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Ludopatia
Quotidiano Sanità,   16/07/2019
Ludopatia. Oltre 1,3 milioni di malati, solo 12mila in cura. Consulcesi: “Ecco cosa possono fare i medici per queste persone” Si calcola che vadano in fumo circa 100 mld ogni anno: ogni italiano "punta" in media 1.800 euro. Consulcesi Club e Stefano Lagona, psicologo e psicoterapeuta specializzato nel trattamento delle tossicodipendenze e delle nuove dipendenze, lanciano il corso Ecm Fad “Ludopatia: strategie ed interventi per il trattamento”. 16 LUG - Un aumento del 6% rispetto all’anno precedente, per un volume totale di denaro giocato di 101,8 miliardi di euro. Solo 3 anni prima la cifra non superava gli 84,3 miliardi di euro. Sono questi gli ultimi dati disponibili in tema di gioco d’azzardo in Italia, diffusi dal “Libro Blu”, pubblicazione annuale che riporta i dati principali sul mercato del gioco d’azzardo legale in Italia. L’anno di riferimento è il 2017, ma secondo quanto anticipato di recente dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, la raccolta dei giochi pubblici – ovvero il numero delle puntate registrate in Italia nel corso dell’anno – nel 2018 avrebbe raggiunto i 106,8 miliardi, in aumento di circa il 3% rispetto all’anno precedente. In sostanza, è come se ogni italiano scommettesse un totale di 1.780 euro all’anno. In Italia si stima un totale di circa 1,3 milioni di malati patologici ma di questi solo poco meno del 10% (circa 12mila) sono in cura. Numeri imponenti dietro cui si celano tantissimi giocatori occasionali (o comunque semplici appassionati) ma anche un volume sempre più consistente di casi patologici. Le persone affette da ludopatia solitamente stabiliscono con il gioco un rapporto esclusivo e altamente coinvolgente. L’elevato livello di eccitazione raggiunto li spinge a trascurare tutto ciò che li circonda: famiglia, affetti e lavoro, con pesanti ricadute non solo dal punto di vista economico. La ludopatia è insomma una piaga che non accenna a fermarsi, ed è per questo che il Decreto legge n.87 del 2018 ha introdotto numerose disposizioni di contrasto al gioco d’azzardo (tra le quali il divieto di qualsiasi forma di pubblicità) ed è allo studio un riordino complessivo del settore, volto a definire un quadro di regole chiare che tutelino maggiormente il giocatore. Un fenomeno dilagante e sempre più preoccupante che – per arginarlo ed affrontarlo – necessita di continui aggiornamenti anche da parte del personale medico-sanitario. In questa direzione va il corso promosso da Consulcesi Club dal titolo “Ludopatia: strategie ed interventi per il trattamento” a cura del dottor Stefano Lagona, psicologo e psicoterapeuta specializzato nel trattamento delle tossicodipendenze e delle nuove dipendenze. Il corso FAD (Formazione a Distanza), annunciato da un video, intende descrivere la patologia da gioco d’azzardo, analizzando anzitutto lo scenario storico culturale italiano del problema ed affrontando successivamente gli aspetti clinico-epidemiologici del disturbo.     Vengono inoltre forniti strumenti relativi all’assessment del paziente, necessari alla presa in carico e alla formulazione di un programma di intervento. Nei quattro moduli che compongono il corso vengono anche illustrate le principali strategie di trattamento, a carattere psicoterapico, funzionali al recupero del soggetto: la psicoterapia cognitivo comportamentale, la psicoterapia sistemico relazionale, la psicoterapia psicoanalitica. Nell’ultima parte vengono descritti gli approcci complementari alla psicoterapia: i gruppi di auto-mutuo aiuto per giocatori e la formazione/informazione a carattere matematico statistico. Il tutto attraverso una modalità di aggiornamento che riesce a coniugare il rigore scientifico del materiale didattico con i tempi frenetici e il carico di lavoro tipici della professione. "Da questo punto di vista la Formazione a Distanza rappresenta la modalità più efficace per non farsi trovare impreparati con l’imminente scadenza del triennio formativo obbligatorio: in particolare, negli anni il catalogo Fad Consulcesi si è ampliato grazie ai Film Formazione, per un nuovo modello di edutainment, ad una collana di e-book con una serie di titoli d’interesse anche per i pazienti. È allo studio inoltre l’applicazione della tecnologia Blockchain all’intero percorso formativo, in modo da renderlo certificato e trasparente", spiega in una nota Consulcesi. Fonte.www.quotidianosanità.it
Cassazione:reperibilità
Quotidiano Sanità,   16/07/2019
Cassazione. Primario in reperbilità arriva in ritardo dopo chiamata per l’aggravarsi di un paziente. Assolto per il decesso della persona ma sì a licenziamento Licenziamento disciplinare per il responsabile di un reparto ospedaliero che, anche se in reperibilità aggiuntiva, tarda ad arrivare a visitare un paziente aggravatro dopo un'operazione: la Cassazione (ordinanza 18883/2019) dà ragione alla Corte d'Appello e all'Azienda che ha messo in atto il procedimento disciplinare, L'ORDINANZA.  16 LUG - Conferma del licenziamento disciplinare per violazioni degli obblighi indicati dal Codice di comportamento per il chirurgo (responsabile del reparto ospedaliero) che arriva in ritardo a visitare un suo paziente il cui quadro clinico si è aggravato (e successivamente è deceduto) perché in “reperibilità aggiuntiva” e non primaria. A deciderlo è un’ordinanza (18883/2019) della Cassazione, sezione Lavoro. Questo anche se è assolto per la morte del paziente: il fatto oggetto del processo penale non è sovrapponibile ai comportamenti che hanno portato alla contestazione disciplinare.   Il fatto Un paziente, operato nel pomeriggio di prostatectomia radicale in laparoscopia per l’asportazione di un carcinoma, intorno alle 22.30-23.30 mostra una condizione di ipotensione (pressione arteriosa 50/40) tanto che gli infermieri in servizio chiamano un rianimatore. Alle 22.20 circa il rianimatore constata "arresto respiratorio”, “brachicardia estrema”, “perdita di sangue dal drenaggio” e provvede ad intubare il paziente e a procedere a "emotrasfusione”. Sopravvenuto un leggero miglioramento intorno alle 00.20, il paziente viene estubato, mentre alle 00.30, in cartella è ipotizzata “perdita ematica dal plesso di Santorini".   Dopo circa dieci minuti è annotata una "ripresa della perdita ematica” e si procede con una nuova emotrasfusione. Alle 01.00 e ancora annotata perdita ematica di livello del drenaggio. Alle 02,20 l'anestesista rianimatore decide di riportare il paziente in sala operatoria. Alle 03.05. ulteriori 30 cc di liquido siero ematico fuoriescono dal drenaggio. Alle 03,30 vengono somministrare altre due sacche di sangue: alle 04.10 il paziente è sottoposto a un secondo intervento di "laparatomia esplorativa” eseguito da altri due medici: la diagnosi con cui il paziente è di nuovo portato in sala operatoria e di shock emorragico postoperatorio.  In corso di intervento sono somministrate 4 sacche di sangue e una sacca di plasma. Si procede a emostasi con clip metalliche di una vena otturatoria che sanguina. Alle 05.00 si constata il decesso del paziente. Al chirurgo licenziato viene contestato di essersi presentato nel reparto urologia solo alle 01.30. dopo diverse ore dalla chiamata degli infermieri dello stesso reparto, pur essendo nel turno di pronta reperibilità integrativa (cd. II reperibilità) e di aver ritardato con il suo comportamento gravemente omissivo e professionalmente non etico, l'intervento chirurgico che si presentava necessario e urgente. Il datore di lavoro qualificava tale comportamento come violazione del codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni e in particolare degli obblighi di evitare situazioni e comportamenti che possano nuocere agli interessi o alla immagine della pubblica amministrazione, di adempiere le proprie competenze nel modo più semplice ed efficiente nell'interesse dei cittadini e assumere le responsabilità connesse ai propri compiti, di non ritardare né affidare ad altri dipendenti il compimento di attività e I ‘adozione di decisioni di propria spettanza. L’ordinanza Il professionista ha contestato il licenziamento facendo rilevare che nel processo penale era stato assolto con sentenza passata in giudicato. La Cassazione però ha respinto il ricorso e rilevato che secondo la Corte d’Appello il comportamento che aveva determinato il licenziamento non consisteva nell’aver procurato la morte del paziente, ma aver ritardato il suo arrivo in ospedale. Secondo i giudici, il medico avrebbe dovuto arrivare senza ritardo in reparto e visitare il malato per accertare personalmente, anche essendo apicale, lo stato della situazione che gli era stata descritta e adottare le misure ritenute del caso. Questa valutazione è autonoma rispetto alla responsabilità penale per la morte del paziente, con la conseguenza che la Corte d’Appello ha avuto ragione ad avallare il licenziamento. “Correttamente – si legge nell’ordinanza -  in ragione del quadro normativo primario e delle declaratorie contrattuali, il datore di lavoro contestava al ricorrente la violazione dei seguenti obblighi desumibili dal codice di comportamento (…) : obbligo di evitare situazioni e comportamenti che possano nuocere agli interessi o alla immagine della pubblica amministrazione; obbligo di adempiere le proprie competenze nel modo più semplice ed efficiente nell’interesse dei cittadini e assumere le responsabilità connesse ai propri compiti; obbligo di non ritardare né affidare ad altri dipendenti il compimento di attività e l’adozione di decisioni di propria spettanza. salvo giustificato motivo”. “Come questa Corte ha già avuto modo di affermare – continua la Cassazione - in tema di licenziamento per giusta causa, l’accertamento dei fatti e il successivo giudizio in ordine alla gravità e proporzione della sanzione espulsiva adottata sono demandati all’all’apprezzamento del giudice di merito, che, anche qualora riscontri l’astratta corrispondenza dell’infrazione contestata alla fattispecie tipizzata contrattualmente, è tenuto a valutare la legittimità e congruità della sanzione inflitta, tenendo conto di ogni aspetto concreto della vicenda. con giudizio che, se sorretto da adeguata e logica motivazione. è incensurabile in sede di legittimità”. La Cassazione conclude, rigettando il ricorso e dando ragione alla Corte d’Appello e all’Azienda, che “considerando la posizione del lavoratore nell’Azienda, il grado di affidamento delle mansioni affidategli anche in relazione alla specifica vicenda capo equipe e dirigente dell'Unità Operativa di Urologia e dunque facendo applicazione anche del principio di proporzionalità in relazione alla clausola generali della giusta causa, la Corte d’ Appello, applicando correttamente i principi enunciati da questa Corte in materia. ha valutato la legittimità e congruità della sanzione inflitta prevista dalla contrattazione, tenendo conto di ogni aspetto concreto della vicenda, con accertamento dei fatti e successivo giudizio in ordine alla gravità e proporzione della sanzione espulsiva che, in quanto sorretta da adeguata e logica motivazione sopra richiamata. si sottrae a censura”. Fonte.www.quotidianosanità.it
Sindacati
Quotidiano Sanità,   16/07/2019
Sindacati. Nasce il Patto per la professione medica: Anpo-Ascoti-Fials Medici aderisce ad accordo tra Cimo-Fesmed e Cimop Per la neonata aggregazione “l’alleanza di sigle sindacali che ricomprende circa 19.000 medici e che, di fatto, diventa il sindacato di soli medici della dipendenza pubblica e privata più rappresentativo, assumendo un ruolo di leadership unitaria a difesa dei medici che lavorano in tale ambito”. 16 LUG - Cresce il consenso attorno alla nuova governance di rappresentanza e rappresentatività sindacale inaugurata dalla Federazione CIMO-FESMED e anche la storica Associazione Sindacale ANPO-ASCOTI-FIALS Medici aderisce al Patto Federativo costituito lo scorso maggio da CIMO-FESMED e CIMOP (Confederazione Italiana Medici Ospedalità Privata).   “Con tale aggregazione – si legge in una nota congiunta - nasce oggi il PATTO PER LA PROFESSIONE MEDICA, alleanza di sigle sindacali che ricomprende circa 19.000 medici e che, di fatto, diventa il sindacato di soli medici della dipendenza pubblica e privata più rappresentativo, assumendo un ruolo di leadership unitaria a difesa dei medici che lavorano in tale ambito.Gli obiettivi del nuovo Patto per la Professione Medica si basano su una profonda determinazione e unità di programma espresse dalle parti: sostenere condizioni contrattuali eque e migliorative, promuovere il SSN e aumentarne la sostenibilità, opporsi alle politiche tese a sminuire la figura della professione del medico, sviluppare l’aggiornamento e la formazione, sostenere la valorizzazione del medico e del suo rapporto con il paziente, confrontarsi in materia di accordi nazionali, regionali e aziendali”.   Presidente del Patto per la Professione Medica è designato Guido Quici (CIMO-FESMED), Presidente Onorario è Raffaele Perrone Donnorso (ANPO-ASCOTI-FIALS Medici); Vicepresidenti sono Giuseppe Ettore per CIMO-FESMED e Carmela De Rango per CIMOP, Segretario è Francesco Vitale per ANPO (Associazione Nazionale Primari Ospedalieri).    “La nascita del Patto per la Professione medica, con l’aggregazione di ANPO-ASCOTI-FIALS Medici, rappresenta il successo di un nuovo modo di essere e fare sindacato, che vuole creare dinamismo e proiezione verso il futuro”, commenta il Presidente Guido Quici. “Siamo coscienti dei forti cambiamenti in atto nel lavoro e nelle professioni, ma proprio per questo siamo convinti che il valore venga dalla tutela e non dallo smantellamento dei diritti e che la crescita parta dalle persone. In particolare, un soggetto sindacale più forte e unito per i medici ci aiuterà a sostenere una maggiore attenzione ai giovani e al futuro della sanità pubblica, che sia sostenibile per chi ci lavora e per chi vi accede, senza distinzioni geografiche o di governo politico”.   “Siamo convinti e orgogliosi di questa nuova intesa, che punta ad una organizzazione forte e articolata nel rispetto delle diversità, focalizzata a raggiungere obiettivi per tutta la categoria dei primari e di tutti i medici, di cui oggi troppo spesso si dimentica il ruolo chiave nel pilastro sociale della sanità pubblica”, dichiara Raffaele Perrone Donnorso, Presidente nazionale ANPO. “Da sempre ANPO-ASCOTI-FIALS Medici condivide la politica sindacale di CIMO e FESMED anche attraverso comuni iniziative sindacali, non ultima quella sul tavolo ARAN per il rinnovo del contratto dei medici, e attraverso il Patto proseguiremo sempre più determinati”.   I rappresentanti del Patto per la Professione Medica attiveranno sin d’ora il coordinamento al tavolo delle trattive per il contratto in Aran, ancorché con la presenza e la firma distinta delle singole delegazioni. L’obiettivo finale è “raggiungere in breve tempo un assetto strutturale e definito delle attività comuni, pur nell’autonomia gestionale ed organizzativa tra organizzazioni sindacali che hanno contrattualità diverse”.   “Questo Patto aiuterà ancora di più il superamento di barriere che hanno contraddistinto il mondo sindacale degli ultimi anni e, dopo tre anni dalla sua costituzione, dà ragione ai fondatori del primo patto federativo per le importanti ricadute e guarda oltre i distinguo di categoria intra professionale”, commenta Giuseppe Ettore, Presidente di FESMED. “Siamo convinti che il presente e il futuro coinvolgono in un orizzonte comune il mondo medico pubblico e privato, il mondo sindacale e quello delle società scientifiche, ed è per questo che uno dei principali obiettivi del Patto sarà quello di promuovere tra le organizzazioni una crescita culturale comune su tematiche che hanno impatto immediato sulle scelte formative, sulla tutela e sulla qualità del lavoro dei medici italiani”.   “In un sistema, quello sanitario, in profonda evoluzione, è imprescindibile assumere decisioni non del tutto scontate che tendano a raggiungere il comune obiettivo di rilancio della professione medica” afferma Carmela De Rango, Segretario nazionale CIMOP. “Un nuovo modo di fare sindacato attraverso una comune crescita, nel pubblico e nel privato, è la strada maestra. Siamo orgogliosi di essere parte attiva di questo processo in cui la pluralità di voci, diretta all’unisono, arricchirà indubbiamente la capacità di farsi sentire e incidere sulle decisioni che fanno la differenza sulla vita dei medici e dei pazienti”.   La nuova aggregazione sindacale, “aperta all’adesioni di nuove organizzazioni sindacali, sarà da subito affiancata da un board scientifico, la cui attività sarà principalmente indirizzata sull’analisi di tematiche di comune interesse quali il finanziamento del SSN, il patto della salute, i LEA, gli standard, la formazione, la carriera del medico, ed iniziative per la crescita culturale a sostegno della professione medica”. Fonte.www.quotidianosanità.it
Hiv
Quotidiano Sanità,   16/07/2019
