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Papa:la misericordia di Dio
Avvenire,   19/03/2019
Santa Marta. Il Papa: imitate la misericordia del Signore, no alle «tasche chiuse» Barbara Castelli – Vatican News lunedì 18 marzo 2019 Francesco parla della misericordia di Dio e offre alcuni suggerimenti per vivere a pieno il tempo della Quaresima Non giudicare gli altri, non condannare e perdonare: in questo modo si imita la misericordia del Padre. Nella Messa a Santa Marta, Papa Francesco ricorda a tutti che “per non sbagliare” nella vita, bisogna “imitare Dio”, “camminare davanti agli occhi del Padre”. Partendo dall’odierno Vangelo di Luca (Lc 6,36-38), il Pontefice parla anzitutto della misericordia di Dio, capace di perdonare le azioni più “brutte”. Barbara Castelli – Vatican News La misericordia di Dio è una cosa tanto grande, tanto grande. Non dimentichiamo questo. Quanta gente [dice]: “Io ho fatto delle cose tanto brutte. Io ho comprato il mio posto nell’inferno, non potrò tornare indietro”. Ma pensa alla misericordia di Dio? Ricordiamo quella storia della povera signora vedova che è andata a confessarsi dal curato d’Ars (il marito si era suicidato; si era buttato dal ponte [giù nel] al fiume?). E piangeva. Disse: “Ma, io sono una peccatrice, poveretta. Ma povero mio marito! È all’inferno! Si è suicidato e il suicidio è un peccato mortale. È all’inferno”. E il curato d’Ars disse: “Ma, si fermi signora, perché tra il ponte e il fiume c’è la misericordia di Dio”. Ma fino alla fine, fino alla fine, c’è la misericordia di Dio. Buone abitudini per la Quaresima Per mettersi nel solco della misericordia, Gesù indica tre consigli pratici. Anzitutto non “giudicare”: una “brutta abitudine” da cui astenersi, soprattutto in questo tempo di Quaresima. Anche, è un’abitudine che si immischia nella nostra vita anche senza che noi ci accorgiamo. Sempre! Anche per iniziare un colloquio: “Hai visto quello cosa ha fatto?”. Il giudizio sull’altro. Pensiamo quante volte al giorno noi giudichiamo. Ma per favore! Sembriamo giudici mancati tutti, no! Tutti. Ma sempre per iniziare un colloquio, un commento su un altro: “Ma guarda, si è fatto la chirurgia estetica! È più brutta di prima”. In secondo luogo, non bisogna giudicare. E, infine, perdonare, anche se è “tanto difficile”, perché le nostre azioni danno “la misura a Dio di come deve fare con noi”. Teniamo le tasche aperte Nell’omelia, Papa Bergoglio invita tutti ad apprendere la saggezza della generosità, via maestra per rinunciare alle “chiacchiere”, in cui “giudichiamo continuamente, condanniamo continuamente e difficilmente perdoniamo”. Il Signore ci insegna: “Date”. “Date e vi sarà dato”: siate generosi nel dare. Non siate “tasche chiuse”; siate generosi nel dare ai poveri, a coloro che hanno bisogno e anche dare tante cose: dare dei consigli, dare dei sorrisi alla gente, sorridere. Sempre dare, dare. “Date e vi sarà dato. E vi sarà dato in una misura buona, pigiata, colma e traboccante”, perché il Signore sarà generoso: noi diamo uno e Lui ci darà cento di tutto quello che noi diamo. E questo è l’atteggiamento che blinda il non giudicare, il non condannare e il perdonare. L’importanza dell’elemosina, ma non solo l’elemosina materiale, ma anche l’elemosina spirituale; perdere il tempo con un altro che ha bisogno, visitare un ammalato, sorridere. Fonte.www.avvenire.it
Papa:vita eterna
Avvenire,   18/03/2019
L'Angelus. Il Papa: «Nessuno arriva alla vita eterna senza portare la propria croce» Redazione Internet lunedì 18 marzo 2019 Commentando il Vangelo di Luca che racconta l'evento della Trasfigurazione di Gesù, Francesco ha ricordato l'importanza della preghiera nel periodo della Quaresima Nel cammino che stiamo compiendo verso la solennità pasquale, vertice dell’anno liturgico e significato ultimo di ogni scelta per i cristiani, il Papa - nella sua riflessione prima della preghiera mariana dell'Angelus - si sofferma sul significato della tappa che oggi il Vangelo di Luca segna: Gesù che, presi con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello, "li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro". Grande è il loro stupore, fa notare il Papa, davanti ad un volto che non ha più sembianze umane. Soprattutto Pietro, vorrebbe che questo momento di Grazia non finisse più, ma, aggiunge Francesco, né lui né gli altri discepoli sono pronti ancora ad accettare la prossima Pasqua di sofferenza, morte e risurrezione. Da qui la prima sottolineatura del Papa: «Gesù sa che loro non accettano questa realtà – realtà della croce, la realtà della morte di Gesù -, e allora vuole prepararli a sopportare lo scandalo della passione e della morte di croce, perché sappiano che questa è la via attraverso la quale il Padre celeste farà giungere alla gloria il suo Figlio eletto, risuscitandolo dai morti. E questa sarà anche la via dei discepoli: nessuno arriva alla vita eterna se non seguendo Gesù, portando la propria croce nella vita terrena. Ognuno di noi, ha la propria croce. Il Signore ci fa vedere la fine di questo percorso che è la Risurrezione, la bellezza, portando la propria croce». E' innanzitutto questo - secondo Francesco- che la Trasfigurazione ci mostra: la"prospettiva della sofferenza cristiana". Essa non è un "sadomasochismo", è un "passaggio necessario ma transitorio", afferma il Papa, perché più grande è la meta a cui siamo chiamati, "luminoso" è il nostro "punto di arrivo", come luminoso è il "volto di Cristo trasfigurato" che ha in sé "salvezza", "beatitudine", "luce", "amore senza limiti": «Mostrando così la sua gloria, Gesù ci assicura che la croce, le prove, le difficoltà nelle quali ci dibattiamo hanno la loro soluzione e il loro superamento nella Pasqua. Perciò, in questa Quaresima, saliamo anche noi sul monte con Gesù! Ma in che modo? Con la preghiera. Saliamo al monte con la preghiera; la preghiera silenziosa, la preghiera del cuore, la preghiera … Sempre cercando il Signore. Rimaniamo qualche momento in raccoglimento, ogni giorno un pochettino, fissiamo lo sguardo interiore sul suo volto e lasciamo che la sua luce ci pervada e si irradi nella nostra vita». La Trasfigurazione dell'umano in divino avviene infatti nel momento di unione intima tra Gesù e il Padre. Francesco fa notare come nel Vangelo, l'apostolo Luca insinta sul fatto che Gesù fosse in preghiera: "aderiva con tutto Sé stesso alla volontà di salvezza del Padre compresa la croce" quando la "gloria di Dio lo invase". Eccolo l'altro aspetto della Trasfigurazione: il potere trasformante della preghiera sull'uomo e, attraverso l'uomo, sul mondo. Quante volte, afferma il Papa parlando a braccio, "abbiamo trovato persone con lo sguardo luminoso. La Preghiera fa questo: ci fa luminosi". Da qui il nuovo invito del Pontefice per il periodo di preparazione alla Pasqua: «Proseguiamo con gioia il nostro itinerario quaresimale. Diamo spazio alla preghiera e alla Parola di Dio, che abbondantemente la liturgia ci propone in questi giorni. La Vergine Maria ci insegni a rimanere con Gesù anche quando non lo capiamo e non lo comprendiamo. Perché solo rimanendo con Lui vedremo la sua gloria». Al termine dell'Angelus, il Papa ha nuovamente rivolto il suo pensiero alle vittime dell'orribile attentato di venerdì scorso, contro due moschee a Christchurch in Nuova Zelanda, esprimendo vicinanza ai "fratelli musulmani" e invitando tutti i fedeli in Piazza a pregare per contrastare odio e violenza. Poi il saluto in particolare ai pellegrini provenienti dalla Polonia, dal Brasile e a quelli particolarmente numerosi dall'Angola. Fonte.www.avvenire.it
