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Cassazione.Responsabilita' medica :linee guida
A.M.C.I. Roma,   17/07/2018
Responsabilità medica. Cassazione ribadisce importanza linee guida 2018-07-10 Quotidiano Sanità     L’articolo 3, comma 1, della legge Balduzzi è più favorevole dell’articolo 590-sexies del codice penale introdotto con la legge Gelli. La Cassazione (sezioni riunite) lo aveva già affermato con la sentenza numero 8770/2018 e ora la quarta sezione penale torna sull’argomento, ribadendolo con la sentenza 29133/2018. E questo ha valore sia se la condotta del medico è caratterizzata da colpa lieve per negligenza o imprudenza, sia se c’è un errore determinato da colpa lieve che deriva da imperizia, intervenuto nella scelta delle linee guida. Il fatto Due medici erano stati accusati di aver provocato la morte di un paziente, omettendo di somministrare a questo, vittima di un incidente stradale e affidato alle loro cure ospedaliere, la terapia eparinica indicata dalle linee guida, che prevedono per i pazienti con periodo di allettamento superiore a tre giorni e per chi  abbia età superiore ai 40 anni o si trovi in situazione di sovrappeso corporeo, la terapia antitrombotica. Per questo si era determinato un trombo nelle vene dell'arto inferiore destro, con conseguente arresto cardiaco respiratorio, secondario ad tromboembolia acuta massiva  a  cui è seguito il decesso. La sentenza Le sentenze di primo grado e di appello nel caso specifico hanno ritenuto  la condotta colposa degli imputati in base alla ricostruzione e all'analisi del perito nominato dal giudice per le indagini preliminari, ritenuto esperto ematologo, secondo il quale, in base alle linee-guida, il paziente presentava un indice di rischio di tromboembolia pari almeno a 4, poiché anziano (71 anni) e in situazione di ipomobilità, punteggio che avrebbe dovuto indurre i medici a somministrare la profilassi eparinica. La profilassi, secondo il perito, avrebbe con altissima probabilità bloccato l'embolia polmonare, quantomeno nella sua entità. Secondo la Cassazione la Corte d'Appello non ha evitato di confrontarsi con le censure avanzate dagli imputati, ma le ha semplicemente confutate “avendo riguardo alle emergenze processuali. Così ha fatto anche in relazione alle sollecitazioni provenienti dai consulenti di parte, riprodotte in sede di appello, certamente condividendo il ragionamento del primo giudice, ma aggiungendovi … che i consulenti di parte, secondo i quali la terapia eparinica presentava un rischio di emorragia sostanzialmente coincidente con la riduzione del rischio di tromboembolia, avevano omesso l'indicazlone di linee guida contrarie. Sicché lo studio scientifico del 2007, cui essi facevano riferimento, era privo della necessaria validazione scientifica, neppure citata dai consulenti, indispensabile per assumerne gli esiti in giudizio”.   Secondo la Cassazione va condiviso il  giudizio della Corte territoriale che esclude l'applicabilità della disposizione dell'art. 3 del Dl 158/2012 convertito dalla legge 189/2012. “E' pur vero – si legge nella sentenza -  come sostiene il ricorrente, che secondo l'orientamento maturato in sede di legittimità, in sede di vigenza del c.d. decreto Balduzzi: ‘la limitazione della responsabilità del medico in caso di colpa lieve, prevista dall'art. 3, comma primo, legge 8 novembre 2012, n.189, opera, in caso di condotta professionale conforme alle linee guida ed alle buone pratiche, anche nella ipotesi di errori connotati da profili di colpa generica diversi dall'Imperizia. “Nondimeno – prosegue - il presupposto applicativo è la conformità della condotta alle linee guida, ove esistenti, ed alle buone pratiche, pacificamente mancata nel caso di specie, non avendo i sanitari neppure correttamente approfondito la valutazione dello score di rischio, come accertato con sentenza doppia conforme di merito. Il che consente di affermare la sussistenza di una colpa grave dei medici, rilevante non solo ai sensi del Dl 158/2012, ma anche rispetto ai criteri generati regolanti la colpa medico-professionale prima dell'entrata in vigore della legge disciplinante in modo specifico la colpa medica”. “Né – chiarisce la Cassazione - può porsi la questione della valutazione della disciplina penale più favorevole in conseguenza dell'entrata in vigore della legge 24/2017, posto il recente insegnamento delle Sezioni Unite secondo cui ‘In tema di responsabilità dell'esercente la professione sanitaria, l'abrogato art. 3 comma 1, del Dl n. 158 del 2012, si configura come norma più favorevole rispetto all'art. 590-sexies cod. pen., introdotto dalla legge n. 24 del 2017, sia in relazione alle condotte connotate da colpa lieve da negligenza o imprudenza, sia in caso di errore determinato da colpa lieve da imperizia intervenuto nella fase della scelta delle linee-guida adeguate al caso concreto’.” Per questo la Cassazione ha respinto i ricorsi e condannato i medici al pagamento delle spese processuali. La Cassazione in sostanza ha stabilito l'applicabilità al caso del decreto Balduzzi e ha confermato l'impossibilità di concedere la limitazione della responsabilità in caso di colpa lieve prevista dall'articolo 3, comma 1 della stessa legge. Il suo presupposto applicativo sarebbe stato però la conformità della condotta del medico alle linee guida e alle buone pratiche che invece è mancata. Quindi “colpa grave” per i medici sia in base alla legge Balduzzi, ma anche rispetto ai criteri generali che regolano la colpa medico-professionale prima dell'entrata in vigore della legge Gelli. Fonte.www.Msd.it  
Bambini in vacanza
Quotidiano Sanità,   16/07/2018
Bambini in vacanza. Dai pediatri un decalogo per evitare che tornino con qualche chilo di troppo Ecco alcuni consigli per i genitori da parte della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale. Portare con sè tanta acqua, evitare le bevande zuccherate ed i the preconfezionati, mangiare tanta frutta, evitare pranzi troppo elaborati e difficilmente digeribili. Il presidente Sipps Giuseppe Di Mauro: "Insieme ai cereali ed ad un’adeguata assunzione di acqua, la frutta e la verdura costituiscono le basi della piramide alimentare. Introdurre sempre una quota di calcio". 16 LUG - L’estate è finalmente arrivata! Anzi, per molti ha già preso il via da alcuni giorni. Soprattutto per i bambini, che si sono messi alle spalle l’anno scolastico e si sono riversati nelle località di mare e di montagna di tutta Italia per godersi le vacanze. Per i piccoli il menu dei mesi di luglio e agosto non prevede solo bagni e passeggiate nei boschi ma anche strappi alla regola sul fronte alimentare. E così non sono pochi i bimbi che rischiano di tornare sui banchi di scuola con qualche chilo di troppo. Cosa fare, dunque, per trascorrere i mesi estivi all’insegna della sana e corretta alimentazione? E quali, invece, i cibi da evitare? La Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale fornisce ai genitori utili consigli su quali alimenti debbano trovare posto in tavola per un corretto sviluppo dei più piccoli. Questo il decalogo della Sipps: Acqua: Portatene tanta, soprattutto se con voi ci sono bambini, se avete deciso di passare molte ore in spiaggia o fuori casa e se la giornata si presenta calda e umida. L’acqua disseta anche più se in una bottiglia da un litro e mezzo si aggiunge il succo di mezzo limone poiché i sali minerali reintegrano quelli persi con il sudore. Il giorno prima potete mettere nel congelatore alcune bottigliette che serviranno a tenere fredde le bevande nel frigo portatile. Bevande zuccherate: Meglio evitare l’aranciata o la bibita a base di cola, poiché poco dissetanti per la loro alta concentrazione di zucchero. Inoltre, la caffeina contenuta nelle bibite gusto cola, oltre a non essere indicata per i bambini, può provocare disidratazione, pericolosa per chi vuole trascorrere giornate sotto il sole. The: ‘No’ a quelli confezionati, troppo ricchi di zucchero e, quindi, di calorie. Il the è un’ottima bevanda che con i suoi flavonoidi ci protegge dai danni dei radicali liberi. Potete prepararlo voi addolcendolo con poco zucchero e tanto succo di limone. C’è anche il the verde, ricchissimo di antiossidanti e con un gusto così delicato che di solito non ha bisogno di essere zuccherato. Succhi di frutta: Possono diventare un buono spuntino di emergenza, ma non sono comunque sostituti della frutta, unica con il suo contenuto in fibra e il suo alto potere saziante, o dell’acqua perché, pur contenendo vitamine, sono ricchi di zuccheri che rendono queste bevande poco dissetanti ma iperglicemizzanti. In ogni caso, se proprio dovete usarli, scegliete sempre quelli senza zuccheri aggiunti! Frutta: Decisamente sì, ottima sia come spuntino che a fine pasto. L’estate ce ne offre moltissima: pesche, albicocche, melone, anguria, prugne, susine, pere, fichi, fichi d’india, ciliegie e uva. Ricca di acqua, vitamine, minerali, fibra e fitonutrienti, la frutta non ha controindicazioni. Pranzo: Evitate piatti elaborati come pasta al forno o timballi, spesso ricchi di grassi che rallentano la digestione e creano sensazione di pesantezza. Un panino può diventare un buon pasto. Scegliete pane fresco e non condito e riempitelo di tanta verdura (pomodori, insalata, verdure grigliate) e qualche fetta di prosciutto o arrosto di tacchino o mozzarella o uovo sodo. Riso: Un ottimo piatto può essere la classica insalata di riso. Il riso è ricco di amido, un tipo di carboidrato molto digeribile. Usate il riso parboiled che non scuoce e mantiene i chicchi ben separati. Questo vi eviterà di utilizzare molto l’olio. Potete usare i condimenti già pronti ma all’acqua, oppure verdure fresche come i pomodori. Verdure: Non è comodo né igienico portarsi da casa verdure cotte o insalate. Una valida alternativa possono essere ortaggi come cetrioli, da sbucciare sul momento, o finocchi. Sono ricchi di acqua e di potassio con pochissime calorie. Ottimi come spuntino o da mangiare durante il pranzo. Secondi: Se nelle vostre insalate di riso o di pasta avete aggiunto del tonno, o del prosciutto, o del formaggio, avete preparato dei piatti unici, che oltre ai carboidrati forniscono anche proteine. Un secondo sarebbe di troppo. Evitate carne panata fritta come può essere quella confezionata, ma anche quella fatta in casa, poiché troppo ricca di grassi. Anche le frittate sono sconsigliate in spiaggia. Pur essendo comode da portare fuori casa, le uova richiedono infatti una lunga digestione. Divertimento: Giocate insieme ai vostri figli o fate sì che i vostri piccoli non si annoino. Oltre a nuotare, a fare castelli di sabbia ci sono tanti giochi che si possono fare in spiaggia ma anche in montagna. Dove è possibile si può giocare a pallone o a racchette e, perché no? Una bella partita a bocce non ha mai stancato nessuno! “La prima regola è mangiare sano, con attenzione soprattutto alla varietà nei tipi di verdure e di pesce, su cui le famiglie italiane sono un po’ carenti, e adottare alcuni accorgimenti, come quello di consumare i pasti in famiglia e coinvolgere i figli nella spesa e nella preparazione dei cibi". E’ quanto afferma Andrea Vania, Dirigente di I livello e Responsabile del Centro di Dietologia e Nutrizione Pediatrica del Dipartimento di Pediatria di Sapienza Università di Roma. “Il mio consiglio – prosegue l’esperto della Sipps – è quello di coinvolgere i bambini nella spesa, non tanto per consentire loro di comprare le merendine che preferiscono, ma perché siano loro a suggerire di provare un pesce o una verdura che non hanno mai provato. Coinvolgiamoli anche in cucina: questo è un punto importante, che spesso viene dato come indicazione comportamentale anche nel trattamento dell’obesità”. Gli esperti si soffermano sula piramide alimentare, modello di corretta distribuzione dei nutrienti nella dieta, anche e soprattutto nel periodo estivo. “Insieme ai cereali ed ad un’adeguata assunzione di acqua - informa Giuseppe Di Mauro, Presidente Sipps -, la frutta e la verdura costituiscono le basi della piramide alimentare. Se ne devono assumere ogni giorno e 2-3 volte al giorno, scegliendo frutta e verdura fresca di stagione che vanno consumate con la buccia, che fornisce fibra, e a pezzi, a morsi perché ciò contribuisce ad aumentare il senso di sazietà. “Ogni giorno – conclude il Presidente Di Mauro - bisogna introdurre una quota di calcio pari a quanto raccomandato per età del bambino, che si ottiene assumendo latte e latticini: dal latte parzialmente scremato allo yogurt naturale con l’aggiunta di frutta fresca, fino ai formaggi freschi”.  Fonte.www.quotidianosanita'.it
Terapia intensiva
Avvenire,   14/07/2018
Sanità. Così la Terapia intensiva diventa più umana Antonella Mariani giovedì 12 luglio 2018 Far spazio ai parenti nel reparto più delicato e tecnologico giova anche ai pazienti. Verso una nuova proposta di legge. L’esperienza dell’Humanitas di Bergamo Porte aperte alle visite almeno 12 ore al giorno, 24 se i ricoverati sono bambini. Comunicazione più stretta tra medici e familiari dei pazienti, fino a una «adeguata condivisione delle informazioni e una migliore partecipazione alle decisioni » di diagnosi e terapie, fine vita compreso. Sono 4 articoli, arrivati un anno fa in Commissione Affari sociali della Camera su proposta dell’allora presidente Mario Marazziti come «Disposizioni in materia di reparti di terapia intensiva aperta». La proposta di legge circola in Senato già dal 2012, e c’è chi sta lavorando perché rientri in discussione nelle aule parlamentari. Non è una questione di trasparenza delle cure nel reparto più «estremo» e tecnologico di ogni ospedale, spesso organizzato come un bunker. Da anni la letteratura medica certifica che rendere più «umana» la terapia intensiva e garantire la presenza dei familiari non è una concessione ma una scelta utile: abbatte lo stress e l’ansia in pazienti e parenti, riduce il tempo di degenza, alleggerisce l’impegno dell’assistenza e prepara al rientro in casa. Facile a dirsi, meno a farsi, se è vero che in Italia meno del 10% delle terapie intensive è «aperta», secondo le stime di Fabrizio Moggia, presidente di Aniarti, l’associazione che raggruppa 1.800 infermieri di «area critica» e che, insieme ad altre società scientifiche, ha attivato un ambizioso progetto di sensibilizzazione e formazione confluito nel sito web www.intensiva.it. «Siamo indietro di 20 anni rispetto al Nord Europa – riprende Giovanni Mistraletti, ideatore e responsabile di Intensiva.it –. Tra i miei colleghi resiste una certa diffidenza, è diffusa l’idea che dai parenti ci si debba proteggere anziché cooperare. Ma è vero il contrario: i familiari del malato portano in terapia intensiva i suoi valori, la sua storia, le sue scelte, oltre a collaborare alle cure igieniche, all’alimentazione, alla riabilitazione precoce, alla terapia occupazionale. Ma sono ottimista: i vantaggi della terapia intensiva aperta sono così inequivocabili che indietro non si torna». Indietro non si torna è anche il motto dei (pochi) ospedali che hanno imboccato la strada: apripista sono il San Giovanni Bosco di Torino, il Gemelli di Roma e per i neonati il Niguarda di Milano. Altri sono avanti, come l’Humanitas Gavazzeni di Bergamo, dove un gruppo di medici e infermieri dal 2015 lavora a un progetto di radicale «umanizzazione» della Terapia intensiva. Le voci del cambiamento sono tante: si è partiti con la mobilizzazione precoce del paziente, per facilitare il suo ritorno a una vita normale e favorire il recupero fisico dopo interventi delicati, grazie alla presenza del fisioterapista nell’équipe medica. Il «pacchetto» si è ampliato dall’autunno 2017: ingresso facilitato e parenti al fianco del malato a tutte le ore. Un ritmo sonno-veglia il più equilibrato possibile, con tanta luce naturale e lampade alla notte per le terapie. Una dieta più gustosa, con piatti vicini ai desideri del paziente e anche il caffè, se le condizioni lo permettono. E ancora: sedie per i familiari, possibilità di usare telefono e tablet, colori tenui alle pareti, spazi e tempi idonei per le comunicazioni ai parenti. Il tutto accompagnato da un investimento importante in formazione per il personale e in tecnologia, dai letti ad alta performance alle poltrone per favorire la mobilità. «Ora sogno di portare un cane in reparto e sperimentare la pet therapy» – scherza ma non troppo Giovanni Albano, primario di Anestesia e rianimazione dell’Humanitas Gavazzeni di Bergamo. Non scherza però quando documenta che la trasformazione, portata avanti in stretta collaborazione con il coordinatore degli infermieri della TI Mauro Zanchi «sta avendo un impatto significativo sulla prognosi del malato». In altre parole, il tempo della degenza si accorcia. Ma serve anche un investimento in formazione degli operatori. Medici e infermieri si trovano a condividere l’area di lavoro con i parenti presenti accanto ai pazienti, in un ambiente delicato dove, in caso di emergenza, occorre agire con estrema rapidità. «Ma quando si osservano i vantaggi per il malato e la famiglia – conclude Maurizio Mazzoni, caposezione della Terapia intensiva del Gavazzeni - tutte le obiezioni svaniscono». Fonte.www.avvenire.it
Grillo:direttore generale di Aifa
Quotidiano Sanità,   14/07/2018
