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Cure primarie 3
Quotidiano Sanità,   22/04/2018
Quale futuro per le cure primarie? (terza parte e ultima parte) Le Regioni potrebbero  condividere con i professionisti  azioni   innovative  anche sperimentali  (in particolare le  Regioni che hanno firmato il patto per le autonomie). Ecco quali iniziative si potrebbero avviare come esempio di possibili  moderni patti-contratti 20 APR - Le cure primarie territoriali oggi, in Italia,  sono statiche, paludose paralizzate da processi decisionali  in capo a Conferenze Territoriali fortemente autoreferenziali.   Altrove obiettivi specifici hanno prodotto discontinuità, cambiamenti ed investimenti, nuovi strumenti organizzativi, risorse non marginali finalizzate all’attività in team multi professionali, multidisciplinari e multisettoriali  connessi con strumenti informatici ma organizzati in modo da prevedere modalità di contatto diretto essenziali per una reale gestione coerente e condivisa dell’assistenza.   Da questo punto di vista  è necessario prevedere all’interno del tempo/lavoro dei medici e degli operatori sanitari una quota dedicata all’accesso  e alla condivisione  della  complessità dei dati disponibili  e al confronto diretto in team.   Il cambio generazionale prossimamente dirompente, volendo, potrebbe  diventare un ottima  occasione per il rilancio  spontaneo a costo zero del SSN. La competenza professionale  delle nuove generazioni  di medici può garantire una  moderna  qualificazione dell’assistenza in grado di far fronte alle sfide imposte dall’epidemia  della cronicità sia per le  innegabili abilità cliniche  ma anche   per  una corretta   visione  olistica-antropologica  della salute umana.   La paradossale  ipotesi del task-shifting  ossia il trasferimento delle competenze del medico ad altre figure professionali sanitarie confligge rovinosamente con la  preparazione  professionale  delle nuove generazioni  di medici di  medicina  generale formati ai principi di una  disciplina che  praticano quotidianamente  e che conoscono  molto bene  nella  specificità dell’ approccio epidemiologico, clinico e relazionale  (Wonca Europe).   Quando si attiveranno  gli AAIIRR  (Accordi  Integrativi Regionali) e per gli AAIILL (Accordi Integrativi Locali) le istituzioni che nel passato non hanno preso  in considerazione  le criticità   che attualmente  caratterizzano le cure primarie,  riusciranno a  fare un salto di qualità,  dimostrare una discontinuità, prospettare un prodotto di rottura?  C’è ancora tempo per agire su alcuni ambiti in attesa di una adeguata riforma.   A questo scopo le Regioni potrebbero  condividere con i professionisti  azioni   innovative  anche sperimentali  (in particolare le  Regioni che hanno firmato il patto per le autonomie)  ed è possibile, in questa sede,  elencare   solo alcune iniziative come  parziale esempio di possibili  moderni  patti-contratti: - La legge Balduzzi 2012  rimane  il riferimento più recente in merito all’organizzazione territoriale della medicina generale   - Abolire  il carico burocratico   relativo alle attività domiciliari ADI/Cronicità in congruenza con un governo clinico completamente in carico al territorio e ai professionisti  che operano in team ( UCCP/ Case della Salute/AFT)      - Valorizzare il ruolo e la funzione  dei mmg      - Le strutture logistiche fondamentali in grado di realizzare un sinergismo di risorse e di erogazioni complesse  sono le UCCP/Case della salute. L’integrazione in queste strutture dei professionisti mmg  deve prevedere un progetto organizzativo innovativo prodotto dagli stessi  professionisti. L’appartenenza ad una UCCP/Casa della Salute non è obbligatoria.  L’UCCP è parte fondamentale del distretto, è una declinazione aziendale  delle  strutture  organizzative-operative  e richiede, come per i distretti,  norme legislative nazionali  e costi standard   - Le UCCP/Case della Salute in gado di erogare  prestazioni complesse, con la presenza di strutture  intermedie attive  H24 e di Continuità Assistenziale  ( definite  Grandi) rappresentano le vere e   reali alternative   ai ricoveri inadeguati e assolvono  gli impegni relativi ai programmi  nazionali della cronicità e della  prevenzione; al  contrasto  degli accessi  impropri al pronto soccorso, al governo delle liste d’attesa e all’appropriatezza      - Una struttura  logistica per divenire effettivamente  punto di riferimento di una comunità di assistiti della medicina generale territoriale non deve superare un bacino di 30.000 abitanti   - Le AFT sono per definizione funzionali e non possono erogare in modo strutturato prestazioni complesse, restano aree territoriali-geografiche organizzative e funzionali della medicina generale. I professionisti mmg  delle AFT,  eventualmente non inseriti per scelta nelle UCCP/Case della Salute,   possono  essere coinvolti in  progetti  integrati ( UCCP/Casa della Salute/AFT) per erogazioni complesse.   - All’interno della organizzazione territoriale della medicina generale non si devono creare differenziazioni professionali o assistenziali  tenendo conto che la soddisfazioni dei bisogni sanitari collegabili alle funzioni della medicina generale   richiedono  sempre ambiti territoriali  contenuti mai superiori ai 30.000 abitanti (  corrispondenti a circa 20 mmg  massimalisti).   Per non creare  differenziazioni professionali e  assistenziali ogni AFT dovrebbe avere una sua UCCP di riferimento.   - I fattori di produzione dell’assistenza non devono essere confusi con i fattori di produzione del reddito o con fattori per lo svolgimento ( o acquisto)  di attività  diagnostiche   - Le società di servizio  o le cooperative  sociali    possono intervenire  a sostegno delle aggregazioni  ( UCCP/Case della Salute/AFT)   per quanto riguarda i fattori di produzione dell’assistenza   - I rappresentanti dei professionisti sono referenti eletti dagli stessi mmg.  Il termine coordinatore  non appartiene all’ambito  della medicina generale territoriale. I referenti  hanno funzioni di servizio e sono unici per  le aggregazioni complesse e per quelle funzionali dello stesso territorio  al fine di favorire l’integrazione tra i mmg dell’UCCP e dell’AFT . I mmg  che svolgono attività di consulenza per le aziende non sono rappresentanti dei mmg ma  fiduciari aziendali. Il mmg fiduciario aziendale che  riveste  cariche sindacali può incorrere in  conflitto di interessi.   - L’inserimento delle nuove generazioni nella medicina generale convenzionata   avviene per graduatoria  regionale. E’ possibile  ipotizzare diverse vie di accesso alla professione   convenzionata rifacendosi sempre alla graduatoria regionale in particolare per le strutture aggregate e in relazione  al massimale  (zone carenti anticipate attivate in tempo reale con sistemi informatici  da mmg ultra sessantacinquenni)   - I debiti formativi possono essere soddisfatti da attività autonome documentate ( attività di team che affrontano temi di appropriatezza, personalizzazione; incontri di briefing;  attività di tutor, attività di referente; partecipazione a tavoli professionali ed organizzativi locali, regionali e nazionali;  attività di coordinamento del volontariato, docenza di vari ordini e gradi, rappresentanza o ruoli istituzionale …)   - Occorre distinguere tra  l’assistenza primaria erogata da una équipe e  il lavoro  in team e/o in squadra. La caratteristica distintiva specifica e qualificante  dell’operabilità della mmg inserita all’interno di una struttura  in grado di erogare prestazioni complesse dovrebbe essere  quella del lavoro in team e/o di squadra e non in équipe. Il lavoro in équipe  si riferisce ad  enti o professionalità diverse  che operano insieme ( in modo coordinato e gerarchico) per affrontare  e risolvere un problema non risolvibile  dai singoli componenti o dalle loro funzioni aziendali di partenza (es.: équipe chirurgica).   Il lavoro in team e/o in squadra   è orientato ad un progetto e risponde nel suo complesso ad un  problema. E’ flessibile e i componenti  cambiano  in relazione alla domanda.  Questo tipo di approccio  rappresenta  una specificità assistenziale  che viene percepita dagli assistiti come personalizzazione della cura:  la collaborazione interna al team tra le diverse professionalità  è in grado di migliorare  i sistemi operativi e le dinamiche collaborative interdisciplinari che possono gestire i cambiamenti, gli apprendimenti, il problem solving e sostenere impegno e motivazione. Il coordinamento non è gerarchico ma  diluito e dettato dalla definizione di norme comuni di servizio ( tempo delle risposte, efficienza, precisione, dedizione , passione …).   ll team multiprofessionale, multidisciplinare e multisettoriale (M&M&M)  risponde alle esigenze della programmazione  assistenziale in quanto attiva il processo della presa in carico degli assistiti occasionali/di opportunità  ma soprattutto  degli assistiti complessi e fragili attivando l’integrazione con  la specialistica, l’infermieristica;   l’integrazione H-T e socio sanitaria,  il coinvolgimento del farmacista/statistico, la collaborazione  con il volontariato,  il terzo settore  e con le nuove professionalità sanitarie. Il team si avvale di incontri estemporanei di  briefing ( incontri brevi, informali, di solito mattutini normalmente  in uso  nelle imprese  che generano prodotti di successo)   - Attività di team e di briefing, di educazione sanitaria,  di testimonianza pedagogica verso i corretti stili di vita  sono valorizzabili   Bruno Agnetti Centro Studi Programmazione Sanitaria ( CSPS) Sindacato dei Medici Italiani (SMI) Regione Emilia Romagna   Fonte.www.quotidianosanita'.it
Global Patient Safety Summit
Quotidiano Sanità,   22/04/2018
Global Patient Safety Summit. Ecco la dichiarazione di Tokyo per la sicurezza dei pazienti Mantenere alto il movimento politico a favore della “Azione globale per la sicurezza dei pazienti”, supportare ed abilitare le istituzioni sanitarie a implementare i cambiamenti nel sistema e nelle pratiche per migliorare la sicurezza dei pazienti, costruire le capacità di leadership e management per ridisegnare i servizi ponendo le persone al centro, lavorare in modo collaborativo con i pazienti e le famiglie che hanno subito un danno. Questi, in sintesi, i 4 impegni contenuti nel documento. 21 APR - Impegnare risorse per la sicurezza dei pazienti è l’investimento più redditizio per i sistemi sanitari, sfruttando le potenzialità delle nuove tecnologie per spostare progressivamente le cure dagli ospedali alle comunità. Questa è la sintesi del messaggio politico che esperti provenienti da tutto il mondo hanno presentato alle oltre 40 delegazioni nazionali giunte a Tokyo per il terzo “Global Patient Safety Summit”.   Il governo Giapponese, in partnership con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha raccolto il testimone del Regno Unito e della Germania, che avevano organizzato i summit del 2016 a Londra e del 2017 a Berlino, con l’obiettivo dichiarato di portare la sicurezza del paziente al primo posto nell’agenda della politica sanitaria globale, insieme alla Universal Health Coverage (UHC). Il summit si è tenuto il 12 ed il 13 aprile, seguendo lo stesso schema dei precedenti: la prima giornata dedicata alla discussione tra esperti, la seconda al confronto con i politici e le amministrazioni dei sistemi sanitari.   I temi scelti quest’anno dagli organizzatori, con il supporto di un advisory board internazionale di cui ho avuto l’onore di fare parte, sono stati: • la cultura della sicurezza, • la sicurezza dei pazienti nella società che invecchia, • tecnologie digitali e sicurezza delle cure, • le buone pratiche nei paesi a basso e medio reddito, • l’impatto economico della sicurezza dei pazienti. Don Berwick, presidente onorario dell’Institute for Healthcare Improvement di Boston e Chris Power, CEO del Canadian Patient Safety Institute hanno coordinato il panel sulla cultura della sicurezza, le cui conclusioni hanno richiamato l’importanza di leader che infondano le organizzazioni sanitarie di fiducia e non di paura, superando i sistemi punitivi in caso di errore umano e costruendo un’etica professionale secondo il principio zen del “Magokoro”, che coniuga la trasparenza con il rispetto profondo dell’altro indipendentemente dalle limitazioni dovute allo stato di salute e alla condizione sociale. Insieme a Tomonori Hasegawa, direttore del Japan Quality Council, ho coordinato i lavori sul tema della sicurezza dei pazienti nella società che invecchia, un’esigenza che accomuna molto Italia e Giappone. Nella nostra sintesi l’invito a spostare progressivamente le risorse dall’assistenza per acuti alle cure di comunità, mettendo i pazienti e le famiglie al centro nella prevenzione dei rischi sanitari, a partire dalle malattie associate agli stili di vita e dalla gestione sicura delle numerose comorbilità che affliggono gli anziani per effetto dei successi della medicina. Un approccio olistico, mediante il coordinamento tra professionisti sanitari e socio-sanitari, insieme ai pazienti e le famiglie, può migliorare considerevolmente la sicurezza, ad esempio, riducendo l’uso improprio dei farmaci, le cadute ed il deterioramento dovuto dalla demenza senile. Ed Kelley, direttore del dipartimento qualità e sicurezza dell’Oms e Hiroshi Takeda, presidente della scuola di scienze della salute al Jikei Insitute, hanno riferito le opportunità ed i rischi posti dall’uso delle nuove tecnologie per la sicurezza dei pazienti. Innanzi tutto i governi dovrebbero concordare regole comuni per l’uso sicuro e rispettoso della privacy delle tecnologie digitali, al contempo costruendo sistemi informativi in grado di supportare i percorsi assistenziali dei pazienti, integrandovi i controlli connessi con le buone pratiche per la sicurezza e misure di efficacia evidence-based. Al contempo, è necessario studiare i punti di forza e di debolezza delle tecnologie digitali, ponendo sempre al centro l’interesse del paziente ed il valore delle cure. Jeremy Veillard, dirigente della World Bank e Neelam Dhingra, responsabile della sicurezza dei pazienti all’Oms, sono stati i portavoce delle esperienze dei Paesi a basso e medio reddito, che in virtù delle risorse limitate, stanno investendo in sicurezza dei pazienti per risparmiare gli enormi costi associati agli eventi avversi. Questo impegno è l’altra faccia della medaglia della UHC, in quanto una effettiva copertura dei bisogni assistenziali è sostenibile solo se i sistemi sanitari sono in grado di garantire la sicurezza delle cure. Ingo Hartel, dirigente del Ministero della Salute tedesco, ha portato le conclusioni della plenaria sugli aspetti economici connessi con la sicurezza dei pazienti, tema certamente prioritario sia per le difficoltà finanziare di molti sistemi sanitari, che per le importanti opportunità che la ricerca ha messo in evidenza. Se da un lato in Canada, ad esempio, gli effetti degli eventi avversi sono risultati la terza causa di mortalità e morbilità dopo tumori e malattie cardiovascolari, secondo l’OCSE ogni dollaro speso per la sicurezza dei pazienti può portare un ritorno di investimento fino a 7 volte superiore, sia nei contesti ospedalieri che nelle cure primarie, come riportato dal nuovo rapporto presentato in occasione del Summit. Le raccomandazioni incluse nel rapporto riguardano soprattutto la formazione del personale sanitario alla prevenzione dei rischi di infezioni e di terapia, il miglioramento del coordinamento mediante sistemi informativi integrati, la comunicazione e la valutazione con il paziente al centro. Questo ritorno di investimenti impatta soprattutto sui costi diretti, cioè l’impiego di risorse umane, di esami diagnostici, terapie e procedure necessarie a fare fronte alle conseguenze sanitarie degli eventi avversi, che colpiscono 1 paziente su 10 in ospedale ed 1 su 3 nelle strutture sociosanitarie, oltre ai costi sociali connessi con le disabilità prodotte e le successive compensazioni. Il ministro della Salute Katsunobu Kato, presidente del summit che si è svolto nello stile dell’accuratissima ospitalità nipponica, ha concluso i lavori presentando la dichiarazione di Tokyo, sostenuta da tutti i Paesi e dalle organizzazioni internazionali presenti*.   Ecco i 4 impegni contenuti nel documento: “Si afferma il nostro impegno per: • mantenere alto il movimento politico a favore della “Azione globale per la sicurezza dei pazienti”, lavorando a stretto contatto tra Paesi con diversi livelli di reddito, al fine di rafforzare le capacità mediante la collaborazione e l’apprendimento reciproci; mettendo la sicurezza dei pazienti al primo posto nelle politiche sanitarie e nei programmi per l’accesso universale alle cure (UHC); • supportare ed abilitare le istituzioni sanitarie, pubbliche e private, dalle cure primarie ai centri di riferimento, a implementare i cambiamenti nel sistema e nelle pratiche per migliorare la sicurezza dei pazienti; • costruire le capacità di leadership e management per ridisegnare i servizi ponendo le persone al centro, rafforzando i sistemi per la sicurezza dei pazienti, creando la cultura della sicurezza e della trasparenza, educando ed addestrando i lavoratori della sanità alla sicurezza dei pazienti, con il coinvolgimento dei pazienti e delle famiglia, aumentando l’efficienza e minimizzando i danni attraverso la condivisione delle conoscenze sui rischi, le buone pratiche ed i modelli di successo; • lavorare in modo collaborativo con i pazienti e le famiglie che hanno subito un danno, con le organizzazioni internazionali ed altri attori per incrementare la visibilità ed il lavoro di azione globale per la sicurezza dei pazienti, stabilendo la giornata Globale per la Sicurezza dei Pazienti che verrà celebrata il 17 settembre di ogni anno.”   Si tratta di un ulteriore tassello verso una risoluzione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite sull’argomento ed un richiamo importante per il cambiamento e l’innovazione nei sistemi sanitari a partire dalla sicurezza, che è il terreno su cui co-costruire l’accesso universale a cure di qualità. Un richiamo importante anche per il nostro Paese, nel 40esimo anniversario della costituzione del Servizio Sanitario Nazionale, nonché della dichiarazione di Alma Ata che ha introdotto la visione olistica della salute.   La sicurezza può essere il principio etico che smuove le nostre organizzazioni sanitarie, facendole uscire dal circolo vizioso di obiettivi economici basati su prestazioni a breve termine per ridisegnare i servizi sul valore delle cure nel lungo periodo. La legge italiana per la sicurezza delle cure (24/2017) è stata nuovamente portata a riferimento nel consesso internazionale, sta a tutti noi fare in modo che venga applicata e valutata nel tempo per migliorarla, nell’interesse delle persone assistite, degli operatori e delle organizzazioni sanitarie.   Tommaso Bellandi Direttore Sicurezza dei Pazienti - Azienda USL Toscana Nordovest Ha partecipato anche in rappresentanza del Centro gestione Rischio della Regione Toscana Clinico (WHO collaborating center)   *Lista dei Paesi presenti al summit: Australia, Fiji, Myanmar, Brunei, Cambogia, Canada, Sri Lanka, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Ecuador, Oman, Finlandia, Francia, Germania, Svizzera, Lituania, Grecia, India, Indonesia, Israele, Italia, Giappone, Kenya, Kuwait, Laos, Polonia, Lettonia, Mongolia, Russia, Lussemburgo, Messico, Sud Africa, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Filippine, Qatar, Corea del Sud, Arabia Saudita, Slovacchia, Spagna, Tanzania, Tailandia, Regno Unita, Stati Uniti D’America, Vietnam (ordine casuale)   ** Lista delle Organizzazione Internazionali presenti al summit: Organizzazione Mondiale della Sanità, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, Banca Mondiale, Agenzia Giapponese per la Cooperazione Internazionale, Organizzazione Internazionale delle Associazioni dei Pazienti, Associzione Mondiale degli Infermieri, Associazione Mondiale di Medicina, Fondazione del Movimento per la Sicurezza dei Pazienti.  Fonte.www.quotidianosanita'.it