Quaresima:il digiuno
Avvenire,   17/03/2019
Quaresima. Il digiuno? Non dieta ma grido di libertà contro il peccato Giacomo Gambassi sabato 16 marzo 2019 Non solo il cibo al centro della pratica quaresimale. «Rinunciamo anche al cellulare», suggerisce il teologo padre McNamara. «Un esercizio non estetico ma per vincere le passioni» Il digiuno che marca la Quaresima è «un grido di libertà che ci affranca da tutto quanto ci lega a noi stessi e alle nostre passioni». Guai, quindi, a ridurlo a «un peso oneroso» o a un «semplice esercizio estetico» assimilabile a qualche dieta sempre più in voga. Padre Edward McNamara, docente di teologia e liturgia all’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma, spiega il senso di una delle “pratiche” al centro dei quaranta giorni di conversione che preparano alla Pasqua. Di origine irlandese, appartenente ai Legionari di Cristo, esperto direttore spirituale, il sacerdote osserva che «preparare una grande festa con il digiuno è un modo per sottolinearne l’importanza». La “pia” azione si inserisce a pieno nella storia della Chiesa. «Nel corso dei secoli – afferma il liturgista – la Chiesa era solita riconciliare i penitenti e battezzare i catecumeni in occasione della Pasqua. Dato che ambedue queste categorie si preparavano con il digiuno, l’intera comunità cristiana che li accompagnava ha voluto farsi penitente con i penitenti e con i neofiti». La tradizione distingue fra digiuno e astinenza, anche se le due tipologie vanno osservate assieme il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo. «Il digiuno – chiarisce il docente – si riferisce principalmente alla quantità di cibo mentre l’astinenza guarda a ciò che si mangia. Quando si compie il digiuno, è possibile fare un solo pasto completo mentre gli altri saranno “leggeri” in base alle consuetudini. Non si consumano cibi solidi nel resto del giorno, ma sono consentiti i liquidi, inclusi il tè, il caffè e i succhi». L’astinenza, invece, che è propria dei venerdì di Quaresima, «esclude il consumo di carne. Un alimento che può essere sostituito da altri cibi come le verdure o il pesce. Certo, questa legge va sempre osservata senza mettere a rischio la salute delle persone. Inoltre in passato, e ancor oggi in qualche Chiesa d’Oriente, l’astinenza includeva anche i prodotti d’origine animale come il latte, il burro, le uova e le salse fatte con il grasso d’animale. Anche se questo precetto non esiste più nella Chiesa latina, resta da noi l’usanza del Martedì grasso durante il quale si dovrebbero consumare i prodotti “grassi” presenti nella casa prima dell’inizio della Quaresima». Poi il teologo aggiunge una curiosità. «Alcuni sostengono che la birra sia stata voluta come alimento quaresimale nei monasteri benché la si conosca da circa 5mila anni». Il digiuno ha precise radici bibliche. «Nell’Antico Testamento – afferma padre McNamara – esso rappresenta un richiamo a farsi umili davanti a Dio e rimanda alla totale dipendenza dal Signore riconoscendo nel cibo, che mantiene l’uomo in vita, un dono dell’Altissimo. Così si digiuna, ad esempio, prima di una sfida difficile, prima di chiedere una grazia oppure per implorare perdono per un peccato. Tutto questo rimane valido nel Nuovo Testamento ma, di fronte al pericolo di una certa ostentazione, Gesù raccomanda maggiore discrezione nel modo di fare digiuno senza mostrare evidenti indizi esterni. In questo contesto rientrano anche le ceneri che esortano alla penitenza». Il digiuno va a braccetto con l’elemosina e la preghiera, gli altri due “segni” della Quaresima come ha scritto anche papa Francesco nel Messaggio per la Quaresima 2019. «Perché la rinuncia – avverte l’esperto – non è fine a se stessa e nemmeno una “prova” di mero dominio personale, come potrebbe essere per un atleta. Se desideriamo essere liberi da quanto ci opprime, è sempre per tornare a Dio, per vivere la carità con tutto il cuore e con tutta l’anima e per amare il prossimo come se stessi». Ma come può digiunare l’uomo contemporaneo? Non solo rinunciando al cibo... «Dal momento che intendiamo il digiuno come uno sforzo che ci aiuta a spezzare le catene del peccato – conclude lo studioso –, ci possono essere molti modi per compiere questa pratica, oltre a quelli che la tradizione ci offre. Così, tanto per dare un suggerimento, possiamo digiunare da alcuni mezzi della comunicazione sociale, a cominciare dall’uso smodato del cellulare. Tutto ciò consente di aprici a Dio e agli altri dedicando anche più spazio alla preghiera e di giungere davvero rinnovati ad accogliere il Risorto». LE REGOLE PER IL DIGIUNO E L'ASTINENZA SECONDO IL DIRITTO CANONICO La pratica del digiuno, insieme con quella dell’astinenza, è regolata dal Codice di Diritto canonico. Il canone 1251 stabilisce: «Si osservi l’astinenza dalle carni o da altro cibo, secondo le disposizioni della Conferenza episcopale, in tutti e singoli i venerdì dell’anno, eccetto che coincidano con un giorno annoverato tra le solennità; l’astinenza e il digiuno, invece, il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì della Passione e Morte del Signore». Il canone 1252 chiarisce: «Alla legge dell’astinenza sono tenuti coloro che hanno compiuto il 14° anno di età; alla legge del digiuno, invece, tutti i maggiorenni fino al 60° anno iniziato. Tuttavia i pastori d’anime e i genitori si adoperino perché anche coloro che non sono tenuti alla legge del digiuno e dell’astinenza a motivo della minore età, siano formati al genuino senso della penitenza». Fonte.www.avvenire.it
Verona:Conferenza famiglia
Avvenire,   16/03/2019
Verona. La Conferenza sulla famiglia «oltre le polemiche e le ideologie» Luciano Moia, Verona venerdì 15 marzo 2019 Gli organizzatori presentano l'appuntamento di fine marzo (29-31): tre giorni di dibattiti, con una marcia conclusiva. «Un incontro non 'contro', ma 'per'... » Famiglia oltre le polemiche, oltre le ideologie, oltre le strumentalizzazioni. È la speranza degli organizzatori del Congresso mondiale delle famiglie, che si svolgerà a Verona dal 29 al 31 marzo. Oggi le associazioni promotrici hanno presentato l’iniziativa. Tre giorni di dibattiti, anche se con un programma ancora da definire nel dettaglio, e poi una marcia conclusiva per le vie di Verona, che cercheranno di ribadire l’obiettivo autentico dell’evento. Nessun utilizzo strumentale dei temi da sempre legati all’associazionismo familiare, ma una riflessione serena, aperta, non univoca, sulle tante declinazione legate al far famiglia. “Non sarà un incontro “contro” – ha assicurato Toni Brandi, presidente del Congresso mondiale delle famiglie – ma “per” i diritti, la salute, la dignità delle persone coinvolte nell’impegno familiare, madri, padri, bambini”. Insieme, naturalmente, alla volontà di ribadire la centralità della famiglia nel quadro politico e culturale di un Occidente che sembra aver smarrito la bussola dei valori familiari. Che sono poi condensati negli approfondimenti tematici previsti nella tre giorni veronese. Si parlerà di salute e dignità della donna, bellezza del matrimonio, diritti dei bambini, sviluppo umano integrale, difesa della vita, demografia, politiche familiari, donne nella storia e tanto altro ancora. Il congresso mondiale – siamo alla 13esima edizione – nasce su iniziativa dell’International organization of family, la realtà capofila di questa kermesse, non molto conosciuta in