Rapporto UNAIDS: “Decessi (770 mila) e nuovi casi (1,7 milioni) diminuiscono ma calano anche i finanziamenti”. E il rischio è quello di una nuova impennata, anche nell’Europa dell’Est L'Africa orientale e meridionale, continua a essere la regione più colpita dall'HIV, e ci sono stati aumenti preoccupanti delle nuove infezioni da HIV nell'Europa orientale e nell'Asia centrale (29%), nel Medio Oriente e nel Nord Africa (10%) e in America Latina (7%). Ad oggi sono quasi 38 milioni le persone che convivono con l’Aids e oltre 23 mln che hanno avuto accesso alle terapie antiretrovirali. "Abbiamo urgentemente bisogno di una maggiore leadership politica per porre fine all'AIDS" ha dichiarato Gunilla Carlsson, Direttore esecutivo di UNAIDS. IL RAPPORTO 16 LUG - “Il ritmo dei progressi nella riduzione delle nuove infezioni da HIV, nell'aumento dell'accesso alle cure e della fine della mortalità correlata all'AIDS è in rallentamento”. A dirlo è il nuovo rapporto pubblicato oggi da UNAIDS. L'aggiornamento, mostra un quadro variegato con alcuni paesi che stanno facendo notevoli progressi, mentre altri stanno vivendo un nuovo balzo delle nuove infezioni da HIV e dei decessi correlati all'AIDS.   "Abbiamo urgentemente bisogno di una maggiore leadership politica per porre fine all'AIDS", ha dichiarato Gunilla Carlsson, Direttore esecutivo di UNAIDS. "Ciò lo si potrà realizzare investendo adeguatamente e in modo intelligente e osservando ciò che sta producendo successi in alcuni paesi. La fine dell'AIDS è possibile se ci concentriamo sulle persone, non sulle malattie, creiamo mappe stradali per le persone e le località che vengono lasciate indietro e adottiamo un approccio basato sui diritti umani per raggiungere le persone più colpite dall'HIV ".   Il rapporto mostra che le ‘popolazioni chiave’ (Kei Population) e i loro partner sessuali rappresentano oltre la metà (54%) delle nuove infezioni da HIV a livello globale. Nel 2018, popolazioni chiave - tra cui persone che fanno uso di droghe, gay e altri uomini che hanno rapporti sessuali con uomini, transgender, prostitute e detenuti - rappresentano circa il 95% delle nuove infezioni da HIV nell'Europa orientale e nell'Asia centrale e nel Medio Oriente Africa orientale e settentrionale.   Tuttavia, il rapporto mostra anche che meno del 50% delle popolazioni chiave sono state raggiunte con servizi combinati di prevenzione dell'HIV in più della metà dei paesi segnalati. Ciò evidenzia che le popolazioni chiave sono ancora marginalizzate e lasciate indietro nella risposta all'HIV.   Globalmente, nel 2018 circa 1,7 milioni di persone sono state contagiate dall'HIV, una diminuzione del 16% dal 2010, un risultato dovuto principalmente ai progressi costanti registrati in gran parte dell'Africa orientale e meridionale. Il Sudafrica, ad esempio, ha compiuto enormi progressi e ha ridotto con successo le nuove infezioni da HIV di oltre il 40% e i decessi correlati all'AIDS di circa il 40% dal 2010.   Tuttavia, c'è ancora molta strada da fare nell'Africa orientale e meridionale, la regione più colpita dall'HIV, e ci sono stati aumenti preoccupanti delle nuove infezioni da HIV nell'Europa orientale e nell'Asia centrale (29%), nel Medio Oriente e nel Nord Africa (10%) e in America Latina (7%).   Finanziamenti in calo Il rapporto mostra che il divario tra i bisogni di risorse e la disponibilità delle stesse si sta allargando. Per la prima volta, le risorse globali disponibili per la risposta all'AIDS sono diminuite significativamente, di quasi 1 miliardo di dollari, in quanto i donatori hanno sborsato meno e gli investimenti interni non sono cresciuti abbastanza velocemente da compensare l'inflazione. Nel 2018, per la risposta all'AIDS sono stati disponibili 19 miliardi di dollari, 7,2 miliardi di dollari USA rispetto ai 26,2 miliardi di dollari stimati necessari entro il 2020.   Per continuare a progredire verso la fine dell'AIDS, UNAIDS esorta quindi tutti i partner a “intensificare l'azione e a investire, anche attraverso il finanziamento completo del Fondo globale per la lotta all'AIDS, alla tubercolosi e alla malaria con almeno 14 miliardi di dollari al reintegro in ottobre e attraverso l'aumento finanziamenti bilaterali e nazionali per l'HIV”.   Trattamento e obiettivo 90-90-90 I progressi continuano verso l’obiettivo 90-90-90. Circa il 79% delle persone che vivono con l'HIV conoscono il loro stato nel 2018, il 78% che sapeva che il proprio stato di HIV stava accedendo al trattamento e l'86% delle persone che avevano accesso al trattamento erano soppresse viralmente, mantenendole vive e bene e prevenendo la trasmissione di il virus.   Le comunità al centro mostrano tuttavia che i progressi verso gli obiettivi 90-90-90 variano molto per regione e per paese. Nell'Europa orientale e nell'Asia centrale, ad esempio, il 201% delle persone con HIV ha conosciuto il proprio stato di HIV nel 2018, ma solo il 53% delle persone che conoscevano il proprio stato di HIV avevano accesso al trattamento.   "Sono stato in terapia per 16 anni, sono stato represso virilmente e sta facendo bene", ha detto Sthandwa Buthelezi, fondatore di Shine, un'organizzazione di Eshowe che si occupa dello stigma e della discriminazione nella comunità. "Ma la stigmatizzazione e la discriminazione sono ancora diffuse, in particolare nelle strutture sanitarie. Come attivista, incoraggio tutti, compresi i leader della comunità, a parlare apertamente dell'HIV in modo che le persone possano vivere positivamente e brillare ".   Decessi correlati all'AIDS I decessi correlati all'AIDS continuano a diminuire mentre l'accesso alle cure continua ad espandersi e si fanno maggiori progressi nel migliorare l'offerta di servizi per l'HIV / tubercolosi. Dal 2010, i decessi legati all'AIDS sono diminuiti del 33%, a 770.000 nel 2018.   Il progresso varia tra le regioni. Il declino globale delle morti legate all'AIDS è stato in gran parte determinato dai progressi nell'Africa orientale e meridionale. Nell'Europa orientale e nell'Asia centrale, tuttavia, i decessi correlati all'AIDS sono aumentati del 5% e in Medio Oriente e Nord Africa del 9% dal 2010.   Bambini Circa l'82% delle donne incinte che vivono con l'HIV hanno ora accesso ai farmaci antiretrovirali, con un aumento di oltre il 90% dal 2010. Ciò ha comportato una riduzione del 41% delle nuove infezioni da HIV tra i bambini, con riduzioni notevoli raggiunte in Botswana (85% ), Ruanda (83%), Malawi (76%), Namibia (71%), Zimbabwe (69%) e Uganda (65%) dal 2010. Eppure c'erano circa 160 000 nuove infezioni da HIV tra i bambini di tutto il mondo, lontane da l'obiettivo globale di ridurre le nuove infezioni da HIV tra i bambini a meno di 40.000 entro il 2018.   “È necessario fare di più per ampliare l'accesso alle cure per i bambini”. Secondo le stime, 940.000 bambini (di età compresa tra 0 e 14 anni) che vivono con HIV a livello mondiale in terapia antiretrovirale nel 2018 è quasi il doppio del numero di trattamento nel 2010. Tuttavia, è molto lontano dall'obiettivo del 2018 di 1,6 milioni.   Donne e ragazze adolescenti Sebbene esistano ancora forti disparità tra giovani donne e giovani uomini, con le giovani donne che hanno il 60% in più di probabilità di contrarre l'infezione da HIV rispetto ai giovani della stessa età, c'è stato un successo nel ridurre le nuove infezioni da HIV. A livello globale, le nuove infezioni da HIV tra le giovani donne (15-24 anni) sono state ridotte del 25% tra il 2010 e il 2018, rispetto a una riduzione del 10% tra le donne anziane (di età compresa tra 25 anni e oltre). “Ma rimane inaccettabile – rileva il rapporto - che ogni settimana 6200 ragazze adolescenti e giovani donne vengano infettate dall'HIV. I programmi sulla salute e sui diritti sessuali e riproduttivi per le giovani donne devono essere ampliati e ampliati al fine di raggiungere più posizioni ad alta incidenza e massimizzare l'impatto”.   Prevenzione dell'HIV Le comunità al centro mostrano che l'intera gamma di opzioni disponibili per prevenire nuove infezioni da HIV non viene utilizzata per un impatto ottimale. Ad esempio, la profilassi pre-esposizione (PrEP), medicina per la prevenzione dell'HIV, è stata utilizzata solo da circa 300.000 persone nel 2018, di cui 130.000 negli Stati Uniti d'America. In Kenya, uno dei primi paesi dell'Africa sub-sahariana a lanciare PrEP come programma nazionale nel settore pubblico, circa 30.000 persone hanno avuto accesso ai farmaci preventivi nel 2018.   Il rapporto mostra che sebbene la “riduzione del danno sia una soluzione chiara per le persone che fanno uso di droghe, il cambiamento è stato lento. Le persone che hanno iniettato droghe hanno rappresentato il 41% delle nuove infezioni da HIV nell'Europa orientale e nell'Asia centrale e il 27% delle nuove infezioni da HIV in Medio Oriente e Nord Africa, entrambe le regioni che non hanno programmi di riduzione del danno adeguati”.   Gli uomini rimangono difficili da raggiungere. La soppressione virale tra gli uomini che convivono con l'HIV tra i 25 ei 34 anni è molto bassa, meno del 40% in alcuni paesi ad alto carico con recenti indagini, il che contribuisce a rallentare i progressi nel fermare nuove infezioni da HIV tra i loro partner.   Stigma e discriminazione Sono stati fatti molti progressi contro lo stigma e la discriminazione legati all'HIV in molti paesi, ma gli atteggiamenti discriminatori verso le persone che vivono con l'HIV rimangono estremamente alti. “Esiste l'urgenza di affrontare i fattori strutturali alla base delle disuguaglianze e degli ostacoli alla prevenzione e al trattamento dell'HIV, in particolare per quanto riguarda le norme e le norme sociali dannose, lo stigma e la discriminazione e la violenza di genere”.   Le leggi penali, l'applicazione della legge aggressiva, le molestie e la violenza “continuano a spingere le popolazioni chiave ai margini della società e negano loro l'accesso ai servizi sanitari e sociali di base. Gli atteggiamenti discriminatori nei confronti delle persone che vivono con l'HIV rimangono estremamente elevati in troppi paesi. In 26 paesi, più della metà degli intervistati ha espresso atteggiamenti discriminatori nei confronti delle persone affette da HIV”.   L’appello Unaids L'UNAIDS esorta “i paesi a tener fede all'impegno assunto nella Dichiarazione politica delle Nazioni Unite del 2016 sulla fine dell'AIDS affinché l'erogazione dei servizi a livello di comunità sia estesa per coprire almeno il 30% di tutta la fornitura di servizi entro il 2030. È necessario investire adeguatamente nella costruzione del capacità delle organizzazioni della società civile di fornire servizi di prevenzione e trattamento dell'HIV non discriminatori, basati sui diritti umani e centrati sulla persona nelle comunità più colpite dall'HIV”.   I numeri 2018: - 37,9 milioni di persone vivevano con l'HIV a livello globale   - 23,3 milioni hanno avuto accesso alla terapia antiretrovirale   - 1,7 milioni di persone sono state recentemente contagiate dall'HIV   - 770 000 persone sono morte per malattie legate all'AIDS Fonte.www.quotidianosanità.it
Bassetti:eutanasia
Avvenire,   14/07/2019
Intervista. Il cardinale Bassetti: «Mai eutanasia e suicidio assistito» Francesco Ognibene sabato 13 luglio 2019 Il presidente della Cei: priorità a sostegni vitali e cure palliative. La legge in Parlamento? Forse si potrebbero differenziare (non depenalizzare) le sanzioni per la morte medicalmente procurata Un fermo no alle ipotesi di "morte medicalmente assistita", l’accorato appello alla politica perché lavori piuttosto sull’estensione dell’accesso alle cure palliative, vera risposta alla sofferenza estrema, e il sostegno all’ipotesi di limitata riforma dell’articolo 580 del Codice penale attenuando parzialmente e sotto stringenti condizioni la sanzione dell’aiuto al suicidio oggi prevista, ma senza cancellarla. È una riflessione insieme umana, evangelica, culturale e giuridica quella che il cardinale Gualtiero Bassetti offre in questa intervista concessa subito dopo la consumazione della tragedia di Vincent Lambert e mentre il Parlamento cerca una soluzione alla richiesta della Corte Costituzionale per un nuovo e mirato intervento sul percorso di fine vita entro gli ormai risicati tempi previsti dagli stessi giudici. Il drammatico epilogo della vicenda di Vincent Lambert ha scosso l’opinione pubblica. Eminenza, lei cos’ha pensato?Non posso che far mie le parole della Conferenza episcopale francese: attraverso la strumentalizzazione delle lacerazioni di una famiglia, si è nutrita la confusione, spacciando la vicenda di Lambert come quella di una persona in fin di vita. Non lo era, come del resto molte altre persone dette in stato vegetativo o anche di minima coscienza. Idratazione e nutrizione assistite non possono essere considerate trattamenti sanitari, ma sostegni vitali, cioè una forma di accudimento. Nelle stesse ore sei associazioni cattoliche si sono espresse contro l’eutanasia e la sua introduzione nell’ordinamento italiano, mentre una rete di sigle del laicato ha aderito convintamente a un seminario contro il "diritto di morire". Come valuta questa mobilitazione? La preoccupazione manifestata da tanti laici, anche di diversa sensibilità, mi auguro che possa contribuire al dibattito pubblico e a far maturare un giudizio preciso. Su temi che riguardano tutti il contributo culturale dei cattolici è non solo doveroso ma anche atteso da una società che cerca punti di riferimento. Ci è chiesto di saper andare oltre la pura testimonianza, per saper dare ragione di quello che sosteniamo. Alla Camera si stanno discutendo alcuni disegni di legge e ipotesi di apertura a forme di "morte medicalmente assistita", come la si definisce. Che idea si è fatto? Sono allarmato per quel che potrebbe significare per noi tutti accettare che si possa legittimamente aiutare qualcuno a morire. Provo un profondo turbamento di fronte alla possibilità che anche nel nostro Paese si aprano le porte all’aiuto al suicidio, tramite una legge o attraverso le sentenze di tribunali ordinari o della Corte Costituzionale. Sulla questione pende, come noto, una decisione della Consulta che si riunirà il 24 settembre, a meno che il Parlamento non si pronunci al riguardo, ad esempio intervenendo sull’articolo 580 del Codice penale soltanto per differenziare e attenuare – non depenalizzare! – in alcuni casi la previsione sanzionatoria all’aiuto al suicidio. Come si spiega che una parte dell’opinione pubblica sia arrivata a considerare l’aiuto al suicidio come possibile risposta alla sofferenza? La nostra società, come non è più organizzata per accogliere e accudire i figli, non sembra culturalmente strutturata nemmeno per assistere i malati, soprattutto quelli cronici, rispetto ai quali si rischia di considerare come spreco l’investimento di tempo e denaro. La famiglia, spesso lasciata sola nel dolore, può allora sentirsi spinta ad arrendersi alla cultura della "morte pietosa". Gli stessi malati, quando si sentono "di troppo", possono finire per invocare questa "soluzione". Dove prevale un disegno individualistico, tutti siamo spinti a "girarci dall’altra parte" o a chiuderci in un cinismo "economicista" che, in determinate condizioni, porta l’uomo a essere considerato sacrificabile. Persino nella subdola forma di un aiuto al suicidio. Quale dovrebbe essere la risposta del credente a questa sfida? Da cristiani, prima di qualunque riflessione giuridica e politica, avvertiamo il dovere di custodire e annunciare la grande speranza che viene dalla fede: non esiste dolore o sofferenza che non abbia un senso di fronte a Gesù Cristo, che ha preso su di sé il dolore e il male del mondo. Per quanto la sofferenza rimanga un mistero insondabile, è in essa che spesso l’uomo trova profondamente se stesso e incontra Colui che l’ha creato, voluto e amato fin dal principio". Non tutti hanno questo dono della fede... Certamente. Ma non è necessario essere credenti per riconoscersi membri di quella grande comunità che è l’umanità, dove ogni uomo ha lo stesso valore e la stessa dignità, a prescindere dalle condizioni in cui si trova. Perdere questo orizzonte potrebbe significare aprire a qualsiasi facilitazione di morte procurata per legge, anche depenalizzandone l’aiuto. Siamo contrari, e – ripeto – non serve essere credenti per questo. La parabola del buon Samaritano, che in questa domenica risuona in tutte le nostre chiese, attende la nostra risposta rispetto a quanti oggi giacciono ai margini della vita: il sofferente può essere visto come un ostacolo da evitare o come qualcuno davanti a cui provare compassione. Crediamo che l’uomo, ogni uomo, valga più del nostro viaggio, del nostro olio e del nostro vino, del nostro denaro e del nostro tempo. Si dice che andrebbe consentita la morte a richiesta a chi mostra di non saper più reggere uno stato di prostrazione psico-fisica. Cosa pensa di questo argomento? Di fronte a una sofferenza, spesso conseguenza di una malattia inguaribile, la soluzione più facile può sembrare quella di accorciare la vita nel modo meno doloroso. Quando una persona sente una sofferenza insopportabile, la si vorrebbe autorizzare ad accedere a una morte volontaria. In questo senso, distinguere fra il suicidio e le varie forme eutanasiche ha un’importanza secondaria: che sia il dottore a iniettare il farmaco, che lo offra sciolto in un bicchiere che la persona berrà da sé, o che stacchi un sostegno vitale con lo scopo esplicito e deliberato di procurare la morte, sempre di atto eutanasico si tratta. La richiesta di ottenere la morte è legata all’estensione del perimetro della libertà individuali. Cosa comporta questa dilatazione senza più limiti dei diritti individuali? Mi sembra che così si arrivi a considerare la scelta di morire alla pari di quella di vivere: morte e vita vengono poste sullo stesso piano, in alternativa, purché la decisione sia volontaria e consapevole. La logica conseguenza è che la massima espressione della propria libertà si realizzerebbe annientando se stessi. Una contraddizione, ma soprattutto un cambiamento radicale di mentalità, con conseguenze enormi; un drammatico punto di non ritorno per la nostra società, qualsiasi siano gli orientamenti culturali, politici, religiosi da cui si muove. Che risposta va data alla sofferenza? Chi soffre non ha bisogno di qualcuno che gli indichi l’uscita di sicurezza verso la morte – peraltro vissuta come un "dissolversi nel nulla" – ma di essere sostenuto, aiutato, ascoltato, mai lasciato solo. Non mi stancherò mai di pensare che spesso basta una vicinanza amorevole per dare senso, sollievo e speranza a chi la speranza l’ha persa, sia un malato o i suoi familiari, che a volte ne vivono il dolore in maniera persino più forte. Esorto quindi la politica, perché metta al primo posto un concreto accesso per tutti a cure adeguate, a partire da quelle palliative e dalla terapia del dolore Quale domanda esprime chi contempla l’ipotesi del suicidio assistito? Paradossalmente, una domanda di cura. Non è, infatti, tanto o solo il dolore fisico a provocare la richiesta di morte: l’esperienza e i dati ci dicono che, laddove cure palliative e terapia del dolore sono offerte con competenza e umanità – come accade in tanti hospice – nessuno chiede di essere ucciso. Sappiamo purtroppo che non a tutti sono offerti questi percorsi indispensabili di accompagnamento nelle fasi critiche della vita. Quella dell’accesso alle cure è forse la più odiosa fra le diseguaglianze, perché colpisce i più deboli e i più fragili. Esorto quindi la politica, perché metta al primo posto un concreto accesso per tutti a cure adeguate, a partire da quelle palliative e dalla terapia del dolore. I sostenitori di eutanasia e suicidio assistito sostengono che la richiesta di morte va esaudita solo se volontaria e a determinate condizioni… Se fosse sufficiente la certezza della volontà, allora perché prevenire il suicidio o cercare di impedirlo? In realtà, mi chiedo quanto possa essere "libera" una richiesta di essere aiutati a morire, se tutto ti fa sentire ormai solo come un peso. Un peso anzitutto per la famiglia, sempre più fragile; un peso perché l’assistenza sembra avere sempre meno valore umano e sociale; un peso perché vede la società farsi carico di una vita dipendente e costosa. Può davvero essere considerata "libera" la richiesta di morire, se si ha paura di restare soli, incapaci di badare a sé? Se ci arrendiamo a una mentalità dell’abbandono, che si maschera di falsa compassione, finiremo per relativizzare il valore stesso dell’uomo. È accettabile che i medici debbano limitarsi a prendere atto di una richiesta di morte? Sarebbe una rivoluzione rispetto ai fondamenti della medicina, che da millenni si basa sull’idea opposta: il "favor vitae", per cui il medico aiuta a preservare la vita. Invece, nei Paesi in cui è prevista dalla legge, la morte medicalmente assistita diventa un atto medico: eutanasia o suicidio assistito sono entrati a far parte delle possibili opzioni terapeutiche; magari una possibilità estrema, ma pur sempre una "cura", persino per chi soffre di depressione. Significativamente, dove queste leggi sono state approvate, le morti procurate sono sempre aumentate negli anni. Introdotta come un’eccezione, diventa una delle opzioni in campo. La nostra società considera l’eutanasia, eppure ha sempre più paura della morte... Mi sembra che oggi si voglia depurare la morte dal mistero che inevitabilmente la circonda, illudendoci di poter decidere tutto e quindi di esorcizzarla, oscurando il carico di drammaticità della condizione umana. È così che si è arrivati a Vincent Lambert e a Noa, la ragazzina olandese che si è lasciata morire con un dottore che ha assecondato tutto, anziché aiutarla a vivere. Pensiamo veramente che sia questa la strada con cui sconfiggere la disperazione Fonte.www.avvenire.it
