Skip Navigation Links : Home : News : Rassegna Stampa
Barth politico
Avvenire,   20/10/2018
Testimoni. Barth «politico». La rivoluzione è cristiana Karl Barth sabato 20 ottobre 2018 Per la prima volta in volume la conferenza tenuta nel 1911 dal teologo protestante morto 50 anni fa e dedicata al rapporto tra cristianesimo e socialismo “politico”. La rivoluzione è cristiana Il teologo protestante svizzero Karl Barth (Basilea, 1886-1968) Il socialismo è il movimento di coloro che non sono indipendenti sul piano economico, di coloro che in cambio di un salario lavorano per un altro, un estraneo; è il movimento del proletariato, come lo si chiama nei libri. Il proletario non è necessariamente povero, ma nella sua esistenza è necessariamente dipendente dalle possibilità economiche e dalla buona volontà di colui che gli dà il pane, il padrone della fabbrica. È qui che interviene il socialismo: esso è e vuole essere un movimento proletario. Esso vuole rendere indipendenti coloro che non lo sono, con tutte le conseguenze che ciò può comportare per la loro esistenza materiale, morale e spirituale. Non possiamo sostenere che anche Gesù si sia impegnato precisamente su questo punto, già semplicemente per il fatto che duemila anni fa non esisteva ancora un proletariato nel senso moderno del termine, non essendovi ancora le fabbriche. Tuttavia, chiunque legga senza pregiudizi il Nuovo Testamento, dovrebbe restare colpito dal fatto che ciò che Gesù è stato, ha voluto, e ha ottenuto, considerato da un punto di vista umano, era esattamente un movimento dal basso. Egli stesso proveniva da uno dei ceti più umili del popolo ebraico di quel tempo. Vi ricorderete certamente del racconto di Natale e della mangiatoia di Betlemme. Suo padre faceva il carpentiere in un angolo sperduto della Galilea, e lo stesso mestiere ha fatto anche Gesù stesso, tranne che nei suoi ultimi anni di vita. Gesù non era un pastore, non era un parroco, era un operaio. Giunto al trentesimo anno di età, ha appeso al chiodo i suoi arnesi, e ha cominciato a girovagare da una località all’altra perché aveva qualcosa da dire agli uomini. Ma anche allora la sua posizione è stata completamente diversa da quella di un pastore dei nostri giorni. Noi pastori dobbiamo essere a disposizione di tutti, di chi sta in alto e di chi sta in basso, dei ricchi e dei poveri, e la nostra personalità spesso soffre di questa duplice faccia della nostra professione. Gesù si sentiva inviato ai poveri, agli umili: questo è uno dei dati più indiscutibili che ricaviamo dalla storia del vangelo. Il senso della sua attività si riassume in una frase, nella quale sentiamo ancora oggi ardere il fuoco di un’autentica sensibilità sociale: «Vedendo il popolo, si commosse, perché erano come pecore senza pastore» (Mc 6,34). Talvolta leggiamo anche che gli si sono accompagnati dei ricchi, ma se pure non si sono tirati indietro, dopo un breve momento di entusiasmo, come il giovane ricco (Mt 19,16-22) – e aveva le sue buone ragioni per farlo – costoro facevano parte della sua cerchia come ospiti, piuttosto che essere veramente legati a lui. Un esempio tipico in questo senso è offerto da quel Nicodemo (Gv 3,2-1), «un capo dei Giudei», che si recò da lui nottetempo. Certo, nelle ultime settimane di vita egli si è rivolto con il suo messaggio anche ai ricchi, alle persone colte: si è spostato dalla Galilea a Gerusalemme – ma sapete bene che questo tentativo s’è concluso con la croce, sul Golgota. Quello di cui era portatore era un lieto annuncio ai poveri, al popolo dei dipendenti e degli incolti: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno dei cieli» (Lc 6,20). «Il più piccolo fra tutti voi diventerà il più grande» (Lc 9,48). «Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18,10). Queste affermazioni non possono essere interpretate come parole consolatorie pronunciate da un filantropo con tono di condiscendenza. Gesù ha affermato: «Vostro è il regno dei cieli», e con questo ha inteso dire: rallegratevi di rientrare nel novero della gente minuta: voi siete più vicini alla salvezza degli altolocati e dei ricchi. «Ti ringrazio, Padre del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25). Gesù stesso si è comportato in questo modo: egli ha scelto i suoi amici tra i pescatori del lago di Galilea, tra i pubblicani al servizio dei romani, sospettati da tutti, addirittura tra le prostitute delle città di mare. Nella scelta dei propri compagni non si può scendere verso il fondo della scala sociale più di quanto abbia fatto Gesù. Per lui, nessuno si trovava troppo in basso o contava troppo poco. Lo ripeto: non si trattava di una sussiegosa compassione dall’alto al basso, ma nell’esplosione di un vulcano dal basso verso l’alto. Non sono i poveri ad aver bisogno di compassione, ma i ricchi, non i cosiddetti “senza Dio”, ma gli uomini pii. Queste inaudite parole: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» (Mt 21,31), e: 'Guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione» (Lc 6,24), Gesù le ha pronunciate rivolgendosi verso l’alto, mentre rivolgendosi verso il basso ha detto: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò» (Mt 11,28). Lo spirito che ha valore agli occhi di Dio è lo spirito sociale. E l’aiuto prestato sul piano sociale è la strada che conduce alla vita eterna. Gesù non ha soltanto parlato, ma ha anche agito in questo modo. Se si legge il vangelo con attenzione, non si può non restare stupefatti di come sia stato possibile fare di Gesù un pastore o un maestro, il cui scopo sarebbe stato quello di insegnare agli uomini una fede e una vita corrette. «Da lui usciva una forza che sanava tutti» (Lc 6,19). Questa era la sua attività essenziale. Sia che si interpretino queste guarigioni come eventi soprannaturali o naturali – resta il fatto che egli ha operato delle guarigioni e che questa sua capacità sta al centro della sua vita molto più di quanto abitualmente si pensi. «Egli passò beneficiando e risanando» (At 10,38). Troviamo molti altri episodi del genere. Guardando a questi dati noti a chiunque abbia letto la Bibbia, credo che nessuno abbia il diritto di dire che la socialdemocrazia è non cristiana e materialista per il fatto d’essersi posta come obiettivo l’introduzione di un ordinamento sociale più favorevole agli interessi materiali del proletariato. Gesù si è opposto alla miseria sociale affermando, con le parole e con i fatti, che essa non deve esistere. Certamente, egli ha fatto ciò infondendo negli uomini lo spirito, che trasforma la materia. Al paralitico di Cafarnao ha detto per prima cosa: «Ti sono rimessi i tuoi peccati»; e, dopo: «Alzati, prendi il tuo letto e cammina». Egli ha operato dall’interno verso l’esterno. Ha creato uomini nuovi, per creare un mondo nuovo. Fonte.www.avvenire.it
Milano:migranti
Avvenire,   20/10/2018
Milano. I migranti aiutano a tenere puliti i parchi Redazione Internet sabato 20 ottobre 2018 Torna l'iniziativa del Comune organizzata con le associazioni di volontariato. L'adesione è su base volontaria. Anche il parco Sempione a Milano sarà ripulito con l'aiuto dei migranti (Omnimilano) A Milano, da domenica 21 ottobre, centinaia di richiedenti asilo e rifugiati, ospiti dei centri di accoglienza, saranno impegnati per il secondo anno consecutivo, nella pulizia dei parchi cittadini e nella raccolta delle foglie, nell'ambito dell'iniziativa promossa dall'amministrazione comunale, "Un'azione in Comune". I migranti, spiega una nota di Palazzo Marino, potranno aderire al progetto in maniera volontaria e, grazie al supporto di Amsa, avranno a disposizione gli strumenti necessari per la raccolta delle foglie: sacchi, rastrelli, guanti e scarpe. Si parte alle 9 di questa domenica al Parco Sempione, ma il calendario prevede la pulizia di un parco o di un'area verde ogni domenica, fino al 13 gennaio. A coordinare le operazioni di raccolta saranno, a turno, gli enti gestori dei centri di accoglienza milanesi: Fondazione progetto Arca, Cooperativa Farsi prossimo, City Angels, Remar onlus, Passepartout, Fondazione Albero della Vita. Dopo Parco Sempione, la seconda tappa sarà ai giardini Indro Montanelli di Porta Venezia il 28 ottobre, la terza tappa il 4 novembre al parco Vittorio Formentano, la quarta l'11 novembre al parco delle Favole, la quinta il 18 novembre in piazzale Bacone e via Morgagni. Il 26 novembre sarà la volta del parco Trotter, il 2 dicembre toccherà al parco Guido Vergani e al giardino Valentino Bompiani e il 9 dicembre all'area verde in via Giuseppe Dezza. Le ultime tappe saranno il 16 dicembre al parco Chiesa Rossa, il 23 dicembre al parco Lambro e, infine, il 13 gennaio al parco don Giussani. "Siamo felici di riproporre questa iniziativa che ha il pregio di raggiungere un doppio obiettivo - ha commentato l'assessore alle Politiche Sociali, Pierfrancesco Majorino -: consente ai richiedenti asilo di restituire qualcosa alla città che li ha accolti favorendo in questo modo anche il processo di integrazione. Un modello che vorremmo non si fermasse alla raccolta delle foglie, ma che stiamo già replicando con diverse iniziative su base volontaria". Fonte.www.avvenire.it
Il Garante dei minori
Avvenire,   20/10/2018
Il Garante dei minori. «Tutti i bambini hanno pari diritti» Viviana Daloiso sabato 20 ottobre 2018 «Le famiglie accoglienti sono un’enorme risorsa, ma questa accoglienza va sostenuta attraverso interventi strutturati da parte dello Stato. Risultati positivi anche per i minori non accompagnati» Il Garante Filomena Albano Pensa positivo, il Garante dell’infanzia Filomena Albano, che al convegno di Firenze dedicato a 'I minori in stato di abbandono nel mondo: strumenti giuridici a confronto' ha voluto presenziare per dare il segno forte della presenza dell’Authority accanto alle famiglie italiane «disposte ad accogliere e far diventare figlio – spiega – un bimbo che non lo era». Come se ci fosse bisogno di sottolinearla, adesso più che mai, la forza di quell’Italia che quotidianamente apre braccia e porte. Alla fine nei giorni scorsi è dovuta intervenire anche lei sul caso di Lodi e delle mense “vietate” ai bimbi stranieri... L’ho fatto ribadendo la Convenzione Onu sui diritti del fanciul- lo su cui si fonda tutto l’operato dell’autorità che presiedo. E quella Convenzione parla chiaro: tutti i bambini presenti in un Paese hanno pari diritti e pari opportunità. Questo vale anche per l’Italia, che la Convenzione ha ratificato. Cosa l’ha colpita di più della vicenda? Il suo epilogo positivo. Il fatto che ci sia stata una mobilitazione straordinaria delle persone semplici, che abbia trionfato la solidarietà. E però, voglio dire anche questo, l’accoglienza ha bisogno d’essere strutturata in un Paese civile. Servono risposte complesse, di sistema e istituzionali, che vanno messe in rete e devono creare reti. Questo vale anche per le adozioni e su questo sono impegnata come Garante. A cosa si riferisce in particolare? A quel che accade dopo la trafila burocratica dell’adozione, parte che evidentemente compete alla Commissione adozioni internazionali. Penso alla scuola per esempio, dove ancora troppo poco si fa per garantire una reale inclusione dei bimbi adottati: questi piccoli vengono quasi sempre inseriti “all’istante”, nel momento dell’anno in cui arrivano nel nostro Paese, e in classi che non corrispondono alla loro età anagrafica. E poi penso alla formazione delle famiglie, che devono sempre più aprirsi a bambini non più piccolissimi, e a bambini anche con bisogni speciali: questo è possibile attraverso un sostegno e appunto progetti di formazione capillare. Si tratta di famiglie accoglienti, sono un’enorme risorsa, ma questa accoglienza va sostenuta attraverso interventi strutturati da parte dello Stato. Oggi lei si trova a a Firenze anche per l’appuntamento con la scuola di formazione dei tutor toscani dei minori stranieri non accompagnati. Anche in questo caso il Paese ha dato una risposta di accoglienza straordinaria. È così. Le oltre 4mila richieste avanzate si stanno trasformando in rapporti di tutorship a tutti gli effetti, grazie agli abbinamenti stabiliti dai giudici. Poco fa, incontrando la presidente del tribunale dei minori dell’Aquila, ho scoperto che lì hanno esaurito tutte le candidature: significa che chi si era fatto avanti e si è anche formato per quel ruolo ora aiuta concretamente un minore solo. Ma la stessa attenzione ai diritti dei bambini la stiamo registrando sul fronte dell’affido. Cioè? Abbiamo avuto un record di richieste da parte di atenei, associazioni, enti pubblici e privati, consultori per la nostra Carta sui diritti dei figli nella separazione, presentata appena qualche giorno fa. Sono talmente tante che fatichiamo ad evaderle. Fonte.www.avvenire.it