Italia, presieduta da Brian Brown, che opera dagli Stati Uniti. Ma le organizzazioni più attive sembrano radicate soprattutto nell’Est europeo. Le ultime tre edizioni si sono tenute in Georgia (2016), Ungheria (2017) e Moldavia (2018). A Verona saranno presenti, tra gli altri, il presidente della Moldavia, Igor Dodon, l’ambasciatore dell’Ungheria presso la Santa Sede, Eduard Hasdsburg-Lothringen, il ministro della famiglia dell’Ungheria, Katalin Novak, l’ambasciatore polacco in Italia, Konrad Glebocki. Una presenza sovranista che spiega, almeno in parte, l’adesione compatta della Lega all’iniziativa di Verona. Ci saranno Matteo Salvini, il ministro della famiglia Lorenzo Fontana, quello dell’istruzione Marco Bussetti e naturalmente il governatore del Veneto Luca Zaia. Uno schieramento impegnativo che potrebbe rischiare di trasformare il Congresso veronese in una passerella del Carroccio. Ma Massimo Gandolfini, neurochirurgo, leader del Family Day, assicura che gli orizzonti di riferimento del Congresso mondiale sono da una parte la dottrina sociale della Chiesa – oggi ha fatto una lunga citazione di un intervento sulla famiglia di papa Francesco – dall’altra la Carta costituzionale. La presenza massiccia di leader sovranisti dell’Est europeo? Nessun problema. Come non si vorrebbe dare troppo rilievo alle polemiche scatenate i questi giorni dal M5S con dichiarazioni, battute e tentativi di ridimensionare il profilo culturale dell’evento. Che, invece, assicurano gli organizzatori, è di primo piano e tutt’altro che unilaterale dal punto di vista dell’orientamento. È davvero così? Vedremo quando sarà completato il quadro dei relatori, anche se i tanti esperti che hanno già assicurato la loro presenza lasciano ben sperare. Durante la conferenza stampa, è stato affrontato anche il problema dei finanziamenti. Chi sostiene l’impegno finanziario dell’organizzazione? Nei giorni scorsi, tra le tante voci che circolano intorno a questo evento contestato, era stato detto che risorse cospicue sarebbero state promesse dall’internazionale sovranista dell’Est. Ma Toni Brandi ha risolto il problema. Gli oneri più impegnativi, circa 200mila euro, arrivano da un benefattore che ha attinto dai suoi risparmi personali. Un italiano, un russo, un americano? “Non posso dirlo”, ha tagliato corto Brandi “perché nel Vangelo si legge 'non sappia la tua destra quello che fa la sinistra'. E poi questo benefattore ha chiesto l’anonimato”. Fonte.www.avvenire.it
Bologna:violenza contro le donne
Avvenire,   16/03/2019
Benedetto XVI Cei Documenti Cei Ecumenismo Giovani Giubileo Gmg Lotta agli abusi Santi e Beati Bologna. Dalle religioni un «argine» alla violenza contro le donne Laura Caffagnini, Bologna giovedì 14 marzo 2019 Nasce a Bologna l’Osservatorio che coinvolgerà rappresentanti di Chiese e comunità religiose in Italia. Fra le priorità, la promozione della dignità e la valorizzazione del genio femminile La firma dell'Appello ecumenico contro la violenza sulle donne siglato nel 2015 Oggi a Bologna viene lanciato l’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne (Oivd) che si apre un nuovo capitolo nella storia di dialogo che coinvolge Chiese e comunità religiose presenti in Italia. Il progetto viene presentato in un articolato programma e nasce dalla base e dalla realtà femminile, per riproporre e rilanciare un’iniziativa che si svolse nel 2015. Il 9 marzo di quell’anno a Roma dieci Chiese cristiane firmarono in Senato un Appello ecumenico alle Chiese contro la violenza sulle donne. Il documento, ideato dalla Commissione studi della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e condiviso dall’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale italiana, riconosceva la violenza contro le donne come emergenza nazionale scaturita spesso in famiglia e come gesto contro Dio stesso e ogni essere umano. Per questo i firmatari, da un lato, chiedevano agli attori sociali di rispettare e promuovere la dignità delle donne, dall’altro, impegnavano le Chiese rappresentate a esercitare un’azione educativa e pastorale per aiutare la parte maschile a liberarsi dalla spinta a commettere violenza sulle donne e a promuovere la loro dignità e ruolo all’interno delle comunità cristiane e della società intera. Dopo questo passo si attendevano ricadute nella pastorale ordinaria delle comunità cristiane che stentavano a maturare, così che l’Appello rischiava di rimanere un buon proposito. Sulla questione vigilavano alcune donne impegnate nel movimento ecumenico. Tra loro Paola Cavallari, responsabile del gruppo bolognese del Segretariato attività ecumeniche, che ha promosso dal 2016 al 2018 a Bologna tre tavole rotonde interreligiose sul tema della violenza contro le donne. Su questo terreno ha affondato le radici l’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne che viene presentato oggi alla Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII. Dopo l’assemblea delle ventidue donne costituenti, che vivono e operano in diverse regioni italiane, alle 16.30 inizierà la sessione pubblica. Alberto Melloni, segretario della Fondazione, terrà il saluto augurale a cui seguirà la cerimonia della firma del Protocollo d’intesa che costituisce il patto fondativo dell’Osservatorio. Il programma continuerà con una conferenza stampa, un saluto del presidente del Segretariato attività ecumeniche, Piero Stefani, e la presentazione del libro curato da Paola Cavallari Non solo reato, anche peccato. Religioni e violenza contro le donne (Effatà Editrice), che raccoglie i contributi di teologhe e studiosi impegnati nelle chiese, nel mondo accademico e nell’associazionismo, moti di loro intervenuti alle tavole rotonde interreligiose di Bologna. Ludovica Eugenio, direttrice dell’agenzia di stampa Adista, intervisterà la curatrice. L’incontro, aperto a tutte e a tutti, si concluderà con un buffet. Tra gli invitati al pomeriggio bolognese ci sono le associazioni di uomini che stanno compiendo un lavoro di autocoscienza per raggiungere un migliore rapporto con se stessi e con il genere femminile. Alcuni hanno già collaborato alle tavole interreligiose portando la loro riflessione sul tema delle violenze contro le donne. L’Osservatorio nasce da donne e diffonde la voce delle donne ma è anche aperto all’adesione maschile e alla promozione di quelle voci che sensibilizzano la società su un nuovo modo di rapportarsi tra uomini e donne. Anche nelle religioni. © Riproduzione riservata COMMENTA E CONDIVIDI ARGOMENTI: Chiesa pubblicità Chiesa Quaresima Finiti gli esercizi spirituali, papa Francesco ringrazia il predicatore Forlì Una «chiesa a colori» che parla anche ai più piccoli Quinto Cappelli, Forlì Bruxelles Scomparso a 85 anni il cardinale belga Danneels Gianni Cardinale pubblicità Chiesa
Ue:corpi di solidarietà
Avvenire,   14/03/2019