Grillo: “Il bando pubblico per il Dg Aifa è solo l’inizio. Poi sarà il turno delle Asl. I manager andranno valutati e, se scarsi, mandati via”. E sui vaccini: “Garantirò le coperture di sicurezza” Così la ministra della Salute in un'ampia intervista su Il Messaggero. "Vogliamo essere il governo del cambiamento. Daremo spazio alle capacità e ai giovani. Vogliamo cambiare metodo, avere trasparenza, meritocrazia e partecipazione". E annuncia per la prossima settimana l'avvio di un tavolo per la nuova governance del farmaco. Poi sul finanziamento del Fondo sanitario nazionale ribadisce: "Le risorse vanno aumentate, ma soprattutto non si possono più tollerare sprechi". E sui vaccini: "C'è ancora da tenere alta l'attenzione sul morbillo". 14 LUG - "Vogliamo essere il governo del cambiamento, non solo nelle parole ma nei fatti". Così la ministra della Salute, Giulia Grillo, in un'ampia intervista rilasciata a Il Messaggero, commenta la decisione di indire un bando pubblico per la scelta del nuovo Direttore generale di Aifa. Lasciando intendere che questo sarà solo il primo passo, subito dopo toccherà alle nomine nelle Asl, negli ospedali, negli Enti controllati dal Ministero della Salute e nella scelta dei primari.   Una rivoluzione di metodo incentrata su trasparenza, competenza e fuori dalle logiche clientelari dei partiti quella annunciata dalla ministra. A cominciare da Aifa. "Quell'incarico è il più importante che conferisce il Ministero della Salute: vigila su un fatturato di quasi 30 miliardi di euro e si occupa di atti fondamentali come l'autorizzazione all'immissione in commercio dei farmaci e la farmacovigilanza. Ha enormi responsabilità economiche e medico-scientifiche in uno dei settori di maggiore interesse per la spesa del servizio sanitario e per tutti gli assistiti. Giusto garantire la partecipazione non solo agli adepti dei ministri, ma ad una platea ampia di cittadini, sia come osservatori che come candidati". Per questo, spiega, "verranno valutati curriculum forti e comprovata competenza, tecnico-scientifica nella farmaceutica, nella medicina e manageriale".     L'Aifa è il primo passo, poi toccherà alle Asl. “L'Aifa è solo il primo passo, poi toccherà alle nomine nelle Asl, negli ospedali, negli Enti controllati dal Ministero della Salute e nella scelta dei primari. Vogliamo essere il governo del cambiamento. Daremo spazio alle capacità e ai giovani. Vogliamo cambiare metodo, avere trasparenza, meritocrazia e partecipazione. Tutti devono potersi proporre al di fuori dei canali della politica".   Riforma della governance del farmaco. "La prossima settimana - ha annunciato Grillo - farò partire un tavolo sulla farmaceutica per la riforma della governance. L'obiettivo è avere i farmaci migliori al miglior prezzo".   Valutazione dei risultati per i manager. "Senza trasparenza degli atti continuerà ad esserci manipolazione politica. Vorrei che fossero pubblici, per gli scienziati come per gli utenti medi, i dati sulle valutazioni delle commissioni per i direttori generali delle Asl. Sto studiando una modifica per eliminare in tutto o in parte le nomine fiduciarie. Si ridurranno le attese per visite e analisi quando saranno attribuiti in maniera esplicita ai manager gli obiettivi di riduzione. Il manager va valutato e, se scarso, mandato via. Le aziende sanitarie sono aziende, devono essere efficienti, con performance misurabili".   Più risorse per la sanità. "Germani e Francia hanno un sistema assicurativo collegato al lavoro che noi non potremmo avere, a causa della disoccupazione e dell'alto cuneo fiscale. Spendono di più perché sono diverse le modalità di finanziamento. Le risorse vanno aumentate, ma soprattutto non si possono più tollerare gli sprechi". E sull'autonomia delle Regioni avverte: "L'autonomia non può diventare autolesionismo: minimi risultati col massimo impegno".   Garantirò le coperture vaccinail per ottenere l'effetto gregge. "Sarà il Parlamento a breve ad affrontare la questione vaccini con una proposta di legge. Garantirò le coperture di sicurezza per ottenere l'effetto gregge, avendo bene a mente che oggi c'è ancora da tenere alta l'attenzione sul morbillo". Fonte.wwwquotidianosanita'.it
Relazione sull'eterologa
Avvenire,   13/07/2018
La relazione. Boom di «figli dell’eterologa» e record di bimbi concepiti in provetta Francesco Ognibene venerdì 13 luglio 2018 Il report sull'attuazione nel 2016 della legge 40 sulla procreazione assistita: 77.552 coppie, quasi 100mila i cicli avviati, 13.582 nascite, 1.457 bimbi nati con la fecondazione eterologa (+142%). Ha impiegato qualche tempo per affermarsi, ma ora la fecondazione eterologa sta decollando anche in Italia. È il dato che spicca nell’annuale relazione al Parlamento sull’attuazione nel 2016 della legge 40 (che regolamenta la fecondazione artificiale in Italia) depositata dal Ministero della Salute, la prima firmata dal neo-ministro Giulia Grillo (M5s), succeduta a Beatrice Lorenzin. Sul numero complessivo di coppie che hanno avuto accesso alle varie tecniche di procreazione medicalmente assistita (77.522, +4,1% sul 2015), di cicli avviati (97.656, +2,6%) e di bimbi nati vivi (13.582, record storico, +5,8%) può sembrare marginale l’incidenza della fecondazione con uno o entrambi i gameti esterni alla coppia, tecnica autorizzata a partire dalla sentenza 162 con la quale la Corte Costituzionale nel 2014 dichiarò illegittimo il divieto contenuto nella legge del 2004. Ma le 5.450 coppie che hanno fatto ricorso a questa controversa tecnica che consente di far nascere un bambino con il patrimonio genetico di uno solo dei genitori, o anche di nessuno di loro, costituiscono un aumento del 121% in un solo anno, dato percentuale quasi identico a quello dei cicli (6.247, +123% sul 2015) e con un boom dei bambini nati, che da 601 sono passati a 1.457 (+142%) con un tasso di successi dato dal rapporto tra cicli avviati e bambini nati del 23,3%, assai superiore al 13,9% tramite le tecniche omologhe di fecondazione assistita. Una differenza che va ascritta alla selezione sia dei gameti da parte delle banche del seme e degli ovociti, che commercializzano (a caro prezzo) solo materiale biologico con precise garanzie di qualità, sia degli embrioni, solo i migliori dei quali vengono effettivamente impiantati nel grembo dell’aspirante madre. Va sottolineato un altro aspetto eclatante della relazione 2018 sui dati completi del 2016: la donna che partorisce il bambino concepito con fecondazione eterologa solo in poco più della metà dei casi è anche sua madre biologica. I cicli avviati con ovociti acquistati sul mercato (la relazione scrive "donati" per convenzione, ma quasi sempre si tratta di compravendita operata sia da cliniche private sia da centri pubblici) sono pari al 46,4% del totale, quelli con seme di "donatore" invece solo il 25,8%, mentre colpisce anche il 27,8% sui cicli di fecondazione eterologa avviati con embrioni «precedentemente formati da gameti donati e crioconservati», casi dunque di figli a tutti gli effetti biologicamente altrui. Entrando ancora più nel dettaglio, in un campo da tenere sotto attenta osservazione, si scopre poi che dei cicli con seme "donato" l’84,4% fa ricorso a campioni importati, un dato che cresce fino al 94% se si ricorre a ovociti non ottenuti dall’aspirante madre e acqustati oltrefrontiera. Tradotto significa che in Italia la "donazione" di ovociti è limitata a casi assolutamente episodici, un fatto che spiega la crescente pressione politica, mediatica culturale per legalizzare forme di compenso a donne che cedono i propri gameti ad altre in cerca di un figlio. Essendo vietata ogni forma di commercio di parti del corpo umano – sangue, organi, cellule e anche gameti –, come ha ribadito pochi giorni fa pure il Consiglio d’Europa in uno suo documento di indirizzo ai 47 Stati membri, si dice di voler ricorrere al sistema dei «rimborsi spese», tuttavia facilmente aggirabile come mostra l’esperienza dei Paesi dai quali importiamo le cellule riproduttive (Spagna e Danimarca in testa, rispettivamente per ovociti e sperma) dove il mercato è assai fiorente e ha dato vita a vere multinazionali della vita umana. Il ricorso agli ovociti di una donna diversa da chi desidera diventare madre, in particolare, si mostra quasi inevitabile considerando che l’età media delle donne che ricorrono alla provetta per avere figli è di 36,8 anni, un dato che rimane costante diversamente da quello delle ultraquarantenni, salite al 35,2% (erano il 20,7% nel 2005). L’età media più alta è quella delle donne che ricorrono all’eterologa (41,4 anni), assai superiore a quella degli uomini (35,2 anni). Merita infine di essere evidenziata la percentuale di successi, cioè il rapporto tra cicli avviati e "bimbi in braccio", passato dal 13,75% del 2010 al 17,52% del 2016, includendo l’eterologa. Un tasso record, ma che la dice lunga sulla impressionante fallibilità di una tecnica che promette di soddisfare il desiderio di avere un figlio ma ci riesce meno di una volta su cinque, con una differenza tra cicli e figli pari a 84.074. Se si considera che in ogni ciclo spesso viene essere creato ben più che un solo embrione (con quelli "avanzati" che vengono congelati), si arriva facilmente a immaginare a quale sciupìo di vita umana individuale nel suo stadio più originale e indifeso stiamo ancora assistendo. Il 25 luglio 1978 nasceva in Inghilterra Louise Brown, prima bambina concepita in provetta: quarant’anni dopo, il crescente spiegamento di tecnologia applicata alla generazione umana semina ancora più interrogativi clinici, etici e umani di quanti problemi sia in grado di risolvere. Fonte.www.avvenire.it
Specializzazioni mediche
Quotidiano Sanità,   13/07/2018
Specializzazioni mediche 2017/2018. Aumentano i posti disponibili: in totale sono 6.934. In Gazzetta Ufficiale il decreto del Miur Questo il numero totale delle borse di studio per l’anno accademico 2017/2018. Alle 6.200 borse finanziate dallo stato se ne sono aggiunte 640 finanziate dalle Regioni e 94 da altri Enti. Un numero in crescita (+258) rispetto ai 6.676 posti dell’anno precedente. Pubblicato anche il decreto con i requisiti specifici per l’assegnazione dei contratti finanziati dalle Regioni.   13 LUG - Saranno in totale 6.934 i posti disponibili per le scuole di specializzazioni mediche per l’anno accademico 2017/2018. È stato infatti pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del Miur che fissa il numero delle borse e al cui interno vi è anche l’allegato con il riparto dei posti per scuola di specializzazione medica. Un numero in crescita (+258) rispetto ai 6.676 posti dell’anno precedente.   Alle 6.200 borse finanziate dallo Stato se ne sono aggiunte 640 finanziate dalle Regioni e 94 da altri Enti.   Nel decreto si sottolinea come “i posti coperti con contratti aggiuntivi finanziati dalle Regioni e delle Province autonome sono assegnati, in ordine di graduatoria, successivamente ai posti coperti con contratti finanziati dallo Stato. I posti coperti con contratti aggiuntivi finanziati da altri enti pubblici/privati sono assegnati, in ordine di graduatoria, successivamente ai posti coperti con contratti finanziati dallo Stato, dalle Regioni e dalle Province autonome”.   Inoltre è stato pubblicato anche il decreto con i requisiti specifici che i candidati devono possedere per poter concorrere all’assegnazione dei contratti aggiuntivi finanziati dalle Province Autonome di Trento e di Bolzano, dalle regioni Basilicata, Calabria, Campania, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Toscana e altri Enti del Servizio sanitario toscano, Veneto, Valle d’Aosta, Sardegna, Sicilia, e dalla Repubblica di San Marino”. I candidati che intendono concorrere per i posti finanziati con contratti aggiuntivi per i quali la normativa specifica prevede il possesso di requisiti ad hoc, dovranno altresì “attestare il possesso dei requisiti specifici così come indicati nel successivo decreto direttoriale integrativo del bando e integrativo del presente provvedimento secondo le modalità e le tempistiche che verranno indicate nel sopra citato decreto direttoriale integrativo”.  Fonte.www.quotidianosanita'.it
Pma
Quotidiano Sanità,   13/07/2018
Pma. Aumentano i bambini nati con tecniche assistite: nel 2016 sono stati 13.582. In crescita anche le over 40 che vi fanno ricorso. La relazione al Parlamento Considerando tutte le tecniche, dal 2015 al 2106 aumentano le coppie trattate (da 74. 292 a 77.522), i cicli effettuati (da 95.110 a 97.656) e i bambini nati vivi (da 12.836 a 13.582). Crescita correlata per lo più alla fecondazione eterologa e alle tecniche omologhe con crioconservazione di gameti. Il maggior numero dei trattamenti viene effettuato nei centri pubblici e privati convenzionati. Le donne  con più di 40 anni che accedono a queste tecniche sono il 35,2% nel 2016, erano 20,7% del 2005.  LA RELAZIONE 13 LUG - Aumentano i nati vivi con le tecniche di Pma, così come il numero di coppie trattate. Si conferma invece la tendenza secondo cui il maggior numero dei trattamenti di fecondazione assistita viene effettuato nei centri pubblici e privati convenzionati. Infatti, pur se i Centri Pma privati sono in numero superiore a quelli pubblici (101 vs 64), tuttavia nel privato si effettuano meno cicli di trattamento; il 35,0% dei centri è pubblico ed effettua il 37,1% dei cicli; il 9,8% è privato convenzionato ed effettua il 28,8% dei cicli; il 55,2% è privato ed effettua il 34,1% dei cicli. Inoltre, un consistente numero di centri Pma presenti sul territorio nazionale svolge un numero ridotto di procedure nell’arco dell’anno. Solo il 24,6% dei centri di II e III livello ha fatto più di 500 cicli, contro una media europea di centri che svolgono un’attività di più di 500 cicli del 41,0%. (European IVF Monitoring, EIM anno 2013).   Questi alcuni dei dati contenuti nella relazione annuale, trasmessa al Parlamento lo scorso 28 giugno 2018, sullo stato di attuazione della Legge 40/2004 in materia di Procreazione medicalmente assistita (Pma), relativamente all’attività di centri Pma nell’anno 2016 e all’utilizzo dei finanziamenti nell’anno 2017. Il quadro relativo all'applicazione della legge n. 40/2004 per l'anno 2016 offre poche variazioni rispetto alla situazione dell'anno precedente per quanto riguarda la fecondazione omologa. Mentre si registra un incremento dei trattamenti di fecondazione eterologa. Considerando tutte le tecniche – omologa ed eterologa, sia di I livello (inseminazione), che di II e III livello (fecondazione in vitro), dal 2015 al 2106 aumentano le coppie trattate (da 74. 292 a 77.522), i cicli effettuati (da 95.110 a 97.656) e i bambini nati vivi (da 12.836 a 13.582). Tale aumento è fondamentalmente correlato alla fecondazione eterologa e alle tecniche omologhe con crioconservazione di gameti.   Diminuiscono, infatti, le coppie, i cicli iniziati e i nati da tecniche di II e III livello omologhe a fresco e da inseminazioni semplici omologhe; mentre si registra un significativo aumento dell’applicazione delle tecniche con donazione di gameti, sia per l’inseminazione semplice che nelle tecniche di fecondazione di II e III livello, in totale aumentano le coppie (da 2.462 a 5.450, +121%), aumentano i cicli (da 2.800 a 6.247, +123%) e aumentano i nati (da 601 a 1.457, +142%).   Dei 6.247 cicli con donazione di gameti, 1.611 cicli iniziati sono con donazione di seme, pari al 25,8%; 2.901 sono quelli con donazione di ovociti (freschi e congelati), pari al 46,4%, 1.735 sono quelli con embrioni, precedentemente formati da gameti donati e crioconservati, pari al 27,8%.   I cicli che hanno utilizzato seme donato importato (“eterologa maschile”) sono 1.369, pari al 84,4% del totale dei cicli con donazione di seme, e i cicli con ovociti importati (“eterologa femminile”) sono 2.727, pari all’94% del totale dei cicli con donazione di ovociti.   Diminuiscono le gravidanze gemellari e anche le trigemine, queste ultime in linea con la media europea nonostante una persistente variabilità fra i centri. Rimane costante la percentuale di esiti negativi sulle gravidanze monitorate, per la fecondazione in vitro sia da fresco che da scongelamento.   Si conferma l’aumento progressivo delle donne con più di 40 anni che accedono a queste tecniche: sono il 35,2% nel 2016, erano 20,7% del 2005. Resta costante l’età media delle donne che si sottopongono a tecniche omologhe a fresco: 36,8 anni. Nella fecondazione eterologa l’età della donna è maggiore se la donazione è di ovociti (41,4 anni) e minore se la donazione è di seme (35,2). La maggiore età di chi accede alla “eterologa femminile” (rispetto all’omologa) sembra indicare che questa tecnica sia scelta soprattutto per infertilità fisiologica, dovuta appunto all’età della donna, e non per patologie specifiche.   Le percentuali di successo delle tecniche omologhe restano sostanzialmente invariate: se si considera come indicatore la percentuale di gravidanze ottenute su cicli iniziati, per le tecniche di I livello si ha un valore del 10,9% (era 10,5% nel 2015), per le tecniche di II e III livello diminuisce la percentuale di gravidanze per ciclo a fresco (da 18,2% nel 2015 a 17,3% nel 2016), aumenta per le tecniche da scongelamento di embrioni (da 26,2% a 27,5%) mentre diminuisce per le tecniche da scongelamento di ovociti (da 16,6% a 16,3%).   All’aumentare dell’età il rapporto tra gravidanze ottenute e cicli iniziati subisce una progressiva flessione mentre il rischio che la gravidanza ottenuta non esiti in un parto aumenta. Infatti i tassi di successo diminuiscono linearmente dal 23,9% per le pazienti con meno di 35 anni al 4,5% per quelle con più di 43 anni.  Fonte.www.quotidianosanita'.it
Cimo:contratto
Quotidiano Sanità,   12/07/2018
