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Aborti in calo
Quotidiano Sanità,   18/01/2019
Aborti in calo: scendono sotto quota 81mila. Si conferma diminuzione di quelli clandestini, merito anche della contraccezione d’emergenza. Lieve flessione dell’obiezione di coscienza. Grillo: “Non ci sono particolari criticità nei servizi”. La Relazione al Parlamento  Nel 2017 le Ivg scendono del 4,9% rispetto all'anno precedente. Dopo un aumento importante nel tempo, le IVG fra le donne straniere si sono stabilizzate e cominciano a mostrare una tendenza alla diminuzione. In calo anche il tasso di abortività tra le minorenni, con livelli più elevati nell’Italia centrale, e la percentuale di IVG ripetute (25.7% nel 2017 contro 26.4% nel 2016).  Grillo: "Su contraccezione emergenza serve una maggiore informazione per evitarne un uso inappropriato" 18 GEN - Interruzioni volontarie di gravidanza sempre di più in discesa libera. Nel 2017 sono stati registrarti 80.733 aborti che, non solo confermano il trend in diminuzione del fenomeno, ma con un ulteriore spinta in più: le IVG diminuiscono in misura leggermente maggiore rispetto al 2016 (-4.9% rispetto al dato del 2016 e ben -65.6% rispetto al 1982, anno in cui si è osservato il più alto numero di IVG in Italia (234.801 aborti). Liguria, Umbria, Abruzzo e PA di Bolzano sono le Regioni dove le IVG hanno mostrato un rallentamento importante. Al contrario la PA di Trento è l’unica con un lieve aumento di interventi.     Continua l’effetto “pillola dei 5 giorni dopo” anche nel 2017. E anche quest’anno si conferma l’influsso positivo della contraccezione di emergenza: l’andamento di questi ultimi anni, potrebbe essere almeno in parte collegato alla determina Aifa che ha cancellato l’obbligo di ricetta di ellaOne per le donne maggiorenni. Una ricaduta positiva anche sugli aborti clandestini che sarebbero in calo anche grazie all’arma delle pillole del giorno dopo acquistabili dalle donne maggiorenni senza prescrizione.   Diminuiscono anche i tempi di attesa, anche se con differenze tra regione e regione, e si registra un aumento delle interruzioni nelle prime 8 settimane di gestazione, probabilmente almeno in parte dovuto all’aumento dell’utilizzo della tecnica farmacologica.   Il fronte dell’obiezione di coscienza mantiene il suo zoccolo duro con il 68.4% di obiettori tra i ginecologi e il 45.6% degli anestesisti. È invece bassa è la tra il personale non medico (38.9%). Ma nel 2017 le percentuali mostrano una lievissima flessione: tra i ginecologi erano 70,9% nel 2016 e 70,5% nel 2015 e tra gli anestesisti 48,8% nel 2016 e 47,5% nel 2015.   Questi in sintesi i dati più significativi della Relazione trasmessa al Parlamento dal Ministero della Salute che contiene i dati definitivi del 2017 sull’attuazione della L.194/78 che stabilisce norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria della gravidanza (IVG). “Dal 1983 l’IVG è in continua e progressiva diminuzione in Itali e attualmente il tasso di abortività del nostro Paese è fra i più bassi tra quelli dei paesi occidentali – sottolinea il ministro della Salute Giulia Grillo nella Relazione – e se un terzo delle IVG totali in Italia continua ad essere a carico delle donne straniere dopo un periodo di stabilizzazione, sta diminuendo in percentuale, in numero assoluto e nel tasso di abortività. Al riguardo – ha aggiunto – lsi è dimostrato molto efficace offrire un counselling sulla procreazione responsabile in occasione del percorso nascita per promuovere un maggior uso dei metodi contraccettivi alla ripresa dei rapporti sessuali”.   Sulla riduzione delle IVG, prosegue ancora Grillo “molto probabilmente ha inciso anche l’aumento dell’uso della contraccezione d’emergenza, Levonorgestrel (Norlevo) - pillola del giorno dopo e Ulipistral acetato (ellaOne) - pillola dei 5 giorni dopo, che non hanno più l’obbligo di prescrizione medica per le maggiorenni, e quindi richiedono una maggiore informazione alle donne per evitarne un uso inappropriato”.   Per il ministro, occorre intervenire sui gap tra le Regioni. “La tipologia di intervento e la durata della degenza – ha sottolineato – evidenziano una variabilità regionale che suggerisce la necessità di un approfondimento, anche attraverso un confronto interregionale, per capirne le motivazioni e uniformare i protocolli terapeutici, al fine di assicurare un’offerta efficiente e di qualità”. Il Ministero in riferimento al ritardo segnalato da Emma Bonino specifica “a partire dall'anno 2018, il monitoraggio e le modalità di acquisizione da parte dell’Istat dei dati delle indagini sulla salute riproduttiva (quindi anche quella sulle IVG) sono variate. L'Istat ha infatti predisposto un'unica piattaforma web tramite la quale vengono raccolte le informazioni e svolte le varie attività. Regioni, Asl e strutture potranno registrare o caricare i dati, aggiornare la lista delle strutture e le relative informazioni anagrafiche, effettuare monitoraggi dei dati caricati, tutto in un unico ambiente. Il passaggio dai vecchi sistemi a questa piattaforma sta avvenendo in maniera graduale e anche il 2019 sarà un anno di transizione per poter arrivare al 2020 al completo utilizzo del nuovo strumento. Per questo motivo quest’anno, per ottenere il dato definitivo relativo al 2017 è stato necessario prorogare la raccolta dati e il loro controllo fino a dicembre 2018”.   Dati definitivi 2017 In totale nel 2017 sono state notificate 80.733 IVG, confermando il continuo andamento in diminuzione del fenomeno, in misura leggermente maggiore rispetto a quello osservato nel 2016 (-4.9% rispetto al dato del 2016 e -65.6% rispetto al 1982, anno in cui si è osservato il più alto numero di IVG in Italia pari a 234.801 casi). Diminuzioni percentuali particolarmente elevate si osservano in Liguria, Umbria, Abruzzo e PA di Bolzano, mentre la PA di Trento è l’unica con un lieve aumento di interventi.   Tutti gli indicatori confermano il trend in diminuzione: il tasso di abortività (n. IVG rispetto a mille donne di 15-49 anni residenti in Italia), che rappresenta l’indicatore più accurato per una corretta valutazione della tendenza del ricorso all’IVG, è risultato pari a 6.2 per mille nel 2017, con un decremento del 3.3% rispetto al 2016 e con una riduzione del 63.6% rispetto al 1982. Il dato italiano rimane tra i valori più bassi a livello internazionale   Il rapporto di abortività (n. IVG rispetto a 1000 nati vivi) nel 2017 è risultato pari a 177.1 per mille nati vivi (o 17.7 per 100 nati vivi), con una riduzione del 2.9% rispetto al 2016 e del 53.4% rispetto al 1982. È da considerare che in questi ultimi anni anche i nati della popolazione presente sul territorio nazionale sono diminuiti di 9.643 unità.   Prosegue l’effetto “Pillola del giorno dopo”. Come già emerso negli ultimi 2 anni, anche il recente andamento dell’IVG, rileva la relazione, potrebbe essere almeno in parte influenzato dalle determine AIFA del 21 aprile 2015 (G.U. n.105 dell’8 maggio 2015) e del 1 febbraio 2016 (G.U. n.52 del 3 marzo 2016) che hanno eliminato, rispettivamente, per le maggiorenni, l’obbligo di prescrizione medica dell’Ulipristal acetato (ellaOne), contraccettivo d’emergenza meglio noto come “pillola dei 5 giorni dopo”, e del Levonorgestrel (Norlevo), contraccettivo d’emergenza meglio noto come “pillola del giorno dopo”. I dati delle vendite dell’Ulipristal acetato (ellaOne), forniti dall’Aifa e dal sistema tracciabilità del farmaco del Ministero della Salute, nel 2017 continuano a mostrare un andamento crescente, anche se leggermente inferiore rispetto al 2016 (i dati registrati negli ultimi 6 anni risultano: 7.796 confezioni nel 2012, 11.915 nel 2013, 16.796 nel 2014, 145.101 nel 2015, 189.589 nel 2016, 224.432 nel 2017) . Approfondendo il dato trimestrale delle vendite dell’Ulipristal acetato (ellaOne) si rileva che il significativo incremento delle vendite registrato a partire dal secondo trimestre 2015, a seguito della delibera Aifa che ha eliminato l’obbligo della ricetta per le maggiorenni, è continuato in maniera più rilevante nella seconda metà del 2015, poi è proseguito nel corso del 2016 e del 2017, ma in maniera meno significativa. Analizzando, invece, il dato annuale delle vendite del Levonorgestrel (Norlevo), nel triennio 2014-2017, si rileva una forte diminuzione delle vendite nell’anno 2015 (molto probabilmente da correlare al contestuale aumento di vendite di ellaOne). Tuttavia dal 2016, molto probabilmente in relazione anche agli effetti della delibera Aifa, si osserva un aumento progressivo delle vendite anche di questo contraccettivo di emergenza che, nel 2017, arriva a superare le vendite del 2014.   Caratteristiche delle donne che fanno ricorso a IVG. Il ricorso all’IVG nel 2017 è diminuito in tutte le classi di età, in particolare tra le giovanissime, e i tassi di abortività più elevati restano fra le donne tra i 25 e i 34 anni.     Donne straniere. Dopo un aumento importante nel tempo, le IVG fra le straniere si sono stabilizzate e negli ultimi anni cominciano a mostrare una tendenza alla diminuzione: sono il 30.3% di tutte le IVG nel 2017 valore simile a quello del 2016 (30.0%). È in diminuzione anche il tasso di abortività (15.5 per 1000 nel 2016 rispetto a 15.7 per 1000 nel 2015 e 17.2 per 1000 nel 2014), permanendo comunque una popolazione a maggior rischio di abortire rispetto alle italiane: per tutte le classi di età le straniere hanno tassi di abortività più elevati delle italiane di 2-3 volte (v. par.2.6).   Aborto fra le minorenni. Tra le minorenni, il tasso di abortività per il 2017 è risultato essere pari a 2.7 per mille, valore inferiore a quello del 2016, confermando un trend in diminuzione a partire dal 2004 (3.7 nel 2014, 4.4 nel 2012), con livelli più elevati nell’Italia centrale; i 2.288 interventi effettuati da minorenni sono pari al 2.8% di tutte le IVG (erano il 3.0 % nel 2016). Come negli anni precedenti, si conferma il minore ricorso all’aborto tra le giovani in Italia rispetto a quanto registrato negli altri Paesi dell’Europa Occidentale.   Aborti ripetuti. La percentuale di IVG effettuate da donne con precedente esperienza abortiva è pari al25.7% (26.4% nel 2016). Le percentuali corrispondenti per cittadinanza nel 2017 sono 21.3% per le italiane e 36.0% per le straniere (erano 22.1% e 37.0% rispettivamente, nel 2016). La percentuale di aborti ripetuti riscontrata in Italia è più bassa rispetto a quella degli altri Paesi (v. par. 2.7.3).   Ricorso alla RU486. La metodica dell’isterosuzione secondo Karman, rappresenta la tecnica più utilizzata anche nel 2017 (50.5% dei casi). È in aumento l’uso dell’aborto farmacologico: nel 2017 il mifepristone con successiva somministrazione di prostaglandine è stato adoperato nel 17.8% dei casi, rispetto al 15.7% del 2016 e al 12.9% del 2014. Per il 2017 tutte le Regioni sono state in grado di fornire l’informazione dettagliata del tipo di intervento, come riportata nella scheda D12/Istat che prevede anche la suddivisione dell’aborto farmacologico in “Solo Mifepristone”, “Mifepristone+prostaglandine” e “Sola Prostaglandina”, che nel suo insieme è stato pari a 20.5%. Il ricorso all’aborto farmacologico, tuttavia, varia molto fra le regioni.   Tempi di attesa. Sono in diminuzione i tempi di attesa tra rilascio della certificazione e intervento (possibile indicatore di efficienza dei servizi). La percentuale di IVG effettuate entro 14 giorni dal rilascio del documento è infatti leggermente aumentata: è il 68.8% nel 2017 mentre era il 66.3% nel 2016, il 65.3% nel 2015 e il 59.6% nel 2011.È diminuita la percentuale di IVG effettuate oltre le 3 settimane di attesa: 10.9% nel 2017 rispetto a 12.4% nel 2016, 13.2% nel 2015 e 2014 e al 15.7% nel 2011.   Mobilità regionale. Nel 2017 il 92.1% delle IVG è stato effettuato nella regione di residenza, di cui l’87.0% nella provincia di residenza, corrispondenti ad una bassa mobilità fra le regioni e in linea con i flussi migratori anche relativi ad altri interventi del Ssn. Va considerato che questi flussi possono mascherare una falsa migrazione, come nel caso in cui motivi di studio o lavoro temporaneo giustificano il domicilio in regione diversa da quella di residenza, e questo riguarda in particolare le donne più giovani.   Offerta del servizio e obiezione di coscienza. Nel 2017, si rilevano valori più elevati di obiezione di coscienza tra i ginecologi (68.4%) rispetto agli anestesisti (45.6%). Ancora inferiore è la proporzione di personale non medico che ha presentato obiezione (38.9%). Tuttavia, per capire quale impatto tali percentuali abbiano sulla disponibilità del servizio e sul carico di lavoro degli operatori non obiettori, sono stati considerati tre parametri negli anni precedenti, a partire dal 2013. Per quanto riguarda il parametro relativo all’offerta del servizio IVG in relazione al numero assoluto di strutture disponibili, il numero totale di sedi fisiche (stabilimenti) delle strutture con reparto di ostetricia e ginecologia o solo ginecologia, nel 2017, è di 591, mentre il numero di quelle che effettuano le IVG risulta è di 381 strutture (il 64.5% del totale). Solo in due casi (P.A. Bolzano e Campania), abbiamo un numero di punti IVG inferiore al 30% delle strutture censite. Per il resto la copertura è adeguata.   Ester Maragò Fonte.www.quotidianosanità.it
Rappresentatività sindacale
Quotidiano Sanità,   17/01/2019
Rappresentatività sindacale: ecco le tabelle Aran per il contratto 2019-2021. Anaao in testa per la dirigenza, Fp Cgil per il comparto Rispetto alla scorsa tornata contrattuale (2016-2018) l'intera area della Dirigenza perde 4.751 deleghe. L’Anaao, nonostante un calo assoluto del numero delle deleghe vede crescere in ogni caso la rappresentatività. Bene anche la Cimo ed Fvm. Nel comparto, le cui deleghe totali sono state oltre 8.000 in più, la Fp Cgil si conferma prima ma perde molte deleghe e cala anche nella rappresentatività. Male anche la Fp Cisl. Crescita per Uil Fpl, Fials, Nursind, Nursing Up. LE TABELLE DELLA DIRIGENZA AREA SANITÀ E DEL COMPARTO SANITÀ.  17 GEN - Il sindacato autonomo maggiormente rappresentativo per la dirigenza delle sanità è l’Anaao Assomed con 18.205 deleghe pari al 24,41% in termini di rappresentatività, quello del comparto è la Fp Cgil con 63.663 deleghe con il 23,14% medio di deleghe.   Sono questi i sindacati in testa alle rilevazioni Aran, pubblicate oggi, per il triennio contrattuale 2019-2021, sull’accertamento provvisorio della rappresentatività delle Organizzazioni sindacali nelle aree e nei comparti di contrattazione.   Provvisorio perché non è stato ancora stipulato il contratto nazionale quadro di definizione dei comparti e delle aree di contrattazione per il triennio 2019-2021, dopodiché si potrà procedere, spiega la stessa Agenzia, all’accertamento definitivo sulla base dei comparti e delle aree individuate. Per quanto riguarda l’area dei sindacati della dirigenza medica e sanitaria, in totale le delghe sono state 74.573 (-4751 rispetto alla precedente rilevazione). Oltre l’Anaao sono rappresentativi altri nove sindacati. Nell’ordine: Cimo con 8.985 deleghe (12,05% di rappresentatività), Aaroi Emac con 7.745 deleghe (10,39%), Fassid con 7.365 deleghe (9,88%), Fp Cgil con 6.453 (8,65%), Fvm con 6.273 (8,41%), Uil Fpl con 4.734 (6,35), Federazione Cisl medici con 4.592 (6,16%) e Fesmed con 4.272 (5,73%). Esce dalla rappresentatività con il 4,11% (al di sotto quindi della soglia del 5%), perdendo rispetto allo scorso accertamento l’l’1,53%  l’Anpo Ascoti Fials medici. Per il comparto sanità le delghe totali sono state 284.068 (+8.155 rispetto alla scorsa rilevazione). Assieme alla Fp Cgil ci sono, sempre nell’ordine di rappresentatività: Cisl Fp con 61.692 deleghe (con una media deleghe 22,45%), Uil Fpl con 52.598 deleghe (18,83%), Fials 32.335 deleghe (11,43%), Nursind26.987 (9,15%) e Nursing Up 24.550 (7,34%), questi ultimi due sindacati autonomi dell’area infermieristica. Anche in questa sezione esce dalla rappresentatività l’Fsi che raggiunge per il contratto 2019-2021 il 3,87% e perde quindi rispetto al 2016-2018 il 2,06 per cento.   Rispetto alla scorsa tornata contrattuale (2016-2018) le differenze tra i sindacati della dirigenza vedono un aumento dell’1,03% della rappresentatività dell’Anaao (che però perde 337 deleghe), dell’1,02% della Cimo (che guadagna 237 deleghe), dello 0,57% dell’Aaroi Emac (-42 deleghe), dell’1% dell’Fvm (+392 deleghe), dello 0,7% della Uil Fpl (+ 269 deleghe) e dello 0,34% della Federazione Cisl medici (-25 deleghe). Al contrario sono in calo Fassid (-0,9%) con 1.188 deleghe in meno, Fp Cgil (-0,66%) con meno 930 deleghe e Fesmed (-0,17%) con meno 408 deleghe.   Se si confrontano le deleghe in valore assoluto, dunque, per ciascun sindacato sono in positivo solo Cimo, Fvm e Uil Fpl mentre gli altri sindacati registrano il segno meno. Nel comparto aumentano in base ai dati per ora provvisori: Uil Fpl (+0,83% di rappresentatività) con +3.695 deleghe, Fials (+1,52%) con + 6.140 deleghe, Nursind (+2,62%) con +7.123 deleghe e Nursing Up (+1,53% di rappresentatività) con un aumento di 5.147 delegghe. Diminuiscono invece la rappresentatività la Fp Cgil (-2,11%) con una perdita di 3.798 deleghe e Cisl Fpl (-2,01%) con un meno 4.378 deleghe. Per quanto riguarda il numero di deleghe, anche nel comparto hanno segno positivo tutti i sindacati tranne Fp Cgil e Cisl Fp.   Fonte.www.quotidianosanità.it
Spesa sanitaria pubblica
Quotidiano Sanità,   17/01/2019