Parlamento Ue. Stanziato un miliardo per i Corpi di solidarietà Alessia Guerrieri mercoledì 13 marzo 2019 Il Parlamento Europeo ha dato il via libera all’istituzione del Corpo Europeo di solidarietà, già sperimentato con un programma pilota nel biennio 2018-2020 Un progetto che diventa stabile nel quinquennio 2021-2027, con fondi e regolamenti autonomi. Cioè con gambe proprie su cui camminare, portando i giovani europei tra il 18 e i 30 anni a fare un’esperienza di volontariato trasnazionale ampliando gli orizzonti del già presente servizio volontario europeo. Con amplissima maggioranza – 513 sì, 95 no e 64 astenuti – e dando un segnale forte ieri a Strasburgo la plenaria del Parlamento Europeo ha dato il via libera all’istituzione del Corpo Europeo di solidarietà, già sperimentato con un programma pilota nel biennio 2018-2020. Ma rispetto ai 376 milioni di fondi stanziati in questa prima fase, adesso l’Europa si è impegnata a inserire nel prossimo esercizio finanziario fondi per 1,1 miliardi di euro, di cui il 20% sono risorse aggiuntive nuove. Anche perché l’idea di avere l’opportunità di aiutare gli altri (fino a 12 mesi) è piaciuta molto agli under 30 del continente, visto che dal lancio dell’iniziativa nel 2016 più di 70mila ragazzi si sono registrati al portale online dedicato e 7mila stanno già partecipando ad attività di inclusione sociale, integrazione dei migranti e sostegno delle comunità locali. Come quella di Norcia – dove è stato applicato per la prima volta il piano pilota – in cui i ragazzi europei hanno aiutato a ripristinare i servizi essenziali dopo il terremoto. Con l’approvazione di questo regolamento nel Parlamento Europeo «stiamo dando un importante segnale, in tempi spesso bui e oscurantisti per la solidarietà in Europa», spiega non senza soddisfazione l’eurodeputata dem Silvia Costa (gruppo S&D), perché «si compie un importante passo in avanti verso l’istituzione di un nuovo, stabile, programma dell’Unione dedicato per la quasi totalità ad attività di volontariato dei giovani, compresi quelli più fragili». Così come proposto in commissione Cultura, l’assemblea ha approvato anche la divisione delle attività per l’86% al volontariato puro, l’8% a tirocini e lavoro (è stata inserita l’obbligatorietà della remunerazione per evitare abusi) e il 6% agli aiuti umanitari (qui non esiste limite d’età e si stima vi parteciperanno circa 4.500 persone). Più stringente anche il programma di controlli e il 'marchio di qualità' che le organizzazioni partecipanti dovranno dimostrare di avere. «L’augurio adesso è che il prossimo Parlamento Europeo – conclude Costa – riparta da questo testo per avviare i negoziati con i governi al fine di rendere il programma strutturale». Fonte.www.avvenire.it
Papa:il diavolo
Avvenire,   11/03/2019
Angelus. Il Papa: con il diavolo non si dialoga, si risponde con la Parola di Dio Redazione Internet lunedì 11 marzo 2019 Francesco all'Angelus in piazza San Pietro ha ricordato che la vita interiore, la fede in Dio e la certezza del suo amore sono i rimedi contro le tentazioni "Col diavolo non si dialoga, non si deve dialogare ma solo gli si risponde con la Parola di Dio". Le tentazioni rappresentano "l'illusione di poter ottenere il successo e la felicità". Sono le parole di papa Francesco nell'Angelus a piazza San Pietro, commentando il Vangelo sulle tentazioni cui viene sottoposto Gesù nel deserto. "Le tre tentazioni indicano tre strade che il mondo sempre propone promettendo grandi successi: l'avidità di possesso, la gloria umana, la strumentalizzazione di Dio", spiega papa Francesco. "Sono queste le strade che ci vengono messe davanti, con l'illusione di poter così ottenere il successo e la felicità - ha sottolineato -. Ma, in realtà, esse sono del tutto estranee al modo di agire di Dio; anzi, di fatto ci separano da Lui, perché sono opera di Satana". Parlando dell'avidità di possesso, il Papa ha spiegato che "è sempre questa la logica insidiosa del diavolo. Egli parte dal naturale e legittimo bisogno di nutrirsi, di vivere, di realizzarsi, di essere felici, per spingerci a credere che tutto ciò è possibile senza Dio, anzi, persino contro di Lui". Sulla seconda tentazione, la gloria umana, sottolinea il rischio di "perdere ogni dignità personale", lasciandosi "corrompere dagli idoli del denaro, del successo e del potere, pur di raggiungere la propria autoaffermazione". "Si gusta l'ebbrezza di una gioia vuota - dice - che ben presto svanisce". Sulla strumentalizzazione di Dio, Francesco ha spiegato si tratta della tentazione "di voler 'tirare Dio dalla nostra parte", chiedendogli grazie che in realtà servono a soddisfare il nostro orgoglio". Il Papa ha concluso poi sottolineando come "Gesù nel rispondere al tentatore non entra in dialogo ma risponde alle tre sfide soltanto con la parola di Dio". "Questo ci insegna che con il diavolo non si dialoga - conclude -, non si deve dialogare, solo gli si risponde con la parola di Dio". Fonte.www.avvenire.it
Papa:i cristiani
Avvenire,   09/03/2019
Santa Marta. Papa Francesco: i cristiani non siano ipocriti, con l’anima truccata “Il formale è un’espressione del reale”, ma devono procedere “insieme”, altrimenti si finisce per vivere un’esistenza di “apparenze”, una vita “senza verità” nel “cuore”. È la riflessione che Papa Francesco - come riporta Vatican News - ha proposto nell’omelia della Messa celebrata a Santa Marta, partendo da un brano tratto dal libro del profeta Isaia. Fare penitenza mostrandosi lieti La semplicità delle apparenze dovrebbe essere riscoperta soprattutto in questo periodo di Quaresima, attraverso l’esercizio del digiuno, dell’elemosina e della preghiera. I cristiani, infatti, dovrebbero fare penitenza mostrandosi lieti; essere generosi con chi è nel bisogno senza “suonare la tromba”; rivolgersi al Padre quasi “di nascosto”, senza cercare l’ammirazione degli altri. Al tempo di Gesù, spiega Papa Bergoglio nell’omelia, l’esempio era palese nella condotta del fariseo e del pubblicano, oggi i cattolici si sentono “giusti” perché appartengono a una tale “associazione”, vanno a “Messa tutte le domeniche” e non sono “come quei poveracci che non capiscono nulla”. Coloro che cercano le apparenze, mai si riconoscono peccatori e se tu dici loro: “Ma tu anche sei peccatore!” – “Ma, sì, peccati abbiamo tutti!”, e relativizzano tutto e tornano a diventare giusti. Anche cercano di apparire con faccia da immaginetta, di santino: tutto apparenza. E quando c’è questa differenza tra la realtà e l’apparenza, il Signore usa un aggettivo: “Ipocrita”. L’ipocrisia del quotidiano e i professionisti della religione Ogni individuo è tentato dalle ipocrisie e il tempo che ci conduce alla Pasqua può essere occasione per riconoscere le proprie incoerenze, per individuare gli strati di strucco applicati per “nascondere la realtà”. Papa Francesco insiste sull’aspetto dell’ipocrisia, un tema emerso con forza anche durante la XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, sul tema: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. I giovani, precisa, sono non colpiti da quanti cercano di apparire, ma poi non si comportano di conseguenza, soprattutto quando questa ipocrisia è indossata dai “professionisti della religione”. Il Signore chiede, invece, coerenza. Tanti cristiani, anche cattolici, che si dicono cattolici praticanti, come sfruttano la gente! Come sfruttano gli operai! Come li mandano a casa all’inizio dell’estate per riprenderli alla fine, così non hanno diritto alla pensione, non hanno diritto ad andare avanti. E tanti di questi si dicono cattolici: vanno alla Messa la domenica … ma fanno questo. E questo è peccato mortale! Quanti umiliano i loro operai. Un’anima acqua e sapone In questo tempo di Quaresima, Papa Francesco invita tutti a riscoprire la bellezza della semplicità, della realtà che “deve essere unita all’apparenza”. Chiedi al Signore la forza e vai umilmente avanti, con quello che puoi. Ma non truccarti l’anima, pFonte.www.avvenire.iterché se tu ti trucchi l’anima, il Signore non ti riconoscerà. Chiediamo al Signore la grazia di essere coerenti, di non essere vanitosi, di non apparire più degni di quello che siamo. Chiediamo questa grazia, in questa Quaresima: la coerenza tra il formale e il reale, tra la realtà e le apparenze. Fonte.www.avvenire.it