Cannabis
Quotidiano Sanità,   22/04/2018
Cannabis. Ecco la valutazione scientifica dell’effetto del ‘fumo’ su stress, ansia e depressione È uno dei primi studi ad aver affrontato in maniera scientifica l’effetto del fumo di marijuana su vari di sintomi di wellbeing. Uno studio real life, condotto con l’ausilio di una speciale ‘app’ attraverso la quale 12 mila utilizzatori di cannabis hanno registrato l’effetto percepito su stress, ansia e depressione. Particolarmente evidente nelle donne l’alleviamento dello stato ansioso, ma qualche ‘tiro’ di cannabis, allevia nel breve termine ansia, stress e depressione in entrambi i sessi. Sul lungo periodo però, è in agguato la depressione. 21 APR - Fumare cannabis riduce in maniera significativa, almeno nel breve termine, il carico di depressione, ansia e stress. Ma c’è un rovescio della medaglia: nel corso del tempo può contribuire a peggiorare la depressione.   A stabilire questi effetti della cannabis è uno studio, pubblicato su Journal of Affective Disorders  a firma di scienziati americani della Washington State University, che rappresenta un tentativo inedito di valutare come la cannabis, a diverse concentrazioni di tetraidrocannabinolo (THC) e cannabidiolo (CBD) possa impattare sul benessere di un individuo.   “Sono rare le pubblicazioni relative agli effetti della cannabis su  depressione, ansia e stress – ricorda Carrie Cuttler, professore associato di psicologia presso la Washington State University e autore dello studio - e le poche esistenti sono state realizzate in laboratorio, somministrando pillole di THC. Questo studio dunque è unico perché siamo andati a valutare gli effetti dellacannabis inalata, in pazienti che ne hanno fatto uso a casa loro e non in laboratorio”.   I ricercatori americani hanno potuto così evidenziare che un ‘tiro’ di cannabis ricca di CBD e povera di THC risultava ottimale nel ridurre i sintomi di depressione; due ‘tiri’ di qualsiasi tipo di cannabis erano invece sufficienti a ridurre i sintomi di ansia, mentre 10 o più boccate di cannabis ricca di CBD e di THC producevano la più marcata riduzione dello stress.   “Tanti consumatori sono vittime della falsa credenza che maggiore è il contenuto di THC, meglio è. Questo studio dimostra invece che anche il CBD è un ingrediente della cannabis molto importante e in grado di potenziare alcuni degli effetti positivi del THC”.   Dallo studio emerge anche che sebbene in entrambi i sessi sia evidente la riduzione di questi tre sintomi (ansia, stress, depressione), con il consumo dicannabis, nelle donne la riduzione dello stato ansioso è decisamente più importante. I dati utilizzati in questo studio provengono dall’app ‘Strainprint’ che fornisce agli utilizzatori di marijuana terapeutica un sistema per obiettivare l’effetto di vari dosaggi e tipologie di cannabis, su alcuni sintomi relativi al benessere. Agli utilizzatori è stato richiesto di dare un ‘voto’ (da 1 a 10) ai sintomi presenti prima dell’uso di cannabis, di specificare il tipo dicannabis utilizzata, di specificare quanti ‘tiri’ avessero fatto e di rivalutare nuovamente i sintomi, sempre sulla scala da 1 a 10, venti minuti dopo aver fumato.   Gli autori dello studio hanno dunque sottoposto ad analisi statistica circa 12.000 contributi anonimi dati da altrettanti utilizzatori di questa ‘app’.   “Si tratta di uno dei primi studi scientifici – commenta Cuttler - a fornire una guida sul tipo e sulla quantità di cannabis che la gente utilizza per ridurre lo stress, lo stato d’ansia o la depressione. Normalmente, chi fa uso di cannabis a scopo terapeutico o ricreazionale, lo fa basandosi sul ‘sentito dire’ di amici e conoscenti, ma non su evidenze scientifiche”.   Maria Rita Montebelli Fonte.www.quotidianosanita'.it
Salute della donna
Quotidiano Sanità,   22/04/2018
3ª Giornata nazionale della salute della Donna. Lorenzin: “Fondamentale che i responsabili politici e gestionali della sanità pubblica dedichino attenzione alla salute femminile” Violenza e disturbi dell’alimentazione anche prevenzione e stili di vita sono i temi che hanno tenuto banco oggi in occasione della giornata che celebra la salute della donna. Tanti incontri, eventi, dibattiti e soprattutto screening gratuiti e informazioni alle donne in oltre 150 strutture sanitarie su tutto il territorio nazionale. Lorenzin: “Tutelare la salute femminile significa favorire la salute di un’intera famiglia e di tutta la collettività.” 21 APR - Sono numeri da far tremare i polsi quelli della violenza sulle donne. In Italia nel 2014 una donna su tre, quasi 7 milioni, tra i 16 e i 70 anni ha subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale dai loro partner o dagli ex, mentre 3 milioni 466 mila donne hanno subìto stalking nel corso della vita, 2 milioni 151 mila dall’ex partner. E sono 1 milione 404 mila quelle che nel corso della loro vita lavorativa hanno subito molestie fisiche o ricatti sessuali sul posto di lavoro.  Un fenomeno che nonostante mostri piccolissimi segnali di diminuzione (negli ultimi 5 anni le violenze fisiche o sessuali sono passate dal 13,3% all’11,3% rispetto al 2006) continua prepotentemente a mostrare il suo volto più oscuro, non si intacca infatti lo zoccolo duro della violenza nelle sue forme più gravi (stupri e tentati stupri). Anche sul fronte dei disturbi dell’alimentazione i numeri sono preoccupanti in Italia si stima che siano più di 3 milioni le persone affette, di cui il 95,9% sono donne. Fenomeni profondamente diversi, ma che chiamano in causa interventi di politica sanitaria, perché la programmazione e l’organizzazione dei servizi devono riuscire a garantire non solo il riconoscimento precoce dei casi critici, ma anche e soprattutto la loro presa in carico.   Per questo il Ministero della salute ha voluto mettere sotto i riflettori della terza Giornata nazionale della salute della donna, promossa insieme alla Fondazione Atena Onlus, che si celebra oggi, la violenza sulle donne e disturbi dell’alimentazione oltre al grande tema della prevenzione e degli stili di vita. In oltre 150 strutture sanitarie di tutta Italia ci saranno iniziative di sensibilizzazione e prevenzione organizzate dalle principali associazioni, società scientifiche e istituzioni territoriali che si occupano a vario titolo della promozione della salute della donna. Iniziative che proseguiranno anche oltre la Giornata stessa.   E nella Capitale, il Ministero della salute ha aperto le porte della sede di Viale Giorgio Ribotta dove, da questa mattina fino alle 17.00, è stato allestito il Villaggio della salute della donna. Sono state tante le ragazze e i ragazzi e moltissime le donne di tutte le età che,  in un’area ad hoc con stand gestiti da professionisti di Società scientifiche e Associazioni Federazioni, Università, partecipano attivamente alla giornata, sottoponendosi a visite e screening gratuiti, consulenze mediche, valutazioni nutrizionali, diagnostiche rapide o ricevendo consigli di prevenzione e di stili di vita corretti. Parallelamente, in quattro Tavoli di lavoro, esperti hanno affrontato i temi della Giornata.   “In questa Giornata – ha dichiarato il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin – vogliamo ancora una volta rappresentare le problematiche di salute al femminile e la specificità di genere, temi che impattano sul quadro sanitario, sociale ed economico della società italiana nel suo complesso. Tutelare la salute femminile significa favorire la salute di un’intera famiglia e di tutta la collettività, perché le donne svolgono un’azione di health driver fondamentale. È dunque fondamentale che i responsabili politici e gestionali della sanità pubblica dedichino costante attenzione alla salute femminile”.   Quest’anno, ha ricordato “abbiamo voluto centrare la Giornata su due focus in particolare, che impattano sulla salute fisica e psichica delle donne: la violenza e i disturbi dell’alimentazione. Due tematiche importanti che interessano, purtroppo, milioni di donne e che hanno bisogno di essere trattare con grande delicatezza. Esamineremo il tema della violenza contro le donne da un punto di vista sanitario. In questi anni abbiamo realizzato il ‘codice rosa’ e un servizio ad hoc nei pronto soccorso. Cercheremo quindi di capire come agire sul territorio, gestire la prevenzione, il percorso di accompagnamento e la presa in carico della donna ma anche delle famiglie. L’obiettivo è dare un in put uniforme alle Regioni. Esamineremo anche il tema della violenza sul lavoro. Con l’ osservatorio sulla violenza nel settore sanitario stiamo lavorando su questo fronte anche sulla formazione che dobbiamo dare ai nostri operatori”.   “Altro tema al quale tengo tantissimo è quello dei disturbi alimentari e del comportamento – ha poi aggiunto il ministro - quello che ho visto nel mio viaggio in Italia descrive uno scenario drammatico con bambine di 11-12 anni con problemi immensi. C’è bisogno di una presa incarico per una malattia tipica di questo secolo.   Il ministro si è poi rivolto ai giovani delle scuole che hanno partecipato all’iniziativa: “I discorsi che sentirete possono sembrare tecnici e lontani da voi, ma in realtà noi nell’affrontarli pensiamo proprio a voi e a come parlare a voi. Cerchiamo di intercettare le vostre mamme per prevenire la loro malattia, mamme che per pensare agli altri non pensano alla loro salute”. Lorenzin ha quindi invitato giovani a chiedere alle loro Chiedete quindi alle loro madri se hanno fatto la mammografia, oppure di invitarle a smettere di fumare. “Oggi il vostro corpo sembra invincibile – ha aggiunto – le ma quello che sarete tra 50 anni dipenderà dai vostri attuali comportamenti”.   La 3ª giornata nazionale della salute della donna è anche un’occasione preziosa per diffondere le “Linee guida nazionali per le aziende sanitarie e ospedaliere in tema di soccorso e assistenza socio-sanitaria alle donne che subiscono violenza” pubblicate in Gazzetta Ufficiale lo scorso 30 gennaio ha spiegato il Direttore generale della prevenzione sanitaria del Ministero della Salute Claudio D’Amario.   “Abbiamo organizzato un tavolo di lavoro sulla violenza nei luoghi di lavoro e uno sulla violenza sulle donne con disabilità con l’obiettivo di individuare azioni di prevenzione a queste sempre più numerose forme di violenza – ha spiegato – allo stesso modo questa giornata è un’occasione importante per focalizzare l’attenzione sul tema dei disturbi dell’alimentazione, con l’intento di affrontare in modo sinergico le criticità che si sono evidenziate nel tempo. In particolare sarà posto l’accento sui percorsi terapeutico-riabilitativi integrati, richiamando l’importanza dei ruoli diversi che possono e devono essere svolti dai programmatori strategici, a livello centrale e regionale, dagli operatori dei servizi e dalle Associazioni che danno voce a pazienti e familiari. Grande attenzione alla salute al femminile anche nel tavolo di lavoro su prevenzione e stili di vita che approfondirà questi due temi cruciali per la tutela della salute della donna ad ogni età”.   Fonte.www.quotidianosanita'.it
Giornata salute della donna
Quotidiano Sanità,   20/04/2018
Giornata salute della donna. Calcolosi, cistite, incontinenza, tumore della vescica: quando l’urologo non è solo lo specialista per l’uomo La società italiana di urologia ha deciso di aderire con convinzione alla giornata della salute della donna. Il 21 aprile al Ministero della Salute di Viale Ribotta saranno a disposizione dei cittadini gli specialisti della SIU per consulti e visite gratuiti sulle principali problematiche urologiche femminili e sarà diffuso in anteprima un volumetto con le regole di prevenzione e le opzioni di trattamento e, soprattutto, le fake news che circolano sul web, da evitare con attenzione. 20 APR - Sono molte le malattie urologiche che colpiscono la donna, dalla calcolosi urinaria alla cistite, dall’incontinenza urinaria da sforzo al tumore della vescica. Con numeri da ‘record’, conseguenze spesso molto gravi.   Il tumore della vescica conta nelle donne circa 5 mila nuovi casi ogni anno, con più di 1.200 decessi, la calcolosi vescicale colpisce il 5% delle italiane. Numeri elevatissimi - per l’incontinenza urinaria, con oltre 2 milioni di donne che ne soffrono in forme più o meno gravi. Lo stesso per la cistite, al 90% un problema femminile, a tutte le età -  e, quindi, migliaia di fake news su come intervenire.   È per esempio falso che in caso di calcoli urinari è necessario ridurre alimenti contenenti calcio, è falso che esistano farmaci in grado di ‘sciogliere’ i calcoli. Così come è falso che l’incontinenza urinaria sia ‘normale’ nelle donne in età avanzata, che tutte le donne ne soffrono, che è ereditaria, che non c’è nulla da fare. Esistono in entrambi i casi attività di prevenzione e cura corrette.   Meglio dunque rivolgersi ad uno specialista che cercare false conferme alle proprie convinzioni sul web. Per fare il punto sulle principali di queste malattie la SIU – Società Italiana di Urologia – ha preparato un volumetto che sarà diffuso in anteprima in occasione del tradizionale appuntamento organizzato dal Ministero della Salute in occasione della Terza Giornata Nazionale della salute della donna che si svolgerà sabato 21 aprile nella nuova sede di Viale Giorgio Ribotta a Roma.   “Contrariamente al comune sentire – spiega Vincenzo Mirone, responsabile dell’Ufficio Comunicazione della Società Italiana di Urologia e direttore del Dipartimento di Urologia all’Università Federico II di Napoli – l’urologo o l’urologa non sono solo i medici specialisti di riferimento per il maschio. In molti casi e per molte problematiche urologiche, le donne possono e devono rivolgersi ad uno specialista urologo, magari – perché no – il medesimo del marito. Non dimentichiamoci inoltre che – come per la ginecologia – sono moltissime anche le urologhe donne, anche se si tende ad utilizzare sempre il termine al maschile. Nei dipartimenti di Urologia si affrontano problematiche più semplici, come calcolosi e cistiti, se individuate e curate per tempo, ma anche – nell’ambito di équipe multidisciplinari – i casi di tumore della vescica”.    “I numeri di queste quattro principali malattie urologiche tipicamente femminili – spiega Luca Carmignani, responsabile dell’Ufficio Ricerca della SIU e direttore dell’Unità Operativa di Urologia all’IRCCS Policlinico San Donato di Milano – danno la misura del problema e, anche, della sua sottovalutazione in molti casi. Una situazione grave perché, a parte il tumore della vescica che richiede un percorso multidisciplinare, quasi sempre si tratta di problematiche comuni che possono essere prevenute con comportamenti corretti, e, se individuate per tempo, possono essere risolte con interventi terapeutici semplici e non invasivi.    “La presenza della SIU a questo evento – conclude Walter Artibani, segretario Generale della SIU e professore ordinario di urologia all’Università di Verona – fa aumentare il livello di conoscenza della figura dell’urologia anche nel campo femminile. Un passo fondamentale per poter sensibilizzare le donne su molte problematiche spesso sottovalutate. La presenza per la prima volta della Società Italiana di Urologia alla Giornata della Salute della Donna è solo l’inizio di un percorso di collaborazione con il Ministero della Salute su questi temi”.   