Spesa sanitaria pubblica, si allarga il gap tra Italia e Ue: spendiamo il 36,8% in meno. Per il 5,5% delle famiglie curarsi è un lusso. E il finanziamento promesso dal Governo non c’è stato. Il richiamo nel 14° Rapporto Crea-Sanità Il Governo “del cambiamento” non ha mantenuto le sue promesse elettorali in termini di rifinanziamento del Ssn. Ma se la mancanza di Fondi adeguati continua ad essere un problema, per i ricercatori la questione ha radici più profonde e sta in alcune errate convinzioni che continuano a condurre a scelte sbagliate. Su questi misunderstandings cerca di fare luce il Rapporto. Che in merito ai rapporti tra Regioni evidenzia: “L’importanza di continuare ad avere un SSN coeso, e con un forte meccanismo redistributivo, è dimostrata non tanto dall’efficienza del sistema, quanto dalla riduzione delle sperequazioni che di fatto realizza”. L’EXECUTIVE SUMMARY e I DATI IN SINTESI 17 GEN - “L’anno è trascorso fra le celebrazioni di rito per il 40° compleanno del SSN” ma “rimane la sensazione che la Sanità continui a rimanere fuori dalle priorità dei Governi che, intanto, si succedono alla guida del Paese. Questa percezione assume concretezza con la conferma del finanziamento già previsto per il SSN: una scelta che non dà seguito alle promesse elettorali di un (ri) finanziamento della Sanità pubblica e non determina alcuna soluzione di continuità con il passato. Il segnale che la Sanità non sia una priorità è evidente”. Esordiscono così Federico Spandonaro e Barbara Polistena nell’introdurre il° Rapporto Crea Sanità, il Consorzio per la Ricerca Economica Applicata in Sanità dell’Università di Tor Vergata, che sarà ufficialmente presentato a Roma il 23 gennaio prossimo. E in questo contesto crescono, intanto, le difficoltà degli italiani a curarsi. L’equità resta un problema irrisolto e il gradiente geografico è chiaro. Il 17,6% delle famiglie residenti (4,5 milioni) ha dichiarato di aver cercato di limitare le spese sanitarie per motivi economici (100.000 in più rispetto al 2015), e di queste 1,1 milioni le hanno annullate del tutto. Il Mezzogiorno è la ripartizione geografica più colpita (5,6% delle famiglie), seguita dal Centro (5,1%), dal Nord-Ovest (3,0%) e dal Nord-Est (2,8%). Il disagio economico per le spese sanitarie, combinazione di impoverimento per consumi sanitari e “nuove” rinunce per motivi economici, è sofferto dal 5,5% delle famiglie, ed è significativamente superiore nel Sud del Paese (7,9% delle famiglie). L’incidenza del fenomeno di impoverimento per spese sanitarie si è paradossalmente ridotto ma questo, chiariscono i ricercatori, è avvenuto “per effetto della riduzione della spesa pro-capite media effettiva delle famiglie associata all’aumento dei consumi totali”. Ma il problema, per i ricercatori del Crea, non si esaurisce nella necessità di finanziare con maggiori risorse il Ssn, che intanto vede crescere il gap con l’Ue per quanto concerne la spesa pubblica (il divario è passato dal 35,2% del 2016 al 36,8 del 2017). Secondo i ricercatori del Crea Sanità occorre “fare pulizia di vari misunderstandings, che rischiano di portare a decisioni scorrette per difetti di impostazione dei ragionamenti” e di affossare ancora di più il nostro Ssn. LA SANITA' COME ENZIMA DI SVILUPPO DEL PAESE Il primo di questi misunderstanding sta nel non considerare il settore sanitario un enzima di sviluppo. “Il tema della Sanità è sempre accoppiato a quello del diritto alla Salute: connubio certamente condivisibile, ma pensare che la questione della Sanità sia solo una questione di diritti di cittadinanza è del tutto miope”, scrivono Spandonaro e Polistena nell’Executive Summary. Per i due ricercatori, infatti, “si trascura così l’evidenza che dimostra come, invece, la Sanità sia (fra l’altro) anche un ganglio fondamentale della economia del Paese”. L’errore sta dunque nel “continuare a pensare che la Politica sanitaria si esaurisca con la sola “gamba” delle politiche assistenziali, dimenticando quella delle politiche industriali”. Un altro misunderstanding starebbe nel fatto che l’esistenza di “sprechi” non significa automaticamente che essi siano eliminabili nel breve periodo, e quindi che ci sia la possibilità di liberare risorse significative. Così come pensare che a fronte di un buon esito in termini di efficacia (esiti) e di efficienza, non ci sia motivo (“almeno urgente”) di intervento. IL PROBLEMA DELL'EQUITA' TRA NORD E SUD DEL PAESE Per il Crea Sanità è un misunderstanding, “a cui non sono immuni le celebrazioni del quarantennale del SSN”, anche che “ci possa essere Universalismo senza Equità”, evidenziano i ricercatori osservando come “da questo punto di vista, dobbiamo confermare che in Italia il primo, e purtroppo persistente e inossidabile, motivo di iniquità, rimane il divario tra Settentrione e Meridione. Divario che arriva a coinvolgere l’aspettativa di vita, con oltre un anno di svantaggio per le Regioni del Mezzogiorno, che diventano poi 3 per quella a 65 anni; prosegue per la cronicità e la disabilità, malgrado quelle del Sud siano Regioni con una popolazione mediamente più giovane, per le quali (in fase di finanziamento) si presuppone un minor assorbimento di risorse”. E non sarebbe tutta colpa dell’inefficienza dei Ssr meridionali. “I dati letti in un’altra prospettiva ci dicono che le aspettative di vita nelle Regioni Meridionali sono, però, incomparabilmente migliori di quanto ci si potrebbe aspettare sulla base del loro livello di Sviluppo economico: Grecia e Portogallo, ad esempio, pur con un PIL pro-capite paragonabile a quello del nostro meridione, “performano” peggio di tutte le Regioni italiane, Campania esclusa; e quest’ultima, comunque, performa molto meglio di tutti i Paesi dell’EU-Post 1995. Questo risultato è reso possibile dal meccanismo redistributivo che è alla base del SSN il quale permette alle Regioni più povere di avere una spesa sanitaria molto maggiore rispetto a quella degli altri Paesi citati”. Per Spandonaro e Polistena, dunque, “l’importanza di continuare ad avere un SSN coeso, e con un forte meccanismo redistributivo, è dimostrata non tanto dall’efficienza del sistema, quanto dalla riduzione delle sperequazioni che di fatto realizza”. Tutto ciò considerato, per i ricercatori del Crea Sanità, “in un contesto di tutela universalistica della salute, è un buon motivo per rivedere livelli e logiche di finanziamento”. Ma va anche ripensata l’idea di “dare tutto a tutti”. Per Spandonaro e Polistena questo “non tanto per ragioni di Sostenibilità economica, quanto per ragioni di natura etica: non tutta l’innovazione (indipendentemente dalla sua definizione), può essere automaticamente considerata meritoria e come tale messa a carico della solidarietà collettiva”. LISTE D'ATTESA, E SE NON FOSSE UN PROBLEMA? E le liste d’attesa? “Non c’è dubbio che siano la maggiore fonte di insoddisfazione da parte dei cittadini”, ma per i ricercatori del Crea Sanità “è dubitabile” che “siano un indicatore di iniquità o, peggio, di rischio per i pazienti”. Si tratterebbe, questo, dell’ennesimo misunderstanding. “I dati sui tempi di attesa – evidenziano infatti Spandonaro e Polistena - sono lunghi e anche abbastanza omogenei a livello nazionale: ma si tratta di rilevazioni effettuate sulle prestazioni prescritte come “non urgenti”; e, infatti, malgrado i tempi lunghi, che ci siano “danni” per la salute non è affatto dimostrato: ricordiamo, ancora una volta, che abbiamo esiti ottimi in confronto agli altri Paesi, e che non si conosce, ad oggi, relazione dimostrata, ad esempio, fra tempi di attesa ed esiti regionali”. “Certamente, casi di ritardi anche nelle prestazioni urgenti saranno presenti; ma questi casi, a conoscenza di chi scrive, non sono rilevati, e quindi è impossibile dire se si tratti di un fenomeno rilevante o episodico”, spiegano i due ricercatori nell’executive summary del Rapporto. Per Spandonaro e Polistena non si configurerebbe neppure un problema di iniquità, “nella misura in cui i tempi, pur lunghi, lo siano in egual modo per tutti: in termini equitativi conta solo garantire una gestione corretta delle agende”. Per Spandonaro e Polistena, dunque, “abbandonando un inutile conformismo, va detto che il problema delle liste di attesa risiede nel fatto che esse vengono percepite dai cittadini come inefficienze del sistema, mentre sono, in buona misura, una difesa messa in atto dal sistema per evitare la proliferazione di prestazioni che, in quanto non urgenti, sono anche a maggior rischio di inappropriatezza”. E a chi osserva che “se le prestazioni sono inappropriate, non dovrebbero proprio essere prescritte”, i ricercatori rispondono: “A parte la complessità crescente del rapporto medico-paziente, per cui la prescrizione non è più un atto unilaterale, rimane il fatto che questa visione appare semplicistica perché sconta una visione deterministica delle decisioni; e questo determinismo in Sanità semplicemente non esiste: non a caso si è scritto “a maggior rischio di” inappropriatezza”. TICKET, UN FINANZIAMENTO DI SECONDA ISTANZA IMPROPRIO E INIQUO Analogamente, per i ricercatori del Crea Sanità, chiarezza va fatta sul dibattito ricorrente sulle compartecipazioni. “Quel che appare certo è che le compartecipazioni sono “ingegnerizzate” molto male: i ticket in cifra fissa sulle ricette, per di più non esenti, sono la causa primaria di impoverimento. Le compartecipazioni sulle prestazioni specialistiche hanno messo, in più di qualche caso, fuori mercato il SSN. Sul piano dei principi, il co-payment dovrebbe servire a mitigare i rischi di moral hazard ma ormai ha assunto un ruolo di mero finanziamento di seconda istanza, del tutto improprio e iniquo: sia perché configura una “tassa sulla malattia”, sia perché l’incidenza è di fatto più alta nelle Regioni a minor reddito; Regioni dove oltre tutto è maggiore la quota di cittadini esenti, così che quelli che non lo sono, in larga parte del ceto medio, restano obbligati ad un eccesso di ‘solidarietà’”. CARENZA DI PROFESSIONISTI, IL PROBLEMA NON E' IL NUMERO CHIUSO L’analisi del Crea Sanità prosegue su un tema che quest’anno ha ricevuto forte attenzione: la carenza di professionisti sanitari. “Che l’eziologia del problema sia una carenza di programmazione appare evidente: i dati erano disponibili e anche noti. Allo stesso tempo, sarebbe difficile illudersi che la soluzione sia semplicemente quella di rimuovere barriere all’entrata, in primis nell’accesso ai corsi universitari. Il rischio è quello di voler sanare una ‘non programmazione’, cadendo in una ulteriore ‘non programmazione’”, evidenziano Spandonaro e Polistena. Premesso ciò, per i ricercatori “va razionalizzato che il vero problema non è il numero chiuso, quanto la carente programmazione dei fabbisogni e, in prospettiva, il rischio di una scarsa appetibilità dell’occupazione in Italia”. FARMACI E INDUSTRIE DEL FARMACO Infine il tema del rapporto fra Sostenibilità e Sviluppo economico, che in qualche modo chiude il cerchio, riportandoci al tema del rapporto fra politiche assistenziali e politiche industriali. “Un esempio paradigmatico del trade-off fra Sostenibilità e Innovazione” è per i ricercatori quello del settore farmaceutico, attualmente alla ricerca di una nuova governance: “Sebbene i problemi siano numerosi, in sostanza il problema si è scatenato a seguito del contenzioso generatosi sui pay-back: il misunderstanding sta nel rischio di pensare che la nuova governance possa basarsi su una banale revisione degli algoritmi di calcolo del pay-back, finalizzata a ridurre i motivi di contesa. Che l’algoritmo si possa semplificare, e anche migliorare, è certo: che la sua revisione possa essere risolutiva è, invece, largamente dubitabile. Piuttosto, è necessaria una visione olistica del problema e, questo, richiede una analisi approfondita delle ragioni che incentivano il contenzioso”. Quanto all’ammontare della spesa farmaceutica, “sebbene i confronti di spesa con gli altri Paesi siano molto difficili, a causa delle diverse poste rilevate, considerando che l’Italia è fra i pochi Paesi che rileva tutta la spesa, si può affermare con ragionevole certezza che la spesa italiana è significativamente inferiore a quella media EU, e questo in primo luogo grazie ad un prezzo medio delle molecole inferiore” la cui negoziazione, spiegano i ricercatori, “è, peraltro, stata resa possibile dal sistema degli sconti (più o meno) opachi, che hanno permesso di mantenere il prezzo ‘ufficiale’ ad un livello ritenuto accettabile dalle imprese, ottenendo un ribasso da applicarsi ‘ex post’: in altri termini, l’elemento vincente è stato quello di negoziare sconti applicati dopo il consumo, garantendo così le imprese dal rischio di fenomeni di commercio parallelo. Anche il pay-back, derivante dallo sforamento del tetto della ospedaliera, ha questa natura, e configura un ulteriore sconto, che va a sommarsi ai precedenti. Quel che con tutta probabilità ha messo in crisi il sistema, è stata la rapida crescita dello sforamento, che ha portato lo sconto a livelli ritenuti non più “accettabili” da parte delle imprese (oltre ad avere generato non banali complicazioni di gestione dei bilanci). Una diversa allocazione dei pay-back, quindi, sembra che non possa essere risolutiva, a meno che non comporti anche una riduzione dell’ammontare complessivo del ripiano”. Per Spandonaro e Polistena, quindi, “il tema della governance non può che essere declinato insieme a quello del tetto di spesa e anche a quello delle politiche industriali”.   Lucia Conti Fonte.www.quotidianosanità.it
Gioco d'azzardo in Italia
Repubblica,   16/01/2019
Italia, la geografia dell'azzardo Dal lotto e dalle scommesse virtuali, più diffuse al sud e centro-sud, alle scommesse ippiche e i gratta e vinci nel centro-Italia, fino all’Eurojackpot popolare ai confini della Penisola: ecco come è distribuito il gioco degli italiani di DANIELE TEMPERA abbonati a 16 gennaio 2019 Paese che vai, gioco che trovi. L’Italia dell’azzardo ha un profilo variegato e una geografia non scontata. Nella Penisola, dove solo nel 2017 sono stati giocati ben 105 miliardi di euro, a giochi sedimentati nella tradizione e nell’immaginario si sovrappongono nuove tipologie, mentre nuove coordinate stravolgono stereotipi e credenze consolidate. L'Italia delle slot: le classifiche sul territorio nazionale È il caso del sud e del centro-sud Italia dove si riscontrano capillarmente le più alte spese per il lotto, gioco tradizionale per antonomasia, che fa registrare primati inaspettati. Cocullo, piccolo paese del chietino, con una popolazione stimata di appena 228 abitanti, detiene uno strabiliante record nazionale: qui gli abitanti hanno speso nel 2017 quasi 1130 euro a testa per questa tipologia di gioco. Ma il comune abruzzese non è certo un caso isolato. Il lotto è molto amato in molte regioni del sud e fa registrare veri e propri picchi in regioni come Puglia, Basilicata, Calabria o Sicilia con percentuali che influiscono notevolmente sui 7 miliardi di euro l’anno spesi nel 2017 dagli italiani per questo tipo di gioco. Ma non è solo la tradizione a trainare l’azzardo nel Mezzogiorno. Il sud è anche terra di scommesse virtuali, trend in ascesa che si basa su pronostici di eventi simulati al computer (ad esempio l’estrazione di un numero o una corsa virtuale di auto o cavalli). A scommettere, all’interno dei corner ippici o sportivi, sono soprattutto giovani e giovanissimi per un gioco che muove circa un miliardo e mezzo di euro l’anno. Le “nuove scommesse” sono diffuse soprattutto al Sud, Campania e Sicilia in primis, con il primato nazionale che spetta a un piccolo comune campano. Gli abitanti di Arpaia, nel beneventano, hanno infatti speso per questa tipologia di gioco 575 euro a testa nel corso del 2017. Curiosa la distribuzione del giocato per le lotterie istantanee (i cosiddetti gratta e vinci), che registrano picchi elevati nelle regioni del Nord Italia. Il record assoluto è detenuto dal comune di Orio al Serio nel bergamasco, qui nel 2017 si sono spesi circa 2800 euro pro-capite per questo tipo di gioco. Un primato viziato sicuramente dalla presenza dell’aeroporto internazionale, ma coerente con i record di giocate registrati in altri comuni lombardi come Piantedo (Sondrio), Como, Montebello della Battaglia (Pavia). Ma malgrado i singoli picchi di giocate, è ancora il centro italia dove si riscontra la maggiore capillarità di giocato per le lotterie istantanee. I gratta e vinci sono molto diffusi in larghe aree di Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo. Sostanzioso, sempre nel centro-italia, il giocato per l’ippica nazionale, diffuso specialmente in regioni quali Marche, Toscana ed Emilia Romagna. Non stupisce invece la maggiore diffusione dell’Eurojackpot, lotteria europea con cadenza settimanale nelle estremità della Penisola, in particolare nelle aree di confine di Friuli, Trentino, Valle D’Aosta, Piemonte e Lombardia. L’eco transazionale della lotteria favorisce la diffusione nelle zone di transito tra l’Italia e il resto d’Europa e attira, molto probabilmente, i nostri connazionali maggiormente abituati a confrontarsi con una dimensione interculturale.   Rimane molto frammentata invece la geografia delle slot machine (sia AWP che VLT). Le nostre mappe disegnano una penisola dove la diffusione della tipologia d’azzardo più giocata dagli italiani (con oltre 49 miliardi di euro giocati nel 2017) è essenzialmente a macchia di leopardo su tutto il territorio nazionale. Il motivo? Sicuramente la presenza o meno di grandi sale slot, come è evidente, ad esempio, nel caso di Caresanablot, ma non solo. Le macchinette sono presenti anche nei bar e nei tabaccai, con una capillarità che tocca tanti piccoli centri. La mancanza di una normativa nazionale, come evidenziato dal caso di Capri e Anacapri, predispone a una cartina abbastanza atipica, dove a comuni virtuosi si affiancano, senza soluzioni di continuità, territori dove questa tipologia di giocato si trasforma in una vera e propria piaga sociale. Fonte.www.larepubblica.it
Cassazione : errore medico
Quotidiano Sanità,   16/01/2019
Cassazione. Errore medico: va sempre considerata  la distinzione tra colpa lieve e colpa grave Per la Cassazione il sistema delle linee-guida dà al medico la legittimità a essere giudicato sulla loro base. In base a questi principi la suprema corte (sentenza 412/2019) ha annullato le condanne penali di tribunale e Corte di Appello perché prescritte, ma anche quelle civili relative a tre 16 GEN - La responsabilità medica e l’adesione alle linee guida sono fondamentali nel giudizio di responsabilità per il quale va ricordato che è ancora attuale e valida la distinzione tra colpa lieve e colpa grave per imperizia nella fase esecutiva delle raccomandazioni contenute nelle linee guida adeguate al caso. Per i giudici va considerato che la colpa lieve per imperizia esecutiva è idonea a delimitare l'area di irresponsabilità del professionista sanitario. In base a questi principi la Cassazione (sentenza 412/2019 della IV sezione penale) ha annullato le condanne penali del tribunale e della Corte d’Appello perché prescritte, ma anche quelle civili relative a tre medici – uno operatore, il secondo aiuto e il terzo anestesista rianimatore – accusati di omicidio colposo per il decesso di un paziente. Il fatto I tre medici avrebbero provocato la morte di un paziente sottoposto ad intervento chirurgico di innesti ossei con impianti in titanio. In particolare, gli imputati avrebbero omesso di procedere alla estubazione protetta del paziente per ridurre al minimo il rischio di spasmi glottidei da risveglio, a fronte di intervento eseguito in anestesia totale di lunga durata con prolungata apertura della bocca; e, all'insorgenza di spasmi glottidei, omettevano di eseguire una corretta tracheotomia chirurgica ed eseguivano una inidonea incisione alla base dell'epiglottide, a monte della sede del fenomeno ostruttivo, rendendo inevitabile la morte del paziente per asfissia, intervenuta durante il trasporto in ambulanza dalla clinica al Pronto soccorso dell'ospedale. La sentenza La sentenza ha ricordato prima di tutto che è ancora attuale e valida la distinzione tra colpa lieve e colpa grave per imperizia nella fase esecutiva delle raccomandazioni contenute nelle linee guida adeguate al caso. Per la Cassazione non può non considerarsi che la colpa lieve per imperizia esecutiva, in determinate situazioni, può delimitare l'area di irresponsabilità del professionista sanitario. La Corte ha poi ribadito che le linee guida costituiscono un sapere scientifico e tecnologico codificato e rappresentano un utile parametro per orientare le decisioni terapeutiche e che è proprio su questa base che l'articolo 5 della legge 24/2017 ha regolato i meccanismi di esercizio delle professioni sanitarie. La legge 24/2017 ha costruito un "sistema istituzionale, pubblicistico, di regolazione dell'attività sanitaria, che ne assicuri lo svolgimento in modo uniforme, appropriato, conforme ad evidenze scientifiche controllate" e ha imposto al professionista sanitario di attenersi alle raccomandazioni con gli adattamenti al caso concreto. Questa regola però dà anche al medico "la legittima, coerente pretesa a vedere giudicato il proprio comportamento alla stregua delle medesime direttive impostegli". La Cassazione, si legge nella sentenza, “ha evidenziato, sul piano metodologico, che qualsiasi lettura della rilevanza dei saperi di scienze diverse da quella giuridica, utilizzabili nel processo penale, non può avere l'esito di accreditare l'esistenza, nella regolazione processuale vigente, di un sistema di prova legale, che limiti la libera formazione del convincimento del giudice; che il ricorso a competenze specialistiche con l'obiettivo di integrare i saperi del giudice, rispetto a fatti che impongono metodologie di individuazione, qualificazione e ricognizione eccedenti i saperi dell'uomo comune, si sviluppa mediante una procedimentalizzazione di atti ad impulso del giudicante e a formazione progressiva; e che la valutazione di legittimità, sulla soluzione degli interrogativi causali imposti dalla concretezza del caso giudicato, riguarda la correttezza e conformità alle regole della logica dimostrativa dell'opinione espressa dal giudice di merito, quale approdo della sintesi critica del giudizio”. Il sapere scientifico quindi costituisce uno strumento indispensabile per il giudice di merito e “deve rilevarsi che, non di rado, la soluzione del caso posto all'attenzione del giudicante, nei processi ove assume rilievo l'impiego della prova scientifica, viene a dipendere dall'affidabilità delle informazioni che, attraverso l'indagine di periti e consulenti, penetrano nel processo”. La sentenza sottolinea che “la distinzione tra culpa levis e culpa lata aveva acquisito una nuova considerazione alla luce della disposizione, in tema di responsabilità sanitaria, che era contenuta nell'oggi abrogato art. 3, comma 1, d.l. 13 settembre 2012, n. 158, convertito, con modificazioni dalla legge 8 novembre 2012, n. 189, ove era tra l'altro stabilito: ‘L'esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve’”. Quindi, la novella del 2012 aveva escluso la rilevanza penale della colpa lieve, rispetto alle condotte lesive coerenti con le linee guida o le pratiche terapeutiche mediche