Anelli:dati Ocse
Quotidiano Sanità,   14/07/2019
Anelli (Fnomceo) su dati Ocse: “Preoccupa calo aspettativa e qualità di vita. Il nostro Ssn perde colpi, stop a definanziamento” Il presidente dell’Ordine dei medici commenta gli ultimi dati dell’Organizzazione internazionale: “Siamo sempre ai primi posti ma una flessione non è mai un dato da sottovalutare. Un sistema definanziato, con gravi carenze di personale, senza una vera integrazione con il sociale, quale  è purtroppo diventato il nostro Servizio Sanitario Nazionale, non può reggersi solo sulla buona volontà degli operatori”. 12 LUG - “I dati OCSE 2019, sebbene vedano ancora l’Italia nelle zone alte della classifica per aspettativa di vita, ci mostrano un trend in calo che non può che suscitare preoccupazione. Se l’aspettativa di vita, infatti, diminuisce, ciò significa che il sistema salute non produce più quei risultati che tutti ci saremmo aspettati. È la spia di una sofferenza del nostro Servizio Sanitario Nazionale che va subito colta”. Così il presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo) Filippo Anelli commenta i dati OCSE 2019, relativi al 2018 e divulgati nei giorni scorsi. Rispetto ai 36 paesI OCSE, l’Italia mantiene il quarto posto per aspettativa di vita alla nascita, con un leggero calo nel risultato, che passa dagli 83,3 anni del 2016 agli 83 attuali. Non va meglio per l’aspettativa di vita a 65 anni, che vede l’Italia scivolare al sesto posto per le donne e all’undicesimo per gli uomini. “Siamo sempre ai primi posti ma una flessione non è mai un dato da sottovalutare - continua Anelli -. Infatti, il dato peggiora e l’Italia scende ancor di più nelle classifiche se si esaminano separatamente i due sessi. Se si valuta poi l’aspettativa di vita dopo i 65 anni, l’Italia si colloca in una posizione un po’ più lontana dai vertici, segno di una riduzione della qualità di vita”.   “Un sistema definanziato, con gravi carenze di personale, senza una vera integrazione con il sociale, quale  è purtroppo diventato il nostro Servizio Sanitario Nazionale, non può reggersi solo sulla buona volontà degli operatori, facendo affidamento sul loro senso di responsabilità e sulla loro dedizione – conclude il presidente Fnomceo -. Il Parlamento e il Governo devono prendere atto delle difficoltà del sistema legate al definanziamento e mettere la questione salute ai primi posti dell’agenda politica. Una situazione che si aggrava con le disuguaglianze e rischia di far precipitare le regioni meridionali agli ultimi posti della classifica europea”. Fonte.www.quotidianosanità.it
Responsabilità professionale
Quotidiano Sanità,   14/07/2019
Responsabilità professionale in sanità. Il Giudice ‘deve’ tener conto del contesto organizzativo Mentre normalmente il Giudice “può” tenere conto del fattore organizzativo, nel campo sanitario “deve” necessariamente valorizzarlo. Ciò a conferma dell’importanza attribuita alla organizzazione nelle scelte terapeutiche, organizzazione che implica la adeguatezza e la piena funzionalità delle risorse tecnologiche, la presenza di figure di supporto in numero sufficiente, un equilibrato carico di lavoro, la flessibilità delle modalità di intervento per far fronte a situazioni emergenziali e/o impreviste 14 LUG - La quantificazione del danno erariale da imputare all'esercente la professione sanitaria a seguito dell'azione di responsabilità promossa dal Procuratore della Corte dei Conti dovrà tener conto “delle situazioni di fatto di particolare difficoltà, anche di natura organizzativa della struttura sanitaria o socio-sanitaria pubblica, in cui l'esercente la professione sanitaria ha operato”. A tale questione, che a nostro avviso ha suscitato particolare interesse nel corso del recente Congresso Nazionale dell’Associazione Nazionale di Medicina Legale per la Pubblica Amministrazione, svoltosi recentemente a Paestum, è stata data un illuminato ed esaustivo chiarimento da Alberto Avoli, Procuratore Generale della Corte dei Conti nella sua Lectio Magistralis su La responsabilità amministrativa in ambito sanitario alla luce della legge Gelli-Bianco (la n.24/2017).     “Le norme evocate e mantenute ferme dalla novella legislativa sono quelle che regolano l'esercizio del potere riduttivo della Corte dei Conti, ha precisato il Procuratore Generale nel corso della sua corposa relazione di 39 pagine (allegata), di quel potere, cioè, che consente a tale organo giudiziario, dopo aver determinato quale sia l'importo del danno risarcibile e dopo aver individuato quale sia, in caso di concorso di più soggetti alla causazione del danno, la quota parte imputabile ai singoli, di ridurre gli importi relativi alla quota di danno posta a carico di ciascuno di essi. Tale potere non deve essere confuso né con la pronuncia secondo equità disciplinata dagli artt. 114 e 339 c.p.c. né con la valutazione equitativa che presuppone un danno certo ma non determinabile (ex art. 1226 c.c.).   Il potere riduttivo della Corte dei Conti è strumento volto a commisurare l'entità del risarcimento alla responsabilità del convenuto, e quindi a graduarne gli importi a seconda delle circostanze del caso concreto. Per determinare la risarcibilità del danno occorre, quindi, “una valutazione discrezionale ed equitativa del giudice contabile, il quale, sulla base dell'intensità della colpa, intesa come grado di scostamento dalla regola che si doveva seguire nella fattispecie concreta, e di tutte le circostanze del caso, stabilisce quanta parte del danno subito dall'Amministrazione debba essere addossato al convenuto, e debba pertanto essere considerato risarcibile”.   Ai fini dell'esercizio del potere riduttivo, occorre, quindi considerare sia le situazioni oggettive, ovvero le concrete situazioni esterne al soggetto che giustificano l'uso del potere riduttivo, sia le situazioni soggettive.  Sotto il profilo soggettivo, sono stati ritenuti rilevanti i precedenti di carriera, la giovane età, la mancanza di adeguata attività formativa, lo stato di salute del danneggiante, la condotta successiva all'evento avverso, volta ad attenuarne gli effetti. È stata invece esclusa la possibilità di esercitare il potere riduttivo in caso di dolo.  Tra le circostanze oggettive, viene evidenziato dal Procuratore Avoli, è stata evidenziato come fattore di riduzione la complessità dell'organizzazione amministrativa, la situazione di maggior rischio derivante, in alcuni settori di azione dei pubblici poteri, dall'esercizio di attività potenzialmente dannose come nel caso della professione medica, la grave difficoltà di svolgimento delle funzioni lavorative all'interno di alcuni reparti di emergenza, la sussistenza di gravi carenze sotto il profilo organizzativo, il particolare carico di lavoro.”   Si tratta di una valutazione che non va affatto trascurata, in considerazione delle criticità attuali di cui soffre il Servizio Sanitario Nazionale. Vale perciò la pena richiamare a tal proposito da parte della pubblica amministrazione il rispetto dei requisiti tecnologici, organizzativi e strutturali delle strutture sanitarie pubbliche e private, indubbiamente legate alla salute e sicurezza sul lavoro degli operatori sanitari. Ecco perché, precisa il Procuratore Avoli “ Alla luce di tali principi, sanciti dalla giurisprudenza, si tratta di comprendere se ed in quali termini la legge di riforma introduca aspetti innovativi, posto che l'esercizio del potere riduttivo, contemplato dalle norme menzionate, viene espressamente tenuto fermo.  La novella legislativa aggiunge che si debba tener conto, nella valutazione del danno in questione, delle situazioni di fatto di particolare difficoltà, anche di natura organizzativa della struttura.     Si potrebbe pensare che tale disposizione abbia inteso configurare l'esercizio del potere riduttivo in due diversi step: il primo, avente ad oggetto una valutazione necessaria inerente ad un fattore generalmente determinato (la situazione di fatto di particolare difficoltà anche di natura organizzativa della struttura); il secondo, in cui verrebbero considerati anche altri elementi, sia di carattere oggettivo, sia di carattere soggettivo, eventuali e non predeterminati, per un'ulteriore riduzione del danno. Sembra, tuttavia, che tale segmentazione dell'esercizio del potere riduttivo comporterebbe l'introduzione di una distinzione artificiosa nell'ambito di una valutazione che deve essere invece unitaria.   Se si dovesse optare per il mantenimento dell'unitarietà della valutazione, gli elementi di novità introdotti dalla legge di riforma qui in commento si limiterebbero a sottolineare, in un campo, come quello dell'esercizio della professione sanitaria, in cui possono ricorrere frequentemente situazioni di particolare difficoltà sia per la natura degli interventi eseguiti che per la complessità organizzativa che contraddistingue le strutture sanitarie e socio-sanitarie, un elemento necessario di valutazione ai fini della graduazione del danno risarcibile e quindi anche un obbligo motivazionale sul punto da parte del giudice contabile. In conclusione, dice il relatore, può ritenersi che il riferimento alla rilevanza del fattore organizzativo si collochi nell’ambito dei criteri che presuppongono e disciplinano l’esercizio del potere riduttivo dell’addebito, potere che, giova ricordarlo, è caratteristico del giudizio di responsabilità amministrativa davanti la Corte dei conti.   Mentre dunque normalmente il Giudice “può” tenere conto del fattore organizzativo, nel campo sanitario “deve” necessariamente valorizzarlo. Ciò a conferma dell’importanza attribuita alla organizzazione nelle scelte terapeutiche, organizzazione che implica la adeguatezza e la piena funzionalità delle risorse tecnologiche, la presenza di figure di supporto in numero sufficiente, un equilibrato carico di lavoro, la flessibilità delle modalità di intervento per far fronte a situazioni emergenziali e/o impreviste.   Domenico Della Porta Delegato di Federsanità ANCI alla salute e sicurezza degli operatori e delle strutture sanitarie Fonte.www.quotidianosanità.it
Fiaso:Fine Vita
Quotidiano Sanità,   11/07/2019
Fiaso aderisce al “Manifesto Interreligioso dei Diritti nei Percorsi di Fine Vita” Sottoscritta oggi dal Presidente  Ripa di Meana la carta dei 9 diritti per garantire, oltre alle cure mediche, il rispetto della dignità e il supporto religioso e spirituale per chi si trova nella fase finale della vita nelle strutture sanitarie. 11 LUG - Anche la FIASO, la Federazione Italiana Aziende e Strutture Ospedaliere ha aderito al “Manifesto Interreligioso dei Diritti nei Percorsi di Fine Vita”.  Un atto importante la firma apposta oggi, giovedì 11 luglio, da parte del Presidente FIASO, dottor Francesco Ripa di Meana, che sancisce il sostegno della Federazione che riunisce le Aziende Sanitarie e Ospedaliere italiane al Manifesto di 9 diritti che ha l'obiettivo di garantire, oltre alle cure mediche, il rispetto della dignità e il supporto religioso e spirituale per chi si trova nella fase finale della vita all’interno delle strutture sanitarie. Alla Cerimonia della Firma, che si è svolta a Roma presso la sede del CNEL, in occasione dell’Assemblea annuale dei Soci FIASO, sono intervenuti il dottor Angelo Tanese, la professoressa Maria Angela Falà e il dottor Paolo Favari in rappresentanza dei tre enti promotori del Manifesto: ASL Roma 1, Tavolo Interreligioso di Roma e GMC Università Cattolica – Hospice Villa Speranza.   Il Manifesto è frutto di una particolare sensibilità nei confronti del dialogo interreligioso in ambito sanitario e rappresenta il punto di arrivo di un percorso pienamente condiviso con le confessioni religiose per trasformare i nove diritti enunciati in procedure operative.   Il Manifesto Interreligioso dei Diritti nei Percorsi di Fine Vita è stato presentato pubblicamente e sottoscritto il 5 febbraio 2019 nel Salone del Commendatore del Complesso Monumentale del Santo Spirito, all'interno della Settimana Mondiale dell'Armonia Interreligiosa promossa dall'Assemblea Generale dell'ONU, alla presenza del Ministro della Salute Giulia Grillo e dell'Assessore alla Sanità della Regione Lazio Alessio D’Amato.   Nel mese di aprile al Manifesto è stato attribuito un prestigioso Riconoscimento internazionale: il Second Prize della "World Interfaith Harmony Week", evento annuale istituito con risoluzione delle Nazioni Unite nel 20IO su proposta del Re Abdullah di Giordania, per promuovere il dialogo interreligioso e la reciproca comprensione tra le diverse tradizioni di fede o di pensiero, fondamentali per una cultura della pace.   Primi firmatari del Manifesto, accanto al Comitato Promotore composto da ASL Roma 1, GMC Università Cattolica – Hospice Villa Speranza  e Tavolo Interreligioso di Roma, sono stati: Centro Islamico Culturale d'Italia, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Diocesi Ortodossa Romena d'Italia, Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, Unione Buddhista Italiana, Unione Comunità Ebraiche Italiane, Unione Induista Italiana, Unione Italiana Chiese Cristiane Avventiste del Settimo Giorno, Vicariato di Roma, AVO (Associazione Volontari Ospedalieri), CSV Lazio (Centro Servizio per il Volontariato), Cittadinanzattiva — Tribunale per i Diritti del Malato. Sempre lo scorso aprile il Manifesto è stato sottoscritto dalla FNOPI (Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche).   “Il fatto che il Manifesto venga oggi siglato anche da FIASO – sottolinea il Presidente della Federazione, Francesco Ripa di Meana- è la testimonianza dell’impegno che le Aziende sanitarie hanno profuso e ancor più vogliono assicurare in futuro per promuovere l’alfabetizzazione al pluralismo religioso anche nei nostri ospedali e nelle nostre ASL. Consapevoli del fatto che il diritto alle cure e all’assistenza possano e debbano andare di pari passo con una umanizzazione dei servizi che non può prescindere dal rispetto delle diversità culturali e religiose”.    “Il Manifesto – commenta Angelo Tanese, Dg della ASL Roma 1- è un progetto che parte da lontano, con un Laboratorio che da alcuni anni si propone di realizzare un’accoglienza interculturale e multireligiosa nell’Ospedale Santo Spirito e nelle strutture sanitarie della nostra ASL. Con la firma di oggi contiamo di diffondere, anche attraverso FIASO, questa cultura del rispetto per la diversità culturale e religiosa, essenziale per fare buona sanità in una società che è sempre più aperta, e la particolare attenzione che dobbiamo alle persone nei percorsi di fine vita.”   “Quella che si è aggiunta oggi è una ulteriore e importante tessera di un mosaico che si sta completando perché i diritti contenuti nel Manifesto vengano sempre più conosciuti e soprattutto attuati – concludono la Presidentessa del Tavolo interreligioso Falà e il Dg di GMC Università Cattolica Favari -. L’obiettivo che dall’inizio ci siamo posti è di dare concretezza ai 9 diritti del Manifesto in tutte le strutture sanitarie italiane. Stiamo perciò lavorando per completare l’elaborazione e diffondere le linee guida che saranno messe a disposizione di tutti gli operatori sanitari. Un Manifesto che vuole includere tutte le persone di ogni fede nel rispetto del proprio credo nella fase finale della vita all’interno delle strutture sanitarie e ospedaliere”.          Questi nel dettaglio i diritti sanciti da Manifesto:   1.   Diritto di disporre del tempo residuo Ogni persona ha il diritto di conoscere ed essere reso consapevole del suo percorso di cura e del possibile esito, secondo i protocolli terapeutici più aggiornati, affinché possa gestire la propria vita in modo qualitativamente soddisfacente, anche in relazione alla propria spiritualità e fede religiosa.   2.   Diritto al rispetto della propria religione Ogni persona ha il diritto di comunicare la propria fede religiosa alla struttura sanitaria affinché possa essere rispettata, in conformità alla normativa sulla privacy.   3.   Diritto a servizi orientati al rispetto della sfera religiosa, spirituale e culturale Ogni persona ha il diritto di usufruire di servizi rispettosi della sua sfera religiosa, spirituale e culturale, compatibilmente con le possibilità organizzative. A tal fine la struttura sanitaria deve promuovere adeguati percorsi informativi e formativi per gli operatori.   4.   Diritto alla presenza del Referente religioso o Assistente spirituale Ogni persona ha diritto di avere accanto il proprio Referente religioso o Assistente spirituale cui sia garantito l’accesso, compatibilmente con l’organizzazione dei servizi sanitari.   5.   Diritto all’assistenza di un mediatore interculturale Ogni persona ha il diritto nel percorso di fine vita di potersi avvalere di un mediatore interculturale o altra persona competente autorizzata, il cui intervento viene favorito dalla struttura sanitaria. 6.   Diritto a ricevere assistenza spirituale anche da parte di Referenti di altre fedi Ogni persona ha il diritto di chiedere, qualora l’Assistente spirituale della propria fede non fosse disponibile, l’assistenza da parte di un Referente di altra fede.   7.   Diritto al sostegno spirituale e al supporto relazionale per sé e per i propri familiari Ogni persona ha il diritto di ricevere all’interno della struttura sanitaria il sostegno spirituale e il supporto relazionale per sé e per i propri familiari.   8.   Diritto al rispetto delle pratiche pre e post-mortem Ogni persona ha diritto al rispetto delle pratiche pre e post mortem previste dalla religione di appartenenza. La struttura sanitaria è tenuta a conoscere tali pratiche, a formare adeguatamente il proprio personale e a creare le condizioni perché queste pratiche possano essere realizzate, in conformità con la normativa vigente.   9.   Diritto al rispetto reciproco Ogni diritto porta come conseguenza il dovere di ognuno di rispettare il credo religioso degli altri, siano essi pazienti, familiari o personale di cura. Fonte.www.quotidianosanità.it