Ecco i consigli e le regole della SIU (contenuti nell’opuscolo allegato alla presente mail):   CALCOLOSI URINARIA   Fattori di rischio  - Ridotto apporto idrico (< di 2.5 litri al giorno di acqua) - Dieta ricca di ossalati, calcio e acido urico - Patologie intestinali (es. Morbo di Chron, chirurgia bariatrica) - Obesità - Patologie mediche acquisite (es. malfunzionamento delle paratiroidi), ereditarie (es. malattie come cistinuria e iperossaluria) - Farmaci (es. calcio, Vitamina D) - Familiarità   Sintomi - Assenza di sintomi oppure - Colica renale caratterizzata da: - Dolore intenso che può irradiarsi dal fianco al basso ventre e/o inguine - Nausea, vomito, febbre e brividi (in caso di infezione) - Urgenza urinaria e bruciore durante la minzione - Raramente sangue nelle urine   Consigli - L’unica vera prevenzione è rappresentata dal bere tanto (2 litri di acqua al giorno) - Condurre uno stile di vita sano evitando un’alimentazione iperproteica (es. carne) e ricca di sale.   Fake news - Ridurre alimenti contenenti calcio (es. formaggi, latticini) previene la formazione di calcoli di calcio - Esistono farmaci in grado di sciogliere i calcoli di ossalato di calcio   CISTITE    Fattori di rischio  - Ridotto apporto idrico (< di 2.5 litri al giorno di acqua) - Patologie intestinali (es. stipsi cronica) - Obesità - Rapporti sessuali  - Metodi contraccettivi (es. diaframma, creme spermicide) - Prolasso vescicale o uterino - Vescica neurologica   Sintomi  - Aumentata frequenza della minzione - Bruciore minzionale - Sensazione di stimolo urgente e doloroso di urinare - Febbre e talora presenza di sangue nelle urine - Urine maleodoranti e/o torbide   Consigli  - Adeguato apporto idrico (1.5-2 litri di acqua al giorno) - Assecondare lo stimolo minzionale e NON posticipare la minzione - Urinare dopo i rapporti sessuali - Curare la stitichezza - Durante l’igiene intima lavarsi dall’alto verso il basso      INCONTINENZA URINARIA DA SFORZO   Fattori di rischio  - Genere: 1 donna su 3 soffre di questo disturbo - Gravidanza e menopausa - Fumo (causa problemi respiratori con tosse cronica e aumento della pressione addominale) - Obesità   Sintomi  Per capire se soffri di incontinenza da sforzo prova a rispondere a queste domande: - Sono spaventata quando sono in giro e sono lontana da un bagno? - Ho smesso di fare sport o andare in palestra?  - Ho cambiato il mio stile di vita perché ho paura delle perdite di urina? - I miei sintomi hanno cambiato il mio modo di relazionarmi con amici e familiari? - Sto evitando rapporti sessuali perché sono preoccupata di perdere urina?  - Se ad alcune di queste domande le risposte sono affermative può essere utile il parere dello specialista urologo.    Fake news  - È una patologia normale dell’età - Tutte le donne ne soffrono - È una patologia ereditaria - Non c’è nulla da fare    TUMORE DELLA VESCICA   Fattori di rischio  - Fumo di sigaretta (fino al 50% dei tumori sono causati dal fumo; chi fuma ha un rischio 2-3 volte maggiore di chi non fuma)  - Esposizione professionale (es. sostanze chimiche nella produzione di plastica, vernici, gomme e cuoio)  - Radioterapia pelvica e/o chemioterapia - Familiarità   Sintomi  - Sangue nelle urine - Bruciore e/o difficoltà/dolore ad urinare   Consigli  - Non fumare o, se si fuma, smettere di fumare - Dieta equilibrata (ridurre fritture e grassi, aumentare l’apporto di frutta e verdura) - Sistemi di prevenzione nelle categorie professionali a rischio - Il sangue nelle urine non è una condizione normale, per cui se vedi sangue devi subito andare dal tuo medico!!!  Fonte.www.quotidianosanita'.it
Settimana europea della vaccinazione
Quotidiano Sanità,   20/04/2018
Settimana europea della vaccinazione. Per l’Oms: “I vaccini salvano vite. Sono una responsabilità individuale e condivisa” L'obiettivo dell'iniziativa è contribuire a sostenere la domanda pubblica e il sostegno politico per la vaccinazione attraverso attività di advocacy e comunicazione mirata e attività educative. Il tema di quest'anno "Protected Together, #VaccinesWork"  promuove il messaggio principale che la vaccinazione di ogni persona è vitale per prevenire le malattie e proteggere la vita. E durante la settimana ogni paese partecipante implementa attività per informare e coinvolgere i principali destinatari e affrontare le sfide relative all'immunizzazione. I MATERIALI: STARTER-TOOLKIT - COMMUNICATION PACKAGE - HEARD IMMUNITY - HOW VACCINE WORKS – MORBILLO – ROSOLIA – POSTER. 20 APR - Dal 23 al 29 aprile, la Regione europea dell'Oms celebra la Settimana europea delle vaccinazioni (EIW), un'iniziativa annuale che sensibilizza sull'importanza dell'immunizzazione per la salute e il benessere delle persone. Fino dalla sua prima edizione nel 2005, EIW è diventato un evento ampiamente riconosciuto, svolto prevalentemente dagli Stati membri della Regione e coinvolge gli uffici e i partner nazionali dell'Oms, i ministeri della salute, le organizzazioni professionali e genitoriali, le strutture sanitarie locali, i politici e altro ancora. L'obiettivo dell'iniziativa è contribuire a sostenere la domanda pubblica e il sostegno politico per la vaccinazione attraverso attività di advocacy e comunicazione mirata e attività educative. La Regione europea continua a godere di una copertura complessiva per l'immunizzazione infantile e sta progredendo verso gli obiettivi del piano d'azione europeo sui vaccini, compresa l'eliminazione del morbillo e della rosolia. Alcuni esempi. Nel corso del 2016, circa l'86% dei bambini di tutto il mondo (116,5 milioni di bambini) ha ricevuto 3 dosi di vaccino contro la difterite-tetano-pertosse (DTP3), proteggendoli dalle malattie infettive che possono causare gravi malattie e disabilità o essere fatali. Entro il 2016, 130 paesi hanno raggiunto almeno il 90% della copertura del vaccino DTP3. Il morbillo è una delle principali cause di morte tra i bambini piccoli, anche se è disponibile un vaccino sicuro ed economico. Nel 2016, ci sono stati 89.780 decessi di morbillo a livello globale, e per la prima volta i decessi per morbillo sono scesi sotto i 100000 all'anno. La vaccinazione contro il morbillo ha portato un calo dell'84% delle morti per morbillo tra il 2000 e il 2016 in tutto il mondo. Nel 2016, circa l'85% dei bambini di tutto il mondo ha ricevuto una dose di vaccino contro il morbillo entro il primo compleanno attraverso i servizi sanitari di routine rispetto al 72% nel 2000. Durante il periodo 2000-2016, la vaccinazione contro il morbillo ha prevenuto circa 20,4 milioni di morti, rendendo il vaccino contro il morbillo uno dei migliori acquisti nella sanità pubblica.   La polio (poliomielite) colpisce principalmente i bambini sotto i 5 anni di età. Una su 200 infezioni porta a paralisi irreversibile. I casi dovuti al poliovirus selvaggio sono diminuiti di oltre il 99% dal 1988, da circa 350.000 casi a 22 casi segnalati nel 2017. Come risultato dello sforzo globale per sradicare la malattia, oltre 16 milioni di persone sono state salvate da paralisi. Finché un bambino singolo rimane infetto, i bambini in tutti i paesi sono a rischio di contrarre la polio. La mancata eliminazione della polio da queste ultime roccaforti rimanenti potrebbe comportare fino a 200.000 nuovi casi ogni anno, entro 10 anni, in tutto il mondo. Nella maggior parte dei paesi, lo sforzo globale ha ampliato le capacità di affrontare altre malattie infettive costruendo efficaci sistemi di sorveglianza e immunizzazione.   I vaccini sono uno degli strumenti sanitari più convenienti mai inventati. Ogni dollaro speso per l'immunizzazione infantile restituisce 44 dollari in benefici economici e sociali. Dal salvataggio delle vite alla prevenzione della povertà, alla protezione contro la malnutrizione, i vaccini consentono alle persone di tutto il mondo di vivere una vita piena e sana. Sono fondamentali per raggiungere gli obiettivi di sviluppo globale, anche quelli non direttamente correlati alla salute. Ad esempio, uno studio ha rilevato che se aumentassimo la copertura vaccinale nei paesi a basso e medio reddito entro il 2030, potremmo impedire a 24 milioni di persone di cadere in povertà a causa delle spese sanitarie. Altri studi hanno indicato che vaccinare i bambini contro il morbillo può migliorare le prestazioni nelle scuole. Sfortunatamente, i benefici dei vaccini si diffondono in modo non uniforme, con troppi bambini che perdono la protezione. Nel 2016, 1 bambino su 15 nella Regione ha perso il primo vaccino contro il morbillo e 1 su 21 non ha ricevuto tutte le dosi raccomandate di vaccini contro difterite, tetano e pertosse. Queste lacune nella copertura hanno portato a epidemie altrimenti evitabili. Focus della campagna 2018 Per aiutare a colmare le lacune nell’immunità, l'EIW 2018 si concentrerà sull'immunizzazione come responsabilità individuale e condivisa. I vaccini forniscono protezione individuale dalle malattie pericolose. Ma i benefici non si fermano qui. Quando tutti gli individui idonei in una comunità vengono vaccinati, non ci sono più persone “scoperte” in grado di sostenere la trasmissione di una malattia contagiosa. Insieme proteggono coloro che sono più vulnerabili, compresi i bambini. Ogni persona merita di essere immunizzata e condivide la responsabilità sociale di proteggere coloro che non possono proteggersi. In concomitanza con altre iniziative regionali e la Settimana mondiale dell'immunizzazione, la Regione Europea utilizzerà l'EIW 2018 come un'opportunità per evidenziare come i vaccini funzionano per proteggere le persone e le loro comunità e per progredire ulteriormente verso gli Obiettivi globali di sviluppo sostenibile. L'implementazione diffusa dei programmi di immunizzazione negli ultimi 30 anni ha portato a una drastica riduzione delle malattie e della morte dovuta a malattie prevenibili con il vaccino. La Regione Europea dell'Oms è stata certificata per la polio nel 2002 e i casi di morbillo nella Regione sono stati ridotti di oltre il 90% dal 2007. Tuttavia, c'è ancora molto da fare. Quasi 650.000 dei 10,7 milioni di bambini nati ogni anno nella regione europea non ricevono la serie completa di tre dosi di vaccino contro la difterite, il tetano e la pertosse e le popolazioni vulnerabili esistono in tutti i paesi. Ironia della sorte, il fatto che l'immunizzazione abbia reso molte malattie infettive rare o quasi sconosciute può portare all'opinione dei genitori e degli operatori sanitari che i vaccini non sono più necessari, esponendo i vaccini all'influenza dei gruppi di antivaccinazione e dei siti web. È necessario mantenere un forte sostegno politico per l'immunizzazione o la Regione rischia di veder riemergere malattie altamente contagiose, causando anche invalidità e morte e un notevole onere per i sistemi di assistenza sanitaria e i genitori. Recenti epidemie sottolineano la responsabilità regionale che tutti devono condividere per tenere sotto controllo le malattie prevenibili con il vaccino. L'immunizzazione salva milioni di vite ogni anno e questa storia di successo della sanità pubblica deve essere sostenuta. I paesi di tutta la regione devono fornire urgentemente informazioni accurate, equilibrate e comprensibili sui rischi delle malattie e sui benefici della vaccinazione. E ci sono una serie di importanti partner che sostengono la necessità dell’immunizzazione e forniscono assistenza ai paesi per l'attuazione di attività a livello nazionale e sub-nazionale, comprese le associazioni di operatori sanitari, organizzazioni non governative (ONG) e organizzazioni della società civile. Il tema di quest'anno "Protected Together, #VaccinesWork"  promuove il messaggio principale che la vaccinazione di ogni persona è vitale per prevenire le malattie e proteggere la vita. Durante l'EIW, ogni paese partecipante implementa attività per informare e coinvolgere i principali destinatari e affrontare le sfide relative all'immunizzazione. Per il pubblico in generale, gruppi vulnerabili, genitori e badanti: • organizzare eventi come spettacoli teatrali, concerti, eventi sportivi o conferenze stampa per evidenziare i messaggi chiave; • diffusione di materiale stampato, video o altro materiale informativo online sui benefici dell'immunizzazione; • organizzare attività di sensibilizzazione o campagne di immunizzazione catch-up per gruppi vulnerabili o sottoserviti, come detenuti, giovani e rifugiati; • organizzazione di campagne di media o poster per informare il pubblico sulle modifiche al programma di immunizzazione, come il passaggio alla registrazione elettronica dei registri di vaccinazione; • utilizzando i canali dei social media, diffusione di messaggi chiave, discussioni e risposte a domande o dubbi relativi al vaccino. Per gli operatori sanitari: • organizzare sessioni di formazione per il personale sanitario, a livello locale o nazionale; • diffusione di materiale informativo aggiornato al personale che si occupa della alla vaccinazione, fornendo loro indicazioni e strumenti per educare i genitori sull'importanza dell'immunizzazione. Per i responsabili politici e decisionali: • organizzare workshop per discutere le sfide dell'immunizzazione e informarli dei benefici dell'immunizzazione; • sviluppare materiali informativi con dati pertinenti e stime dei costi per sensibilizzare i responsabili decisionali alle problematiche e alle sfide legate alla vaccinazione. Per i media: • organizzare conferenze stampa per sensibilizzare i mezzi di informazione pertinenti alle questioni chiave in relazione alla vaccinazione e per generare un'attenzione positiva da parte dei media sull'importanza della vaccinazione; • tenere seminari per informare i giornalisti e incoraggiare una copertura mediatica equilibrata sulla vaccinazione  Fonte.www.quotidianosanita'.it
Colpa medica
Quotidiano Sanità,   19/04/2018
Colpa medica:Cassazione interpreta legge Gelli e decreto Balduzzi 2018-02-26 Quotidiano Sanità     "Quale sia, in tema di responsabilità colposa dell'esercente la professione sanitaria per morte o lesioni, l'ambito applicativo della previsione di "non punibilità" prevista dall'art. 590-sexies cod. pen., introdotta dalla legge 8 marzo 2017, n. 24".   Questa la questione che le sezioni unite sono state chiamate a chiarire da parte della IV sezione penale dopo che due sentenze recenti erano arrivate a conclusioni opposte sul tema della colpa medica a seguito di una diversa interpretazione della nuova legge Gelli e del vecchio decreto Balduzzi.   Le sezioni riunite si sono pronunciate il 21 dicembre scorso ma la loro sentenza è stata depositata solo lo scorso fine settimana.   I motivi del contenzioso giurisprudenziale All'origine del contrasto giurisprudenziale che ha determinato la rimessione alle Sezioni Unite – si legge nella sentenza  - vi è la promulgazione della legge 8 marzo 2017, n. 24 (Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie), entrata in vigore il 10 aprile 2017, nota come "legge Gelli-Bianco".   Questa – scrivono i giudici delle sezioni unite - proseguendo nella volontà manifestatasi nella presente legislatura, di tipizzazione di modelli di colpa all'interno del codice penale, ha disposto, all'art.  6, nel primo comma, la formulazione dell'art. 590-sexies cod. pen. contenente la nuova disciplina speciale sulla responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario e, nel secondo comma, la contestuale abrogazione della previgente disciplina extra-codice della materia. E cioè del comma 1 dell'art. 3, d.l. 13 settembre 2012, n. 158, recante disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute, decreto convertito, con modificazioni, dalla legge 8 novembre 2012, n. 189 e conosciuto come "decreto Balduzzi", dal nome del Ministro della Salute del Governo che lo aveva presentato.   In particolare l'art. 3 del d.l. Balduzzi era stato concepito per normare i limiti della responsabilità penale dell'esercente la professione sanitaria a fronte di un panorama giurisprudenziale divenuto sempre più severo nella delineazione della colpa medica punibile, salvo il mantenimento di una certa apertura all'utilizzo della regola di esperienza ricavabile dall'art. 2236 cod. civ., per la stessa individuabilità della imperizia, nei casi in cui si fosse imposta la soluzione di problemi di specifica difficoltà di carattere tecnico-scientifico.   Ebbene, notano i giudici, l'art. 3 citato era stato congegnato nel senso di sancire la esclusione della responsabilità per colpa lieve, quando il professionista, nello svolgimento delle proprie attività, non ulteriormente perimetrate con riferimento alla idoneità dell'evento ad integrare specifiche figure di reato né quanto alla afferibilità alla negligenza, imprudenza o imperizia, si fosse "attenuto" a lineeguida e alle buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica.   Dal canto suo, l'art. 6 della legge Gelli-Bianco, volto ad incidere con la previsione di una causa di non punibilità sulla responsabilità colposa per morte o lesioni personali da parte degli esercenti la professione sanitaria, la ha introdotta come specificazione ai precetti penali generali in tema di lesioni personali colpose (art. 590 cod. pen.) o omicidio colposo (art. 589), con espressa limitazione agli eventi verificatisi a causa di "imperizia" e sul presupposto che siano state «"rispettate" le raccomandazioni previste dalle linee-guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico—assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee-guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto».   Questo il quadro sul quale le sezioni riunite sono state chiamate a dirimere i dubbi interpretativi soprattutto a seguito delle due recenti sentenze sulla colpa medico giunte a conclusioni contrastanti tra loro.   Cosa prevedono le due sentenze contrastanti Una delle due sentenze, concernente il caso di un medico psichiatra, responsabile del piano riabilitativo redatto per un paziente e chiamato a rispondere, a titolo di colpa, dell'omicidio volontario da questi compiuto, con un mezzo contundente, nella occasione della convivenza con la futura vittima, posta unitamente all'imputato in una struttura residenziale a bassa soglia assistenziale.   