Cimo: “In 6 anni ogni medico ha perso in media 260 euro al mese. Ora un contratto dignitoso” Analisi condotta dal sindacato sugli effetti delle misure adottate per ridurre i costi della sanità tra il 2010 e il 2016. “Le Regioni hanno ricevuto 5,4 mld in più ma hanno tagliato la spesa per il personale di 2,6 mld”. E poi l’appello sul contratto. Quici: “Stop a sacrifici oltre l’emergenza” 12 LUG - Un’analisi condotta da CIMO sugli effetti delle misure adottate per ridurre i costi della sanità tra il 2010 e il 2016 su dati estrapolati dal Conto Annuale del Ministero dell’Economia e delle Finanze, permette di evidenziare che i risparmi delle Regioni sul personale sanitario sono stati di oltre 2,6 miliardi, cifra alla quale ogni medico ha contribuito con una perdita media di 260 euro al mese nella propria busta paga. “Il calo dei dipendenti, il blocco del turnover, la riduzione degli incarichi nelle strutture e i relativi tagli, uniti alla mancanza del rinnovo contrattuale – rileva la Cimo - , hanno rappresentato una vera e propria fonte di risorse aggiuntive per le Regioni che, in questi anni di crisi economica, hanno visto incrementare la ripartizione del FSN da 105,6 mld (2010) a 111 mld (2016) e contestualmente risparmiare i suddetti 2,673 miliardi per effetto della riduzione di 40.184 dipendenti del SSN e delle riorganizzazioni delle strutture sanitarie. In particolare, il numero di medici si è ridotto di 6.724 unità, con risparmi di oltre 845 milioni di euro e, nell’ambito della riorganizzazione delle aziende, il numero di unità complesse è calato del 24,98% ed il numero di strutture semplici del 27,34%. Tutto ciò ha avuto un impatto sui salari, con una riduzione media pro capite per medico del trattamento accessorio da 25.806 euro (2010) a 22.404 euro (2016) con perdita media mensile di 261,69 euro in tutto il periodo analizzato”. “In altre parole - commenta Guido Quici, Presidente Nazionale CIMO - i risparmi derivanti dal costo del personale sono stati funzionalmente destinati a tamponare altre esigenze di spesa corrente come, ad esempio, i beni e i servizi, ma ben presto queste risorse sono state considerate come strutturali per compensare altri capitoli di bilancio delle Regioni e delle aziende sanitarie: questo è il motivo per il quale la partita del rinnovo del contratto dei medici stenta a decollare”.  “Siamo coscienti che le risorse economiche sono quelle che il Fondo sanitario nazionale consente di mettere a disposizione per questo contratto, risorse che sono state certificate dal Ministero dell’Economia, ma in questi anni abbiamo assistito a uno spostamento delle percentuali di ripartizione tra i vari capitoli di spese che hanno penalizzato principalmente le voci che riguardano il costo del personale, cambiamento che doveva essere transitorio e che ora sta alle amministrazioni riequilibrare. Dunque, discutiamo prima di risorse esigibili e, successivamente, apriamo un tavolo politico senza ulteriori indugi.  È del tutto ovvio che CIMO non può chiedere ancora ai medici di continuare a sacrificarsi oltre l’emergenza; piuttosto, non vuole trovarsi costretta a spiegare loro che, dopo nove anni, rischiano di non aver riconosciuto lo stesso adeguamento percentuale degli altri comparti, non ultimo quello della dirigenza delle Funzioni Centrali dello Stato”, conclude Quici. CIMO ribadisce che il contratto di cui si sta discutendo “dovrà essere dignitoso non solo sul versante economico rispettando il 3,48% di adeguamento richiesto ma soprattutto su quello normativo, a partire dai capitoli che riguardano la responsabilità professionale e le assicurazioni, anche in considerazioni di quanto sta accadendo in alcune aziende a seguito della applicazione della Legge Gelli, ritenuta da alcuni peggiorativa rispetto alla Legge Balduzzi”.   Fonte.www.quotidianosanita'.it
Aifa:Rapporto Osmed 2017
Quotidiano Sanità,   12/07/2018
Aifa presenta il Rapporto Osmed 2017. Spesa farmaceutica sfiora i 30 miliardi: +1,2% rispetto al 2016. Boom ospedaliera e farmaci automedicazione. Sempre più giù la territoriale In lieve calo i ticket, mentre per l’effetto della legge sull’obbligo cresce la spesa per i vaccini. Antineoplastici e immunomodulatori i farmaci per cui la spesa è più elevata mentre i più consumati si confermano i cardiovascolari. Inutilizzate (450 mln) quasi la metà delle risorse stanziate (1 mld complessivo) per i due fondi per gli innovativi oncologici e gli innovativi non oncologici. Cresce l’uso dei biosimilari. In media ogni italiano ha consumato 1,7 dosi al giorno di farmaci. 12 LUG - La spesa farmaceutica cresce anche nel 2017 e arriva a quota 29,8 miliardi di euro di cui il 75% rimborsato dal Ssn. L’incremento rispetto all’anno scorso è dell’1,2% ed è dovuto principalmente all’aumento della spesa ospedaliera (+10% a 7,2 mld) e da quello dei prodotti di automedicazione (+12,4%). A dirlo è il Rapporto Osmed 2017 presentato oggi dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa).   Stabile la compartecipazione dei cittadini (ticket fisso + differenza di prezzo per acquisto farmaco branded quando è disponibile anche il generico) a 1,5 miliardi, cresce invece la spesa per i vaccini che arriva a 487 mln, ovvero il 2,2% della spesa Ssn (+36% rispetto a 2016) per effetto della legge sull’obbligo. Prosegue il calo della farmaceutica territoriale pubblica e privata (21,7 mld, -1,4% rispetto all’anno scorso), picchiata per la territoriale pubblica (convenzionata e distribuzione per conto di classe A) che scende del 6,5% nel 2017 e si attesta a 12,9 mld. Crollo anche per la spesa per i farmaci innovativi che è stata pari a 1,6 miliardi di euro con una riduzione del -38,0% rispetto al 2016   I farmaci antineoplastici e immunomodulatori rappresentano la prima categoria in termini di spesa farmaceutica pubblica (5.064 milioni di euro), seguiti dai farmaci dell’apparato cardiovascolare (3.548 milioni di euro). In termini di consumo, i farmaci dell’apparato cardiovascolare si confermano al primo posto con 484,2 dosi al giorno ogni mille abitanti. Seguono i farmaci dell’apparato gastrointestinale e metabolismo (183,0 dosi) e i farmaci del sangue ed organi emopoietici (125,4 dosi).   “Con l’arrivo di nuove e promettenti terapie, vi saranno in futuro ulteriori sfide che il SSN dovrà sostenere per garantire l’accesso alle cure e assicurare al contempo la sostenibilità economica del sistema. La condivisione delle informazioni e la sinergia tra tutti gli attori coinvolti nei vari processi decisionali, sia a livello nazionale che a livello internazionale, costituiranno un fattore determinante per la tenuta dei sistemi sanitari” scrive, il direttore generale di Aifa, Mario Melazzini nel Rapporto Osmed 2017.   “Numerosi – ricorda Melazzini - sono stati i risultati raggiunti nel 2017 che hanno avuto una ricaduta sull’uso dei farmaci. In primis, gli effetti del Decreto Vaccini (L. 119/2017), che ha ampliato il numero di vaccinazioni obbligatorie e ha introdotto il rispetto degli obblighi vaccinali come requisito per l’ammissione all’asilo nido e alle scuole dell’infanzia, sono riscontrabili nella crescita dell’uso e della spesa per i vaccini. Sono stati poi ridefiniti i criteri di trattamento per l’Epatite C cronica, per consentire di trattare tutti i pazienti per i quali la terapia sia indicata e appropriata. Ciò ha determinato un aumento dei pazienti avviati al trattamento con i nuovi farmaci ad azione antivirale diretta di seconda generazione (Direct Antiviral Antigens - DAAs), con un conseguente incremento del loro uso”.   Il Dg Aifa evidenzia anche come “grazie alle negoziazioni dei prezzi dei nuovi farmaci per l’HCV nel corso del 2017 e alle rinegoziazioni intervenute a seguito della revisione dei criteri di trattamento, è stato garantito un più ampio accesso alle terapie innovative con un minore impatto sulla spesa. Anche gli accordi di rimborsabilità condizionata hanno contribuito alla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), consentendo di ottenere nel 2017 più di un miliardo di euro di payback da parte delle aziende farmaceutiche. Ancora, nel 2017 la Commissione Tecnico Scientifica dell’AIFA ha definito i nuovi criteri per la valutazione dell’innovatività. Con l’obiettivo di garantire la trasparenza dei processi decisionali, AIFA ha intrapreso un percorso mirato alla pubblicazione delle schede di valutazione relative alle molecole per cui sia stato richiesto lo status di farmaco innovativo. Tali schede sono pubblicate sul sito istituzionale dell’Agenzia dal mese di gennaio del 2018”.   Qui di seguito la sintesi del Rapporto:   Spesa farmaceutica a quota 29,8 mld. Nel 2017 la spesa farmaceutica totale, pubblica e privata, è stata pari a 29,8 miliardi di euro, di cui il 75% rimborsato dal SSN. In media, per ogni cittadino italiano, la spesa ammonta a circa 492 euro. Spesa territoriale in calo. Nel 2017 la spesa farmaceutica territoriale complessiva, pubblica e privata, è stata pari a 21.715 milioni di euro ed è diminuita rispetto all’anno precedente del -1,4%. La spesa territoriale pubblica, comprensiva della spesa dei farmaci erogati in regime di assistenza convenzionata e in distribuzione diretta e per conto di classe A, è stata di 12.909 milioni di euro, ossia il 59,4% della spesa farmaceutica territoriale. Tale spesa ha registrato, rispetto all’anno precedente, una sensibile riduzione del -6,5%, principalmente determinata dalla diminuzione della spesa per i farmaci in distribuzione diretta e per conto (-13,7%), mentre è stato registrato un contenuto decremento della spesa farmaceutica convenzionata netta (-1,7%).     Ticket in calo ma farmaci automedicazione e fascia C con ricetta fanno alzare la spesa per i cittadini. La spesa a carico dei cittadini, comprendente la spesa per compartecipazione (ticket regionali e differenza tra il prezzo del medicinale a brevetto scaduto erogato al paziente e il prezzo di riferimento), per i medicinali di classe A acquistati privatamente e quella dei farmaci di classe C, ha registrato un aumento del +7,1% rispetto al 2016. A influire sulla variazione è stato l’aumento della spesa per i medicinali di automedicazione (+12,4%) e per i medicinali di Classe C con ricetta (+8,8%), mentre rimane pressoché stabile la spesa per l’acquisto privato di medicinali di fascia A (+0,6%) e la compartecipazione del cittadino (+0,6%). La spesa per compartecipazione è stata pari a 1.549 milioni di euro, corrispondente a circa 25,60 euro pro capite.   Vaccini. Per effetto della Legge sull'obbligo cresce la spesa del 36,6%. I consumi. Nel 2017, in Italia, ogni giorno sono state consumate complessivamente 1.708,2 dosi di medicinali ogni 1.000 abitanti, il 66,2% delle quali erogate a carico del SSN e il residuale 33,8% acquistate direttamente dal cittadino (soprattutto medicinali di fascia C con ricetta).   In regime di assistenza convenzionata, nel corso del 2017 ogni giorno sono state consumate in media 972,7 dosi ogni mille abitanti, stabili rispetto all’anno precedente, mentre in termini di confezioni è stato registrato un decremento del -0,7% (oltre 1 miliardo di confezioni nel 2017, corrispondente a 18,3 confezioni pro capite).   Per quanto riguarda l’assistenza territoriale complessiva, pubblica e privata, le confezioni dispensate sono state quasi 2 miliardi, in aumento del +3,2%, rispetto all’anno precedente. Aumentano principalmente le confezioni dei farmaci di classe A erogati in distribuzione diretta e per conto (+21,5%), dei farmaci di automedicazione (+10,4%), dei farmaci di classe C con ricetta (+7,8%) e dei farmaci di classe A acquistati privatamente dal cittadino (+2,8%), mentre è stabile il numero di confezioni erogate in assistenza convenzionata (-0,2%). Le principali componenti (i.e. effetto quantità, effetto prezzi ed effetto mix) della variazione della spesa farmaceutica convenzionata lorda 2017, rispetto all’anno precedente (-1,5%), evidenziano una stabilità dei consumi di farmaci prescritti (+0,1%), una riduzione dei prezzi medi (-2,4%) e, infine, uno spostamento della prescrizione verso specialità più costose (effetto mix: +1,1%). La spesa per i farmaci acquistati dalle strutture sanitarie pubbliche è risultata pari a 12,1 miliardi di euro (194,6 euro pro capite), con una riduzione, rispetto al 2016, del -0,7%.   Più cresce l’età e più si consumano medicinali. Complessivamente, nel 2017 è stata registrata una prevalenza d’uso dei farmaci pari al 66,1%, con una rilevante differenza tra uomini (61,8%) e donne (70,2%). La prevalenza d’uso dei farmaci passa da circa il 50% nella popolazione fino ai 54 anni a oltre il 95% nella popolazione anziana con età superiore ai 74 anni. Coerentemente con la prevalenza d’uso, la spesa e i consumi sono strettamente dipendenti dalla fascia di età; per gli ultrassettantacinquenni si registra una spesa pro capite a carico del SSN fino a 3 volte superiore al livello medio nazionale e oltre 6 volte rispetto alle fasce di età inferiori. I consumi passano da circa 400 dosi nella fascia compresa tra i 40 e i 50 anni a oltre 3.000 nella popolazione ultrasettantacinquenne.   Nella popolazione geriatrica si registra, complessivamente, l’assunzione di un numero medio di 9,7 sostanze diverse per utilizzatore, con una variabilità che passa dal valore più basso di 7,7 sostanze nella fascia di età 65-69 anni al valore più elevato di 11,8 sostanze nei soggetti con età pari o superiore agli 85 anni. Le categorie terapeutiche maggiormente prescritte in questa popolazione sono quelle dei farmaci per l’apparato cardiovascolare, dei medicinali antimicrobici per uso sistemico e dei medicinali per l’apparato gastrointestinale e il metabolismo. L’uso dei Farmaci in Italia Rapporto Nazionale.   Nella popolazione pediatrica, dove sono state registrate 2,1 prescrizioni e 2,2 confezioni di farmaci per assistibile, le categorie maggiormente prescritte sono state gli antimicrobici per uso sistemico e i farmaci dell’apparato respiratorio.   Gli antineoplastici e immunomodulatori fanno registrare la spesa più elevata. I farmaci antineoplastici e immunomodulatori rappresentano la prima categoria in termini di spesa farmaceutica pubblica (5.064 milioni di euro), seguiti dai farmaci dell’apparato cardiovascolare (3.548 milioni di euro).   I cardiovascolari si confermano al primo posto per i consumi In termini di consumo, i farmaci dell’apparato cardiovascolare si confermano al primo posto con 484,2 DDD/1000 ab die. Seguono i farmaci dell’apparato gastrointestinale e metabolismo (183,0 DDD/1000 ab die) e i farmaci del sangue ed organi emopoietici (125,4 DDD/1000 ab die). Le statine, tra i farmaci per il sistema cardiovascolare, gli inibitori di pompa, tra quelli dell’apparato gastrointestinale e metabolismo, e gli altri antiepilettici, tra quelli del sistema nervoso centrale, sono le categorie a maggior impatto sulla spesa convenzionata. Sul lato degli acquisti da parte delle strutture sanitarie pubbliche, le categorie a maggior spesa sono gli anticorpi monoclonali, tra gli antineoplastici, gli antivirali per il trattamento delle infezioni da HCV, tra gli antimicrobici generali per uso sistemico, e i fattori della coagulazione del sangue, tra i farmaci del sangue ed organi emopoietici. In regime di assistenza convenzionata, tra i primi 30 principi attivi per spesa, si confermano ai primi posti il pantoprazolo, la rosuvastatina e l’atorvastatina, mentre per consumo ritroviamo il ramipril, l’acido acetilsalicilico e l’atorvastatina. I principi attivi che hanno fatto registrare la maggior variazione di spesa rispetto al 2016 sono stati la teriparatide, l’associazione fluticasone/vilanterolo e l’immunoglobulina umana antiepatite B. Tra i farmaci acquistati dalle strutture sanitarie pubbliche, il fattore VIII, l’associazione ledipasvir/sofosbuvir/ e l’adalimumab sono quelli che hanno fatto registrare la maggior spesa.   A Bolzano i livelli più bassi di spesa territoriale. I più elevati in Campania e Puglia. Dall’analisi della variabilità regionale, si osserva che i livelli più bassi di spesa territoriale, comprensiva della spesa dei farmaci erogati in regime di assistenza convenzionata e in distribuzione diretta e per conto di classe A, sono stati registrati nella Provincia Autonoma di Bolzano (176,5 euro pro capite), mentre i valori più elevati sono quelli della Regione Campania e Puglia (297,9 euro pro capite), rispetto ad una media nazionale di 249 euro pro capite. Relativamente alla spesa privata sostenuta direttamente dal cittadino, si osserva che le Regioni del Nord mostrano un’incidenza della spesa maggiore rispetto alla media nazionale. Per quanto concerne i farmaci acquistati dalle strutture sanitarie pubbliche, a fronte di una media nazionale di 194,58 euro pro capite, il range regionale oscilla tra il valore più basso di spesa della Valle d’Aosta (-28,4% dalla media nazionale) e quello più alto della Sardegna (+23,2%).   Gli equivalenti rappresentano il 15% del totale di spesa. Cresce uso biosimilari. Nel 2017 i farmaci a brevetto scaduto hanno rappresentato il 59% della spesa e il 79,4% dei consumi in regime di assistenza convenzionata. I farmaci equivalenti hanno rappresentato il 15,2% della spesa e il 27,7% dei consumi. Si conferma il trend in crescita sia della spesa che dei consumi dei farmaci a brevetto scaduto. Rimangono pressoché stabili i consumi e la spesa dei farmaci equivalenti. Pantoprazolo, colecalciferolo, atorvastatina e amoxicillina in associazione con acido clavulanico rappresentano i primi principi attivi a brevetto scaduto in termini di spesa convenzionata. Rispetto all’anno precedente, i dati del 2017 hanno confermato l’incremento nell’impiego di tutti i farmaci biosimilari disponibili in commercio già da diversi anni, come, ad esempio, le epoetine (+65,1%), la somatropina (+101,8%) e i fattori della crescita (+34,8%) che ha contribuito alla riduzione della spesa, rispettivamente del -8%, del -4,4% e -6,9%. È stato analizzato l’andamento temporale del consumo e della spesa per alcune categorie terapeutiche e per i sottogruppi e le sostanze che le compongono (ad esempio, farmaci antineoplastici, farmaci anti-HCV, ecc). Rispetto agli anni precedenti sono state incluse nuove categorie terapeutiche e, tra le principali, si menzionano i farmaci per la sclerosi multipla, i fattori della coagulazione, i farmaci antidemenza, quelli antiparkinson, gli antipsicotici, i farmaci per la fibrosi cistica e quelli per i disturbi oculari.   Epatite C: trattati il 33,4% di pazienti in più rispetto al 2016 Al 31 dicembre 2017, i Registri disponibili sono 212, di cui 122 attivi, 61 in fase di sviluppo (cartaceo) e 29 chiusi. All’interno dei Registri sono stati raccolti i dati relativi a 1,6 milioni di trattamenti e a 1,5 milioni di pazienti. Il maggior numero di trattamenti riguarda i farmaci appartenenti alla categoria del sangue e degli organi emopoietici (principalmente i nuovi anticoagulanti orali) e i farmaci antineoplastici ed immunomodulatori. In particolare, per quanto riguarda i farmaci per l’infezione da HCV sono stati raccolti i dati relativi a 44.969 trattamenti avviati nel 2017, con un incremento del +33,4% rispetto all’anno precedente. Viene presentata, inoltre, un’analisi delle principali caratteristiche dei pazienti trattati con i nuovi anticoagulanti orali, per la prevenzione dell’ictus e dell’embolia sistemica nei pazienti adulti affetti da fibrillazione atriale non-valvolare (FANV), e con gli inibitori della PCSK-9 nel trattamento dell’ipercolesterolemia. Infine, si riportano i dati sui rimborsi versati dalle aziende nell’anno 2017 a seguito dell’applicazione degli accordi di rimborsabilità condizionata, sia per quelli gestiti tramite i Registri (ad esempio, l’accordo payment by result) sia per quelli gestiti tramite i flussi informativi di monitoraggio della spesa e dei consumi (ossia i tetti di spesa per prodotto e gli accordi prezzo volume).   Farmaci orfani: spesa a carico Ssn a quota 1,6 mld Nel 2017, l’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) ha autorizzato 14 farmaci orfani. Le principali aree terapeutiche coinvolte sono state quelle degli antineoplastici, seguiti dal sistema nervoso centrale e quello dell’apparato gastrointestinale e metabolismo. Negli ultimi 16 anni, su un totale di 99 farmaci orfani autorizzati dall’EMA, 92 di questi risultano commercializzati in Italia al 31 dicembre 2017. La spesa dei farmaci orfani a carico del SSN è stata nell’anno 2017 di circa 1,6 miliardi di euro, corrispondente al 7,2% della spesa complessiva. L’area terapeutica in cui si concentra maggiormente la spesa per i farmaci orfani è quella delle leucemie, seguita da quella dei linfomi e mielomi.     Farmaci innovativi: spesa in picchiata, -38%. Non utilizzati 450 mln delle risorse dei fondi per gli innovativi Nel 2017 sono stati definiti dalla Commissione Tecnico Scientifica dell’AIFA i nuovi criteri per la valutazione dell’innovatività. Il requisito di farmaco innovativo è stato riconosciuto, nel corso del 2017, ad otto farmaci, appartenenti, principalmente, alle categorie degli antimicrobici (farmaci per il trattamento del virus da HVC) e degli antineoplastici. Nell’anno 2017, la spesa per i farmaci innovativi è stata pari a 1,6 miliardi di euro con una riduzione del -38,0% rispetto al 2016 (Tabella 6.2). Sul versante dei consumi, nel 2017 sono state dispensate 13,4 milioni di dosi giornaliere con un incremento dei consumi del +11,7% rispetto al 2016.   Considerando i farmaci innovativi (con innovatività piena) con accesso ai fondi ai sensi della Legge di Bilancio 2017, la spesa è stata pari a 900,3 milioni di euro per gli innovativi non oncologici e a 409,2 milioni di euro per gli innovativi oncologici. Prendendo a riferimento i valori al netto dei payback relativi agli accordi di rimborsabilità condizionata, la spesa per gli innovativi non oncologici è stata pari a 143,7 milioni di euro, mentre non risultano ancora versati payback da parte delle aziende farmaceutiche relativamente agli innovativi oncologici. Ricordiamo che due fondi per gli innovativi erano di 500 mln l’uno e quindi tra i due risultano non utilizzati circa 450 mln di euro.  Fonte.www.quotidianosanita'.it