Papa:l'ingiustizia
Avvenire,   09/03/2019
Vaticano. Il Papa: «L’ingiustizia che fa piangere terra e poveri non è invincibile» Gianni Cardinale venerdì 8 marzo 2019 Il discorso di Francesco ai partecipanti dalla Conferenza internazionale sulle religioni e gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, ricevuti in udienza Papa Francesco auspica “risposte concrete al grido della terra e al grido dei poveri”. Lo fa ricevendo oggi in udienza i partecipanti alla Conferenza Internazionale “Religions and the Sustainable Development Goals (SDGs): Listening to the cry of the earth and of the poor”, promossa dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale e dal pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, in corso in Vaticano dal 7 al 9 marzo. Lo fa con un incoraggiamento “a continuare a lottare per il cambiamento che le circostanze attuali richiedono, perché l’ingiustizia che fa piangere la terra e i poveri non è invincibile”. Il Pontefice invita i partecipanti al Convegno a sostenere “impegni concreti per promuovere uno sviluppo reale in modo sostenibile attraverso processi aperti alla partecipazione delle persone”. A studiare “proposte concrete per facilitare lo sviluppo di chi è nel bisogno”, avvalendosi di quella che il papa Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in Veritate ha ravvisato come “la possibilità di una grande ridistribuzione della ricchezza a livello planetario come in precedenza non era mai avvenuto”. A indicare “politiche economiche concrete che siano incentrate sulla persona e che possano promuovere un mercato ed una società più umani”. A calibrare “misure economiche concrete che prendano seriamente in considerazione la nostra casa comune”. Ad assumere insomma “impegni etici, civili e politici concreti per svilupparsi al fianco della nostra sorella terra, e non malgrado essa”. Nel suo discorso papa Francesco ricorda che “quando parliamo di sostenibilità, non possiamo trascurare l’importanza dell’inclusione e dell’ascolto di tutte le voci, specialmente di quelle normalmente emarginate da questo tipo di discussioni, come quelle dei poveri, dei migranti, degli indigeni e dei giovani”. E rimarca che l’Agenda 2030 e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, approvati da oltre 190 nazioni nel settembre 2015, “sono stati un grande passo avanti per il dialogo globale”, nel segno della necessaria “nuova solidarietà universale” auspicata nell’enciclica Laudato si’. Infatti diverse tradizioni religiose, “compresa quella cattolica”, hanno accolto “gli obiettivi di sviluppo sostenibile perché sono il risultato di processi partecipativi globali che, da un lato, riflettono i valori delle persone e, dall’altro, sono sostenuti da una visione integrale dello sviluppo”. Papa Francesco quindi puntualizza che proporre un dialogo su uno sviluppo inclusivo e sostenibile richiede anche di riconoscere che “sviluppo” è “un concetto complesso, spesso strumentalizzato”. Infatti “per troppo tempo l’idea convenzionale di sviluppo è stata quasi interamente limitata alla crescita economica”. Così gli indicatori di sviluppo nazionale si sono basati sugli indici del prodotto interno lordo, sul PIL. E questo “ha guidato il sistema economico moderno su un sentiero pericoloso, che ha valutato il progresso solo in termini di crescita materiale, per il quale siamo quasi obbligati a sfruttare irrazionalmente sia la natura sia gli esseri umani”. Citando l’enciclica Populorum Progressio di san Paolo VI, papa Francesco ricorda invece che “parlare di sviluppo umano significa riferirsi a tutte le persone – non solo a pochi – e all’intera persona umana – non alla sola dimensione materiale –“. Ecco quindi che “una fruttuosa discussione sullo sviluppo dovrebbe offrire modelli praticabili di integrazione sociale e di conversione ecologica, perché non possiamo svilupparci come esseri umani fomentando crescenti disuguaglianze e il degrado dell’ambiente”. Papa Francesco si rallegra in particolare che i partecipanti alla Conferenza “sono disposti ad ascoltare le voci religiose quando discutono sull’attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile”. E ricorda che l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite “propone di integrare tutti gli obiettivi attraverso le cinque P : persone, pianeta, prosperità, pace e partnership”. “Accolgo con favore questa impostazione integrata degli obiettivi; - afferma il Pontefice - essa può servire anche a preservare da una concezione della prosperità basata sul mito della crescita e del consumo illimitati (cfr Enc. Laudato si’, 106), per la cui sostenibilità dipenderemmo solo dal progresso tecnologico”. Infatti gli obiettivi economici e politici da soli non bastano, ma “devono essere sostenuti da obiettivi etici, che presuppongono un cambiamento di atteggiamento, la Bibbia direbbe un cambiamento di cuore”. È necessaria quindi quella “conversione ecologica” già prefigurata da san Giovanni Paolo II in una sua Catechesi del 17 gennaio 2001. E “qui le religioni hanno un ruolo chiave da svolgere”. Infatti “per una corretta transizione verso un futuro sostenibile, occorre riconoscere ‘i propri errori, peccati, vizi o negligenze’, occorre ‘pentirsi di cuore, cambiare dal di dentro’, per essere riconciliati con gli altri, con la creazione e con il Creatore”. E così “se vogliamo dare basi solide al lavoro dell’Agenda 2030, dobbiamo respingere la tentazione di cercare una risposta semplicemente tecnocratica alle sfide, essere disposti ad affrontare le cause profonde e le conseguenze a lungo termine”. Un pensiero speciale papa Francesco lo rivolge infine alle popolazioni indigene, che “sebbene rappresentino solo il 5% della popolazione mondiale” si prendono cura “di quasi il 22% della superficie terrestre”. Per questo “la loro voce e le loro preoccupazioni dovrebbero essere al centro dell’attuazione dell’Agenda 2030 e al centro della ricerca di nuove strade per un futuro sostenibile”. “Ne discuterò anche con i miei fratelli Vescovi al Sinodo della Regione Panamazzonica, alla fine di ottobre di quest'anno”, assicura il Pontefice. Il discorso del Papa è accompagnato in nota, da una riflessione sulla necessità di “mettere completamente in discussione” un modello di sviluppo in cui “a causa delle disuguaglianze nella distribuzione del potere, il peso di debiti immensi viene scaricato sulle spalle dei poveri e dei Paesi poveri”, in cui “ disoccupazione è diffusa nonostante l’espansione dei commerci”, o in cui “le persone vengono semplicemente trattate come un mezzo per la crescita di altri”. “Allo stesso modo, - aggiunge il Pontefice - quando in nome del progresso distruggiamo la fonte dello sviluppo, la nostra casa comune, allora il modello dominante deve essere chiamato in causa”. Così “mettendo in discussione tale modello e rivisitando l’economia mondiale, gli interlocutori di un dialogo sullo sviluppo dovrebbero essere in grado di trovare un sistema globale economico e politico alternativo”. Tuttavia, affinché ciò accada, sottolinea papa Francesco, “dobbiamo affrontare le cause della distorsione dello sviluppo, ossia ciò che nella dottrina sociale cattolica recente va sotto il nome di ‘peccati strutturali’”. Quindi “denunciare tali peccati è già un buon contributo che le religioni danno alla discussione sullo sviluppo del mondo”. Ma accanto alla denuncia, è necessario “anche proporre alle persone e alle comunità delle vie praticabili di conversione”. Fonte.www.avvenire.it