Cure palliative:Consulta
Avvenire,   06/07/2019
Il dibattito in Parlamento. Cure palliative, il paletto della Consulta Marcello Palmieri giovedì 4 luglio 2019 Nell’ordinanza della Corte costituzionale c’è il criterio determinante indicato al Parlamento per legiferare sui casi dei malati «estremi» Eutanasia. Ruota attorno a questa parola il dibattito – parlamentare e non – sollevatosi dopo l’ordinanza 207 dalla Corte costituzionale (16 novembre 2018), il provvedimento che ha invitato le Camere a considerare le richieste di morte provenienti da alcune tipologie di malati particolarmente gravi. Eppure nel testo della Consulta il sostantivo 'eutanasia' non ricorre nemmeno una volta: la vicenda giuridica da cui scaturisce la pronuncia – quella di Marco Cappato, che ha agevolato in Svizzera il suicidio di dj Fabo nel febbraio 2017 – ruota attorno all’articolo 580 del Codice penale, che punisce con la stessa pena (reclusione da 5 a 12 anni) sia chi istiga qualcuno a porre fine alla propria vita sia chi ne coadiuva l’ultimo gesto. Sarà forse anche per questo che il Parlamento, finora, non ha trovato un punto di sintesi. Da una parte c’è il M5s che – forzando l’ordinanza – si fa convinto sponsor delle 4 proposte di legge fortemente eutanasiche attualmente depositate a Montecitorio (quella d’iniziativa popolare, promossa dall’associazione radicale Luca Coscioni, cui si sommano quelle a prima firma di Andrea Cecconi, ex M5s ora gruppo misto, Doriana Sarli, M5s, e Michela Rostan, Leu). Dall’altra c’è il secondo azionista di maggioranza, la Lega, con un testo che vorrebbe ridurre – ma non eliminare – la pena per chi aiuta a morire un parente gravemente sofferente, rendere fruibili da tutti – come già prevederebbe la poco applicata legge 38 del 2010 – le cure palliative e considerare idratazione e nutrizione assistite – diversamente da quanto prevede la legge 219 del 2017 sul biotestamento – elementari sostegni vitali, dunque non rinunciabili. Posizioni inconciliabili, che le commissioni Affari sociali e Giustizia della Camera non sono sinora riuscite a condensare in un testo unico da sottoporre all’esame dell’Aula, dove l’approdo del testo, più volte rimandato, ora slitterebbe a settembre: se così fosse, l’approvazione definitiva non sarebbe possibile entro il 24, termine ultimo fissato dalla Consulta. Eppure, analizzando con attenzione l’ordinanza della Corte, una via sembra chiaramente segnata. E non è certo quella eutanasica. Innanzitutto, precisano i giudici costituzionali, «do- vere dello Stato» è di «tutelare la vita di ogni individuo», «non quello – diametralmente opposto – di riconoscere all’individuo la possibilità di ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire». Da qui, la conseguenza per cui il reato di aiuto nel suicidio «conserva una propria evidente ragion d’essere», soprattutto «nei confronti delle persone malate, depresse, psicologicamente fragili, ovvero anziane e in solitudine, le quali potrebbero essere facilmente indotte a congedarsi prematuramente dalla vita, qualora l’ordinamento consentisse a chiunque di cooperare anche soltanto all’esecuzione di una loro scelta suicida, magari per ragioni di personale tornaconto ». Ciò detto, per la Corte «occorre considerare specificamente » alcune particolari situazioni: quelle, per esempio, di «una persona affetta da una patologia irreversibile e fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, la quale sia tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti capace di prendere decisioni libere e consapevoli». In tali casi estremi, ammettono i giudici, l’agevolazione al suicidio sarebbe «l’unica via d’uscita». Ma attenzione: sono gli stessi giudici a precisare che «prerequisito della scelta» dovrebbe essere «un percorso di cure palliative» in grado di mettere «il paziente in condizione di vivere con intensità e in modo dignitoso la parte restante della propria esistenza ». Quello di ottenere la morte non potrebbe dunque diventare in ogni caso un diritto generalizzato ma dovrebbe costituire una scelta drammatica percorribile in rari e assai specifici casi. E, comunque, dopo il fallimento certificato delle cure palliative. Appare dunque evidente come le proposte di legge eutanasiche finora discusse in Parlamento non rispecchino il dettato della Corte, tradendone lo spirito. La Consulta pone infatti come regola la tutela della vita, e come eccezione assoluta l’accoglienza delle istanze di morte, ma solo dopo aver esperito tutte le possibili terapie palliative. Basti pensare alle condizioni che la Corte suggerisce al Parlamento perché possa essere accolta una richiesta di suicidio assistito: non sono sufficienti la presenza di una grave malattia e il desiderio di farla finita. Bisogna che la patologia sia irreversibile, che la persona sia tenuta in vita attraverso costanti presidi medici, abbia sperimentato le cure palliative, e nonostante queste sia sempre sofferente e desiderosa di morire. Insomma: lungi dall’obbligare il Parlamento a sdoganare l’eutanasia per tutti, i giudici costituzionali sembrano auspicare l’apertura di una stretta via d’uscita per un ridotto numero di casi limite, uniche situazioni nelle quali – a loro avviso – le leggi attuali non tutelano i princìpi sanciti dalla nostra Carta fondamentale. Ed è proprio da un’analisi oggettiva dell’ordinanza che dovranno (ri)partire le Camere. Fonte.www.avvenire.it
Farmindustria
Avvenire,   06/07/2019
Farmindustria. Farmaci, l'Italia è leader in Europa Giancarlo Salemi venerdì 5 luglio 2019 Industria cresciuta del 3,2%. L’Aifa: mancano migliaia di medicinali in Ue L’industria italiana del farmaco è leader in Europa in tandem con la Germania. Anche il 2018 è stato archiviato con un trend in crescita, tagliando il traguardo di 32 miliardi di produzione, +3,2% rispetto all’anno precedente. E se consideriamo gli ultimi dieci anni la produzione ha avuto un incremento del 22% (rispetto a una riduzione del 14% della media mani-fatturiera), determinato al 100% dalla crescita delle esportazioni che sono aumentate più della media Ue (+117% rispetto a +81%) e di tutti i grandi Paesi europei. «Noi ci siamo. Siamo pronti a fare la nostra parte – ha detto il presidente di Farmindustria Michele Scarabarozzi durante i lavori dell’assemblea annuale –. L’Italia deve mettere in rete talenti, strutture pubbliche e private che con l’industria radicata nel nostro Paese possono partecipare alla competizione internazionale per l’innovazione, che oggi vede protagonisti non solo grandi economie come quella americana e cinese, ma anche Paesi piccoli e agili come Israele e Singapore». Sul «giusto equilibrio» e di «leale collaborazione» ha parlato la ministra della Salute, Giulia Grillo che ha riconosciuto il ruolo del sistema industriale italiano e rassicurato la platea degli imprenditori che «non ci saranno ulteriori tagli di spesa». «Stiamo lavorando – ha detto – all’evidente sotto finanziamento della spesa farmaceutica. Nella scorsa legge di Bilancio abbiamo previsto l’aumento del Fondo sanitario nazionale di 3,5 miliardi per i prossimi due anni: difenderò questa previsione con tutte le mie forze, perché questo aumento è il minimo sindacale per la sopravvivenza del nostro Servizio sanitario nazionale». Anche il rifinanziamento del fondo dei farmaci innovativi oncologici e innovativi non oncologici (1 miliardo) «non è in discussione». La ministra ha poi annunciato che «la revisione del prontuario arriverà a brevissimo». «Da troppi anni - ha spiegato - si aspetta un vero aggiornamento, ancora oggi abbiamo differenze di prezzo di farmaci non giustificate dal loro valore terapeutico. La sostenibilità della salute che verrà passa anche da questi aspetti». Tutto bene quindi? Non esattamente proprio durante i lavori di Farmindustria è emerso il problema della carenza di farmaci che per il direttore generale dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Luca Li Bassi «è emergenziale e riguarda centinaia, se non migliaia di prodotti, in tantissimi paesi dell’Ue » anche se «le cause ancora non sono chiare». «È una situazione che non si è mai verificata a livello europeo e tantissimi Paesi riportano questo problema - ha detto - da Nord a Sud da Est a Ovest. Non solo l’Italia, ma anche Spagna, Portogallo, Francia, Olanda, Norvegia, Austria e Slovenia». Li Bassi ha poi aggiunto che inizialmente si era pensato che «a determinarlo, in Italia, fosse stato il fatto che i farmaci da noi hanno prezzi più bassi di altri Paesi, ma allora dovremmo essere solo noi ad avere il problema. Invece non è così. Stiamo cercando, a livello europeo, di effettuare un’analisi delle cause». Invece per il presidente di Farmindustria il problema è proprio questo. «Abbiamo prezzi molto più bassi, di circa il 25%, rispetto alla media europea. Ed è nei Paesi dove costano di più che i nostri prodotti vanno a finire. Altrimenti non si spiegherebbe». «Il ministero della Salute – ha detto – ha fatto bene a istituire un tavolo per affrontare questa problematica con i protagonisti della filiera. Ma faccio l’esempio del farmaco contro il Parkinson: mancava ed è stato sufficiente impedire le esportazioni per farlo tornare. Ma perché viene esportato? Se hanno la possibilità di fare più margine in un altro Paese, i distributori lo vendono all’estero. Si va a fare margine dove è meglio farlo e, se si ottiene quel margine, vuol dire che lì il prezzo è più alto». Fonte.www.avvenire.it
Specialistica ambulatoriale
Quotidiano Sanità,   06/07/2019
Specialistica ambulatoriale. Maritati (Sisac) e Magi (Sumai): “È stata una trattativa serrata ma alla fine il nuovo Acn soddisfa tutti” Conversazione a due tra il coordinatore Sisac e il segretario del Sumai sulla conclusione del nuovo Accordo Collettivo Nazionale della specialistica ambulatoriale interna. La trattativa, con partenza ad handicap, le novità e i punti salienti dell’accordo e la speranza che la chiusura di questo ACN sia di buon auspicio anche per il prosieguo delle trattative delle altre aree della medicina convenzionata. 05 LUG - Pochi giorni fa si sono chiuse le trattative per il rinnovo del nuovo Accordo Collettivo Nazionale per la disciplina dei rapporti con gli specialisti ambulatoriali interni, veterinari ed altre professionalità sanitarie (biologi, chimici, psicologi). Le organizzazioni Sindacali rappresentative a livello nazionale, tra queste il SUMAI Assoprof con circa l’80% di rappresentatività, e la delegazione trattante della SISAC hanno così siglato il nuovo ACN 2016-2018, riguardante oltre 18.000 tra specialisti, veterinari ed altri professionisti per un totale di circa 22 milioni di ore di assistenza erogate.   Quella che segue è una conversazione a due dove Antonio Maritati, coordinatore SISAC e Antonio Magi, segretario generale del SUMAI Assorof, ricordano l’andamento della trattativa e fanno il punto sulle novità contenute nel nuovo accordo.   “La partenza della trattativa con la richiesta da parte del SUMAI Assoprof di tavoli separati – riferisce Maritati – è stata strana, inconsueta anche se la ricomposizione del tavolo è stata realizzata comunque velocemente, favorendo la chiusura in tempi brevi”.   Richiesta che Magi spiega in questo modo: c’era l’esigenza di chiarire la legittimità o meno dei rappresentanti di altre sigle che sedevano al tavolo delle trattative e chi rappresentavano, dipendenti o convenzionati”.   Per Maritati (subentrato da febbraio a Vincenzo Pomo, ora nel board di coordinamento della SISAC), questa è stata anche la prima trattativa da Coordinatore, “un avvio impegnativo nel quale il rinnovato Coordinamento è stato messo subito alla prova” ricorda sorridendo e aggiungendo che “il periodo di lavoro su tavoli separati però è stato produttivo, il confronto tra le parti è stato serrato, fattivo e proficuo al punto che ora siamo qui a celebrare la conclusione del nuovo ACN 2016-2018”.   Entrando nello specifico del nuovo Accordo, Maritati sottolinea quelli che dal suo punto di vista sono i punti salienti dell’ACN: “Sicuramente due. Il primo, l’aver condiviso tutti la necessità di promuovere un tagliando normativo dell’ACN del 2015 a quattro anni dalla sua entrata in vigore, scelta proposta da noi e condivisa dal tavolo. Ci siamo detti di non rinnovare solo la parte economica, ma di approfittare e rivedere anche la parte normativa. Il secondo punto è che la specialistica ambulatoriale è il primo comparto, per quanto riguarda i medici, a vedersi riconosciute le risorse attualmente disponibili per il rinnovo del contratto 2016-2018, prevedendo la riapertura del tavolo negoziale non appena saranno disponibili nuove risorse da assegnare alla dirigenza e al settore convenzionato. Elemento anche questo da sottolineare perché per noi è importante riconoscere il giusto adeguamento retributivo ai medici e professionisti che quotidianamente operano nel SSN”.    “Abbiamo chiesto e poi condiviso – aggiunge Magi - la proposta della SISAC di ritoccare, e in parte aggiornare, il vecchio articolato. Era necessario. Il tavolo separato è durato solo per una seduta al fine di definire le posizioni e le composizioni del tavolo e i punti qualificanti del nuovo ACN ed abbiamo infatti poi chiesto alla Struttura la ricomposizione del tavolo negoziale nella speranza di confrontarci allo scopo di portare ognuno il proprio contributo. Siamo pienamente soddisfatti.   La parte normativa condivisa mette in evidenza le necessità e l’importanza della specialistica ambulatoriale interna nella gestione della sanità territoriale per quanto di sua competenza in una visione di lavoro in equipe (Specialisti ambulatoriali, Psicologi, Biologi e Veterinari Convenzionati Interni con i Medici di Medicina Generale e i Pediatri di libera scelta, Infermieri e tecnici della riabilitazione)  soprattutto in funzione della gestione delle cronicità che, oggi, supporta gran parte della spesa sanitaria”.   Inoltre, aggiunge il segretario generale del SUMAI sottolineando i punti salienti dell’ACN “abbiano armonizzato questo Accordo con quello firmato l’anno scorso da tutta la convenzionata, in particolare con gli obiettivi ritenuti prioritari di politica sanitaria. In sostanza abbiamo creato le condizioni per la realizzazione degli obiettivi di salute previsti ed in particolare abbiamo rinnovato il nostro impegno sulla presa in carico delle cronicità e sulle liste d’attesa”.   Maritati ricorda le altre novità qualificanti: “l'accesso al settore, con l'ulteriore snellimento delle modalità di iscrizione in graduatoria e l'instaurazione di meccanismi di divulgazione delle disponibilità di incarico, che favoriscono l’entrata di figure mediche specialistiche in quelle realtà regionali dove già vanno deserte le pubblicazioni di ore e si specificano i meccanismi di mobilità intraziendale, si ampliano le coperture della L. 5 febbraio 1992, n. 104, si integrano maggiormente le attività specialistiche con le forme organizzative della medicina generale e della pediatria di libera scelta, in attesa di una loro definizione nei rispettivi AACCNN e infine si adeguano nuovamente gli elenchi delle specializzazioni riconosciute per l'accesso agli incarichi. Le risorse disponibili, pari a circa 40 milioni di euro annui dal 1 gennaio 2019, sono state assegnate per circa il 70% in parte variabile della retribuzione e per il 30% sulla quota oraria fissa”.   Quota variabile destinata ai veterinari e mancanza di specialisti  “Particolarmente importante – spiega Magi – è stata la finalizzazione di una parte degli incrementi disponibili alla stabilizzazione della quota variabile dei veterinari che era in attesa di declinazione normativa e che grazie al SUMAI Assoprof, in quanto sindacato maggiormente rappresentativo, è stata portata a termine, altrimenti non si sarebbe potuta definire. Incremento tanto agli specialisti e veterinari quanto ai professionisti (biologi, psicologi e chimici).   “Nel corso della trattativa la mia preoccupazione – aggiunge il segretario del SUMAI Assoprof – è stata la carenza di specialisti in Italia con il rischio per le Regioni di dover chiudere servizi. Da questo punto di vista. Così abbiamo migliorato e semplificato l’accesso alla specialistica agevolando l’ingresso dei giovani all’interno del SSN con le modifiche agli articoli 19, 20 e 21. Voglio ricordare che in attesa di incarico sono circa 6.500 iscritti nelle graduatorie della specialistica ambulatoriale che vorrebbero accedere con questo ACN al  SSN ma che non riescono ancora a farlo nonostante le note carenze. Abbiamo previsto all’articolo 3 la clausola che dispone l’utilizzo da parte delle ASL di tutte le ore formalmente deliberate proprio per favorire l’accesso di specialisti cercando di risolvere nell’immediato la prossima grave carenza. Le ASL e le Regioni potrebbero risolvere, da subito, l’attuale problematica applicando quanto previsto all’articolo 20 proponendo il completamento orario di quelli già in servizio. Non ci sono scuse, non ci sono alibi. Vorrei ribadire che in Italia non mancano i medici, mancano invece gli specialisti e specialmente in alcune branche. I numeri attuali, se non si facesse volutamente demagogia potrebbero da subito all’immediata copertura di gran parte delle necessità specialistiche”.   