Corte dei Conti
Quotidiano Sanità,   12/07/2018
Corte dei conti: “Spesa sanitaria sotto controllo grazie a misure messe in campo in questi anni. Ora investimenti, lotta a disuguaglianze o il Ssn non sarà più sostenibile” Presentato oggi il Rapporto di coordinamento di Finanza pubblica 2018. “Il governo della spesa in campo sanitario si è rivelato più efficace rispetto al complesso della PA”. Stabili i ticket e i redditi da lavoro mentre sale la spesa per consumi intermedi. “Occorre mettere mano alla governance farmaceutica, rivedere i ticket, rilanciare investimenti e potenziare l’integrazione socio sanitaria”. 12 LUG - “La legislatura che si è conclusa ha consentito di ottenere risultati significativi nella gestione del sistema sanitario su diversi fronti; ciò, nonostante gli stretti margini di operatività imposti da un crescente vincolo finanziario. E I dati del 2017 confermano il buon risultato economico delle misure di controllo della spesa messe in campo in questi anni”. A dirlo è la Corte dei conti nel Rapporto di coordinamento di Finanza pubblica 2018 presentato oggi a Roma.   La Corte riconosce gli sforzi fatti in questi anni di crisi per rimettere in sesto i conti, ma in ogni caso segnala come vi siano ancora nodi irrisolti che sarà urgente affrontare per non rendere insostenibile il Ssn. “Si continua a contrarre la spesa per investimenti infrastrutturali e tecnologici”,  si legge nel Rapporto. E ancora: “La salvaguardia assicurata durante la crisi ai redditi da pensione e una ampia disponibilità di personale addetti ai servizi alla persona hanno consentito, fino ad ora, di sopperire in ambito familiare alla necessità di trovare una risposta a tale bisogno. L’attuale situazione risulterà in prospettiva sempre meno sostenibile”.   Per questo la Corte rimarca come “nella agenda politica dei prossimi anni si impongono quindi scelte importanti sul fronte dell’adeguamento delle strutture; ciò per rendere compatibili con la stabilità del sistema soluzioni adeguate ai bisogni”.   Ma vediamo qui di seguito una sintesi del Capitolo Sanità:   Spesa 2017 a quota 113,6 mld. Nel consuntivo 2017, la spesa sanitaria raggiunge i 113,6 miliardi. Nei documenti programmatici, la spesa corrente era stimata raggiungere i 114,1 miliardi. Un risultato migliore di quello previsto (nel Def 2017 e sostanzialmente confermato nella Nota di aggiornamento dello scorso settembre) dovuto, in parte, ad acquisti di beni e servizi da operatori market inferiori alle attese (rimasti stabili sui valori del 2016 contro la crescita prevista dello 0,6 per cento), ma anche a redditi da lavoro rimasti invariati invece di aumentare dell’1,5 per cento come assunto in aprile scorso, soprattutto per il rinvio al 2018 della definizione del nuovo contratto. L’aumento oltre alle attese della spesa per consumi intermedi (+4,2 per cento contro il 3,1 previsto inizialmente) riduce il beneficio sui risultati complessivi. Va inoltre osservato come, nonostante il taglio di risorse apportato negli ultimi esercizi, il contributo del settore agli obiettivi di finanza pubblica rimanga nel 2017 positivo (pur riducendosi rispetto ai valori passati): la differenza tra entrate correnti e uscite correnti presenta un saldo netto di oltre 2,5 miliardi (5,7 nel 2016). I dati del 2017 confermano il buon risultato economico delle misure di controllo della spesa messe in campo in questi anni. Nel Def 2013, ad avvio della legislatura, la spesa sanitaria era prevista in lenta flessione in termini di prodotto per tutto l’arco programmatico: dal 7 per cento del Pil nel 2014 ne era prevista una riduzione al 6,7 nel 2017, ma su livelli assoluti di circa 120 miliardi. Nonostante il più lento aumento del prodotto rispetto alle previsioni ad inizio legislatura, a consuntivo la spesa si è attestata nel 2017 al 6,6 per cento del Pil, ma su un livello assoluto di spesa inferiore di oltre 6 miliardi. Il governo della spesa in campo sanitario si è rivelato più efficace rispetto al complesso della PA: la quota della sanità della spesa corrente primaria si riduce dal 16,6 per cento nel 2013 al 16 per cento nel 2017 (dal 15,7 al 14,8 per cento il peso sulla primaria complessiva).       Spesa/Pil al 6,3% nel 2020.Nel quadro tendenziale è prevista una ulteriore riduzione dell’incidenza della spesa su Pil. Lo slittamento del rinnovo dei contratti del settore al 2018 è alla base della crescita nell’esercizio in corso, mentre si confermano le previsioni per il successivo biennio che scontano gli effetti attesi dalle misure correttive da ultimo disposte dalla Legge di Bilancio 2017. A fine periodo, la spesa sanitaria è prevista al 6,3 per cento del Pil, un livello registrato ad inizio anni 2000.     Buoni i risultati sul fronte della gestione della spesa. La legislatura che si è conclusa ha consentito di ottenere risultati significativi nella gestione del sistema sanitario su diversi fronti; ciò, nonostante gli stretti margini di operatività imposti da un crescente vincolo finanziario. Con il Patto della salute si è definito un percorso comune tra Stato e Regioni, abbandonando la logica dei tagli lineari e assumendo l’impegno comune ad avviare operazioni di efficientamento con l’obiettivo di liberare risorse per il settore; sono stati rivisti i Lea ed è stato definito un nuovo nomenclatore; è stato predisposto il programma per le liste d’attesa, il piano nazionale cronicità e quello nazionale per la prevenzione vaccinale; ha preso corpo l’attuazione del d.m. n. 70 del 2015 con il riordino del sistema di assistenza ospedaliera e i Piani di rientro per gli ospedali e aziende sanitarie; sono stati potenziati gli strumenti di gestione del sistema informativo sanitario; è stato approvato il provvedimento in tema di responsabilità professionale e la legge 3/2018 con rilevanti misure su ordini professionali e sicurezza alimentare.   Dai farmaci ai ticket: i fronti ancora aperti.Rimangono aperti diversi fronti: la governance farmaceutica, per la quale si tratta di rivedere gli strumenti a disposizione per garantire la sostenibilità della spesa a partire dal payback ed agli strumenti di negoziazione del prezzo dei farmaci; le procedure di approvazione dei nuovi farmaci da velocizzare; le compartecipazioni alla spesa, di cui occorre rivedere modalità di funzionamento e ragioni; i rinnovi contrattuali e lo sblocco del turn-over; l’integrazione tra assistenza sociale e sanitaria, per poter affrontare al meglio la questione dell’invecchiamento della popolazione e dell’insufficienza dell’assistenza domiciliare; l’attuazione dei piani regionali delle cronicità. La lunga lista delle cose fatte e da fare ma, soprattutto, la consapevolezza dell’impossibilità di trovare solo all’interno del settore la risposta ad esigenze crescenti fanno guardare alle scelte da assumere nella legislatura in stretto rapporto con le altre aree dell’intervento pubblico.   Gli ultimi dati sulla spesa sanitaria delle Regioni nel 2017 confermano i risultati positivi degli interventi volti a garantire un equilibrio finanziario che, con risorse pressoché stabili, cerca di rispondere ai bisogni crescenti che provengono da cronicità e non autosufficienza. Pressoché tutte le Regioni si trovano in equilibrio finanziario una volta contabilizzate le entrate fiscali regionali a copertura della spesa sanitaria.   Continua la picchiata degli investimenti.Si continua tuttavia a contrarre la spesa per investimenti infrastrutturali e tecnologici. Anche nel 2017 si registra una flessione di oltre il 5 per cento dei pagamenti: alla riduzione si accompagna la conferma di un tasso medio di obsolescenza delle tecnologie a disposizione nelle strutture pubbliche e accreditate. Come si evince dal recente il Rapporto del Ministero della salute, nonostante il lieve miglioramento rispetto al 2016, circa un terzo delle apparecchiature è operativo da più di 10 anni e la diffusione di queste tecnologie presenta rilevanti differenze tra aree territoriali.   Offerta servizi in calo per effetto del risanamento.L’offerta di servizi non sta uscendo indenne dalla fase di risanamento reso necessario per riassorbire squilibri strutturali inaccettabili oltre che insostenibili. L’attività del SSN si contrae in tutti gli ambiti assistenziali. Diminuiscono i ricoveri, scesi a 8,7 milioni nel 2016, con una riduzione dell’11,7 tra il 2013-2016. I cali interessano soprattutto quelli a bassa complessità. Se ciò ha permesso di migliorare l’appropriatezza, al contempo non sembra accompagnarsi ad una risposta adeguata alla domanda di assistenza territoriale. Mentre la riduzione nell’indicatore di utilizzo dei posti letto segnala, in molti casi, la permanenza di oneri. In numerose aree del paese si assiste ad una mobilità passiva in crescita. Nella specialistica ambulatoriale, stenta a trovare risposta il problema delle liste d’attesa; tariffe e ticket disincentivanti portano alla diminuzione dei volumi coperti dal servizio pubblico; emergono crescenti criticità nell'accesso ai servizi di fronte a un quadro epidemiologico in peggioramento per la crescita costante dell'età media degli italiani. Ad oggi, le fonti pubbliche coprono il 95 per cento della spesa ospedaliera, ma solo il 60 per cento della spesa per prestazioni ambulatoriali e il 46 per cento della riabilitazione ambulatoriale. Esaurita la fase più acuta dei piani di rientro (ma non certo quella di un efficace monitoraggio) rimane l’esigenza di affrontare lo sviluppo dei servizi e la convergenza in termini di qualità dell'assistenza tra aree territoriali.   Permangono le differenze Nord-Sud.I dati definitivi del monitoraggio 2015 e quelli parziali del 2016 indicano infatti il permanere di differenziali Nord-Sud nella qualità e nella disponibilità dei servizi. Ciò si era messo in rilievo nel Rapporto dello scorso anno, con riferimento sia alla speranza di vita in buona salute (che passa da 59,6 anni al Nord a 56 anni al Sud), sia ai casi di rinuncia alle cure. Cresce l'incidenza relativa della mobilità sanitaria dal Sud al Nord. Lo testimonia il rilievo crescente delle somme corrisposte per la mobilità nel 2017, così come quanto messo in rilievo nei dati SDO del 2016 del Ministero della salute che rileva ricoveri acuti in regime ordinario erogati in regioni del Nord (pazienti in mobilità verso le regioni del Nord/su il totale di ricoveri di pazienti residenti nel Sud) che crescono dal 7,3 nel 2013 al 7,9 per cento nel 2016.   Attenzione all’invecchiamento della popolazione.Nel caso dei ricoveri per tumore in mobilità passiva passa dal 12,4 nel 2013 al 13,3 per cento nel 2016. I tassi di copertura dei bisogni di LTC, bassi al Nord, si riducono drasticamente nelle regioni centro-meridionali, in genere più povere di posti letto, sia per acuti, sia per riabilitazione, sia per strutture intermedie, sia per strutture protette. Come si sottolineava anche nel Rapporto 2017, manca una risposta adeguata ad un’area sempre più ampia dell’assistenza quella alle cronicità, alla riabilitazione e alle cure intermedie, aree in cui il bisogno è in aumento a causa della crescita costante dell'età media degli italiani. La popolazione con cronicità è pari al 39 per cento del totale di cui circa un quinto ha più di una patologia. Una particolare attenzione richiede, poi, il soddisfacimento dei bisogni dei circa 3 milioni di persone non autosufficienti per i quali le strutture esistenti (i 287.000 posti letti ad essi dedicati) e le cure domiciliari oggi attivate non consentono di dare una risposta adeguata. Pur segnando un graduale miglioramento dell’offerta, i dati più recenti testimoniano un accesso al servizio ancora molto limitato. La salvaguardia assicurata durante la crisi ai redditi da pensione e una ampia disponibilità di personale addetti ai servizi alla persona hanno consentito, fino ad ora, di sopperire in ambito familiare alla necessità di trovare una risposta a tale bisogno. L’attuale situazione risulterà in prospettiva sempre meno sostenibile.   Le previsioni demografiche ed economiche, alla base dell’esame delle tendenze del sistema socio sanitario (e pensionistico) elaborato dalla RGS, riportano un rapporto tra anziani e popolazione attiva in crescita nei prossimi anni, poco al di sotto di quota 50 già nel 2030, con un peso della popolazione oltre i 65 anni di 7 punti più elevata di oggi. Come messo in evidenza nel capitolo dedicato al sistema pensionistico, se l’invecchiamento della popolazione sarà accompagnato da una riduzione dei redditi da pensione, a causa del passaggio completo al sistema contributivo e a una minore continuità dei percorsi lavorativi, la sostenibilità del sistema si farà più difficile.   Le proposte della Corte.Nella agenda politica dei prossimi anni si impongono quindi scelte importanti sul fronte dell’adeguamento delle strutture; ciò per rendere compatibili con la stabilità del sistema soluzioni adeguate ai bisogni. Il permanere di vincoli ancora stringenti richiede che nel trattare le criticità del settore si vada oltre i confini della sanità. Occorre ritrovare coerenza tra tutte le parti che compongono il bilancio pubblico della protezione sociale, prendere atto delle difficoltà che caratterizzano oggi il sistema redistributivo e di solidarietà, considerare la necessità imprescindibile di favorire la crescita, garantire che le soluzioni assunte in tema di contributo richiesto al finanziamento della sanità trovino coerenze stabili, responsabilità e margini di gestione per i diversi livelli di governo per evitare contraddizioni e trappole della povertà. Fonte.www.quotidianosanita'.it
Istat:anziani
Quotidiano Sanità,   11/07/2018
Istat. Allarme invecchiamento: l'Italia diventerà un enorme ospizio Redazione romana mercoledì 11 luglio 2018 Presentate oggi al ministero per la Salute le proiezioni demografiche per "Italia Longeva". Nel 2050 saremo due milioni e mezzo in meno. Gli over 65 saranno 20 milioni di cui 4,5 in solitudine La popolazione italiana, in continua crescita negli ultimi cento anni, oggi diminuisce, e al contempo invecchia, più velocemente che mai: nel 2050 saremo due milioni e mezzo in meno, come se la città di Roma sparisse dalla Penisola. Ma il dato ancor più rilevante è che gli "over 65", oggi un quarto della popolazione, diventeranno più di un terzo, vale a dire 20 milioni di persone, di cui oltre 4 milioni avranno più di 85 anni. Questi sono solo alcuni dei dati emersi dalle proiezioni sociodemografiche e sanitario-assistenziali al 2030 e al 2050 elaborate dall’Istat per "Italia Longeva-Rete nazionale sull’invecchiamento e la longevità attiva", e presentate oggi al ministero della Salute nel corso della terza edizione degli Stati generali dell’assistenza a lungo termine, la due giorni di approfondimento e confronto sulle soluzioni sociosanitarie a supporto della Long-Term Care. Bomba pronta a esplodere dal 2030 La “bomba dell’invecchiamento”, pronta a esplodere già dal 2030 se non adeguatamente gestita, innescherà tra l’altro un circolo vizioso: l’aumento della vita media causerà l’incremento di condizioni patologiche che richiedono cure a lungo termine e un’impennata del numero di persone non autosufficienti, esposte al rischio di solitudine e di emarginazione sociale; così crescerà inesorabilmente anche la spesa per la cura e l’assistenza a lungo termine degli anziani, ma anche quella previdenziale, mentre diminuirà la forza produttiva del Paese e non ci saranno abbastanza giovani per prendersi cura dei nostri vecchi. Infatti, oggi tre lavoratori hanno sulle spalle un anziano, domani saranno solo in due a sostenerlo. «I dati presentati si riferiscono a semplici proiezioni della situazione attuale - avverte il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva - e pur non trascurando un rilevante margine di incertezza, non vi è dubbio che il quadro prospettico sollevi una questione di sostenibilità strutturale per l’intero Paese». Gli "over 65" soli arriveranno a 4 milioni e mezzo Nei prossimi dieci anni 8 milioni di anziani avranno almeno una malattia cronica grave: ipertensione, diabete, demenza, malattie cardiovascolari e respiratorie. «Curarli tutti in ospedale – commenta Roberto Bernabei, presidente di Italia Longeva – equivarrebbe a trasformare Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna e Firenze in grandi reparti a cielo aperto. È evidente, quindi, che le cure sul territorio non rappresentano più un’opzione, ma un obbligo per dare una risposta efficace alla fragilità e alla non autosufficienza dei nostri anziani, che si accompagnerà anche a una crescente solitudine. Le stime Istat per Italia Longeva ci dicono che, nel 2030, potrebbero arrivare a 4 milioni e mezzo gli ultra 65enni che vivranno da soli, e di questi, 1 milione e 200mila avrà più di 85 anni». Emergenza disabilità, gli anziani saranno 5 milioni Il potenziamento dell’assistenza domiciliare e della residenzialità fondata sulla rete territoriale di presidi sociosanitari e socioassistenziali, ad oggi ancora un privilegio per pochi, con forti disomogeneità a livello regionale, non è più procrastinabile anche in funzione di equilibri sociali destinati a scomparire, con la progressiva riduzione di persone giovani all’interno dei nuclei familiari. Se oggi ci sono 35 anziani ogni 100 persone in età lavorativa, nel 2050 ce ne saranno quasi il doppio: 63. «Le famiglie – commenta ancora Bernabei – pilastro del nostro welfare, saranno sempre meno numerose, pertanto i servizi sociosanitari, che già oggi coprono solo un quarto del fabbisogno, dovranno essere integrati sempre più dal supporto di badanti, da nuove forme di mutualità e, probabilmente, da un ritorno allo spirito di comunità. C’è poi la disabilità – aggiunge Bernabei – che nel 2030 interesserà 5 milioni di anziani, e diventerà la vera emergenza del futuro e il principale problema di sostenibilità economica nel nostro Paese. Essere disabile vuol dire avere bisogno di cure a lungo termine che, solo nel 2016, hanno assorbito 15 miliardi di euro, dei quali ben tre miliardi e mezzo pagati di tasca propria dalle famiglie». Boeri (Inps): rimodulare i permessi della legge 104 Questo nuovo quadro impone delle risposte anche da parte del legislatore, per ciò che attiene una rimodulazione dei diritti delle famiglie con persone disabili. «Nei prossimi 50 anni – afferma Tito Boeri, presidente dell’Inps - le generazioni maggiormente a rischio di non autosufficienza passeranno da un quinto a un terzo della popolazione italiana. Non è pensabile rispondere a una domanda crescente di assistenza di lungo periodo basandosi pressoché interamente sul contributo delle famiglie. Ci vogliono politiche di riconciliazione fra lavoro e responsabilità famigliari che modulino gli aiuti in base allo stato di bisogno, ad esempio sembra opportuno rimodulare i permessi della legge 104 del 1992 in base al bisogno effettivo di assistenza». Fonte.www.avvenire.it