Papa:sviluppo sostenibile
L'Osservatore Romano,   08/03/2019
· Il Papa invoca un modello di sviluppo sostenibile basato sulla conversione ecologica e la centralità della persona · 08 marzo 2019 «Risposte concrete al grido della terra e al grido dei poveri»: le ha chieste Papa Francesco ai partecipanti alla conferenza internazionale su «Le religioni e gli obiettivi di sviluppo sostenibile», ricevuti in udienza nella mattina di venerdì 8 marzo, nella Sala Clementina. L’ampia e articolata riflessione offerta dal Pontefice ai presenti è partita dalla puntualizzazione del significato di «sviluppo», un concetto «complesso» e «spesso strumentalizzato». Per Francesco bisogna superare una volta per tutte «l’idea convenzionale» che limita lo sviluppo alla mera «crescita economica». In realtà, ha sottolineato citando il magistero di Paolo VI, «parlare di sviluppo umano significa riferirsi a tutte le persone, non solo a pochi, e all’intera persona umana, non alla sola dimensione materiale». Questo significa che «una fruttuosa discussione sullo sviluppo dovrebbe offrire modelli praticabili di integrazione sociale e di conversione ecologica» sostenuti da «valori religiosi ed etici più profondi». Nasce da qui l’esigenza di «politiche economiche concrete che siano incentrate sulla persona e che possano promuovere un mercato e una società più umani». Obiettivo questo che richiede l’assunzione di «impegni etici, civili e politici concreti per svilupparsi al fianco della nostra sorella terra, e non malgrado essa». In questo senso, «l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite propone di integrare tutti gli obiettivi attraverso le cinque p: persone, pianeta, prosperità, pace e partnership». Un’impostazione che il Papa ha giudicato «con favore», evidenziando come essa sia in grado di «preservare da una concezione della prosperità basata sul mito della crescita e del consumo illimitati, per la cui sostenibilità dipenderemmo solo dal progresso tecnologico». Un «approccio integrale», ha spiegato, «ci insegna che questo non è vero». E se «è certamente necessario puntare a una serie di obiettivi di sviluppo», questo però «non è sufficiente per un ordine mondiale equo e sostenibile», perché «gli obiettivi economici e politici devono essere sostenuti da obiettivi etici, che presuppongono un cambiamento di atteggiamento». Si tratta allora di «incoraggiare e sostenere» quella «conversione ecologica» alla quale già aveva chiamato Giovanni Paolo II nel 2001, rilanciando il ruolo delle religioni e respingendo «la tentazione di cercare una risposta semplicemente tecnocratica alle sfide». In proposito Francesco ha fatto riferimento alla situazione particolare delle popolazioni indigene, che pur rappresentando solo il 5 per cento della popolazione mondiale si prendono cura di quasi il 22 per cento della superficie terrestre, aiutando così a proteggere circa l’80 per cento della biodiversità del pianeta. In un mondo fortemente secolarizzato, ha fatto presente il Papa, «tali popolazioni ricordano a tutti la sacralità della nostra terra». E per questo «la loro voce e le loro preoccupazioni dovrebbero essere al centro dell’attuazione dell’Agenda 2030 e al centro della ricerca di nuove strade per un futuro sostenibile. Ne discuterò — ha assicurato il Pontefice — anche con i miei fratelli vescovi al Sinodo della Regione Panamazzonica, alla fine di ottobre di quest’anno».  Il discorso del Papa Papa Francesco
8 marzo
Avvenire,   07/03/2019
Furlan: «Parità per le donne, la strada è ancora in salita» Francesco Riccardi mercoledì 6 marzo 2019 La segretaria della Cisl: donne ancora discriminate, una mamma su 3 lascia il posto dopo il primo figlio. Stipendi e pensioni più bassi, il lavoro è il primo diritto di cittadinanza Ci sono stati certo tanti progressi, ma la strada per una vera parità è lunga, le donne sono tuttora vittime di troppe violenze, ricatti e sottili discriminazioni, di fatto non sono ancora pienamente libere. Bisogna fare molto di più: sul piano culturale e su quello dell’affermazione dei diritti». Annamaria Furlan è al vertice di un’organizzazione da 4,2 milioni di iscritti, è la prima segretaria generale donna della Cisl, ma è anche mamma e nonna e conosce bene le difficoltà che l’universo femminile incontra, in particolare nella conciliazione tra vita familiare e professionale. Ed è impegnata anche contro tutte le forme di sfruttamento, compresa la prostituzione, che «non potrà mai essere per noi un "lavoro", perché viola la dignità delle persone». Annamaria Furlan Segretaria Furlan, vede progressi nella condizione delle donne in Italia o prevalgono i ritardi? Nonostante tante battaglie civili e sindacali, purtroppo, la donna è ancora un soggetto fortemente discriminato, sfruttato a volte in maniera inaccettabile. Le donne hanno pagato anche il prezzo più alto della crisi economica. Ecco perché il lavoro resta il primo diritto di cittadinanza e di emancipazione che bisogna conquistare. In Italia solo il 49 per cento delle donne ha un lavoro. Molte di loro sono precarie, o costrette ad emigrare. E ci sono ancora troppe donne, in particolare straniere, gravemente sfruttate, ridotte in schiavitù. Fenomeni come quello del caporalato contro cui l’impegno del sindacato è massimo. Per non parlare poi della vera e propria violenza che spesso si annida anche tra le mura domestiche e nei luoghi di lavoro. A che punto siamo con le pari opportunità di accesso al lavoro, di retribuzione e di carriera? C’è ancora tanto per raggiungere una vera parità. Le donne guadagnano in Italia quasi il 30% in meno rispetto agli uomini. Nel settore finanziario si arriva a punte più alte. Uno dei motivi è che le donne hanno più difficoltà a conciliare impegni di lavoro e familiari. Di conseguenza, sono soprattutto loro a scegliere occupazioni a tempo parziale e a interrompere continuamente la propria carriera, per dedicarsi alla cura dei familiari, con conseguenze dirette sui salari e soprattutto sulle future pensioni, inferiori del 30% rispetto a quelle degli uomini. Per questo abbiamo chiesto che fosse riconosciuto alle donne un anno di contributi in più per ogni figlio. Ogni anno in Italia almeno 20mila donne si licenziano dopo aver avuto un figlio perché non riescono a conciliare vita familiare e lavorativa. È un fallimento del nostro sistema... La maternità viene vista ancora come un ostacolo all’ingresso e alla progressione dell’impegno professionale. Non è un caso se in fatto di natalità il nostro Paese è agli ultimi posti in Europa. Sicuramente pesa anche il dramma della disoccupazione, soprattutto nel Mezzogiorno, e dell’enorme precarietà del lavoro. Una donna su tre lascia il lavoro in Italia dopo la nascita del primo figlio. In molti casi la rinuncia alla maternità va collegata direttamente anche all’inadeguatezza di servizi a sostegno della genitorialità. In Italia solo il 18% dei bambini trova posto negli asili nido pubblici. Ma il sindacato come sta cercando di promuovere un migliore bilanciamento tra impegni professionali e familiari nelle aziende? C’è nella contrattazione un’attenzione particolare? Noi facciamo tanto come sindacato con la contrattazione di genere e in tanti accordi nazionali, aziendali e nei territori, stiamo ponendo le condizioni per una valorizzazione e una specificità del lavoro femminile. Ci sono centinaia di accordi di secondo