Missione:il Nobel del cuore
Avvenire,   20/10/2018
Missione. Il Nobel del cuore. I tre premiati: la vita per il Vangelo Gerolamo Fazzini sabato 20 ottobre 2018 Si tratta di padre Carraro, attivo in Brasile, della laica consacrata Carla Magnaghi, in Sud Sudan e di suor Evelina Mattei in Congo Carla Magnaghi - Suor Evelina Mattei - Padre Giampaolo Carraro Solo un pazzo, oppure un uomo di grande fede, può immaginare che sia possibile «evangelizzare l’inferno». Ma è esattamente ciò che dal 2005, a San Paolo del Brasile, sta facendo padre Gianpietro Carraro. Questo missionario di 58 anni – nato a Sandon di Fossò ( Venezia) e ordinato prete a Chioggia nel 1987 – ha scelto di vivere insieme al popolo della strada: senza fissa dimora, drogati, alcolizzati, gli “scarti” della società in cui papa Francesco ci invita a vedere la carne di Cristo. Don Gianpietro riceve oggi a Concesio (Brescia) il Premio Cuore amico, il cosiddetto Nobel dei missionari, che ogni anno viene attribuito a persone che si siano particolarmente distinte nel campo della carità, nel mondo. Insieme a lui verranno premiate Evelina Mattei, suora Maestra di Santa Dorotea di 70 anni, impegnata nella Repubblica Democratica del Congo, e Carla Magnaghi di 76 anni, laica consacrata dell’Istituto Secolare delle Piccole Apostole della Carità, attiva in Sud Sudan. In Brasile da 24 anni, nel 2005 padre Gianpietro ha iniziato un’esperienza nuova, chiamata Missão Belém (Missione Betlemme) che nel 2010 ha ricevuto l’approvazione diocesana del cardinale Odilo Scherer. «Una chiamata nella chiamata», la definisce lui, dopo l’esperienza nella Comunità di Villaregia e, successivamente, nell’Alleanza della Misericordia, un’associazione missionaria di San Paolo che si occupa dei poveri. Oggi la Missione Belem conta una sessantina di consacrati e consacrate con voti, centinaia di membri volontari, oltre a migliaia di amici e collaboratori presenti in Brasile e Haiti: nelle sue case sono accolte oltre 1.500 persone. Molti di coloro che vengono ospitati e recuperati dalla strada provengono dalla “crackolandia”: una terra di nessuno, nel cuore di una delle città più popolose e cosmopolite del Brasile, dove a tutte le ore si spaccia e si consuma la droga dei poveri. Un vero e proprio inferno – chi scrive lo può testimoniare, essendoci stato – dove il missionario porta non solo una parola di consolazione e speranza, ma anche l’annuncio esplicito di Cristo come possibilità per una vita nuova. Tra quelli che hanno accolto la buona notizia di un Dio che ama anche i più derelitti ci sono persone che oggi, completamente riabilitate, guidano comunità e case di accoglienza; altri sono diventati persino sacerdoti. A condividere fin dalle origini l’impegno a fianco di meninos de rua, tossicodipendenti, anziani abbandonati e prostitute, c’è Calcida, una consacrata brasiliana, molto più del classico braccio destro del missionario: egli stesso la definisce cofondatrice di Missione Belem. Con il contributo del Premio Cuore Amico, verrà realizzato un nuovo centro di accoglienza, per la cui costruzione saranno impegnati molti volontari della Missione Belém. I soldi del premio serviranno, invece, a Carla Magnaghi per potenziare le attività del Centro “Usratuna” (Nostra Famiglia in arabo) a Juba. Originaria del Varesotto, è entrata a 18 anni nell’Istituto Secolare delle Piccole Apostole della Carità, fondato dal beato don Luigi Monza. Da insegnante si è appassionata all’attività riabilitativa per bambini con disabilità e si è specializzata in psicomotricità e logopedia, lavorando per molti anni fra Como e Varese. Diventata esperta nel linguaggio dei segni, segue anche i bambini con sordità. Nel 1991 prende dimora in Sudan mentre infuriano i bombardamenti e il conflitto tra Spla (movimento di liberazione del Sud) e l’esercito. A Juba il suo Istituto aveva aperto il Centro Usratuna su richiesta del comboniano Agostino Baroni, arcivescovo di Khartoum, perché fosse un segno di carità in un contesto islamico. All’epoca Juba era un villaggio immerso in un contesto di estrema povertà. Dopo soli cinque mesi dal suo arrivo viene preso d’assalto dai ribelli e il Centro Usratuna è invaso da più di tremila civili che vi si rifugiano per sfuggire alla violenza: vi resteranno ben sei mesi. Anche oggi in Sud Sudan infuria la guerra, tra Dinka e Nuer, con due milioni di rifugiati e una gravissima crisi economica. Carla che, negli anni, ne ha viste davvero di tutti i colori («per un periodo, nel 1991-92, Osama Bin Laden ha abitato vicino a noi, ma allora nessuno sapeva chi fosse!») ha sempre mantenuto, come le sue consorelle, un rapporto di amicizia, ricambiato, con i musulmani, senza mai dar adito ad accuse di proselitismo. Pure suor Evelina Mattei è una che di fegato ne ha da vendere. Più della metà dei suoi 70 anni li ha passati in Africa. Era partita dal paese di PaoloVI nel 1975, fresca di diploma di infermiera e ostetrica. In Burundi, lavora in due dispensari, dove accoglie bambini e assiste le mamme, offrendo loro nozioni di igiene e alimentazione. La guerra però costringe la comunità delle suore a rifugiarsi nell’ex Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo. Apre una nuova comunità, insieme ad alcune consorelle, a Kaniola. E lì si prende a cuore soprattutto la sorte delle donne: costruito un centro di maternità, suor Evelina spende lì le sue migliori energie. Nel 2009 viene mandata a Bukavu, nel periodo della guerra più cruenta. Suor Evelina vede la morte in faccia, con i soldati armati di machete e si prodiga nel campo profughi allestito in città. Oggi è a Burhiba dove, nel carcere sovraffollato e privo di medicine, porta la sua competenza medica e il suo sorriso agli ammalati. Grazie alla somma ricevuta con il Premio Cuore Amico la missionaria vuole infatti migliorare la difficile situazione sanitaria dei detenuti nella prigione centrale della città. Fonte.www.avvenire.it
La risorsa più grande
L'Osservatore Romano,   20/10/2018
La risorsa più grande · Diciassettesima congregazione generale · 20 ottobre 2018 «Giovani, siete pronti a sognare? E noi, vescovi, siamo pronti a lasciarci disturbare dai sogni dei giovani e a camminare con loro per realizzare questi sogni di novità e di bellezza?». Con queste provocazioni, lanciate dall’arcivescovo Bruno Forte, si è significativamente aperta al sinodo, la mattina di sabato 20 ottobre, la presentazione delle ultime quattordici relazioni dei circoli minori, quelle relative alla discussione sulla terza parte dell’Instrumentum laboris: «Scegliere. cammini di conversione pastorale e missionaria». Con la messa a disposizione di questi testi e dei modi suggeriti per la stesura del documento finale, si è conclusa così la fase più corposa e impegnativa del lavoro dei padri sinodali. Toccherà ora alla commissione incaricata della redazione raccogliere tutto il materiale di suggerimenti, esperienze, testimonianze, obiezioni, condivisioni emerso fino a ora. Da martedì prossimo i padri potranno studiare il progetto di documento finale ed eventualmente proporre le loro osservazioni. La diciassettesima congregazione generale, aperta con la preghiera guidata dal cardinale Baldisseri (Papa Francesco era assente per una serie di udienze programmate al palazzo apostolico), ha registrato la partecipazione di 235 padri ed è stata presieduta dal cardinale Bo. È stato quindi l’arcivescovo Forte a inaugurare la serie di interventi con la relazione del circolo “Italiano b”, nella quale sono state sottolineate alcune carenze nel testo, su tutte quella relativa al significativo e necessario riferimento all’«opera dello Spirito Santo», il «divino sconosciuto». Di fronte alle molteplici sfide relative all’universo giovanile, si «avverte un generale bisogno di conversione pastorale» che porti la Chiesa da un impegno «per» i giovani a una Chiesa dove i giovani «abbiano spazio ai vari livelli e nei processi decisionali». Quattro sono stati i «punti nodali» evidenziati dal circolo minore “Italiano a” (relatore l’arcivescovo Paglia) per evitare un elenco disarticolato di proposte: dare il primato all’annuncio evangelico, indirizzare i giovani alla prossimità verso i poveri, elaborare una proposta organica di formazione, far comprendere come l’Eucaristia sia il luogo privilegiato dell’evangelizzazione. Il cardinale Lacunza Maestrojuán ha presentato il contributo del circolo “Spagnolo a” nel quale, tra i vari suggerimenti, ha avanzato l’idea di una sorta di mandato finale, in occasione della messa conclusiva del sinodo, che impegni l’assemblea a mettere in pratica l’esperienza vissuta in questi giorni. Cosa fare concretamente perché i giovani si incamminino alla sequela di Cristo? È la domanda alla quale ha provato a rispondere il circolo “Francese a” (relatore il vescovo Percerou). Sottolineando l’importanza di valorizzare il ruolo fondamentale della famiglia come punto di partenza, uno dei punti suggeriti è stato quello di puntare a un’educazione integrale dei giovani. Un richiamo a una «conversione profonda nello Spirito» che coinvolga l’intera Chiesa è venuto poi dal circolo “Francese b” (relatore il vescovo Béby Gnéba). Da parte sua, il vescovo Barron, relatore del circolo “Inglese d”, ha invitato, tra l’altro, a sostenere e aiutare i giovani a diventare protagonisti «nell’arena secolare del mondo», a lasciare un segno come cattolici nella vita di ogni giorno. Giovani protagonisti e non solo oggetto dell’evangelizzazione: ne ha parlato, a nome del circolo “Inglese a”, l’arcivescovo Martin. «Dobbiamo re-immaginare le parrocchie e le strutture», ha detto, per valorizzare quella che, nella Chiesa, è la «risorsa più grande». Da ogni circolo minore sono giunti suggerimenti per approfondire alcune tematiche fondamentali. Lo ha fatto, ad esempio, il circolo “Spagnolo b” (relatore l’arcivescovo Parra Sandoval), che ha toccato temi come la valorizzazione dell’ambito della sessualità e, accanto a questo, l’accompagnamento verso chi ha differenti orientamenti sessuali, la valorizzazione del ruolo della donna, il sostegno alle scuole cattoliche o, ancora, il corretto utilizzo della rete e delle nuove tecnologie. Un decalogo per «riaccendere le stelle nel cielo e nella notte dei giovani», è stato proposto, tramite il vescovo Fragnelli, dal circolo “Italiano c”: catechesi, itinerari di vita spirituale, itinerari di formazione sociale e di formazione teologica, programmi di servizi concreti all’uomo, sostegno ai migranti, dialogo ecumenico e interreligioso, formazione all’amore e alla sessualità, valorizzazione della liturgia. Il circolo “Tedesco” (relatore il vescovo Oster) ha presentato 24 proposte concrete per i vescovi in favore dei giovani e, soprattutto, ha chiesto parole chiare riguardo al crimine dell’abuso dei bambini. Non si può tornare a casa, è stato sottolineato, senza un chiaro impegno di cura per le vittime. Tra i suggerimenti inoltrati dal circolo “Inglese b” e presentati dal vescovo Edwards c’è stato anche quello per l’individuazione di nuovi modelli di formazione nei seminari. E se il circolo “Portoghese” (relatore il vescovo Da Silva Mendes), ha proposto la creazione di un osservatorio mondiale per i giovani, il circolo “Francese c”, con il suo relatore padre Cadoré, ha messo in evidenza che più che di un nuovo dicastero dedicato ai giovani, c’è bisogno di una pratica trasversale che preveda la partecipazione attiva dei giovani a tutti i dicasteri. Come è emerso da più parti, anche l’ultima relazione, quella del vescovo Dowd per il circolo “Inglese c” ha ricordato che questo sinodo è solo l’inizio di un processo da portare nelle Chiese particolari: la fiamma è stata accesa e va mantenuta viva. Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:Spirito Santo
Avvenire,   19/10/2018