Bambino Gesù
Quotidiano Sanità,   11/07/2018
Bambino Gesù. Aumentano ricoveri, prestazioni ambulatoriali e produzione scientifica Oltre 300 trapianti in un anno e 13mila pazienti “rari”. I risultati della ricerca e dell’attività clinica dell’Ospedale Pediatrico della Santa Sede sono stati presentati insieme al Bilancio sociale dell’Ospedale: margine operativo lordo con segno positivo. 55 pazienti “umanitari” accolti dall’estero 11 LUG - Quasi 2 milioni di prestazioni ambulatoriali e oltre 28mila ricoveri. 321 trapianti di organi e tessuti e più di 13mila pazienti “rari”. Cresce l’attività clinica dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e cresce la produzione scientifica, che raggiunge il numero di 663 pubblicazioni per 2.700 punti di Impact Factor (IF), il valore che ne misura il “peso”.   Questi alcuni dei risultati dell’Attività sanitaria e scientifica del 2017 dell’Ospedale Pediatrico della Santa Sede presentati nella sede di San Paolo Fuori le Mura insieme con i numeri del Bilancio Sociale.   Sono state 3.500 le famiglie ospitate in accoglienza alloggiativa, 2mila quelle seguite dai servizi sociali. L’Ospedale ha sostenuto complessivamente 313 mln di euro di costi a fronte di 322 mln di ricavi, registrando un margine operativo lordo con segno positivo.   I numeri dell’assistenza: 84mila accessi al pronto soccorso, 30mila interventi chirurgici. Aumentano le visite al Pronto Soccorso del Bambino Gesù. Nel 2017 sono stati registrati 84.036 accessi (+5%) nelle due sedi del Gianicolo e di Palidoro, con un picco nei mesi di dicembre, marzo e maggio. 359 sono stati i trasporti di emergenza neonatale e 89 i trasporti tramite l’eliporto vaticano, eseguiti in collaborazione con il Governatorato della Santa Sede. Nel 2017 ha preso il via il progetto “Nascita OPBG”, che prevede la nascita in ospedale di neonati altamente critici, al fine di evitare i rischi del trasferimento d’urgenza post-parto. I parti a rischio effettuati nel corso dell’anno sono stati 19.   Cresce il numero di ricoveri, che superano i 28mila nel 2017 (28.291, +5%): il 29% proviene da fuori Regione, soprattutto Campania, Puglia e Calabria, con una complessità più elevata del 47% rispetto ai pazienti provenienti dal Lazio. Il 15% dei ricoverati è di nazionalità straniera.   Crescono anche le procedure chirurgiche e interventistiche, che raggiungono il numero di 29.778, in aumento del 10% rispetto all’anno precedente. A queste si aggiungono 3.012 interventi di chirurgia ambulatoriale, quasi il doppio rispetto a 5 anni fa, frutto di percorsi basati sull’appropriatezza clinica, che hanno permesso di mantenere la stessa efficacia assistenziale del ricovero e di garantire minore stress per i pazienti e minori costi per il Sistema Sanitario Nazionale.   Aumentano, infine, le prestazioni ambulatoriali che raggiungono il numero di quasi 2 milioni (1.908.487) tra visite ed esami: +12% rispetto all’anno precedente, + 60% rispetto a 5 anni prima.   Trapianti pediatrici. Nel 2017 sono stati effettuati 138 trapianti di midollo, 46 homograft (protesi valvolari cardiache), 31 trapianti di fegato (di cui 4 da vivente), 28 trapianti di rene (di cui 6 da vivente), 27 trapianti di cornea, 8 trapianti di cuore (a cui si aggiungono 10 impianti di cuore artificiale), 10 di membrana amniotica e 1 di polmone. In totale, 321 trapianti di organi e tessuti, pari a circa il 30% dell’attività trapiantologica svolta a livello nazionale   Ridotto drasticamente il tasso di prevalenza delle infezioni ospedaliere. La presa in carico di pazienti con casistiche sempre più complesse aumenta anche il rischio di infezioni ospedaliere, che, nel mondo, rappresentano la complicanza più frequente e grave dell’assistenza sanitaria. Nonostante l’aumento dell’alta complessità, l’Ospedale ha ridotto drasticamente il tasso di prevalenza delle infezioni nel corso degli anni. Nel 2017 si conferma l’1.8% del 2016, contro una media UE del 4%. I numeri della ricerca: 16 nuove malattie rare identificate nel 2017. Sono oltre 700 al Bambino Gesù le persone impegnate nella ricerca, di cui circa 400 ricercatori e 300 medici, biologici e farmacisti impegnati sia nell’attività clinica che nella ricerca scientifica. L’Ospedale si colloca ai vertici della rete degli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) e primo tra gli ospedali pediatrici italiani per livello di Impact Factor (IF), il valore che misura il “peso” delle pubblicazioni scientifiche.    L’IF del Bambino Gesù è aumentato del 50% negli ultimi 5 anni, arrivando a quota 2.703 nel 2017, per un totale di 663 pubblicazioni scientifiche. 438 i progetti di ricerca attivi nello scorso anno, il 36% dei quali ha riguardato malattie e tumori rari. 293 le collaborazioni scientifiche formalizzate con partner nazionali e soprattutto internazionali (77%), in particolare Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Francia e Usa. 431 gli studi clinici, che hanno coinvolto 6.120 pazienti. Con la partecipazione a 15 Reti ERN (European Reference Networks), il Bambino Gesù è l’ospedale pediatrico europeo più coinvolto nei network europei per la condivisione delle conoscenze sulle malattie rare e il coordinamento delle cure di questi pazienti. Sono 13.203 i pazienti “rari” arruolati dal Bambino Gesù nella Rete Regionale delle Malattie Rare, la casistica più ampia a livello nazionale, non solo in campo pediatrico.   Grazie alla piattaforme genomiche e alle competenze bioinformatiche sviluppate presso i laboratori dell’Ospedale, nel 2017 il Bambino Gesù ha identificato 16 nuove malattie rare che erano orfane di diagnosi. Un impegno costante che ha permesso all’Ospedale di fornire risposte diagnostiche per oltre il 50% dei malati rari o ultra-rari seguiti.   I numeri dell’accoglienza: 90mila pernottamenti in un anno. 55 casi umanitari dall’estero. L’accoglienza delle famiglie che seguono il bambino malato durante il percorso di cura è parte integrante della terapia: sono quasi 200 ogni giorno le stanze messe a disposizione gratuitamente per i familiari dei piccoli pazienti che vengono da fuori Roma, grazie a una rete di solidarietà formata da case famiglia, istituzioni non profit, associazioni di albergatori. Nel 2017 sono state assicurate 89.537 notti a 3.520 famiglie.   Le famiglie seguite dai servizi sociali del Bambino Gesù sono state 2.046 e 5.700 le mediazioni culturali attivate, in 45 lingue, per le famiglie straniere che hanno avuto i figli ricoverati. Circa 30.000 i bambini coinvolti nei progetti ricreativi delle ludoteche; 3.400 gli alunni della “scuola in ospedale”.   Prosegue l’attività dell’unità mobile per l’assistenza sanitaria dei bambini con difficoltà sociali ed economiche nelle periferie e nei campi Rom della Capitale, un’esperienza nata in concomitanza con il Giubileo Straordinario della Misericordia voluto da Papa Francesco. Le visite nel 2017 sono state quasi 1500. Proseguono anche le iniziative di solidarietà all’estero con progetti umanitari o di cooperazione in 9 Paesi (Repubblica Centrafricana, Etiopia, Giordania, Siria e Palestina, Russia, Georgia, Cambogia e Cina) e 55 pazienti umanitari accolti dall’estero interamente a carico dell’Ospedale.   Più di 3000 professionisti, 116 associazioni di volontariato accreditate. Il Bambino Gesù è una grande comunità composta da quasi 3.300 professionisti tra dipendenti, collaboratori e ricercatori. Il 97% dei lavoratori dipendenti è a tempo indeterminato. Più della metà dei dirigenti medici sono donne. Il personale sanitario rappresenta circa l’80% dei lavoratori.   Benessere lavorativo: gli infortuni sul lavoro sono diminuiti dell’18% dal 2016, le assenze per malattia del 10% negli ultimi 5 anni. Nel 2017 sono stati realizzati in Ospedale oltre 500 eventi di formazione rivolti a personale sanitario e non sanitario, tra cui 260 edizioni di corsi ECM per un totale di circa 4.000 partecipanti.   La comunità dell’Ospedale comprende la rete dei volontari, con 116 associazioni accreditate, e la rete dei partner di servizio. Il Bambino Gesù si avvale infatti di oltre 1.500 fornitori iscritti all’albo, di cui il 92% ha sede in Italia.   Negli anni è cresciuta anche l’attenzione all’ambiente. Solo nel 2017, rispetto all’anno precedente, sono stati ridotti i consumi energetici dell’8,2%, le emissioni dirette in atmosfera del 15% e i consumi idrici del 16%. Nella sede di San Paolo Fuori le Mura è presente una centrale di trigenerazione che fornisce il 14% dei consumi totali.   I numeri del bilancio: 313 milioni di costi, margine operativo lordo in positivo. Sul piano della rendicontazione economica, nel 2017 l’Ospedale ha prodotto 306,7 milioni di euro di valore aggiunto inteso come valore generato nello svolgimento della sua attività istituzionale e distribuito agli interlocutori dell’Ospedale: In particolare nel 2017 la distribuzione prevalente è stata per il 50,7% al personale, per il 42,2% ai partner di servizio e per il 3,5% ai partner della ricerca.   Nel 2017 i ricavi sono stati 322,2 milioni di euro a fronte di 313,4 milioni di costi. Il margine operativo lordo (EBITDA), che evidenzia la redditività della gestione operativa, è stato quindi di 8,8 milioni di euro. Il risultato netto, che tiene conto degli ammortamenti per gli investimenti e del risultato della gestione finanziaria, si attesta ad un valore negativo di circa 10 milioni di euro.   Per quanto riguarda le fonti di finanziamento, 214 milioni di euro sono stati i ricavi per le prestazioni sanitarie, 43,5 milioni il contributo annuale da parte dello Stato per la specificità dell’attività dell’Ospedale, 20 milioni i finanziamenti per la ricerca e 3 milioni di euro le donazioni.   Il valore dell’intero parco tecnologico biomedico dell’Ospedale è di 73 milioni di euro, per un totale di 11.400 apparecchiature e componenti. Fonte.www.quotidianosanita'.it
Long-Term Care
Quotidiano Sanità,   11/07/2018
Long-Term Care. Italia fanalino di coda in UE: investe solo il 10% della spesa sanitaria. Assistiti a domicilio il 3,2% degli over 65. Il rapporto di Italia Longeva Nei Paesi del Nord Europa viene investito in long term care circa il 25% della spesa sanitaria. In Italia il dato si ferma a circa 15 miliardi di euro. Di questi, solo 2,3 miliardi (l’1,3% della spesa sanitaria totale) sono destinati all’erogazione di cure domiciliari, con un contributo a carico delle famiglie di circa 76 milioni di euro. Il presidente di Italia Longeva, Roberto Bernabei: "L’Adi continua ad avere un ruolo marginale e ad essere fortemente sottodimensionata". 11 LUG - L’Italia, il Paese più vecchio d’Europa, sta vivendo le conseguenze della pressione demografica: aumento del carico di cronicità, disabilità e non autosufficienza. Il sistema, però, ‘resta al palo’ nell’organizzazione di una rete capillare e sostenibile di servizi sul territorio, a partire dalle cure domiciliari: siamo il fanalino di coda in Europa per quanto riguarda la Long-Term Care, alla quale destiniamo poco più del 10% della spesa sanitaria – a fronte di percentuali che superano il 25% nei Paesi del Nord Europa –, pari a circa 15 miliardi di euro. Di questi, solo 2,3 miliardi (l’1,3% della spesa sanitaria totale) sono destinati all’erogazione di cure domiciliari, con un contributo a carico delle famiglie di circa 76 milioni di euro. I dati emergono dalla seconda Indagine sull’Assistenza Domiciliare in Italia (Adi): chi la fa, come si fa e buone pratiche, realizzata da Italia Longeva e presentata al Ministero della Salute nel corso della terza edizione degli Stati Generali dell’assistenza a lungo termine, la due giorni di approfondimento e confronto sulle soluzioni sociosanitarie a supporto della Long-Term Care.   L’Indagine, che ha aperto una finestra sulla Long-Term Care in Europa, completa la panoramica sullo stato dell’arte dell’Adi nelle diverse regioni, avviata nel 2017, includendo ulteriori 23 Aziende Sanitarie, che si sommano alle 12 esaminate lo scorso anno, per un totale di 35 Asl distribuite in 18 Regioni, che offrono servizi territoriali a circa 22 milioni di persone, ossia oltre un terzo della popolazione italiana.   Il trend dell’offerta di cure domiciliari agli anziani si conferma in crescita (+0,2% rispetto al 2016), ma resta ancora un privilegio per pochi: ne gode solo 3,2% degli over65 residenti in Italia, con una forte variabilità a seconda delle aree del Paese, se non all’interno della stessa Regione, per quanto riguarda l’accesso al servizio, le prestazioni erogate rispetto quelle inserite nei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea), le ore dedicate a ciascun assistito, la natura pubblica o privata degli operatori e il costo pro capite dei servizi.   Mediamente, le Asl coinvolte nell’indagine garantiscono ai loro anziani l’87% delle 31 prestazioni a più alta valenza clinico-assistenziale previste nei Lea, arrivando, in alcuni casi, ad offrire fino al 100% dei servizi, come avviene a Catania, Chieti e Salerno. Un’evidente disomogeneità riguarda invece il numero di accessi in un anno – si va da un minimo di 8 ad un massimo di 77 della Asp di Potenza – e le ore di assistenza dedicate al singolo anziano, che oscillano da un minimo di 9 ad un massimo di 75 nella Asl Roma 4. In tutti i casi, si tratta di interventi principalmente a carattere infermieristico e, a seguire, fisioterapico e medico. All’ampia variabilità in termini di assistiti ed attività erogate, corrispondono anche costi differenti per la singola presa in carico che variano dai 543 euro della Ats Montagna agli oltre 1000 euro della ASP Potenza, e non sempre ad un maggior carico assistenziale corrisponde una spesa più elevata.   “Questa fotografia – commenta Roberto Bernabei, Presidente di Italia Longeva – conferma il dato di fondo rilevato lo scorso anno: mentre la cronicità dilaga e la disabilità diventerà la vera emergenza del futuro – tra dieci anni interesserà 5 milioni di anziani – l’Adi continua ad avere un ruolo marginale e ad essere fortemente sottodimensionata rispetto ai bisogni dei cittadini. Con il risultato che gli anziani continuano ad affollare i Pronto Soccorsi, mentre i familiari sono alla disperata ricerca di badanti cui affidare i propri cari dimessi dall’ospedale, sempre che possano permetterselo. Non serve ‘puntare il dito’ sulla eterogeneità dell’offerta delle cure domiciliari da Nord a Sud del Paese, che, di per sé, potrebbe rappresentare anche un valore, perché strettamente legata alla specificità dei luoghi e dei bisogni espressi dalla popolazione anziana. Abbiamo, piuttosto, il compito e la responsabilità di individuare delle strategie per rafforzare e modernizzare le cure domiciliari, investendo in tecnologia, la famosa tecnoassistenza che sosteniamo da anni, che consentirebbe un maggior accesso alle cure domiciliari, anche in territori geograficamente ‘difficili’ del nostro variegato Paese”. Fonte.www.quotidianosanita'.it
Farmindustria
Quotidiano Sanità,   11/07/2018