In questo caso, dopo che il medico era stato prosciolto dal Gip ai sensi dell'art. 425 cod. proc. pen., la Cassazione ha fatto oggetto di annullamento con rinvio, tra l'altro, per il necessario raffronto con le linee-guida del caso concreto, anche nella prospettiva della operatività del decreto Balduzzi quale legge più favorevole.   L’altra sentenza è invece in un caso di doppia pronuncia conforme di condanna, nei confronti di un medico che aveva effettuato un intervento di ptosi (lifting) del sopracciglio, cagionando al paziente una permanente diminuzione della sensibilità in un punto della zona frontale destra per la lesione del corrispondente tratto di nervo. Tale decisione ha dichiarato la prescrizione del reato rilevando che la condotta del sanitario, descritta dai giudici del merito come gravemente imperita, non poteva godere della novella causa di non punibilità sol perché nella motivazione della sentenza non si affrontava il tema dell'eventuale individuazione di corrette linee-guida, omissione non più emendabile per il sopravvenire della causa di estinzione. Inoltre il medico non poteva neppure beneficiare della previsione liberatoria della legge Balduzzi, data la accertata "gravità" della colpa e dell'"errore inescusabile", come plasmato dalla giurisprudenza della Cassazione con riferimento tanto alla scelta del sapere appropriato quanto al minimo di correttezza della fase esecutiva.   L’analisi delle sezioni riunite Le Sezioni Unite hanno ritenuto che in ciascuna delle due contrastanti sentenze in esame siano espresse molteplici osservazioni condivisibili, in parte anche comuni, ma manchi una sintesi interpretativa complessiva capace di restituire la effettiva portata della norma in considerazione.   Sintesi che richiede talune puntualizzazioni sugli elementi costitutivi della nuova previsione, da individuare attraverso una opportuna attività ermeneutica che tenga conto, da un lato, della lettera della legge e, dall'altro, di circostanze anche non esplicitate ma necessariamente ricomprese in una norma di cui può dirsi certa la ratio, anche alla luce del complesso percorso compiuto negli anni dal legislatore sul tema in discussione. Percorso al quale non risultano estranei il contributo della Corte costituzionale né gli approdi della giurisprudenza di legittimità, di cui, dunque, ci si gioverà.   Le conclusioni sulla colpa Un lavoro di analisi certosino che i giudici delle sezioni riunite hanno messo nero su bianco nella loro sentenza che alla fine chiarisce finalmente che l'esercente la professione sanitaria risponde, a titolo di colpa, per morte o lesioni personali derivanti dall'esercizio di attività medico-chirurgica in quattro fattispecie: a) se l'evento si è verificato per colpa (anche "lieve") da negligenza o imprudenza; b) se l'evento si è verificato per colpa (anche "lieve") da imperizia quando il caso concreto non è regolato dalle raccomandazioni delle linee-guida o dalle buone pratiche clinico-assistenziali; c) se l'evento si è verificato per colpa (anche "lieve") da imperizia nella individuazione e nella scelta di linee-guida o di buone pratiche clinicoassistenziali non adeguate alla specificità del caso concreto; d) se l'evento si è verificato per colpa "grave" da imperizia nell'esecuzione di raccomandazioni di linee-guida o buone pratiche clinico-assistenziali adeguate, , 28 Corte di Cassazione - copia non ufficiale tenendo conto del grado di rischio da gestire e delle speciali difficoltà dell'atto medico".   Quando e come applicare la legge più favorevole tra la Balduzzi e la Gelli-Bianco Il connesso tema concernente la individuazione della legge più favorevole, in dipendenza dai principi posti dall'art. 2, quarto comma, cod. pen. sulla successione delle leggi penali nel tempo – scrivono i giudici - trova il proprio naturale sviluppo raffrontando il contenuto precettivo dell'art. 590-sexies cod. pen., come individuato, con quello dell'art. 3, abrogato. Si enucleano soltanto i casi immediatamente apprezzabili.    In primo luogo, tale ultimo precetto risulta più favorevole in relazione alle contestazioni per comportamenti del sanitario - commessi prima della entrata in vigore della legge Gelli-Bianco - connotati da negligenza o imprudenza, con configurazione di colpa lieve, che solo per il decreto Balduzzi erano esenti da responsabilità quando risultava provato il rispetto delle linee-guida o delle buone pratiche accreditate.   In secondo luogo, nell'ambito della colpa da imperizia, l'errore determinato da colpa lieve, che sia caduto sul momento selettivo delle linee-guida e cioè su quello della valutazione della appropriatezza della linea-guida era coperto dalla esenzione di responsabilità del decreto Balduzzi (v. Sez. 4, n. 47289 del 09/10/2014, Stefanetti, non massimata sul punto), mentre non lo è più in base alla novella che risulta anche per tale aspetto meno favorevole.   In terzo luogo, sempre nell'ambito della colpa da imperizia, l'errore determinato da colpa lieve nella sola fase attuativa andava esente per il decreto Balduzzi ed è oggetto di causa di non punibilità in base all'art. 590-sexies, essendo, in tale prospettiva, ininfluente, in relazione alla attività del giudice penale che si trovi a decidere nella vigenza della nuova legge su fatti verificatisi antecedentemente alla sua entrata in vigore, la qualificazione giuridica dello strumento tecnico attraverso il quale giungere al verdetto liberatorio.   Analogamente, agli effetti civili, l'applicazione dell'art. 3, comma 1, del decreto Balduzzi prevedeva un coordinamento con l'accertamento del giudice penale, nella cornice dell'art. 2043 cod. civ., ribadito dall'art. 7, comma 3, della legge Gelli-Bianco. La responsabilità civile anche per colpa lieve resta ferma (v. Sez. 3 civ., n. 4030 del 19/02/2013; Sez. 4 civ., ord. n. 8940 del 17/04/2014) a prescindere, dunque, dallo strumento tecnico con il quale il legislatore regoli la sottrazione del comportamento colpevole da imperizia lieve all'intervento del giudice penale. Fonte.www.Msd.it  
Certificato medico
A.M.C.I. Roma,   19/04/2018
Certificato per l’attività sportiva: esonerati dall’obbligo i bambini di età inferiore ai 6 anni 2018-04-02 A cura di: Paolo Spriano e Mauro Marin – MMG Milano, Direttore di Distretto - Pordenone - aas5 Friuli Occidentale     Il Decreto ministeriale 28 feb 20181 sancisce che i bambini di età compresa tra 0 e 6 anni non siano sottoposti ad obbligo di certificazione medica per l'esercizio dell'attività sportiva in età prescolare salvo giudizio diverso del medico pediatra. Il DM integra la normativa in materia di certificazioni sportive2,3 con l’obiettivo di non traslare, dal mondo agonistico alla popolazione generale, i criteri restrittivi inerenti al rilascio dell’idoneità. Il DM semplifica, come richiesto e ribadito dalla società scientifica dei medici pediatri, l’iter di chi desidera promuovere l’attività motoria costante dei propri figli e vincolarla al giudizio del medico curante solo se lo riterrà necessario. Nei bambini di età inferiore ai 6 anni l’eccezione del giudizio diverso del medico/pediatra può essere correlata al sospetto da accertare o alla documentata presenza di patologie per cui sia eventualmente indicata la prescrizione di un’attività fisica adattata alle specifiche condizioni cliniche del minore e l’eventuale esecuzione preliminare di accertamenti clinici. Sarà dunque prudenza dei genitori sentire il medico in presenza o nel dubbio di disturbi del bambino necessitanti una valutazione sanitaria che, in tal caso, il medico provvederà ad erogare. Il DM, con l’abolizione dell’obbligatorietà di certificazione per l’attività sportiva di un bambino di età < 6 anni, valorizza ruolo e giudizio clinico del medico pediatra a garanzia dello stato di salute del bambino. Il cotesto di riferimento Il certificato d’idoneità all’attività sportiva non agonistica, con relativa esecuzione di ECG, se non già eseguito in precedenza, per legge è necessario ed esclusivo per: alunni che svolgono attività fisico-sportiva organizzata dagli organi scolastici nell’ambito delle attività parascolastiche (extracurricolari). partecipanti ai Giochi della gioventù nelle fasi che precedono quelle nazionali. atleti che svolgono, in modo sistematico e continuativo, attività organizzate da società sportive affiliate al C.O.N.I. o Enti di promozione sportivi riconosciuti e che non siano considerati agonisti in base al regolamento della federazione o ente di promozione sportiva di appartenenza (per gli agonisti occorre infatti il certificato di idoneità sportiva agonistica). Il certificato di idoneità sportiva non agonistica è rilasciato di norma dal medico di medicina generale e dal pediatra di libera scelta, o dai medici specialisti in medicina dello sport secondo i criteri definiti dai D.M. in materia2,3 . Il medico certifica, acquisita la richiesta della scuola o della società sportiva di appartenenza, su specifico modello che dichiara che l’attività sportiva rientra in uno dei tre casi in cui il certificato è necessario, ed è quindi gratuito. Per il rilascio del certificato deve essere consegnato al medico il referto di un elettrocardiogramma, anche non recente. Se la persona non ha il necessario elettrocardiogramma, il medico di famiglia/pediatra glielo prescrive su ricettario SSN e l’esame può essere prenotato attraverso il CUP, ma solo nei casi in cui è previsto il rilascio gratuito di tale certificazione. Il certificato d’idoneità sportiva non agonistica potrà essere rilasciato dal medico previa acquisizione del referto dell’ECG. A livello di conservazione documentale dei referti farà fede per il medico la registrazione sulla scheda elettronica del paziente. L’idoneità all’attività sportiva non agonistica vale un anno, viene registrata sul libretto sanitario dello sportivo ed è valida per tutti gli sport, a meno che non sia espressamente esclusa qualche disciplina dal medico certificatore. Il D.M. del 8 agosto 2014 sulle linee guida per le certificazioni sportive, per tutte le altre forme di attività motorie, non prevede l’obbligatorietà di certificazione4. Così per tutti, a prescindere dall’età, il certificato per l’attività sportiva non agonistica non dovrebbe essere richiesto in casi diversi da quelli identificati e di questo dovrebbero essere informati i gestori di impianti sportivi. Documenti Normativi D.M. 28 Febbraio 2018. D.L. 13 settembre 2012, legge 8 novembre 2012 n. 189, decreto Ministero salute 24 aprile 2013, DL 21 giugno 2013 n.69, legge 9 agosto 2013 n.98. D.M. 8 agosto 2014 - Approvazione delle linee guida in materia di certificati medici per l'attivita' sportiva non agonistica. G.U. Serie Generale, n. 243 del 18 ottobre 2014. Nota esplicativa del 16 giugno 2015 - Ministero salute. Fonte.www.Msd.it
Streptococco
Quotidiano Sanità,   19/04/2018
Streptococco. Ecco i consigli degli esperti del Bambino Gesù 2018-04-04     Sono state il terrore di tanti genitori, ma oggi grazie alla diffusione degli antibiotici le infezioni da streptoccocco hanno smesso di fare paura. Tuttavia le sue complicanze ancora oggi non vanno sottovalutate, tanto più che l’abuso di terapie antibiotiche inappropriate ha prodotto “resistenze” che stanno indebolendo l’efficacia dell’azione di contrasto.   Per capire come individuarlo e le terapie da seguire gli esperti dell’Istituto Bambino Gesù per la Salute del Bambino e dell’Adolescente, diretto da Alberto G. Ugazio hanno realizzato un focus dedicato al batterio nell’ultimo numero di ‘A Scuola di Salute’, il magazine digitale realizzato dall’Obg.   Lo streptococco è un batterio di forma sferica (cocco) di cui esistono vari tipi, molti dei quali non provocano malattie. In alcuni casi, tuttavia, possono causare faringotonsilliti, otiti, meningiti, polmoniti, infezioni generalizzate ed endocariti (infezioni della cavità interne o delle valvole del cuore). Anche la scarlattina, la malattia reumatica e un’infiammazione del rene (glomerulonefrite) sono causate dallo streptococco.   Il mal di gola: quando si può parlare di streptococco. Il mal di gola è tra i sintomi più frequenti nei bambini e negli adulti con un’infezione delle alte vie respiratorie. Il dolore è un segno dell’infiammazione che può coinvolgere la faringe (faringite) o anche le tonsille (faringotonsillite). Queste ultime possono essere aumentate di volume, arrossate e ricoperte da un materiale biancastro (essudato). Si tratta, cioè, delle cosiddette “placche”, causate dalla reazione del sistema immunitario all’infezione. Tuttavia le “placche” non sono sinonimo di streptococco e possono comparire anche in occasione di infezioni virali come, ad esempio, la mononucleosi.  Per questo se ci sono placche sulle tonsille non bisogna mai iniziare la terapia antibiotica senza prima aver verificato la presenza dello streptococco con un tampone.   Nella maggioranza dei casi, il mal di gola ha un’origine virale e pertanto non necessita di alcun trattamento. In genere faringiti e faringotonsilliti causate da virus sono accompagnate da altri segni tipici delle malattie virali, come raffreddore, congiuntivite, raucedine o diarrea.   Le uniche faringotonsilliti che richiedono trattamento antibiotico sono quelle di origine batterica, causate dallo streptococco beta emolitico di gruppo A (SBEGA). L’antibiotico di scelta è sempre l’amoxicillina, da somministrarsi per bocca per 10 giorni. La terapia antibiotica deve iniziare entro 9 giorni dal manifestarsi del mal di gola, ma non prima di aver eseguito il cosiddetto tampone, l’esame microbiologico del cavo faringeo. Si tratta di un prelievo che viene effettuato sfregando energicamente tamponi simili a grandi ‘cotton-fioc’ sull’orofaringe e sulla superficie di entrambe le tonsille, evitando di toccare altre parti della cavità orale o di contaminarlo con la saliva. La terapia può abbreviare e attenuare il mal di gola, ma ha in primis lo scopo di prevenire le complicanze.   Quando le cose si complicano: la malattia reumatica. Si tratta di una malattia infiammatoria acuta che si manifesta dopo un’infezione da streptococco SBEGA. In genere si presenta con febbre, dolori e gonfiori articolari. Può interessare anche il cuore, colpendo tipicamente le valvole cardiache (mitralica e aortica) e il sistema nervoso centrale, causando movimenti involontari soprattutto degli arti (la corea di Sydenham, definita più comunemente ‘Ballo di San Vito’). Viene riscontrata con maggiore frequenza fra i 5 e i 15 anni, mentre è assai rara al di sotto dei 4 anni.   La diagnosi della Malattia Reumatica si effettua grazie ai criteri diagnostici di Jones, che includono tra gli altri l’interessamento valvolare da malattia reumatica dimostrato mediante ecocardiografia. Il trattamento della fase acuta si basa sull’eradicazione dello streptococco SBEGA tramite antibiotico, sull’uso di anti-infiammatori non steroidei (per eliminare febbre e dolori articolari) e su un breve ciclo di cortisonici in caso di coinvolgimento del cuore.   Dai tic allo streptococco: le pandas. Le infezioni da streptococco sono associate anche alle Pandas, acronimo inglese con cui si identificano i disordini neuropsichiatrici autoimmuni associati. Questi rari disordini riguardano l’età pediatrica, in genere tra i 2 e i 12 anni, si manifestano con tic o altri comportamenti compulsivi, esordio improvviso e acuto dopo un’infezione da streptococco SBEGA (per esempio una tonsillite o una scarlattina), periodi di remissione e anomalie neurologiche come iperattività motoria o movimenti involontari.   Nonostante le Pandas siano note da diverso tempo, non c’è assoluta certezza che l’infezione da streptococco sia l’unica causa, o comunque la principale, alla base di questo tipo di disordine. Fonte.www.quotidianosanita'.it
Salute anziani
Avvenire,   19/04/2018