Il ruolo dell’Enpam e l’Anticipo della Prestazione Previdenziale Sia Maritati che Magi poi riconoscono l’importanza del lavoro fatto in collaborazione con l’Enpam. “Vorrei ringraziare l’Ente di previdenza – dichiara Maritati – per la disponibilità e per l’assistenza fornita in fase istruttoria per costruire l’APP (l’Anticipazione di Prestazione Pensionistica ) che permette a chi ha già maturato il diritto della pensione ordinaria, e non ha ancora raggiunto il limite di età di servizio, di chiedere la riduzione delle ore che possono venir riassegnate ai giovani favorendo in questo modo il loro ingresso nel mondo del lavoro”. Sulla stessa linea Magi, che ringrazia l’Enpam, per l'assistenza fornita per elaborare il meccanismo dell’APP e ricorda che l’Atto di indirizzo, stilato dal Comitato di Settore, per il rinnovo dell’ACN economico della Specialistica dava direttive alla SISAC di ‘prevedere norme che favorissero, nel rinnovo della convenzione l’accesso ai giovani per il ricambio generazionale’. L’ENPAM ha così previsto l’Anticipazione di Prestazione Pensionistica anche per le altre convenzioni (MMG. PLS)”.   Proprio per non incidere sugli articoli che tuttora regolano il principale ed unico accesso alla specialistica (non ci sono cambiamenti nell’ACN), l’APP prevede, ma solo per i medici che abbiano raggiunto i requisiti pensionistici e che vogliono anticipare parte della pensione rimanendo a lavorare sino al naturale pensionamento, la possibilità di chiedere l’attivazione del nuovo meccanismo previdenziale previsto appunto dall’articolo 54.   Da questo punto di vista è’ condizione essenziale che l’azienda autorizzi lo specialista interessato ad accedere all’APP, e che questi riduca obbligatoriamente la metà del proprio incarico orario che non può essere inferiore a 20 ore settimanali (es. 10 le lascia e 10 le mantiene).   Le ore resesi disponibili verranno ripubblicate, a favore di uno specialista che non abbia compiuto il 43° anno di età (al fine di stabilire un equilibrio tra pensione anticipata da erogare e contributi in entrata per l’ENPAM). Le ore ripubblicate saranno pari al finanziamento delle ore ridotte dal titolare (esempio 19 ore lasciate). Per un giovane appena entrato, senza quota di anzianità, quelle risorse potrebbero corrispondere, ad esempio, ad un incarico immediato di circa 25 ore. Va precisato che in assenza di tale meccanismo tali ore si sarebbero rese disponibili solo al momento dell’effettivo pensionamento dell’attuale titolare dell’incarico. Pertanto, se la procedura verrà autorizzata dai Ministeri vigilanti, lo specialista percepirà parte della pensione  continuando a percepire i compensi per le ore rimanenti.   Contemporaneamente si darà la possibilità ad un giovane di accedere all’incarico tramite graduatoria con la possibilità per la categoria di salvaguardare le ore di specialistica (su cui oggi non vi è alcuna certezza). Tale soluzione garantisce all’ente di previdenza la maggiore stabilità del flusso contributivo necessario ad assicurare l’equilibrio pluriennale di gestione del fondo.   “Questo meccanismo – sottolinea Magi – favorisce i giovani, non incide sulla spesa per il SSN e consente il ricambio generazionale che salvaguarda oltre alle pensioni anche il livello occupazionale e delle esperienze maturate”.    Chiusura delle trattative delle altre aree della medicina convenzionata A questo punto l’augurio di Maritati è che “la chiusura dell’ACN della specialistica ambulatoriale sia di buon auspicio anche per il prosieguo delle trattative delle altre aree della medicina convenzionata. Con la Pediatria di libera scelta siamo abbastanza a buon punto, mentre per la Medicina generale abbiamo dovuto rallentare, nel corso dell’ultimo mese, in attesa delle disposizioni dei cosiddetti decreti “semplificazioni” e “Calabria”. SISAC è pronta a proseguire il percorso avviato per concludere le trattative di un rinnovo negoziale atteso da tanti anni dalla categoria”.   In sostanza “siamo soddisfatti – chiosa Maritati –   di essere riusciti a concludere il percorso in tempi brevi grazie anche al clima costruttivo e fattivo delle parti nel corso della trattativa. Abbiamo già avviato le procedure di ratifica che proseguiranno con la valutazione dell'ACN da parte del Comitato di Settore, del Governo ed infine della Corte dei Conti prima dell’adozione del relativo atto di Intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni”.   “Abbiamo chiuso un ACN, dopo una trattativa lunga e impegnativa, – spiega Magi – solo dopo aver raggiunto gli obiettivi individuati per la categoria confidando volutamente ed unicamente sul percorso negoziale prevedendo, nell’articolato, la nostra partecipazione a tutte le possibili forme associative, anche nuove, che dovessero uscire successivamente dalla negoziazione con la Medicina Generale.   Il SUMAI Assoprof ha voluto seguire la strategia esclusivamente negoziale con chi rappresenta le Regioni chiudendo un contratto che prevedesse, nell’articolato, l’impegno della specialistica ambulatoriale a partecipare assieme alle forme associative della medicina generale e della pediatria di libera scelta in equipe territoriali di cure primarie.   Equipe operanti negli ambulatori dei distretti, nelle UCCP, negli studi dei MMG e PLS, a domicilio del paziente assieme alle professioni infermieristiche, anche a supporto delle micro- equipe proposte dalla Medicina Generale in coerenza con un disegno discusso e condiviso tra le nostre OO.SS. maggiormente rappresentative della medicina convenzionate ed è quello che abbiamo fatto.   Adesso attendiamo, quando sarà, la chiusura delle convenzioni della Medicina Generale e della Pediatria di Libera Scelta per poter mettere in pratica, il prima possibile, quanto previsto dalle rispettive convenzioni con una nuova medicina del territorio che possa prendere in carico i pazienti che non necessitano di ricovero e di riprenderli nuovamente in carico dopo un ricovero evitando, se possibile, la riospedalizzazione”.   La ciliegina sulla torta  “Vista la necessità di portare a casa la parte normativa, con gli aggiustamenti necessari compresa la novità della remunerazione a volume (PPI) che armonizza il nostro contratto orario con quelli delle altre convenzioni, voglio tranquillizzare i colleghi che, non appena si renderanno disponibili le risorse promesse per la dirigenza e per le altre figure convenzionate, riapriremo nuovamente il tavolo e non ci sarà alcuna perdita di risorse economiche per la categoria; prenderemo quanto sarà dato agli altri.   Con la parte pubblica abbiamo infatti concordato che qualora vi fossero, dopo la chiusura dell’ACN della Medicina Generale, modifiche del modello territoriale, ora non previste, si provvederà ad armonizzare i vari contratti del settore in rapporto di convenzionamento con il SSN integrando in tutti gli ambiti negoziali le medesime forme organizzative.   Il nostro auspicio – conclude Magi – è che si collabori per creare un’equipe sul territorio che consenta una reale presa in carico di tutti i malati cronici, limitando le occasioni di ricorso alle strutture ospedaliere se non strettamente necessario”. Fonte.www.quotidianosanità.it
Stati generali Fnomceo
Quotidiano Sanità,   05/07/2019
Stati generali Fnomceo, il secondo convegno nazionale. Anelli: “Non più medici dell’apparato,  ma medici del cittadino” Un cambio di passo fondamentale per “garantire il diritto costituzionale alla salute e quella rivoluzione etica, morale e civile di cui sentiamo il bisogno”. Questo il messaggio del presidente Fnomceo alla chiusura della seconda tappa del percorso di confronto per ridefinire la professione medica. Prossimo appuntamento in autunno con un incontro aperto alle associazioni dei pazienti e, il 20 settembre, udienza a San Pietro con Papa Francesco 05 LUG - “Siamo una professione viva, ricca di competenze e di valori. Il grande testimone che dobbiamo passare alle generali future è la capacità di candidarsi a cambiare la nostra società. Dobbiamo compiere quel cambio di passo dall’essere medici dell’apparato all’essere medici del cittadino, per garantire il diritto costituzionale alla salute e quella rivoluzione etica, morale e civile di cui sentiamo il bisogno”. Così il presidente della Fnomceo, Filippo Anelli, ha chiuso stamani a Roma i lavori della seconda tappa del percorso di confronto per ridefinire la professione medica. Prossimo appuntamento, sempre a Roma, il 18, 19 e 20 settembre con un incontro aperto alle associazioni di malati “per fare con loro ragionamento sul Ssn e sul rapporto medico-paziente”. Il 19 settembre si svolgerà il Consiglio nazionale sul tema esclusivo degli Stati generali, mentre il 20 settembre i medici saranno ricevuti in udienza da Papa Francesco. In programma anche un seminario sul suicidio assistito da organizzare con le altre professioni sanitarie. Intanto, i lavori di questo secondo incontro per ridefinire la professione medica si sono snodati attraverso cinque tematiche, sviluppate da altrettanti gruppi di lavoro (“La relazione di cura”; “Dialogo e linguaggio”, “Consenso informato”, “Clinica e cultura”, “Il medico e la tecnologia”) e poi aperti alla discussione dell’assemblea dei medici e degli esperti chiamati al confronto: oltre a Ivan Cavicchi, filosofo della Medicina e autore delle “Cento tesi” che danno il “la” al dibattito degli Stati Generali, al tavolo c’erano Antonio Gaudioso, segretario generale Cittadinanzattiva; Pierantonio Muzzetto, coordinatore della Consulta Deontologica della Fnomceo; Cesare Fassari, direttore di Quotidiano Sanità; moderati da Maurizio Grossi, presidente Omceo Rimini. Fonte.www.quotidianosanità.it
Assistenza agli anziani
Avvenire,   05/07/2019
Anziani. Solo il 2% in Rsa o assistito a domicilio. Grandi le disparità regionali Redazione romana giovedì 4 luglio 2019 In Molise e Sicilia più del 4% assistito a casa, in Calabria e Val d'Aosta meno dell'1%. Indagine sulla continuità assistenziale di Italia Longeva agli Stati generali dell`assistenza a lungo termine Nel 2018 solo il 2% degli over 65 è stato accolto in Rsa (residenzialità assistita) e solo 2,7 anziani su 100 hanno ricevuto cure a domicilio, «con incredibili divari regionali: in Molise e in Sicilia più del 4% degli anziani può contare su questi servizi, mentre in Calabria e Valle d`Aosta si stenta ad arrivare all'1%». A evidenziarlo è la prima indagine sulla continuità assistenziale, curata per Italia Longeva, Rete Nazionale di Ricerca sull'invecchiamento e la longevità attiva, da Davide Vetrano, geriatra dell`Università Cattolica del Sacro Cuore e ricercatore al Karolinska Institutet. L`indagine è stata presentata nel corso della quarta edizione degli "Stati Generali dell`assistenza a lungo termine", al ministero della Salute. «L'assistenza domiciliare, che in Italia cresce troppo lentamente, più lentamente di quanto crescano i cittadini che ne avrebbero bisogno - spiega Roberto Bernabei, presidente di Italia Longeva - è il vero cortocircuito di una buona continuità assistenziale. Per ogni ora erogata, all'estero si arriva anche a 8-10». Quasi 1 italiano su 4 ha più di 65 anni, oltre 2 milioni superano gli 85 anni: siamo un popolo longevo, ma in molti casi gli anziani sono soggetti fragili. Chi se ne prende cura, soprattutto quando i reparti sono sovraffollati o c`e` una piccola emergenza e correre al Pronto Soccorso sarebbe eccessivo? C'è una "terra di mezzo": la continuità assistenziale, ma in Italia non orienta la presa in carico di tutti gli over-65. Mette in comunicazione ospedale, comunità e domicilio. La ricerca si sofferma su 17 esperienze virtuose in 8 regioni. Otto best practice di gestione delle "dimissioni difficili" e 9 modelli efficienti di organizzazione delle reti territoriali. Italia Longeva si sofferma su 4 dei percorsi terapeutico-assistenziali più complessi, che riguardano pazienti con demenza, Parkinson e piaghe da decubito. Nelle buone pratiche analizzate, uno dei protagonisti della rete è il medico di medicina generale, che opera in sinergia con altri colleghi e indossa il camice di reparto (negli Ospedali di comunità). Fonte.www.avvenire.it
Fnomceo:Anelli
Quotidiano Sanità,   05/07/2019
La Fnomceo riscrive a Roma il rapporto con Scienza e Società. Anelli: “Nessun algoritmo potrà mai sostituire il medico” Nuova tappa del percorso di confronto promosso dai medici e dagli odontoiatri italiani in vista delgli Sati generali della professione. Al centro dei lavori cinque tematiche oggetto delle tesi di Cavicchi: la Relazione, Dialogo e linguaggio, Consenso informato, Clinica e cultura, Il medico e la tecnologia. Cavicchi: “Alla base della clinica c’è l’osservazione. Ma l’osservazione deve lasciare spazio anche alla relazione”. 04 LUG - “Il medico non può essere un mero esecutore delle evidenze scientifiche, anche se le evidenze diventano per l’esercizio della professione punti di riferimento ineludibili. Le innovazioni tecnologiche, i nuovi software, la robotica sono validi strumenti per ridurre l’errore. Ma la Professione non si riduce a quello. Nessun robot, nessun algoritmo potrà mai sostituire il medico, perché l’arte professionale sta nell’interpretare i dati secondo le esigenze del paziente”. Con queste parole il presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, ha aperto la seconda tornata degli Stati Generali della professione medica, in corso a Roma e dedicati al rapporto tra il medico, la scienza e la società. “La professione medica oggi rappresenta la garanzia dei diritti del cittadino - ha continuato Anelli - e la relazione di cura trasferisce questa attività di tutoraggio  dei diritti dal singolo medico al singolo cittadino: il diritto alla salute è garantito dal medico, ma anche quello all’autodeterminazione, all’uguaglianza, all’equità, al rispetto delle proprie convinzioni e dei propri valori”. “Il complesso di queste interazioni, di queste relazioni - ha concluso - è l’essenza stessa della professione, che ha dunque forti risvolti sociali perché nel momento in cui il medico è custode dei diritti assume per definizione un ruolo politico di primaria importanza”. “Il medico è il trait d’union tra scienza e società - ha affermato Andrea Lenzi, presidente della Conferenza dei collegi di medicina - e questo deriva dal suo iter formativo, che lo porta a sapere, saper fare, saper essere”. Presente anche il presidente della Fondazione Enpam, Alberto Oliveti, che ha focalizzato il suo intervento sulle nuove tecnologie (vedi slide). “L’intelligenza artificiale – ha aggiunto – pone problemi su diversi fronti: eguaglianza, democrazia, metodo scientifico, etica. L’etica deve ‘filo-spinare’ i terreni su cui opera l’intelligenza artificiale. Guardiamo Babylon Health, che in Gran Bretagna si sta sperimentando. Una piattaforma digitale nella quale il medico dialoga con il paziente, affiancato dall’Intelligenza Artificiale. I problemi che pone sono molti: riduzione del ruolo del medico e del suo stipendio, sicurezza dei dati sanitari, orientamento della prognosi”. Ivan Cavicchi, filosofo della Medicina e autore delle “Cento tesi” che danno il “la” al dibattito degli Stati Generali, ha illustrato i cambiamenti di paradigma nei rapporti tra medico, scienza e società. Il primo è il cambiamento di concezione della Medicina, da orientata sulla malattia a orientata sul malato. “Un cambiamento che ci spiazza - ha argomentato - perché i medici sono dei logici”. “L’altro passaggio culturale è la fine del paziente come figura clinica, sociale, etica, sostituita dall’esigente, che si emancipa dalla malattia e vuole avere voce in capitolo sulle decisioni di salute”. Cambia, quindi l’approccio: “Mentre l’approccio clinico ha come base di conoscenza prevalentemente l'osservazione – ha detto Cavicchi – ora l’osservazione deve lasciare il campo anche alla relazione. Il medico deve non solo conoscere la malattia del fegato, deve conoscere il malato di fegato”. Per Cavicchi uno degli equivoci del passato riguarda la confusione tra comunicazione e informazione. “La comunicazione è un messaggio. L’informazione è una interpretazione di quello che io ti mando a dire. A volte noi abbiamo problemi di incomprensione con il malato. Imparare ad informare è quindi un passaggio fondamentale della relazione che va costruita con il paziente”. La giornata di lavori ha quindi visto al lavoro cinque tavoli, per analizzare le seguenti tematiche: - La relazione di cura (animatori: Giovanni D’Angelo, Albina Latini, Giancarlo Pizza, Bruno Zuccarelli) - Dialogo e linguaggio (animatori: Maria Erminia Bottiglieri, Teresa Galoppi) - Consenso informato (animatori: Maurizio Benato, Albino Pagnoni) - Clinica e cultura (animatori: Maurizio Grossi, Antonio Panti) - Il medico e la tecnologia (animatori: Giorgio Berchicci e Giovanni Leoni)   Lucia Conti Fonte.www.quotidianosanità.it
Cassazione:responsabilità medica
Quotidiano Sanità,   03/07/2019