Farmindustria rivendica ruolo e successi: “Italia è diventato primo produttore in Europa. Abbiamo i prezzi più bassi e siamo trasparenti. Vogliamo essere anche in futuro un partner delle Istituzioni per lo sviluppo del Paese” Nel suo quarantennale l’Associazione celebra nella sua Assemblea pubblica a Roma il sorpasso sui tedeschi e mette in vetrina tutti i risultati ottenuti in questi anni. E poi messaggio velato al nuovo Governo: “Disponibili a contribuire con proposte concrete allo sviluppo del Paese”. 11 LUG - Farmindustria compie 40 anni e come regalo arrivano gli ultimi dati che attestano come la farmaceutica italiana sia arrivata al primo posto come produttore in Europa. Dopo anni di inseguimento, infatti l’Italia ha superato la Germania con una produzione di 31,2 miliardi, contro i 30 dei tedeschi. Un successo dovuto al boom dell’export che oggi sfiora i 25 miliardi.   Tutti numeri divulgati durante l’Assemblea nazionale che si è tenuta oggi a Roma e in cui tutto il mondo del ‘pharma’ nostrano è riunito per celebrare i risultati ottenuti (sia in termini socio economici che di salute per gli italiani) in questi anni e per rivendicare il proprio ruolo anche in virtù di una fase politica molto delicata. Impossibile, infatti, non notare l’assenza del nuovo Ministro della Salute, Giulia Grillo (presenti i sottosegretari leghisti Mauriizio Fugatti e Claudio Durigon) che seppur non direttamente non ha mai mostrato particolare simpatia per gli industriali del farmaco. Stante ciò e in attesa di vedere come si muoverà il Governo nell’ambito delle politiche farmaceutiche (annunciata per ora l’intenzione di rimettere mano alla governance, di voler dare una stretta di giro all’Aifa e di risolvere l’annosa questione del payback) oggi il presidente Massimo Scaccabarozzi (fresco di nuova conferma ai vertici dell’associazione) ha lanciato però alcuni messaggi chiari.   “Siamo i primi in Europa per produzione farmaceutica – ha detto - , grazie al vero e proprio traino dell’export. Un successo made in Italy che dimostra la qualità del nostro sistema Paese. E che ha ricadute importanti: maggiore occupazione, soprattutto per i giovani; più investimenti che creano valore sul territorio; sinergie con l’indotto e le Università; sviluppo degli studi clinici che fanno crescere la qualità delle cure e portano al Servizio Sanitario Nazionale importanti risorse.” Ma accanto alla rivendicazione dei risultati il presidente ha anche lanciato un messaggio al nuovo Governo: “Abbiamo dimostrato sul campo di essere una freccia nell’arco del Sistema Italia. E possiamo ancora esserlo attraverso una partnership con le Istituzioni per risolvere i problemi urgenti e fondare una governance di lungo respiro. Siamo disponibili a contribuire con proposte concrete allo sviluppo del Paese. Come abbiamo sempre fatto. E come vogliamo continuare a fare.” E ancora, serve “un’alleanza tra le Istituzioni e le imprese per risolvere i problemi urgenti e fondare una nuova governance del farmaco di lungo respiro. Che si basi su un modello nuovo di finanziamento, su un sistema di regole certe e stabili, sul superamento della logica dei tetti e sull’uso efficiente di risorse pubbliche adeguate che devono essere destinate alla farmaceutica e rimanere nel settore”.    E proprio per rispondere alle note critiche di essere poco trasparente (vedi in questo senso l’iniziativa legislativa che sta portando avanti il M5S con il Sunshine Act) Farmindustria evidenzia come “da molti anni ha un Codice Deontologico fra i più rigorosi in Europa, che regola i rapporti tra imprese e tra queste e il mondo scientifico e sanitario. Con una certificazione annuale obbligatoria affidata ad enti terzi accreditati. Chi non garantisce questo requisito è fuori dall’Associazione”.   E sempre in tema di trasparenza gli industriali del farmaco ricordano come dal 2016 l’Associazione “ha adottato, su base volontaria, anche il Disclosure Code, il Codice sulla Trasparenza, introdotto a livello europeo dell’Associazione europea delle imprese del farmaco (EFPIA). Il Codice prevede che le aziende rendano pubblici, e quindi consultabili, i dati sulle collaborazioni con i medici e le loro organizzazioni.  Un’iniziativa responsabile, fortemente voluta dalle imprese, che ha trovato ampio consenso tra i medici. Le aziende associate a Farmindustria sono tra le prime in assoluto in Europa per numero di adesioni alla pubblicazione. Primato che dimostra la reale volontà di trasparenza”.   E infine, un’ultima stoccata sui prezzi dei farmaci: “ I prezzi dei medicinali sono più bassi del 15% circa rispetto alla media dei Big Ue” e poi fa notare come la spesa pubblica pro capite italiana sia “la metà di una corsa in metro a Roma, meno di 0,80 centesimi al giorno, 290 euro all’anno. Spesa inferiore del 27% alla media dei Big Ue”.     Insomma, gli industriali dopo la tiepida accoglienza riservata loro dal nuovo Esecutivo affilano le armi, nella speranza che presto un dialogo con il nuovo Governo sia possibile.   Luciano Fassari Fonte.www.quotidianosanita'.it
Lazio:sicurezza operatori sanitari
Quotidiano Sanità,   10/07/2018
Arriva nel Lazio l’Osservatorio regionale sulla sicurezza degli operatori sanitari Istituito con delibera regionale l’Osservatorio avrà il compito di delineare e comprendere il fenomeno delle aggressioni al personale sanitario. D’Amato: “Chi aggredisce un medico o un infermiere aggredisce se stesso”. 10 LUG - Approvata dalla Giunta della Regione Lazio una Delibera per istituire l’Osservatorio sulla sicurezza degli operatori sanitari. Una struttura, fortemente richiesta dagli operatori, che avrà il compito di “delineare e comprendere il fenomeno delle aggressioni al personale sanitario che negli ultimi mesi ha visto aumentare a livello nazionale il numero dei casi denunciati”.   L’Osservatorio sarà composto da: l’Assessore alla Sanità e l’Integrazione Socio-sanitaria della Regione Lazio, il Direttore della Direzione Salute, il Presidente della Commissione Consiliare regionale Sanità, i responsabili del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP) delle Aziende, il responsabile della Direzione regionale INAIL, i Direttori generali delle Aziende e Enti del Servizio sanitario regionale (SSR), i Presidenti dell’Ordine dei Medici di Roma e delle province, dell’Ordine dei Medici Veterinari di Roma e delle province, dell’Ordine dei Farmacisti di Roma e delle province, dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Roma e delle province e i componenti del Centro Regionale di Rischio Clinico (CRRC).   L’Osservatorio avrà il compito di analizzare il flusso ministeriale del SIMES per quantificare il fenomeno ed elaborare un report annuale. Promuoverà iniziative di prevenzione e contrasto degli episodi di violenza a carico degli operatori sanitari anche attraverso il coinvolgimento delle Università e degli Istituti di formazione. Elaborerà campagne di comunicazione volte alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul fenomeno.   “Chi aggredisce un medico o un infermiere aggredisce se stesso. Stiamo parlando – ha spiegato l’Assessore alla Sanità e l’Integrazione Socio-sanitaria, Alessio D’Amato - di persone che con grande spirito di sacrificio e professionalità si spendono ogni giorno per il prossimo. Abbiamo deciso di istituire questo Osservatorio dopo aver incontrato nei giorni scorsi il Prefetto di Roma insieme al Presidente dell’Ordine dei Medici di Roma per fare il punto sulla situazione e studiare una strategia comune per affrontare un fenomeno come quello delle aggressioni al personale sanitario che è in preoccupante aumento” conclude D’Amato. Fonte.www.quotidianosanita'.it
Responsabilita' medica:linee guida
Quotidiano Sanità,   10/07/2018
Responsabilità medica. Cassazione ribadisce importanza del riferimento alle linee guida e condanna due medici Due medici erano stati accusati di aver provocato la morte di un paziente, omettendo di somministrare la terapia eparinica indicata dalle linee guida. Gli imputati si erano appellati al principio della "colpa lieve" della Balduzi ma per la Cassazione ciò può valere solo se comunque ci si è atenuti alle linee guida. 10 LUG - L’articolo 3, comma 1, della legge Balduzzi è più favorevole dell’articolo 590-sexies del codice penale introdotto con la legge Gelli. La Cassazione (sezioni riunite) lo aveva già affermato con la sentenza numero 8770/2018 e ora la quarta sezione penale torna sull’argomento, ribadendolo con la sentenza 29133/2018. E questo ha valore sia se la condotta del medico è caratterizzata da colpa lieve per negligenza o imprudenza, sia se c’è un errore determinato da colpa lieve che deriva da imperizia, intervenuto nella scelta delle linee guida. Il fatto Due medici erano stati accusati di aver provocato la morte di un paziente, omettendo di somministrare a questo, vittima di un incidente stradale e affidato alle loro cure ospedaliere, la terapia eparinica indicata dalle linee guida, che prevedono per i pazienti con periodo di allettamento superiore a tre giorni e per chi  abbia età superiore ai 40 anni o si trovi in situazione di sovrappeso corporeo, la terapia antitrombotica. Per questo si era determinato un trombo nelle vene dell'arto inferiore destro, con conseguente arresto cardiaco respiratorio, secondario ad tromboembolia acuta massiva  a  cui è seguito il decesso. La sentenza Le sentenze di primo grado e di appello nel caso specifico hanno ritenuto  la condotta colposa degli imputati in base alla ricostruzione e all'analisi del perito nominato dal giudice per le indagini preliminari, ritenuto esperto ematologo, secondo il quale, in base alle linee-guida, il paziente presentava un indice di rischio di tromboembolia pari almeno a 4, poiché anziano (71 anni) e in situazione di ipomobilità, punteggio che avrebbe dovuto indurre i medici a somministrare la profilassi eparinica. La profilassi, secondo il perito, avrebbe con altissima probabilità bloccato l'embolia polmonare, quantomeno nella sua entità. Secondo la Cassazione la Corte d'Appello non ha evitato di confrontarsi con le censure avanzate dagli imputati, ma le ha semplicemente confutate “avendo riguardo alle emergenze processuali. Così ha fatto anche in relazione alle sollecitazioni provenienti dai consulenti di parte, riprodotte in sede di appello, certamente condividendo il ragionamento del primo giudice, ma aggiungendovi … che i consulenti di parte, secondo i quali la terapia eparinica presentava un rischio di emorragia sostanzialmente coincidente con la riduzione del rischio di tromboembolia, avevano omesso l'indicazlone di linee guida contrarie. Sicché lo studio scientifico del 2007, cui essi facevano riferimento, era privo della necessaria validazione scientifica, neppure citata dai consulenti, indispensabile per assumerne gli esiti in giudizio”.   Secondo la Cassazione va condiviso il  giudizio della Corte territoriale che esclude l'applicabilità della disposizione dell'art. 3 del Dl 158/2012 convertito dalla legge 189/2012. “E' pur vero – si legge nella sentenza -  come sostiene il ricorrente, che secondo l'orientamento maturato in sede di legittimità, in sede di vigenza del c.d. decreto Balduzzi: ‘la limitazione della responsabilità del medico in caso di colpa lieve, prevista dall'art. 3, comma primo, legge 8 novembre 2012, n.189, opera, in caso di condotta professionale conforme alle linee guida ed alle buone pratiche, anche nella ipotesi di errori connotati da profili di colpa generica diversi dall'Imperizia. “Nondimeno – prosegue - il presupposto applicativo è la conformità della condotta alle linee guida, ove esistenti, ed alle buone pratiche, pacificamente mancata nel caso di specie, non avendo i sanitari neppure correttamente approfondito la valutazione dello score di rischio, come accertato con sentenza doppia conforme di merito. Il che consente di affermare la sussistenza di una colpa grave dei medici, rilevante non solo ai sensi del Dl 158/2012, ma anche rispetto ai criteri generati regolanti la colpa medico-professionale prima dell'entrata in vigore della legge disciplinante in modo specifico la colpa medica”. “Né – chiarisce la Cassazione - può porsi la questione della valutazione della disciplina penale più favorevole in conseguenza dell'entrata in vigore della legge 24/2017, posto il recente insegnamento delle Sezioni Unite secondo cui ‘In tema di responsabilità dell'esercente la professione sanitaria, l'abrogato art. 3 comma 1, del Dl n. 158 del 2012, si configura come norma più favorevole rispetto all'art. 590-sexies cod. pen., introdotto dalla legge n. 24 del 2017, sia in relazione alle condotte connotate da colpa lieve da negligenza o imprudenza, sia in caso di errore determinato da colpa lieve da imperizia intervenuto nella fase della scelta delle linee-guida adeguate al caso concreto’.” Per questo la Cassazione ha respinto i ricorsi e condannato i medici al pagamento delle spese processuali. La Cassazione in sostanza ha stabilito l'applicabilità al caso del decreto Balduzzi e ha confermato l'impossibilità di concedere la limitazione della responsabilità in caso di colpa lieve prevista dall'articolo 3, comma 1 della stessa legge. Il suo presupposto applicativo sarebbe stato però la conformità della condotta del medico alle linee guida e alle buone pratiche che invece è mancata. Quindi “colpa grave” per i medici sia in base alla legge Balduzzi, ma anche rispetto ai criteri generali che regolano la colpa medico-professionale prima dell'entrata in vigore della legge Gelli. Fonte.www.quotidianosanita'.it
Ospedale di comunita'
Quotidiano Sanità,   06/07/2018
Sta per nascere l’ospedale di comunità: al medico la responsabilità clinica e all’infermiere la gestione e l’assistenza. Il documento del ministero trasmesso alle Regioni Previsto dal regolamento sugli standard ospedalieri, dal Patto per la Salute e dal Piano nazionale della cronicità, aveva fatto capolino a inizio marzo all’ordine del giorno della conferenza delle Regioni, ma era stato poi lasciato in stand by per una serie di interventi tecnici e di richieste dei governatori, quasi tutti recepite nell’ultima versione, quella definitiva, pronta per approdare in Stato-Regioni. E’ una struttura di ricovero breve e fa parte dell’assistenza territoriale. Al medico la responsabilità clinica, all'infermiere quella assistenziale e della gestione. IL DOCUMENTO FINALE. 06 LUG - La sua è una funzione intermedia tra il domicilio e ii ricovero ospedaliero  ed è dedicato  a pazienti che, per un episodio acuto o per la riacutizzazione di patologie croniche, hanno bisogno di interventi sanitari a bassa intensità clinica potenzialmente erogabili a domicilio, ma che vengono ricoverati in queste strutture in mancanza di idoneità del domicilio stesso (strutturale e/o familiare) e hanno bisogno di assistenza/sorveglianza sanitaria infermieristica continuativa, anche notturna, non erogabile a domicilio. E’ l’ospedale di comunità, previsto dal DM 70/2015 (il regolamento sugli standard ospedalieri), dal Patto per la Salute 2014-2016 e dal Piano nazionale della cronicità, che aveva fatto capolino a inizio marzo all’ordine del giorno della conferenza delle Regioni, ma che è stato poi lasciato in stand by per una serie di interventi tecnici e di richieste dei governatori, quasi tutte recepite nell’ultima versione, quella definitiva, pronta per approdare in Stato-Regioni. E’ una struttura di ricovero breve e fa parte dell’assistenza territoriale, ma non è una duplicazione o una alternativa a forme di residenzialità già esistenti, può essere pubblico o privato accreditato e deve possedere i requisiti strutturali, tecnologici e organizzativi che garantiscono la qualità delle cure e la sicurezza dei pazienti e la misurazione dei processi e degli esiti. Può avere una sede propria, essere collocato in strutture sanitarie polifunzionali (ad esempio Case della Salute) o presso presidi ospedalieri riconvertiti e/o presso strutture residenziali oppure essere situato in una struttura ospedaliera, ma è sempre riconducibile all'assistenza territoriale. Ha al massimo 15-20 posti letto e non più di due moduli e può prevedere ambienti protetti, con posti dedicati a pazienti con demenza o con disturbi comportamentali con l’obiettivo di ridurre l'istituzionalizzazione e l'ospedalizzazione in ambienti ospedalieri non idonei. Vicino agli ospedali pediatrici possono esserci ospedali di comunità dedicati a questi pazienti, con la responsabilità clinica del pediatra e la presenza di personale di assistenza formato e competente per il target di assistiti. In tema di responsabilità lo schema di accordo è chiaro. La gestione e l'attività sono basate su un approccio multidisciplinare, multi professionale ed interprofessionale, in cui sono assicurate collaborazione ed integrazione delle diverse competenze. La responsabilità igienico-organizzativa e gestionale è di un medico designato dalla direzione sanitaria aziendale, che svolge anche una funzione di collegamento con i responsabili sanitari, clinici e assistenziali, e la direzione aziendale. La responsabilità organizzativa dell'assistenza in ogni modulo tocca invece al coordinatore infermieristico. La responsabilità clinica di ciascun paziente è del medico di medicina generale (o pediatra di libera scelta) di fiducia, anche all' interno di una forma organizzativa della medicina generale, oppure a un medico che opera nella struttura. La responsabilità assistenziale è dell'infermiere secondo le proprie competenze. L'assistenza/sorveglianza sanitaria infermieristica è garantita 24 ore su 24. I responsabili delle attività cliniche e infermieristiche raccolgono le informazioni sanitarie per i rispettivi ambiti di competenza, utilizzando una cartel1a clinico-assistenziale integrata, inserita in un processo di informatizzazione. In caso di necessità, l'infermiere attiva, durante i giorno, il responsabile clinico della struttura e nelle ore notturne, nei giorni festivi e nelle ore prefestive non coperte dal responsabile clinico, del Servizio di continuità assistenziale. In presenza di accordi specifici regionali, può essere attivato il responsabile clinico della struttura in turno nelle ore notturne, festive o prefestive. In caso di emergenza, viene attivato il Sistema di Emergenza Urgenza territoriale. Nel caso in cui la sede all'interno di un presidio ospedaliero viene attivato direttamente il servizio anestesia e rianimazione secondo le procedure di gestione delle emergenze del presidio ospedaliero. L'ospedale di comunità opera in forte integrazione con gli altri servizi sanitari, come i servizi di assistenza specialistica ambulatoriale e i Servizi di Emergenza Urgenza territoriali. Per questo devono essere stabilite procedure operative per garantire la continuità assistenziale e la tempestività degli interventi. Devono essere definiti anche collegamenti funzionali  con il laboratorio analisi anche relativamente alla gestione del POCT - Point of Care , radiologia , medicina fisica e riabilitativa, servizio dietetico e nutrizione clinica, servizio sociale. E oltre al medico (o al pediatra) di medicina generale e all’assistenza medica in raccordo con la Continuità assistenziale, dovrà esserci un infermiere case manager,  il professionista cioè che provvede all'assegnazione e al coordinamento dei servizi socio-sanitari destinati alla gestione clinica di un determinato target di utenti. All’interno dell’ospedale di continuità che abbia ad esempio un modulo di 20 posti letto dovranno essere presenti: - un coordinatore infermieristico, condivisibile su due moduli se presenti nell'ospedlae - un infermiere - due operatori sociosanitari (Oss) per ciascun turno diurno e un infermiere e un Oss per il turno di notte. Fonte.www.quotidianosanita'.it