virtuose, accreditate dalla comunità scientifica. “In particolare – si legge ancora nella sentenza -  si era evidenziato che la norma aveva dato luogo a una abolitio criminis parziale degli artt. 589 e 590 cod. pen., avendo ristretto l'area penalmente rilevante individuata dalle predette norme incriminatrici, alla sola colpa grave. I concetti di colpa lieve e di colpa grave erano poi destinati ad intrecciarsi con l'ulteriore questione, posta dalla novella del 2012, afferente all'impiego in sede giudiziaria delle linee guida e delle buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica”. “Si era, invero, osservato – prosegue la Cassazione - che alle linee guida accreditate doveva assegnarsi valenza di direttiva scientifica per l'esercente le professioni sanitarie; e la loro osservanza costituiva uno ‘scudo protettivo’ contro istanze punitive non giustificate”. La Cassazione, ricorda la sentenza, “aveva chiarito che le linee guida costituiscono sapere scientifico e tecnologico codificato, in modo che possa costituire un'utile guida per orientare agevolmente, in modo efficiente ed appropriato, le decisioni terapeutiche”. E la sentenza chiarisce che “la legge 24/2017 regola specificamente le modalità di esercizio delle professioni sanitarie, muovendo da tale alveo interpretativo. La norma stabilisce, infatti, che ‘Gli esercenti le professioni sanitarie .... si attengono, salve le specificità del caso concreto, alle raccomandazioni previste dalle linee guida’ accreditate, espresse cioè da istituzioni individuate dal ministero della Salute”. “Tali linee guida – prosegue la sentenza - sono sottoposte a verifica dell'Istituto superiore di sanità in ordine alla conformità a standard predefiniti ed alla rilevanza delle evidenze scientifiche poste a supporto delle raccomandazioni. In mancanza di tali raccomandazioni, i professionisti si attengono alle buone pratiche clinico-assistenziali”. “Il legislatore del 2017 – spiega ancora la sentenza -, con scelta sovrana, ha ritenuto di limitare l'innovazione alle sole situazioni astrattamente riconducibili alla sfera dell'imperizia. Sono così state troncate, per il futuro, le incertezze verificatesi nelle prassi, anche quella di legittimità, in ordine all'applicabilità della legge n. 189/2012 alle linee guida la cui inosservanza conduce ad un giudizio non di insipienza tecnico-scientifica (imperizia) ma di trascuratezza, e quindi di negligenza. L'art. 590 sexies cod. pen., si applica solo quando sia stata elevata o possa essere elevata imputazione di colpa per imperizia. Non di meno, ove a carico dei sanitari, per il fatto lesivo verificatosi nel cao di specie, emergano nel giudizio di rinvio profili di colpa per negligenza, può assumere rilevanza il riferimento alla n. 189/2012, in quanto legge più favorevole, ai sensi dell'art. 2, comma 4, cod. pen. Le Sezioni Unite, infatti, hanno chiarito che l'art. 3, del d.l. 13 settembre 2012, n. 158, oggi abrogato, risulta più favorevole in relazione alle contestazioni per comportamenti del sanitario commessi prima della entrata in vigore della novella del 2017, connotati da negligenza o imprudenza con configurazione di colpa lieve, che, per il citato decreto Balduzzi, erano esenti da responsabilità in caso di rispetto delle linee guida o delle buone pratiche accreditate”. “In conclusione – termina la Cassazione - la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio agli effetti penali perché il reato è estinto per prescrizione. La medesima sentenza viene annullata agli effetti civili, ex art. 622 cod. proc. pen., con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello, per nuovo giudizio, alla luce dei principi di diritto sopra richiamati”. Fonte.www.quotidianosanità.it
Errore medico
Quotidiano Sanità,   16/01/2019
Se c’è l’errore, la responsabilità è dell’équipe o del singolo professionista? Le “apparenti” contraddizioni della Cassazione Negli anni la giurisprudenza della suprema corte potrebbe apparire contraddittoria laddove alcune sentenze sembrerebbero assodare che la responsabilità di un'équipe sanitaria (sia mono o multiprofessionale) non può che essere condivisa tra tutti i membri dello staff mentre altre pronunzie sembrerebbero invece ribadire che la responsabilità è del singolo professionista. Ma, come vedremo, sono valide ambedue le fattispecie 16 GEN - L’esercizio professionale sanitario è sempre più caratterizzato dal lavoro di équipe, consistente nella presenza organizzata di più professionisti sanitari che agiscono contestualmente, contemporaneamente o con passaggi successivi e si caratterizza per la finalizzazione comune dell’agire professionale.   In questa, ormai prevalente tipologia di organizzazione (essendo ormai residuale l’attività professionale esercitata in forma singola e del tutto avulsa da una équipe), possiamo riscontrare: a) l’équipe monoprofessionale (es. tutti medici); b) l’équipe monoprofessionale e monospecialistica (es. tutti medici e della stessa specialità); c) l’équipe monoprofessionale e plurispecialistica (es. tutti medici ma di diversa specialità) d) l’équipe interprofessionale, composta dalla contemporanea presenza di più professionisti sanitari.   Si pone il problema dell’addebito della responsabilità a titolo di colpa in caso di errore professionale, con particolare riferimento all’estensione della responsabilità anche ai membri dell’équipe che non hanno causato l’errore.   Si possono distinguere due tipologie di cooperazione professionale: la “cooperazione sincronica” e la “cooperazione diacronica” (Corte di Cassazione, IV sezione penale, sentenza 18 maggio 2018, n. 22007).   La prima è caratterizzata da un agire professionale contestuale per la cura di un paziente, “in cui i contributi si integrano a vicenda e in un unico contesto temporale in vista del conseguimento del risultato sperato” (es. un intervento chirurgico, un intervento di emergenza in un pronto soccorso); la seconda è caratterizzata, invece, dalla successione terapeutica di  atti sanitari che si esplicano attraverso “attività tecnico-scientifiche di competenza di sanitari diversi, funzionalmente o temporalmente successive”.   Da alcuni decenni i fondamenti per valutare la responsabilità di équipe ruotano intorno al “principio di affidamento” e alla “posizione di garanzia e protezione” che hanno tentato di superare i limiti dell’impostazione del codice penale che ha costruito il sistema della colpa professionale sul modello dell’esercizio in forma singola.   Questi orientamenti hanno permesso di superare la concezione “gerarchica” del modello della responsabilità di équipe che attribuiva al “capo-équipe” la responsabilità di tutto quello che veniva posto in essere dall’équipe stessa. La gerarchia dell’organizzazione era molto evidente in ambito ospedaliero: l’esistenza di una figura denominata “primario”, con una legislazione proveniente dalla riforma ospedaliera degli anni sessanta dello scorso secolo, avvalorava l’orientamento del riconoscimento della responsabilità al capo-équipe. Nel corso del tempo questo orientamento si è decisamente affievolito – in linea con l’attenuazione del principio gerarchico – per mancanza di aderenza ai principi basilari del nostro ordinamento giuridico e per la pericolosità insita nella deresponsabilizzazione di tutti coloro che capo-équipe non erano ma ponevano in essere atti erronei causativi di danno. Tra i due principi vi sono delle decise continguità e interferenze.     La posizione di garanzia La posizione di garanzia deriva dal comportamento omissivo, previsto dal secondo comma dell’articolo 40 del codice penale che recita testualmente: “Non impedire un evento, che si ha l'obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”. Si tratta quindi di individuare le fonti dell’obbligo giuridico di impedire l’evento.   Sono state elaborate tre diverse concezioni: - la concezione formalistica; - la concezione sostanzialistica; - la concezione mista formale-sostanziale.   Secondo la concezione formalistica il riconoscimento della responsabilità omissiva esige l’espressa previsione dell’obbligo di agire da parte di “fonti giuridiche formali” che sono individuate dalla legge, dal contratto e dalla consuetudine. Solo quindi ciò che è scritto in tali fonti determina l’obbligo giuridico di agire.   Secondo la concezione sostanzialistica invece la responsabilità per omesso impedimento è insita nell’esigenza solidaristica della tutela rafforzata di beni giuridici rilevanti per incapacità dei titolari di proteggere tali beni. Secondo questa concezione si realizzano “di fatto” degli speciali vincoli di tutela tra il soggetto e il suo garante. Tipico esempio viene determinato dalla presa in carico di un soggetto debole (es. un paziente).   La concezione mista, formale-sostanziale si pone come sintesi tra le due concezione sopra esposte ed è oggi prevalente nella dottrina e nella giurisprudenza italiana.   In sintesi l’obbligo di garanzia può essere definito come “l’obbligo giuridico che grava su specifiche categorie di soggetti previamente forniti degli adeguati poteri giuridici, di impedire eventi offensivi di beni altrui, affidati alla loro tutela per l’incapacità die titolari di adeguatamente proteggerli”. In questi casi si equipara il non impedire al causare, al fine di riequilibrare una situazione di svantaggio.   Non vi sono dubbi che la posizione di garanzia – espressione giuridica – corrisponda alla presa in carico – espressione professionale – e che il contenuto debba riferirsi alla parte professionale.   Il professionista che “prende in carico” un paziente – o una pluralità di pazienti – è tenuto a preservarne l’integrità attraverso la posizione di garanzia. La presa in carico determina quindi un insieme di attività e di controlli da porre in essere singolarmente e in équipe. Il contenuto della presa in carico cambia da professione a professione, da specialità a specialità, dalla composizione dell’équipe multidisciplinare e dal setting di cura (ospedale o territorio).   La posizione di garanzia, all’interno dell’équipe, la assumono tutti i professionisti che operano sincronicamente e diacronicamente. Conseguenza della posizione di garanzia in équipe, come elaborato dalla giurisprudenza più recente della Corte di Cassazione, è che in caso di cooperazione multidisciplinare e multiprofessionale, “ogni sanitario non può esimersi dal conoscere e valutare (nei limiti in cui sia da lui conoscibile e valutabile) l'attività precedente e contestuale di altro collega e dal controllarne la correttezza, se del caso ponendo rimedio ad errore altrui (laddove, ovviamente, ne abbia le capacità)”.   La posizione di garanzia viene assunta anche dai consulenti chiamati a supportare interventi di emergenza. In questo caso la giurisprudenza della Cassazione riconosce la posizione di garanzia sia ai sanitari esperti chiamati in ragione della loro competenza anche se non presenti nella turnazione ospedaliera. Laddove cioè questi professionisti intervengano attivamente assumono la piena posizione di garanzia di équipe e non sono da considerarsi un “assembramento estemporaneo” di professionisti chiamati d’urgenza.   In questo caso tutti assumono la posizione di garanzia.   La posizione di garanzia permane nel tempo anche dopo la fine del turno di lavoro (Corte di Cassazione, IV sezione penale, sentenza 12 novembre 2010, n. 119 – dep. 2011), laddove il professionista responsabile dell’atto non si sia attivato nella soluzione dei problemi. In questi casi gli errori causali dell’affidante la posizione di garanzia – es. il medico smontante dal servizio – e dell’affidato – medico subentrante – ne fanno condividere la responsabilità a meno che possa affermarsi l’efficacia esclusiva della causa sopravvenuta (e quindi dell’operato del medico subentrato).   La posizione di garanzia viene meno solo quando viene “trasmessa” ad altri professionisti e si pone quindi il problema della responsabilità in caso di successione della stessa posizione. In questo caso il professionista “perde” la posizione di garanzia solo laddove sia un altro ad assumerla. Per evitare vuoti di tutela, si “impone un passaggio di consegne efficiente ed informato ed il garante successivo deve essere posto in condizione di intervenire. Solo quando questo obbligo di informazione sia stato assolto correttamente, il garante originario potrà invocare, in caso di evento infausto, il principio di affidamento, avendo dismesso correttamente i propri doveri”.   Il passaggio di consegne diventa quindi lo strumento professionale e organizzativo che permette la successione corretta della posizione di garanzia. Le consegne possono avere per oggetto un solo paziente o una sola situazione clinica, oppure anche un intero reparto. In quest’ultimo caso, sono discutibili le prassi storiche del “cambio a vista” che tradizionalmente contrassegna il personale di assistenza nella propria attività, laddove non seguito da un procedimento informativo vero e proprio.   L’affermarsi della posizione di garanzia in modo ampio ha fatto affermare la Cassazione che l’équipe sia da considerarsi una “entità unica e compatta e non come una collettività di professionisti” regolata dal principio dell’affidamento in cui ognuno deve svolgere il proprio ruolo salvo accorgersi dell’errore altrui e intervenire (Corte di Cassazione, IV sezione penale, sentenza 26 ottobre 2011, n. 46824).   Abbiamo visto che la posizione di garanzia permane fino alla trasmissione della posizione stessa ad altri professionisti. Nelle équipe operatorie si pone il problema dello “scioglimento anticipato” dell’équipe stessa che si verifica laddove uno dei suoi componenti si allontana prima della fine dell’atto operatorio. In questo caso diventa rilevante il motivo per cui lo scioglimento si è effettuato.   Se, infatti, lo scioglimento si è avuto per motivi dovuti alla semplicità delle operazioni residue da compiere o da impellente necessità di prestare assistenza a un altro caso urgente non vi è dubbio che non si possano addebitare profili di colpa al medico che si è allontanato.   Diverso è invece il fatto dello scioglimento anticipato dell’équipe, in assenza di valide giustificazioni, quando la presenza al completo dell’équipe stessa, può determinarne il successo. In questo caso permane la posizione di garanzia per il sanitario che si allontana. Bisogna però ricordare che, se è pure vero che l’intervento finisce con l’uscita del paziente dalla sala operatoria, la responsabilità si estende, come criterio di carattere generale, anche al periodo post operatorio gravando sul medico la persistenza della posizione di garanzia imponendo al medico stesso “l’affidamento legittimo e consapevole ad altri sanitari” debitamente informati e capaci (Corte di Cassazione, IV sezione penale, sentenza 6 aprile 2005, n. 22579).   Deve precisarsi però che lo scioglimento anticipato dell’équipe non è strettamente riconducibile all’abbandono del primo operatore. E’ stata infatti affermata la penale responsabilità del secondo operatore che si è allontanato dall’équipe, in assenza di altre esigenze organizzative professionali, lasciando solo il primo operatore alla fine di un intervento complesso della durata di dieci ore in cui lo stesso primo operatore risultava “provato” e che ha portato a un errore nella conta delle garze o, più correttamente, nella mancata ispezione del campo operatorio.   Il principio dell’affidamento E’ un principio caratterizzato dal principio della suddivisione del lavoro e dal fatto che ogni membro dell’équipe professionale è tenuto a rispettare, nella sua fase di lavoro e per le sue attività, le regole cautelari tese a prevenire il verificarsi di un evento lesivo. Al fine di permettere al singolo professionista, competente e responsabile della sua fase di lavoro, di concentrarsi sul suo specifico professionale, il principio dall’affidamento presuppone che il professionista non possa che fidarsi del comportamento di un altro collega. In base al principio dell’affidamento ogni membro può e deve contare sul corretto adempimento dei compiti altrui e ha l’obbligo di intervenire solo quando ravvisa l’errore di un altro membro dell’équipe.   Il principio dell’affidamento non può, però, tradursi in un obbligo generalizzato di controllo dell’operato degli altri membri dell’équipe, oltre a essere tenuto a operare diligentemente per la propria parte. L’eventuale addebito di responsabilità può essere giustificato solo laddove in concreto si possa accertare che oltre ai propri adempimenti era legittimo attendersi il controllo dell’operato altrui. Più difficilmente in caso di cooperazione sincronica più facilmente in caso di cooperazione diacronica.   La responsabilità di équipe tra posizione di garanzia e il principio dell’affidamento: quale prevalenza? La posizione di garanzia e il principio dell’affidamento sembrano due posizioni antitetiche all’interno della responsabilità di équipe. Da un lato si afferma un obbligo del professionista di attivarsi e di controllare quanto fatto precedentemente, dall’altro si afferma, invece, come principio quello della fiducia dell’operato precedente e delle altre figure professionali, fatto salvo ravvisarne l’errore.   Non vi è dubbio che oggi il principio prevalente nell’individuazione della responsabilità di équipe sia la posizione di garanzia di cui, però, il principio dell’affidamento ne costituisce un importante limite che permette, come abbiamo visto, a ogni professionista di concentrarsi sulla propria prestazione confidando sulla corretta prestazione degli altri membri dell’equipe.   Il principio dell’affidamento prevale nei rapporti tra professionisti di diversa specialità, con particolare riguardo alle prestazioni professionali iperspecialistiche non sindacabili da chi iperspecialista non è; prevale generalmente nella cooperazione professionale sincronica (es. lavoro in sala operatoria); prevale nella cooperazione professionale diacronica laddove sia impossibile controllare l’altrui precedente operato e laddove vi sia la trasmissione della posizione di garanzia attraverso documentate consegne di cui si presume la buona fede e la veridicità.   Il principio dell’affidamento però non può essere invocato nel momento in cui la condotta colposa di un membro dell’equipe si “concretizzi nell’inosservanza delle leges artis che costituiscono il bagaglio professionale di ciascun medico e di ciascun professionista sanitario”. In altre parole laddove l’errore sia rilevabile e riscontrabile si riespande la posizione di garanzia e non vale più il principio dell’affidamento.   Si pone a titolo di esempio la mancata conta delle garze in un intervento che non permette, ad esempio, all’infermiere strumentista di invocare il principio dell’affidamento nel momento in cui è, egli stesso, titolare della posizione di garanzia che impone, come regola cautelare, la conta stessa. Si riespande, invece, laddove nella conta lo strumentista affermi la giustezza della conta. In questo caso il chirurgo non può che “fidarsi” dell’operazione contabile effettuata, come del resto lo strumentista non può che “fidarsi” dell’ispezione del campo operatorio effettuata dal chirurgo.   In entrambi i casi assistiamo alla decisa attenuazione della responsabilità gerarchica e, nel caso delle équipe operatorie, del capo-équipe. La posizione di garanzia viene assunta da ogni professionista sanitario in virtù del suo essere professionista e non della posizione rivestita all’interno dell’organigramma aziendale. La giurisprudenza civilistica attribuisce a ogni membro dell’équipe la responsabilità, non soltanto dell’errore nei compiti a lui affidati, ma anche il controllo sull’operato degli errori altrui che siano “evidenti e non settoriali” indipendentemente dalla posizione gerarchica “sovra o sotto ordinata”  (Corte di Cassazione, III sezione civile, sentenza 29 gennaio 2018, n. 647007).   Questo aspetto vale anche nei rapporti tra diverse professioni per errori di natura medica non rilevati dal personale infermieristico (Corte di Cassazione, IV sezione penale, sentenza 16 gennaio 2015, n. 2192).   Questa posizione, però, non può essere estremizzata fino a negare il potere direttivo della figura apicale medica. Se è vero che le decisioni cliniche erronee della figura direttoriale, se non contrastate con un evidente dissenso, attribuiscono a titolo di colpa la responsabilità anche della figura non apicale è altresì vero, al contrario che laddove vi sia, nell’organizzazione del lavoro, un vero potere di direzione dell’attività diagnostica o terapeutica da svolgersi sincronicamente, un eventuale errore sia da ricondurre non a tutta l’équipe, ma al singolo che ha compiuto l’errore come nel caso del primo operatore chirurgico il cui operato esatto può sfuggire, in talune fasi, anche al secondo operatore.   Il rapporto tra la posizione di garanzia e il principio dell’affidamento è da valutarsi di volta in volta in quanto la mera applicazione del principio dell’affidamento, notano i supremi giudici, “consentirebbe a ogni operatore di disinteressarsi completamente dell’operato altrui, con i conseguenti rischi legati a possibili difetti di coordinamento tra i vari operatori”.   Sull’altro versante l’applicazione della posizione di garanzia, senza temperamenti, attribuirebbe agli altri membri dell’équipe il riconoscimento di un’automatica responsabilità aprioristica che non può invece essere riconosciuta senza una ricostruzione dei ruoli e della verifica di ogni sanitario all’interno dell’équipe (Corte di Cassazione, IV sezione penale, sentenza 21 dicembre 2017, n. 2354).   Luca Benci Giurista   Ps: Il probema è che manca un riferimento giuridico preciso allla responsabilità d'équipe. I temi trattati in questo articolo sono decisamente complessi in quanto tutti incentrato sul versante della dottrina e della giurisprudenza che hanno tentato di superare la lacuna del nostro ordinamento giuridico di un articolo di legge sulla responsabilità di équipe.   Il nostro codice penale incentra infatti tutta la costruzione della responsabilità sul modello della responsabilità del singolo. Inizialmente quindi si attribuiva tutta la responsabilità al più alto in grado – primario o primo operatore – con relativa deresponsabilizzazione degli altri membri dell’équipe.   Con le costruzioni del principio dell’affidamento e della posizione di garanzia si è voluto ovviare a questa mancanza, inizialmente dando maggiore importanza al primo e, successivamente negli ultimi anni, con la prevalenza della posizione di garanzia. Il punto di incontro dei due principi deve essere contemperato caso per caso in sede di giudizio. (L.B.)  Fonte.www.quotidianosanità.it