Santa Marta. Papa: Spirito Santo è il lievito dei cristiani per la redenzione Giada Aquilino - Vatican News venerdì 19 ottobre 2018 Francesco parla dei cristiani ipocriti, che non accettano il lievito dello Spirito Santo, capace di far crescere “verso l’esterno” Papa messa a Santa Marta Andare sempre avanti col “lievito dello Spirito Santo”, che conduce a “quell’eredità” lasciata a tutti dal Signore. Questa l’esortazione del Papa nell’omelia della Messa mattutina a Casa Santa Marta. Riflettendo sull’odierno Vangelo di Luca, il Pontefice si sofferma sui due tipi di persone che si riscontrano nel brano e “crescono in modo diverso”, “opposto” tra loro. (Giada Aquilino - Vatican News) Cristo non tollera l’ipocrisia Gesù parla di lievito “che fa crescere”, ma - dice Francesco - c’è anche un lievito “cattivo” che “rovina”, che fa crescere “verso l’interno”. È quello “dei farisei, dei dottori della Legge di quel tempo, dei sadducei”, cioè “l’ipocrisia”. Si tratta di gente - spiega – chiusa in se stessa, che pensa all’apparire, a fare “finta”, a dare un’elemosina e poi far “suonare la tromba” per farlo sapere. La preoccupazione di queste persone, continua il Papa, “è custodire quello che hanno dentro”, il proprio “egoismo”, la propria “sicurezza”: “quando c’è qualcosa che li mette in difficoltà” come l’uomo aggredito e lasciato “mezzo morto” dai briganti o incontrano “un lebbroso” - aggiunge il Pontefice - “loro guardano da un’altra parte”, secondo le proprie “leggi interne”. “Questo lievito – dice Gesù – è pericoloso. Guardatevi. È l’ipocrisia”. Gesù non tollera l’ipocrisia: questo apparire bene, con belle forme di educazione pure, ma con cattive abitudini dentro. E Gesù stesso dice: “Dal di fuori voi siete belli, come i sepolcri, ma dentro c’è putrefazione o c’è distruzione, ci sono le macerie”. Questo lievito che fa crescere verso l’interno: è un lievito che fa crescere senza futuro, perché nell’egoismo, nel rivolgere sul se stesso, non c’è futuro, non c’è futuro. Invece, un altro tipo di persona è quella che vediamo con un altro lievito, che è il contrario: che fa crescere verso l’esterno. Anzi, che fa crescere come eredi, per averne una eredità. La promessa di una felicità molto grande Francesco ricorda poi come, nella Lettera agli Efesìni, San Paolo spieghi come “in Cristo siamo stati fatti anche eredi, predestinati”. Il riferimento è a persone proiettate “verso l’esterno”. Delle volte sbagliano, ma si correggono; delle volte cadono, ma si rialzano. Anche delle volte peccano, ma si pentono. Ma sempre verso l’esterno, verso quella eredità, perché è stata promessa. E questa gente è gente gioiosa, perché le è stata promessa una felicità molto grande: che saranno gloria, lode di Dio. E “il lievito – dice Paolo – di questa gente è lo Spirito Santo”, che ci spinge ad essere lode della sua gloria, della gloria di Dio. Con la gioia nel cuore Il “sigillo dello Spirito Santo”, che era stato “promesso”, è - evidenzia il Papa citando ancora l’apostolo - “caparra della nostra eredità”, in attesa della “completa redenzione”. Proprio Gesù, sottolinea Francesco, ci vuole “sempre in cammino con il lievito dello Spirito Santo che mai fa crescere verso l’interno, come i dottori della Legge, come gli ipocriti”: lo Spirito Santo infatti “spinge fuori”, “verso l’orizzonte”. Così Gesù vuole “che siano i cristiani”: seppur “con difficoltà, con sofferenze, con problemi, con cadute”, sempre avanti nella speranza “di trovare l’eredità, perché ha il lievito che è caparra, che è lo Spirito Santo”. Ecco quindi le due persone elencate: Una che, guidata dal proprio egoismo, cresce verso l’interno. Ha un lievito - l’egoismo - che la fa crescere verso l’interno, e soltanto si preoccupa di apparire bene, apparire equilibrato, bene: che non si vedano le cattive abitudini che hanno. Sono gli ipocriti, e Gesù dice: “Guardatevi”. L’altra gente sono i cristiani: dovremmo essere i cristiani, perché anche ci sono cristiani ipocriti, che non accettano il lievito dello Spirito Santo. Per questo Gesù ci ammonisce: “Guardatevi del lievito dei farisei”. Il lievito dei cristiani è lo Spirito Santo, che ci spinge fuori, ci fa crescere, con tutte le difficoltà del cammino, anche con tutti i peccati, ma sempre con la speranza. Lo Spirito Santo è proprio la caparra di quella speranza, di quella lode, di quella gioia. Nel cuore, questa gente che ha lo Spirito Santo come lievito, è gioiosa, anche nei problemi e nelle difficoltà. Gli ipocriti hanno dimenticato cosa significhi essere gioioso. Fonte.www.avvenire.it
Papa:con il lievito dello Spirito
L'Osservatore Romano,   19/10/2018
Con il lievito dello Spirito · ​Messa a Santa Marta · 19 ottobre 2018 Pronti a correggersi quando si sbaglia, a rialzarsi quando si cade, a pentirsi quando si pecca,ma sempre avanti con «il lievito dello Spirito Santo», sempre gioiosi perché «è stata promessa una felicità molto grande»: ecco il profilo del cristiano — assai lontano dalla triste ipocrisia di chi pensa solo ad apparire bene — delineato da Papa Francesco nella messa celebrata venerdì 19 ottobre a Santa Marta. «La liturgia di oggi ci fa vedere due persone diverse, che crescono in modo diverso: in modo opposto l’una all’altra» ha subito fatto presente il Pontefice. Francesco ha spiegato che «nel Vangelo, Gesù parla del lievito “che fa crescere”: ha usato questa parola in un altro passo del Vangelo, quando spiegava il regno di Dio». Infatti, ha ricordato il Papa riferendosi anche al brano litugico di Luca (12, 1-7), «il lievito fa crescere la pasta, la farina per fare il pane, ma qui, si parla di un lievito cattivo, un lievito che invece di far crescere, manda in rovina. Fa crescere, ma verso l’interno». «È il lievito dei farisei, dei dottori della legge di quel tempo, dei sadducei» ha chiarito il Pontefice. E infatti Gesù «dice alla gente: “state attenti, guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia”». Perché «questa gente ha fatto un’azione di crescita ma non verso l’esterno: no, verso l’interno, chiusi in se stessi, custoditi dalle apparenze». Sono persone, ha insistito Francesco, che «si preoccupano per le apparenze: di come appaiono: devono vedermi bene e così faccio finta di soffrire quando digiuno — cosa che dice Gesù — e così, quando do una elemosina, faccio suonare la tromba». Insomma, ha affermato Francesco, «la loro preoccupazione è custodire quello che hanno dentro: il proprio egoismo; che nessuno li disturbi; la sicurezza». E «quando c’è qualcosa che li mette in difficoltà, loro guardano da un’altra parte». A questo proposito, il Papa ha suggerito di pensare, sempre riferendosi al Vangelo, «a quell’uomo che era stato ferito e lasciato mezzo morto dai briganti, sul cammino», e quelle persone «guardano da un’altra parte». Lo stesso atteggiamento che hanno «quando vedono un lebbroso: si allontanano al più presto per non diventare impuri». E così facendo «custodiscono quello che è dentro, e crescono verso l’interno, perché fanno delle leggi interne — tutto — e fuori sempre l’apparenza». «Questo lievito — dice Gesù — è pericoloso. Guardatevi. È l’ipocrisia» ha proseguito Francesco. Infatti il Signore «non tollera l’ipocrisia: questo apparire bene, con belle forme di educazione pure, ma con cattive abitudini dentro». E «Gesù stesso dice: “dal di fuori voi siete belli, come i sepolcri, ma dentro c’è putrefazione o c’è distruzione, ci sono le macerie”». Dunque, ha rimarcato il Papa, «questo lievito che fa crescere verso l’interno è un lievito che fa crescere senza futuro, perché nell’egoismo, nel rivolgere su se stesso, non c’è futuro, non c’è futuro». «Invece un altro tipo di persona è quella che vediamo con un altro lievito, che è il contrario: che fa crescere verso l’esterno» ha spiegato il Pontefice. «Anzi, che fa crescere come eredi, per averne una eredità» ha aggiunto, in riferimento al passo lettera di san Paolo agli efesini (1, 11-14), proposta come prima lettura: «Fratelli in Cristo siamo stati fatti anche eredi, predestinati» e cioè, ha spiegato il Papa, «progettati verso l’esterno». Dunque, ha affermato Francesco, «questa gente ha un lievito — non sappiamo ancora quale sia — che li fa crescere verso l’esterno». E se anche «a volte sbagliano, si correggono; a volte cadono ma si rialzano; anche a volte peccano, ma si pentono». Ma «sempre verso l’esterno, verso quella eredità, perché è stata promessa». Oltretutto, ha detto ancora il Pontefice, «questa gente è gente gioiosa, perché le è stata promessa una felicità molto grande: che saranno gloria, lode di Dio». Secondo Paolo, ha proseguito Francesco, «il lievito di questa gente è lo Spirito Santo, che ci spinge a essere lode della sua gloria, della gloria di Dio: “Avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo, che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità». Questo significa, ha spiegato, che «abbiamo la caparra, adesso andiamo verso la totalità e in attesa della completa redenzione». Gesù, ha ribadito il Papa, «ci vuole così: sempre in cammino con il lievito dello Spirito Santo che mai fa crescere verso l’interno, come i dottori della legge, come gli ipocriti». Perché «lo Spirito Santo ti spinge fuori, ti spinge verso l’orizzonte». Ed è proprio così che il Signore «vuole che siano i cristiani: gente che va sempre avanti, con difficoltà, con sofferenze, con problemi, con cadute, ma sempre avanti nella speranza di trovare l’eredità, perché ha il lievito che è caparra, che è lo Spirito Santo». «Due persone» dunque, ha riepilogato il Pontefice. La prima è «una che, guidata dal proprio egoismo, cresce verso l’interno: ha un lievito — l’egoismo — che la fa crescere verso l’interno e soltanto si preoccupa di apparire bene, apparire equilibrato, bene». In breve «che non si vedano le cattive abitudini che hanno: sono gli ipocriti, e Gesù dice: “guardatevi”» da loro. L’altra persona invece è formata dai cristiani. O meglio, ha riconosciuto il Papa, «dovremmo essere i cristiani, perché anche ci sono cristiani ipocriti, che non accettano il lievito dello Spirito Santo». Proprio «per questo Gesù ci ammonisce: “Guardatevi del lievito dei farisei”». Non bisogna dimenticare infatti che «il lievito dei cristiani è lo Spirito Santo, che ci spinge fuori, ci fa crescere, con tutte le difficoltà del cammino, anche con tutti i peccati, ma sempre con la speranza». E «lo Spirito Santo è proprio la caparra di quella speranza, di quella lode, di quella gioia». Per tale ragione «nel cuore questa gente, che ha lo Spirito Santo come lievito, è gioiosa, anche nei problemi e nelle difficoltà». Invece «gli ipocriti hanno dimenticato cosa significhi essere gioioso». «Il Signore ci dia la grazia — ha concluso Francesco — di andare sempre avanti con il lievito dello Spirito Santo, che ci spinge verso quell’eredità che il Signore ha preparato a tutti». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:vivere la povertà
Avvenire,   18/10/2018
Santa Marta. Papa elenca le tre modalità di vivere la povertà nella vita del cristiano Debora Donnini-Vatican News giovedì 18 ottobre 2018 Cuore distaccato dai soldi e pazienza nelle persecuzioni e nella solitudine sonno le tre modalità di vivere la povertà nella vita del cristiano Papa Francesco a Santa Marta Nella Messa stamani a Casa Santa Marta il Papa parla delle tre forme di povertà a cui è chiamato il discepolo: la prima è quella di lasciare le ricchezze, con il cuore essere distaccati dai soldi, la seconda è quella di accettare le persecuzioni, grandi o piccole, anche le calunnie, a causa del Vangelo, e la terza è la povertà della solitudine, di sentirsi soli, alla fine della vita. La sua riflessione parte dall’Orazione Colletta nella quale si sottolinea che tramite San Luca, il Signore ha voluto rivelare la sua predilezione per i poveri. Il Vangelo (Lc 10,1-9) parla poi dell’invio dei 72 discepoli in povertà - “non portate borsa, né sacca, né sandali” - perché Il Signore vuole che la strada del discepolo sia povera. Il discepolo attaccato a soldi o ricchezze, non è vero discepolo. (Debora Donnini-Vatican News) Il discepolo sia povero con il cuore distaccato dalle ricchezze Tutta l’omelia di Papa Francesco è, quindi, scandita sulle “tre tappe” della povertà nella vita dei discepoli, i tre modi di viverla. La prima, appunto, è quella di essere distaccati da soldi e ricchezze ed è “la condizione per iniziare la strada del discepolato”. Consiste nell’avere un “cuore povero”, tanto è vero che “se nel lavoro apostolico ci vogliono strutture o organizzazioni che sembrano essere un segno di ricchezza, usateli bene – ma distaccati”, ammonisce il Papa. Il giovane ricco del Vangelo, infatti, ha commosso il cuore di Gesù ma non è stato poi capace di seguire il Signore perché aveva “il cuore attaccato alle ricchezze”. “Se tu vuoi seguire il Signore, scegli la strada della povertà e se tu hai ricchezze perché il Signore te le ha date, per servire gli altri, ma il tuo cuore, staccato. Il discepolo non deve avere paura della povertà, anzi: dev’essere povero”, dice con chiarezza Papa Francesco. La povertà delle persecuzioni a causa del Vangelo La seconda forma di povertà è quella delle persecuzioni. Sempre nel brano del Vangelo odierno, infatti, il Signore invia i discepoli “come agnelli in mezzo ai lupi”. E anche oggi ci sono tanti cristiani perseguitati per il Vangelo e calunniati: Ieri, nell’Aula del Sinodo un vescovo di uno di questi Paesi dove c’è persecuzione ha raccontato di un ragazzo cattolico preso da un gruppo di ragazzi che odiavano la Chiesa, fondamentalisti; è stato picchiato e poi buttato in una cisterna e buttavano il fango e alla fine, quando il fango è arrivato al collo: “Dì per l’ultima volta: tu rinunci a Gesù Cristo?” – “No!”