Cassazione segna confine tra imperizia, imprudenza e negligenza in nome delle nuove norme sulla “non punibilità”  Il caso è quello di un medico condannato dalla Corte d'Appello per uso maldestro del bisturi elettronico durante un intervento di mastoplastica per aumentare per scopi estetici il volume del seno cratterizzato da “ipoplasia mammaria bilaterale”. Ma nell’effettuare l’incisione sulla mammella sinistra aveva provocato una “lacerazione che aveva creato una soluzione di continuo tra la pleura e l’esterno” con produzione di emopneumotorace. LA SENTENZA. 03 LUG - La non punibilità prevista dalla Gelli-Bianco L'articolo con l’introduzione dell’articolo 590-sexies del codice penale, vale se il medico agisce con imperizia, ma non con imprudenza e negligenza. Imperizia vuol dire che lo sbaglio è stato fatto pur osservando linee guida e buone pratiche. Ma se il medico agisce con imprudenza e negligenza la non punibilità prevista dalla Gelli-Bianco non si applica più e questo è il caso in esame. La sentenza della Corte di Appello di condanna deve essere tuttavia annullata per decorrenza dei termini, ma la Cassazione (sentenza 28086/2019) ha respinto anche la linea di difesa per colpa lieve dell’imputato per aver utilizzato in maniera inappropriata strumenti chirurgici. Il fatto Un medico, capo équipe chirurgica, durante un intervento di mastoplastica per aumentare, secondo la decisione della paziente, per scopi estetici il volume del seno cratterizzato da “ipoplasia mammaria bilaterale”, aveva adottato la tecnica di apertura tramite incisione lungo il perimetro dell’areola, creando una tasca tra sottocute e muscolo in cui alloggiare la protesi. Ma nell’effettuare l’incisione sulla mammella sinistra aveva provocato una “lacerazione che aveva creato una soluzione di continuo tra la pleura e l’esterno” con produzione di emopneumotorace. L’intervento è stato sospeso e la donna ricoverata per dieci giorni  e anche se non aveva corso pericolo di vita, era stato riscontrato un leggero indebolimento della funzione respiratoria, quantificata in 30-35 giorni come conseguenza delle aderenze provocate dall’emotorace. Una ulteriore incisione per il drenaggio aveva provocato poi una cicatrice di circa un centimetro. Gli esami preliminari sulla morfologia della paziente non avrebbero impedito la lacerazione perché il chirurgo avrebbe dovuto direttamente vedere il passaggio tra un tessuto e l’altro. Nel realizzare la tasca sinistra, come emerso nel dibattito processuale, una volta strozzato un gemizio di sangue con la pinza emostatica da lui manovrata, aveva invitato il suo aiuto chirurgo ad avvicinare il bisturi elettrico con funzione emostatica e la scarica inviata si era propagata dal bisturi – sulla cui taratura avrebbe dovuto intervenire il capo chirurgo - al tessuto muscolare, aprendo le fibre e permettendo alla pinza di entrare all’interno del muscolo e intaccare la pleura, determinando l’alterazione della pressione negativa all’interno del cavo pleurico e una consistente perdita di sangue. La sentenza Secondo la Cassazione non si integra un’ipotesi di colpa lieve per sola imperizia (art. 590 sexies c.p. della legge 24/2017, appunto) perché i giudici hanno classificato come imprudenza e negligenza le modalità inappropriate di uso degli strumenti chirurgici. “Il taglio provocato per effetto dell’uso maldestro dell’elettrobisturi – si legge nella sentenza – è del tutto estraneo alla tematica del rispetto delle linee guida. Poiché il medico non ha valutato la conseguenza negativa conosciuta o conoscibile di un intervento chirurgico, non può dirsi che abbia applicato le linee guida”. “Il rispetto delle linee guida - prosegue la sentenza – è stato riconosciuto dai giudici di merito nelle condotte del sanitario immediatamente successive al fatto. (omissis) In considerazione dell’attuazione di tali tempestivi ed efficaci comportamenti il Tribunale ha riconosciuto le circostanze attenuati generiche”. Ma l’errore tecnico c’è stato, ha sottolineato la Corte d’Appello e ribadito la Cassazione e quindi la causa di non punibilità introdotta dalla legge Gelli - Bianco non opera per il chirurgo. Tuttavia, conclude la sentenza della cassazione, “la sentenza impugnata va annullata senza rinvio agli effetti penali perché il reato è estinto per prescrizione” e allo stesso modo “devono essere rigettati il ricorso proposto dell'imputato e quello presentato dalla parte civile agli effetti civili”.   Fonte.www.quotidianosanità.it
P.a:pari opportunità
Quotidiano Sanità,   03/07/2019
PA. Pari opportunità: stop a qualsiasi discriminazione di genere, età, orientamento sessuale, razza, origine etnica, disabilità, religione e lingua Emanata la la nuova direttiva del ministro della Pubblica amministrazione. Queste le azioni previste oltre alla prevenzione e rimozione delle discriminazioni: piani triennali di azioni positive; politiche di reclutamento e gestione del personale; organizzazione del lavoro; formazione e diffusione del modello culturale improntato alla promozione delle pari opportunità e alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro; rafforzamento dei Comitati unici di garanzia. E il monitoraggio della direttiva, a cui nel dettaglio dei copiti previsti, le PA si dovranno adeguare. LA DIRETTIVA. 03 LUG - L’obiettivo è promuovere e diffondere la piena attuazione delle disposizioni sulle pari opportunità, aumentare la presenza delle donne in posizioni apicali, sviluppare una cultura organizzativa di qualità per promuovere il rispetto della dignità delle persone all’interno delle amministrazioni pubbliche. In questo senso le pubbliche amministrazioni dovranno rivedere la loro organizzazioni in base alla nuova direttiva emanata dal ministro della Pubblica Amministrazione sulle pari opportunità, che sostituisce la precedente del 2007 e prevede che le nuove indicazioni siano destinate, in particolare, ai vertici delle amministrazioni, ai titolari degli uffici responsabili delle politiche di gestione delle risorse umane e dell'organizzazione del lavoro - sia a livello centrale che a livello decentrato – ai dirigenti pubblici, a chiunque abbia responsabilità organizzativa e di gestione di personale, nonché ai Comitati unici di garanzia (CUG) e agli Organismi Indipendenti  di valutazione (OIV). La nuova direttiva – la n. 2/2019 – prevede sei azioni. La prima riguarda la prevenzione e rimozione delle discriminazioni. Le amministrazioni pubbliche sono tenute a garantire e a esigere l’osservanza di tutte le norme vigenti che, in linea con i principi sanciti dalla Costituzione, vietano qualsiasi forma di discriminazione diretta o indiretta in ambito lavorativo quali quelle relative al genere, all'età, all'orientamento sessuale, alla razza, all'origine etnica, alla disabilità, alla religione o alla lingua. La violazione dei vari divieti che evitano queste situazioni e che la direttiva elenca, divieti, ribaditi dalla normativa comunitaria (articoli 4, 5 e 14 direttiva 2006/54/CE), comporta la nullità degli atti, l’applicazione di sanzioni amministrative, l’obbligo di reintegrazione nel posto di lavoro, oltre naturalmente alle conseguenze risarcitorie nel caso di danno. La seconda prevede i “Piani triennali di azioni positive”: la promozione della parità e delle pari opportunità nella pubblica amministrazione necessita di un’adeguata attività di pianificazione e programmazione, strumenti ormai indispensabili per rendere l’azione amministrativa più efficiente e più efficace. Poi, terza azione, le politiche di reclutamento e gestione del personale che devono rimuovere i fattori che ostacolano le pari opportunità e promuovere la presenza equilibrata delle lavoratrici e dei lavoratori nelle posizioni apicali. Occorre, inoltre, evitare penalizzazioni discriminatorie nell’assegnazione degli incarichi, siano essi riferiti alle posizioni organizzative, alla preposizione agli uffici di livello dirigenziale o ad attività rientranti nei compiti e doveri d’ufficio, e nella corresponsione dei relativi emolumenti. Quarta azione l’organizzazione del lavoro: le amministrazioni pubbliche agiscono affinché l’organizzazione del lavoro sia progettata e strutturata con modalità che garantiscano il benessere organizzativo, l’assenza di qualsiasi discriminazione e favoriscano la migliore conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di vita. Quinta azione, la formazione e la diffusione del modello culturale improntato alla promozione delle pari opportunità e alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. In questo senso le amministrazioni pubbliche per diffondere e agevolare l’innovazione e il cambiamento culturale, promuovono, anche avvalendosi del CUG, percorsi informativi e formativi che coinvolgano tutti i livelli dell’amministrazione, inclusi i dirigenti, a partire dagli apicali, che assumono il ruolo di catalizzatori e promotori in prima linea del cambiamento culturale sui temi della promozione delle pari opportunità e della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. La formazione e la sensibilizzazione diffusa e partecipata rappresentano, infatti, una leva essenziale per l’affermazione di una cultura organizzativa orientata al rispetto della parità e al superamento degli stereotipi, anche nell’ottica di una seria azione di prevenzione di qualsiasi forma di discriminazione o violenza e di generale miglioramento dei servizi resi ai cittadini e alle imprese. E devono anche prevedere moduli formativi obbligatori sul contrasto alla violenza di genere in tutti i corsi di gestione del personale organizzati, ivi compresi i corsi per la formazione di ingresso alla dirigenza, utilizzando anche gli strumenti messi a disposizione dalla Presidenza del Consiglio- Dipartimento della funzione pubblica, Dipartimento per le pari opportunità e Scuola Nazionale dell’Amministrazione. Inoltre, devono promuovere la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, eventualmente adottando anche apposite “Carte della conciliazione”. La sesta azione prevede il rafforzamento dei Comitati unici di garanzia. L’ordinamento italiano, con la legge n. 183 del 2010, ha apportato modifiche rilevanti agli articoli 1, 7 e 57 del d.lgs. n. 165 del 2001, prevedendo, in particolare, che le pubbliche amministrazioni costituiscano al proprio interno il Comitato unico di garanzia per le pari opportunità, la valorizzazione del benessere di chi lavora e contro le discriminazioni, che ha sostituito i comitati per le pari opportunità e i comitati paritetici sul fenomeno del mobbing (art. 57, comma 01, del d.lgs. 165/2001). Il Comitato unico di garanzia, in una logica di continuità con i Comitati per le pari opportunità e i Comitati per il contrasto del fenomeno del mobbing precedentemente istituiti, si afferma come un soggetto attraverso il quale si intende: - assicurare, nell’ambito del lavoro pubblico, parità e pari opportunità, prevenendo e contrastando ogni forma di violenza fisica e psicologica, di molestia e di discriminazione diretta e indiretta; - ottimizzare la produttività del lavoro pubblico migliorando le singole prestazioni lavorative; - accrescere la performance organizzativa dell’amministrazione nel suo complesso, rendendo efficiente ed efficace l’organizzazione anche attraverso l’adozione di misure che favoriscano il benessere organizzativo e promuovano le pari opportunità ed il contrasto alle discriminazioni. La direttiva prevede infine la realizzazione di relazioni e monitoraggio. Le amministrazioni sono tenute ad adottare tutte le iniziative necessarie alla sua attuazione, anche promuovendo la collaborazione fra CUG, OIV e gli altri Organismi previsti. E per ridurre gli oneri informativi a carico delle amministrazioni e facilitare l’accesso e la comprensibilità delle informazioni relative allo stato di attuazione delle disposizioni in materia di pari opportunità, dall’entrata in vigore delle direttiva non dovranno più redigere, entro il 20 febbraio di ciascun anno, la relazione prevista dalla direttiva 23 maggio 2007, ma trasmettere al CUG ogni anno una serie di informazioni: - l’analisi quantitativa del personale suddiviso per genere e per appartenenza alle aree funzionali e alla dirigenza, distinta per fascia dirigenziale di appartenenza e per tipologia di incarico conferito ai sensi dell’articolo 19 del d.lgs. n. 165 del 2001; - l’indicazione aggregata distinta per genere delle retribuzioni medie, evidenziando le eventuali differenze tra i generi; - la descrizione delle azioni realizzate nell’anno precedente con l’evidenziazione, per ciascuna di esse, dei capitoli di spesa e dell’ammontare delle risorse impiegate; - l’indicazione dei risultati raggiunti con le azioni positive intraprese al fine di prevenire e rimuovere ogni forma di discriminazione, con l’indicazione dell’incidenza in termini di genere sul personale; - la descrizione delle azioni da realizzare negli anni successivi con l’evidenziazione, per ciascuna di esse, dei capitoli di spesa e dell’ammontare delle risorse da impegnare; - il bilancio di genere dell’amministrazione. Il tutto è previsto che parta dal 2020.                Fronte.www.quotidianosanità.it
Italia:declino demografico
Avvenire,   03/07/2019
Istat: “Italia è in declino demografico”. Più decessi che nascite tranne che a Bolzano Continua il calo delle nascite in atto dal 2008. Già a partire dal 2015 il numero di nascite è sceso sotto il mezzo milione e nel 2018 si registra un nuovo record negativo: sono stati iscritti in anagrafe per nascita solo 439.747 bambini, il minimo storico dall’Unità d’Italia. La diminuzione delle nascite è di oltre 18 mila unità rispetto al 2017 (-4,0%). IL RAPPORTO. 03 LUG - Dal 2015 la popolazione residente è in diminuzione, configurando per la prima volta negli ultimi 90 anni una fase di declino demografico. Al 31 dicembre 2018 la popolazione ammonta a 60.359.546 residenti, oltre 124 mila in meno rispetto all’anno precedente (-0,2%) e oltre 400 mila in meno rispetto a quattro anni prima.   Lo rileva Istat nel suo ultimo rapporto pubblicato oggi. Il calo è interamente attribuibile alla popolazione italiana, che scende al 31 dicembre 2018 a 55 milioni 104 mila unità, 235 mila in meno rispetto all’anno precedente (-0,4%). Rispetto alla stessa data del 2014 la perdita di cittadini italiani (residenti in Italia) è pari alla scomparsa di una città grande come Palermo (-677 mila). Si consideri, inoltre, che negli ultimi quattro anni i nuovi cittadini per acquisizione della cittadinanza sono stati oltre 638 mila. Senza questo apporto, il calo degli italiani sarebbe stato intorno a 1 milione e 300 mila unità.   Nel quadriennio, il contemporaneo aumento di oltre 241 mila unità di cittadini stranieri ha permesso di contenere la perdita complessiva di residenti. Al 31 dicembre 2018 sono 5.255.503 i cittadini stranieri iscritti in anagrafe; rispetto al 2017 sono aumentati di 111 mila (+2,2%) arrivando a costituire l’8,7% del totale della popolazione residente.   Nel 2018 la distribuzione della popolazione residente per ripartizione geografica resta stabile rispetto agli anni precedenti. Le aree più popolose del Paese sono, come è noto, il Nord-ovest (vi risiede il 26,7% della popolazione complessiva) e il Sud (23,1%), seguite dal Nord-est (19,3%), dal Centro (19,9%) e infine dalle Isole (11,0%).   La popolazione italiana ha da tempo perso la sua capacità di crescita per effetto della dinamica naturale, quella dovuta alla “sostituzione” di chi muore con chi nasce. Nel corso del 2018 la differenza tra nati e morti (saldo naturale) è negativa e pari a -193 mila unità.     Più decessi che nascite tranne che a Bolzano La popolazione italiana ha da tempo perso la sua capacità di crescita per effetto della dinamica naturale, quella dovuta alla “sostituzione” di chi muore con chi nasce. Nel corso del 2018 la differenza tra nati e morti (saldo naturale) è negativa e pari a -193 mila unità.   Il saldo naturale della popolazione complessiva è negativo ovunque, tranne che nella provincia autonoma di Bolzano. A livello nazionale il tasso di crescita naturale si attesta a -3,2 per mille e varia dal +1,7 per mille di Bolzano al -8,5 per mille della Liguria. Anche Toscana, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte e Molise presentano decrementi naturali particolarmente accentuati, superiori al 5 per mille. Il deficit di nascite rispetto ai decessi si riscontra esclusivamente nella popolazione di cittadinanza italiana (-251 mila).   Per la popolazione straniera il saldo naturale è ampiamente positivo (+57.554) conseguenza della più alta natalità, rispetto agli italiani, e della bassissima mortalità in ragione del giovane profilo per età di questa popolazione. Il tasso di crescita naturale degli stranieri è pari in media nazionale a 11,1 per mille. Il valore più elevato si registra in Emilia-Romagna (13,8 per mille), quello più basso in Sardegna (5,9 per mille).   Record negativo per le nascite: il livello più basso dall’Unità d’Italia Continua il calo delle nascite in atto dal 2008. Già a partire dal 2015 il numero di nascite è sceso sotto il mezzo milione e nel 2018 si registra un nuovo record negativo: sono stati iscritti in anagrafe per nascita solo 439.747 bambini, il minimo storico dall’Unità d’Italia. La diminuzione delle nascite è di oltre 18 mila unità rispetto al 2017 (-4,0%).   Il calo si registra in tutte le ripartizioni ma è più accentuato al Centro (-5,1% rispetto all’anno precedente). La diminuzione delle nascite nel nostro Paese si deve principalmente a fattori strutturali. Infatti, si registra una progressiva riduzione delle potenziali madri dovuta, da un lato, all’uscita dall’età riproduttiva delle generazioni molto numerose nate all’epoca del baby-boom, dall’altro, all’ingresso di contingenti meno numerosi a causa della prolungata diminuzione delle nascite osservata a partire dalla metà degli anni Settanta.   L’incremento delle nascite registrato fino al 2008 è dovuto principalmente alle donne straniere. Negli ultimi anni ha iniziato progressivamente a ridursi anche il numero di stranieri nati in Italia, pari a 65.444 nel 2018 (il 14,9% del totale dei nati). Tra le cause del calo, la diminuzione dei flussi femminili in entrata nel nostro Paese, il progressivo invecchiamento della popolazione straniera, nonché l’acquisizione della cittadinanza italiana da parte di molte donne stranieri.   Le nascite di bambini stranieri si concentrano nelle regioni dove la presenza straniera è più diffusa e radicata: nel Nord-ovest (21,0%) e nel Nord-est (20,7%). L’Emilia-Romagna ha la percentuale più alta di nati stranieri (24,3%), la Sardegna la più bassa (4,5%). Il tasso di natalità del complesso della popolazione residente è pari al 7,3 per mille. Il primato è detenuto dalla provincia autonoma di Bolzano (10,0 per mille) mentre in Sardegna (5,7 per mille) e in Liguria (5,6 per mille) si rilevano i valori più bassi.   Diminuiscono i decessi sul 2017 I decessi si assestano sulle 633 mila unità in linea con il trend di aumento registrato a partire dal 2012, ma in calo rispetto al 2017 (-15 mila). In una popolazione che invecchia è naturale attendersi un aumento tendenziale del numero dei decessi.   Le oscillazioni che si verificano di anno in anno sono spesso di natura congiunturale. Le condizioni climatiche (particolarmente avverse o favorevoli) e le maggiori o minori virulenze delle epidemie influenzali stagionali, ad esempio, possono influire sull’andamento del fenomeno come è avvenuto nel 2015 e nel 2017, anni di un visibile aumento dei decessi. Dalla capacità del nostro sistema socio-sanitario di proteggere gli individui più fragili dalle condizioni di rischio congiunturali e ambientali, con azioni di prevenzione e di cura mirate dipenderà, in buona parte, l’evoluzione futura altalenante o meno dei decessi.   La diminuzione del numero di decessi si registra in quasi tutte le ripartizioni, con un decremento più consistente nel Centro (-4,3%) e nel Sud (-4,4%). Solo nel Nord-ovest si registra un lieve aumento di decessi (+0,4%). Il tasso di mortalità è pari a 10,5 per mille, varia da un minimo di 8,3 per mille nella provincia autonoma di Bolzano a un massimo di 14,3 in Liguria ed è legato alla struttura per età della popolazione. Fonte.www.quotidianosanità.it
Decreto Calabria
Quotidiano Sanità,   02/07/2019
