo. In molte nazioni, tante persone continueranno a vivere in povertà, ad avere un basso grado di istruzione e a morire in maniera prematura. Ma sarà possibile fare tanti progressi intervenendo sui principali fattori di rischio quali il fumo e una dieta non salutare.”   Secondo lo scenario ‘peggiore’ l’aspettativa di vita diminuirà, rispetto all’attuale, in circa metà delle nazioni nel corso della prossima generazione; in particolare, ci sarà una riduzione in 87 nazioni e un aumento di un anno o più in altre 57 nazioni. Nello scenario migliore invece la previsione è di un aumento dell’aspettativa di vita di almeno 5 anni in 158 nazioni e di addirittura 10 anni in 46 nazioni.   A determinare queste ampie oscillazioni, a seconda dello scenario considerato, saranno prevalentemente le malattie non trasmissibili. Se nel 2016 nella top ten delle cause di mortalità prematura figuravano in quattro casi malattie non trasmissibili e incidenti, nel 2040 saranno addirittura otto su dieci: cardiopatia ischemica, ictus, BPCO, insufficienza renale, Alzheimer, diabete, incidenti stradali, cancro del polmone.   Le nazioni che più miglioreranno l’aspettativa di vita da qui al 2040 La Siria è la nazione che salirà di più nella classifica mondiale, passando dal 137° posto del 2016 all’80° nel 2040. La Nigeria passerà dal 157° al 123° posto. L’Indonesia dal 117° al 100°.   Le nazioni nelle quali più peggiorerà l’aspettativa di vita da adesso al 2040 La Palestina è la nazione che ha le previsioni peggiori per aspettativa di vita in futuro e che si prevede precipiterà dal 114° posto del 2016, al 152° nel 2040. Ma anche molte nazioni ad alto reddito sono nella black list dell’aspettativa di vita nel 2040.   Gli Usa ad esempio potrebbero passare dall’attuale 43° posto al 64° nel 2040. Il Canada dal 17° al 27°. La Norvegia dal 12° al 20°. Taiwan dal 35° al 42°. Il Belgio dal 21° al 28°. L’Olanda dal 15° al 21°.   La top ten per aspettativa di vita nel 2040 1.  Spagna (85,8 anni) – nel 2016 era al 4° posto con un’aspettativa di vita di 82,9  anni 2.  Giappone (85,7 anni) - nel 2016 era al 1° posto con un’aspettativa di vita di 83,7 anni 3.  Singapore (85,4 anni) - nel 2016 era al 3° posto con un’aspettativa di vita di 83,3 anni 4.  Svizzera (85,2 anni) - nel 2016 era al 2° posto con un’aspettativa di vita di 83,3 anni 5.  Portogallo (84,5 anni) - nel 2016 era al 23° posto con un’aspettativa di vita di 81 anni 6.  Italia (84,5 anni) - nel 2016 era al 7° posto con un’aspettativa di vita di 82,3 anni 7.  Israele (84,4 anni) - nel 2016 era al 13° posto con un’aspettativa di vita di 82,1 anni 8.  Francia (84,3 anni) - nel 2016 era all’8° posto con un’aspettativa di vita di 82,3 anni 9.  Lussemburgo (84,1 anni) - nel 2016 era al 10° posto con un’aspettativa di vita di 82,2 anni 10. Australia (84,1 anni) - nel 2016 era al 5° posto con un’aspettativa di vita di 82,5 anni   Maria Rita Montebelli Fonte.www.quotidianosanita'.it
Medico aggredito al S.Andrea di Roma
Quotidiano Sanità,   16/10/2018
Medico aggredito al Sant’Andrea di Roma. D’Amato: “Riaprire i posti di polizia in ospedale” L’aggressione è avvenuta la notte scorsa. L’aggressione sarebbe stata arginata grazie all’intervento di un secondo operatore sanitario e alla successiva azione di contenimento del servizio di vigilanza. Per l’assessore è arrivato il momento di ripristinare i posti di Polizia negli ospedali, “almeno quelli con maggiori accessi e afflusso”. 