. Hanno buttato una pietra e l’hanno ammazzato. L’abbiamo sentito tutti. E questo non è dei primi secoli: questo è di due mesi addietro! E’ un esempio. Ma quanti cristiani oggi soffrono le persecuzioni fisiche: “Oh, questo ha bestemmiato! Alla forca!”. Papa Francesco ricorda poi che ci sono anche altre forme di persecuzione: La persecuzione della calunnia, delle dicerie e il cristiano sta zitto, tollera questa “povertà”. Alle volte è necessario difendersi per non dare scandalo … Le piccole persecuzioni nel quartiere, nella parrocchia … piccole, ma sono la prova: la prova di una povertà. E’ il secondo modo di povertà che ci chiede il Signore. Il primo, lasciare le ricchezze, non essere con il cuore attaccato alle ricchezze; il secondo, ricevere umilmente le persecuzioni, tollerare le persecuzioni. Questa è una povertà. La povertà del sentirsi abbandonato C’è, poi, una terza forma di povertà: quella della solitudine, dell’abbandono. Ne dà un esempio la Prima Lettura di oggi, tratta dalla Seconda Lettera a Timoteo, nella quale il “grande Paolo”, “che non aveva paura di nulla”, dice che nella sua prima difesa in tribunale, nessuno lo ha assistito: “tutti mi hanno abbandonato”. Ma aggiunge che il Signore gli è stato vicino e gli ha dato forza. Papa Francesco si sofferma, dunque, sull’abbandono del discepolo: come può accadere ad un ragazzo o ad una ragazza di 17 o 20 anni, che con entusiasmo lasciano le ricchezze per seguire Gesù, poi “con fortezza e fedeltà” tollerano “calunnie, persecuzioni quotidiane, gelosie”, “le piccole o le grandi persecuzioni”, e alla fine il Signore gli può chiedere anche “la solitudine della fine”: Io penso all’uomo più grande dell’umanità, e questa qualifica viene dalla bocca di Gesù: Giovanni Battista; l’uomo più grande nato da donna. Grande predicatore: la gente andava da lui a farsi battezzare. Come è finito? Solo; nel carcere. Pensate, voi, cosa è una cella e cosa erano le celle di quel tempo, perché se queste di adesso sono così, pensate a quelle … Solo, dimenticato, sgozzato per la debolezza di un re, l’odio di un’adultera e il capriccio di una ragazza: così finì l’uomo più grande della Storia. E senza andare così lontano, tante volte nelle case di riposo dove ci sono i sacerdoti o le suore che hanno speso la loro vita nella predicazione, si sentono soli, solo con il Signore: nessuno li ricorda. Tutti i discepoli sappiano percorre strada della povertà Una forma di povertà che Gesù ha promesso a Pietro stesso, dicendogli: “Quando eri ragazzo, tu andavi dove volevi; quando sarai vecchio, ti porteranno dove tu non vuoi”. Il discepolo è, quindi, povero, nel senso che non è attaccato alle ricchezze e questo è il primo passo. E’ poi povero perché “è paziente davanti alle persecuzioni piccole o grandi”, e – terzo passo – è povero perché entra in quello stato d’animo di sentirsi abbandonato alla fine della vita. Lo stesso cammino di Gesù, infatti, finisce con quella preghiera al Padre: “Padre, Padre, perché mi hai abbandonato?”. L’invito conclusivo del Papa è, dunque, quello di pregare per tutti i discepoli, “preti, suore, vescovi, papi, laici”, perché “sappiano percorrere la strada della povertà come il Signore vuole. Fonte.www.avvenire.it
Papa:sulla strada della povertà
L'Osservatore Romano,   18/10/2018
Sulla strada della povertà · ​Messa a Santa Marta · 18 ottobre 2018 È con una preghiera per il cardinale Ernest Simoni, nel giorno del suo novantesimo compleanno, che Papa Francesco ha iniziato la celebrazione della messa a Santa Marta, giovedì mattina 18 ottobre. Il cardinale albanese — arrestato la notte di Natale del 1963 e liberato soltanto nel 1990, dopo una vita ai lavori forzati — era accompagnato dal cardinale arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori. E proprio al cardinale Simoni il Pontefice si è rivolto durante l’omelia ricordando la persecuzione di cui è stato vittima proprio perché cristiano. Ma le persecuzioni, ha affermato con forza il Papa, avvengono ancora oggi e anche al sinodo dei vescovi sono state presentate testimonianze eroiche di giovani fedeli al Vangelo fino al martirio. Francesco, all’inizio dell’omelia, ha fatto subito notare come «nell’orazione colletta abbiamo visto che il Signore per mezzo di san Luca» di cui oggi si celebra la festa «ha voluto rivelare la sua predilezione per i poveri». E questo «lo sappiamo grazie agli scritti di san Luca: il suo Vangelo e gli Atti degli apostoli». Proprio il passo del Vangelo di Luca (10, 1-9), proposto oggi dalla liturgia, fa presente che «quando il Signore invia i suoi settantadue discepoli, li invia “in povertà”, dà loro consigli di povertà». È «la povertà del discepolo: la strada del discepolo, il Signore vuole che sia povera». Se discepolo è attaccato ai soldi, alle ricchezze, «non è un vero discepolo» ha rilanciato il Pontefice. Suggerendo che «ci sono tre maniere, tre modi di vivere la povertà nella vita dei discepoli, diverse povertà, tre tappe — possiamo dire — di diverse povertà». «La prima povertà è: distaccato dai soldi, dalle ricchezze». Inviando i discepoli, Gesù raccomanda loro di non portare «borsa né sacca né sandali» e dice: «Andate con il minimo a predicare». E, ha aggiunto il Papa, «se nel lavoro apostolico ci vogliono strutture o organizzazioni che sembrano essere un segno di ricchezza, usatele bene». Ma sempre «distaccati». Ci vuole, insomma, «il cuore povero». Infatti «la condizione per incominciare la strada del discepolato è la povertà». A questo proposito Francesco ha invitato a pensare «a quel giovane, tanto bravo, al punto di commuovere il cuore di Gesù». Quel giovane «non è stato capace di seguirlo perché aveva tante ricchezze e il cuore attaccato alle ricchezze». Invece, ha affermato il Pontefice, «se tu vuoi seguire il Signore, scegli la strada della povertà» e se si hanno ricchezze, è perché «il Signore te le ha date per servire gli altri». Ma «il tuo cuore» deve esserne «distaccato». Oltretutto, ha insistito il Papa, «il discepolo non deve avere paura della povertà, anzi dev’essere povero: questa è una delle diverse forme di povertà che il Signore chiede ai suoi discepoli». Poi, ha detto Francesco proseguendo nella sua meditazione, «c’è un’altra forma di povertà» che possiamo riconoscere nelle parole stesse di Gesù: «Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi». È «la povertà delle persecuzioni, i discepoli del Signore perseguitati per il Vangelo: anche oggi ce ne sono tanti, calunniati». A questo proposito, ha confidato il Papa, «ieri, nell’aula del Sinodo, un vescovo di uno di questi Paesi dove c’è persecuzione ha raccontato di un ragazzo cattolico preso da un gruppo di ragazzi che odiavano la Chiesa, fondamentalisti; è stato picchiato e poi buttato in una cisterna e buttavano il fango e alla fine, quando il fango era arrivato al collo» gli intimavano «di’ per l’ultima volta: tu rinunci a Gesù Cristo?». E lui: «No!». Così «hanno buttato una pietra e l’hanno ammazzato». E «l’abbiamo sentito tutti, questo non è accaduto dei primi secoli: questo è accaduto due mesi addietro!». Ed «è un esempio» ha affermato Francesco: «Ma quanti cristiani oggi soffrono le persecuzioni fisiche: “Questo ha bestemmiato! Alla forca!”. È così. Le persecuzioni che durano tanto tempo e il nostro novantenne fratello potrà raccontarci tante cose», ha aggiunto il Papa riferendosi proprio al cardinale Simoni. «Ma ci sono altre persecuzioni», ha proseguito il Pontefice. A cominciare dalla «persecuzione della calunnia, delle dicerie e il cristiano sta zitto, tollera questa “povertà”». Sì, ha aggiunto, «alle volte è necessario difendersi per non dare scandalo». Ci sono «le piccole persecuzioni nel quartiere, nella parrocchia: piccole, ma sono la prova di una povertà». Ed «è il secondo modo di povertà che ci chiede il Signore: il primo è lasciare le ricchezze, non essere con il cuore attaccato alle ricchezze; il secondo, ricevere umilmente le persecuzioni, tollerare le persecuzioni. Questa è una povertà». Francesco ha quindi spiegato che c’è anche «un terzo modo» e a suggerirlo è la prima lettura della liturgia di oggi, tratta dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo (4, 10-17). Si tratta, ha spiegato, della «povertà della solitudine, dell’abbandono: quando il discepolo, che è uscito con tanta forza a predicare il Signore, anche ha tollerato le persecuzioni, alla fine della vita si sente abbandonato: abbandonato da tutti». E «questo brano di Paolo, del grande Paolo che non aveva paura di nulla, è un esempio di questa povertà». Tanto che, ha affermato il Pontefice, Paolo «scrive a suo figlio — figlio dell’anima — Timoteo, vescovo: “Figlio mio, Dema mi ha abbandonato; Crescente è andato in Galazia. Tito in Dalmazia. Solo Luca è con me. Alessandro, il fabbro, mi ha procurato molti danni: si è accanito contro la nostra predicazione. Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito — il grande Paolo solo, davanti ai giudici pagani — tutti mi hanno abbandonato. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza». «L’abbandono del discepolo: quel ragazzo di diciassette, diciotto, venti anni — ha affermato Francesco — che con tanto entusiasmo lascia le ricchezze per seguire Gesù; quella ragazza che fa lo stesso e poi con fortezza e fedeltà tollera calunnie, persecuzioni quotidiane, gelosie, anche, le piccole o le grandi persecuzioni, alla fine il Signore può chiederle questo: quella solitudine della fine». «Io penso all’uomo più grande dell’umanità, e questa qualifica viene dalla bocca di Gesù: Giovanni Battista: l’uomo più grande nato da donna» ha detto il Papa. Giovanni era un «grande predicatore: la gente andava da lui a farsi battezzare. Come è finito? Solo, nel carcere. Pensate, voi, cosa è una cella e cosa erano le celle di quel tempo, perché se queste di adesso sono così, pensate a quelle di allora». E Giovanni è finito «solo, dimenticato, sgozzato per la debolezza di un re, l’odio di un’adultera e il capriccio di una ragazza: così finì l’uomo più grande della storia». Ma «senza andare così lontano — ha proseguito — tante volte nelle case di riposo, dove ci sono i sacerdoti o le suore che hanno speso la loro vita nella predicazione, si sentono soli o sole, solo con il Signore: nessuno li ricorda». E «questa terza maniera di povertà l’ha promessa Gesù allo stesso Pietro: quando eri ragazzo, tu andavi dove volevi; quando sarai vecchio, ti porteranno dove tu non vuoi». «La povertà come strada del discepolo» ha riaffermato il Pontefice. Sì, «il discepolo povero, perché la sua ricchezza è Gesù. Povero, perché non è attaccato alle ricchezze: primo passo. Povero, perché è paziente davanti alle persecuzioni piccole o grandi: secondo passo. Povero, perché entra in questo stato d’animo alla fine della vita che ci ricorda quello di san Paolo: abbandonato». E «lo stesso cammino di Gesù che finisce con quella preghiera al Padre: “Padre, Padre, perché mi hai abbandonato?”». «Che questa rivelazione sulla predilezione del Signore per la povertà — ha concluso Francesco — ci aiuti ad andare avanti e a pregare per i discepoli, per tutti i discepoli, siano preti, suore, vescovi, papi, laici: tutti. Perché sappiano percorrere la strada della povertà come il Signore vuole». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Eurobarometro
Avvenire,   17/10/2018