Decreto Calabria. La legge pubblicata in Gazzetta Ufficiale Previste misure che commissariano in toto la sanità calabrese, il decreto prevede molte altre norme di interesse nazionale per la sanità, di cui gran parte interessa il personale, dalla spesa alla formazione. Ci sono poi norme per la nomina dei Dg di Asl e Ospedali prevedendo una inedita graduatoria di "merito" e altre misure sui farmaci. IL TESTO 02 LUG - Dopo il passaggio parlamentare per la conversione in legge è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto Calabria. Il provvedimento che commissaria in toto la sanità calabrese, prevede anche diverse norme di interessa nazionale per la sanità: dal nuovo tetto di spesa per il personale del Servizio sanitario nazionale alla formazione, dall'apertura delle procedure concorsuali per l'accesso alla dirigenza ai medici in formazione specialistica e ai medici veterinari iscritti all'ultimo anno fino alla medicina generale ed alla carenza di farmaci.     Di seguito l'analisi del testo approvato.   Articolo 1 (Ambito di applicazione) Obiettivo del decreto è quello di ripristinare il rispetto dei livelli essenziali di assistenza in ambito sanitario, nonché assicurare il raggiungimento degli obiettivi del Piano di rientro dai disavanzi del servizio sanitario regionale secondo i relativi programmi operativi. Tutti gli interventi proposti pertanto si configurano come provvedimenti normativi straordinari, assunti per un periodo temporale limitato a 18 mesi (ai sensi del successivo articolo 15, comma 1 del presente decreto), con i quali si intende accompagnare la sanità calabrese verso situazioni amministrative “normali”.   Articolo 2 ((Verifica straordinaria sui direttori generali degli enti del Servizio sanitario regionale) Si disciplinano e rafforzano le procedure di verifica dei direttori generali degli enti del Servizio sanitario regionale (attualmente regolamentate dall’art. 2 del D. Lgs. 171/2016 e di pertinenza delle regioni), prevedendo procedure di verifica straordinaria sui direttori generali, effettuate direttamente dal Commissario ad acta per l’attuazione dei Piano di rientro nella Regione Calabria.   Articolo 3 (Commissari straordinari degli enti del Servizio sanitario regionale) Qui si prescrivono misure da attivarsi nel caso di esito negativo della verifica sull’attività dei direttori generali da parte del Commissario ad acta e si dettano le norme relative alla nomina ed alla disciplina dell’operato del commissario straordinario (requisiti e modalità di nomina del commissario straordinario, la disciplina giuridica dell’incarico e la definizione del relativo compenso). Durante l'esame della Camera è stato cancellato il rimborso delle spese per i commissari straordinari residenti fuori dalla Calabria, inizialmente previsto entro il limite di 20.000 euro annui.   Al commissario spetta, tra l’altro, l’adozione di un nuovo atto aziendale entro non più nove ma sei mesi dalla nomina. Nel corso dell’esame in sede referente era stata inserita la previsione secondo la quale, ai fini dell’adozione dell’atto aziendale, viene istituita con decreto ministeriale un’Unità di crisi speciale per la Regione, con il compito di effettuare visite ispettive straordinarie presso le aziende sanitarie. L’Unità, composta da dirigenti del Ministero della salute che operano nell'esercizio delle funzioni istituzionalmente assegnate, e da un numero massimo di cinque esperti, trasmette al commissario straordinario e al commissario ad acta una relazione sullo stato dell’erogazione delle prestazioni sanitarie, evidenziando, sia gli eventuali scostamenti dagli standard necessari a garantire i livelli essenziali di assistenza, che le misure organizzative. Sempre in Aula si è poi stabilito che ai componenti dell'Unità di crisi non appartenenti ai ruoli del Ministero della salute spetta esclusivamente il rimborso delle spese documentate.   Altra novità, entro non più sei, ma nove mesi dalla nomina e, successivamente, almeno ogni nove mesi, il Commissario ad acta dovrà provvedere alla verifica delle attività svolte dal Commissario straordinario. In caso di valutazione negativa, il Commissario ad acta dispone la decadenza immediata dall'incarico del Commissario straordinario e provvede alla relativa sostituzione.    In ogni caso, il commissario straordinario potrà restare in carica per soli 18 mesi dalla data di entrata in vigore del decreto. Il relativo incarico può essere utilmente valutato quale esperienza dirigenziale.   Articolo 4 (Direttori amministrativi e direttori sanitari degli enti del Servizio sanitario regionale) Si prevede e disciplina la verifica periodica da parte dei commissari straordinari sull’attività dei direttori amministrativi e sanitari delle rispettive aziende, sulla base dei criteri stabiliti dalla normativa vigente, con conseguente eventuale pronuncia di decadenza dall’incarico dei soggetti verificati e nomina dei sostituti. In Aula è stato poi aggiunto che, qualora trascorsi quindici giorni dalla pubblicazione sul sito istituzionale dell'Ente dell'avviso finalizzato ad acquisire la disponibilità ad assumere l'incarico di direttore amministrativo e sanitario, non sia pervenuta alcuna manifestazione di interesse, questo incarico potrà essere conferito anche a soggetti non iscritti negli elenchi regionali di idonei che siano però in possesso dei requisiti previsti all'articolo 1, comma 4, lettere a), b) e c) del decreto legislativo n. 171 del 2016.   Dopo le polemiche succedutesi in questi giorni di dibattito parlamentare tra M5S e opposizioni sulla possibilità di assumere personale in deroga alle norme nazionali, viene dunque richiesto il rispetto di alcuni criteri quali il possesso di un diploma di laurea, o una laurea specialistica o magistrale; una comprovata esperienza dirigenziale, almeno quinquennale, nel settore sanitario o settennale in altri settori con autonomia gestionale e diretta responsabilità delle risorse umane, tecniche e o finanziarie, maturata nel settore pubblico o nel settore privato; attestato rilasciato all'esito del corso di formazione in materia di sanità pubblica e di organizzazione e gestione sanitaria.   Articolo 5 (Dissesto finanziario degli enti del Servizio sanitario regionale) Si estende alle aziende sanitarie della Regione Calabria la disciplina prevista per gli enti locali in tema di dissesto. Viene attribuito al commissario straordinario il compito di effettuare una verifica della gestione dell’ente a cui è preposto, alla quale consegue, qualora emergano irregolarità gestionali gravi e reiterate, la previsione della gestione straordinaria dell’ente verificato. A questa provvede un commissario straordinario di liquidazione del quale viene disciplinata la nomina, le condizioni giuridiche del rapporto ed il compenso. Con una modifica approvata in sede referente vengono estesi al commissario di liquidazione i limiti normativi già previsti per il compenso del commissario straordinario. Si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni del titolo VIII del Testo Unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, con l’espressa menzione di quelle riguardanti il blocco delle procedure esecutive. Entro trenta giorni dalla nomina il commissario straordinario di liquidazione presenta al commissario ad acta, che l’approva, il piano di rientro aziendale.   Articolo 6 (Appalti, servizi e forniture per gli enti del Servizio sanitario della Regione Calabria) Si dettano specifiche disposizioni in tema di appalti, servizi e forniture degli enti del servizio sanitario della Regione Calabria. I commi 1 e 2 concernono le procedure per gli enti ed aziende del Servizio sanitario della Regione Calabria relativamente all'acquisizione di beni e servizi ed all'affidamento di lavori di manutenzione. I commi 3 e 4 riguardano gli interventi in materia di edilizia sanitaria e di ammodernamento tecnologico del patrimonio sanitario nella Regione Calabria. Più in particolare, il comma 4 prevede che per gli interventi in materia di edilizia sanitaria e di ammodernamento tecnologico del patrimonio sanitario pubblico, per i quali, alla data di entrata in vigore del presente decreto, non sia stato ancora definito il livello di progettazione richiesto per l’attivazione dei programmi di investimento e appalto dei lavori, gli enti del Servizio sanitario della Regione Calabria possano avvalersi, previa convenzione, di Invitalia S.p.A quale centrale di committenza. Con una modifica approvata in sede referente viene previsto che tale convenzione può essere stipulata anche per l'attuazione degli interventi già inseriti negli accordi di programma stipulati in materia tra le Amministrazioni centrali, le regioni e gli altri soggetti pubblici interessati. Il comma 5 reca una destinazione specifica di risorse finanziarie per il 2019, in favore del suddetto ammodernamento tecnologico nella Regione, nell'ambito delle risorse previste in materia a livello nazionale.   Per l'affidamento di appalti di lavori, servizi e forniture inferiori alle soglie di rilevanza comunitaria, il Commissario ad acta stipula un protocollo d'intesa con l'Autorità Nazionale Anticorruzione a cui si adeguano gli enti del Servizio sanitario della Regione. Si aggiunge infine che, fino alla stipula di tale protocollo d’intesa, resteranno comunque in vigore le norme e le procedure vigenti.   Articolo 7 (Misure straordinarie di gestione delle imprese esercenti attività sanitaria per conto del Servizio sanitario regionale nell'ambito della prevenzione della corruzione) Viene modificata la procedura per l'adozione di una misura straordinaria di gestione, con riferimento alle imprese esercenti attività sanitaria per conto del Servizio sanitario della Regione Calabria. In Aula è stato aggiunto che il commissario straordinario dovrà sentire il presidente dell'Anac prima di proporre al Prefetto la rinnovazione degli organi sociali o di provvedere direttamente alla straordinaria e temporanea gestione dell’impresa.   Articolo 8 (Supporto dell'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) Prevede lo svolgimento di un'attività di supporto tecnico ed operativo da parte dell'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) in favore del Commissario ad acta della Regione Calabria, nonché degli eventuali Commissari straordinari nominati (ai sensi dei precedenti articoli) per i singoli enti o aziende del Servizio sanitario della medesima Regione. La previsione economica viene prevista nel limite massimo di euro 2.000.000 per l'anno 2019 e di euro 4.000.000 per l'anno 2020, cui si provvederà utilizzando l'avanzo di amministrazione di Agenas.   Articolo 9 (Ulteriori disposizioni in tema di collaborazione e supporto ai Commissari) Si prevede lo svolgimento di un'attività di collaborazione da parte del Corpo della Guardia di finanza in favore del Commissario ad acta della Regione Calabria, nonché degli eventuali Commissari straordinari e Commissari straordinari di liquidazione nominati (ai sensi dei precedenti articoli), rispettivamente, per i singoli enti o aziende del Servizio sanitario della stessa Regione e per l'eventuale gestione straordinaria del medesimo ente o azienda (gestione relativa alla definizione di entrate ed obbligazioni pregresse).   Articolo 10 (Aziende sanitarie sciolte ai sensi dell'articolo 146 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267) Riguarda l'eventuale scioglimento di singoli enti o aziende del Servizio sanitario della Regione Calabria, ai sensi degli articoli 143, 144, 145 e 146 del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, e reca norme di coordinamento tra i suddetti articoli e le disposizioni di articoli precedenti del decreto in esame.   Articolo 11 (Disposizioni in materia di personale e di nomine negli enti del Servizio sanitario nazionale) Qui, come annunciato ormai da diverso tempo dal ministro Grillo, si interviene sul limite di spesa per il personale Ssn (riferito alla spesa 2004 diminuita dell’1,4 per cento) previsto a legislazione vigente. La nuova norma stabilisce ora che, a decorrere dal 2019, la spesa per il personale degli enti del Ssn di ciascuna Regione non potrà superare il valore della spesa sostenuta nell’anno 2018, o, se superiore, il corrispondente ammontare dell'anno 2004 diminuito dell'1,4 per cento. I predetti valori potranno essere incrementati annualmente, a livello regionale, di un importo pari al 5 per centodell’incremento, rispetto all’esercizio precedente, del Fondo sanitario regionale. Dal 2021, l’incremento di spesa del 5 per cento è subordinato all’adozione di una metodologia per la determinazione del fabbisogno di personale degli enti del Ssn.   Durante l'esame dell'Aula si è però stabilito che le disposizioni sul nuovo tetto di spesa per il personale sanitario non si applicheranno alle Regioni ed alle province autonome che finanziano integralmente il fabbisogno del proprio servizio sanitario (si tratta di tutte le Regioni e Province autonome a statuto speciale, ad esclusione della Sicilia, il cui contributo al finanziamento del Ssn è limitato al 49,11%).   Inoltre, il comma 4-bis, inserito nel corso dell’esame referente, rimuove il blocco del turn over del personale del servizio sanitario previsto, dalla finanziaria 2005, per le regioni in piano di rientro e commissariate, dando facoltà, a tutte le regioni che si trovano in quella situazione, di procedere all’assunzione di personale del comparto sanitario. Restano fermi il divieto di effettuare spese non obbligatorie e le maggiorazioni Irpef e Irap.   I commi 4-ter, 4-quater e il comma 5, inseriti i primi due, modificato il terzo, nel corso dell’esame referente, intendono superare le criticità evidenziatesi nel procedimento di nomina dei direttori generali degli Istituti zooprofilattici sperimentali, a seguito dell’istituzione dell’elenco nazionale degli idonei alla nomina di direttore generale degli enti del Ssn. I requisiti di ammissione all’elenco non sono stati infatti ritenuti del tutto congrui con la specificità dei compiti e delle funzioni attribuiti dall’ordinamento agli Izs. Pertanto, i commi ora in esame istituiscono, nell’elenco nazionale, una apposita sezione dedicata ai soggetti idonei alla nomina di direttore generale presso gli Izs, richiedendo, ai fini dell’iscrizione, il possesso di requisiti e competenze più puntuali rispetto a quelle attualmente previste.   Infine, si è previsto che nelle more della revisione dei criteri di selezione dei direttori generali degli enti del servizio sanitario nazionale, fermo restando, per le regioni non sottoposte a Piano di rientro, quanto previsto dalla normativa sugli albi nazionali, nelle regioni commissariate, per diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, la rosa dei candidati è proposta secondo una graduatoria di merito, sulla base dei requisiti maggiormente coerenti con le caratteristiche dell'incarico da attribuire. Entro gli stessi limiti temporali, per le regioni sottoposte alla disciplina dei piani di rientro, il Presidente della regione effettua la scelta, nell'ambito della predetta graduatoria di merito, anche prescindendo, previa adeguata motivazione, dal relativo ordine. Previo accordo sancito in sede di Conferenza Stato Regioni la disciplina prevista dal presente comma per le regioni commissariate può essere estesa alle regioni sottoposte ai piani di rientro.   Articolo 12 (Disposizioni sulla formazione in materia sanitaria e sui medici di medicina generale) Si proroga al 2021 l’entrata in vigore del nuovo esame di abilitazione per l’esercizio della professione medica disposto dal DM. 9 maggio 2018, n. 58 al fine di consentire agli Atenei una migliore organizzazione degli esami di Stato. Per i medici veterinari, viene estesa la specifica disciplina già prevista a legislazione vigente ai fini dell’accessoalla dirigenza del ruolo sanitario.   Vengono ammessi alle procedure concorsuali per l'accesso alla dirigenza del ruolo sanitario i medici in formazione specialistica nonché i medici veterinari iscritti all'ultimo anno e, qualora abbia durata quinquennale, al penultimo anno del relativo corso. L'assunzione  a tempo indeterminato dei medici e dei medici veterinari viene subordinata al conseguimento del titolo di specializzazione.     Inoltre, le Aziende sanitarie potranno procedere, fino al 31 dicembre 2021, all'assunzione con contratto di lavoro subordinato a tempo determinato, con orario a tempo parziale in ragione delle esigenze formative, degli specializzandi che verranno inquadrati con qualifica dirigenziale. Questo contratto non potrà avere durata superiore a quella residuale del corso di formazione specialistica, fatti salvi i periodi di sospensione, e potrà essere prorogato una sola volta fino al conseguimento del titolo di formazione medica specialistica e comunque per un periodo non superiore a dodici mesi. L'interruzione definitiva del percorso di formazione specialistica comporta la risoluzione automatica del contratto di lavoro.   Gli specializzandi assunti ai sensi del presente comma sono inquadrati con qualifica dirigenziale e al relativo trattamento economico, proporzionato alla prestazione lavorativa resa e commisurato alle attività assistenziali svolte, sono applicate le disposizioni del Contratto collettivo nazionale di lavoro del personale della dirigenza medica e veterinaria del Servizio sanitario nazionale. Questi svolgeranno attività assistenziali coerenti con il livello di competenze e autonomia raggiunto e correlato all'ordinamento didattico di corso, alle attività pratiche professionalizzanti nonché al programma formativo seguito e all'anno di corso di studi superato. Gli specializzandi, per la durata del rapporto di lavoro a tempo determinato, restano iscritti alla scuola di specializzazione universitaria e la formazione specialistica sarà a tempo parziale. Con specifici accordi tra le Regioni e le Università interessate verranno definite le modalità di svolgimento della formazione specialistica a tempo parziale e delle attività formative teoriche e pratiche previste dagli ordinamenti e regolamenti didattici della scuola di specializzazione. La formazione teorica competerà alle Università. La formazione pratica è svolta presso l'azienda sanitaria o agli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico.    