Salute. 6 milioni di anziani senza tutele Matteo Marcelli giovedì 19 aprile 2018 L'Osservatorio nazionale sulla salute: difficile garantire adeguata assistenza. In evidenza un divario tra regioni settentrionali e meridionali Se è vero che in Italia si vive di più, in molti casi lo si fa peggio, con la paradossale conseguenza di avere più tempo a disposizione e di ritrovarsi a spenderlo per curarsi. È la fotografia scattata dall’Osservatorio nazionale sulla Sanità delle regioni italiane, che ieri ha presentato il suo rapporto annuale al Policlinico Agostino Gemelli di Roma. Il giudizio che ne viene fuori è quello di un Sistema sanitario nazionale piuttosto resiliente, perché ancora sostenibile nonostante la riduzione (o il mancato adeguamento) delle risorse. Incapace, però, di allargare efficacemente il proprio perimetro nel campo della prevenzione e di imporre una strategia a lungo termine, con gravi conseguenze per anziani, disabili e famiglie. Il nostro Paese, pur essendo tra i primi al mondo per longevità, è soltanto 11esimo nell’Unione Europea per aspettativa di vita senza limitazioni fisiche. D’altro canto, oltre un italiano su cinque – come si evidenzia nello studio – ha più di 65 anni, la popolazione residente sta diminuendo e i cosiddetti "giovani anziani" (tra i 65 e i 74 anni) in soli dieci anni saranno oltre 6,5 milioni. Tra gli over 65, in particolare, crescono quelli non autosufficienti. L’11,2% dichiara di avere molta difficoltà o di non riuscire a svolgere attività quotidiane come mangiare o alzarsi dal letto. In Danimarca questo dato è soltanto al 3,1%, nell’intera Ue all’8,8%. Il risultato di questo cambiamento di scenario? «Ci troveremo di fronte a seri problemi nel garantire un’adeguata assistenza agli anziani – ha sottolineato il direttore scientifico dell’Osservatorio, Alessandro Solipaca – perché la rete degli aiuti familiari si va assottigliando, a causa della bassissima natalità e della precarietà dell’attuale mondo del lavoro che non offre tutele ai familiari caregiver», coloro cioé che si prendono cura dei malati. Qualche miglioramento arriva dagli stili di vita. Ma se da una parte si registra un aumento delle persone che hanno scelto di fare un po’ di attività fisica (più 1,5% rispetto al 2015), dall’altra è cresciuto il numero di obesi (dal 8,5% al 10,4% dal 2001) e delle persone in sovrappeso (più 2,3%). I fumatori non diminuiscono da ormai 4 anni, mentre per quanto riguarda il consumo di alcol si assiste a una lenta e inarrestabile riduzione dei non consumatori (astemi e astinenti negli ultimi 12 mesi). La buona notizia è che i tassi di mortalità precoce dovuta a tumori o malattie croniche, come diabete e ipertensione, sono scesi del 20% in 12 anni. Questo significa che il sistema è riuscito ad incidere sulla mortalità evitabile. Nel caso del tumore al polmone negli uomini il tasso è diminuito di quasi tre punti percentuali, mentre il cancro alla cervice uterina è calato del 4,1%. Traguardi raggiunti in un contesto difficile e, secondo l’Osservatorio, ancora sottovalutato: «I 21 sistemi regionali stanno raggiungendo il pareggio di bilancio – riprende Solipaca –. Negli ultimi anni, nei quali la spesa è rimasta uguale se non diminuita, la sanità è riuscita a far fronte ai problemi di numeri e nel frattempo la vita media si è allungata. Ma si tratta di una sostenibilità pagata a caro prezzo, soprattutto in termini di riduzione del personale e delle prestazioni». Un costo come detto sostenuto in parte delle famiglie, che affrontano da sole le spese di un paziente a carico o emigrano in altre regioni per ottenere prestazioni accettabili e adeguate alle loro condizioni. «Non abbiamo nulla da imparare su diagnosi e terapia, ma siamo carenti su prevenzione e post terapia – sottolinea Roberta Siliquini, presidente del Consiglio superiore di sanità –. I malati cronici sono in aumento e vanno inseriti in un circuito che coinvolge molti altri attori, non solo i medici. La malattia cronica ha un peso sociale molto rilevante anche se ancora non del tutto osservabile perché ancora non esistono standard di raccolta e analisi dati. In molti casi influisce sulla salute mentale e, anche se i ricoveri per questo tipo di problemi diminuiscono, aumenta l’uso di psicofarmaci. Si tratta di disturbi sommersi». Al Sud si muore di più per la poca prevenzione In Italia si muore di meno, ma solo nelle regioni in cui si fa prevenzione e al Sud, in particolare, se ne fa ancora troppo poca. L'ennesimo richiamo al Paese a doppia velocità arriva dall'Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni. «Il Sud si allontana sempre di più. Ci sono strutture sanitarie tunisine che possono vantare indicatori migliori di quelli ottenuti in alcuni centri del Mezzogiorno – avverte Walter Ricciardi, presidente dell'Istituto Superiore di Sanità –. Ma il problema di queste regioni non riguarda i medici: nelle condizioni in cui operano potremmo dire che sono anche più bravi degli altri. Chi governa, però, deve darsi una mossa. Il disavanzo in termini di qualità della vita si sta facendo insopportabile. Serve una nuova alleanza tra Stato e Regioni per la Sanità. Viviamo una situazione incostituzionale: quello alla salute è un diritto fondamentale non accessorio» A certificare il divario tra il Meridione e il resto del Paese c'è il dato sulla sopravvivenza per tumore, largamente omogenea nel Centro-Nord e sensibilmente inferiore al Sud e nelle Isole. In Veneto, ad esempio, il tasso di mortalità per il cancro al polmone è calato di quasi cinque punti percentuali, mentre in Basilicata e in Calabria soltanto del 1,9%. I ricercatori dell'Osservatorio indicano nella documentata minor copertura del sistema di screeninig uno dei principali fattori di divario nelle performance tra sistemi sanitari. E in effetti, se nella provincia autonoma di Trento gli esami preventivi per il tumore del colon raggiungono il 72% dei cittadini, in Puglia si fermano al 13%. Alla Campania spetta invece il primato per la mortalità precoce (297,3 per 10.000) con un tasso del 22% in più rispetto alla media nazionale e del 14% rispetto alle altre regioni del Sud. Anche l'accesso alla sanità privata rivela distanze consistenti, almeno da un punto di vista quantitativo. Lo scorso anno la spesa media di una famiglia lombarda per le cure mediche è stata pari a 608 euro, la più alta in Italia. Quasi tre volte il costo affrontato dalle famiglie delle tre regioni fanalino di coda: Calabria (274 euro), Campania (263) e Sicilia (245 euro). «Il Fondo sanitario nazionale va riequilibrato – ragiona Ricciardi –. Non ci si può basare su bisogni teorici desumibili dalla struttura demografica delle regioni, ma sui reali bisogni di salute. Occorre inoltre un recupero di qualità gestionale, troppo deficitaria nelle regioni del Mezzogiorno». Fonte.www.avvenirer.it
Lazio:servizio sanitario
Quotidiano Sanità,   19/04/2018
Lazio. Servizio sanitario più giusto: in tre anni ridotte le diseguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari Nel 2012 il 44% dei laureati che avevano subito un infarto era stato trattato tempestivamente con un’angioplastica primaria, mentre la percentuale scendeva al 24% delle persone con basso titolo di studio. Nel 2015 in entrambi i gruppi la percentuale è del 44%.D’Amato: “È compito di un servizio sanitario universalistico ridurre tali disuguaglianze” 19 APR - In soli tre anni - tra il 2012 e il 2015 - il servizio sanitario del Lazio è profondamente migliorato riducendo (e in alcuni casi) azzerando l’impatto delle differenze socio-economiche sull’accesso ai servizi sanitari.   È quanto emerge da uno studio condotto da ricercatori del dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale della Regione Lazio e pubblicato sulla rivista PLoS One.   Le disuguaglianze di salute tra gruppi di persone che hanno un diverso status socio-economico costituiscono una delle principali sfide per la salute pubblica. E’ un tema sempre più dibattuto, anche perché negli ultimi anni si sono moltiplicate le ricerche sugli effetti della crisi economica sofferta da molte regioni – soprattutto europee – sul benessere fisico ed emotivo delle popolazioni.   Tra i dati rilevati dal programma di valutazione degli esiti della Regione Lazio (P.Re.Val.E.) vi sono, oltre a indicatori di indicatori delle performance ospedaliere, informazioni relative alla variazione nell'accesso a un'assistenza sanitaria efficace nei diversi gruppi di popolazione della Regione Lazio. Ciò ha consentito di aiutare l’impatto di una nuova strategia messa in atto nel 2013 che ha assegnato alle direzioni generali delle strutture ospedaliere alcuni obiettivi specifici basati sulla valutazione delle prestazioni.   I dati mostrano che nel 2015 il 44,6% dei pazienti con STEMI è stato tempestivamente trattato con angioplastica coronarica, il 54,4% dei pazienti con fratture del femore è stato sottoposto a intervento chirurgico entro 2 giorni e il 27,7% di donne che non avessero avuto in precedenza un parto cesareo ha fatto ricorso a questo intervento.   Tre anni prima, nel 2012, le proporzioni corrispondenti erano del 27,8%, 31,3% e 31,5%, rispettivamente e con grandi differenze per livello di istruzione.   Nel 2012 il 48% delle persone con frattura del femore laureate era già operato entro due giorni rispetto al 25% delle persone con licenza elementare o nessun titolo di studio, mentre nel 2015 le rispettive proporzioni sono 67% e 50%, quindi con un differenziale ancora presente, ma dimezzato.   Per quanto riguarda le persone con STEMI, il 44% dei laureati avevano accesso all’angioplastica primaria già nel 2012 e tale è rimasto anche nel 2015, mentre solo il 24% delle persone con basso titolo di studio era sottoposto ad angioplastica primaria nel 2012, passando al 44% nel 2015, senza quindi più differenza per titolo di studio. Anche il differenziale di accesso al taglio cesareo si è ridotto nel periodo in studio.   “Lo studio dimostra che le azioni mirate a migliorare l’accesso alle cure efficaci hanno anche un effetto indiretto sulla riduzione delle disuguaglianze di salute. E si conferma l’importanza di una stretta relazione tra la buona attività di ricerca e il miglioramento dei servizi offerti ai cittadini”, ha detto Marina Davoli, direttore del Dipartimento di Epidemiologia del Servizio sanitario della Regione Lazio.   “Valutare la performance dell’assistenza sanitaria è un aspetto centrale della governance virtuosa del sistema. Considerato che le persone culturalmente e socialmente svantaggiate sono più esposte ai fattori di rischio per la salute, un servizio sanitario universalistico ha un ruolo importante nel ridurre tali disuguaglianze”, ha aggiunto Alessio D’Amato, assessore alla Sanità e all’integrazione socio-sanitaria della Regione Lazio.  Fonte.www.quotidianosanita'.it
Cimo:contratto medici
Quotidiano Sanità,   19/04/2018
Contratto medici. Cimo rilancia con una “nuova” piattaforma per superare lo stallo "Abbiamo voluto presentare una piattaforma che ci permetta di arrivare a discutere a 360 gradi l’intero impianto della proposta in modo unitario e condiviso. Solo così potremo ottenere risultati di impatto adeguato", ha spiegato il presidente Guido Quici. Nell’elaborazione della propria piattaforma, Cimo ha ritenuto che il punto di partenza fosse la raccolta sistematica delle disposizioni contrattuali elaborata da Aran. Su questo testo ha impiantato la propria piattaforma aggiornata con le vigenti disposizioni di legge. IL DOCUMENTO 19 APR - Il sindacato dei medici Cimo lancia una proposta di piattaforma contrattuale per il rinnovo del contratto della dirigenza medica con l’obiettivo di superare l’attuale stallo, ridiscutere criticamente quanto finora emerso dal tavolo intersindacale e, soprattutto, rivedere organicamente l’impianto del confronto per poter qualificare il lavoro dei dirigenti del Servizio sanitario nazionale nell’ottica di un deciso rilancio della sanità pubblica. Il documento è stato consegnato all’Aran ed alle altre organizzazioni sindacali in vista dell’incontro intersindacale previsto il prossimo 24 aprile. Dopo nove anni di mancato rinnovo contrattuale e quattro governi allineati al blocco del contratto di lavoro, la discussione sul contratto della dirigenza medica e sanitaria – a giudizio di Cimo – ha bisogno di imboccare una nuova strada per superare tre ostacoli giudicati dal sindacato dei medici come insormontabili: 1) il finanziamento, di fatto, inferiore al resto dei comparti incluso la medicina convenzionata; 2) il mancato trasferimento dell’esclusività di rapporto sul monte salari; 3) l’imposizione di un primo testo normativo frutto di un copia-incolla dei contratti appena siglati con l’area del comparto, che porterebbe a un testo normativo non certo migliorativo dei diritti dei medici e dei dirigenti sanitari. Il gesto di responsabilità dei sindacati della dirigenza, che pur abbandonando lo scorso 14 marzo il “tavolo politico” di contrattazione con Aran, hanno lasciato ai tecnici la prosecuzione della contrattazione, non sta dando i frutti sperati e vi è il rischio, secondo Cimo, che nel prossimo incontro non venga risolto in nodo delle risorse economiche e che la discussione su alcune parti della normativa contrattuale siano fatta con un percorso “a stralci”, che costringerebbe a un nuovo stop nella trattativa o comunque negherebbe un sufficiente riconoscimento economico. “A causa del mancato rinnovo del contratto e dei tagli alla sanità - spiega Guido Quici, presidente nazionale Cimo medici - tra il 2010 e il 2016 secondo i dati del Mef ogni medico dipendente ha visto una perdita pro capite di 252 euro al mese (oltre 3.000 euro l’anno) cui si aggiungono le decurtazioni che le aziende operano su fondi di posizione, risultato e disagio. Quindi un potere di acquisto ed un valore economico del professionista nettamente inferiore all’incremento contrattuale proposto”. Secondo Quici “La situazione è per tutti insostenibile e non è accettabile una soluzione al ribasso: per questo abbiamo voluto presentare una piattaforma che ci permetta di arrivare a discutere a 360 gradi l’intero impianto della proposta in modo unitario e condiviso. Solo così potremo ottenere risultati di impatto adeguato e non parziali sul contratto, e andremo a qualificare il lavoro dei dirigenti del Ssn proprio nell’ottica di un deciso rilancio della sanità pubblica. Come Cimo, seppur consci del contesto generale e che la nostra trattativa si svolge all’interno della Pubblica amministrazione le cui regole devono essere necessariamente omogenee per tutti i settori, abbiamo voluto anticipare questa proposta perché riteniamo che il contratto di lavoro, in un settore strategico come il nostro, non deve essere il punto di arrivo ma il punto di partenza verso un modo di lavorare più qualificante e, ovviamente, più gratificante soprattutto quando si è reduci da una lunga ‘cura dimagrante’ che ha gravemente danneggiato la sanità italiana e demotivato chi ancora lavora nel nostro Ssn. Il nostro obiettivo primario resta la qualità della professione medica e l’alto livello delle prestazioni della sanità pubblica introducendo strumenti di lavoro qualificanti per i medici nell’ottica sia della sicurezza dei lavoratori che delle cure”, conclude Quici. Nell’elaborazione della propria piattaforma, Cimo ha ritenuto che il punto di partenza fosse l’esistente, rappresentato dalla raccolta sistematica delle disposizioni contrattuali elaborata da Aran sui precedenti contratti di lavoro che pur avendo un valore puramente compilativo delle disposizioni dei contratti nazionali collettivi, ha il pregio di una sistemazione organica e razionale delle relative norme e di una “ripulitura” delle norme abrogate o non più applicabili per aver esaurito i loro effetti. Su questo testo Cimo ha impiantato la propria piattaforma aggiornata con le vigenti disposizioni di legge utilizzando strumenti di lavoro qualificanti nell’ottica sia della sicurezza dei lavoratori che delle cure per i pazienti. Il testo presentato non include il capitolo sulla libera professione, che Cimo si riserva di presentare successivamente, ed ovviamente tutta la parte comprendente l’aspetto economico che resta in attesa del tavolo di confronto. L’auspicio di Cimo medici è che vi possa essere da parte di Aran la dovuta attenzione nello spirito di un dialogo costruttivo con le organizzazioni sindacali al fine di favorire la condivisione e il consenso nonché il contributo di idee e sapere che rappresenta un valore assoluto. Fonte.www.quotidianosanita'.it
Conferenza delle Regioni
Quotidiano Sanità,   19/04/2018
Conferenza delle Regioni. Sergio Venturi è il nuovo Presidente del Comitato di settore Sarà l’assessore alla sanità della regione Emilia Romagna a guidare l’organismo responsabile dei contratti del personale sanitario. Una nomina che scongiura il blocco dell’accordo raggiunto tra Sisac e sindacati del personale convenzionato. Venturi: “Garavaglia ha fatto un ottimo lavoro e ora lo porteremo a compimento. Dobbiamo ritrovare con i medici una rinnovata partecipazione” 19 APR - Cambio della guardia al Comitato di Settore dalla Lombardia all’Emilia Romagna. Alla guida dell’organismo responsabile dei contratti del personale sanitario è stato nominato l’assessore emiliano alla sanità Sergio Venturi che raccoglie il testimone da Massimo Garavaglia, ex assessore all’Economia della regione del Nord.   Una nomina, attesissima da tutto il personale sanitario che scongiura un temuto blocco degli iter previsti dando quindi il via libera alla trasmissione degli atti alla Corte dei conti incaricata di esaminare contratto e convenzioni.   Insomma, rispetto alle varie opzioni che circolavano ieri tra gli addetti ai lavori (e che andavano dalla possibilità che la guida del Comitato di settore potesse rimanere alla Regione Lombardia, come peraltro auspicava lo stesso Garavaglia, a quella di temporeggiare attendendo l’esito delle elezioni in Molise e in Friuli Venezia Giulia, fino alla possibile nomina di un “facente funzioni” che evitasse un empasse sui contratti) ha prevalso non solo la necessità di garantire il prosieguo dei rinnovi contrattuali, ma anche quella di passare le redini del Comitato di settore a un assessore di comprovata esperienza (Venturi è già membro del Comitato di settore).   “Garavaglia ha fatto un ottimo lavoro e ora c’è bisogno di portarlo a compimento – ha dichiarato il neo presidente a Quotidiano Sanità – il percorso è in una fase avanzata, c’è solo la necessità di una definizione finale anche nei particolari. Un’attesa questa, durata dieci anni sia per i medici dipendenti che per i convenzionati. E finalmente il momento è arrivato. Ora bisogna stringere con i medici un nuovo patto. È evidente che il Ssn si regge sul lavoro di persone che in questo arco temporale non hanno avuto molti argomenti per consolidare la loro fidelizzazione. I nuovi contratti non sono tutto – ha aggiunto –, ma sicuramente sono una buona cosa insieme al fatto che dobbiamo ritrovare con i professionisti una rinnovata partecipazione per renderli protagonisti di quello che fanno, anche nelle scelte di programmazione”.   Per quanto riguarda il rinnovo dei contratti della dipendenza del Ssn “anche se non spetta a noi portare avanti direttamente le trattative – ha concluso Venturi – parleremo con il presidente di Aran e ragioneremo con i sindacati. Sicuramente ci metteremo del nostro per fare in modo che anche questa partita contrattuale si chiuda il più rapidamente possibile per passare poi al tema delle contrattazioni regionali”. Per quanto concerne invece la composizione dei membri del Comitato di Settore, non è esclusa la possibilita che alcune Regioni (Sicilia e Veneto in particolare) possano chiederne a stretto giro una revisione. Fonte.www.quotidianosanita'.it