Eurobarometro. Solo il 44% degli italiani voterebbe per restare in Ue Redazione Romana mercoledì 17 ottobre 2018 La percentuale più bassa tra i 28 Paesi dell'Unione Europea. Il 65% si dichiara favorevole all'euro, ma con meno convinzione rispetto al resto degli europei Cresce l'apprezzamento per l'Unione Europea nella maggior parte degli Stati europei. Non in Italia, però, che si piazza in fondo all'elenco dei Paesi che ritengono che l'Ue sia stata vantaggiosa per loro, preceduta dal Regno Unito. Lo rivela l'ultimo sondaggio Eurobarometro condotto tra l'8 e il 26 settembre scorso da Kantar Public tra 27.474 cittadini europei di 16 anni e oltre, in tutti e 28 gli Stati membri. Secondo i dati, il 68% degli europei pensa che il proprio Paese abbia tratto beneficio dall'appartenenza all'Ue. E se si dovesse votare per restare in Europa il 66% direbbe di sì. Ma non è così per gli italiani: solo il 44% voterebbe sì. La percentuale più bassa tra i 28 Paesi dell'Unione, anche a fronte dei britannici dove oggi il 53% è per il 'remain'. Inoltre solo il 43% degli abitanti del Belpaese pensa che abbiamo beneficiato dall'essere in Europa. Mentre per quanto riguarda coloro che hanno una visione neutrale, cioè "non è né una buona né una cattiva cosa", ci piazziamo sul terzo gradino del podio con il 37%. Tra coloro che credono che l'adesione all'Ue sia stata utile, il più delle volte il motivo è che "l'Ue contribuisce alla crescita economica nel loro Paese". Ma nonostante il sostegno significativo e crescente all'Ue in generale, metà degli intervistati non è soddisfatta della direzione in cui si sta dirigendo l'Unione, con un risultato simile per quanto riguarda il proprio paese. Anche l'opinione pubblica sembra abbastanza stabile in termini di aspettative sul ruolo dell'Ue in futuro, con il 48% che vuole che giochi un ruolo più importante, mentre il 27% preferisce meno. Commentando i risultati del sondaggio, il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani ha dichiarato: «Poiché i dettagli dell'accordo di ritiro del Regno Unito sono in via di definizione, queste cifre evidenziano un crescente apprezzamento dei benefici dell'adesione all'Ue in tutto il Continente. Tuttavia, c'è molto lavoro da fare: la cooperazione e la solidarietà a livello europeo sono essenziali per fornire risposte alle preoccupazioni dei comuni cittadini europei». Fonte.www.avvenire.it
Rapporto Caritas:i poveri
Avvenire,   17/10/2018
Rapporto Caritas. In 10 anni poveri quasi triplicati. Emergenza giovani ed educazione Redazione Interni mercoledì 17 ottobre 2018 Dal 2007 i poveri aumentati del 182%, uno su due è giovane o minorenne. In crescita anche i senza dimora. Don Soddu: Come cristiani abbiamo difficoltà a pensare che si possa abolire la povertà Un senza dimora accampato sulla strada In Italia c'è un "esercito di poveri" in attesa che "non sembra trovare risposte e le cui storie si connotano per un'allarmante ronicizzazione e multidimensionalità dei bisogni". Lo sottolinea Caritas nel Rapporto 2018 su povertà e politiche di contrasto. Il numero dei poveri assoluti - ricorda l'organizzazione rilanciando i dati Istat - "continua ad aumentare" e supera i 5 milioni. "Dagli anni pre-crisi ad oggi il numero dei poveri è aumentato del 182%, un dato che dà il senso dello stravolgimento" causato dalla crisi. "Esiste uno 'zoccolo durò di disagio che assume connotati molto simili a quelli esistenti prima della crisi economica del 2007-2008 con la sola differenza che oggi il fenomeno è sicuramente esteso a più soggetti". Tra gli individui in povertà assoluta i minorenni sono un milione 208mila (il 12,1% del totale) e i giovani nella fascia 18-34 anni 1 milione 112mila (il 10,4%): "Oggi quasi un povero su due è minore o giovane". Non solo stranieri Sono 197.332 le persone che nel 2017 si sono rivolte a un Centro Caritas; il 42,2% è di nazionalità italiana, l'età media degli utenti è 44 anni ma i giovani tra i 18 e i 34 anni rappresentano la classe più numerosa (25,1%) mentre i pensionati costituiscono il 15,6%. Le storie di povertà intercettate nei Centri di ascolto "risultano più complesse, croniche e multidimensionali", si legge nel Rapporto 2018. Il 42,6% delle persone incontrate da Caritas nel 2017 sono nuovi utenti ma è "in aumento la quota, piuttosto alta - si sottolinea nel dossier -, di chi vive situazioni di fragilità da 5 anni e più (22,6%)". Nel 2017 si evidenzia l'incremento, nelle persone che si sono rivolte alla Caritas sul territorio, delle persone senza dimora e delle storie connotate da un minor capitale relazionale (famiglie uni-personali); "il fatto che ancora oggi la rottura dei legami familiari possa costituire un fattore scatenante nell'entrata in uno stato di povertà e di bisogno". Soddu: Abolire la povertà? Non è solo mancanza di reddito Don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana, commenta: «Come cristiani abbiamo qualche difficoltà a pensare che si possa abolire la povertà, ma sappiamo che ogni storia riconsegnata alla sua dignità e alla sua libertà rende migliore il nostro Paese, ci rende migliori. La povertà non è solo mancanza di reddito o lavoro: è isolamento, fragilità, paura del futuro. Dare una risposta unidimensionale a un problema multidimensionale, sarebbe una semplificazione» che rischia di vanificare ogni impegno finanziario. Gori: ora non si smantelli il Rei, ha bisogno di continuità Il professor Cristiano Gori dell'Università di Trento, motore scientifico dell'Alleanza contro la povertà, sottolinea l'importanza di portare avanti il Rei. il reddito di inclusione avviato il 1° dicembre 2017: «Sarebbe fatale se la nuova classe dirigente smontasse quanto già fatto». Insomma, che «le scelte decisive siano condizionate da scelte di breve periodo». Gori segnala altri rischi: «Ho il timore che le politiche di contrasto alla povertà vengano snaturate in politiche per il lavoro, che è solo un aspetto del problema». Sui primi passi dell'annunciato Reddito di cittadinanza, il docente universitario indica il pericolo che «di dare la priorità ai penultimi: sembra si voglia partire dalle "pensioni di cittadinanza", ma gli anziani sono la fascia meno esposta alla povertà assoluta. Una scelta che andrebbe a scapito ci chi sta peggio» Poveri perché non istruiti L'istruzione continua ad essere tra i fattori che più influiscono (oggi più di ieri) sulla condizione di povertà. L'Italia ha fatto dei passi in avanti ma si colloca ancora al penultimo posto in Europa per presenza di laureati, solo prima della Romania; il 14% dei ragazzi in Italia abbandona precocemente gli studi e l'Italia nella classifica europea si colloca al quarto posto (dopo Malta, Spagna e Romania). Oltre i due terzi delle persone che si rivolgono alla Caritas ha un titolo di studio pari o inferiore alla licenza media (il 68,3%); tra gli italiani questa condizione riguarda il 77,4% degli utenti. «La povertà educativa - afferma ancora don Soddu - è un fenomeno principalmente ereditario nel nostro Paese, che a sua volta favorisce la trasmissione intergenerazionale della povertà economica. I dati nazionali dei centri di ascolto, oltre a confermare una forte correlazione tra livelli di istruzione e povertà economica, dimostrano anche una associazione tra livelli di istruzione e cronicità della povertà». Dal divorzio alla strada Anche "la rottura dei legami familiari può costituire un fattore decisivo per l'entrata in una condizione di povertà". Ed è in crescita per la stessa ragione anche il numero dei senza fissa dimora: "La situazione risulta particolarmente preoccupante perchè le deprivazioni materiali attivano spesso dei circoli viziosi che tramandano di generazione in generazione le situazioni di svantaggio". Il Rapporto denuncia un rilevante aumento delle storie di solitudine mentre diminuiscono le situazioni di chi sperimenta una stabilità relazionale data da un'unione coniugale. I disoccupati ascoltati nel 2017 rappresentano il 63,8%; tra gli stranieri la percentuale sale al 67,4%. Nell'analisi dei bisogni di chi si rivolge ai centri di ascolto prevalgono i casi di povertà economica (78,4%), seguiti dai problemi di occupazione (54,0%) e dai problemi abitativi (26,7%), in aumento rispetto al 2016; all'interno di questa categoria si nota un evidente incremento, dal 44,3% al 52,5%, della situazione di chi è privo di un'abitazione. Alle difficoltà di ordine materiale seguono altre forme di vulnerabilità che in molti casi si associano alle prime: problemi familiari (14,2%), difficoltà legate alla salut (12,8%) o alle migrazioni (12,5%). Il 4,2% si è invece rivolto ai centri per problematiche di tipo non economico (malattia mentale, separazione, morte di un congiunto, difficoltà nell'assistenza di familiari, problemi di giustizia). Nel 2017 sono stati realizzati circa 2 milioni 600mila interventi, in lieve diminuzione rispetto al 2016. Mattarella: piaga inaccettabile del nostro tempo Sul tema della povertà è intervenuto anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: una piaga inaccettabile del nostro tempo, da estirpare usando politiche di sostegno mirate, investendo sulla formazione individuale. Fonte.www.avvenire.it
Papa:disprezzo e indifferenza
L'Osservatore Romano,   17/10/2018
Anche disprezzo e indifferenza uccidono · ​L’udienza generale sul Decalogo · 17 ottobre 2018 Anche l’insulto, il disprezzo e l’indifferenza nei confronti degli altri «possono uccidere». Lo ha ribadito il Papa rilanciando un tema ricorrente del proprio magistero all’udienza generale di mercoledì 17 ottobre, in piazza San Pietro. Nell’ambito del ciclo di catechesi sul Decalogo, il Pontefice ha proseguito la riflessione sul quinto comandamento iniziata la settimana precedente, e commentando il brano biblico tratto dal Vangelo di Matteo (5, 21-24), ha equiparato questi tre atteggiamenti all’odio omicida. Soffermandosi in particolare sul primo, con un’aggiunta al testo preparato, ha constatato come «noi siamo abituati a insultare. E ci viene un insulto come se fosse un respiro». Ma, ha avvertito, «Gesù ci dice: “Fermati, perché l’insulto fa male, uccide”». E lo stesso accade con il disprezzo, considerato «una forma per uccidere la dignità di una persona». Ecco perché, ha auspicato Francesco, «bello sarebbe che questo insegnamento di Gesù entrasse nella mente e nel cuore» di ognuno. Nella consapevolezza che «nessun codice umano equipara atti così differenti assegnando loro lo stesso grado di giudizio», il Papa ha quindi fatto notare come invece «coerentemente Gesù» inviti addirittura a interrompere l’offerta del sacrificio nel tempio se ci si ricorda che un fratello è offeso nei nostri confronti, per andare a cercarlo e riconciliarsi. Di conseguenza, «anche noi, quando andiamo alla messa, dovremmo avere questo atteggiamento di riconciliazione con le persone con le quali abbiamo avuto dei problemi». Al contrario, nella pratica «mentre aspettiamo» il celebrante «si chiacchiera un po’ e si parla male degli altri». Ma, ha raccomandato il Pontefice, «questo non si può fare. Pensiamo alla gravità dell’insulto, del disprezzo, dell’odio: Gesù li mette sulla linea dell’uccisione». Del resto, ha chiarito con esempi concreti, «per offendere l’innocenza di un bambino basta una frase inopportuna. Per ferire una donna può bastare un gesto di freddezza. Per spezzare il cuore di un giovane è sufficiente negargli la fiducia. Per annientare un uomo basta ignorarlo. L’indifferenza uccide. È come dire all’altra persona: “Tu sei un morto per me”». Insomma, ha concluso il Papa, «non amare è il primo passo per uccidere; e non uccidere è il primo passo per amare. Fonte.l'osservatoreromano.it
Papa:attenzione ai cristiani rigidi e perfetti
Avvenire,   16/10/2018