Ddl antiviolenza
Quotidiano Sanità,   16/01/2019
Ddl Antiviolenza. Fnomceo: “Sia trasformato in decreto e si riconosca a personale sanitario la qualifica di pubblico ufficiale” Audizione della Federazione degli ordini dei medici in commissione Igiene e Sanità sul disegno di legge per contrastare le aggressioni ai sanitari. Emersa anche la possibilità di inserire, sempre nei pronto soccorso, una figura di ‘mediatore’, che, per formazione, sia in grado di disinnescare i conflitti, e la necessità di mettere in sicurezza i presidi di guardia medica e gli ambulatori, non lasciando i colleghi a fare i turni da soli in zone isolate. IL TESTO 16 GEN - “Bene il Disegno di Legge sulla violenza contro gli operatori sanitari, fortemente voluto dal Ministro Grillo e da tutto il Governo, ma occorre fare di più: integrarlo con gli spunti presenti in altri progetti di Legge e, ancor meglio, trasmutarlo in un Decreto Legge, in modo da approvarlo più velocemente”. È questo, in estrema sintesi, quanto rappresentato dal Presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, ascoltato questa mattina in Audizione presso la Commissione Igiene e Sanità del Senato, in merito al Disegno di Legge n° 867, “Disposizioni in materia di Sicurezza per gli esercenti le professioni sanitarie nell’esercizio delle loro funzioni”.   “Questa Federazione apprezza lo sforzo fatto dal Governo e le disposizioni contenute nel disegno di legge e in particolare quelle di cui all’art. 2 (Circostanze aggravanti), volto a prevedere un’aggravante per chi commetta il fatto con violenza o minaccia in danno degli esercenti le professioni sanitarie – si legge infatti nel Testo depositato, firmato dal Presidente -. La FNOMCeO ritiene che la situazione dei nostri medici, dei nostri infermieri, dei nostri operatori sia gravissima, rappresenti una vera emergenza di sanità pubblica che mina alla base il nostro Servizio Sanitario nazionale e necessiti di un intervento legislativo immediato”.   “Al tempo stesso – aggiunge Anelli - questa Federazione ritiene che al personale medico e sanitario dovrebbe essere riconosciuta la qualifica di pubblico ufficiale, affinché l'azione penale si avvii d'ufficio e non a seguito di denuncia di parte, sollevando così le vittime dall'onere di denunciare i loro aggressori, che può rappresentare un pesantissimo condizionamento psicologico per la paura di subire ritorsioni”.   “Apprezziamo sicuramente l’impegno dei Gruppi parlamentari, che hanno dimostrato la loro sensibilità presentando vari disegni di legge sulla materia; ci appelliamo ora al Parlamento perché, superando ogni possibile divisione e orientamento, unifichi gli sforzi per approvare in tempi brevi il disegno di legge di iniziativa governativa e al Governo perché possa valutare di utilizzare lo strumento della decretazione d’urgenza – conclude Anelli - Questa Federazione auspica ad ogni modo che il disegno di legge di iniziativa governativa, durante l’iter parlamentare, si arricchisca degli spunti presenti in altri disegni di legge presentati sulla materia  in modo da avere in tempi rapidi una legge efficace per arginare quella che sta diventando una vera emergenza di sanità pubblica”.   A corroborare le tesi presentate nel testo, che alleghiamo in versione integrale, anche la mozione approvata, sul tema, nel corso dell’ultimo Consiglio Nazionale, il 14 dicembre scorso.   Rispondendo alle domande dei Senatori, Anelli ha poi fatto emergere la necessità di una riforma a 360 gradi del sistema delle cure.   “Il mancato rinnovo dei contratti, contro il quale, per protestare, domani i colleghi scenderanno in piazza, non è che uno dei risvolti negativi dovuti a un’inerzia generale rispetto a una vera riforma della nostra sanità - ha affermato Anelli, di rimando al Senatore Giuseppe Pisani che faceva presente l’accesso massivo, e spesso inappropriato, dei cittadini al pronto soccorso, che allunga i tempi di attesa, creando situazioni di conflittualità -. Il rinnovo potrebbe essere un’occasione per riflettere sulla coerenza dei modelli, sia ospedalieri che territoriali, alla situazione attuale”.    Dal dibattito è emersa anche la possibilità di inserire, sempre nei pronto soccorso, una figura di ‘mediatore’, che, per formazione, sia in grado di disinnescare i conflitti, e la necessità di mettere in sicurezza i presidi di guardia medica e gli ambulatori, non lasciando i colleghi a fare i turni da soli in zone isolate.   “La solitudine è uno dei principali fattori di rischio, perché fa apparire il collega vulnerabile e alla mercé di chi vuole compiere azioni brutali – ha concluso Anelli -. Paola Labriola era sola quando fu uccisa da un suo paziente nel centro di Salute Mentale del quale aveva più volte denunciato, anche ai Carabinieri, la mancata sicurezza; sole erano Maria Monteduro e Roberta Zedda, guardie mediche uccise in provincia di Lecce e di Oristano. Come sola era Serafina Strano, la dottoressa rimasta in balia di uno stupratore a Trecastagni, Catania”.        Fonte.www.quotidianosanità.it
Aiop
Quotidiano Sanità,   16/01/2019
“Pari doveri, ma anche pari diritti con il pubblico. Siamo anche noi Servizio sanitario nazionale”, l’ospedalità privata accreditata chiede un nuovo Patto con Governo e Regioni Presentato oggi  a Roma il 16° Rapporto annuale “Ospedali & Salute 2018” promosso dall'Aiop. Focus su liste d'attesa e Pronto soccorso. La presidente Cittadini: “La presenza in Italia di una grande rete di aziende ospedaliere di diritto privato è una opportunità rilevante per il Ssn, per erogare prestazioni di qualità, una riserva di operatività e di flessibilità a servizio di tutto il sistema”. Coletto e Siri: “Nessun pregiudizio da parte di questo governo. Per noi anche voi siete il Ssn”. LA RELAZIONE. LA SINTESI DEL RAPPORTO 16 GEN - “Siamo una componente essenziale e integrante del Ssn. E vogliamo fare la nostra parte, per questo siamo pronti e disponibili ad aprire un tavolo di concertazione con il Ministero della Salute per risolvere le criticità del Ssn a partire dal problema delle liste di attesa. Il Governo deve assumere consapevolezza che va rimosso il tetto imposto dal Decreto legge del 2012, anche per consentire il rinnovo dei contratti nazionali per quei lavoratori che operano nella componente di diritto privato del Ssn. Una rapida e positiva chiusura del contratto darebbe un segnale forte di efficienza e attenzione al mondo del lavoro”. Ha messo le carte sul tavolo Barbara Cittadini, Presidente dell’Associazione Italiana Ospedalità Privata (Aiop) nella sua relazione per la presentazione, oggi in Senato, del 16° Rapporto annuale “Ospedali & Salute 2018” promosso dall’Associazione e realizzato dalla società Ermeneia - Studi & Strategie di Sistema. Un’opportunità questa della presentazione del Rapporto, ha sottolineato la Presidente: “Per rilevare le criticità del Ssn ma anche le soluzioni che potrebbero consentire di arrivare ad una loro risoluzione”.   La crisi del sistema. È un Ssn sottoposto a un definanziamento costante ed ingravescente in rapporto al Pil, quello descritto dalla Cittadini. Un Servizio sanitario che si sta allontanando dai principi dettati dal legislatore 40 anni fa, quando fu istituito, dalle necessità del Paese e dai bisogni dei cittadini. “Oltre all’esiguità dei fondi destinati al Ssn rispetto al Pil – ha detto– occorre rilevare l’adozione di scelte di politica sanitaria che non consentono di investire nell’ambito dell’innovazione, garantendo uno sviluppo del settore; presupposti indispensabili, perché il nostro Sistema mantenga quei livelli di qualità, che l’hanno sempre caratterizzato”.   E ancora, aggiunge “va considerato il progressivo logoramento dei servizi garantiti dalla componente pubblica che, sovente, presenta fenomeni di riduzione quantitativa e di indebolimento qualitativo delle prestazioni; fenomeni che portano non solo disagi ai pazienti e alle loro famiglie ma, anche, dei rimandi o delle rinunce alle cure, come pure il ricorso, in costante crescita, all’out-of-pocket o alla mobilità sanitaria extraregionale”.   “Al riguardo – aggiunge – occorre precisare come il ripristino della libertà di scelta del luogo di cura per tutte le patologie e in tutte le regioni significherebbe, anche, innescare un meccanismo virtuoso che, se correlato ad una reale e generale applicazione del pagamento a prestazione nel finanziamento di tutti gli erogatori pubblici e privati, potrebbe incentivare l’investimento, la competizione virtuosa e lo sviluppo di centri e di reti di eccellenza, contribuendo, in modo determinante, a mantenere il nostro Ssn equiparabile con i migliori sistemi di welfare sanitario in Europa”.   Le criticità del sistema sono molteplici, ha quindi ricordato la presidente Aiop. Si va dalla rinuncia a visite o accertamenti specialistici per problemi di liste di attesa, come indicato dai dati Istat e confermato dal Rapporto Aiop, per passare all’evidente differenziazione dell’offerta sui territori e all’interno di essi. Il risultato? Il profilarsi di diseguaglianze sociali sempre più gravi e inaccettabili.   Liste di attesa e Pronto soccorso. Non a caso il Rapporto Aiop 2019 ha puntato i riflettori su liste di attesa e utilizzo improprio del pronto soccorso, cartine al tornasole delle criticità che gravano sulla sanità italiana In particolare sul fenomeno delle liste di attesa, che in un anno ha interessato una o più volte quasi 4 persone adulte su 10, è “improcrastinabile”, suggerisce Cittadini “l’esigenza di aumentare l’offerta di servizi erogati, consentendo ai cittadini di operare la libertà di scelta del luogo di cura e implementare l’erogazione dei nuovi Lea”.   Da qui, l’invito al Governo a rimuovere il tetto di spesa alle prestazioni sanitarie dei privati accreditati imposto dal DL 95 del 2012, sulla spending review, pieta di inciampo per l’ospedalità accreditata. Un’eliminazione che consentirebbe anche, rimarca Cittadini “Il rinnovo dei contratti nazionali per quei lavoratori che operano nella componente di diritto privato del Ssn, per garantire un Servizio che sia all’altezza delle aspettative di un Paese moderno e civile”.   Il Ssn è una risorsa preziosa per il Paese che rischia di essere smarrita, sottolinea quindi con forza la Presidente: “È indispensabile che tutti coloro che hanno responsabilità di sistema ne assumano piena consapevolezza: Governo, Regioni e operatori a tutti i livelli. Sono necessari un rinnovato impegno finanziario e una maggiore condivisione d’intenti fra la componente di diritto privato e quella di diritto pubblico del Ssn, che dovrebbero lavorare insieme in maniera più sinergica”.   Insomma, pubblico e privato, hanno un obiettivo comune: assicurare un’assistenza sanitaria in termini universalistici, efficiente ed efficace. Per questo, sottolinea l’Aiop “bisogna lavorare insieme”.   “La presenza in Italia, infatti, di una grande rete di aziende ospedaliere di diritto privato è una opportunità rilevante per il Ssn, un prezioso strumento per erogare prestazioni di qualità, una riserva di operatività e di flessibilità a servizio di tutto il sistema – ha ricordato Cittadini – le nostre strutture sanitarie si avvalgono della professionalità di 12mila medici, 26mila infermieri e tecnici e di oltre 32mila operatori socio- sanitari, impegnando meno del 7% delle risorse che il Ssn assegna all’attività ospedaliera e con indicatori di performance sovrapponibili a quelli delle strutture pubbliche”. Ma, avverte “senza l’adozione di politiche sanitarie adeguate, la rete Aiop da sola, così come tutto il resto degli altri operatori privati, non è in grado di garantire l’universalità delle prestazioni”.   Per l’Aiop, il Sistema necessita di una manutenzione, mettendo a sistema responsabilità e riconoscimenti economici sia dell’ospedalità pubblica che di quella privata accreditata e “non solo perché lo prevede la legge ma, anche, perché è interesse oggettivo del Paese valorizzare entrambe le componenti delle quali occorre utilizzare e rendere efficienti le rispettive potenzialità”. E le strutture private accreditate, rimarca Cittadini “fanno parte del sistema ospedaliero”.   Molto ha fatto l’ospedalità privata accreditata: ha reagito adattandosi alla contrazione delle fonti di finanziamento e all’evoluzione dei modelli organizzativi. “A differenza di quanto registrato nella componente pubblica – prosegue Cittadini –  non ci si è, infatti, concentrati sulla contrazione dei costi, ma sulla razionalizzazione degli stessi, investendo sul cambiamento, efficientando l’offerta, rispondendo a requisiti e setting assistenziali nuovi, e continuando a capitalizzare in strutture, tecnologie, farmaci innovativi e formazione dei professionisti”.   Soluzioni, aggiunge “che, dalle strutture accreditate, potrebbero - e anzi dovrebbero - essere estese alle strutture pubbliche, in modo da contribuire ad aumentare l’efficienza dell’intero sistema, trasferendo indicatori di qualità ed attrattività che, nel tempo, divengono pratica comune e standard condiviso per tutti gli operatori”.   In sostanza “valorizzare entrambe le componenti consentirebbe di migliorare il livello complessivo del sistema, adottando soluzioni che siano realmente di pari trattamento, di pari valutazione dei risultati e di pari trasparenza della gestione.   Le proposte Aiop. Cittadini lancia quindi le sue proposte per uscire dall’impasse. “Prima di pensare alle modifiche strutturali, che richiedono tempo, nell’immediato, si potrebbe pensare ad efficientare il Sistema, incentivando alcuni settori e/o prestazioni dei quali si avverte maggiore bisogno, in base al dato epidemiologico. E per questo, al fine di un reale efficientamento del Sistema, da tempo, AIOP propone di:   1) tornare a riprendere quel percorso di aziendalizzazione, intrapreso e mai completato, con il ritorno al pagamento a prestazione, anche per il comparto pubblico, che deve essere ricondotto con efficaci piani industriali all’equilibrio fra costi e ricavi in tempi certi e misurabili; 2) attivare un vero sistema premiale, che riconosca gli sforzi delle organizzazioni e dei manager migliori, e che al contempo disincentivi, in modo netto, le gestioni disfunzionali o inefficaci; 3) inserire elementi crescenti di competizione virtuosa, tra erogatori con diversa natura giuridica all’interno di un unico percorso di accreditamento; 4) prevedere la terzietà dei controlli, per superare il conflitto di interessi di un erogatore pubblico che è, al contempo, controllore e controllato.   “Il futuro è una scelta e non una fatalità – aggiunge – speriamo, che per una volta, il Paese scelga di scegliere. Ignorare i problemi di oggi, infatti, significherebbe sprecare l’opportunità di poterli governare. Aiop, come sempre, è disponibile ad un confronto virtuoso e sinergico per individuare, con chi è stato chiamato ad operare la programmazione sanitaria, la migliore soluzione possibile tenuto conto delle risorse necessarie ma, anche, di quelle disponibili e, soprattutto, delle non poche e irrilevanti mutazioni di contesto intervenute in questi quarant’anni. Una soluzione – ha chiosato – che, condividiamo tutti, deve avere come obiettivo un diritto che, ancora oggi, la nostra Costituzione tutela: la salute”.   Ester Maragò Fonte.www.quotidianosanità.it
Anaao:aggressioni in sanità
Quotidiano Sanità,   15/01/2019
Aggressioni in Sanità. Palermo (Anaao): “Servono finanziamenti per arginare il fenomeno” Il segretario nazionale al convegno promosso dall’Anaao Campania, al quale hanno partecipato esponenti dei maggiori schieramenti politici: M5S, Lega, Forza Italia, Pd e Articolo 1 - Movimento Democratico e Progressista, che si sono detti disponibili a sostenere nuove proposte normative. Qualifica di pubblico ufficiale ai medici, formazione, piano assunzioni, edilizia sanitaria, valorizzazione del risk management tra i punti cardine delle iniziative. 15 GEN - Il problema delle aggressioni contro il personale sanitario “non può essere risolto con una proposta di deterrenza. Il medico salva la vita, non se ne parla abbastanza. Servono finanziamenti per arginare il fenomeno”. Ad affermarlo Carlo Palermo, segretario nazionale AnaooAssomed, in occasione del convegno organizzato dall’AnaaoAssomed Campania presso l’aula magna del C.T.O di Napoli, dal titolo “Aggressioni in Sanità: la salute degli Operatori”. Anaao-Assomed è riuscita a riunire attorno ad un tavolo gli esponenti dei più importanti schieramenti politici, per dare un impulso definitivo al fenomeno delle aggressioni agli operatori sanitari. Un trend in forte crescita e ancora troppo sottaciuto. I lavori, introdotti da Marlene Giugliano hanno visto la supervisione di Bruno Zuccarelli, vice segretario nazionale AnaaoAssomed e il coordinamento di Vincenzo Bencivenga, segretario regionale AnaaoAssomed. In quattro sessioni si è fatta chiarezza sulle dinamiche del fenomeno attraverso un’analisi compiuta di tutte le dimensioni in gioco; genesi delle aggressioni, compromissione psichica degli operatori, carenze strutturali e gestionali. L’emergenza nell’emergenza è rappresentata anche dalla carenza di personale e dalla rottura del “patto terapeutico” medico-paziente. A fare il punto su quanto emerso è una nota dell’Anaao Assomed, che spiega come Palermo abbia proposto anche una riflessione sulla necessità che “formazione, programmazione e contratti ritornino sotto l’egida del ministero della Salute”. Costantino Troise, presidente nazionale AnaaoAssomed, ha evidenziato come “tra sicurezza delle cure e l’aggressività ci sono diversi aspetti di similitudine. Due facce stessa medaglia. Il medico è la figura che meglio si è prestata come capro espiatorio. Non tutto ciò che è dannoso nell’evento clinico è sempre imputabile ad errore umano”. Secondo Pina Castiello (Lega), “il problema è serio e riguarda l’intero Paese. Tutte le patate bollenti arrivano nelle nostre mani, ma noi le accogliamo benché ci siamo insediati da pochi mesi. La qualifica di pubblico ufficiale è una richiesta legittima”. Michela Rostan (Articolo 1, Movimento Democratico e Progressista) ha spiegato che la sua proposta di attribuire agli operatori la qualifica di pubblico ufficiale secondo il Ministro della Salute Giulia Grillo, “poteva sembrare troppo esorbitante per i medici con aggravio di tempo e spese. Al Sud è più facile ricorrere alle mani; è un fenomeno tipico di certi contesti socio-culturali”. Paolo Russo (Forza Italia) ha sostenuto che “l’inasprimento delle pene non ha mai sortito effetto. A Napoli ci sono addirittura presìdi di pronto soccorso ancora senza triage. Proponiamo una norma di premialità o penalità dei dirigenti sul risk management”. Secondo Paolo Siani (Pd) “è necessaria un’alleanza per una modifica alla norma e procedere con la denuncia d'ufficio. Mi impegno con tutti i tempi che la politica impone”. Manuel Tuzi (M5S) dichiara: “Strutture fatiscenti, carenza di personale. Veniamo da tre anni di tagli alla Sanità. Puntiamo su edilizia sanitaria, osservatorio nazionale e “patto urbano” sindaci-prefetture-ospedali. No al medico pubblico ufficiale, sì alla modifica del articolo 61 del c.p.”. Enrico Coscioni, consigliere del Presidente della Regione Campania per la Sanità: “I codici del triage sono importanti. La condizione di pubblico ufficiale la ritengo utile perché il camice bianco rappresenterebbe una divisa”. Secondo Tonino Aceti di Tdm-Cittadinanzattiva “fenomeni di aggressività hanno alla base carenza di fiducia nei confronti dei sanitari. La credibilità passa per l'organizzazione dei servizi efficaci ed efficienti che creerebbero meno episodi di violenza. Bruno Chignoli, Anaao Campania, richiama la legge 81 che regola il lavoro e ricorda “che la denuncia scatta dopo 3 giorni di prognosi. Il lavoro è terra sindacale: turnazioni, personale impiegato oltre le 48 ore. Per svolgere il lavoro c’è bisogno di uno stato di salute compatibile con il lavoro svolto”. Secondo Vincenzo Arbucci, ancora Anaao Campania, “è necessario un programma sistemico basato su formazione e comunicazione. Possiamo chiedere alle direzioni aziendali l’applicazione della raccomandazione n.8 e integrarla con altri modelli europei. Fonte.www.quotidianosanità.it