16 OTT - Un medico dell’azienda ospedaliera Sant’Andrea è stato aggredito la notte scorsa da da un paziente. Il camice bianco era di guardia notturna quando un paziente gli si sarebbe scagliato contro con urla e spintoni. Immediato l’intervento di un secondo operatore sanitario, che è corso in aiuto del medico, e poi del servizio di vigilanza Sulla vicenda è intervenuto l’assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D’Amato: “Vogliamo rivolgere solidarietà e vicinanza per l’aggressione subita al medico di guardia in servizio questa notte presso l’Azienda ospedaliero-universitaria del Sant’Andrea che offrirà il pieno supporto alla vittima. Si tratta di una vile aggressione nei confronti del personale sanitario”. Da D’Amato “un appello affinché vengano ripristinati al più presto i posti di Polizia negli ospedali, almeno quelli con maggiori accessi e afflusso per garantire la sicurezza dell’utenza e degli operatori stessi che ogni giorno, con passione e competenza, si spendono per il prossimo”. Fonte.www.quotidianosanita'.it
Amci:Camillianum
Quotidiano Sanità,   16/10/2018
Camillianum. I medici cattolici: “Sorpresi e dispiaciuti per la chiusura. Salvaguardare diritti di studenti e docenti” In una nota l’Associazione “auspica che la gestione venga assunta da un altro idoneo soggetto istituzionale, che salvaguardi i diritti degli studenti e dei docenti da tempo impegnati per la vitalità e la crescita dell’Istituto di Teologia Pastorale Sanitaria”. 16 OTT - “L’Associazione Medici Cattolici Italiani apprende con sorpresa e dispiacere la decisione dei Padri Camilliani di chiudere l’Istituto di Teologia Pastorale Sanitaria “Camillianum”. Il “Camillianum”, voluto da San Giovanni Paolo II, da oltre 30 anni rappresenta il Centro Universitario di eccellenza per la ricerca sull’identità culturale e della professione sanitaria in senso vocazionale, anche attraverso il contributo e la valorizzazione del dialogo con le diverse confessioni religiose e con il pensiero laico.   Esprimiamo  profondo rispetto verso l’istituto religioso dei Padri Camilliani che per insindacabili ragioni sono indotti a recedere repentinamente dall’impegno di conduzione diretta della prestigiosa istituzione universitaria, tuttavia, il venir meno di una così grande ricchezza di pensiero, di evangelizzazione, di missione e di testimonianza, ci induce a  formulare l’auspicio che la gestione del “Camillianum” venga assunta da un altro idoneo soggetto istituzionale, che salvaguardi  i diritti degli studenti e dei docenti da tempo impegnati per la vitalità e la crescita dell’Istituto. Confidiamo nella prudente saggezza della Chiesa per una iniziativa di salvaguardia di un Istituto che ha assunto in questi 30 anni di vita un valore e un significato che hanno probabilmente travalicato anche le stesse aspettative dei Camilliani per diventare un patrimonio culturale a disposizione della Chiesa e della società civile.   Riteniamo, ancora, particolarmente alla luce del pensiero di Papa Francesco che oggi più che mai l’Istituto debba rappresentare uno strumento indispensabile per la missione della Chiesa”. E’ quanto si legge in un comunicato dell’Associazione Medici Cattolici Italiani.  Fonte.www.quotidianosanita'.it
Lazio:migranti
Quotidiano Sanità,   16/10/2018
Migranti. Lazio approva linee guida tutela sanitaria dei richiedenti protezione internazionale D’Amato: “Abbiamo svolto un grande lavoro con l’obiettivo di uniformare e omogeneizzare su tutto il territorio regionale le procedure della presa in carico sanitaria nelle diverse fasi del percorso di accoglienza dei richiedenti protezione internazionale”. Nel documento indicazioni alle Asl e informazioni utili agli operatori dei Centri d’accoglienza, “a tutela dei migranti e degli operatori stessi”. 16 OTT - La Regione Lazio ha approvato nella seduta odierna di Giunta una delibera in merito alle ‘Indicazioni e procedure per l’accoglienza e la tutela sanitaria dei richiedenti protezione internazionale’. “Un documento tecnico – spiega la Regione in una nota - che consente la concreta applicazione delle norme nazionali e regionali in materia di accoglienza e tutela sanitaria per i richiedenti e titolari di protezione internazionale e umanitaria. Non si tratta di un gruppo omogeneo di migranti, essendo portatori di differenti esperienze, bisogni di salute e di aspettative di assistenza e che le problematiche di salute dipendono, oltre che da eventi traumatici, dalla caratterizzazione epidemiologica di malattie presenti nel paese di provenienza e dalla esposizione a fattori di rischio, durante il percorso migratorio e post migratorio”.   “Abbiamo svolto un grande lavoro con l’obiettivo di uniformare e omogeneizzare su tutto il territorio regionale le procedure della presa in carico sanitaria nelle diverse fasi del percorso di accoglienza dei richiedenti protezione internazionale – ha spiegato l’Assessore alla Sanità e l’Integrazione Sociosanitaria della Regione Lazio, Alessio D’Amato – Nel documento forniamo precise indicazioni alle Asl e informazioni utili agli operatori dei Centri d’accoglienza, a tutela dei migranti e degli operatori stessi”. Font6e.www.quotidianosanita'.it
Cimo:manovra
Quotidiano Sanità,   16/10/2018
Manovra. Cimo: “Su contratto dal Governo solo elemosina” Il sindacato critica le misure contenute nella Legge di Bilancio. Quici: “Quello che vediamo arrivare purtroppo oggi dallo Stato rischia di essere un obolo insignificante e si deve chiarire come verrà integrato. Non saremo disponibili ad essere strumentalizzati dai rimpalli di responsabilità e numeri tra Ministero, Regioni e altri organismi istituzionali”. 16 OTT - “La misura contenuta nel disegno di legge di Bilancio 2019 varato ieri dal Consiglio dei Ministri, che assegnerebbe 284 milioni per chiudere il contratto 2018 di tutto il comparto sanità, rischia di essere totalmente marginale, quasi un’elemosina, se le Regioni non la integreranno subito con i fondi che avrebbero dovuto accantonare ma che da mesi si rifiutano di far conoscere, mettendo in serio dubbio l’esistenza dei fondi stessi”. È quanto scrive in una nota la Cimo.   CIMO osserva infatti che, “se verrà confermato il valore di quanto il Governo ha messo a disposizione per il rinnovo del contratto di tutti i dipendenti della sanità che sono circa 650.000, l’incremento contrattuale per il 2018 sarebbe, con una media sommaria, di circa 33 euro lordi al mese a testa: circa un caffè al giorno. Per i 120.000 medici dirigenti che attendono da 10 anni il rinnovo del contratto sarebbe il danno oltre la beffa. Si vuole sperare che invece tali fondi vadano a integrare quanto le Regioni avrebbero dovuto accantonare nei loro bilanci per la contrattazione, numeri che da mesi tutte le parti interessate sono ancora in attesa di conoscere nonostante le numerose richieste di chiarimenti”.   “Quello che vediamo arrivare purtroppo oggi dallo Stato rischia di essere un obolo insignificante e si deve chiarire come verrà integrato”, commenta il Presidente Nazionale CIMO Guido Quici. “Ma attenzione, non saremo disponibili ad essere strumentalizzati dai rimpalli di responsabilità e numeri tra Ministero, Regioni e altri organismi istituzionali. Chiediamo semplicemente il rispetto delle regole e delle leggi che devono valere per tutti. Ad oggi, quanto stabilito dalle precedenti leggi sembra non essere stato rispettato e sugli accantonamenti delle Regioni abbiamo grossi dubbi. Che vengano da un decreto, dalla legge Finanziaria, dal FSN o dalle Regioni, quanto dovuto va riconosciuto alla dirigenza medica e subito, con la chiusura di un contratto adeguato”.   “Rispetto alle dichiarazioni del Viceministro dell’Economia Garavaglia che, accanto ai 284 mln per il 2018, indica in 1 miliardo le risorse destinate dalla manovra al rinnovo contrattuale del 2019 – aggiunge Quici - attendiamo un atto concreto che vincoli l’effettiva destinazione di tale somma”.   Entro oggi CIMO informa che “invierà alle Regioni formale diffida per ottenere nel termine di 30 giorni chiarezza sull’entità degli accantonamenti a copertura degli oneri derivanti dal rinnovo dei contratti collettivi nazionali dell’area dirigenziale per il periodo 2016-2018, riservandosi di procedere a eventuali denunce alle diverse Procure Regionali della Corte dei Conti”. Fonte.www.quotidianosanita'.it