Vaccini:autocertificazione
Quotidiano Sanità,   06/07/2018
Vaccini a tutta autocertificazione. Ecco la nuova circolare di Miur e Salute con le indicazioni per il prossimo anno scolastico. Testo e sintesi Pubblicata la versione definitiva della nuova circolare congiunta di Miur e Salute in materia di obblighi vaccinali. Con il documento si potenzia l’utilizzo della dichiarazione sostitutiva, ma il quadro, tra scadenze e autocertificazioni, non sembra chiaro, lasciando molti coni d'ombra sull'effettivo sgravio burocratico per famiglie, scuole e Asl. IL TESTO DELLA CIRCOLARE SUI VACCINI 06 LUG - "L’effetto, prodotto dall’intervento normativo del 2017, di arresto del trend in diminuzione delle coperture vaccinali consente, infatti, di tenere in maggiore considerazione le esigenze di semplificazione dell’attività amministrativa, senza pregiudizio per l’interesse pubblico alla tutela della salute”. Così prescrive la nuova circolare Miur-Salute presentata ieri dai Ministri Giulia Grillo e Marco Bussetti. La versione definitiva ricalca quella della bozza da noi ieri sera pubblicata.   E anche ad una lettura più attenta il quadro, tra scadenze e autocertificazioni, non sembra chiaro lasciando molti coni d'ombra sull'effettivo sgravio burocratico per  famiglie, scuole e Asl. Insomma, il 10 luglio per alcuni sarà un "termine perentorio" (anche solo per presentare l'autocertificazione) mentre per altri no. Fermo restando che la circolare avrà validità solo per l’anno scolastico 2018-2019, le regole e le tempistiche sembrano cambiare a seconda della situazione scolastica o della Regione in cui ci si trova.  Qui di seguito la sintesi della circolare: Plauso alla Legge Lorenzin. “La prima applicazione delle disposizioni - si legge all'inizio della circolare- vigenti in materia di prevenzione vaccinale ha consentito di conseguire a livello nazionale un significativo innalzamento delle coperture vaccinali, che, grazie anche alla concreta implementazione sul territorio dei programmi vaccinali, rappresentano l’indicatore di risultato delle strategie vaccinali attuate”. Nella circolare si ricorda però come “sebbene gli obiettivi del Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2017-2019 non siano stati ancora del tutto raggiunti, il miglioramento delle coperture vaccinali è significativo per tutte le fasce d’età oggetto della rilevazione, anche grazie all’impegno profuso dai servizi territoriali, che hanno avuto la capacità di riorganizzarsi in breve tempo per rispondere al considerevole incremento della domanda di vaccinazione”. Manca Anagrafe vaccinale. In ogni caso i Ministeri ricordano come “non è stato, tuttavia, ancora completato il procedimento d’adozione del decreto ministeriale deputato ad istituire l’Anagrafe Nazionale Vaccini né alcune Regioni sono riuscite a istituire un’anagrafe vaccinale regionale. L’Anagrafe Nazionale Vaccini consentirà al Ministero della salute di acquisire con maggiore puntualità i dati relativi alle coperture vaccinali, sopperendo anche ad eventuali deficit informativi delle Anagrafi vaccinali regionali attualmente esistenti”. Inoltre “l’Anagrafe garantirà altresì una notevole semplificazione degli adempimenti a carico delle famiglie, con particolare riferimento a quelle in cui sono presenti minorenni interessati da mobilità interregionale; non di rado accade, infatti, che un minorenne abbia iniziato il ciclo di una o più vaccinazioni in una regione, completandolo, successivamente, in altra regione, sicché l’attuale assenza dell’Anagrafe Nazionale potrebbe comportare per le famiglie un aggravio dell’onere di documentazione da produrre all’amministrazione pubblica”.   Circolare vale solo per anno scolastico 2018-2019. Per questi motivi la circolare precisa che “anche in considerazione del fatto che tale onere documentale costituisce, come noto, eccezione ai principi generali in materia di autocertificazione ai sensi dell’art. 18 della legge n. 241 del 1990, si ritiene che esso possa essere temperato, in via interpretativa, al fine di agevolare, per il solo anno scolastico-calendario annuale 2018/2019, la frequenza, da parte dei minorenni, delle istituzioni del sistema nazionale d’istruzione, dei servizi educativi per l’infanzia, dei centri di formazione professionale regionale e delle scuole private non paritarie”.     L’interpretazione della Legge. “L’effetto, prodotto dall’intervento normativo del 2017 – si legge nel documento -, di arresto del trend in diminuzione delle coperture vaccinali consente, infatti, di tenere in maggiore considerazione le esigenze di semplificazione dell’attività amministrativa, senza pregiudizio per l’interesse pubblico alla tutela della salute. Del resto, l’art. 3, comma 1, del decreto-legge n. 73 del 2017 non prescrive che venga necessariamente consegnato alle istituzioni scolastiche, formative ed educative un certificato di avvenuta vaccinazione, ma, più in generale, qualsivoglia documentazione che possa essere considerata ‘idonea’ a comprovare l’effettuazione, anche nel corso dell’anno scolastico e del calendario annuale, delle vaccinazioni obbligatorie. Quanto, poi, ai casi d’iscrizione d’ufficio, la locuzione ‘senza preventiva presentazione di una dichiarazione', contenuta nell’ultimo periodo del primo comma dell’articolo 3 del decreto-legge n. 73 del 2017, non sembra escludere che i genitori/tutori/affidatari possano adempiere agli obblighi di legge presentando una dichiarazione sostitutiva entro il 10 luglio 2018”.     Qui di seguito le indicazioni operative per l’anno scolastico – calendario annuale 2018/2019 I) Per le Regioni e Province autonome presso le quali non è stata istituita un’anagrafe vaccinale nonché per le Regioni e Province autonome che non si siano avvalse della procedura semplificata di cui all’art. 3-bis del decreto-legge n. 73 del 2017 1) Per il solo anno scolastico e il calendario annuale 2018/2019, in ipotesi di prima iscrizione alle istituzioni scolastiche, formative ed educative, nel caso in cui i genitori/tutori/affidatari non presentino entro il 10 luglio 2018 la documentazione comprovante l’effettuazione delle vaccinazioni ai sensi del penultimo periodo del comma 1 dell’articolo 3 del decreto-legge n. 73 del 2017, i dirigenti scolastici delle istituzioni del sistema nazionale d’istruzione e i responsabili dei servizi educativi per l’infanzia, dei centri di formazione professionale regionale e delle scuole private non paritarie potranno ammettere i minorenni alla frequenza sulla base delle dichiarazioni sostitutive presentate entro il termine di scadenza per l’iscrizione, fatte salve le verifiche, previste dal decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, sulla veridicità delle predette dichiarazioni. Si precisa che l’indicazione del paragrafo precedente non trova applicazione quando sia necessario provare le condizioni di esonero, omissione o differimento ai sensi dell’art. 1, commi 2 e 3, del decreto-legge n. 73 del 2017, su cui si rinvia al punto 1, lett. b) e c), della circolare del Ministero della salute e del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca del 1° settembre 2017". In questo caso l'autocertificazione si può presentare anche dopo il 10 luglio ma entro i termini di scadenza dell’iscrizione, fino ad allora i bimbi restano in classe.   2) Quando invece la procedura d’iscrizione all’anno scolastico/calendario annuale 2018/2019 è avvenuta d’ufficio, il minorenne è ammesso alla frequenza delle istituzioni del sistema nazionale d’istruzione, dei servizi educativi per l’infanzia, dei centri di formazione professionale regionale e delle scuole private non paritarie sulla base della documentazione già presentata nel corso dell’anno scolastico-calendario annuale 2017/2018, a meno che il minorenne non debba essere sottoposto ad una nuova vaccinazione o ad un richiamo, secondo le indicazioni del Calendario vaccinale nazionale relativo alla propria coorte di nascita; in quest’ultimo caso i genitori/tutori/affidatari, salvo che non sia necessario provare le condizioni di esonero, omissione o differimento di cui all’art. 1, commi 2 e 3, del decreto-legge n. 73 del 2017, per le quali si rinvia al punto 1, lett. b) e c), della menzionata circolare del 1° settembre 2017, hanno la facoltà di presentare, entro il 10 luglio 2018, una dichiarazione sostitutiva dell’avvenuta vaccinazione, che sarà soggetta alle verifiche previste dal d.P.R. n. 445 del 2000. In questo caso, vale la documentazione presentata nello scorso anno scolastico (2017-2018), mentre il termine del 10 luglio sembra valere solo per il minore che deve fare nuovi vaccini o un richiamo. In ogni caso si dà ai genitori la 'facoltà' di presentare l'autocertificazione. 3) Per il solo anno scolastico e calendario annuale 2018/2019, nell’ipotesi d’iscrizione ai servizi educativi per l’infanzia e alle scuole dell’infanzia dopo il 10 luglio 2018, il minorenne avrà accesso ai servizi presentando la documentazione di cui al comma 1 dell’articolo 3 del decreto-legge n. 73 del 2017, ivi compresa la dichiarazione sostitutiva, che sarà soggetta alle verifiche previste dal d.P.R. n. 445 del 2000. Anche in tale ipotesi, resta ferma la necessità di provare le condizioni di esonero, omissione o differimento di cui all’art. 1, commi 2 e 3, del decreto-legge n. 73 del 2017, con le modalità di cui al punto 1, lett. b) e c), della menzionata circolare del 1° settembre 2017. II) Per le Regioni e Province autonome presso le quali è stata istituita un’anagrafe vaccinale e ci si è avvalsi della procedura semplificata di cui all’art. 3-bis del decreto-legge n. 73 del 2017 Per il solo anno scolastico e calendario annuale 2018/2019, nelle regioni e province autonome presso le quali sia stata istituita un’anagrafe vaccinale e si sia scelto di anticipare al predetto anno scolastico-calendario annuale l’applicazione della procedura semplificata di scambio dei dati scuole/Asl delineata dall’articolo 3-bis del decreto-legge n. 73 del 2017, così come previsto dall’art. 18-ter, comma 1, del decreto-legge n. 148 del 2017, convertito con modificazioni, dalla legge n. 172 del 2017, e dalla circolare degli scriventi Dicasteri del 27 febbraio 2018, i minori indicati negli elenchi con le diciture “non in regola con gli obblighi vaccinali”, “non ricade nelle condizioni di esonero, omissione o differimento”, “non ha presentato formale richiesta di vaccinazione” potranno essere ammessi alla frequenza delle istituzioni del sistema nazionale d’istruzione, dei servizi educativi per l’infanzia, dei centri di formazione professionale regionale e delle scuole private non paritarie dietro presentazione da parte dei genitori/tutori/affidatari, entro il 10 luglio 2018, di una dichiarazione sostitutiva che attesti l’effettiva somministrazione delle vaccinazioni non risultanti dall’Anagrafe regionale ovvero la richiesta di prenotazione delle vaccinazioni non ancora eseguite, che sia stata effettuata posteriormente al 10 giugno 2018, ferme restando le verifiche sulla veridicità di tale dichiarazione ai sensi del d.P.R. n. 445 del 2000. Anche in tale ipotesi, resta ferma la necessità di provare le condizioni di esonero, omissione o differimento di cui all’art. 1, commi 2 e 3, del decreto-legge n. 73 del 2017, con le modalità di cui al punto 1, lett. b) e c), della menzionata circolare del 1° settembre 2017”. In questo caso la circolare sembra consentire anche a chi non risulta in regola con l'anagrafe vaccinale regionale di autocertificare, ma entro il 10 luglio e quindi poter accedere a scuola.    “In ogni caso, - conclude il documento - per quanto riguarda la scuola dell’infanzia e i servizi educativi per l’infanzia, si ribadisce quanto rappresentato nella più volte menzionata circolare del 1° settembre 2017, ovvero che la mancata presentazione della documentazione nei termini previsti non comporterà la decadenza dall’iscrizione e i minorenni potranno frequentare la scuola dell’infanzia e i servizi educativi per l’infanzia dal momento in cui i relativi genitori/tutori/affidatari avranno presentato la documentazione ovvero la dichiarazione sostitutiva con le modalità sopra descritte”. Fonte.www.quotidianosanita'.it
Circolare sui vaccini
Quotidiano Sanità,   06/07/2018
Vaccini a tutta autocertificazione. Ecco la nuova circolare di Miur e Salute con le indicazioni per il prossimo anno scolastico. Testo e sintesi Pubblicata la versione definitiva della nuova circolare congiunta di Miur e Salute in materia di obblighi vaccinali. Con il documento si potenzia l’utilizzo della dichiarazione sostitutiva, ma il quadro, tra scadenze e autocertificazioni, non sembra chiaro, lasciando molti coni d'ombra sull'effettivo sgravio burocratico per famiglie, scuole e Asl. IL TESTO DELLA CIRCOLARE SUI VACCINI 06 LUG - "L’effetto, prodotto dall’intervento normativo del 2017, di arresto del trend in diminuzione delle coperture vaccinali consente, infatti, di tenere in maggiore considerazione le esigenze di semplificazione dell’attività amministrativa, senza pregiudizio per l’interesse pubblico alla tutela della salute”. Così prescrive la nuova circolare Miur-Salute presentata ieri dai Ministri Giulia Grillo e Marco Bussetti. La versione definitiva ricalca quella della bozza da noi ieri sera pubblicata.   E anche ad una lettura più attenta il quadro, tra scadenze e autocertificazioni, non sembra chiaro lasciando molti coni d'ombra sull'effettivo sgravio burocratico per  famiglie, scuole e Asl. Insomma, il 10 luglio per alcuni sarà un "termine perentorio" (anche solo per presentare l'autocertificazione) mentre per altri no. Fermo restando che la circolare avrà validità solo per l’anno scolastico 2018-2019, le regole e le tempistiche sembrano cambiare a seconda della situazione scolastica o della Regione in cui ci si trova.  Qui di seguito la sintesi della circolare: Plauso alla Legge Lorenzin. “La prima applicazione delle disposizioni - si legge all'inizio della circolare- vigenti in materia di prevenzione vaccinale ha consentito di conseguire a livello nazionale un significativo innalzamento delle coperture vaccinali, che, grazie anche alla concreta implementazione sul territorio dei programmi vaccinali, rappresentano l’indicatore di risultato delle strategie vaccinali attuate”. Nella circolare si ricorda però come “sebbene gli obiettivi del Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2017-2019 non siano stati ancora del tutto raggiunti, il miglioramento delle coperture vaccinali è significativo per tutte le fasce d’età oggetto della rilevazione, anche grazie all’impegno profuso dai servizi territoriali, che hanno avuto la capacità di riorganizzarsi in breve tempo per rispondere al considerevole incremento della domanda di vaccinazione”. Manca Anagrafe vaccinale. In ogni caso i Ministeri ricordano come “non è stato, tuttavia, ancora completato il procedimento d’adozione del decreto ministeriale deputato ad istituire l’Anagrafe Nazionale Vaccini né alcune Regioni sono riuscite a istituire un’anagrafe vaccinale regionale. L’Anagrafe Nazionale Vaccini consentirà al Ministero della salute di acquisire con maggiore puntualità i dati relativi alle coperture vaccinali, sopperendo anche ad eventuali deficit informativi delle Anagrafi vaccinali regionali attualmente esistenti”. Inoltre “l’Anagrafe garantirà altresì una notevole semplificazione degli adempimenti a carico delle famiglie, con particolare riferimento a quelle in cui sono presenti minorenni interessati da mobilità interregionale; non di rado accade, infatti, che un minorenne abbia iniziato il ciclo di una o più vaccinazioni in una regione, completandolo, successivamente, in altra regione, sicché l’attuale assenza dell’Anagrafe Nazionale potrebbe comportare per le famiglie un aggravio dell’onere di documentazione da produrre all’amministrazione pubblica”.   Circolare vale solo per anno scolastico 2018-2019. Per questi motivi la circolare precisa che “anche in considerazione del fatto che tale onere documentale costituisce, come noto, eccezione ai principi generali in materia di autocertificazione ai sensi dell’art. 18 della legge n. 241 del 1990, si ritiene che esso possa essere temperato, in via interpretativa, al fine di agevolare, per il solo anno scolastico-calendario annuale 2018/2019, la frequenza, da parte dei minorenni, delle istituzioni del sistema nazionale d’istruzione, dei servizi educativi per l’infanzia, dei centri di formazione professionale regionale e delle scuole private non paritarie”.     L’interpretazione della Legge. “L’effetto, prodotto dall’intervento normativo del 2017 – si legge nel documento -, di arresto del trend in diminuzione delle coperture vaccinali consente, infatti, di tenere in maggiore considerazione le esigenze di semplificazione dell’attività amministrativa, senza pregiudizio per l’interesse pubblico alla tutela della salute. Del resto, l’art. 3, comma 1, del decreto-legge n. 73 del 2017 non prescrive che venga necessariamente consegnato alle istituzioni scolastiche, formative ed educative un certificato di avvenuta vaccinazione, ma, più in generale, qualsivoglia documentazione che possa essere considerata ‘idonea’ a comprovare l’effettuazione, anche nel corso dell’anno scolastico e del calendario annuale, delle vaccinazioni obbligatorie. Quanto, poi, ai casi d’iscrizione d’ufficio, la locuzione ‘senza preventiva presentazione di una dichiarazione', contenuta nell’ultimo periodo del primo comma dell’articolo 3 del decreto-legge n. 73 del 2017, non sembra escludere che i genitori/tutori/affidatari possano adempiere agli obblighi di legge presentando una dichiarazione sostitutiva entro il 10 luglio 2018”.     