Eurostat
Quotidiano Sanità,   19/04/2018
I problemi di salute limitano un quarto della popolazione Ue-28. Il 7,4% sono limitazioni gravi. Indagine Eurostat Eurostat fa il punto sulla situazione europea delle limitazioni alla vita di tutti i giorni dovute a problemi di salute, che Quotidiano Sanità ha anticipato per l’Italia grazie ai dati Istat per la “non autosufficienza di tutti i giorni” che complica la vita al 10% degli over 65 nel nostro Paese e per le limitazioni gravi di vista, udito e motorie (sempre a gennaio) che limitano la vita a 7 milioni di italiani. 18 APR - Nel 2016, circa un quarto (24,1%) delle persone di 16 anni e più residenti nell'Unione europea ha riferito di avere difficoltà a svolgere le normali attività a causa di problemi di salute di vecchia data. Di questi, il 16,7% ha riferito di avere alcuni limiti di vecchia data e il 7,4% di avere gravi limitazioni di tipo cronico. Nell'Ue, in tutti gli Stati membri, gli uomini (21,7%) hanno meno probabilità rispetto alle donne (26,2%) di soffrire di limitazioni di vecchia data, legate alla salute. Oltre un terzo della popolazione di età pari o superiore a 16 anni in Lettonia (37,4%) e Austria (34,2%) ha riferito che la propria salute ha limitato la capacità di svolgere le attività abituali. Il Portogallo (33,0%), la Finlandia (32,8%), l'Estonia e la Croazia (entrambi il 32,3%) e la Slovenia (31,2%) sono tutte oltre il 30%. All'estremo opposto della scala, la percentuale più bassa di persone che segnalavano limitazioni di vecchia data alla propria vita a causa di problemi di salute sono in Svezia (12,5%) e Malta (12,9%), Cipro (16,0%), Bulgaria ( 16,2%) e Irlanda (16,5%). La prevalenza di limitazioni autodefinite e di vecchia data sembra diminuire progressivamente all'aumentare del reddito. Mentre oltre il 30% della popolazione dell'Ue con il reddito più basso (quelli classificati nel primo quintile) ha riportato limitazioni di vecchia data, questa percentuale si è quasi dimezzata (17%) tra la popolazione con il reddito più elevato (nel quinto quintile di reddito). Eurostat fa il punto sulla situazione europea delle limitazioni alla vita di tutti i giorni dovute a problemi di salute, che Quotidiano Sanità ha anticipato per l’Italia grazie ai dati Istat sia – a gennaio -  per la “non autosufficienza di tutti i giorni” che complica la vita al 10% degli over 65 nel nostro Paese che per le limitazioni gravi di vista, udito e motorie (sempre a gennaio) che limitano la vita a 7 milioni di italiani. Nella Ue-28 secondo Eurostat, il 24,3% della popolazione di 16 anni e oltre ha riportato (alcuni o gravi) limitazioni nelle attività abituali a causa di problemi di salute nel 2016: il 16,8% limitazioni di lunga data e il 7,5% gravi limitazioni. Negli Stati membri dell'Ue, la percentuale di persone che hanno riportato alcuni o gravi limitazioni di lunga durata variava dal minimo del 16% di Cipro al 33% in Portogallo, Svezia (12,6%) e Malta (12,9%) sono sotto questo valore e Austria (34,2 %) e Lettonia (37,4%) sopra.  Le più alte percentuali di persone che segnalano gravi limitazioni di lunga data sono state registrate in Lussemburgo (2015), Austria, Belgio, Croazia, Regno Unito Grecia, Islanda (2015), tutte del 9% o superiore. Nel 2016, gli uomini avevano meno probabilità rispetto alle donne di riportare limitazioni di vecchia data, sia gravi che meno gravi, in tutti gli Stati membri dell'Ue. Le maggiori disparità di genere sono state registrate in Romania, Portogallo, Paesi Bassi, Lituania, Lettonia e Finlandia, oltre a Norvegia e Islanda (2015) che hanno superato gli 8 punti percentuali; i divari più bassi si sono registrati in Germania (0,9 punti percentuali) e in Cipro (0,7 punti percentuali). Nel 2016, la percentuale della popolazione che registrava gravi limitazioni di lunga durata era di 1,4 punti percentuali più alta tra le donne rispetto agli uomini nell'UE-28. Tra gli Stati membri dell'UE questo divario ha raggiunto almeno il 2,5% in Lussemburgo (2015), Estonia, Lettonia e Romania e Norvegia; mentre in Islanda (2015) tale divario era di 5,3 punti percentuali. Solo a Malta, la percentuale della popolazione che registrava gravi limitazioni di vecchia data era più alta tra gli uomini che tra le donne (una differenza di 0,4 punti percentuali). La prevalenza di limitazioni di lunga durata è aumentata con l'età così come il divario di salute di genere Anche le limitazioni autodefinite di vecchia data hanno un modello di età distinto in quanto più persone tendono a riportarle nei gruppi di età più alta rispetto ai gruppi di età inferiore. L'8% della fascia di età 16-24 ha riferito limitazioni di vecchia data, una quota salita al 73,3% per le persone di età pari o superiore a 85 anni. Il divario di salute di genere riguardo ai limiti di vecchia data potrebbe essere osservato in tutte le fasce di età: nell'Ue-28 il divario era più basso per i gruppi di età 16-24 e 25-34 (1,2 e 1,3 punti percentuali in più per donne, rispettivamente) e ampiamente aumentato con l'età con il picco tra le persone tra 75-84 e 85 anni e oltre (entrambi 6,8 punti percentuali in più per le donne). Tuttavia, concentrandosi solo su chi  ha segnalato gravi limitazioni di lunga data, il divario di genere era relativamente piccolo fino a comprendere la fascia di età 65-74 anni. Per l'Ue-28 c'è stato un chiaro divario di genere per gravi limitazioni di vecchia data solo nella fascia di età 75-84 (4,1 punti percentuali) e nella fascia di età 85 e oltre (6,5 punti percentuali). Le limitazioni di vecchia data sono diminuite con il reddito Nell'Ue-28, il 16,6% della popolazione del quinto quintile di reddito (il 20% della popolazione con il reddito più elevato) ha riportato limitazioni di vecchia data nel 2016, rispetto al 20,4% nel quarto gruppo quintile, al 25,6% nel terzo, il 29,3% nel secondo quintile e il 30,2% nel primo quintile di reddito (il 20% della popolazione con il reddito più basso). In altre parole, la prevalenza di limitazioni di lunga data autoriferite era più alta nei due gruppi di quintili di reddito più basso e diminuiva progressivamente all'aumentare del reddito. La maggio differenza nella quota della popolazione che registrava da tempo limitazioni tra i quintili di reddito più alti e più bassi è stata osservata in Lettonia (36 punti percentuali), seguita dall'Estonia (34,6 punti percentuali) e dalla Lituania (30,2 punti percentuali) ). Al contrario, è stata osservata una relativamente piccola differenza nelle quote di limitazioni di lunga data tra i gruppi di reddito più alti e più bassi in Romania, Grecia e Italia. Le persone più istruite hanno meno probabilità di riportare limitazioni di vecchia data Ci sono anche chiare differenze quando si guarda alla relazione tra limiti di lunga data e livelli di istruzione. Nell'Ue-28, il 35% della popolazione ha completato al massimo l'istruzione secondaria inferiore, il 21,6% della popolazione ha completato l'istruzione secondaria superiore o post-secondaria non terziaria e il 15,3% della popolazione che ha completato l'istruzione terziaria ha riferito di avere limitazioni permanenti nel 2016. Il divario sanitario tra i livelli di istruzione era evidente in quasi tutti gli Stati membri dell'Ue, generalmente con lo stesso schema osservato per l'Ue-28 nel suo insieme. Le uniche eccezioni erano Malta, Italia e Portogallo, Oltre un quinto delle persone di età pari o superiore ai 65 anni ha riportato limitazioni nelle attività di cura della persona In relazione alle attività di cura della persona, in media circa il 24% della popolazione di 65 anni e oltre ha segnalato difficoltà (moderate o gravi) nelle attività di cura personale, di cui circa il 15% le considera moderate e circa il 9% severe. A livello nazionale, in cinque paesi, Paesi Bassi (33,1%), Lituania (33,9%), Polonia (34,3%), Repubblica ceca (39,2%) e Slovacchia (40,2%), un terzo o più della popolazione più anziana ha riferito di avere (moderate o gravi) difficoltà nello svolgimento di attività di cura personale. Al massimo il 5% delle persone di 65 anni e oltre ha riferito che tali limitazioni sono gravi in ​​Danimarca, Svezia, Austria e Malta, mentre questa percentuale è aumentata a oltre il 12% in Grecia, Lituania e Bulgaria, con un picco del 16,7% in Belgio. Più di 4 persone su 10 di età pari o superiore a 65 anni hanno riportato limitazioni nelle attività domestiche Più della metà degli anziani in 12 Stati membri dell'Ue ha segnalato (moderati o gravi) limitazioni nelle attività domestiche; i tassi più alti sono registrati nella Repubblica Ceca (67,5%) e in Slovacchia (69,9%).  Le persone anziane con gravi limitazioni nelle attività domestiche, solo in nove Stati membri dell'Ue (Svezia, Danimarca, Germania, Lussemburgo, Finlandia, Austria, Regno Unito, Irlanda e Francia)registravano un tasso inferiore rispetto alla media dell'UE-28 (25,8%). Hanno superato invece il 35% in Bulgaria (35,2%), Cipro (37,4%), Lituania (37,9%), Slovacchia (38%) e Lettonia (40,4%). Per completare ulteriormente il quadro sui limiti per gli anziani nello svolgimento delle attività personali e domestiche, viene presentato anche l'indicatore sull'utilizzo dei servizi di assistenza domiciliare per le esigenze personali: assistenza a domicilio, aiuto domestico, pasti su ruote) fornito a persone con problemi di salute. Più di uno su dieci degli anziani ha utilizzato i servizi di assistenza domiciliare per esigenze personali nel 2014 Complessivamente, il 10,6% della popolazione dell'Ue-28 over 65 nel 2014 ha utilizzato servizi di assistenza domiciliare per le esigenze personali. La quota variava da meno del 5% in Estonia e Romania a oltre il 20% nei Paesi Bassi, in Francia e a Malta, con un picco del 25% in Belgio. Tra questi paesi, solo i Paesi Bassi hanno registrato tassi relativamente alti per le persone di età pari o superiore a 65 anni con limitazioni moderate o gravi nell'assistenza personale e nelle attività domestiche. La  percentuale di anziani che riferiscono di aver usato i servizi di assistenza domiciliare è generalmente diminuita con l'istruzione a livello dell'Ue-28: c'era una percentuale relativamente alta di persone anziane che usavano servizi di assistenza domiciliare tra i meno istruiti (13,4%) rispetto al 6,2% degli anziani con un alto livello di istruzione. Quasi tutti gli Stati membri dell'Ue hanno mostrato uno schema simile, con le percentuali più basse di persone di età pari o superiore a 65 anni che hanno riferito di aver utilizzato i servizi di assistenza domiciliare per chi ha conseguito risultati scolastici superiori, seguiti da quelli che hanno completato l'istruzione secondaria superiore o non secondaria l'istruzione terziaria e coloro che hanno conseguito l'istruzione secondaria inferiore.  Quasi il 12% degli anziani nelle aree rurali ha utilizzato i servizi di assistenza domiciliare Le persone anziane che vivono nelle aree rurali hanno maggiori probabilità di aver usato i servizi di assistenza domiciliare rispetto a quelli che vivono nelle città o nelle periferie. Nel 2014, l'11,7% della popolazione dell'Ue-28 dai 65 anni in su che viveva nelle zone rurali ha riferito di aver utilizzato servizi di assistenza a domicilio. I tassi corrispondenti erano più bassi tra quelli che vivono nelle città e nei sobborghi (una differenza di 1,4 punti percentuali) e nelle città (una differenza di 1,7 punti percentuali).     Distribuzione di persone di età pari o superiore a 16 anni da limitazioni autodefinite di vecchia data nelle normali attività a causa di problemi di salute, per sesso, 2016 (%)   Quota di persone di 16 anni e più con limitazioni autodefinite di vecchia data nelle normali attività a causa di problemi di salute, per sesso ed età, EU-28, 2016 (%)   Quota di persone di 16 anni e più con limitazioni di lunga data autorizzate nelle attività abituali a causa di problemi di salute, 2016 (%)   Quota di persone di 16 anni e più con limitazioni di lunga data autorizzate nelle attività abituali a causa di problemi di salute, per sesso, 2016 (%)   Distribuzione di persone di 65 anni e oltre con limitazioni alle attività domestiche, per sesso, 2014 o anno successivo (%)   Distribuzione di persone di 65 anni e più con limitazioni alle attività di cura personale, per sesso, 2014 o anno successivo (%)   Fonte.www.quotidianosanita'.it
Cure primarie 2
Quotidiano Sanità,   19/04/2018
Quale futuro per le cure primarie? (2ª parte) L’attività operativa del medico di famiglia è rimasta sostanzialmente quella antecedente al 1978 (convenzione, libera professione formale di fatto parasubordinato, rapporto economico a quota capitaria, organizzazione del proprio ambulatorio) e quelli che vengono pubblicizzati come cambiamenti rappresentano nella realtà incrementi progressivi impositivi di obblighi contrattuali spesso di natura burocratica che hanno in gran parte “impiegatizzato” il lavoro del medico 18 APR - Nonostante il diffuso utilizzo del termine “Clinical Governance” non è sempre agevole comprendere in senso univoco il significato del termine inglese. Anche gli “addetti ai lavori ” divergono in merito all’ esatta interpretazione. Per “Clinical Governance” si intende che... il “governo” (nel senso dell’Amministrazione o dell’Autorità Istituzionale, o dei Capi o dei Governanti, o delle Dirigenze Aziendali) riconosce l’autonomia professionale e il ruolo di dirigenza dei professionisti (e questo vale per tutti i professionisti che operano nell’azienda, qualunque sia la loro disciplina) nella gestione dei servizi, in cambio di una piena assunzione di responsabilità nell’uso delle risorse e nel miglioramento della qualità clinica.   Il governo clinico si basa su alcuni principi (valutazione e miglioramento continuo della qualità, autonomia professionale, responsabilità distribuita, rendicontazione e trasparenza, clima organizzativo favorevole, sorveglianza delle condizioni di rischio, monitoraggio delle performance assistenziali, appropriatezza) e su molti strumenti. Esistono comunque nette differenze tra le definizioni istituzionali di governo clinico ( clinical governance) con quello che la letteratura di settore ritiene debba essere considerato un governo clinico affidato effettivamente ai professionisti dell’assistenza territoriale e alle loro integrazioni in team multiprofessionali, multidisciplinari, multisettoriali.   I principi e gli strumenti di un governo clinico affidato effettivamente ai professionisti si discostano dal concetto di clinical governance aziendale in quanto i medici e i professionisti sanitari del territorio sono orientati ad una applicazione delle conoscenze della scienza all’interno di una concezione olistica di salute e di una visione dell’uomo complessa interdipendente secondo un paradigma bio-psico-sociale. Con l’avvento della cultura manageriale in sanità (legge 502/1992) le logiche aziendali sono state assoggettate a modelli gerarchici monocratici (ampiamente superati da anni nelle imprese private di successo) e hanno ricondotto le categorie aziendali all’interno di una concezione squisitamente giuridica dell’amministrazione con governi (clinici) esercitati da organi apicali nominati dal soggetto politico che non hanno permesso una reale dialettica di rappresentanza degli interessi procurando di fatto una subordinazione della clinica alla gestione. Le riforme sanitarie attuate dal 1978 ad oggi (833/1978; 502/1992; 229/1999 e la Legge Balduzzi) non sono mai riuscite a creare un prodotto nuovo e di qualità ma sono rimaste inglobate in primis all’interno in un concetto collegato agli interessi e al primato dell’agire amministrativo per poi applicare ai professionisti impegnati in trincea un pensiero sempre un po’ sospettoso e superato di tipo natural-scientifico riduzionista che, inserito nella cultura burocratica-aristocratica, ha mantenuto un modello sostanzialmente ospedalocentrico, specialistico, farmacologico completamente disconnesso dal sistema sociale.   Il salto di qualità ed il prodotto di rottura esige il recupero culturale di una concezione antropologica globale dell’uomo sano e malato contestualizzato nel suo mondo che permette di coniugare il principio del curare, derivante dalla medicina scientifica, con quello del prendersi cura olistico-antropologico-personalizzato.   Prendersi cura significa aiutare l’uomo ammalato ad un empowerment fortemente sostenuto dai sanitari, ove possibile, e incuriosire l’uomo sano ai vari apprendimenti finalizzati al mantenimento dello stato di salute. Il ruolo educativo del medico che opera in un team paritario con altri professionisti della salute acquisisce un ruolo formativo che consente al cittadino di trasformarsi da assistito in soggetto attivo per la gestione della propria salute così che, la condivisione della responsabilità, consente di prendere decisioni all’interno della comunità di appartenenza anche critiche in grado di contrastare effettivamente e produttivamente il tecnicismo estremo, il consumismo sanitario, l’ipermedicalizzazione e la mancanza diffusa del buon senso. Per questo motivo si avverte in modo pressante la necessità di luoghi dove i professionisti della assistenza territoriale possano ritrovare le radici del loro mestiere (etica, cultura, formazione, deontologia, integrazione ecc.) e al tempo stesso gli assistiti possano diventare protagonisti, con i loro professionisti, dei percorsi preventivi, di educazione sanitaria, di cura, riabilitazione o di recupero delle funzioni residue. Non si tratta di “recinti” o di “ospedaletti” ma di reali strutture (UCCP/Case della Salute) in grado di aggregare per sinergia progetti preventivamente condivisi tra operatori e dove tecnologia e antropologia possano marciare di pari passo per ritrovare il vero senso della clinica e dell’assistenza. La riforma ter prevede, tra le altre cose, l’aggiornamento obbligatorio (ECM) ma anche in questo caso è necessario un profondo rinnovamento che investa non solo i contenuti ma anche le metodologie che non possono esimersi da una analisi relativa al come si acquisiscono, interpretano e assimilano le informazioni. I professionisti dell’assistenza che operano in team devono poter determinare i propri obiettivi generali e tra questi anche quelli orientati all’ apprendimento. I bisogni informativi non sono uguali per tutti così che deve essere previsto un piano di apprendimento professionale personalizzato che deve essere strutturato in modo autonomo o in team per poter effettivamente produrre cambiamenti positivi nella attività culturale e assistenziale quotidiana. Oggi la maggior parte delle funzioni assistenziali sono state interamente trasferite al territorio senza che vi sia stata una corrispondenza di investimenti adeguati. A fronte dei profondi mutamenti sociali e sanitari il riordino delle cure primarie è stato semplicemente un fallimento a causa della assenza di interlocutori così che i professionisti della salute non hanno avuto la possibilità di potersi sintonizzare col ritmo dei cambiamenti. Dovrebbe invece essere valorizzata la perizia nella capacità di interpretare la realtà e di immaginare il cambiamento magari partecipando alla sua realizzazione per produrre sevizi che alimentino il bene comune (cultura del progetto, Ezio Manzini, Politiche del quotidiano, Edizioni di Comunità, 2018). Le interminabili latenze che si creano tra una ipotesi progettuale e la sua realizzazione fanno si che eventuali progetti significativi vengano realizzati quando questi sono già ampiamente superati. L’attività operativa del medico di famiglia è rimasta sostanzialmente quella antecedente al 1978 (convenzione, libera professione formale di fatto parasubordinato, rapporto economico a quota capitaria, organizzazione del proprio ambulatorio) e quelli che vengono pubblicizzati come cambiamenti rappresentano nella realtà incrementi progressivi impositivi di obblighi contrattuali spesso di natura burocratica che hanno in gran parte “impiegatizzato” il lavoro del medico (es.: la compilazione del modulo on line INAIL nella sua laboriosità e ridondanza, dove la componente medico professionale risulta essere residuale è l’emblema di una attività che prima di essere medica va, nella pratica, a sostituire l’attività impiegatizia dei dipendenti INAIL).      Bruno Agnetti Centro Studi Programmazione Sanitaria ( CSPS) Sindacato dei Medici Italiani (SMI) Regione Emilia Romagna   Fonte.www.quotidianosanita'.it