Anaao:manovra
Quotidiano Sanità,   16/10/2018
Manovra. Anaao: “Si tassino giochi e sigarette per pagare il contratto dei medici. Si potrebbero ricavare i 500 milioni che servono” Durissima analisi del sindacato della Dirigenza medica e sanitaria sui provvedimenti della Legge di Bilancio: “Non si vede il recupero alla sanità delle risorse economiche sottratte nel tempo, non si vedono le politiche di assunzione, non si vede come si vuole garantire la capacità dell’ospedale di rispondere alla fase acuta delle malattie”. E su abolizione numero chiuso: “Soluzioni improvvisate e illusorie”. 16 OTT - “Siamo alle solite. Al di là dell'enfasi, dei neologismi e dei giochi di numeri, la legge di bilancio 2019 disattende l’impegno del Contratto di governo, la nuova Bibbia del potere di oggi, in favore della sanità pubblica, in un contrasto evidente tra fini e mezzi, tra obiettivi annunciati e risorse rese disponibili”. Questo il commento laconico dell’Anaao Assomed alla manovra per quanto riguarda la sanità.   “Non c’è traccia, nel testo anticipato dalla stampa – commenta Carlo Palermo Segretario Nazionale Anaao Assomed - di punti di rilievo del capitolo 20 del Contratto di governo ed altri sono reinterpretati. Non si vede il recupero alla sanità delle risorse economiche sottratte nel tempo, non si vedono le politiche di assunzione, individuate nel Contratto come strumento per ridurre le liste di attesa, non si vede come si vuole garantire la capacità dell’ospedale di rispondere alla fase acuta delle malattie senza le competenze e le conoscenze dei medici specialisti, che oggi semplicemente mancano. Anche perché il governo si guarda bene dal finanziare i 3000 posti in più di formazione specialistica che da tempo chiediamo”.   “I medici vengono citati solo per essere assunti come capro espiatorio e bersaglio di sanzioni, una categoria di furbetti a prescindere che crea liste di attesa per interessi privati. Dimenticando che l’attività libero professionale dei medici mette ogni anno a disposizione dell’abbattimento delle liste di attesa, insieme con 2.500.000 ore di lavoro sottratte alla loro formazione, 300 milioni di euro, a fronte dei quali i 50 milioni oggi stanziati sono una miseria”.   “La legge di bilancio - prosegue l'Anaao - affronta l’evidente crisi della sanità pubblica come le tre scimmiette, non vedendo la fuga dagli ospedali in atto, non sentendo il grido di dolore che viene dalle corsie, e dai PS, in cui il bene più raro è diventato un posto letto, non dicendo come se ne esce in maniera strutturale ed attenta ai diritti dei cittadini ed a quelli del lavoro dei Medici. Che chiede dignità alla pari di tutti gli altri lavori, a cominciare da un contratto che attendiamo da 10 anni. Per il quale il Ministro alla Salute ed il MEF possono trovare i 500 milioni di euro che cercano nell’aumento della tassazione del gioco di azzardo o in una tassa di scopo sulle sigarette”.   “Quella, poi, che nel contratto era la revisione del numero chiuso a Medicina diventa abolizione, lanciata sul web a raccogliere like prima di essere derubricata a mera ipotesi di lavoro. Una ipotesi che non tiene conto delle carenze logistiche (aule laboratori, posti letto), e di quelle dei docenti, universitari e specialisti del Ssn. E non valuta il rischio di alimentare nei giovani un grande miraggio che si spegne dietro il muro della carenza di contratti di formazione specialistica, in un terreno di coltura per precariato e caporalato”, sottolinea ancora il sindacato.   “In Italia non mancano laureati in medicina ma specialisti e medici di medicina generale in possesso del titolo specifico, gli unici in grado di lavorare per e nel Servizio Sanitario Nazionale. Già oggi - scrive l'Anaao - mentre la notizia dell’abolizione del numero programmato invade i social, oltre 8.000 medici laureati ed abilitati sono privi di possibilità di accedere al percorso di formazione post-lauream, condizione necessaria per poter lavorare in ambito pubblico ed accreditato. Intrappolati nel cosiddetto “imbuto formativo”, che peggiora di anno in anno. Allargare l’ingresso di questo imbuto senza allargare l’uscita, cioè il numero degli ammessi ai contratti della formazione post lauream, serve solo a creare precarietà, frustrazione e sotto occupazione, ingrossando l’esercito dei 20.000 che a partire dal prossimo anno marcerà alla ricerca di uno sbocco lavorativo. Che troverà solo all’estero, portando via energie, intelligenze ed un capitale di 150 mila euro speso nella sua formazione”.   “Soluzioni improvvisate ed illusorie, vendute come concessioni al diritto allo studio, oltre a non risolvere i problemi attuali e prioritari del SSN – conclude Palermo - compromettono gravemente la sostenibilità del sistema oltre che il futuro di tanti giovani. E forniscono forza lavoro a basso costo per quella sanità privata che sta avanzando a passi da gigante, se è vero com’è vero che ha già conquistato mezza Lombardia. Curioso come si vogliano nazionalizzare i trasporti mentre si privatizzino i diritti. Un bel cambiamento, non c’è che dire”. Fonte.www.quotidianosanita'.it
Cassazione:fumatore incallito
Quotidiano Sanità,   15/10/2018
I superstiti del fumatore incallito non hanno diritto a risarcimento. Cassazione boccia ricorso I parenti di un fumatore deceduto per colpa dell'eccesso di fumo di sigarette non hanno diritto ad alcun rimborso dalle case produttrici in quanto "gravemente negligente per essersi esposto volontariamente ai rischi dell'abuso di nicotina”. La Cassazione (ordinanzia 25161/2018) conferma la bocciatura di un ricorso del Tribunale e della Corte d'Appello. L'ORDINANZA, 15 OTT - I parenti di chi muore per tumore causato dal fumo non possono chiedere il risarcimento a chi produce e commercializza le sigarette utilizzate dalla vittima. A deciderlo la Cassazione (terza sezione civile, ordinanza 25161/2018). Il fatto La moglie di un fumatore deceduto a causa della sua abitudine fece ricorso in prima istanza al Tribunale contro la ditta produttrice delle sigarette fumate dal marito affermando che: - il proprio marito era deceduto a causa di un tumore alla laringe; - il tumore, diagnosticato era stato causato dal fumo di sigaretta, essendo la vittima un fumatore; - della morte del proprio marito doveva rispondere la società convenuta, nella sua veste di successore dell'Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato, che all'epoca dei fatti produceva e commercializzata le sigarette consumate dal coniuge. Per questo ha chiesto la condanna della convenuta al risarcimento dei danni. La sentenza Prima il Tribunale, poi la Corte d’appello, hanno rigettato il ricorso. Il primo ritenendo che il danno fosse imputabile esclusivamente alla condotta della vittima che - come affermato dalla stessa moglie - sin da giovane età fumava fino a due pacchetti di sigarette al giorno. La seconda sempre perché ha giudicato la condotta del fumatore, “gravemente negligente per essersi esposto volontariamente ai rischi dell'abuso di nicotina”  che  costituiva "fattore di interruzione del nesso causale tra il comportamento del produttore delle sigarette del danno da fumo". La Corte d’appello ha aggiunto anche che in ogni caso non era ravvisabile alcuna condotta colposa della società produttrice. La Cassazione, a cui la moglie del deceduto ha ricorso in ultima istanza, ha dato ragione alla Corte d’Appello sia per quanto riguarda il fattoi che l’abuso di nicotina è un fattore idoneo a interrompere il nesso causale tra il comportamento del produttore delle sigarette e il danno da fumo: per i giudici, se il produttore avesse informato il consumatore sui rischi del fumo, non era comunque possibile affermare con quasi assoluta certezza che l'evento non si sarebbe