Oms:piano quinquennale
Quotidiano Sanità,   15/01/2019
Parte il nuovo Piano quinquennale dell’Oms. Ecco le 10 tematiche al centro delle azioni nel 2019. Tra queste i vaccini: “Riluttanza a somministrarli mette a rischio la salute globale” Dai vaccini al potenziamento dell'assistenza sanitaria primaria. Ma anche lotta all'inquinamento e alle terribili malattie ancora pericolosissime in molti Paesi come Ebola, Mers e Sars. E poi continuare gli sforzi contro l'antibiotico resistenza e i programmi di monitoraggio e contrasto alla minaccia che Oms giudica sempre incombente di una pandemia influenzale globale. Queste alcune delle tematiche al centro del piano di azione Oms 2019-2023.  15 GEN - Dai focolai di malattie prevenibili con vaccino come il morbillo e la difterite alle aumentate segnalazioni di agenti patogeni resistenti ai farmaci, dai tassi crescenti di obesità e inattività fisica agli impatti sulla salute dell'inquinamento ambientale e dei cambiamenti climatici e molteplici crisi umanitarie: parte con i suoi dieci obiettivi il piano strategico quinquennale, il 13° programma generale di lavoro dell'Oms per affrontare queste e altre minacce presentato nel settembre scorso.  Il piano si concentra sull’obiettivo del triplo miliardo: assicurando che 1 miliardo di persone in più beneficino dell'accesso alla copertura sanitaria universale, 1 miliardo di persone in più sono protette dalle emergenze sanitarie e 1 miliardo in più di persone godano di una salute e di un benessere migliori.    E per il 2019, primo anno di azione del piano quinquennale, l'Oms ha già indicato le dieci tematiche sulle quali si concentreranno le diverse iniziative programmate:   1. Inquinamento atmosferico e cambiamenti climatici Nove persone su dieci respirano aria inquinata ogni giorno. Nel 2019 l'inquinamento atmosferico è considerato dall'Oms il maggior rischio ambientale per la salute.    Gli inquinanti microscopici presenti nell'aria possono penetrare nei sistemi respiratori e circolatori, danneggiando i polmoni, il cuore e il cervello, uccidendo ogni anno 7 milioni di persone con malattie come cancro, ictus, malattie cardiache e polmonari.    Circa il 90% di questi decessi avviene nei paesi a basso e medio reddito, con elevati volumi di emissioni dall'industria, dai trasporti e dall'agricoltura, nonché da fornelli e combustibili sporchi nelle case.     Rimuovere la causa principale dell'inquinamento atmosferico (combustione di combustibili fossili) è anche un importante contributo al cambiamento climatico, che influisce sulla salute delle persone in modi diversi. Tra il 2030 e il 2050, si prevede che il cambiamento climatico causerà 250.000 ulteriori decessi all'anno, da malnutrizione, malaria, diarrea e stress da calore.    Nell'ottobre 2018, l'Oms ha tenuto la sua prima Conferenza globale sull'inquinamento atmosferico e la salute a Ginevra. I paesi e le organizzazioni hanno sottoscritto più di 70 impegni per migliorare la qualità dell'aria.    Quest'anno, il Vertice sul clima delle Nazioni Unite a settembre mirerà a rafforzare l'azione per il clima e le ambizioni in tutto il mondo. Anche se tutti gli impegni presi dai paesi per l'accordo di Parigi sono stati raggiunti, il mondo è ancora in una fase di riscaldamento di oltre 3 ° C in questo secolo.   2. Malattie non trasmissibili Le malattie non trasmissibili, come il diabete, il cancro e le malattie cardiache, sono collettivamente responsabili di oltre il 70% di tutti i decessi in tutto il mondo: 41 milioni di persone. Questo include 15 milioni di persone che muoiono prematuramente tra i 30 e i 69 anni.    Oltre l'85% di questi decessi prematuri si verifica nei paesi a basso e medio reddito. L'aumento di queste malattie è stato determinato da cinque principali fattori di rischio: consumo di tabacco, inattività fisica, uso dannoso di alcol, diete malsane e inquinamento atmosferico. Questi fattori di rischio aggravano anche i problemi di salute mentale, che possono essere presenti fin dalla tenera età: metà di tutte le malattie mentali inizia all'età di 14 anni, ma la maggior parte dei casi passa inosservata e non curata e il suicidio è la seconda causa di morte tra 15-19 anni.   Tra le molte attività, quest'anno l'Oms collaborerà con i governi per aiutarli a raggiungere l'obiettivo globale di ridurre l'inattività fisica del 15% entro il 2030, attraverso azioni come l'implementazione del toolkit di politiche ACTIVE per aiutare più persone a essere attive ogni giorno.   3. Pandemia influenzale globale Il mondo affronterà un'altra pandemia influenzale e non si sa quando colpirà e quanto sarà grave.  L'Oms monitora costantemente la circolazione dei virus influenzali per rilevare potenziali ceppi pandemici: 153 istituzioni in 114 paesi sono coinvolte nella sorveglianza e nella risposta globali.    Ogni anno, l'Oms raccomanda quali ceppi dovrebbero essere inclusi nel vaccino antinfluenzale per proteggere le persone dall'influenza stagionale. Nel caso in cui un nuovo ceppo influenzale sviluppi un potenziale pandemico, l'Oms ha creato una partnership unica con tutti i principali attori per garantire un accesso efficace ed equo alla diagnostica, ai vaccini e agli antivirali (trattamenti), specialmente nei paesi in via di sviluppo.    4. Situazioni fragili e vulnerabili Più di 1,6 miliardi di persone (il 22% della popolazione mondiale) vivono in luoghi in cui crisi prolungate (attraverso una combinazione di sfide come la siccità, carestia, conflitti e sfollamento della popolazione) e servizi sanitari deboli li lasciano senza accesso alle cure di base.    Esistono situazioni fragili in quasi tutte le regioni del mondo, e queste sono le aree in cui metà degli obiettivi chiave degli obiettivi di sviluppo sostenibile, compresi quelli relativi alla salute dei bambini e della madre, rimangono insoddisfatti.    L'Oms continuerà a lavorare in questi paesi per rafforzare i sistemi sanitari in modo che siano meglio preparati a rilevare e rispondere alle epidemie e in grado di fornire servizi sanitari di alta qualità, compresa l'immunizzazione.   5. Resistenza antimicrobica Lo sviluppo di antibiotici, antivirali e antimalarici sono stati alcuni dei più grandi successi della medicina moderna.  La resistenza antimicrobica - la capacità di batteri, parassiti, virus e funghi di resistere a questi farmaci - rischia di far tornare a un periodo in cui non si era in grado di trattare facilmente infezioni come polmonite, tubercolosi, gonorrea e salmonellosi. L'incapacità di prevenire le infezioni potrebbe compromettere seriamente la chirurgia e le procedure come la chemioterapia.    La resistenza ai farmaci contro la tubercolosi è un forte ostacolo alla lotta contro una malattia che causa la morte di circa 10 milioni di persone e 1,6 milioni di morti ogni anno. Nel 2017, circa 600 000 casi di tubercolosi si sono dimostrati resistenti alla rifampicina, il farmaco di prima linea più efficace, e l'82% di queste persone aveva tubercolosi multiresistente.    La resistenza ai farmaci è legata all'uso eccessivo di antimicrobici nelle persone, ma anche negli animali, specialmente quelli usati per la produzione alimentare, così come nell'ambiente. L'Oms sta lavorando con questi settori per attuare un piano d'azione globale per affrontare la resistenza antimicrobica aumentando la consapevolezza e la conoscenza, riducendo le infezioni e incoraggiando un uso prudente degli antimicrobici.    6. Ebola e altri agenti patogeni ad alta minaccia Nel 2018, la Repubblica Democratica del Congo ha sopportato due epidemie di Ebola separate, entrambe diffuse in più di 1 milione di persone. Una delle province interessate è anche in una zona di conflitto attiva .   Questo dimostra che il contesto in cui scoppia un'epidemia di un agente patogeno ad alto rischio come l'Ebola non si applica sempre alle aree urbane densamente popolate o aree colpite dal conflitto.    In una conferenza sulla preparazione alle emergenze di salute pubblica tenutasi lo scorso dicembre, i partecipanti dei settori della sanità pubblica, della salute degli animali, dei trasporti e del turismo si sono concentrati sulle crescenti sfide nel combattere epidemie e emergenze sanitarie nelle aree urbane. Hanno chiesto all'Oms e ai partner di designare 2019 come "Anno di azione sulla preparazione per le emergenze sanitarie".    Il progetto di R & S dell'Oms identifica malattie e agenti patogeni potenzialmente in grado di provocare un'emergenza sanitaria pubblica, ma manca di trattamenti e vaccini efficaci. Questa lista per ricerca e sviluppo prioritari include Ebola, molte altre febbri emorragiche, Zika, Nipah, sindrome respiratoria del Medio Oriente, coronavirus (MERS-CoV) e sindrome respiratoria acuta grave (SARS) e malattia X, e rappresenta la necessità di prepararsi per un patogeno sconosciuto che potrebbe causare un'epidemia grave.   7. Potenziamento dell'assistenza sanitaria primaria L'assistenza sanitaria di base è di solito il primo punto di contatto che le persone hanno con il proprio sistema di assistenza sanitaria e, idealmente, dovrebbe fornire un'assistenza completa, accessibile e basata sulla comunità per tutta la vita.    L'assistenza sanitaria di base può soddisfare la maggior parte dei bisogni di salute di una persona nel corso della propria vita. Sono necessari sistemi sanitari con una forte assistenza sanitaria di base per ottenere una copertura sanitaria universale.    Eppure, molti paesi non hanno adeguate strutture di assistenza sanitaria di base. Questa negligenza può essere dovuta a una mancanza di risorse nei paesi a basso o medio reddito, ma forse anche un focus negli ultimi decenni sui singoli programmi di malattia. Nell'ottobre 2018, l'Oms ha co-ospitato una grande conferenza mondiale ad Astana, Kazakistan, in cui tutti i paesi si sono impegnati a rinnovare l'impegno per l'assistenza sanitaria di base redatta nella dichiarazione di Alma-Ata del 1978.     Nel 2019, l'Oms lavorerà con i partner per rivitalizzare e rafforzare l'assistenza sanitaria di base nei paesi e dare seguito agli impegni specifici presi da nella Dichiarazione di Astana.   8. Vaccinazioni Esitare a somministrare un vaccino - riluttanza o rifiuto di vaccinare nonostante la disponibilità di vaccini - rischia di invertire i progressi compiuti nella lotta contro le malattie prevenibili.    La vaccinazione è uno dei modi più economici ed efficaci per evitare la malattia: attualmente impedisce 2-3 milioni di morti all'anno e 1,5 milioni potrebbero essere evitati se la copertura globale delle vaccinazioni migliorasse.    Il morbillo, ad esempio, ha registrato un aumento del 30% dei casi a livello globale. Le ragioni di questo aumento sono complesse e non tutti questi casi sono dovuti all'esitazione al vaccino. Tuttavia, alcuni paesi che erano vicini all'eliminazione della malattia hanno visto una rinascita del rischio.    I motivi per cui le persone scelgono di non vaccinare sono complessi; un gruppo consultivo sui vaccini l'Oms ha identificato il compiacimento, la difficoltà nell'accedere ai vaccini e la mancanza di fiducia come le ragioni chiave che alla base dell'esitazione. Gli operatori sanitari, in particolare quelli delle comunità, rimangono il consulente e l'influencer più fidato delle decisioni di vaccinazione e devono essere supportati per fornire informazioni attendibili e credibili sui vaccini.    Nel 2019, l'Oms aumenterà il lavoro per eliminare il cancro della cervice uterina in tutto il mondo aumentando la copertura del vaccino HPV, tra gli altri interventi. Il 2019 potrebbe anche essere l'anno in cui la trasmissione del poliovirus selvaggio sarà fermata in Afghanistan e Pakistan. L'anno scorso, in entrambi i paesi sono stati segnalati meno di 30 casi. L'Oms e i partner si sono impegnati a sostenere questi paesi a vaccinare ogni ultimo bambino per sradicare definitivamente questa malattia paralizzante.     9. Dengue La dengue, una malattia trasmessa dalle zanzare che provoca sintomi simil-influenzali e può essere letale e uccidere fino al 20% dei soggetti con grave dengue ed è stata una minaccia crescente per decenni.    Un numero elevato di casi si verifica nelle stagioni piovose in paesi come il Bangladesh e l'India. Ora, la stagione in questi paesi si sta allungando in modo significativo (nel 2018, il Bangladesh ha visto il più alto numero di morti in quasi due decenni) e la malattia si sta diffondendo in paesi meno tropicali e più temperati come il Nepal, che non hanno tradizionalmente visto la malattia.    Si stima che il 40% del mondo sia a rischio di febbre dengue e ci sono circa 390 milioni di infezioni all'anno. La strategia di controllo della Dengue dell'Oms mira a ridurre le morti del 50% entro il 2020.    10. HIV I progressi compiuti contro l'HIV sono stati enormi in termini dei test per le persone, di fornire loro antiretrovirali (22 milioni sono in trattamento) e fornire accesso a misure preventive come la profilassi pre-esposizione (PrEP, che è quando le persone a rischio L'HIV prende antiretrovirali per prevenire l'infezione).    Tuttavia, l'epidemia continua a essere presente con quasi un milione di persone ogni anno che muoiono di HIV / AIDS. Dall'inizio dell'epidemia, oltre 70 milioni di persone hanno contratto l'infezione e circa 35 milioni di persone sono morte. Oggi, circa 37 milioni di persone nel mondo vivono con l'HIV.   Raggiungere persone come le prostitute, le persone in prigione, gli uomini che fanno sesso con uomini o le persone transgender è estremamente difficile. Spesso questi gruppi sono esclusi dai servizi sanitari. Un gruppo sempre più colpito dall'HIV sono giovani ragazze e donne (di età compresa tra i 15-24 anni), che sono particolarmente ad alto rischio e rappresentano 1 su 4 infezioni da HIV nell'Africa sub-sahariana, nonostante siano solo il 10% della popolazione.    Quest'anno, l’Oms lavorerà con i paesi per sostenere l'introduzione di auto-test in modo che più persone che vivono con l'HIV conoscano il loro status e possano ricevere un trattamento (o misure preventive nel caso di un risultato negativo del test). Una delle attività sarà quella di agire sulla nuova guida annunciata nel dicembre 2018 dall'Oms e dall'Organizzazione internazionale del lavoro per supportare le aziende e le organizzazioni a offrire l'auto-test dell'HIV sul posto di lavoro. Fonte.www.quotidianosanità.it
Comma 687:Cimo
Quotidiano Sanità,   15/01/2019
Comma 687. Cimo: “È una mancia politica alle Regioni su fondi non accantonati per contratto scaduto” Per il sindacato la misura contenuta in manovra “non può annullare di fatto un contratto scaduto, riconosciuto nella legalità e negli effetti economici dovuti, effetti economici che vanno erogati a prescindere dal rientro dei dirigenti amministrativi nell’area della sanità”. 14 GEN - Il sindacato dei medici CIMO ritiene “che il comma 687 della Legge di Bilancio 2019 non può annullare di fatto un contratto scaduto, riconosciuto nella legalità e negli effetti economici dovuti, effetti economici che vanno erogati a prescindere dal rientro dei dirigenti amministrativi nell’area della sanità. E ritiene che la nuova norma favorisca ulteriormente quelle Regioni che non sanno come uscire da un contratto 2016-2018 le cui risorse non sono state o sono solo parzialmente state accantonate”.   Oltre al dibattito sollevato dalle più importanti rappresentanze del mondo della sanità, CIMO intende “far emergere ulteriori elementi di riflessione che sono insiti nell’assoluta gravità, in termini di democrazia negata, degli effetti di un comma, legato ad una Legge Finanziaria, capace di annullare retroattivamente accordi già siglati, con evidente lesione dei più elementari diritti sindacali. Lo scenario che si prospetta è quello di uno spudorato tentativo di dilazionare ulteriormente i tempi per il rinnovo del contratto (dopo 10 anni!), sintomo evidente del male di fondo più volte denunciato da CIMO con atti concreti negli scorsi mesi”.   “Laddove poi l’ARAN – evidenzia Cimo - nei prossimi giorni, dovesse rimandare la pubblicazione dei dati sulla rappresentatività del comparto per il triennio 2019-21, in questo caso si concretizzerebbe il sospetto che la modifica dell’Accordo Quadro sia stata fatta anche per ritardare gli effetti della nuova mappa delle deleghe sindacali”.   “Come già accaduto con il comma 566 della Legge di Stabilità 2015, che imponeva uno stravolgimento nel lavoro dei sanitari, il comma 687 è la “cartina al tornasole” della trasversalità politica di alcuni atti legislativi che hanno come obiettivo comune la volontà di abbassare i livelli di confronto, di concertazione, e di democrazia nel nostro Paese”, afferma Guido Quici, Presidente Nazionale CIMO. “Dimostra inoltre come siano considerati i medici e i dirigenti sanitari del SSN da chi ha interesse ad erogare una sanità a costi sempre più bassi a danno dei cittadini italiani”.   “Il malcostume di utilizzare la Legge di Bilancio, nata per pianificare il budget del Paese, come espediente per imporre l’interesse politico del momento e per offrire “mance” ad altri portatori di interesse, viene perpetuato anche da questo Governo. Ecco come si dà il via libera alla “manina” di turno, che in questo caso è palesemente smascherata. Non basta certo questo ad aggirare e annullare i diritti dei lavoratori o il valore propulsivo della rappresentanza sindacale”, conclude Quici, “e rafforza ancor di più le motivazioni delle nostre azioni giudiziarie contro ARAN e Regioni”. Fonte.www.quotidianosanità.it
Dati Eurostat
Quotidiano Sanità,   14/01/2019