Cure primarie 1
Quotidiano Sanità,   19/04/2018
Quale futuro per le cure primarie? (1ª parte) Una volta che l’Acn sarà definitivamente siglato riprenderanno le trattative decentrate che, fatalmente, trascineranno tutte le contraddizioni derivanti dalla mancanza di un vero disegno di riordino delle cure primarie di tipo culturale prima ancora che tecnico-amministrativo. In mancanza di una rielaborazione intellettuale strutturata il sistema tenderà inevitabilmente a conservare lo status quo attraverso modalità e regolamenti tipici della burocrazia lineare, protocollare, amministrata, economicistica 17 APR - La firma dell’Ipotesi di ACN per la medicina generale avvenuta il 29 marzo 2018 alla Sisac ( Struttura interregionale sanitari convenzionati) ha fatto seguito al così detto Verbale di Preintesa che a sua volta è stato preceduto, nel tempo, da numerose versioni di Atti di Indirizzo. Il 2018 è anche l’ anniversario di quella Riforma Sanitaria che istituì, nel nostro paese, il Ssn 40 anni fa ( legge 833 del 23 dicembre 1978). Non è banale ricordare il 1978 perché, come ha scritto Ilvo Diamanti, le ricorrenze possono servirci per tornare indietro con gli occhi e con la mente oppure, al contrario, per proiettarci in avanti. Questi suoi primi 40 anni il Ssn li dimostra tutti. In particolare le rughe sono evidenti nell’organizzazione della medicina generale e dell’assistenza territoriale. Le riforme che si sono succedute negli anni ( 833/1978, 502/1992 e 229/1999 senza dimenticare la Legge Balduzzi del 2012 ) non sono riuscite a incidere in modo significativo sul riordino delle cure primarie tanto che si è costantemente tentato, in modo improvvido, di mettere in atto ulteriori riforme, improbabili ed inattuabili, attraverso gli ACN che per definizione dovrebbero solo regolare i rapporti di lavoro dei professionisti a fronte di una norma sovra ordinata. Il pallido tentativo proposto nel 2012 dalla legge Balduzzi è ancora li che circola all’interno del suo affastellato Art. 1 come un pezzo di pane raffermo dimenticato nella madia tanto che nemmeno il Patto della Salute del 2014 è riuscito a ravvivarlo. Forse può essere comunque necessario evidenziare che la legge Balduzzi, magnificata a suo tempo da alcuni odierni detrattori, resta una legge che non è stata cancellata o sostituita. L’eventuale mancata osservanza di una certa norma non produce, nell’ordinamento italiano, alcun effetto abrogativo su leggi pubblicate in Gazzetta Ufficiale tanto che i suoi principi restano tutt’ora inseriti in quello che verosimilmente diventerà, entro il 2018, l’ACN. A partire dall’ACN del 2005 a tutt’oggi gli Accordi continuano ad essere in gran parte sovrapponibili anche se nel frattempo i cambiamenti sociali sono stati vorticosi, fortemente condizionati da una contrazione spazio-temporale globale e da un pensiero unico e debole che ha acuito il conflitto, sempre più insanabile, tra scienza medica collegata agli aspetti operativi /organizzativi ( generati in modo autonomo e spontaneo dai professionisti della sanità grazie alla circolazione dei saperi e degli apprendimenti relativi alle buone pratiche operative) e gestione istituzionale della sanità soprattutto territoriale. Una volta che l’ACN sarà definitivamente siglato riprenderanno le trattative decentrate che, fatalmente, trascineranno tutte le contraddizioni derivanti dalla mancanza di un vero disegno di riordino delle cure primarie di tipo culturale prima ancora che tecnico-amministrativo. In mancanza di una rielaborazione intellettuale strutturata il sistema tenderà inevitabilmente a conservare lo status quo attraverso modalità e regolamenti tipici della burocrazia lineare, protocollare, amministrata, economicistica basata su relazioni verticali e gerarchie piramidali che, come insegna l’esperienza, spesso sfociano nella sotto cultura dell’ appartenenza e dell’autoreferenzialità. Tuttavia la congiuntura attuale di cui tanto si parla (“non ci sono i soldi”) non è completamente credibile e non ha motivazioni solo finanziarie. Forse è molto più pervasiva la crisi di fiducia. Nell’immaginario collettivo e in quello del consenso questo disagio coinvolge la così detta classe dirigente del paese considerata non in grado di dare risposte a temi etici di equità e di bene comune a fronte di una progressione inarrestabile della globalizzazione che, per certi aspetti, avrebbe anche potuto produrre opportunità se vi fosse stata una ingegnosa ri-organizzazione della sanità territoriale. Le istituzioni storicamente preposte al welfare (es.: Pubblica Amministrazione) da sole non riescono più a fare fronte ai bisogni e alle complessità assistenziali attuali così che appare sempre più indispensabile il coinvolgimento delle varie componenti della società civile al fine di rendere sostenibile una assistenza territoriale di qualità. I fautori di questa ipotesi di ri-organizzazione di un Ssn pensano che alla Pubblica Amministrazione debba essere affidata la salvaguardia di valori sociali considerati fondamentali (es.: universalismo, equità, trasmissibilità, integrazione…) mentre la gestione del governo clinico dovrebbe essere consegnata, nel suo complesso, ai professionisti del territorio e alle organizzazioni della società civile che collaborano con loro. Le indispensabili risorse potrebbero derivare da una partnership tra pubblica amministrazione ed economia reale (imprese generative) che interagiscono e co-operano con gli attori, le organizzazioni e le professioni impegnate nell’ assistenza territoriale. La prossimità periferica, posta al centro delle relazioni, diventa così un concreto strumento per ottimizzare le risorse, la qualità della vita ed il clima di rinnovata fiducia negli accordi e nei patti proprio perché vengono agite forme di scambio e collaborazione che portano a valorizzare la sinergia tra la diversità delle competenze che, oggi, rappresenta il presupposto per permettere alle nostre comunità di affrontare il futuro in modo sostenibile.   La contiguità interna favorisce inoltre azioni di educazione civica, testimonianza e consapevolezza che possono promuovere salute e benessere in modo diffuso e percepito (qualità tacita) e la personalizzazione della cura diventa il criterio principale per valutare una performance assistenziale di successo. In questo disegno i legami sociali, la condivisione delle responsabilità, l’alleanza tra clienti interni ed esterni non solo rendono possibili reali riallocazioni delle risorse ma permettono al mmg di ritrovare il ruolo di leadership nella collettività di riferimento in grado di orientare tutte le collaborazioni operative al fine di conseguire una conduzione responsabile e condivisa del governo clinico.   E’ possibile così realizzare ciò che vien definito un prodotto innovativo di rottura e di successo capace di superare l’attuale modello organizzativo territoriale in declino e non più adeguato al contesto. Un prodotto innovativo di successo implica una completa “gestione” autonoma del governo clinico territoriale con presa in carico dei bisogni dell’assistito (es.: cronicità) all’interno di un sistema integrato che sia abile nel gestire un processo decisionale in tutte le sue fasi tipiche che vanno dall’ideazione alla progettazione, dalla sperimentazione all’organizzazione per finire con la valutazione e la rendicontazione.   Una eventuale organizzazione moderna amalgama le conoscenze professionali, personalizza l’assistenza, gratifica la qualità percepita e tacita, valorizza l’aspetto economico e condivide le responsabilità senza sollecitare gerarchie piramidali. Le risorse aggiuntive provenienti dall’economia reale dimostrano sempre di più una forte disponibilità a collaborare in partnership con le istituzioni (“dall’indagine si conferma un offerta di capitali maggiore della domanda”; Startup sociali, la finanza chiama, Il Sole24Ore Domenicale del 15 Aprile 2018) per rendere concreto e sostenibile un disegno di riordino diretto non tanto al massimo ribasso dei costi ma al maggior rialzo della qualità e della trasparenza (reciprocazione).   Secondo la ricerca della Schcool of Management del Politecnico di Milano (2018) che ha considerato alcuni criteri per valutare la prontezza ad accogliere investimenti veri e propri ha evidenziato come la dimensione che ha ottenuto il risultato peggiore ha riguardato proprio le competenze organizzative inadatte ad una effettiva governance inclusiva delle qualità intellettuali e delle competenze professionali in grado di dare vita a “prodotti” attrattivi. (Fine prima parte)   Bruno Agnetti Centro Studi Programmazione Sanitaria ( CSPS) Sindacato dei Medici Italiani (SMI) Regione Emilia Romagna  Fonte.www.quotidianosanita'.it
Ssn
Quotidiano Sanità,   19/04/2018
Servizio Sanitario Nazionale: un bene prezioso da riscoprire e difendere con i denti Avere un’assistenza sanitaria di tipo universalistico è, per le generazioni nate dopo gli anni ’80, un dato di fatto, un diritto scontato. Purtroppo non è così, soprattutto in una prospettiva futura. La volontà politica di mantenere pubblica l’assistenza sanitaria c’è, ma si scontra con costi crescenti, difficoltà organizzative importanti, soprattutto al Sud, con il fatto di non essere ancora riusciti a gestire la cronicità, vero incubo per gli anni a venire. Fondazione Roche dà il suo contribuito a questo importante dibattito con tre incontri dedicati al Ssn. Ieri sera il primo, dedicato all’universalismo. 18 APR - Le nuove generazioni lo danno per scontato, ma anche gli ultracinquantenni sembrano avere la memoria corta in tema di Servizio Sanitario Nazionale, che quest’anno compie i suoi primi 40 anni. Eppure la legge 833/78 ha rappresentato una rivoluzione senza precedenti per l’assistenza sanitaria in Italia, con l’abolizione delle vecchie mutue, per far posto ad un servizio sanitario ispirato ai tre principi fondanti dell’universalismo, dell’uguaglianza e dell’equità.  Le ‘mutue’, rese celebri dal dottor Tersilli, erano infatti prodighe anche oltre misura con chi aveva la fortuna di essere assistito, a fronte però di una massa di ‘figli di nessuno’ ai quali le prestazioni venivano centellinate, lasciando molti senza tutele.   Per ricordare a tutti che il Servizio Sanitario è un tesoro prezioso, ma tutt’altro che scontato (secondo alcuni potrebbe scomparire nell’arco di una decina d’anni) Fondazione Roche ha deciso di dedicargli tre incontri-dibattito  distinti (“40 anni di SSN – Diritti al Futuro”) nel corso dei quali i protagonisti della sanità di oggi ripercorrono questi 40 anni di SSN, aprendo una finestra sul futuro dell’assistenza universalistica, sempre più incerto in Italia, come in Europa.   La legge 833/78 è una delle più importanti conquiste sociali della Repubblica Italiana “ma le persone nate a cavallo degli anni ’80 –riflette la professoressa Mariapia Garavaglia, Presidente della Fondazione Roche – hanno vissuto l’SSN come una situazione di fatto, come un diritto acquisito, senza avere reale consapevolezza del grande traguardo di civiltà di una legge che, già 40 anni fa, offriva una rilettura lungimirante del concetto stesso di salute, interpretato e applicato non più come bene individuale, quanto piuttosto come risorsa della collettività (l’articolo 1 della legge recita: La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività mediante il servizio sanitario nazionale). Dallo sforzo del legislatore è derivato uno dei sistemi migliori al mondo, ancora oggi tale”.     E la bontà di questo sistema è certificata anche dall’Oms che ha incoronato il nostro SSN come il secondo migliore del mondo, anche se come efficienza è il primo in assoluto (facciamo cioè molto, spendendo relativamente poco). “L’istituzione del SSN – fa notare il professor Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità  – ha introdotto un ‘prima’ e un ‘dopo’ nella sanità italiana. E’ stato un vero spartiacque. Basti pensare che prima della sua introduzione, anche partorire  in Italia era un rischio: per ogni 1.000 bambini nati, ne morivano 30 (nello stesso periodo in Francia la mortalità era di 8/1.000). Non è dunque esagerato dire che per l’Italia, l’introduzione del SSN ha rappresentato una conquista enorme che ha favorito lo sviluppo socio-economico, parallelamente a quello industriale”.   Certo, i problemi non mancano. “Siamo molto bravi nella gestione dei problemi acuti, delle emergenze – riflette Ricciardi – ma i veri problemi nascono sulla gestione della cronicità e dell’assistenza domiciliare (la migliore, quella dell’Emilia Romagna copre il 4% della popolazione over-65, a fronte ad esempio dell’8% di quella danese) ”.   Resta poi da affrontare il divario nord-sud. “Con l’aziendalizzazione delle USL – prosegue Ricciardi – alcune Regioni del nord hanno fatto dei passaggi importanti, affidandosi a grandi manager. Questo al Sud non è avvenuto. Così, oggi il Sud ha dei professionisti straordinari, ma anche delle gravi difficoltà organizzative”.   L’universalismo dell’SSN risuona nell’articolo 3 della Costituzione. L’accesso al sistema delle cure dovrebbe dunque essere lo stesso a Udine come a Reggio Calabria. Purtroppo la qualità del servizi è molto diversa. E a rimetterci è anche la prevenzione. Conseguenza logica di tutto ciò è che l’aspettativa di vita sia molto diversa tra Nord e Sud.   “Oggi la sfida forse più grande da affrontare – commenta il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin – è quella dell’uguaglianza. La ricerca scientifica va sempre più verso la medicina personalizzata , verso la genomica; sta aprendo nuovi scenari sul fronte delle neuroscienze. Ma tutto questo costa. Sempre più. Siamo riusciti a garantire sostenibilità e accesso alle terapie avanzate istituendo il fondo dell’innovazione. Ma solo con un’attenta negoziazione avremo la possibilità di continuare a garantire a tutti l’accesso alle cure, a prescindere dal reddito.”   La nostra è l’unica costituzione che prevede (articolo 32) la tutela della salute come diritto fondamentale; fatto questo tutt’altro che scontato in tanti altri grandi Paesi (negli Usa ad esempio la salute è considerato una commodity, un bene commerciale); l’SSN dunque è un bene prezioso, da difendere a tutti i costi, ma che è invece trascurato al punto da non figurare neppure nel curriculum di studi del futuri medici. Ed è bene ricordare che anche il Ssn ha i suoi diritti. “Va usato bene cioè – conclude la Garavaglia -  non è uno sportello per consumi sanitari. Dobbiamo diventare promotori di una concezione civile; il Ssn è prezioso; tutti devono lavorare e fare uno sforzo comune per non perderlo”.   “Il progetto ‘40 anni di SSN – Diritti al futuro’ – spiega il Direttore Generale della Fondazione Roche, avv. Fausto Massimino – nasce dalla volontà della Fondazione di offrire dei momenti di dialogo e di confronto tra esponenti del mondo sanitario, del giornalismo e memorie storiche del decennio di conquiste sociali a cavallo tra il ’68 e la fine degli anni ’70, per sensibilizzare e aumentare la consapevolezza della società verso la conquista di un servizio sanitario pubblico, equo e universalistico. Non vuole però essere una commemorazione storica di quello che è stato, quanto piuttosto un commento ad una Legge attuale, con un occhio alle sfide che ci attendono in futuro”.   Maria Rita Montebelli Fonte.www.quotidianosanita'.it