Per questo periodo gli specializzandi non avranno diritto al cumulo del trattamento economico previsto dal contratto di formazione specialistica, fermo restando che il trattamento economico attribuito, con oneri a proprio carico esclusivo, dall'azienda o dall'ente d'inquadramento, se inferiore a quello già previsto dal contratto di formazione specialistica dovrà essere rideterminato in misura pari a quest’ultimo. A decorrere dalla data del conseguimento del relativo titolo di formazione medica specialistica, coloro che sono assunti ai sensi del presente comma verranno inquadrati a tempo indeterminato nell'ambito dei ruoli della dirigenza del Servizio sanitario nazionale.   Inoltre, per sopperire alla contingente carenza di medici di medicina generale, si dispone che, fino al 31 dicembre 2021, ai laureati in medicina e chirurgia idonei all’ammissione al corso triennale di formazione specifica in medicina generale, che risultino già incaricati, per almeno 24 mesi anche non continuativi negli ultimi 10 anni a far data dall’entrata in vigore del presente decreto, è consentito l’accesso al corso stesso tramite graduatoria riservata, senza borsa di studio e nei limiti di spesa previsti.   Si apre infine alla presenza dello psicologo negli studi dei medici di famiglia.   Articolo 13 (Disposizioni in materia di carenza di medicinali e di riparto del Fondo sanitario nazionale) Qui si interviene in tema di carenza di medicinali. Si introduce una prescrizione aggiuntiva, nel codice comunitario concernente i medicinali per uso umano, per assicurare l‘adempimento dell’obbligo di servizio pubblico dei grossisti farmaceutici di fornire permanentemente un assortimento adeguato di medicinali. Viene infatti previsto che a tal fine, l’Aifa pubblichi un provvedimento, preventivamente notificato al Ministero della salute, con il quale vengono temporaneamente bloccate le esportazioni di farmaci nel caso in cui ciò sia necessario per prevenire o limitare stati di carenza o indisponibilità. Si estende poi  il termine temporale (da due a quattro mesi) entro il quale le aziende farmaceutiche sono tenute ad informare l’Aifa dell’interruzione, momentanea o parziale, della commercializzazione di un medicinale di cui sono titolari Aic. Inoltre, viene introdotta una sanzione amministrativa pecuniaria per i casi di mancata comunicazione, nei nuovi termini stabiliti, dell’interruzione, temporanea o definitiva, della commercializzazione del medicinale nel territorio nazionale (a normativa vigente tale fattispecie non è sanzionata).   Per garantire inoltre il necessario monitoraggio sul territorio nazionale volto a prevenire stati di carenza di medicinali, a tutela della salute pubblica vengono istituite, a supporto del Direttore generale dell'Agenzia italiana del farmaco, le figure dirigenziali di livello generale del Direttore amministrativo e del Direttore tecnico-scientifico. Al fine di assicurare l'invarianza finanziaria, i maggiori oneri derivanti dall'incremento di due posti di funzione dirigenziale di livello generale previsto dal primo periodo verranno compensati dalla soppressione di un numero di posti di funzione dirigenziale di livello non generale equivalente sul piano finanziario.   Si estende infine  al 2019, in via transitoria ed eccezionale, la possibilità di ripartire le risorse finanziarie (a valere sul Fondo sanitario nazionale) accantonate per le quote premiali da destinare alle regioni virtuose, tenendo anche conto dei criteri di riequilibrio indicati dalla Conferenza delle regioni e delle province autonome. L’urgenza dell’intervento, peraltro richiesto dalle regioni come già avvenuto per gli anni precedenti, risiede nella necessità di garantire il riparto delle predette risorse in modo da evitare l’insorgere di criticità di ordine finanziario in merito agli equilibri di bilancio regionali.   Articolo 14, 15, 15-bis e 16 (Disposizioni finanziarie, disposizioni transitorie, clausola di salvaguardia e entrata in vigore) Gli articoli da 14 a 16, reca le disposizioni finanziarie, transitorie e finali. In particolare, all'articolo 14 si prevede che la scadenza per il versamento delle quote per il payback farmaceutico viene spostata dal 20 al 30 maggio 2019.   In merito all’articolo 15, si segnalano le disposizioni transitorie relative alla durata dell’applicabilità della nuova disciplina introdotta al Capo I. Viene infatti fissata una durata di 18 mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto per l’applicazione delle disposizioni di cui al Capo I, in relazione alla specifica disciplina prevista per il Servizio sanitario della Regione Calabria, disponendo comunque la cessazione delle funzioni dei direttori generali degli enti del medesimo Servizio sanitario regionale, eventualmente nominati nei 30 giorni precedenti alla predetta data. Vengono peraltro revocate, in qualunque caso, le procedure selettive dei direttori generali che si trovino eventualmente in corso alla medesima data.   Infine, l’articolo 15-bis prevede la clausola di salvaguardia, vale a dire l’applicabilità delle disposizioni del decreto-legge alle regioni a statuto speciale ed alle province autonome compatibilmente con i rispettivi statuti e le relative norme di attuazione. Fonte.www.quotidianosanità.it
Mancato consenso informato
Quotidiano Sanità,   01/07/2019
Il mancato consenso informato è un danno autonomo rispetto al danno al paziente: la Cassazione stabilisce un doppio risarcimento  Il consenso informato va risarcito in maniera ulteriore e autonoma rispetto al danno da errato trattamento medico se non è stato formulato secondo tutti i canoni e i parametri dei possibili rischi di un intervento. Il caso riguardava il risarcimento chiesto dai genitori per i danni lamentati in conseguenza della nascita della figlia affetta da ectromelia dell'arto superiore sinistro, per la mancata rilevazione “della situazione di aplasia di cui era portatore il feto” in sede di esami ecografici eseguiti dal primo medico presso il proprio studio e poi dal secondo presso l'ospedale. L'ORDINANZA. 01 LUG - Doppio risarcimento per chi subisce un danno da responsabilità medica e in più non ha avuto un corretto consenso informato. Questo perché nei giudizi di responsabilità medica, la mancata acquisizione del consenso e l'errore nell'intervento medico costituiscono due prestazioni ben distinte, che non possono essere considerate complessivamente. La novità arriva dalla Cassazione che con l’ordinanza 16892/2019 ha cassato una sentenza della Corte d’Appello, rinviandola ai giudici di primo grado perché correggessero il tiro, stabilendo che i conti per i rimborsi dovessero essere tutti rivisti alla luce della sua nuova pronuncia. Il fatto Due genitori chiedevano il risarcimento dei danni lamentati in conseguenza della nascita della figlia affetta da ectromelia dell'arto superiore sinistro, per la mancata rilevazione “della situazione di aplasia di cui era portatore il feto” in sede di esami ecografici eseguiti dal primo medico presso il proprio studio e poi dal secondo presso l'ospedale.   La Corte di Appello ha accettato il ricorso e quindi condannato i due medici al risarcimento solo per il danno da "nascita indesiderata", che “però ha rappresentato solo una delle richieste risarcitorie formulate dai coniugi” accanto, ma distinti ontologicamente, agli ulteriori danni da invalidità temporanea totale e parziale e da invalidità permanente, nel loro aspetto biologico patrimoniale ed extrapatrimoniale, quale conseguenza dell'omessa diagnosi in utero della malformazione e dell'esposizione dei genitori, a seguito del parto, di una bimba malformata ma che fino a quel momento era stata ritenuta perfettamente sana. Nonché del danno psichico e di quello derivante dalla diminuita vita di relazione dei genitori, patiti sempre in conseguenza di una gravissima negligenza ed imperizia dei medici e della struttura sanitaria che non hanno consentito loro di essere preparati alla nascita di una figlia malformata”. La sentenza Secondo la Cassazione, l'obbligo del consenso informato costituisce legittimazione e fondamento del trattamento sanitario senza il quale l'intervento del medico è - al di fuori dei casi di trattamento sanitario per legge obbligatorio o in cui ricorra uno stato di necessità- sicuramente illecito, anche quando è nell'interesse del paziente. “Trattasi – si legge nell’ordinanza - di obbligo che attiene all'informazione circa le prevedibili conseguenze del trattamento cui il paziente viene sottoposto, e in particolare al possibile verificarsi, in conseguenza dell'esecuzione del trattamento stesso, di un aggravamento delle condizioni di salute del paziente, al fine di porre quest'ultimo in condizione di consapevolmente consentire al trattamento sanitario prospettatogli. Il medico ha pertanto il dovere di informare il paziente in ordine alla natura dell'intervento, alla portata dei possibili e probabili risultati conseguibili e delle implicazioni verificabili”. E aggiunge: “Si è al riguardo ulteriormente precisato che l'acquisizione da parte del medico del consenso informato costituisce prestazione altra e diversa da quella dell'intervento medico richiestogli, assumendo autonoma rilevanza ai fini dell'eventuale responsabilità risarcitoria in caso di mancata prestazione da parte del paziente ( cfr. Cass., 16/05/2013, n. 11950, che ha ritenuto preclusa ex art. 345 c.p.c. la proposizione nel giudizio di appello, per la prima volta, della domanda risarcitoria diretta a far valere la colpa professionale del medico nell'esecuzione di un intervento, in quanto costituente domanda nuova rispetto a quella -proposta in primo grado- basata sulla mancata prestazione del consenso informato, differente essendo il rispettivo fondamento)”. Si tratta quindi di due diritti distinti. Il consenso informato attiene al diritto fondamentale della persona all'espressione della consapevole adesione al trattamento sanitario proposto dal medico e quindi alla libera e consapevole autodeterminazione del paziente.  Il trattamento medico terapeutico ha viceversa riguardo alla tutela del (diverso) diritto fondamentale alla salute. Quindi in termini pratici secondo la Cassazione la distinzione comporta “che il risarcimento spettante al paziente che non abbia rilasciato il proprio consenso a un intervento che, poi, non sia neanche stato eseguito correttamente è doppio: uno per l'errata esecuzione della prestazione del sanitario e un altro, ulteriore e autonomo, per l'omesso consenso informato”. Se doppia è la lesione, quindi, anche il risarcimento è doppio. Fonte.www.quotidianosanità.it
Emergenza medici
Avvenire,   29/06/2019
Emergenza medici. «Mandiamo i giovani in corsia. E chiudiamo gli ospedali inefficienti» Paolo Viana venerdì 28 giugno 2019 Parla il presidente della Federazione degli ordini dei medici, Filippo Anelli. E spiega come rimediare alla carenza di camici bianchi L’emergenza medici non è un problema stagionale: negli ospedali mancano i camici bianchi perché sono state fatte scelte sbagliate. Parola di medico. In quest’intervista, il presidente della federazione degli ordini dei medici Filippo Anelli ci spiega quali siano le scelte sbagliate e come porvi rimedio. E si dice disposto a ragionare anche sulla chiusura degli ospedali inefficienti. Di questi tempi, ogni anno fa caldo e i medici vanno in ferie: è davvero l’estate l’emergenza della sanità italiana? È un’emergenza nell’emergenza. Nel senso che c’è un’emergenza non dichiarata, che ci accompagna con i suoi disservizi tutto l’anno e che è generata da carichi di lavoro eccessivi nel Servizio sanitario nazionale. I mesi estivi accentuano il problema di un organico che perde pezzi a colpi di ottomila medici all’anno. Se il sistema sanitario non è già collassato lo si deve solo alla dedizione di chi non se la sente di abbandonare i malati. Sta dicendo che la classe medica non ha alcuna responsabilità nelle liste d’attesa e nei disservizi denunciati ogni giorno? Parlano i numeri: oggi i medici italiani svolgono un milione e mezzo di ore di straordinario non retribuito, pari a mezzo miliardo di euro, in termini di salario non corrisposto. Questo significa che, mentre il Sistema sanitario nazionale collassa, noi restiamo in corsia a lavorare oltre il nostro orario, perché questa professione è fatta anche di passione, dedizione e senso civico. La Sanità italiana sta in piedi anche grazie al “volontariato” dei professionisti che danno più di quel che ricevono. Questo avviene non perché una legge o un regolamento lo imponga, ma per ragioni etiche. A chi fa comodo che i medici tamponino l’emergenza? Sicuramente la politica in questi anni ci ha marciato. E dirò subito che la responsabilità di aver lasciato acuire i problemi non è di questo governo ma di tutti coloro che hanno governato negli ultimi dieci anni. In che modo la politica ci ha marciato? Prendendo decisioni sbagliate. Quali? Ha affidato tutto il potere ai burocrati e ha inseguito il pareggio di bilancio come se fosse un totem, rifiutandosi di investire quand’era possibile e necessario. Molti cittadini ritengono invece che i medici siano una casta come i politici. Lei si sente casta? Forse il nostro errore maggiore è quello di esserci considerati parte dell’apparato pubblico. Errore strategico, perché ci ha assimilati alla casta nell’immaginario collettivo. Al contrario, soprattutto oggi, siamo sempre più medici del cittadino e non dello Stato, perché il diritto è in capo al cittadino. Prende le distanze dallo Stato? Non è mancanza di senso civico ma obiettività: la politica del pareggio di bilancio non è stata una scelta nostra eppure l’abbiamo pagata noi, in termini di qualità del nostro lavoro e di salari, come i cittadini. Di chi è dunque la responsabilità dello sfascio? Se intende dei tagli che hanno portato a questa situazione, anche questo dato è oggettivo: i manager sanitari sono stati bravi a raggiungere il pareggio di bilancio, ma l’hanno fatto sulla pelle degli altri. E adesso come se ne esce? Abbiamo avanzato alcune proposte. Una di queste punta sui giovani. Abbiamo 10mila neolaureati in Medicina e Chirurgia che lo Stato non riesce a formare e che quindi non possono lavorare. Abbiamo bisogno di chirurghi e non possiamo assumerli ma neanche farli entrare in una sala operatoria perché devono ancora completare l’iter formativo. Si deve concludere il percorso che il governo ha iniziato con la legge di Stabilità e il decreto Calabria, cioè dando la possibilità agli specializzandi di partecipare ai concorsi, un anno prima rispetto al passato, e a quelli dell’ultimo anno di lavorare sotto contratto negli ospedali. Un’altra misura tampone? È una misura tampone, ma l’errata programmazione del passato ci mette in condizione di avere 10mila medici in meno e di non poter aspettare 5 anni per avere gli specialisti che servono. Per questo si deve fare un patto con la professione. I cinquemila giovani che saranno assunti libereranno altrettante borse di studio: tamponeremo l’emergenza e il bisogno formativo a invarianza di spesa. Non si rischia di vanificare i risparmi di anni con la scusa dell’emergenza? Noi non vogliamo sforare il bilancio, ma chiediamo al governo di fare delle scelte e fare della sanità una priorità: non si può continuare a destinare alla sanità pubblica solo il 6,4% del Pil contro l’8 dei tedeschi e a permettere che sia erosa dai fondi integrativi che duplicano le prestazioni e falcidiata dai tagli. Il sospetto che esista un piano per smantellarla è forte. State chiedendo più soldi in busta paga? Esiste un problema di rinnovo dei contratti di lavoro che rappresenta anche un modo per garantire la qualità del personale: se il salario è basso i medici fuggono all’estero. I contratti sono bloccati da dieci anni: ciò dimostra il disinteresse della politica per il sistema sanitario e il mancato impegno nei confronti degli operatori sanitari. Perché la riforma della cronicità non ha funzionato? Perché è un modello giusto, ma è rimasto sulla carta. La sanità per l’acuzie funziona, ma non si è avuto il coraggio di investire sulla cura dei cronici a livello territoriale – un target di 22 milioni di cittadini –, investendo in medici, ma anche in infermieri, tecnologie, ecc. Ci ha provato la Lombardia, senza andare fino in fondo, perché ha dovuto chiedere aiuto al privato per trovare le risorse. Se si vuole ridurre la domanda che ingolfa i pronto soccorso e gli ospedali comunque non c’è altra strada. Appunto, gli ospedali: i medici sono favorevoli a chiudere quelli che non servono? La Fnomceo è disponibile a promuovere insieme alla politica dei modelli virtuosi e anche a chiudere gli ospedali che non riescono più a garantire sicurezza, efficienza ed efficacia. A patto che, a fronte della chiusura delle strutture per acuti, ci sia un investimento sul territorio. Oggi siamo fermi a un modello di 60 anni fa. Malgrado tante teorie e sperimentazioni. Fonte.www.avvenire.it
Roma:contenzioso medico legale
Quotidiano Sanità,   29/06/2019
Contezioso medico legale. Accordo a Roma tra Ordini medici e avvocati per frenare richieste risarcimento infondate I due ordini professionali capitolini hanno siglato un protocollo d’intesa per contrastare il dilagante fenomeno dell'accaparramento di clientela per richieste indiscriminate e infondate di risarcimento danni da "malasanità" che danneggia i cittadini e le rispettive categorie professionali. Medici e Avvocati collaboreranno anche su specifici focus quali il tutoring e la formazione.  28 GIU - Ieri, 27 giugno, presso l'Aula Roberto Lala all’interno della sede dell’Ordine Provinciale di Roma dei medici chirurghi e odontoiatri, si è tenuto un Consiglio congiunto tra l'Omceo capitolino e l’omologo ordine degli Avvocati. È la prima volta che i Consigli di due Ordini professionali si riuniscono per affrontare sinergicamente problematiche comuni che “ledono la professionalità delle rispettive categorie”, come afferma una nota delle parti. “Tutela delle categorie ma anche tutela dei cittadini questo il senso del protocollo d’intesa” sottoscritto dai due Presidenti, Antonio Magi e Antonino Galletti, licenziato per “contrastare il dilagante fenomeno dell'accaparramento di clientela per richieste indiscriminate e infondate di risarcimento danni da ‘malasanità’ che danneggia sia i cittadini che le rispettive categorie professionali”, spiegano medici e avvocati I Consiglieri inoltre, all'unanimità, hanno deliberato di dare mandato ai rispettivi Presidenti, Magi e Galletti, di definire concrete modalità di collaborazione su specifici focus quali il tutoring, servizio che l’Omceo di Roma ha messo a disposizione di iscritti e cittadini dallo scorso mese di febbraio, e la formazione in settori complementari quali ad esempio la mediazione e le consulenze tecniche. Nel corso del Consiglio congiunto si è parlato anche di formazione congiunta. Fonte.www.quotidianosanità.it