Santa Marta. Papa: attenzione ai cristiani che si presentano rigidi e perfetti Adriana Masotti - Vatican News martedì 16 ottobre 2018 “La salvezza è un dono del Signore”, Lui ci dona “lo spirito della libertà”. Così Papa Francesco oggi nell’omelia alla Messa mattutina a Casa Santa Marta Il Papa commenta il brano odierno del Vangelo che racconta di Gesù che, invitato a pranzo da un fariseo, si siede a tavola senza prima fare le abluzioni previste dalla legge. E riporta la dura risposta di Gesù alla ‘meraviglia’ di quel fariseo. (Adriana Masotti - Vatican News) I dottori della Legge si scandalizzano di Gesù Francesco sottolinea la differenza tra l’amore del popolo per Gesù, perché arrivava ai loro cuori, e anche un po’ per interesse, e l’odio dei dottori della Legge, scribi, Sadducei, Farisei che lo seguivano per coglierlo in fallo. Erano i ‘puri’: Erano davvero un esempio di formalità. Ma gli mancava vita. Erano – per così dire – “inamidati”. Erano dei rigidi. E Gesù conosceva l’anima loro. Questo ci scandalizza, perché loro si scandalizzavano delle cose che faceva Gesù quando perdonava i peccati, quando guariva il sabato. Si strappavano le vesti: “Oh! Che scandalo! Questo non è di Dio, perché si deve fare questo”. Non gli importava la gente: gli importava la Legge, le prescrizioni, le rubriche. Voi siete come sepolcri imbiancati Ma Gesù accetta l’invito a pranzo del fariseo, perché è libero, e va da lui. Al fariseo, scandalizzato per il suo comportamento che oltrepassa le regole, Gesù dice: ‘Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria’”. Non sono parole belle, eh? Gesù parlava chiaro, non era ipocrita. Parlava chiaro. E gli dice: “Ma perché guardate l’esterno? Guarda dentro che cos’è”. Un’altra volta gli aveva detto: “Voi siete sepolcri imbiancati”. Bel complimento, eh? Belli per [da] fuori, tutti perfetti…tutti perfetti... Ma dentro pieni di putredine, quindi di avidità, cattiveria, dice. Gesù distingue le apparenze dalla realtà interna. Questi signori sono i “dottori delle apparenze”: sempre perfetti, ma dentro cosa c’è? Agli ipocriti interessa solo l'apparenza Francesco ricorda altri passi del Vangelo in cui Gesù condanna questa gente, come la parabola del buon samaritano o dove si dice del loro modo ostentato di digiunare e di fare elemosina. Perché , afferma il Papa, a loro “interessava l’apparenza”. “Gesù qualifica questa gente con una parola: ‘ipocrita’”. Gente con un’anima avida, capace di uccidere. “E capace di pagare per uccidere o calunniare, come oggi si fa. Anche oggi si fa così: si paga per dare notizie brutte, notizie che sporchino gli altri”. Dietro la rigidità ci sono dei gravi problemi In una parola, continua Francesco, farisei e dottori della Legge erano persone rigide, non disposte a cambiare. “Ma sempre, sotto o dentro una rigidità, - dice ancora il Papa - ci sono dei problemi. Gravi problemi. (...) Dietro le apparenze di buon cristiano, apparenze intendiamoci, che sempre cerca di apparire, di truccarsi l’anima, ci sono dei problemi. Lì non c’è Gesù. Lì c’è lo spirito del mondo". E io apro il mio cuore? E Gesù li chiama ‘stolti’ e consiglia loro di aprire la loro anima all’amore per far entrare la grazia. Perché la salvezza “è un dono gratuito di Dio. Nessuno salva se stesso, nessuno. Nessuno salva se stesso neppure con le pratiche di questa gente”. Infine un avvertimento: State attenti voi davanti ai rigidi. State attenti davanti ai cristiani – siano laici, preti, vescovi – che si presentano così “perfetti”, rigidi. State attenti. Non c’è lo Spirito di Dio lì. Manca lo spirito della libertà. E stiamo attenti con noi stessi, perché questo ci deve portare a pensare nella nostra vita. Io cerco di guardare le apparenze soltanto? E non cambio il mio cuore? Non apro il mio cuore alla preghiera, alla libertà della preghiera, alla libertà dell’elemosina, alla libertà delle opere di misericordia? Fonte.www.avvenire.it
Papa:i poveri
Avvenire,   16/10/2018
Fame. Papa Francesco: i poveri non possono più aspettare Riccardo Maccioni martedì 16 ottobre 2018 Nel messaggio per la giornata dell’alimentazione il richiamo ad azioni urgenti e concrete. Manca la volontà politica di sradicare la fame I poveri non possono più aspettare. Lo scrive il Papa nel messaggio inviato al direttore generale della Fao, José Graziano da Silva in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione. Si tratta però – sottolinea il Pontefice – di «agire in modo urgente, coordinato e sistematico». Chi soffre aspetta «da noi un aiuto efficace che lo tolga dalla sua prostrazione, non solo propositi o convegni che, dopo aver studiato dettagliatamente le cause della loro miseria, abbiano come unico risultato la celebrazione di eventi solenni, impegni che non giungono mai a concretizzarsi o vistose pubblicazioni destinate a ingrossare i cataloghi delle biblioteche». L'ultimo rapporto della Fao sulla fame nel mondo Non bastano i buoni propositi Ma perché i sogni, i buoni propositi divengano realtà occorre unione di sforzi, nobiltà di cuore e preoccupazione costante per far proprio, con fermezza e determinazione, il problema dell'altro. E tuttavia, come in altre grandi problematiche che colpiscono l'umanità, spesso ci imbattiamo in enormi ostacoli nella soluzione dei problemi, con barriere ineluttabili frutto di indecisioni o ritardi, con la mancanza di determinazione dei responsabili politici, tante volte immersi solo negli interessi elettorali o intrappolati da opinioni distorte, perentorie o riduttive. Manca realmente la volontà politica. È necessario – scrive il Papa – volere davvero mettere fine alla fame, e questo, in definitiva e prima di tutto, non si realizzerà senza la convinzione etica, comune a tutti i popoli e alle differenti visioni religiose, che pone al centro di qualsiasi iniziativa il bene integrale della persona e che consiste nel fare all'altro quello che vorremmo fosse fatto a noi stessi. Si tratta di un'azione fondata sulla solidarietà tra tutte le nazioni e di misure che siano l'espressione del sentire della popolazione». Il 2030 obiettivo di riferimento E a sollecitare ancora di più un impegno non teorico, il Papa indica una data di riferimento. «L’iniziativa Fame Zero 2030 – sottolinea infatti – offre un quadro propizio per tale impegno e, senza dubbio, servirà a realizzare il secondo degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030, che mira a «sradicare la fame, ottenere la sicurezza alimentare e il miglioramento della nutrizione e di promuovere l’agricoltura sostenibile. Un vantaggio di queste proposte è che sono state capaci di stabilire mete specifiche, obiettivi quantificabili e indicatori precisi. Sappiamo che dobbiamo armonizzare una duplice via di attenzione, con azioni a lungo e a breve termine per far fronte alle condizioni concrete di chi, al giorno d’oggi, patisce gli strazianti e affilati artigli della fame e della malnutrizione». Il tema della Giornata mondiale dell’alimentazione quest’anno è: “Le nostre azioni sono il nostro futuro. Un mondo #famezero entro il 2020 è possibile”. La Fao, come noto è l'agenzia delle Nazioni Unite impegnata nella lotta contro la fame e per questo si occupa particolarmente di agricoltura e di produzione alimentare, specie per quanto riguarda i Paesi in via di sviluppo. Fonte.www.avvenire.it
Bologna:le fedi ponti di pace
Avvenire,   16/10/2018
Ponti di pace. L'appello di Bologna, le fedi ponti di pace Paolo Viana, inviato a Bologna martedì 16 ottobre 2018 La firma di un testo comune e l'accensione dei candelabri sono stati gli ultimi atti del 32° appuntamento. Le parole dell'arcivescovo Zuppi e della figlia di Martin Luther King. Foto Siciliani Il silenzio avvolge piazza Maggiore alle 19 e ventisette. Tace Matteo Zuppi. Tacciono i pastori e gli imam. Tacciono le campane dei bonzi e quelle di San Petronio, che puoi sentire gorgogliare la fontana del Gigante: un minuto di silenzio per ricordare le vittime delle violenze e delle guerre, di ogni tempo e di ogni parte. Un istante che fa rivivere i protagonisti silenziosi di Ponti di Pace, perché sono quei morti, in fondo, i promotori di quest’incontro di popolo, il vero motivo per cui più migliaia di persone si sono ritrovate a Bologna per rinnovare lo spirito di Assisi, trentadue anni dopo il grande incontro interreligioso promosso da papa Wojtyla. Quello che si è concluso martedì sera, quando i 300 rappresentanti delle grandi religioni del mondo hanno accompagnato in processione i loro fedeli, attraverso le vie del centro, alla preghiera comune per la pace, non è stato un incontro di ingenui, ciechi di fronte al divampare della terza guerra mondiale a pezzi, come la chiama papa Francesco. Semmai, «è ingenuo l’ottimismo di chi non vuole vedere che i ponti richiedono pazienza, tempo, capacità, sistema, coraggio, tanto amore» come ha detto l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi. Aggiungendo: «C’è chi pensa di trarre convenienze seminando pregiudizi e parole di condanna e inimicizia ma dimentica che queste diventano semi di azioni che poi colpiscono tutti». Nel prosieguo della lunga cerimonia che si è conclusa con la firma dell’appello di pace e l’accensione dei candelabri, il vescovo di Haimen Joseph Shen Bin ha ammesso che «tutti i Paesi del mondo sono in teoria d’accordo con il principio di non violenza ma i problemi rimangono». Talvolta, però, la pace accade, come dimostra l’accordo tra la Cina e la Santa Sede sulla nomina dei vescovi, «luce che illumina le tenebre» commenta il presule cinese. Bernice King, figlia di Martin Luther King, ha sottolineato la forza dell’amore - «le nostre religioni devono diventare sempre più ecumeniche e non settarie» - ma anche la «povertà di spirito che ci tiene separati uno dall’altro» e ha spiegato che «la nostra sopravvivenza dipende dalla capacità di mettere il nostro progresso morale al passo del nostro progresso scientifico». Ponti di pace, dunque, non si limita a far giustizia di una certa idea della pace, quella, appunto che sia solo una grande ingenuità, ma inquadra chiaramente il “nemico”: «Ne usciamo con la consapevolezza di non essere prigionieri della paura» ha detto il presidente della comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo: «La solitudine, condizione così diffusa nel nostro tempo, porta con sé un carico di pessimismo, fa diventare aggressivi, fa temere l’incontro con l’altro. Non siamo soli». Concetti che ritornano nell’appello di pace sottoscritto da tutti i rappresentanti religiosi che hanno partecipato all’edizione bolognese. Ricorda che «la pace non è mai acquisita per sempre», che la priorità è «guardare negli occhi l’altro e non restare prigionieri della paura». Sottolinea come questo sia un tempo di grandi opportunità, ma anche «di perdita di memoria e di spreco» che «scarica sulle future generazioni pesi e conti insopportabili». Il passaggio centrale del documento rappresenta un’autentica sfida a se stessi, oltre che un’assunzione di responsabilità: «Le religioni, come i popoli, hanno varie strade davanti – vi si legge –. Lavorare all’unificazione spirituale che è mancata finora alla globalizzazione o lasciarsi utilizzare per rafforzare le resistenze alla globalizzazione, sacralizzando confini, differenze, identità e conflitti. O, infine, restare chiusi nei propri recinti di fronte a una globalizzazione tutta economica». La pace non è disarmata: «Le religioni sono legame, comunità, mettere insieme. Sono ponti» e «nella loro sapienza millenaria sono laboratori viventi di unità e di umanità, rendono ogni uomo e ogni donna un artigiano di pace». Cambiare il proprio cuore è dunque il primo passo per costruire un futuro di pace e «la preghiera è l’energia più potente per realizzare la pace anche laddove sembra impossibile». Il 33° incontro si terrà a Madrid. Fonte.www.avvenire.it
Caritas:la fame in Africa
Avvenire,   16/10/2018
Caritas. Africa, la lotta alla fame passa per la democrazia Redazione Esteri martedì 16 ottobre 2018 Il Continente deve cercare la sua via allo sviluppo non all’esterno ma attingendo ai suoi valori più profondi. L'impegno della Caritas in Kenya L’Africa deve cercare la sua via allo sviluppo non all’esterno ma attingendo ai suoi valori più profondi. Tutto questo può tradursi nell'organizzazione di società africane migliori e tracciare una via africana alla democrazia. In occasione della Giornata mondiale dell'alimentazione, Caritas Italiana ha pubblicato il suo 41° Dossier con Dati e Testimonianze (DDT) dal titolo "Democrazia in cammino. Partecipazione responsabile e inclusiva per la lotta alla fame e alla povertà". Il Dossier contiene un focus sul Kenya, che ha dominato le cronache africane dopo la storica sentenza del settembre 2017 con cui la Corte Suprema ha dichiarato nulle le elezioni tenutesi il mese precedente. Così, in un clima teso e violento, una popolazione stanca, ma fiduciosa è tornata alle urne. Ma il tema della partecipazione democratica abbraccia molti altri Paesi africani. In Repubblica Democratica del Congo, Burundi, Zimbabwe, Sierra Leone, Mali, Camerun ma non solo, i cittadini stanno compiendo sforzi notevoli per spingere i loro leader all’assunzione di responsabilità verso il bene comune. Una delle maggiori sfide che la società civile ha di fronte attualmente è proprio la ricerca di modalità per poter giocare un ruolo più incisivo nei processi di decisione politica, economica e sociale dando voce alle fasce di popolazione più escluse e vulnerabili, lottando contro la fame e l’esclusione sociale. Per promuovere lo sviluppo integrale di tutti è necessaria una cultura dell’incontro che tenda a una “pluriforme armonia”. Caritas Italiana è impegnata in Africa, e nello specifico in Kenya, da diversi anni. Collabora e supporta sia la Caritas nazionale kenyota che le Caritas diocesane in vari ambiti e ha in atto un rapporto di collaborazione con le Suore della Consolata di Nairobi nell’ambito del sostegno ai minori con precedenti penali. A partire dal 2011, anno della grande crisi alimentare che ha colpito il corno d’Africa, Caritas ha supportato un vasto programma di aiuti alle popolazioni con interventi di urgenza e riabilitazione/ripristino delle attività produttive. Inoltre, negli anni successivi ha continuato a sostenere interventi di sviluppo rurale e approvvigionamento idrico in varie diocesi del Paese nonché, nella diocesi di Lodwar, un programma per favorire la risoluzione pacifica dei conflitti intercomunitari. Attualmente è in atto un progetto a Nairobi, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, promosso in sinergia da Caritas Italiana, dall’Organizzazione Non Governativa CELIM Milano e da Caritas Nairobi. L’intervento punta a contrastare le cause della povertà e innescare dinamiche di sviluppo locale sostenibile. Fonte.www.avvenire.it