Qui di seguito le indicazioni operative per l’anno scolastico – calendario annuale 2018/2019 I) Per le Regioni e Province autonome presso le quali non è stata istituita un’anagrafe vaccinale nonché per le Regioni e Province autonome che non si siano avvalse della procedura semplificata di cui all’art. 3-bis del decreto-legge n. 73 del 2017 1) Per il solo anno scolastico e il calendario annuale 2018/2019, in ipotesi di prima iscrizione alle istituzioni scolastiche, formative ed educative, nel caso in cui i genitori/tutori/affidatari non presentino entro il 10 luglio 2018 la documentazione comprovante l’effettuazione delle vaccinazioni ai sensi del penultimo periodo del comma 1 dell’articolo 3 del decreto-legge n. 73 del 2017, i dirigenti scolastici delle istituzioni del sistema nazionale d’istruzione e i responsabili dei servizi educativi per l’infanzia, dei centri di formazione professionale regionale e delle scuole private non paritarie potranno ammettere i minorenni alla frequenza sulla base delle dichiarazioni sostitutive presentate entro il termine di scadenza per l’iscrizione, fatte salve le verifiche, previste dal decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, sulla veridicità delle predette dichiarazioni. Si precisa che l’indicazione del paragrafo precedente non trova applicazione quando sia necessario provare le condizioni di esonero, omissione o differimento ai sensi dell’art. 1, commi 2 e 3, del decreto-legge n. 73 del 2017, su cui si rinvia al punto 1, lett. b) e c), della circolare del Ministero della salute e del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca del 1° settembre 2017". In questo caso l'autocertificazione si può presentare anche dopo il 10 luglio ma entro i termini di scadenza dell’iscrizione, fino ad allora i bimbi restano in classe.   2) Quando invece la procedura d’iscrizione all’anno scolastico/calendario annuale 2018/2019 è avvenuta d’ufficio, il minorenne è ammesso alla frequenza delle istituzioni del sistema nazionale d’istruzione, dei servizi educativi per l’infanzia, dei centri di formazione professionale regionale e delle scuole private non paritarie sulla base della documentazione già presentata nel corso dell’anno scolastico-calendario annuale 2017/2018, a meno che il minorenne non debba essere sottoposto ad una nuova vaccinazione o ad un richiamo, secondo le indicazioni del Calendario vaccinale nazionale relativo alla propria coorte di nascita; in quest’ultimo caso i genitori/tutori/affidatari, salvo che non sia necessario provare le condizioni di esonero, omissione o differimento di cui all’art. 1, commi 2 e 3, del decreto-legge n. 73 del 2017, per le quali si rinvia al punto 1, lett. b) e c), della menzionata circolare del 1° settembre 2017, hanno la facoltà di presentare, entro il 10 luglio 2018, una dichiarazione sostitutiva dell’avvenuta vaccinazione, che sarà soggetta alle verifiche previste dal d.P.R. n. 445 del 2000. In questo caso, vale la documentazione presentata nello scorso anno scolastico (2017-2018), mentre il termine del 10 luglio sembra valere solo per il minore che deve fare nuovi vaccini o un richiamo. In ogni caso si dà ai genitori la 'facoltà' di presentare l'autocertificazione. 3) Per il solo anno scolastico e calendario annuale 2018/2019, nell’ipotesi d’iscrizione ai servizi educativi per l’infanzia e alle scuole dell’infanzia dopo il 10 luglio 2018, il minorenne avrà accesso ai servizi presentando la documentazione di cui al comma 1 dell’articolo 3 del decreto-legge n. 73 del 2017, ivi compresa la dichiarazione sostitutiva, che sarà soggetta alle verifiche previste dal d.P.R. n. 445 del 2000. Anche in tale ipotesi, resta ferma la necessità di provare le condizioni di esonero, omissione o differimento di cui all’art. 1, commi 2 e 3, del decreto-legge n. 73 del 2017, con le modalità di cui al punto 1, lett. b) e c), della menzionata circolare del 1° settembre 2017. II) Per le Regioni e Province autonome presso le quali è stata istituita un’anagrafe vaccinale e ci si è avvalsi della procedura semplificata di cui all’art. 3-bis del decreto-legge n. 73 del 2017 Per il solo anno scolastico e calendario annuale 2018/2019, nelle regioni e province autonome presso le quali sia stata istituita un’anagrafe vaccinale e si sia scelto di anticipare al predetto anno scolastico-calendario annuale l’applicazione della procedura semplificata di scambio dei dati scuole/Asl delineata dall’articolo 3-bis del decreto-legge n. 73 del 2017, così come previsto dall’art. 18-ter, comma 1, del decreto-legge n. 148 del 2017, convertito con modificazioni, dalla legge n. 172 del 2017, e dalla circolare degli scriventi Dicasteri del 27 febbraio 2018, i minori indicati negli elenchi con le diciture “non in regola con gli obblighi vaccinali”, “non ricade nelle condizioni di esonero, omissione o differimento”, “non ha presentato formale richiesta di vaccinazione” potranno essere ammessi alla frequenza delle istituzioni del sistema nazionale d’istruzione, dei servizi educativi per l’infanzia, dei centri di formazione professionale regionale e delle scuole private non paritarie dietro presentazione da parte dei genitori/tutori/affidatari, entro il 10 luglio 2018, di una dichiarazione sostitutiva che attesti l’effettiva somministrazione delle vaccinazioni non risultanti dall’Anagrafe regionale ovvero la richiesta di prenotazione delle vaccinazioni non ancora eseguite, che sia stata effettuata posteriormente al 10 giugno 2018, ferme restando le verifiche sulla veridicità di tale dichiarazione ai sensi del d.P.R. n. 445 del 2000. Anche in tale ipotesi, resta ferma la necessità di provare le condizioni di esonero, omissione o differimento di cui all’art. 1, commi 2 e 3, del decreto-legge n. 73 del 2017, con le modalità di cui al punto 1, lett. b) e c), della menzionata circolare del 1° settembre 2017”. In questo caso la circolare sembra consentire anche a chi non risulta in regola con l'anagrafe vaccinale regionale di autocertificare, ma entro il 10 luglio e quindi poter accedere a scuola.    “In ogni caso, - conclude il documento - per quanto riguarda la scuola dell’infanzia e i servizi educativi per l’infanzia, si ribadisce quanto rappresentato nella più volte menzionata circolare del 1° settembre 2017, ovvero che la mancata presentazione della documentazione nei termini previsti non comporterà la decadenza dall’iscrizione e i minorenni potranno frequentare la scuola dell’infanzia e i servizi educativi per l’infanzia dal momento in cui i relativi genitori/tutori/affidatari avranno presentato la documentazione ovvero la dichiarazione sostitutiva con le modalità sopra descritte”. Fonte.www.quoitidianosanita'.it
Accordo Cimo con Adonp e Samuc
Quotidiano Sanità,   05/07/2018
Accordo Cimo con Adonp e Samuc per rafforzare rappresentatività e servizi nella sanità No profit Cimo ha attivato al suo interno una nuova area denominata “Cimo Sanità no profit” nella quale confluirà la Federazione Terzo Settore Sanità no Profit – Cida, attualmente composta appunto da Adonp e Samuc e nella quale le due rappresentanze dell’ospedalità no profit e religiosa cattolica saranno operative rispettando gli Statuti delle due Associazioni. 05 LUG - Il Sindacato dei medici Cimo apre le porte all’ospedalità del terzo settore e accoglie Adonp, il sindacato della dirigenza medica e sanitaria No Profit, e Samuc, il sindacato autonomo medici Università Cattolica, con l’obiettivo di rafforzare la rappresentatività e difendere la centralità del ruolo del medico, oltre ad estendere i vantaggi dei servizi Cimo a tutti gli associati. Cimo ha quindi attivato al suo interno una nuova area denominata “Cimo Sanità no profit” nella quale confluirà la Federazione Terzo Settore Sanità no Profit – Cida, attualmente composta appunto da Adonp e Samuc e nella quale le due rappresentanze dell’ospedalità no profit e religiosa cattolica saranno operative rispettando gli Statuti delle due Associazioni. L’intesa ratifica l’evoluzione degli ottimi rapporti tra i vertici delle strutture sindacali e traccia un percorso di Cimo aperto a ulteriori adesioni. Il principale impegno sarà quello di sostenere “obiettivi e battaglie” comuni e aumentarne l’impatto, grazie anche all’aggiungersi di oltre 1.000 iscritti al bacino di aderenti Cimo, e di elaborare piattaforme, proposte, eventuali vertenze a difesa dei professionisti della salute che lavorano nelle strutture ospedaliere. In particolare, l’integrazione della Federazione Terzo Settore Sanità No Profit -Cida / Adonp-Samuc in Cimo ha lo scopo di accrescere l’impatto della rappresentatività e consentire ai medici di agire in maniera sindacalmente unitaria su una base programmatica che ha quali obiettivi condivisi: - la salvaguardia e la promozione del SSN nelle sue caratteristiche di universalità e solidarietà - la difesa del diritto alla libera professione medica e l’opposizione alle politiche tese a limitare e sminuire in qualsiasi modo la figura professionale del medico o ad attribuirgli responsabilità improprie, fermo restando quanto previsto nel diritto privato. - l’importanza dell’aggiornamento, formazione e valorizzazione del medico dipendente del SSN o di altre strutture sanitarie sia religiose equiparate che laiche, private od operanti in regime di convenzione - l’agile condivisione di azioni e servizi a favore dei propri iscritti   “Sono particolarmente felice di accogliere in Cimo le organizzazioni del terzo settore Adonp e Samuc – ha dichiarato Guido Quici, presidente nazionale Cimo – perché la considero un passo concreto verso una rappresentanza “completa”, più aperta e moderna, attenta alla pluralità di voci per rendere più forte la difesa dei medici in sede contrattuale, legale e professionale, senza distinzioni tra pubblico e privato. Nostro obiettivo e interesse comune è ristabilire il valore della dirigenza medica perché è prima di tutto valore per i pazienti e per la sanità tutta.” “Comuni obiettivi e ottimi rapporti legano Cimo, Adonp, Samuc e la Federazione Terzo Settore Sanità No Profit”, commenta Luca Massimo Chinni, Segretario Nazionale Adonp. “L’unitarietà di intenti ha permesso alle due Associazioni di essere costantemente al fianco dei propri iscritti sia in sede di Confederazione Cida che attraverso il protocollo sindacale sottoscritto lo scorso aprile. Siamo orgogliosi di tale fattiva collaborazione che aprirà nuove strade per le Associazioni e confidiamo di saper cogliere l’importanza di questa sfida garantita da esperienza professionale maturata e voluta sin dalla fondazione di Adonp”. "Questa intesa è uno dei principali risultati di un laborioso lavoro di squadra svolto all'interno della Confederazione Cida per far convergere i comuni interessi della dirigenza pubblica e privata” - ha dichiarato Michele Gallina, Presidente Nazionale della Federazione Terzo Settore Sanità No Profit-Cida. “In questa prospettiva, il mio personale auspicio è che tutti noi sappiamo cogliere l'importanza di questa nuova sfida ed abbiamo la capacità di valorizzare e condividere le importanti esperienze professionali e sindacali maturate in questi anni di servizio a beneficio di tutta la collettività”. Fonte.www.quotidianosanita'.it
Liste d'attesa
Quotidiano Sanità,   04/07/2018
Liste d’attesa. La trasparenza è una chimera: solo 5 regioni hanno un sistema avanzato. Al top Basilicata, Emilia Romagna e Lazio. Maglia nera per Campania, Molise e Toscana. Lo studio Gimbe Indagine della Fondazione sui siti delle Regioni. Cartabellotta: “La trasparenza sui tempi di attesa, di fatto prevista per legge, rimane in larga parte disattesa”. Accanto ad alcuni sistemi avanzati di rendicontazione che permettono di conoscere in tempo reale i tempi di attesa per ciascuna prestazione in tutte le aziende sanitarie, vi sono addirittura Regioni che non rendono disponibile alcun dato. 04 LUG - In attesa di conoscere le informazioni dettagliate sulle liste d’attesa che le Regioni, su richiesta del Ministro della Salute, Giulia Grillo dovranno trasmettere a Lungotevere Ripa, la Fondazione Gimbe ha pubblicato oggi i primi risultati di un monitoraggio indipendente sulla rendicontazione pubblica dei tempi di attesa da parte delle Regioni. E il quadro che ne emerge è come al solito quello che mostra un Ssn a più velocità. Dai siti istituzionali emerge un quadro molto eterogeneo da cui risulta come solo 5 Regioni (Basilicata, Emilia Romagna, Lazio, Pa Bolzano, Valle d’Aosta) offrono sistemi avanzati di rendicontazione pubblica sui tempi di attesa come previsto dall’ultimo Piano nazionale delle Liste d’attesa (PNGLA) 2010-2012. In tre Regioni (Campania, Molise e Toscana) non si rende disponibile alcun report.   Lo studio. Il Piano Nazionale di Governo delle Liste d'attesa (PNGLA) 2010-2012, approvato con l’Intesa Stato-Regioni del 28 ottobre 2010, ha definito 58 prestazioni tra visite specialistiche, esami diagnostici e interventi chirurgici per cui ASL ed ospedali devono garantire i tempi massimi di attesa. A seguito del recepimento del PNGLA, a Regioni e Province Autonome spettava di pubblicare il loro Piano regionale di governo delle liste d’attesa ed, entro 60 giorni, ogni Azienda sanitaria era tenuta ad adottare il proprio programma attuativo, garantendone adeguata diffusione ai cittadini. “Le analisi dell’Osservatorio GIMBE – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – dimostrano che, a parte la rilevazione effettuata da Agenas nel 2010, non è disponibile alcun monitoraggio nazionale aggiornato sui recepimenti regionali del PNGLA e sulla redazione dei piani aziendali, né tantomeno sulla rendicontazione pubblica dei tempi di attesa, oggetto solo di indagini a campione effettuati da varie organizzazioni: CREA Sanità, Censis, Cittadinanzattiva, Eurispes. Per tale ragione abbiamo deciso di finanziare con la borsa di studio “Gioacchino Cartabellotta” lo studio “Governance delle liste d’attesa: analisi recepimenti regionali del PNGLA e valutazione dei piani attuativi aziendali”. Lo scorso 14 giugno, in vista della predisposizione del nuovo PNGLA, la neo Ministra Giulia Grillo ha inviato a Regioni e Province autonome una circolare mirata a raccogliere informazioni capillari sulle modalità di gestione delle liste di attesa e dell’attività libero-professionale intramuraria. “Considerato l’interesse del nuovo Esecutivo per la spinosa questione dei tempi di attesa – puntualizza il Presidente –  la Fondazione GIMBE ha deciso di rendere noti i risultati preliminari del monitoraggio indipendente sugli adempimenti di Regioni e Province autonome. Preme sottolineare che tali informazioni, secondo quanto previsto dal cosiddetto “decreto trasparenza” (Dlgs 14 marzo 2013, n. 33), dovrebbero essere rese pubblicamente disponibili a tutti i cittadini con l'obiettivo di favorire il controllo diffuso sull'operato delle Istituzioni e sull'utilizzo delle risorse pubbliche”. In questa prima fase dello studio, la ricerca dei documenti è stata effettuata sia tramite la consultazione diretta dei siti web istituzionali di Regioni e Province autonome sia tramite ricerche Google utilizzando varie parole chiave: “liste di attesa”, “liste d’attesa”, “tempi di attesa”, “tempi d’attesa”. Piani Regionali. Tutte le Regioni e Province autonome rendono disponibili sia le delibere di recepimento del PNGLA 2010-2012 sia i Piani Regionali per il governo delle liste di attesa. Dopo la pubblicazione della prima versione, tali piani sono stati variamente aggiornati e/o integrati dal 2010 al 2018.  I risultati. Rendicontazione pubblica dei tempi di attesa. Dai siti istituzionali emerge un quadro molto eterogeneo: -Campania, Molise e Toscana non rendono disponibile alcun report. -Calabria, Lombardia e Umbria rimandano ai siti web delle aziende sanitarie, senza effettuare alcuna aggregazione dei dati a livello regionale. - 9 Regioni e una Provincia autonoma rendono disponibile solo l’archivio storico sui tempi di attesa con range temporali e frequenza degli aggiornamenti molto variabili: Provincia autonoma di Trento dal 2013 al 2017, Abruzzo dal 2013 al 2014, Friuli-Venezia Giulia dal 2009 al 2014, Liguria dal 2017 a marzo 2018, Marche da settembre 2014 a maggio 2018, Piemonte dal 2009 al 2017, Puglia da aprile 2012 a ottobre 2017, Sardegna da ottobre 2014 ad aprile 2018, Sicilia solo ottobre 2013, Veneto da gennaio 2017 ad aprile 2018. - Solo 5 Regioni offrono sistemi avanzati di rendicontazione pubblica sui tempi di attesa: La Provincia autonoma di Bolzano riporta per le 58 prestazioni i tempi di attesa nelle aziende sanitarie riferiti ad un preciso giorno di riferimento del mese precedente (30 maggio 2018). La Valle d'Aosta riporta i tempi di attesa nelle aziende sanitarie per oltre 100 prestazioni riferite al mese precedente (giugno 2018). L’Emilia-Romagna, tramite un portale ad hoc, permette di conoscere per 50 prestazioni il numero e la percentuale di prenotazioni erogate dalle aziende sanitarie entro i tempi massimi previsti. I report sono elaborati a cadenza settimanale dal gennaio 2016 e sono disponibili anche report storici dal gennaio 2015. Il sistema permette anche di confrontare le performance per singola prestazione tra differenti aziende sanitarie. Il portale della Regione Lazio offre per 44 prestazioni le stesse modalità di rendicontazione dell’Emilia Romagna, ma non permette di confrontare le performance per singola prestazione tra differenti aziende sanitarie. I dati sono elaborati a cadenza settimanale a partire dal 21 maggio 2018, ma non è disponibile alcun archivio storico. La Basilicata, tramite un portale ad hoc, permette di conoscere in tempo reale i tempi di attesa per le prestazioni erogate da ciascuna azienda sanitaria e di consultare l’archivio storico 2014-2018 dei tempi medi di attesa per tutte le prestazioni in tutte le strutture sanitarie. Non consente, invece, di confrontare in tempo reale i tempi di attesa per singola prestazione tra differenti strutture.     “I risultati – spiega la Fondazione - preliminari dello studio GIMBE dimostrano pertanto che la trasparenza sui tempi di attesa, di fatto prevista per legge, rimane in larga parte disattesa da Regioni e Province autonome: accanto ad alcuni sistemi avanzati di rendicontazione che permettono di conoscere in tempo reale i tempi di attesa per ciascuna prestazione in tutte le aziende sanitarie, vi sono addirittura Regioni che non rendono disponibile alcun dato, nonostante qualcuna sia in pole position nella “classifica” degli adempimenti LEA”.  “Al fine di contrastare questo inaccettabile livello di mancata trasparenza – conclude Cartabellotta – la Fondazione GIMBE auspica che il nuovo Piano Nazionale per il Governo delle Liste di Attesa definisca criteri univoci per rendicontare pubblicamente i tempi di attesa, per consentire ai cittadini di partecipare attivamente al miglioramento dei servizi sanitari e per fornire a Istituzioni e ricercatori una base univoca di dati per confrontare le performance regionali, anche ai fini di un inserimento di tale indicatore nel monitoraggio degli adempimenti LEA”. Fonte.www.quotidianosanita'.it