In Europa esercitano 1,8 milioni di medici. Italia al secondo posto in valori assoluti con 240mila medici ma abbiamo il record per anzianità: il 54% ha più di 55 anni. Gli ultimi dati Eurostat Il record di medici spetta alla Germania con 350mila dottori attivi. Ma il Paese con il più alto numero di medici rispetto alla popolazione è la Grecia con 659 camici bianchi per 100mila abitanti, l'Italia è a 400. E i medici donna superano gli uomini in 16 Stati dell'Ue 28. Contro corrente l'Italia, solo nona, tra i Paesi con il maggior numero di medici maschi.  14 GEN - Nel 2016 c'erano circa 1,8 milioni di medici attivi nell'Ue 28: la Germania, con 345.000 medici, seguita dall'Italia (240.000), dalla Francia (209.000), dal Regno Unito (183.000) e dalla Spagna (178 000) i Paesi con più camici bianchi. Insieme, questi cinque Stati membri rappresentavano quasi i due terzi (63,4%) del numero totale di medici attivi nell'Ue.    E l’Italia ha il record dei medici più vecchi e anche un tasso relativamente alto del rapporto ogni 100.000 abitanti, con la maggioranza dei medici occupati negli ospedali di cui la maggior parte specialisti nell’area medica (140,9 per 100.000 abitanti), seguiti dall’area chirurgica (98,7) e poi dai medici generalisti (89,2). Ed è al quinto posto dei dodici Stati membri dove i medici di sesso maschile sono comunque ancora superiori di quelli di sesso femminile, rapporto questo in cui al top degli uomini è il Lussemburgo mentre la maggior parte di medici donne sono in Lettonia. Tutto rispetto a una media Ue praticamente di parità. Ma è la Grecia ad avere il più alto numero di medici rispetto alla popolazione con 659 dottori ogni 100 mila abitanti nel 2016. La seguono Austria (513), Portogallo (480) e Lituania (447), gli unici altri Stati membri a registrare oltre 430 medici ogni 100.000 abitanti.  L’Italia sfiora i 400 medici per 100.000 abitanti e si pone al nono posto tra gli Stati membri. Al contrario, c'erano meno di 300 medici su 100.000 abitanti in cinque Stati membri, tra cui Irlanda, Lussemburgo, Romania e Regno Unito (dove i tassi erano superiori a 275 medici per 100.000 abitanti), così come in Polonia, dove è stato registrato il rapporto più basso (233 medici per 100.000 abitanti).   Il rapporto tra il numero di medici e il numero di abitanti è aumentato in tutti gli Stati membri tranne uno tra il 2011 e il 2016 con la sola eccezione della Spagna che ha registrato un lieve calo. Si noti, sottolinea Eurostat, che gli aumenti potrebbero derivare da un numero più elevato di medici o da un numero minore di abitanti. Il maggiore aumento relativo a questo rapporto è stato registrato a Cipro, dove il numero di medici è salito da 297 ogni 100.000 abitanti a 377 per 100.000 abitanti.  Malta, Slovenia e Portogallo hanno registrato aumenti di poco più del 20% durante il periodo in esame.  Per contro, come in Spagna, il numero di medici rispetto al numero totale di abitanti è rimasto pressoché invariato in Danimarca, Francia, Lettonia, Regno Unito, Italia e Lussemburgo, con aumenti inferiori al 5,0%. Cifre che secondo le indicazioni di Eurostat dovrebbero essere considerate nel contesto dell'invecchiamento demografico, In una piccola maggioranza degli Stati membri dell'Ue c'erano più medici generici che specialisti In nove Stati membri dell'Ue, tra cui uno dei più grandi (Francia), la specializzazione più comune nel 2016 è stata quella dei medici generici.  Al contrario, c'erano più specialisti medici e/o chirurghi nei restanti 17 Stati membri per i quali sono disponibili dati.  Nel 2016, il più alto rapporto tra medici generici e dimensioni della popolazione - 253 per 100.000 abitanti - è stato registrato in Portogallo. In Italia il rapporto per 100,000 abitanti dei medici generici è stato di 89,2.     L'Italia ha la più alta percentuale di medici di età pari o superiore a 55 anni C'è stato un rapido invecchiamento della forza lavoro (sanitaria) nell'Ue 28 quando la generazione del baby-boom ha iniziato a raggiungere l'età della pensione. Ciò si riflette nella quota stimata dei medici che avevano 55 anni o più, che passano dal 27% nel 2005 al 38% entro il 2016. Questo confronto si basa su informazioni per 22 Stati membri che rappresentavano l'88% di tutti i medici nel 2016.  La percentuale di medici di 55 anni o più nel totale dei medici era compresa tra il 42% e il 49% in Ungheria, Lussemburgo, Cipro, Germania, Belgio, Francia, Lettonia, Estonia e Bulgaria, con un picco del 54% in Italia.  Nella maggior parte dei restanti Stati membri dell'Ue per i quali sono disponibili dati, si va dal 30% in giù, fino al Regno Unito che di medici over 55 ne ha appena il 13% circa.   Più di due terzi del numero totale di medici in Lettonia, Estonia, Lituania e Romania erano donne Un'ulteriore analisi mostra che c'erano differenze considerevoli tra gli Stati membri rispetto alla quota di medici nei due sessi. Tra il 2006 e il 2016 la proporzione di medici di sesso femminile nel numero totale di medici è generalmente aumentata. Entro il 2016, la maggioranza (15) degli Stati membri ha riferito di avere un numero maggiore di medici di sesso femminile. Nel 2016 in Croazia e Slovenia, poco più di tre quinti del numero totale di medici erano donne. In Romania e negli Stati membri baltici , questa quota ha superato i due terzi.  Per contro, la percentuale più alta di medici di sesso maschile (65%) è stata registrata in Lussemburgo, mentre le quote relativamente elevate per gli uomini sono state registrate anche a Cipro (62%) e Malta (59%).     Gli ospedali hanno impiegato più della metà del numero totale di medici nella maggior parte degli Stati membri I dati si riferiscono al numero di medici direttamente assunti da un ospedale e da medici con contratti di servizio (ad esempio, medici autonomi impiegati per il trattamento di pazienti ospedalieri). Non ci sono informazioni disponibili per Lussemburgo, Svezia o Regno Unito. I medici impiegati negli ospedali hanno rappresentato poco più di quattro quinti (83%) del numero totale di medici in Francia e del 78% in Danimarca.  Al contrario, rappresentavano circa un quarto del numero totale di medici a Cipro (25%) e in Belgio (24%, dati 2015); altrove tra gli Stati membri dell'Ue la quota variava dal 33% al 68 per cento. Nel 2016, il più alto numero assoluto di medici impiegati negli ospedali è stato registrato in Germania (190.000), davanti alla Francia (172.000), Italia (129 000) e Spagna (107.000), e seguito a una certa distanza dalla Polonia, con 42 000 medici impiegati negli ospedali. Questo dimostra che, a eccezione della Grecia, il numero di medici impiegati negli ospedali è aumentato tra il 2006 e il 2016. In termini assoluti. Gli aumenti maggiori sono stati registrati in Germania (altri 48.000 medici), in Francia (20.000 in più) e in Spagna (altri 18.000). I tassi di crescita più rapidi sono stati registrati a Malta, a Cipro, in Germania e in Ungheria, dove il numero di medici impiegati negli ospedali è aumentato di almeno il 30% nel periodo in esame.    Fonte.www.quotidianosanità.it
Fimmg Bari
Quotidiano Sanità,   14/01/2019
Fimmg Bari. Filippo Anelli eletto presidente L’elezione nell’ambito del Congresso provinciale incentrato sul nuovo modello Puglia Care 3.0 per la presa in carico dei pazienti cronici. Ma i lavori hanno toccato anche gli altri temi caldi della sanità pugliese, dalla costituzione della Areu alla sicurezza delle sedi di continuità assistenziale, fino all’appropriatezza e al contenimento della spesa farmaceutica, anche grazie al contributo dei medici di medicina generale. 14 GEN - "Filippo Anelli è stato eletto per acclamazione Presidente della sezione provinciale Fimmg Bari”. Lo annuncia una nota della Fimmg Bari, che riporta le dichiarazioni a caldo del neo presidente. “Ringrazio tutti i colleghi. Abbiamo attraversato e superato un momento difficile, soprattutto nella fase di ricambio generazionale. L’abbiamo fatto insieme. Sono orgoglioso che si possa continuare con forze nuove l’azione avviata quasi vent’anni fa, affinché la medicina generale di Bari possa rimanere forte e unita” L’elezione nell’ambito del 18° Congresso provinciale di sabato scorso dedicato a “La svolta assistenziale della Puglia: cure territoriali più vicine ai cittadini. Il modello Puglia Care 3.0”. “Una medicina generale al centro di una rete di assistenza territoriale, all’interno di un modello di gestione della cronicità innovativo a livello internazionale come il Puglia Care 3.0, capace di rispettare l’autonomia dei medici, di garantire la sostenibilità del sistema e di tutelare la salute dei cittadini”, è quanto emerso nel corso del Congresso provinciale Fimmg Bari. I lavori hanno toccato tutti i temi caldi che investono la sanità pugliese, dalla costituzione della nuova Areu alla sicurezza delle sedi di continuità assistenziale, fino all’appropriatezza e alla spesa farmaceutica. Oltre ad Anelli, che è anche presidente della Fnomceo, hanno partecipato ai lavori, il Segretario Nazionale Fimmg Silvestro Scotti, il Vice Segretario Nazionale Fimmg e Segretario Generale Provinciale Fimmg Bari Nicola Calabrese, il Segretario regionale Fimmg Ignazio Aprile, il vice sindaco della Città Metropolitana, Michele Abbaticchio, oltre ai segretari provinciali della Fimmg Puglia. Sono intervenuti inoltre al Congresso il Governatore della Regione Puglia Michele Emiliano, Giancarlo Ruscitti, Direttore del Dipartimento per promozione della salute della Regione Puglia, Giovanni Gorgoni Direttore dell’ARESS, il Direttore Generale Asl Bari Antonio Sanguedolce e Vincenzo Gigantelli Presidente CARD Puglia. La presenza del Governatore Michele Emiliano ha subito acceso il dibattito sul tema della nuova Areu, l’Agenzia regionale dell’Emergenza Urgenza, rispetto alla quale la Fimmg ha ribadito di non è contraria ma su cui da tempo esprime forte preoccupazioni rispetto al destino del personale attualmente impiegato in convenzione nel 118, come ha sottolineato Nicola Gaballo, Segretario regionale Fimmg emergenza urgenza. “Non vedo problemi insuperabili e credo che sia importante la vostra condivisione sul modello AREU. - ha dichiarato il Governatore Emiliano, riconoscendo gli ottimi risultati del servizio attuale del 118 e la sua centralità nel sistema - “Bisogna ragionare su come in via transitoria si passerà da un modello ad un altro. Abbiamo bisogno di un sistema dell’emergenza urgenza flessibile su tutto il territorio che si doti di nuovi strumenti, come la telemedicina. L'Areu deve bonificare le sacche minimali di opacità, che non riguardano i medici ma che devono essere risolte”. E per quanto riguarda la natura giuridica del rapporto di lavoro, convenzione o dipendenza, Emiliano sostiene che “non c'è bisogno di costringere i medici del 118 a scegliere subito tra un'opzione e l'altra. Nel diritto transitorio tutti coloro che intendono mantenere un rapporto convenzionato potranno farlo. È chiaro che il modello cui tendiamo è di medici formati e dipendenti.” Il segnale del Governatore sull’AREU è stato colto positivamente da Nicola Calabrese: “Valorizzare tutte le componenti risolvendo il problema dei precari e dei volontari rappresenta un valore aggiunto per il sistema. Tuttavia, al momento per accedere come dipendente da dirigente medico nel sistema sanitario in questo paese è necessaria una specializzazione. Ci chiediamo quindi come i medici del 118, che hanno una formazione da medici di medicina generale, possano diventare dipendenti e temiamo una demedicalizzazione del sistema di emergenza urgenza, che costituirebbe un grave errore a danno dei cittadini. Siamo fortemente convinti che non sia il ruolo giuridico a determinare le competenze di un professionista e crediamo che i colleghi medici di medicina generale impegnati oggi nel sistema 118 con un rapporto in convenzione abbiano le competenze necessarie per garantire la migliore risposta possibile in situazioni di emergenza. Lasciare indietro anche uno solo dei colleghi sarebbe un grave danno. Serve quindi aprire una contrattazione regionale per il settore”. Emiliano ha poi sostenuto l’opportunità di integrare la continuità assistenziale, in modo da sollevare le strutture del pronto soccorso dalla gestione dei codici bianchi, individuando il luogo ideale dove collocare le strutture di CA nei pressi del pronto soccorso. Un’ipotesi su cui Fimmg esprime grandi perplessità, dato che il numero dei pronto soccorso si è ridotto sul territorio. Meglio portare i servizi in prossimità, mettendo i servizi di continuità assistenziale in condizione di rispondere ai bisogni dei cittadini con strutture adeguate. Sulla continuità assistenziale grava anche il problema della sicurezza delle sedi, come ha evidenziato Piero Drago, Segretario regionale Fimmg Continuità Assistenziale. Fimmg registra lentezze nell'affrontare il tema, richiede interventi urgenti e un cambiamento del modello organizzativo che porti all'uscita dall’isolamento delle guardie mediche che può dare risposta alla sicurezza oltre che all'assistenza. I lavori si sono concentrati sul peso crescente della cronicità sul servizio sanitario pubblico e sul ruolo che dovrà assumere la medicina generale, a partire dal modello pugliese del Puglia Care 3.0, che rappresenta una best practice a livello internazionale e vede il medico di medicina generale al centro di un sistema integrato di assistenza territoriale, attraverso il lavoro di team multidisciplinari.  “Il modello Puglia Care 3.0 è nato da una felice intuizione di Fimmg Puglia, anche grazie alla particolarità della nostra regione che poteva contare sulla presenza sul campo di oltre 600 infermieri e più di 2mila collaboratori di studio per implementare un sistema di gestione della cronicità che avesse al centro lo studio del medico di famiglia, interamente all'interno del sistema pubblico”, ha ricordato Filippo Anelli. L'86% della spesa sanitaria pugliese è assorbita dalle patologie croniche. Gestire meglio questo aspetto consentirebbe, quindi, non solo di migliorare l'assistenza ma anche di rendere il sistema sostenibile. “Il Care Puglia 3.0 non è un progetto, è IL progetto della Sanità pugliese. Il Care Puglia 3.0 è il pivot di diversi temi dell’assistenza, dall’appropriatezza alle liste di attesa. – ha dichiarato Giovanni Gorgoni. Ma è anche un tema che interessa particolarmente il sud dato che alle criticità di salute si somma il disagio socio-economico. “La cronicità - continua Gorgoni - è una questione meridionale, perché dai dati Istat emerge come le regioni del sud siano sopra la media italiana per tasso standardizzato di cronicità, con tassi di crescita più alti nel tempo. La Puglia ha un tasso di crescita del 13% contro il 7% della media Italia.” Secondo i dati presentati al Congresso, l’Assistenza Domiciliare Integrata in Puglia è cresciuta passando dall’1,8% dei pazienti ultra 65enni del 2010 al 3,1% del 2016 grazie agli infermieri dei medici di medicina generale (Fonte: Ministero della Salute - DG Sistema Informativo e Statistico Sanitario - Ufficio II - Elaborazione SIS Modello FLS21). Esiste la volontà dei medici di diversi comuni della provincia di Bari di evolvere costituendo i CPT – Centri Polifunzionale Territoriali – utilizzando come sede i vecchi ospedali dismessi. Significa aumentare, ancora prima della realizzazione a regime del Puglia Care, la capacità del sistema di cure distrettuali di erogare servizi di prossimità all’interno del sistema pubblico: diagnostica di I livello attraverso sistemi di telemedicina, centro prelievi, assistenza infermieristica per 12 ore in maniera continuativa gratuita e senza ticket, assistenza infermieristica a domicilio gratuita. Inoltre, la medicina generale ha contribuito ad aumentare il livello occupazionale di questa regione: oggi sono 2 mila i collaboratori di studio assunti e 622 gli infermieri che lavorano negli studi medici. Sulla spesa farmaceutica, è emerso il contributo fondamentale dei medici di medicina generale, che hanno fatto responsabilmente la propria parte per la sostenibilità del sistema. “Nel 2018 ci sono stati 35milioni di risparmio sulla spesa farmaceutica lorda a livello regionale; di questi il 46% (17 milioni) sono della Asl Bari. I medici hanno contribuito a ottenere questi risultati, tutelando l'autonomia dei professionisti e rispettando l'idea dell'appropriatezza come strumento di tutela della salute del paziente e non come strumento di compressione dei costi.”, ha sottolineato Nicola Calabrese. Un risultato riconosciuto da Antonio Sanguedolce, Direttore ASL Bari, che ha parlato di un’inversione di tendenza oltre le più rosee aspettative: “Ringrazio tutti i medici di medicina regionale e i direttori di distretto che hanno contribuito a raggiungere questo risultato. E auspico che la distanza tra i medici di medicina generale e la direzione della ASL sia essere sempre più breve, grazie ad una maggiore condivisione”. Fonte.www.quotidianosanità.it
Dati Eurostat
Quotidiano Sanità,   13/01/2019
Italia quarta nella Ue per numero di farmacisti, decima per i dentisti, dodicesima per i fisioterapisti. Ecco gli ultimi dati Eurostat La fotografia è stata scattata sui dati 2016. Tra le tre professioni quella del fisioterapista è la più numerosa con 554mila addetti, seguono i farmcisti con 450mila addetti e i dentisti con 360mila. I fisioterapisti fanno registrare anche il più alto indice di crescita con un incremento tra il 2011 e il 2016 del 12%, a fronte del 5% registrato sia per i farmacisti che per i dentisti. 13 GEN - Nel 2016, oltre 360​.000 dentisti, 450.000 farmacisti e 554 000 fisioterapisti hanno lavorato nell'Ue. I dati li fornisce Eurostat in uno dei suoi ultimi aggiornamenti. Grecia, Bulgaria e Cipro hanno il maggior numero di dentisti per 100.000 abitanti La Grecia ha registrato il maggior numero di dentisti, con 123 professionisti per 100.000 abitanti nel 2016. Bulgaria (112 per 100.000 abitanti) e Cipro (104 per 100.000 abitanti erano gli unici altri Stati membri dell'Ue in cui c'erano più di 100 dentisti praticanti ogni 100.000 abitanti.   In Italia se ne contano 48.559, pari a 80,1 ogni 100.000 abitanti.  Sul versante opposto, c'erano meno di 50 dentisti praticanti su 100.000 abitanti in Slovacchia (dentisti attivi professionalmente), a Malta e, in particolare, in Polonia (33,2 per 100.000 abitanti, dati 2015). Il numero di dentisti per 100.000 abitanti è rimasto relativamente invariato nella maggior parte degli Stati membri dell'Ue tra il 2011 e il 2016. Le maggiori variazioni assolute sono state registrate in Bulgaria (con 21 dentisti in più ogni 100.000 abitanti tra il 2011 e il 2016), Romania (20) e Portogallo (19).  In Italia si è registrato un aumento di circa il 5%, mentre in Grecia, Danimarca e Finlandia si registra una diminuzione nel 20916 rispetto al 2011.   Nel 2016 c'erano oltre 450.000 farmacisti che lavoravano nell'Ue In Italia si contano (sempre nel 2016) 70.074 farmacisti, pari a 116 professionisti ogni 100mila abitanti.     E’ a Malta però che troviamo il numero più elevato di farmacisti su 100.000 abitanti: ben 133 nel 2016. Un numero relativamente elevato anche in Belgio (123), in Spagna (121), Lituania (114) e Irlanda (113).  La maggior parte degli Stati membri ha segnalato tra 60 e 110 farmacisti per 100.000 abitanti, sebbene la Danimarca (51) e i Paesi Bassi (21) fossero inferiori a questo rapporto. Il numero di farmacisti su 100.000 abitanti è aumentato notevolmente tra il 2011 e il 2016 a Cipro e a Malta, seguiti, ma con aumenti minori da Spagna, Romania, Lettonia e Ungheria. Anche in Italia i farmacisti sono aumentati, ma, come per i dentisti, solo di circa il 5 per cento. Sul versante opposto il numero di farmacisti è diminuito tra il 2011 e il 2016 in Lussemburgo, Finlandia, Svezia e Francia.   La Germania ha il più alto numero di fisioterapisti per 100.000 abitanti Nel 2016, la distribuzione relativa dei fisioterapisti nei singoli Stati membri era più diversificata rispetto a quella dei dentisti o dei farmacisti e varia da 225 a 100.000 abitanti in Germania fino a 7 per 100.000 abitanti in Romania. Tra il 2011 e il 2016, tutti tranne uno degli Stati membri hanno registrato un aumento del numero di fisioterapisti praticanti su 100.000 abitanti. L'unica eccezione è stata la Finlandia, dove il numero di fisioterapisti praticanti è diminuito del 37 per 100.000 abitanti. Il numero di fisioterapisti per 100.000 abitanti è cresciuto notevolmente tra il 2011 e il 2016 a Cipro. Tra gli altri Stati membri la crescita più rapida è stata in Germania: nonostante avesse già il secondo maggior numero di fisioterapisti (188) ogni 100.000 abitanti nel 2011.   Questo rapporto è aumentato di 36 fisioterapisti ogni 100.000 abitanti nel 2016. Anche  il Lussemburgo ha anche registrato un forte aumento durante questo periodo - 32 ogni 100.000 abitanti - nonostante abbia già raggiunto il quarto rapporto più alto nel 2011 (166 ogni 100.000 abitanti). In Italia (sempre nel 2016) si registrano 61.033 fisioterapisti,100,7 ogni 100.000 abitanti, con un aumento tra il 2011 e il 2016 di circa 13 fisioterapisti ogni 100.000 abitanti.         Grecia, Bulgaria e Cipro hanno avuto il maggior numero di dentisti per 100.000 abitanti La Grecia ha registrato il maggior numero di dentisti, con 123 per 100.000 abitanti nel 2016. Bulgaria (112 per 100.000 abitanti) e Cipro (104 per 100.000 abitanti erano gli unici altri Stati membri dell'Ue in cui c'erano più di 100 dentisti praticanti ogni 100.000 abitanti. In Italia ce n’erano 80,1 ogni 100.000 abitanti.  Sul versante opposto, c'erano meno di 50 dentisti praticanti su 100.000 abitanti in Slovacchia (dentisti attivi professionalmente), a Malta e, in particolare, in Polonia (33,2 per 100.000 abitanti, dati 2015). Il numero di dentisti per 100.000 abitanti è rimasto relativamente invariato nella maggior parte degli Stati membri dell'Ue tra il 2011 e il 2016. C'erano tuttavia sette Stati membri in cui la percentuale è aumentata di almeno 10 dentisti ogni 100.000 abitanti.  Le maggiori variazioni assolute sono state registrate in Bulgaria (con 21 dentisti in più ogni 100.000 abitanti tra il 2011 e il 2016), Romania (20) e Portogallo (19).  Il più alto aumento relativo del numero di dentisti è stato registrato in Romania (+33% tra il 2011 e il 2016) e ci sono stati anche guadagni relativamente alti in Portogallo (+25%), Bulgaria (+ 24%) e Spagna (+22%). In Italia l’aumento è contenuto (circa il 5%) mentre in Grecia, Danimarca e Finlandia si registra una diminuzione nel 20916 rispetto al 2011.         Fonte.www.quotidianosanità.it