Papa:la fame
L'Osservatore Romano,   16/10/2018
Manca la volontà politica di sconfiggere la fame · Messaggio del Papa per la giornata mondiale dell’alimentazione · 16 ottobre 2018 Oggi la comunità internazionale possiede «gli strumenti adeguati» e un esauriente «quadro di riferimento» per dar vita a «un vero programma d’azione che culmini, effettivamente, nello sradicamento della fame dal nostro mondo»; ma ciò che manca è «la volontà politica» di «mettere fine alla fame». È questa la forte denuncia contenuta nel messaggio inviato da Papa Francesco al direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), martedì 16 ottobre, giornata mondiale dell’alimentazione 2018, che quest’anno ha per tema: «Le nostre azioni sono il nostro futuro. Un mondo a Fame Zero per il 2030 è possibile». Con toni severi e allarmati il Pontefice parla di una «situazione calamitosa» che richiede di «agire in modo urgente, coordinato e sistematico». In particolare Francesco invoca «politiche di cooperazione allo sviluppo orientate verso le necessità concrete degli indigenti» e accompagnate da «una particolare attenzione ai livelli di produzione agricola, all’accesso al mercato delle derrate alimentari, alla partecipazione». La lotta contro la fame reclama inoltre «un generoso finanziamento, l’abolizione delle barriere commerciali e, soprattutto, l’incremento della resilienza di fronte al cambiamento climatico, le crisi economiche e i conflitti bellici». Per il Papa non è più tempo di «belle parole e buoni propositi». È fondamentale perciò che «le priorità e le misure contenute nei grandi programmi si radichino e si diffondano ovunque, affinché non vi siano dissociazioni e tutti accettino la sfida di combattere la fame in modo serio e condiviso». Questo richiede anzitutto di eliminare ostacoli e barriere «frutto di indecisioni o ritardi», e di superare una volta per tutte la «mancanza di determinazione dei responsabili politici, tante volte immersi solo negli interessi elettorali o intrappolati da opinioni distorte, perentorie o riduttive». C’è bisogno, in definitiva, di una visione globale del problema, che tenga conto della necessità di «aumentare i fondi destinati a promuovere la pace e lo sviluppo dei popoli» ma anche di «far tacere le armi e il loro pernicioso commercio». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Iman di Al-Azhar
Avvenire,   15/10/2018
Imam di Al-Azhar. «Le religioni sono innocenti del sangue sparso nel loro nome» Paolo Viana, inviato a Bologna lunedì 15 ottobre 2018 All'incontro interreligioso di Bologna, Ponti di Pace, Ahmad Al-Tayyeb ha denunciato «la politica della discriminazione razziale» «Mi chiamo Nour Essa e sono siriana»: è stata una giovane donna siropalestinese, una delle richiedenti asilo salvate da papa Francesco a Lesbo nel 2016, a toccare il cuore di tutti, raccontando la sua odissea alla 32esima edizione di Ponti di pace, la tre giorni bolognese con cui la Comunità rinnova lo spirito dell’incontro interreligioso per la pace promosso da Giovanni Paolo II ad Assisi nel 1986. L’incontro, organizzato con l’arcidiocesi di Bologna, coinvolge centinaia di leader delle grandi religioni mondiali, impegnati a far rivivere lo “spirito di Assisi”. Ieri pomeriggio l’inaugurazione, con migliaia di giovani e adulti ad affollare il Palazzo dei Congressi della Fiera. E con due messaggi forti. Quello di Antonio Tajani, che ha denunciato «un attacco all'Europa concentrico, da Est ma anche da alcune lobby americane che hanno interesse ad avere potere sul mercato interno europeo». Il secondo messaggio politicamente impegnativo è giunto dall’imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb: dopo aver affermato che «le religioni sono innocenti del sangue sparso nel loro nome» ha denunciato «la politica della discriminazione razziale, con un uso spregiudicato della forza per sottomettere l’altro perché diverso». La tavola rotonda si era aperta proprio con un messaggio del Papa in cui Bergoglio esortava a «elaborare insieme memorie di comunione che risanino le ferite della storia» senza mai arrendersi al «demone della guerra», alla «follia del terrorismo», alla «forza ingannevole delle armi». Subito dopo, l’arcivescovo Matteo Zuppi, ha aperto la discussione esortando a difendere l’Europa «da qualsiasi spinta divisiva» e il fondatore di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, ha sottolineato: «C’è bisogno di una visione globale ed ecumenica per vivere e le religioni, in un mondo spaventato, diviso e arrabbiato, sono un soffio sereno che alimenta la coscienza del destino comune dei popoli». L’inaugurazione è proseguita con l’intervento del rabbino capo di Francia Haim Korsia e il patriarca siro ortodosso Ignatius Aphrem II, per concludersi con l’intervento dell’induista Sudheendra Kulkarni. Il meeting prosegue fino a martedì.
Le schiavitù d'Italia
Avvenire,   13/10/2018
Intervista . Le schiavitù d'Italia nel mirino delle Nazioni Unite Vincenzo R. Spagnolo sabato 13 ottobre 2018 La relatrice dell'Onu Urmila Bhoola in missione nelle aziende agricole e centri di accoglienza in Calabria, Puglia e a Latina. «Nei ghetti condizioni inumane, discriminazioni e poche condanne» Umila Bhoola È durata dieci giorni, dal 3 ottobre fino a ieri, la missione in Italia di Urmila Bhoola, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulle forme contemporanee di schiavitù. Durante la sua visita, l’esperta indipendente ha incontrato funzionari del Governo, associazioni dei datori di lavoro, sindacati e molti lavoratori sfruttati. È stata in aziende agricole, in un centro di accoglienza straordinaria (Cas) per migranti, in centri di accoglienza ufficiali per lavoratori stranieri in Calabria, Puglia e Latina e negli «insediamenti informali» di Borgo Mezzanone (Foggia) e di San Ferdinando (Calabria). La relazione integrale sarà presentata nel settembre del 2019 al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. Ma già i dati dello « statement » (la nota di fine missione, diffusa ieri) fotografano un caporalato diffuso in danno della manodopera straniera: «Dei circa 1,3 milioni di lavoratori agricoli, quasi 405.000 sono migranti in situazione regolare o irregolare – si legge nel rapporto –. I migranti costituiscono la maggior parte di coloro che lavorano nei campi». Fra le cause del caporalato, c’è il fatto che la stagionalità del lavoro agricolo comporti una domanda di lavoratori durante determinati periodo dell’anno, «spesso con breve preavviso». Ma i centri pubblici per l’impiego non funzionano e dunque «si ricorre ai caporali o intermediari» che «diventano indispensabili». La nota si chiude con l’esortazione al governo italiano a «esaminare» almeno sette «questioni fondamentali»: l’istituzione di «centri pubblici locali per l’impiego» in grado di far corrispondere offerta e domanda di lavoratori nel settore agricolo, per togliere spazio a intermediari e caporali; garantire sistemi di trasporto pubblico nelle zone rurali, durante le stagioni del raccolto; creare incentivi più forti per segnalare lo sfruttamento del lavoro, aumentando la protezione delle vittime e assicurando «l’accesso a meccanismi di denuncia» indipendentemente dalla condizione di migrante. Ancora, la relazione chiede all’Italia: il rafforzamento degli Ispettorati del lavoro per «garantire che le ispezioni siano efficaci ed esenti da corruzione»; l’accesso ai servizi di base (assistenza sanitaria, alloggi e servizi igienici adeguati) a tutti coloro che vivono nel territorio italiano, «a prescindere dalla condizione di migrante, in conformità delle norme internazionali sui diritti umani»; la garanzia di «maggiore trasparenza nelle catene di approvvigionamento agricolo». Infine, sul piano legislativo, il documento sollecita governo e Parlamento a ratificare il «P029» (protocollo del 2014 sul lavoro forzato) e la Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie. «In questi giorni in Italia, ho parlato con molte vittime di sfruttamento agricolo e di schiavitù. Fanno lavori massacranti, alcuni per 17 ore al giorno, senza riposi né ferie pagate, in luoghi insicuri ed esposti ai pesticidi. Alcuni di loro, feriti sul lavoro, sono stati scaricati dai caporali nei pressi degli ospedali, con l’obbligo di non divulgare dettagli sull’azienda dove era avvenuto l’incidente. Ho incontrato un ventenne, giunto dall’India un anno fa: la sua famiglia aveva messo insieme 10mila euro per farlo venire in Italia. Ma una volta qui, dopo tre mesi di lavoro, non è mai stato pagato: ogni volta che ha chiesto il salario, è stato picchiato violentemente...». Dal 2014, Urmila Bhoola ricopre l’incarico di Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulle forme contemporanee di schiavitù. Nata in Sudafrica, ha un passato di impegno contro l’apartheid, come avvocato e attivista nella difesa dei diritti umani. Il suo inglese non è quello felpato in uso fra le alte burocrazie del Palazzo di Vetro: è un reato grave, avverte, «costringere lavoratori che generano miliardi di euro nelle esportazioni agricole a vivere in baraccopoli e lavorare fino a 14 ore al giorno». Ritiene che le autorità italiane non facciano abbastanza? La legge del 2016 è una buona normativa, introduce pene severe e altri strumenti contro il caporalato. Ma le leggi da sole non sono sufficienti. Vanno sostenute dalla volontà politica e potenziate con risorse materiali e umane. Le situazioni che ho constatato sollevano importanti interrogativi sul fatto se si stia facendo abbastanza per garantire i diritti umani e la dignità umana dei lavoratori migranti, che sono indispensabili per l’economia agraria dell’Italia. Rignano Garganico, Foggia, il ghetto degli immigrati Quanti sono i 'nuovi schiavi' nelle campagne italiane? Secondo le stime, più di 400mila lavoratori agricoli in Italia vengono sfruttati e almeno 100mila fanno fronte a condizioni di vita inumane. Chi li sfrutta? Il caporalato è un sistema. Ci sono gli intermediari del lavoro, che forniscono manodopera alle aziende agricole, e una rete di associazioni per delinquere. Anche le mafie sono coinvolte. Eppure, i procedimenti giudiziari continuano a essere pochi, in particolare le condanne ai datori di lavoro: sono stata informata dal ministero della Giustizia che nel 2016 sono iniziati dieci processi penali, non ancora conclusi. E servono più ispettori del Lavoro: in provincia di Foggia, su 31 quelli assegnati al settore agricolo sono 6 per un totale di 9mila aziende. Cos’altro ha potuto verificare? Il salario è da fame: 3 euro l’ora o 50 centesimi a cassetta di arance raccolte in Calabria. Ma oltre allo sfruttamento lavorativo, molti migranti – in particolare quelli dell’Africa sub-sahariana – subiscono una discriminazione razziale, che impedisce loro di accedere ad alloggi dignitosi. Centinaia vivono in condizioni terribili in luoghi isolati, con una preoccupante segregazione rispetto alla popolazione locale. Dove è stata? A San Ferdinando, in Calabria, e a Borgo Mezzanone, nel Foggiano, i lavoratori vivono in rifugi di fortuna. Senza elettricità, acqua, smaltimento rifiuti, servizi igienici, assistenza sanitaria o protezione sociale. Lei si è battuta contro l’apartheid. Cosa prova a vedere in Italia dei 'nuovi ghetti'? Credo che rischino di alimentare tensione sociale, aumentando il razzismo e la xenofobia. Il problema è preoccupante: episodi come l’uccisione di Soumaila Sacko a Rosarno, il 2 giugno, o il presunto utilizzo di fucili ad aria compressa contro lavoratori indiani a Latina potrebbero aumentare, se non si presta attenzione nel far fronte all’integrazione sociale e nel porre fine all’impunità degli autori dei reati. La condizione dei braccianti Sikh di Latina è fra quelle denunciate dal nostro giornale. Lei cosa ha riscontrato? In quell’area ci sono circa 30mila lavoratori sikh di origine indiana. Molti sono soggetti a forme estreme di coercizione. Alcuni sono forzati ad assumere sostanze che migliorano le prestazioni, vietate dalla loro religione, in modo da poter lavorare 10-14 ore al giorno nei campi. Fra le vessazioni che lei segnala, ci sono violenze sessuali. Dove e in danno di chi? Donne rumene e bulgare sono vittime di sfruttamento nei campi e di tratta a fini sessuali. E a Latina, caporali e datori di lavoro forzano lavoratrici indiane a prestazioni sessuali. Le forme di coercizione vanno dalla violenza fisica e sessuale, al trattenimento di salari e documenti fino alle minacce personali o alle famiglie d’origine. La condizione di 'irregolarità' facilita lo sfruttamento? I migranti irregolari presentano un rischio maggiore di essere sfruttati: si trovano in una situazione più vulnerabile, guadagnano meno e non denunciano, per timore di essere arrestati o addirittura espulsi. Ha percepito un clima di odio, di razzismo da parte degli italiani? Per la mia esperienza, la gente comune non è razzista, è solidale e sa che chi arriva cerca solo di sopravvivere con un impiego onesto. Il problema sorge quando, insieme allo sfruttamento, si fomentano schemi di contrapposizione: 'loro e noi', 'sono qui per toglierci il lavoro'. Così l’odio monta. Fonte.www.avvenire.it