Fibrillazione atriale
Quotidiano Sanità,   17/04/2018
Noci, nocciole e mandorle proteggono dalla fibrillazione atriale I risultati di un vasto studio osservazionale svedese suggeriscono che un elevato consumo di frutta a guscio (oltre 3 volte a settimana) riduce il rischio di fibrillazione atriale del 18%.  I benefici sembrano estendersi anche allo scompenso cardiaco, ma se in questo caso le evidenze sono meno robuste. Non sono noti i meccanismi alla base di questo effetto protettivo; le noci sono un’importante fonte di antiossidanti, grassi salutari e minerali. 17 APR - Il consumo regolare di frutta a guscio (noci, nocciole, ecc) nell’arco della settimana, ridurrebbe il rischio di fibrillazione atriale e forse di scompenso cardiaco (ma i dati sono meno robusti), stando ad un nuovo studio pubblicato su Heart.   In passato altri studi avevano suggerito un beneficio della frutta a guscio sul rischio di infarti, ictus e mortalità associata ma anche in questo caso non sono chiari i benefici che determinano questo vantaggio per la salute.   Per far luce ulteriore su questo aspetto gli autori di questo studio hanno utilizzato l’enorme mole di dati relativi alle risposte del Food Frequency Questionnaire, compilato da 61.000 svedesi di 45-83 anni, che sono stati incrociati con i dati relativi a 17 anni di salute cardiovascolare di queste stesse persone.   I consumatori di frutta a guscio in generale mostravano in genere un livello di istruzione più elevato, conducevano uno stile di vita più salutare (tendevano a fumare meno e ad avere livelli di pressione arteriosa meno elevati), erano in generale più magri e fisicamente attivi, consumavano più frequentemente frutta, vegetali e bevande alcoliche.   Durante il periodo di osservazione sono stati registrati circa 5 mila casi di infarto (917 fatali), 3.160 nuovi casi di scompenso cardiaco, 7.550 nuovi casi di fibrillazione atriale. Nello stesso periodo sono stati inoltre diagnosticati 972 casi di stenosi aortica, 983 casi di aneurisma dell’aorta addominale e sono stati registrati 3.782 casi di ictus ischemici e 543 di ictus emorragici.   Il consumo di noci/nocciole è risultato associato ad un minor rischio di infarto, scompenso cardiaco, fibrillazione atriale e aneurisma dell’aorta addominale. Ma dopo aver effettuato gli opportuni aggiustamenti per stile di vita, dieta, diabete e storia familiare, dallo studio emerge solo una chiara correlazione inversa tra consumo di noci e riduzione del rischio di fibrillazione atriale. In particolare, tra chi riferiva di consumare noci tre volte al mese, il rischio di fibrillazione atriale risultava ridotto di appena il 3%; il rischio si riduceva invece del 12% tra chi consumava noci 1-2 volte a settimana, per arrivare ad una riduzione del 18% in chi consumava frutta a guscio 3 o più volte a settimana. Per ogni porzione di noci in più consumata a settimana, il rischio di fibrillazione atriale appariva ridotto di un ulteriore 4% .   Si tratta di risultati interessanti che derivano però da uno studio osservazionale che, anche se di grandi proporzioni, non è in grado di stabilire la presenza di un nesso causale.   Di certo la frutta a guscio è un’importante fonte di minerali, antiossidanti e grassi salutari che hanno tutti un ruolo nella salute cardiovascolare. La prova provata che la frutta a guscio faccia bene al cuore insomma non c’è ancora, ma i risultati di questa ricerca suggeriscono che un beneficio, almeno nella prevenzione della fibrillazione atriale, potrebbe esserci.   Maria Rita Montebelli Fonte.www.quotidianosanità.it
Diabesità
Quotidiano Sanità,   17/04/2018
“Diabesità”: ovvero obesità e diabete. Mezzogiorno, Abruzzo e Lazio le realtà più colpite. Va meglio in Liguria e Trentino In Italia sono 3,2 milioni le persone affete da diabete di cui circa 2 milioni sono persone obese: una persona con diabete e obesa ha un rischio di morire entro 10 anni quadruplicato rispetto a una persona con diabete di peso normale. Da Italian Barometer Diabetes Observatory (Ibdo) Foundation, realizzato in collaborazione con Istat, l’undicesima edizione dell’Italian Diabetes & Obesity Barometer Report. IL RAPPORTO. 17 APR - Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la diffusione del diabete di tipo 2 è quasi raddoppiata negli ultimi trent'anni, così come la mortalità legata alla malattia o alle complicazioni. Le previsioni dicono che, entro il 2030, rappresenterà in Europa la quarta causa di morte, contribuendo così alla mortalità della popolazione più di quanto non facciano collettivamente Aids, malaria e tubercolosi.   In Italia, secondo i dati Istat del 2016, sono oltre 3 milioni e 200 mila le persone che dichiarano di avere il diabete, passando così negli ultimi trent’anni dal 2,9 per cento al 5,6 per cento dell’intera popolazione. Questo aumento è dovuto all’invecchiamento della popolazione, all’aumento della sopravvivenza dei malati di diabete e all’anticipazione dell’età in cui si diagnostica la malattia. Ad esempio, rispetto al 2000, la percentuale di uomini 55-64enni con diagnosi di diabete è passata da 6,8 per cento a 8,8 per cento, mentre tra i 75-79enni dal 14,9 per cento al 20,4 per cento. Invece, per le donne fino ai 79 anni le differenze nel tempo sono molto meno rilevanti, acuendosi solo tra le ultraottantenni, con un picco di 21,9 per cento nel 2016 a fronte del 14,9 per cento nel 2000. L'obesità è uno dei fattori di rischio principali per il diabete, motivo per cui si parla anche di lotta alla “diabesità”. Si stima infatti che il 44 per cento dei casi di diabete tipo 2 siano attribuibili all’obesità/sovrappeso; tra i 45-64enni la percentuale di persone obese che soffrono di diabete è al 28,9 per cento per gli uomini e al 32,8 per cento per le donne, portando complessivamente a un totale di circa 2 milioni di “diabesi”. Questo dato è molto preoccupante se si considera che il rischio complessivo di morte prematura raddoppia ogni 5 punti di crescita dell’indice di massa corporea: una persona con diabete e sovrappeso ha quindi un rischio raddoppiato di morire entro 10 anni, rispetto a una persona con diabete di peso normale e una persona con diabete e obesa addirittura un rischio quadruplicato. “Possiamo ormai considerare diabete e obesità come una pandemia, con serie conseguenze per gli individui e la società in termini di riduzione sia dell’aspettativa sia della qualità della vita, e notevoli ricadute economiche. Si tratta quindi un’emergenza sanitaria che necessita di un’attenzione specifica da parte dei decisori politici, affinché considerino in tutta la sua gravità questo fenomeno”, spiega Renato Lauro, Presidente Italian Barometer Diabetes Observatory (Ibdo) Foundation.   “Siamo convinti che la raccolta e la condivisione di informazioni, alla base del confronto e dei processi decisionali, possano contribuire a ridurre il peso clinico, sociale ed economico che queste malattie rappresentano e potranno rappresentare. Per questo motivo Ibdo Foundation pubblica annualmente un report in grado di offrire una fotografia non parziale della situazione del diabete e dell’obesità a livello mondiale, nazionale e regionale” aggiunge Lauro, in occasione della presentazione di oggi a Roma dell’undicesima edizione dell’Italian Diabetes & Obesity Barometer Report da parte di Ibdo Foundation e Università di Roma “Tor Vergata”, con il patrocinio di Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Associazione Nazionale Comuni Italiani (Anci), Istituto Nazionale di Statistica (Istat), Istituto superiore di Sanità ed HealthCity Institute. In particolare, l’edizione di quest’anno ha l’obiettivo di evidenziare l’impatto che queste condizioni hanno a livello delle singole regioni italiane. Il Barometer Report, coordinato da Domenico Cucinotta e che vede per il secondo anno la sinergia con l’Istituto Nazionale di Statistica – Istat, vuole attivare il confronto e le riflessioni Istituzionali sui grandi temi che riguardano il diabete e l’obesità nel nostro Paese, come testimoniato anche dal Presidente dell’Istat Giorgio Alleva nell’introduzione al volume. “Nello specifico, parlando di caratterizzazione regionale del diabete, valori più elevati della media Italia si evidenziano in Calabria, Basilicata, Sicilia, Campania, Puglia, Abruzzo, ma anche in alcune regioni del Centro come il Lazio; quelli più bassi nelle province autonome di Trento e Bolzano e Liguria. Anche per la mortalità la geografia resta simile, con una maggiore penalizzazione del Mezzogiorno, soprattutto in Campania, Calabria e Sicilia. Nelle regioni del Mezzogiorno peraltro si riscontrano anche livelli più elevati di obesità. Un’attenzione particolare merita l’obesità infantile, che presenta marcate differenze territoriali a svantaggio delle regioni del Sud, dove un minore su tre è in eccesso di peso: le percentuali più elevate in Campania (36,1 per cento), Molise (31,9 per cento), Puglia (31,4 per cento), Basilicata (30,3 per cento) e Calabria (30 per cento) a fronte del valore minimo osservato nelle province autonome di Trento e Bolzano (15,4 per cento)”. Così Roberta Crialesi, Dirigente Servizio Sistema integrato salute, assistenza, previdenza e giustizia, Istat. “Il quadro nazionale, ampiamente sviluppato dall’Istat, ci fornisce una fotografia estremamente eterogenea a livello delle varie regioni italiane, evidenziando la differenza di prevalenza tra nord, centro e sud del nostro Paese”, dice Domenico Cucinotta, Coordinatore Italian Barometer Diabetes Report e Direttore del dipartimento di medicina clinica e sperimentale dell’Università di Messina. “Un’analisi che abbiamo ritenuto di sviluppare in maniera puntale in ogni singola regione, per consentire ai decisori istituzionali e a chi si occupa di governance sanitaria a livello regionale e nazionale di avere dati di riferimento con i quali confrontarsi nella ricerca di soluzioni ingrado di ridurre questa evidente eterogeneità presente in Italia” conclude. Oltre alla differenza di diffusione del diabete tra Nord e Sud Italia, si riscontra un divario anche tra zone rurali e centri urbani: “In Italia il 36 per cento della popolazione del Paese, di cui circa 1,2 milioni con diabete, risiede nelle 14 Città Metropolitane”, dice Andrea Lenzi, Coordinatore di Health City Institute e Presidente del Comitato per la biosicurezza e le biotecnologie della Presidenza del consiglio dei ministri, che aggiunge “l’urban diabetes è un problema emergente di sanità pubblica. Nel mondo, oggi due terzi delle persone affette da diabete vivono nelle grandi città. Infatti, secondo i dati dell’International Diabetes Federation (IDF), sono 246 milioni (65 per cento) coloro che hanno ricevuto una diagnosi di diabete di tipo 2 e abitano nei centri urbani, rispetto ai 136 milioni delle aree rurali. I cambiamenti demografici in corso, che includono l’urbanizzazione, il peggioramento degli stili di vita, l’invecchiamento della popolazione e l’isolamento sociale si riflettono in una crescita costante della prevalenza di diabete. Questi fattori influenzano anche la maggior diffusione di obesità che, oltre che dell’aumentato rischio di diabete, è causa di malattie cardiovascolari e di alcune forme di tumore e compromette gravemente la qualità di vita. Per far fronte a questo problema di rilevanza clinica, sociale, ma anche economico e politico-sanitario il 19 maggio in tutta Europa si celebrerà l’European Obesity Day per sensibilizzare riguardo una piaga sociale in costante e preoccupante aumento non solo nei Paesi occidentali ma anche in quelli a basso-medio reddito”. Fonte.www quotidianosanita'.it
Registro Europeo del fegato grasso
Quotidiano Sanità,   16/04/2018
Nasce il Registro Europeo del fegato grasso nei bambini. Il coordinamento al Bambino Gesù Nel registro confluiranno tutti i dati, sia istologici che di laboratorio, provenienti dai principali ospedali dei Paesi coinvolti: Germania, Polonia, Inghilterra, Svezia, Spagna e Francia. Al Bambino Gesù seguito ogni anno 1.500 bambini di cui 550 sottoposti a biopsia 16 APR - È stato creato il registro pediatrico europeo per il fegato grasso, una patologia che colpisce tra il 5 e il 15% della popolazione pediatrica generale. Il coordinamento è stato affidato all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. L’incarico è stato assegnato sabato scorso a Parigi nel corso del congresso annuale dell’European Association fo the Study of the Liver (EASL).   “La creazione di un registro pediatrico europeo sul fegato grasso sottolinea l’interesse che c’è nelle comunità scientifiche internazionali su questo problema”, spiega Valerio Nobili, responsabile di epatologia, gastroenterologia e nutrizione dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. “Un problema che ormai affligge milioni di bambini nel mondo e le cui previsioni sono in costante aumento. Il registro è un segnale che tale patologia non può essere più sottovalutata da chi ha interesse alla salute dei nostri ragazzi”.   L'obesità è uno dei principali problemi mondiali sia nei bambini che negli adolescenti. L'aumento del numero dei bambini con sovrappeso e obesità nei Paesi industrializzati ha portato al parallelo aumento di casi di fegato grasso o steatosi epatica non alcolica (NAFLD). Negli ultimi vent'anni, infatti, la steatosi ha raggiunto proporzioni epidemiche anche tra i più piccoli diventando la patologia cronica del fegato di più frequente riscontro nel mondo occidentale. In Italia si stima che ne sia affetto circa il 15% dei bambini, ma si arriva fino all'80% tra i bambini obesi.   Le ragioni dell’affidamento del coordinamento della neonata rete al Bambino Gesù risiedono sia nell’ampia casistica sul fegato grasso, sia nalla capacità di produzione scientifica: l’ospedale segue infatti circa 1.500 bambini l’anno di cui 550 sottoposti a biopsia negli ultimi 10 anni e ha pubblicato, spesso coordinandoli, numerosi studi internazionali.  Nel registro confluiranno tutti i dati, sia istologici che di laboratorio, provenienti dai principali ospedali dei Paesi coinvolti: Germania, Polonia, Inghilterra, Svezia, Spagna e Francia. Il database che ne verrà fuori consentirà la realizzazione di trial più mirati e con coorti più estese. Dati che saranno molto importanti anche per la stesura di nuove pubblicazioni scientifiche. Il progetto sarà finanziato dalla EASL stessa con un grant di 70.000 euro l’anno per due anni.   “Siamo grati per l’incarico ricevuto che riconosce la leadership del Bambino Gesù in questa patologia, la NASH, affidandogli il coordinamento europeo della nuova rete”, aggiunge Nobili. “Viene così colmato un gap che ancora separava l’Europa rispetto ai colleghi americani, già in possesso di un registro di questo genere”.  Fonte.www.quotidianosanita'.it
Eurostat
Quotidiano Sanità,   16/04/2018
Eurostat. Nell’Ue il 41% medio dei bimbi è nato fuori dal matrimonio nel 2016. I picchi: Francia 59,7%, Grecia 9,4%. Italia si attesta al 28% Rispetto alla situazione del 2000, Eurostat evidenzia che la percentuale di nati vivi al di fuori del matrimonio è aumentata in tutti gli Stati membri, anche se in misura diversa. Da un lato, la percentuale di bambini nati fuori dal matrimonio è cresciuta significativamente negli Stati membri del Mediterraneo, dall'altro è rimasta pressoché stabile nell'Europa settentrionale. 16 APR - Oltre 5,1 milioni di bambini sono nati nell'Unione europea nel 2016 e in otto dei 28 Stati membri, la maggior parte dei bambini è nata al di fuori dal matrimonio, mentre in altri otto i due terzi dei bambini sono nati da genitori sposati. La proporzione di nascite al di fuori del matrimonio è maggiore in Francia e più bassa in Grecia, con una media degli Stati in cui Eurstat ha registrato il dato nel 2016 del 41%, contro il 13,3% di trenta anni fa, nel 1986. Con sei bambini su dieci nati da genitori non sposati, la Francia ha avuto la maggior proporzione (59,7%) di nati vivi al di fuori del matrimonio nell'Ue nel 2016. La Francia è seguita da vicino dalla Bulgaria e dalla Slovenia (entrambi al 58,6%). Oltre la metà delle nascite si è verificata anche al di fuori del matrimonio in Estonia (56,1%), Svezia (54,9%), Danimarca (54,0%), Portogallo (52,8%) e Paesi Bassi (50,4%). Al contrario, meno di 1 bambino su 10 era nato da genitori non sposati in Grecia (9,4%). Nascite al di fuori del matrimonio hanno rappresentato anche un quarto o meno di tutti i bambini nati in Croazia (18,9%), Cipro (19,1%) e Polonia (25,0%), e per meno di un terzo dei bambini nati in Lituania (27,4%), Italia ( 28,0%), Romania (31,3%) e Malta (31,8%). Rispetto alla situazione del 2000, Eurostat evidenzia che la percentuale di nati vivi al di fuori del matrimonio è aumentata in tutti gli Stati membri, anche se in misura diversa. Da un lato, la percentuale di bambini nati fuori dal matrimonio è cresciuta significativamente negli Stati membri del Mediterraneo. È aumentata di otto volte a Cipro (dal 2,3% nel 2000 al 19,1% nel 2016), si è triplicata a Malta (dal 10,6% al 31,8%) e in Italia (dal 9,7% al 28,0%), mentre è circa 2,5 volte più alta in Spagna (dal 17,7% al 45,9%), Grecia (dal 4,0% al 9,4 %) e in un altro Stato membro meridionale: il Portogallo (dal 22,2% al 52,8%). In Italia il picco si è avuto tra il 2000 e il 2006: nel primo anno la percentuale di bambini nati fuori del matrimonio era del 9,7%, mentre nel 2006 è salita al 16,4% e da quell’anno è andata aumentando raggiungendo il 30% nel 2015 e calando al 28% nel 2016. La percentuale di nati vivi al di fuori del matrimonio è rimasta invece relativamente stabile tra il 2000 e il 2016 nell'Europa settentrionale, in particolare negli Stati membri nordici (Svezia, Finlandia e Danimarca), in Irlanda e nel Regno Unito e nel Baltico (Lettonia, Estonia e Lituania).  Fonte.www.quotidianosanita'.it