livello molto innovativi che riguardano la conciliazione vita/lavoro e studio, la formazione, un orario più flessibile, il benessere organizzativo, gli asili nido, l’assistenza sanitaria integrativa, il welfare aziendale. Anche lo smart working è uno degli strumenti che sta cominciando a funzionare bene. Creare una società aperta, inclusiva e giusta nei confronti delle donne è la condizione fondamentale non solo per dare risposte alle loro problematiche e aspettative ma per contribuire a raggiungere obiettivi di coesione sociale e crescita per il nostro Paese. Pensate di proporre misure fiscali che possano agevolare il lavoro femminile e insieme la conciliazione? È un tema che vogliamo discutere con le imprese e con il Governo. E speriamo che anche l’8 marzo possa diventare il viatico per aprire finalmente un confronto su nuove misure fiscali e contributive, per far costare meno l’occupazione stabile, soprattutto delle donne e dei giovani, per favorire la conciliazione tra lavoro e famiglia. Ma bisogna cambiare decisamente la politica economica di questo esecutivo per creare nuovi posti di lavoro. Lo Stato deve investire molto di più in innovazione,ricerca, formazione. E bisogna sbloccare non solo i cantieri delle grandi opere, ma anche le assunzioni nel pubblico impiego, nelle università, nella sanità dove mancano medici e infermieri. Nel 2017 avete promosso una raccolta di firme per arrivare a una legge contro la prostituzione. In Parlamento, invece, la Lega ha presentato un disegno di legge per riaprire le case chiuse e legalizzare nuovi bordelli. Vi opporrete? Chi parla di riaprire le case chiuse fa finta di non vedere che in Italia ci sono centomila donne vittime del racket e della "tratta", costrette a vendere il loro corpo. La libertà sessuale di andare con le prostitute è una presunta "libertà" esercitata nei confronti di chi non è realmente una donna libera, non ha scelta. Viene violata la dignità della persona. Ecco perché non solo continuiamo a sostenere la campagna della Comunità Papa Giovanni XXIII , ma fanno bene quei Comuni che hanno deciso di multare i clienti delle prostitute per aiutare tante ragazze a denunciare i propri aguzzini. Dovrebbe essere un esempio da seguire. In tanti Paesi del Nord Europa dove è stata introdotta una legge che punisce il cliente, il numero di prostitute è diminuito in maniera sensibile. Bisognerebbe, fin dai primi anni dell’infanzia, spiegare che il rispetto reciproco tra uomini e donne è il fondamento di una comunità. Questo è uno dei compiti che la scuola italiana deve assumere come una priorità, coinvolgendo in questa azione "pedagogica" le espressioni migliori della società. Fonte.www.avvenire.it
Papa:la rotta della vita
L'Osservatore Romano,   07/03/2019
Il tempo per ritrovare la rotta della vita · Nella messa del Mercoledì delle ceneri il Papa spiega il senso della Quaresima · 07 marzo 2019 La Quaresima «è il tempo per ritrovare la rotta della vita». Lo ha ricordato Papa Francesco presiedendo, nel pomeriggio del 6 marzo, Mercoledì delle ceneri, la messa nella basilica romana di Santa Sabina, al termine della processione penitenziale partita dalla chiesa di Sant’Anselmo all’Aventino. La riflessione del Pontefice, ricca di suggestioni e spunti spirituali, è partita dall’immagine biblica del corno che suona a Sion per proclamare «un solenne digiuno». È «un suono forte — ha commentato Francesco — che vuole rallentare la nostra vita che va sempre di corsa, ma spesso non sa bene dove». È «un richiamo a fermarsi», ad «andare all’essenziale». È «una sveglia per l’anima». Al suono del corno si accompagna il richiamo del Signore: «Ritornate a me». Nel cammino della vita, ha ricordato il Papa, «ciò che davvero conta è non perdere di vista la meta». Da qui l’invito a porsi la domanda decisiva sulla «rotta» della propria esistenza. Che non può essere orientata solo alla ricerca del benessere, della salute, dei beni materiali. «È il Signore — ha affermato il Pontefice — la meta del nostro viaggio nel mondo. La rotta va impostata su di Lui». In questo senso, il segno delle ceneri spinge il cristiano a «pensare che cosa abbiamo in testa» e a considerare che «le realtà terrene svaniscono, come polvere al vento: i beni sono provvisori, il potere passa, il successo tramonta». La Quaresima diventa perciò «il tempo per liberarci dall’illusione di vivere inseguendo la polvere» e per «riscoprire che siamo fatti per il fuoco che sempre arde, non per la cenere che subito si spegne». Tre i tradizionali atteggiamenti suggeriti dalla Chiesa per questo periodo penitenziale: preghiera, elemosina, digiuno. Nel riproporli come «tre investimenti per un tesoro che dura», Francesco ha ribadito che la Quaresima «è tempo di guarigione dalle dipendenze che ci seducono. È tempo per fissare lo sguardo su ciò che resta» e per liberarsi «dai tentacoli del consumismo, dai lacci dell’egoismo» e «dal cuore chiuso ai bisogni del povero». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
I cattolici del mondo
Avvenire,   06/03/2019
L'annuario. Aumentano i cattolici nel mondo. In calo i sacerdoti Mimmo Muolo mercoledì 6 marzo 2019 I dati sono stati resi noti con la pubblicazione dell'Annuario pontificio del 2019 e si riferiscono al 2017. I fedeli battezzati nella Chiesa cattolica sono il 17,7 della popolazione mondiale. Aumentano, anche se solo dell'1,1 per cento i cattolici nei cinque continenti. Su una popolazione mondiale di 7 miliardi e 408 milioni di persone, i cattolici battezzati sono 1.313 milioni pari al 17,7% del totale. L'1,1% in più, appunto, rispetto all'anno precedente. I dati - che si riferiscono al 2017 - sono stati diffusi ieri insieme con la pubblicazione dell’Annuario Pontificio 2019 e dell’Annuarium Statisticum Ecclesiae 2017, la cui redazione viene curata come di concuseto dall’Ufficio Centrale di Statistica della Chiesa. I due volumi sono in questi giorni in distribuzione nelle librerie, editi dalla Tipografia Vaticana. Il bollettino della Sala stampa fornisce poi altri particolari. I cattolici battezzati sono così distribuiti per continente: 48,5% in America, 21,8% in Europa, 17,8% in Africa, 11,1% in Asia e 0,8% in Oceania. Nel rapporto tra il 2017 e il 2016, inoltre, la crescita riguarda tutte le ripartizioni territoriali: in Africa e in Asia rispettivamente il +2,5% e il +1,5%; l’Europa è il solo continente ad avere un trend quasi nullo (+0,1%) mentre per l’America il tasso di crescita (+0,96%) si attesta al di sotto di quello mondiale. Per quanto riguarda invece le percentuali rispetto all'intera popolazione, si va da un 63,8% di cattolici presenti nella popolazione americana al 39,7% in quella europea, al 19,2% in quella africana fino al 3,3% in quella asiatica. Risulta di qualche rilievo sottolineare come l’area americana sia in sé molto differenziata: se nel Nord America la percentuale di cattolici è solo del 24,7%, in quella Centro Continentale e Antille (84,6%) ed in quella del Sud (86,6%) la presenza di cattolici appare ben più cospicua. Diminuiscono invecei sacerdoti, passati da 414.969 nel 2016 a 414.582 nel 2017. Mentre sono in crescita i vescovi, i diaconi permanenti, i missionari laici e i catechisti. I candidati al sacerdozio nel pianeta passano da 116.160 nel 2016 a 115.328 nel 2017, con un calo di 0,7 per cento Fonte.www.avvenire.it
Papa:beni e potere
Avvenire,   06/03/2019