Manovra:comma 687
Quotidiano Sanità,   12/01/2019
Manovra. Dietro il comma 687 che blocca i rinnovi dei contratti per 150mila medici e dirigenti del Ssn c’è la “manina” delle Regioni Ecco la ricostruzione di come si sia arrivati ad inserire quella norma che in poche righe rischia di rimandare ancora il contratto atteso da dieci anni. Se non verrà abolita si dovrà fare infatti un nuovo accordo quadro sulle aree di contrattazione con tutto quello che ne consegue. Risultato? Niente contratto neanche per il 2019 e questo dopo il blocco che perdura ormai da dieci anni. Le Regioni dicono di non avere responsabilità ma le carte dimostrano il contrario 12 GEN - Il comma 687 della legge di Bilancio rappresenta una grave minaccia per il rinnovo dei contratti della dirigenza del Ssn. Il perché lo abbiamo già chiarito ma basti sottolineare che servirà un nuovo atto di indirizzo per il nuovo accordo quadro, poi il parere di Ragioneria e Corte dei conti, approvazione del Consiglio dei ministri, nuova determinazione della rappresentatività sindacale, nuovo atto di indirizzo per il contratto e quindi, per l’undicesimo anno consecutivo, niente contratto anche per il 2019.   Su chi abbia voluto e ideato quelle poche righe, che rischiano di prolungare ancora la chiusura degli accordi al palo da 10 anni, c’è la rincorsa a tirarsi indietro.   Per prime le Regioni che dichiarano di non avere nulla a che fare con quella norma che di fatto annulla i precedenti accordi quadro costringendo le parti a ridefinire le aree di contrattazione.   Ma fortunatamente le parole vanno e vengono, ma i fatti restano. Fonte.www.quotidianosanità.it
La Regione Lazio, vende il S.Giacomo
Quotidiano Sanità,   11/01/2019
La Regione Lazio vende il San Giacomo per 61 mln. Fials: “A che pro? E che ne sarà?” Approvato, con determinazione n. G15035 del 22 novembre 2018, lo schema di atto notarile per alienazione dell’ex Ospedale San Giacomo chiuso dal 2008. Andrà al Fondo immobiliare “i3- Regione Lazio” per 61 milioni, di cui 17,8 versati in denaro nelle casse regionali e il restante mediante sottoscrizione da parte della Regione di 62 quote del Fondo stesso da 695.995,156 euro ciascuna. La Fials: “Un evidente affare in perdita. Vogliamo Vorremmo da Zingaretti a chi giova questa vendita”. IL DOCUMENTO 11 GEN - “Chissà con quali disquisizioni il governatore del Lazio Nicola Zingaretti apostroferà i cittadini che vorranno conoscere i motivi della messa in vendita dell’ex complesso ospedaliero del San Giacomo. Anche noi stiamo attendendo, con sincera preoccupazione e evidente turbamento queste spiegazioni, visto che nei documenti preliminari stilati dalla Regione Lazio per avviare gli atti necessari all’alienazione del bene non c’è scritto alcunché. È facile intuire che questa vendita sia improntata come ulteriore tentativo per il ripiano del deficit e che l’amministrazione, corra ai ripari per fare cassa”, nonostante gli anni duri già imposti alla sanità regionale che ha subito i tanti tagli ragionieristici a vari livelli. Con questo atto ai cittadini del tridente e della città di Roma viene definitivamente chiusa ogni speranza di veder riaperto uno dei nosocomi più antichi di storia della regione Lazio”.   Così la Fials Lazio commenta a determinazione n. G15035 del 22 novembre 2018 che approva lo schema di atto notarile per alienazione del compendio immobiliare dell’ex Ospedale San Giacomo, chiuso dal 2008 tra tante polemiche. Andrà al Fondo immobiliare “i3- Regione Lazio” per 61 milioni di euro. Per la Fials Lazio “è assai doloroso venire a conoscenza del fatto che dopo 11 anni dall’avvio del piano di rientro dal deficit, un’amministrazione di centrosinistra abbia portato a termine quello che l’allora presidente del Lazio Piero Marrazzo e il Governo centrodestra non riuscirono o riuscirono solo in parte a mettere in pratica anche grazie alla dura opposizione della Fials, degli operatori della sanità e dei cittadini tutti”. “Il complesso ospedaliero del San Giacomo allora costò ben 15 milioni di ristrutturazione. Soldi gettati al vento, diciamo noi – aggiunge la nota – oltre a ulteriori 10 anni di canone a 140 mila euro annui, spese di vigilanza non quantificabili in questa sede”. Il San Giacomo è infatti chiuso dal 2008 ed è una delle strutture vendute dalla Giunta Storace nel 2002 nell’ambito dell’operazione SanIm. “Oggi per il Lazio – prosegue la Fials - riuscire a intascare soltanto 61 milioni di euro ossia la quota che verrà versata nelle casse erariali dagli acquirenti vale a nostro dire, ad un evidente affare in perdita. Al contempo i cittadini in questi anni, oltre ad aver pagato una percentuale di Irpef regionale superiore a tutte le altre 19 regioni italiane, aver subito una maggiorazione nel superticket farmaceutico e diagnostico hanno anche patito il taglio dei posti letto, la chiusura di ospedali, reparti e ambulatori nonché tollerato dolorosamente liste d’attesa fuori controllo”.Duole assistere a questo ulteriore atto di vendita di gioielli appartenenti al Patrimonio della Collettività senza conoscerne l’effettiva destinazione d’uso  reale prossima futura. Ci indigneremmo fortemente se finisse nel patrimonio dei soliti privati che oggi si stanno acquisendo il patrimonio pubblico laziale in forte svendita”. Il sindacato chiede id sapere dal governatore Zingaretti “a chi giova questa vendita se alla stessa Regione Lazio che non ha portato nemmeno un pareggio delle perdite avute e perché mai la Regione ne guadagni solo 17 milioni a fronte di ulteriori 61 che non sappiamo che fine facciano e se saranno riutilizzabili per i futuri rinvestimenti nella sanità regionale. Senza contare che ne furono periziati 66: per cui considerando i 61 milioni per la superficie di 32 mila metri quadri andiamo a ottenere per l’incanto di Via del Corso una vera svendita in euro al metro quadrato di facile lettura ed intuizione da parte di tutti. Che dire? Rimaniamo basiti”. “Nelle ultime settimane il governatore ha dichiarato che il Lazio ricomprava ben 16 ospedali con un’operazione finanziaria finalizzata a ridurre i costi rimasti inevasi. In contemporanea sul complesso San Giacomo nemmeno una parola. Cosa significa allora – conclude la nota Fials - che per ripianare i debiti qualcuno potrebbe azzardare ed ipotizzare di vendere anche il Colosseo, il Pantheon, la Fontana di Trevi e qualsivoglia altro monumento storico? Aspettiamo che la Regione risponda ai quesiti dei cittadini”. Fonte.www.quotidianosanità.it
Lea:Magi ,Sumai
Quotidiano Sanità,   11/01/2019
Lea. Magi (Sumai): “Leggo le dichiarazioni di Sileri come una provocazione per stimolare Governo e Regioni a più fondi” “Sarebbe altrimenti preoccupante che un autorevole esponente della maggioranza di Governo ritenga realmente utile, considerata la scarsezza di risorse, tagliare le prestazioni invece di cercare, da legislatore, soluzioni per renderle sostenibili". Così il segretario generale Sumai commentando la proposta dell’esponente del M5S sui Lea.  11 GEN - “Credo che le dichiarazioni espresse ieri dal Presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato, Pierpaolo Sileri, sulla necessità di rivedere i Lea perché  testuale “è inutile averne così tanti se poi non si hanno i soldi per portarli avanti”, aggiungendo “meglio averne di meno ma garantiti”, siano da leggersi come una provocazione nei confronti del Governo, del Ministero dell’Economia e delle Regioni a dare di più in termini di risorse e non una reale proposta di taglio di prestazioni”. Così il Segretario generale del Sumai Assoprof, Antonio Magi, commentando la proposta dell’esponente del M5S sui Lea.   “Sarebbe altrimenti preoccupante – insiste Magi – che un autorevole esponente della maggioranza di Governo ritenga realmente utile, considerata la scarsezza di risorse, tagliare le prestazioni invece di cercare, da legislatore, soluzioni per renderle sostenibili incrementando anche il fondo sanitario nazionale o diminuendo i costi risparmiandoli ad esempio sulla medicina difensiva intervenendo legislativamente su campagne pubblicitarie sostenute da società di capitale per chiaro scopo di lucro ai danni del Ssn. “Il Presidente Sileri, da medico, conosce bene il funzionamento del Sistema e infatti nel corso dell’intervista fa un’affermazione importante e sulla quale concordo totalmente quando dice che non bisogna smantellare gli ospedali ma occorre anche 'pensare al territorio' e per far questo riconosce che serve il personale, quindi i contratti e la valorizzazione delle risorse per evitare la fuga dal Ssn".   “Apprezzo infine – conclude Magi – il suo affondo sull'autonomia differenziata quando riconosce che la sanità è sanità, non ha un colore politico, non torneremo indietro di 200 anni dividendo l'Italia in Granducati”. Fonte.www.quotidianosanità.it
L'Oms contro i videogiochi
Quotidiano Sanità,   11/01/2019
L’Oms contro i videogiochi: “Rischiosi per la salute”. E le lobby dei videogame corrono a Ginevra per cercare un compromesso L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha inserito il gaming disorder, il disturbo compulsivo da gioco, nella lista dei problemi di salute. I produttori di videogiochi vorrebbero attenuare questa definizione, già accolta dai Governi, per evitare conseguenze sul piano sanitario e assicurativo 11 GEN - (Reuters Health) – I videogiochi sono avvincenti, ma usarli troppo può rappresentare una condizione di interesse medico? L’industria sta cercando di evitare che la definizione di “gaming disorder” diventi un disturbo formalmente riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.   L’Oms infatti ha già inserito nel 2018 il “gaming disorder” nella lista dei problemi di salute; una decisione che i Governi hanno approvato a maggio scorso e che potrebbe avere potenziali impatti, ad esempio, sulle politiche sanitarie e assicurative. Il mese scorso, la lobby statunitense dell’industria del gioco ha discusso la questione con i funzionari dell’Oms a Ginevra. “La nostra speranza è che attraverso il dialogo continuo possiamo aiutare l’Oms a evitare azioni affrettate ed errori che potrebbero richiedere anni per essere corretti”, ha dichiarato il responsabile della Entertainment Software Association (ESa), Stanley Pierre-Louis. L’ESA ha chiesto “più dialogo ed educazione” prima che qualsiasi classificazione sia finalizzata. Per l’Oms si parla di disturbo quando il gioco prende il sopravvento sulle vite delle persone per un anno o più a scapito di altre attività e nonostante il verificarsi di conseguenze negative. L’Agenzia delle Nazioni ha programmato un altro incontro con l’industria dei produttori dei giochi per valutare attentamente la situazione. I Governi membri dell’Oms dovrebbero iniziare a riferire sui disordini da gioco dal 2022 per consentire all’Oms di tenerne traccia nelle statistiche sanitarie globali. Fonte: Reuters Health News   Tom Miles e Robin Pomeroy   (Versione italiana Quotidiano Sanità/Popular Science) Fonte.www.quotidianosanità.it
Carlo Palermo:Anaao
Quotidiano Sanità,   11/01/2019
“Contratti sanità e programmazione formazione post laurea dei medici passino sotto l’ombrello del ministero della Salute. Al Governo per ora dò la sufficienza ma sulla sanità rischia grosso. Scioperi e proteste a oltranza fino alle europee”. Intervista al leader Anaao, Carlo Palermo Il segretario del sindacato della dirigenza medica e sanitaria a tutto campo: dal bilancio del 2018 per il settore e la categoria passando per le sifde sul tappeto per l’anno venturo. “Priorità contratto, formazione e più risorse per il Ssn”. E poi affondo contro il regionalismo differenziato: “Auspico una grande manifestazione a Roma di tutto il mondo sanitario a difesa della unitarietà del Ssn”. Sui primi sei mesi di Governo: “Il tempo è ancora poco per giudicare. Per ora darei una sufficienza in attesa di vedere i provvedimenti principali come il cambio delle politiche sulle assunzioni, contratti (su cui ci vorrebbe più impegno dal Ministro Grillo) e la formazione post laurea” 11 GEN - “Il Governo evidentemente non si rende conto che il contratto è fermo da 10 anni. Solo così si può spiegare la follia del comma 687 della manovra che rimette in discussione l’accordo quadro per la definizione delle aree e dei comparti di contrattazione della dirigenza del Ssn. Quel comma rischia di far slittare ancora qualsiasi ipotesi di chiusura dei nostri contratti. Ma ci rendiamo conto?”.   E’ fuori dalla grazia di Dio il segretario nazionale dell’Anaao Assomed Carlo Palermo che a sei mesi dalla sua nomina al vertice del sindacato più rappresentativo della dirigenza medica e sanitaria conferma in questa intervista, che sarà pubblicata anche sul prossimo numero di Dirigenza Medica, un inizio anno molto caldo sul lato della vertenza sindacale della categoria.   Non solo gli scioperi già annunciati a gennaio ma anche proteste e altri scioperi da qui fino alle elezioni europee.   E il fronte non è solo quello strettamente contrattuale. In ballo ci sono questioni dirimenti per il futuro della sanità pubblica a partire dalla nuova spinta verso l’autonomia, compresa quella sanitaria, che Palermo boccia senza alcun dubbio, fino al problema della carenza di specialisti, considerando che da qui al 2025 ne mancheranno 16.500 con il rischio di mandare in tilt ospedali e servizi.   E poi una proposta che farà discutere: “I contratti della sanità dovrebbero passare sotto la responsabilità e il coordinamento del ministero della Salute così come la programmazione della formazione post laurea”.   E infine un giudizio sul governo in carica, anch'esso da sei mesi, come il suo mandato da segretario: “Per ora la sufficienza se la sono guadagnata, ma saranno le prossime mosse a qualificarne l’operato nel nostro settore”.   Dottor Palermo, sono passati sei mesi dalla sua nomina ai vertici dell’Anaao. Un battesimo del fuoco vista la situazione per la professione… Sì siamo in un momento molto complicato per la categoria: contratto bloccato dal 2010, ruolo professionale svilito nelle aziende sanitarie, oramai perse in una deriva prettamente economicistica, la carenza di specialisti, disagio lavorativo crescente fatto di straordinari senza limiti, turni di lavoro notturni e festivi massacranti, ferie non godute, carriere bloccate, aggressioni fisiche, legali e perfino mediatiche. Insomma, il nostro è diventato un mestiere difficile, faticoso e rischioso e i medici del Ssn incominciano ad abbandonarlo per preferire attività nel privato. Il compito che mi sono prefisso è quello di cercare di renderlo nuovamente attrattivo e per questo come Anaao ci stiamo battendo con forza per il rinnovo del contratto che rappresenta il primo passo per raggiungere l’obiettivo.   Contratto però che, col comma 687 dell’ultima manovra, rischia di diventare una chimera. Questo inaspettato comma blocca, di fatto, il rinnovo contrattuale per un lasso di tempo che potrebbe essere molto lungo non solo per la dirigenza medica e sanitaria ma anche per quella degli Enti locali. Noi abbiamo chiesto che nell’ambito del Dl Semplificazioni in discussione al Senato questa norma venga abrogata o profondamente modificata perché è politicamente scellerata, irrispettosa delle prerogative sindacali, accettabile, forse, per il contratto futuro ma non per quello in corso.   Ma perché quanto previsto da questo comma della manovra è così negativo? E cosa accadrà se non verrà eliminato? Come le dicevo, i tempi per i rinnovi si dilaterebbero ulteriormente. Significa rifare completamente l’accordo quadro per le aree e i comparti. Poi bisogna ricalcolare la rappresentatività sindacale secondo le nuove aggregazioni delle categorie, cui dovrà seguire un nuovo Atto d’indirizzo e solo dopo potrà ripartire la trattativa. Insomma stiamo parlando di tempi che potrebbero essere di moltissimi mesi. Si sono dimenticati che sono quasi 10 anni che il nostro contratto è fermo? Pensano di uscirne senza pagare prezzi politici con le elezioni che si avvicinano? La situazione è certamente delicata e richiede una buona dose di ragionevolezza per essere superata.   E alle Regioni che hanno respinto al mittente le vostre accuse? Ma come facevano le Regioni a non sapere? È possibile che questa misura, che riguarda da vicino le competenze delle Regioni, visto che noi siamo dipendenti delle aziende sanitarie, sia stata fatta a loro insaputa? Certo, è verosimile, come affermano i ben informati, che dietro tutta l’operazione ci sia una ‘manina gelida del Nord’ ma mi sembra strano che le Regioni non sapessero, perché, se così fosse, sarebbe ancora più grave. E poi mi faccia dire, la critica più dura nel nostro comunicato era per l’azione di Governo non tanto a loro nello specifico.   Nel 2015, secondo il vostro nuovo studio, mancheranno 16.500 specialisti. Vede una via d’uscita al rischio di restare senza medici? È ormai sotto gli occhi di tutti che in questi anni i governi e l’università hanno sbagliato totalmente la programmazione della formazione specialistica. Sono anni che ormai diciamo che occorre mettere mano al fallimentare sistema di formazione post laurea. Bisogna andare verso un sistema europeo con contratti di formazione-lavoro per cui gli specializzandi vengono immessi in una rete formativa, che non è solo universitaria, ma è mista (Università-Ssn) in modo che possano imparare lavorando sul campo. Inoltre è necessario incrementare i contratti di formazione portandoli ad almeno 9.500/10.000. Lo ripeterò fino alla nausea: mancano specialisti, non mancano laureati in Medicina e Chirurgia.   Come pensate di uscire dall’impasse sulla Retribuzione individuale di anzianità? La Ria rappresenta un patrimonio economico storico della categoria oltre che una partita contrattuale importante per risolvere il disagio lavorativo e progressioni di carriera. Non capisco come mai la Lega e in particolare il M5S, che occupa ruoli rilevanti  nel governo della sanità, sia nell’esecutivo che in Parlamento, non vogliano  sbloccare l’utilizzo di queste risorse, che sono già presenti nel Fondo sanitario nazionale e negli stipendi dei medici che vanno in pensione,  per poterle destinare alla retribuzione degli straordinari, dei turni festivi, delle guardie notturne, cioè in servizi ai cittadini. E poi c’è anche il grande problema che riguarda le carriere dei medici. Ci sono 80mila dirigenti medici e sanitari che, di fatto, sono bloccati senza possibilità di progressione economica e professionale. Anche qui è importante intervenire per rendere attrattiva la nostra professione. Peraltro con una partita a costo zero per lo Stato.   E su quota ‘100’ come la mettiamo? Avrà un effetto di accelerazione della curva di pensionamento già prevista.  Stimiamo un 15% in più di uscite, per cui nei prossimi anni potremmo avere da 7.000 a 8000 uscite per pensionamento ogni anno, rispetto ad una attesa di 6000/7000. Tutto ciò produrrà importanti ripercussioni nella gestione dei servizi dove abbiamo già carenze. Insomma si rischia di entrare in condizioni organizzative  drammatiche.   Che bilancio di questo 2018 per la sanità?  