verificato. Poi perché sono state respinte le richieste della moglie del fumatore di far dichiarare che se il consumatore di sigarette, in base al principio di autoresponsabilità, deve astenersi da un uso eccessivo del tabacco, il produttore deve comunque informare il consumatore sui rischi derivanti dall'abuso di fumo. L'esclusione di responsabilità del produttore prevista all'articolo 2043 del codice civile è stata affermata dalla Corte d'appello e ribadita dalla Cassazione non solo per il difetto del nesso di causa, ma anche per difetto di prova della colpa. La moglie dinanzi alla Cassazione ha censurato solo il primo aspetto senza dire nulla del secondo e questo non l’ha aiutata a ottenere una pronuncia più favorevole: “il motivo censura soltanto la prima statuizione- si legge nell’ordinanza- , e nulla osserva in merito alla seconda: sicché l'accoglimento di esso non potrebbe mai condurre alla Cassazione della sentenza, perché la seconda ratio decidendi sarebbe di per sé sufficiente a sorreggere la motivazione del provvedimento impugnato. Non sarà superfluo aggiungere, in ogni caso, che come già detto l'accertamento del nesso di causa costituisce oggetto di un apprezzamento di fatto, riservato al giudice di merito”. La Cassazione quindi la Corte rigetta il ricorso, condanna la ricorrente alla rimborsare la ditta produttrice delle spese del giudizio di legittimità e ritiene che ci siano anche i presupposti “previsti dall'art. 13, comma 1 quater, Dpr 30.5.2002 n. 115, per il versamento da parte della ricorrente di un ulteriore importo “a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l'impugnazione”. Fonte.www.quotidianosanita'.it
Lazio:D'Amato
Quotidiano Sanità,   13/10/2018
Lazio. D’Amato: “Nel 2017 è sceso il numero di pazienti che si va a curare fuori dalla Regione” L’Assessore alla Sanità riporta i numeri sui ricoveri che tra l’altro segnalano un calo della mobilità passiva (-3.100 unità). In totale l’anno scorso 792.185 dimissioni ospedaliere e di queste 537.769 in regime ordinario e 254.416 in day-hospital. 13 OTT - Il sistema sanitario regionale del Lazio nel 2017 ha fatto registrare un totale di 792.185 dimissioni ospedaliere e di queste 537.769 in regime ordinario e 254.416 in day-hospital.   “Sono dati significativi che rappresentano la dimensione del sistema sanitario regionale delineando l’intera attività ospedaliera svolta nel 2017 – ha spiegato l’Assessore alla Sanità e l’Integrazione Sociosanitaria della Regione Lazio, Alessio D’Amato – Nello specifico va sottolineato che c’è stata una significativa inversione di tendenza nella mobilità passiva mentre è in aumento il numero dei ricoveri di pazienti provenienti da altre regioni. Sono aspetti di un sistema in salute che cresce nelle prestazioni e nella qualità delle cure offerte”.   Per quanto riguarda i ricoveri di pazienti provenienti da altre regioni sono stati 47.584 nel 2017 con un aumento di 604 unità rispetto ai 46.980 dell’anno precedente, mentre c’è stata un’inversione di tendenza significativa nella mobilità passiva. I ricoveri dei cittadini del Lazio nelle altre regioni nel 2017 sono diminuiti di 3.100 unità rispetto all’anno precedente di cui 2.168 in ricovero ordinario e 932 in day-hospital. “Oggi il Lazio ha un sistema sanitario nuovamente competitivo che torna ad essere attrattivo e a erogare servizi e cure di qualità. Lo testimonia anche l’aumento registrato nelle griglie dei Livelli essenziali di Assistenza (LEA) che vede la nostra Regione in progressivo aumento e al di sopra della soglia di adempienza” conclude D’Amato.   Entrando nello specifico le dimissioni ospedaliere nel 2017 nel Lazio hanno riguardato principalmente la medicina generale (92.512 dimissioni), a seguire la chirurgia generale (78.290 dimissioni), l’ostetricia e ginecologia (69.725 dimissioni) e l’ortopedia e traumatologia (55.372 dimissioni).    Fonte.www.quotidianosanita'.it