Papa:la preghiera
Avvenire,   13/10/2018
Santa Marta. Francesco: Gesù ci insegna ad essere «invadenti» nella preghiera giovedì 11 ottobre 2018 Bisogna essere coraggiosi quando si chiede qualcosa al Signore: lo ha detto il Papa nell'omelia a Casa Santa Marta. Dio è l'amico che ci può dare quello che ci occorre Papa a Santa Marta E’ il brano del Vangelo di oggi al centro dell’omelia di Papa Francesco alla Messa di questa mattina a Casa Santa Marta. E il tema che affronta è quello della preghiera, di come noi dobbiamo pregare. Gesù racconta infatti ai suoi discepoli di un uomo che, a mezzanotte, bussa alla casa di un suo amico per chiedergli qualcosa da mangiare. E l'amico risponde che non è il momento opportuno, che è già a letto, ma poi si alza e gli dà quello che chiede. (Adriana Masotti - Vatican News) Pregare con coraggio e senza stancarsi Papa Francesco sottolinea tre elementi: un uomo nel bisogno, un amico, un po’ di pane. E’ una visita a sorpresa quella dell’amico bisognoso e la sua è una richiesta insistente perché ha fiducia nell’amico che ha ciò che gli serve. Prega con “invadenza” e in questo modo, dice Francesco, il Signore ci vuole insegnare come si prega: Si prega con coraggio, perché quando preghiamo abbiamo un bisogno, normalmente, un bisogno. Un amico è Dio: è un amico ricco che ha del pane, ha quello del quale noi abbiamo bisogno. Come se Gesù dicesse: “Nella preghiera siate invadenti. Non stancatevi”. Ma non stancatevi di che? Di chiedere. 'Chiedete e vi sarà dato'. La preghiera non è una bacchetta magica Ma, continua il Papa, “la preghiera non è come una bacchetta magica”, non è che appena noi chiediamo, otteniamo. Non si tratta di dire due “Padre Nostro” e poi di andarsene: La preghiera è un lavoro: un lavoro che ci chiede volontà, ci chiede costanza, ci chiede di essere determinati, senza vergogna. Perché? Perché io sto bussando alla porta del mio amico. Dio è amico, e con un amico io posso fare questo. Una preghiera costante, invadente. Pensiamo a Santa Monica per esempio, quanti anni ha pregato così, anche con le lacrime, per la conversione del suo figlio. Il Signore alla fine ha aperto la porta. Lottare con il Signore per ottenere E Francesco fa un altro esempio raccontando un fatto di cui lui è certo, accaduto a Buenos Aires: un uomo, un operaio, aveva una figlia in fin di vita, i medici non avevano dato alcuna speranza e lui ha percorso 70 chilometri per andare fino al Santuario della Madonna di Luján. E’ arrivato che era notte e il Santuario chiuso, ma lui ha pregato fuori tutta la notte implorando la Madonna: "Io voglio mia figlia, io voglio mia figlia. Tu puoi darmela”. E quando la mattina dopo è tornato all’ospedale ha trovato la moglie che gli ha detto: “Sai, i medici l’hanno portata per fare un altro esame, non si spiegano perché si è svegliata e ha chiesto da mangiare, e non c’è nulla, sta bene, è fuori pericolo”. Quell’uomo, conclude Francesco, sapeva come si prega. Le grida dei bambini che alla fine la spuntano Il Papa invita a pensare anche ai bambini capricciosi quando vogliono qualcosa, e gridano e piangono dicendo: “Io voglio! Io voglio!” E alla fine i genitori cedono. Qualcuno però può domandarsi: ma Dio non si arrabbierà se faccio così? E’ Gesù stesso, afferma il Papa, che prevedendo questo ci ha detto: “Se voi che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono”. È un amico: dà sempre il bene. Dà di più: io ti chiedo di risolvere questo problema e lui lo risolve e anche ti dà lo Spirito Santo. Di più. Pensiamo un po’: come prego? Come un pappagallo? Prego proprio con il bisogno nel cuore? Lotto con Dio nella preghiera perché mi dia quello di cui ho bisogno se è giusto? Impariamo da questo passo del Vangelo come pregare. Fonte.www.avvenire.it
Papa:ildiavolo
L'Osservatore Romano,   13/10/2018
Quando il diavolo fa l’educato · ​Messa a Santa Marta · 12 ottobre 2018 Dalla strategia del diavolo, che fa «l’educato» e suona persino il campanello di casa presentandosi come amico, Papa Francesco ha messo in guardia celebrando la messa venerdì 12 ottobre a Santa Marta. Preghiera, esame di coscienza, oltre a «vigilanza e calma» come insegnava Isaia, sono le risposte giuste per smascherare le astuzie del diavolo e non finire «sulla strada della mediocrità e della mondanità». «Il demonio, quando prende possesso del cuore di una persona, rimane lì, come a casa sua e non vuole uscirne» ha affermato il Pontefice. «Per questo tante volte quando Gesù scaccia i demoni, questi cercano di rovinare la persona, di fare del male, anche fisicamente» ha detto, suggerendo di pensare «a quel ragazzino, che il papà presenta a Gesù perché sia guarito, cioè perché il demonio sia scacciato via. E quando esce il demonio lo lascia come morto sul pavimento. Non vuole uscire da noi quando è dentro. Non vuole uscire». «Gesù tante volte nei Vangeli ha scacciato i demoni, che erano i suoi veri nemici e nemici nostri» ha fatto presente Francesco. «La lotta fra il bene e il male — ha spiegato — a volte sembra troppo astratta: la vera lotta è la prima lotta fra Dio e il serpente antico, fra Gesù e il diavolo». E «questa lotta si fa dentro di noi: ognuno di noi è in lotta, forse a nostra insaputa, ma siamo in lotta». Riferendosi al passo evangelico di Luca (11, 15-26) proposto dalla liturgia, il Papa ha fatto notare appunto che «Gesù scaccia questo demonio», ma «sempre ci sono le cattive lingue che incominciano a dire: “ma questo è un guaritore, anche lui ha un patto segreto con il demonio; questa è una farsa: lui li scaccia via col permesso del capo loro, cioè di Beelzebùl”». Proprio così, ha ricordato il Papa, «incomincia questo passo del Vangelo, con una discussione fra Gesù e questa gente». Ma «lasciamo da parte questa discussione — ha proseguito il Pontefice — e andiamo alla fine del passo evangelico. Cosa succede? Alla fine il demonio è scacciato via e se ne va. E quell’uomo, quella donna, quel ragazzo, quella ragazza, diventa libera, liberata, felice, guarito, ma guarito proprio nella ferita più profonda dell’anima». A questo punto però «che cosa fa il demonio? Alcuni fanno strage; pensiamo a quelli che si chiamavano “legione”, perché erano tanti, e quando Gesù li scaccia via gli chiedono di andare dai porci e lì fanno una strage di maiali, perché il compito del demonio è distruggere. Questa è la sua vocazione: distruggere l’opera di Dio». In realtà, ha rilanciato Francesco, «nessuno può dire “no, io conosco un diavolo che non si comporta così”» perché «l’essenza del demonio è distruggere». Eppure «noi siamo come bambini, tante volte ci succhiamo il dito e crediamo: “no, ma non è così, sono invenzioni dei preti, no, non è vero”». «Nel Vangelo il diavolo distrugge — ha spiegato il Pontefice — e quando non può distruggere faccia a faccia, perché di fronte c’è una forza di Dio che difende la persona, il demonio è più furbo di una volpe, è astuto, e cerca il modo di riprendere possesso di quella casa, di quell’anima, di quella persona». Il passo evangelico di Luca ci ripropone le parole di Gesù: «Quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo — cioè non sa cosa fare, non sa cosa distruggere — e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa — da dove era stato cacciato da Gesù — da cui sono uscito”». Il diavolo, ha fatto notare il Papa, «anche nel parlare si presenta educatamente», tanto che dice: «sono uscito». No, in realtà «sei stato scacciato». Il brano evangelico prosegue facendo presente che il diavolo, una volta rientrato nella casa da cui era stato cacciato, «la trova spazzata e adorna — oh, gli piace! — e allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora, e la condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima». Egli infatti, ha insistito Francesco, «prima era, per così dire, un indemoniato, perché il demonio era lì dentro e non lo lasciava; adesso continua a essere un indemoniato, ma a sua insaputa». «Quando il diavolo — ha affermato il Pontefice — non può imporsi per la forza, non può distruggere una persona per i vizi chiari, non può distruggere un popolo con le guerre, le persecuzioni, pensa un’altra strategia e, cari fratelli e sorelle, è la strategia che usa con tutti noi» E infatti «noi siamo cristiani, cattolici, andiamo a messa, preghiamo: sembra tutto in ordine, sì, abbiamo i nostri difetti, i nostri peccatucci, ma sembra tutto in ordine». Così il diavolo «fa “l’educato”: va, vede, cerca una bella cricca, bussa alla porta — “permesso? posso entrare?” — suona il campanello e questi demoni educati sono peggiori dei primi, perché tu non ti accorgi che li hai a casa». E «questo è lo spirito mondano, lo spirito del mondo». «Il demonio o distrugge direttamente con i vizi, con le guerre, con le ingiustizie direttamente — ha spiegato ancora il Papa — o distrugge educatamente, diplomaticamente in questo modo delineato da Gesù». Insomma, ha aggiunto, «non fanno rumore, si fanno amici, ti persuadono — “No, va, non fa tanto, no, ma fino a qui sta bene” — e ti portano sulla strada delle mediocrità, ti fanno un “tiepido” sulla strada della mondanità». E non è facile rendersene conto: «“Padre, io a casa non ho un nemico” — “Ma guarda, quando tu vai a letto, fra le lenzuola c’è lo scorpione” — “Ma è uno scorpione amico, non fa del male”». E così facendo «noi cadiamo in questa mediocrità spirituale, in questo spirito del mondo: “Ma non sono tanto male queste cose”». E «lo spirito del mondo ci rovina, ci corrompe da dentro». «Io vi dico: ho più paura di questi demoni che dei primi» ha affermato Francesco. E così «quando mi dicono: “abbiamo bisogno di un esorcista perché una persona è posseduta dal diavolo”, non mi preoccupo tanto come quando vedo questa gente che ha aperto la porta ai demoni educati, a quelli che persuadono da dentro di non essere tanto nemici: “Siamo amici”». Perché, come dice il Vangelo odierno, «l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima». Così il Pontefice ha rilanciato: «Io tante volte mi domando cosa è peggiore nella vita di una persona: un peccato chiaro o vivere nello spirito del mondo, della mondanità? Che il demonio ti butti su un peccato — anche, non uno, venti, trenta peccati, ma chiari, che tu ti vergogni — o che il demonio sia a tavola con te e viva, abiti con te ed è tutto normale, ma lì, ti dà le insinuazioni e ti possiede con lo spirito della mondanità?». «Mi viene in mente — ha confidato il Papa — la preghiera di Gesù nell’ultima cena: “Padre, io ti chiedo per questi, difendili dallo spirito del mondo”». E «lo spirito della mondanità è questo: quello che portano i demoni educati». «Preghiamo, senza paura» è l’invito del Pontefice, che voluto ricordare l’avvertimento di Isaia ad Acaz. «Quando una volta, il popolo di Israele ha visto venire contro di lui un esercito grande, capace di distruggere tutto, si è impaurito e il profeta, nel nome di Dio disse: “Vigilanza e calma”». E così, ha affermato Francesco, «davanti a questi demoni educati che vogliono entrare per la porta di casa come invitati a nozze, diciamo: “vigilanza e calma”». Dunque «vigilanza è il messaggio di Gesù, la vigilanza cristiana». E in conclusione il Papa ha suggerito anche alcune domande per un esame di coscienza su questo punto: «Cosa succede nel mio cuore? Perché sono così mediocre? Perché sono così tiepido? Quanti “educati” abitano a casa senza pagare l’affitto?». Fonte.www.avvenire.it