È stato un annus horribilis. Continua il sottofinanziamento del sistema. Il miliardo d’incremento per il 2019, ribadisco, è assolutamente insufficiente ed è anche inferiore all’inflazione standard. Siamo al solito definanziamento, niente è cambiato e non vedo politiche di cambiamento sulle assunzioni. Già in molte strutture periferiche si chiudono i servizi. Il sistema insomma arranca e non vedo un colpo di reni per invertire la rotta.   Quale giudizio invece su questi primi mesi di Governo gialloverde? Il tempo è ancora poco per giudicare. Per ora darei una sufficienza in attesa di vedere i provvedimenti principali come il cambio delle politiche sulle assunzioni, contratti (su cui ci vorrebbe più impegno dal Ministro Grillo) e la formazione post laurea. E poi, dal mio punto di vista, riformerei profondamente il sistema della contrattazione portando il settore sanità sotto l’ombrello del Ministero della Salute in modo da raccordare e integrare meglio i contratti della dipendenza con quelli della convenzionata. E così anche per la formazione post laurea la cui programmazione dovrebbe passare al Ministero della Salute.   Cosa pensa del regionalismo differenziato? Una delle criticità più forti del nostro Ssn è rappresentata dalle disuguaglianze nell’accesso e nella qualità delle cure. In questo quadro un regionalismo differenziato così come proposto da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, rischia di far saltare il banco e acuire ancora di più le disuguaglianze. Va fatta assolutamente una riflessione perché la nostra costituzione tutela il diritto alla salute dell’individuo in modo egualitario su tutto il territorio nazionale essendo un interesse fondamentale della collettività. Qui bisogna riaccentrare e riqualificare il controllo delle politiche sanitarie e non decentrarle ulteriormente. E in questo senso non escludo, e anzi auspico, si possa organizzare una grande manifestazione a Roma di tutto il mondo sanitario a difesa della unitarietà del Ssn e del diritto alla salute che è uno e indivisibile.   Entro marzo dovrà essere sottoscritto il Patto per la Salute. Credete ancora che possa essere uno strumento utile? L’esperienza del passato ci dice di no. In ogni caso se c’è la volontà politica alcune questioni, vedi formazione post laurea  ed assunzioni, potrebbero trovare nel Patto un valido strumento. Certo, non s’inseriscano clausole, come nel passato, che tagliano le risorse dopo la sottoscrizione del Patto.   Tinte fosche quindi segretario, avete finito il 2018 con uno sciopero e allo stesso modo aprite il 2019 con uno sciopero. Cosa serve per calmare la protesta? Tra regionalismo differenziato, contratto e tutti i problemi insoluti di cui parlavo prima, siamo di fronte ad una stagione di protesta che potrebbe proseguire anche sotto le elezioni europee e regionali. Noi ci stiamo battendo a difesa del Ssn e dei professionisti che vi lavorano. In fondo noi non chiediamo la luna ma il rispetto della nostra dignità economica e professionale.   Alla fine se mettiamo insieme tutte queste criticità pensa si possa mantenere in piedi il nostro sistema sanitario o dovremmo pensare che sia giunto il momento di rinunciarci? Assolutamente no, il nostro Ssn è il più efficiente nell’utilizzo delle risorse e con ottimi esiti di cura, dobbiamo preservarlo e investirci sopra, non smantellarlo. Ne va della coesione sociale e della democrazia del nostro Paese.   Luciano Fassari Fonte.www.quotidianosanità.it
Italia:cresce il fabbisogno di medici
Avvenire,   10/01/2019
Sanità. In Italia cresce il fabbisogno di medici Redazione Romana giovedì 10 gennaio 2019 Entro sei anni andranno in pensione 52mila professionisti. Mancheranno soprattutto pediatri, specialisti d'emergenza-urgenza, anestesisti e internisti Il sistema sanitario italiano si trova nel pieno di una grave crisi delle proprie risorse professionali mediche che rischia di accentuarsi nei prossimi anni. Il pericolo è stato segnalato dall'Anaao Assomed fin dal 2011. Per il sindacato dei medici, «il depauperamento degli organici è certamente conseguente alla crisi economica e all'imposizione del vincolo nazionale della spesa per il personale sanitario, perpetrato nel tempo e fissato con la legge n. 296 del 2006 (Legge Finanziaria 2007) al dato del 2004 ridotto del 1.4%, che ha avuto come inevitabile esito il mancato adeguamento delle dotazioni organiche». Tuttavia, la mancanza di medici specialisti all'interno del Servizio sanitario nazionale e l'accelerazione del loro pensionamento sono realtà che stanno rapidamente assumendo i contorni di «una vera emergenza nazionale cui vanno posti correttivi rapidi ed adeguati per evitare il collasso del sistema stesso». Carenza di medici specialisti. Innanzitutto Anaao-Assomed ricorda «il totale fallimento della programmazione del numero di specialisti per regione e disciplina». Nei prossimi anni mediamente, secondo i dati del sindacato, si laureeranno circa 10mila medici ogni anno, ma il numero di contratti di formazione post lauream, che solo nel 2018 è arrivato a circa 7mila, è da tempo insufficiente a coprire la richiesta di specialisti e di percorsi formativi rispetto al numero di laureati. Si è determinato, così, un "imbuto formativo", che nel tempo ha ingabbiato in un limbo circa 10mila giovani medici, che aumenteranno nei prossimi cinque anni fino ad oltre 20mila senza un forte incremento dei contratti di formazione. Giovani medici laureati destinati a ritentare l'ammissione alle scuole di specialità l'anno successivo o a lasciare il Paese, regalando ad altre nazioni, in particolare Regno Unito, Germania, Svizzera e Francia, l'investimento per la loro formazione scolastica e universitaria, circa 150mila-200mila per medico, il costo di una Ferrari. A questo si aggiunge la carenza di vocazioni verso determinate branche specialistiche, testimoniate dal recente censimento Als (Associazione liberi specializzandi), relativo ai contratti di formazione specialistica assegnati all'ottavo scaglione 2018, pubblicate lo scorso ottobre. Da tali dati risulta evidente come, al momento del censimento, dopo il primo scorrimento della graduatoria, alcune specialità chirurgiche risultassero scarsamente appetibili, come ad esempio chirurgia toracica (assegnate il 15,1% delle borse), chirurgia generale (assegnato il 31%), chirurgia vascolare (assegnato il 34,4%) e ortopedia e traumatologia (assegnato il 47,2%), Anche per quanto riguarda le specialità legate all'emergenza urgenza va registrata una bassa attrattività: medicina d'urgenza riportava infatti una percentuale di assegnazione del 32,8% e anestesia e rianimazione del 40,2%. Risultavano invece da tempo saturati al 100% i posti in chirurgia plastica, dermatologia, oculistica, endocrinologia, pediatria, oftalmologia e cardiologia, discipline che aprono sbocchi di carriera anche sul territorio e nel privato, con prospettiva di maggior guadagno e di una migliore qualità di vita. Inoltre, per Anaao Assomed, «il peggioramento delle condizioni di lavoro, con aumento dei carichi individuali, associato al mancato rispetto della normativa europea sui riposi ed alimentato da un sentimento di sfiducia rispetto ad un possibile miglioramento della situazione, ha spinto numerosi medici a lasciare gli ospedali pubblici in favore del privato o a emigrare in altre regioni alla ricerca di soddisfazioni professionali ed economiche maggiori. Il fenomeno, inizialmente marginale e 'fisiologico', sta assumendo ora dimensioni preoccupanti, soprattutto in alcune regioni italiane dove arriva a rappresentare circa il 10% delle dimissioni annuali, coinvolgendo in particolare le Unità operative di Anestesia e Rianimazione, quelle di Ortopedia, con chiare conseguenze sulle attività chirurgiche, quelle di Pronto soccorso e di Pediatria/Neonatologia». Una delle regioni più colpite è il Veneto, dove la carenza di personale e di specialisti disponibili a lavorare negli ospedali è tale da produrre un ulteriore problema: a fronte della carenza ufficialmente riconosciuta di 1295 medici specialisti, nei concorsi indetti per la selezione a tempo indeterminato si sta presentando un numero di candidati inferiore a quello richiesto. La stessa regione denuncia infatti che 357 posizioni vacanti non sono state coperte. I numeri più elevati riguardano ancora una volta le specialità dell'emergenza, anestesia e rianimazione e medicina d'urgenza su tutte, seguite da ginecologia, pediatria, radiologia e ortopedia. L'emorragia dei pensionamenti. La fuoriuscita legata al pensionamento di personale medico dalle strutture del Ssn si prospetta in netto peggioramento nei prossimi anni per il superamento dello scalone previdenziale introdotto dalla riforma Fornero e rischia di subire un'ulteriore brusca accelerazione per l'approvazione nella legge di Bilancio 2019 dei provvedimenti miranti al suo superamento, come la cosiddetta "quota 100" che prevede il pensionamento anticipato con 62 anni di età e 38 di contributi. Attualmente i dirigenti medici escono dal sistema con una età media di 65 anni. Nel 2018 è iniziata la quiescenza dei nati nel 1953. La curva dei pensionamenti raggiungerà il suo culmine tra il 2018 e il 2022 con uscite valutabili intorno a 6mila/7mila ogni anno. Siamo di fronte, infatti, ad una popolazione professionale particolarmente invecchiata per il blocco del turnover: già nel 2015 ben il 67% dei medici dipendenti aveva più di 50 anni. Dallo studio della curva demografica si evince come l'emorragia di medici raggiungerà la cifra di circa 52mila unità entro il 2025. L'arco di tempo considerato nel presente studio (2018/2025) è tale da sterilizzare gli effetti della 'quota 100' sul numero globale delle uscite, rimanendo il nuovo criterio pensionistico in vigore per tre anni. Inevitabile, invece, l'effetto di accelerazione delle uscite che si concentreranno soprattutto tra il 2019 e il 2022. E' evidente, quindi, che non basteranno i giovani medici a sostituire i pensionamenti, per colpa dell'errata programmazione degli specialisti perpetrata negli anni passati, ma soprattutto crollerà la qualità generale del sistema perché la velocità dei processi presenti e, soprattutto, futuri non concederà il tempo necessario per il trasferimento di competenze dai medici più anziani a quelli con meno esperienza sulle spalle. Si tratta, infatti, di esperienze, di conoscenze pratiche e di sofisticate capacità tecniche che richiedono tempo e un periodo di osmosi tra diverse generazioni professionali per essere trasferite correttamente. Conclusioni. Per Anaao Assomed «le condizioni di lavoro nei reparti ospedalieri e nei servizi territoriali stanno rapidamente degradando. Il blocco del turnover, introdotto con la Legge n. 296 del 2006, ha determinato, ad oggi, una carenza nelle dotazioni organiche di circa 10 mila medici. I piani di lavoro, i turni di guardia e di reperibilità vengono coperti con crescenti difficoltà e una volta occupate le varie caselle si incrociano le dita sperando che nessuno si ammali buttando all'aria il complicato puzzle che bisogna comporre ogni mese'. Il sindacato dei medici denuncia: 'Quindici milioni di ore di straordinario non pagate, numero di turni notturni e festivi pro-capite in crescita, fine settimana quasi sempre occupati tra guardie e reperibilità, difficoltà a poter godere perfino delle ferie maturate rappresentano gli elementi su cui si fonda oggi la sostenibilità organizzativa ed economica degli ospedali italiani». «Regioni e Aziende, dal 2007 a oggi, hanno risparmiato tagliando sul personale, il Bancomat che è stato ferocemente sfruttato per raggiungere l'equilibrio di bilancio. Non si tratta solo di turnover - sottolinea Anaao Assomed - ma anche di gravidanze o di assenze per malattie prolungate mai sostituite. Il risparmio per le aziende relativamente al mancato turnover dei medici e dirigenti sanitari per il solo 2018 è valutabile intorno al miliardo di euro, mentre gli straordinari non retribuiti rappresentano un regalo di 500 milioni che ogni anno viene dai medici e dirigenti sanitari elargito alle aziende. Ormai la situazione è pesante ed i numeri del presente lavoro indicano che la prospettiva rischia di avvitarsi verso il dramma, arrivando addirittura alla difficoltà di reperire specialisti pur in presenza di uno sblocco del turnover, in mancanza di interventi che determinino rapidamente un cambiamento». Le soluzioni sono state indicate in due punti qualificanti del cosiddetto "Contratto di governo". Si afferma, infatti, che «il problema dei tempi di attesa è susseguente anche alla diffusa carenza di medici specialisti, infermieri e personale sanitario. È dunque indispensabile assumere il personale medico e sanitario necessario, anche per dare attuazione all'articolo 14 della legge n. 161/2014». Si ribadisce, inoltre, che «i posti per la formazione specialistica dei medici dovrebbero essere determinati dalle reali necessità assistenziali e tenendo conto anche dei pensionamenti, assicurando quindi un'armonizzazione tra posti nei corsi di laurea e posti nel corso di specializzazione». «È necessario, pertanto, non solo sbloccare il turnover ma incrementare anche il finanziamento per le assunzione ed attivare i diversi miliardi di risparmi effettuati dalle Regioni nell'ultimo decennio. Per quanto attiene la formazione post laurea, oltre ad incrementare ad almeno 9.500/10mila i contratti annuali, è arrivato il momento di una riforma globale passando ad un contratto di formazione/lavoro da svolgere fin dal primo anno in una rete di ospedali di insegnamento in modo da mettere a disposizione degli specializzandi l'immensa casistica e il patrimonio culturale e professionale del Ssn. L'attuale sistema formativo, nella parte specialistica post lauream, se confrontato con quello degli altri Paesi Europei, appare obsoleto ed espressione di un arroccamento dell'Università che, pur di non perderne l'egemonia, è disposta a barattare la qualità formativa e la performance dell'intera programmazione di medici specialisti. Occorre apportare una modifica sostanziale all'impianto legislativo del D.lgs. 368/99 in cui risulti evidente una compartecipazione equa tra Università e Ospedali del Ssn nel percorso formativo e nel controllo della qualità dello stesso». L'Anaao Assomed ha più volte sollecitato l'attuale Governo, come quello precedente, a porre dei correttivi per far fronte a questa emergenza, stimolando un vivace dibattito. Un primo risultato è stato ottenuto nella legge di Bilancio per il 2019 con la previsione della partecipazione degli specializzandi dell'ultimo anno a concorsi per dirigenti medici del Ssn. L'iniziativa è condivisibile, in quanto permetterebbe di anticipare l'entrata nel mondo del lavoro rendendo più rapido il già macchinoso sistema concorsuale previsto per garantire il turnover nei reparti ospedalieri. «Poiché gli organici sono carenti in molti settori nevralgici degli ospedali, ogni ritardo di sostituzione dei medici posti in pensione determina carichi di lavoro incrementali difficili da sostenere per le équipe mediche coinvolte, con un conseguente aumento del rischio clinico per operatori e pazienti legato ad un peggioramento della sicurezza delle cure - avverte Anaao Assomed -. Sarebbe comunque auspicabile una previsione più esplicita di assunzione in servizio a tempo determinato degli specializzandi, anche prima del conseguimento del titolo. Ma, soprattutto, manca nella legge appena approvata dal Parlamento una decisa svolta nelle politiche assunzionali che superi l'anacronistico blocco introdotto con la Legge Finanziaria 2006». Anche l'incremento previsto del numero dei contratti di formazione, circa 900 a partire dal 2019, è largamente insufficiente per ridurre il deficit di specialisti che ci attende nell'immediato futuro. Stima della carenza di specialisti per singola specialità al 2025. Ma quanto impatterà quest'esodo di medici ospedalieri, legato non solo al pensionamento ma anche ad uscite precoci verso il privato, sulle diverse specialità? «Abbiamo calcolato un dato - si legge nel report di Anaao Assomed - incrociando la proiezione del numero di specialisti che, a programmazione invariata, potrebbero uscire dalle scuole universitarie nei prossimi otto anni, con una previsione dei possibili pensionamenti di specialisti attivi nel Ssn al 2025. Abbiamo stimato che solo il 75% degli specialisti formati scelga di lavorare per il Ssn (fonte: rapporto Fiaso 2018)». Proiettando al 2025 il numero di specialisti che potrebbero essere formati dalle scuole Miur, considerato il numero totale di medici specialisti attivi nel Ssn (105.310) e stimando i pensionamenti dal 2018 al 2025 in 52.500 unità (circa il 50% dell'attuale popolazione attiva), il risultato è «una carenza di circa 16.500 specialisti», spiega il sindacato dei medici. Le osservazioni sopra esposte, consentono di mettere a confronto, per le principali specialità, i flussi pensionistici nel Ssn nei prossimi otto anni (fonte: Cat 2016), con le capacità formative post laurea nello stesso periodo di riferimento. Da questa analisi si evince che la gran parte delle discipline analizzate andranno in deficit di specialisti, rischiando di impoverire la qualità dei servizi offerti dal Ssn, ma per alcune di esse la carenza rispetto al numero di specialisti formati sarà maggiore, andando a costituire una vera e propria emergenza già nel breve termine. Fonte.www.avvenire.it
Sileri,M5S
Quotidiano Sanità,   10/01/2019
Sileri (M5S): “Rivedere i Lea, inutile averne così tanti se poi non si hanno i soldi per portarli avanti. Meglio averne di meno ma garantiti”  Intervista al presidente della Commisione Sanità del Senato ai margini della conferenza stampa del M5S su "Poteri forti e Salute". Affrontati anche i nodi del personale e degli investimenti in sanità. E poi un affondo sull'autonomia differenziata: "La sanità è sanità, non ha un colore politico, non torneremo indietro di 200 anni dividendo l'Italia in Granducati". Infine una apertura sul comma 687 della legge di Bilancio che, secondo i sindacati, mette in discussione i rinnovi contrattuali: “Se c’è dialogo una soluzione si trova”. 10 GEN - “Siamo al governo da 6 mesi: il primo atto, quello più importante, è stato quello di non ridurre il fondo sanitario nazionale, lo abbiamo incrementato di un miliardo e lo incrementeremo ulteriormente nei prossimi anni per un totale di 4 miliardi. Ma penso che dovremmo porci l'obiettivo di rivedere i Lea: è inutile averne tantissimi sulla carta per poi non avere i soldi per portarli avanti. È meglio averne qualcuno in meno ma che siano davvero garantiti".   A parlare è il presidente della commissione Igiene e Sanità del Senato Pierpaolo Sileri del M5S a margine di una conferenza stampa del M5S a Palazzo Madama dal titolo emblematico "Poteri forti e Salute".   La prima domanda posta al senatore è stata comunque sul manifesto Pro-scienza firmato anche da Beppe Grillo: "Una bellissima notizia", ha detto il presidente della Commissione spingendosi anche a ipotizzare che quella firma possa rappresentare "un passo avanti" per avere un "buon disegno di legge che rispetterà tutte le esigenze".    Il presidente ha poi parlato anche delle sfide future: “Bisognerà pensare al personale - medici, infermieri, Oss - non c'è servizio sanitario senza il personale. L'altra cosa è pensare non solo agli ospedali - che devono essere aperti e rivitalizzati - ma soprattutto al territorio. Per far questo però serve il personale: contratti, valorizzazione ed evitare la fuga dal sistema sanitario nazionale”.   E sul personale c'è anche da segnalare la disponibilità a valutare le richieste di modifica del comma 687 della legge di Bilancio appena approvata che, a parere di medici e dirigenti del Ssn, metterebbe a rischio la stessa stipula dei nuovi contratti: "Sia sempre pronti al dialogo e al confronto ma senza muri", ha detto Sileri, facendo riferimento alla richiesta di abolizione di quel comma tout court richiesta dai sindacati attraverso un emendamento al Decreto semplificazioni.   Altri interventi chiave per Sileri sono inoltre quelli "sull'edilizia sanitaria, spesso fatiscente, sulla tecnologia senza la quale un ospedale non può andare avanti e sulla spesa farmaceutica e i dispositivi medici".   Quanto al regionalismo differenziato, infine, Sileri si dice "scettico sulla mancanza di comunicazione tra le regioni e il governo centrale. La sanità è sanità, non ha un colore politico, non torneremo indietro di 200 anni dividendo l'Italia in Granducati"   L.F.  Fonte.www.quotidianosanità.it