Mercoledì delle ceneri. Francesco: beni e potere sono provvisori. Siamo fatti per Dio Redazione Internet mercoledì 6 marzo 2019 Nel Mercoledì delle Ceneri inizia la Quaresima. È il «tempo forte» che prepara alla Pasqua. Il Papa celebra la Messa con il rito di benedizione e di imposizione delle ceneri Il 6 marzo, Mercoledì delle Ceneri, inizia la Quaresima. È il «tempo forte» che prepara alla Pasqua, culmine dell’Anno liturgico e della vita di ogni cristiano. La Quaresima si conclude il Giovedì Santo con la Messa in Coena Domini (in cui si fa memoria dell’istituzione dell’Eucaristia e in cui si svolge il rito della lavanda dei piedi) che apre il Triduo Pasquale. Quest’anno la Pasqua viene celebrata il 21 aprile. Nel giorno di inizio della Quaresima ha luogo una celebrazione, nella forma delle «Stazioni» romane, presieduta da papa Francesco: alle ore 16.30, nella chiesa di Sant’Anselmo all’Aventino, inizia la liturgia «stazionale» cui fa seguito la processione penitenziale verso la Basilica di Santa Sabina. Dopo la processione nella Basilica di Santa Sabina il Papa celebra la Messa con il rito di benedizione e di imposizione delle ceneri. L'omelia “I nostri pensieri inseguono spesso cose passeggere, che vanno e vengono”. A denunciarlo è stato il Papa, che nell’omelia della Messa delle Ceneri, presieduta nella basilica di Santa Sabina all’Aventino, si è soffermato sul segno della cenere in testa come mezzo “per ritrovare la rotta” nella vita. “Il lieve strato di cenere che riceveremo – ha spiegato Francesco a proposito del tradizionale rito di inizio Quaresima – è per dirci, con delicatezza e verità: di tante cose che hai per la testa, dietro cui ogni giorno corri e ti affanni, non resterà nulla. Per quanto ti affatichi, dalla vita non porterai con te alcuna ricchezza. Le realtà terrene svaniscono, come polvere al vento”. “I beni sono provvisori, il potere passa, il successo tramonta”, la lista stilata dal Papa, secondo il quale “la cultura dell’apparenza, oggi dominante, che induce a vivere per le cose che passano, è un grande inganno. Perché è come una fiammata: una volta finita, resta solo la cenere”. “La Quaresima è il tempo per liberarci dall’illusione di vivere inseguendo la polvere”, la proposta di Francesco in preparazione alla Pasqua: “La Quaresima è riscoprire che siamo fatti per il fuoco che sempre arde, non per la cenere che subito si spegne; per Dio, non per il mondo; per l’eternità del Cielo, non per l’inganno della terra; per la libertà dei figli, non per la schiavitù delle cose. Possiamo chiederci oggi: da che parte sto? Vivo per il fuoco o per la cenere?”. “La preghiera ci riannoda a Dio; la carità al prossimo; il digiuno a noi stessi”. Così il Papa ha sintetizzato le tre pratiche tradizionali della Quaresima, definita un “viaggio di ritorno all’essenziale” che “il Signore chiede di percorrere senza ipocrisia, senza finzioni”. “Dio, i fratelli, la mia vita: ecco le realtà che non finiscono nel nulla, su cui bisogna investire”, l’invito di Francesco nella parte finale dell’omelia della Messa celebrata nella basilica di Santa Sabina. “Ecco dove ci invita a guardare la Quaresima”, ha spiegato il Papa: “verso l’Alto, con la preghiera, che libera da una vita orizzontale, piatta, dove si trova tempo per l’io ma si dimentica Dio. E poi verso l’altro, con la carità, che libera dalla vanità dell’avere, dal pensare che le cose vanno bene se vanno bene a me. Infine, ci invita a guardarci dentro, col digiuno, che libera dagli attaccamenti alle cose, dalla mondanità che anestetizza il cuore. Preghiera, carità, digiuno: tre investimenti per un tesoro che dura”. “Il nostro cuore punta sempre in qualche direzione”, ha fatto notare Francesco: “è come una bussola in cerca di orientamento. Possiamo anche paragonarlo a una calamita: ha bisogno di attaccarsi a qualcosa. Ma se si attacca solo alle cose terrene, prima o poi ne diventa schiavo: le cose di cui servirsi diventano cose da servire”. “L’aspetto esteriore, il denaro, la carriera, i passatempi: se viviamo per loro, diventeranno idoli che ci usano, sirene che ci incantano e poi ci mandano alla deriva”, il monito del Papa: “Invece, se il cuore si attacca a quello che non passa, ritroviamo noi stessi e diventiamo liberi”. Quaresima, in questa prospettiva, “è tempo di grazia per liberare il cuore dalle vanità. È tempo di guarigione dalle dipendenze che ci seducono. È tempo per fissare lo sguardo su ciò che resta”. “Dove fissare allora lo sguardo lungo il cammino della Quaresima?”, si è chiesto il Papa. “Sul Crocifisso”, la risposta: “Gesù in croce è la bussola della vita, che ci orienta al Cielo. La povertà del legno, il silenzio del Signore, la sua spogliazione per amore ci mostrano la necessità di una vita più semplice, libera dai troppi affanni per le cose. Gesù dalla croce ci insegna il coraggio forte della rinuncia. Perché carichi di pesi ingombranti non andremo mai avanti”. “Abbiamo bisogno di liberarci dai tentacoli del consumismo e dai lacci dell’egoismo, dal voler sempre di più, dal non accontentarci mai, dal cuore chiuso ai bisogni del povero, la tesi di Francesco: “Gesù, che sul legno della croce arde di amore, ci chiama a una vita infuocata di lui, che non si perde tra le ceneri del mondo; una vita che brucia di carità e non si spegne nella mediocrità. È difficile vivere come Lui chiede? Sì, ma conduce alla meta. Ce lo mostra la Quaresima. Essa inizia con la cenere, ma alla fine ci porta al fuoco della notte di Pasqua; a scoprire che, nel sepolcro, la carne di Gesù non diventa cenere, ma risorge gloriosa. Vale anche per noi, che siamo polvere: se con le nostre fragilità ritorniamo al Signore, se prendiamo la via dell’amore, abbracceremo la vita che non tramonta. E saremo nella gioia”. Fonte.www.avvenire.it
Papa:il seme del regno
L'Osservatore Romano,   06/03/2019
Tra i mali del mondo il seme del Regno · All’udienza generale il Papa parla del Padre Nostro e nel pomeriggio celebra la messa delle Ceneri a Santa Sabina · 06 marzo 2019 «“Venga il tuo Regno!”. Seminiamo questa parola in mezzo ai nostri peccati e ai nostri fallimenti»: è la consegna che il Papa, proseguendo le catechesi sul Padre nostro, ha affidato ai fedeli presenti in piazza San Pietro per l’udienza generale del 6 marzo, mercoledì delle Ceneri, poche ore prima di recarsi nella basilica romana di Santa Sabina all’Aventino per la celebrazione penitenziale. Commentando il brano biblico tratto dal vangelo di Matteo 13, 31-32 — la parabola del granello di senape — Francesco si è soffermato sulla seconda invocazione della preghiera di Gesù, in cui «il credente esprime il desiderio che si affretti la venuta del Regno» di Dio. Francesco è partito dalla constatazione iniziale che sebbene Cristo sia venuto sulla terra, purtroppo «il mondo è ancora segnato dal peccato, popolato da tanta gente che soffre, da persone che non si riconciliano e non perdonano, da guerre e da tante forme di sfruttamento», come, per esempio, la «tratta dei bambini». Di conseguenza, ha aggiunto, «questi fatti sono la prova che la vittoria di Cristo non si è ancora completamente attuata: tanti uomini e donne vivono ancora con il cuore chiuso». Ma, ha osservato il Pontefice, «è soprattutto in queste situazioni che sulle labbra del cristiano affiora la seconda invocazione del “Padre nostro”: “Venga il tuo regno!”. Che è come dire: “Padre, abbiamo bisogno di Te! Gesù, abbiamo bisogno di te, abbiamo bisogno che ovunque e per sempre Tu sia Signore in mezzo a noi!”». Ecco allora, ha proseguito Francesco, che gli uomini tendono a chiedersi «come mai questo Regno si realizza così lentamente». E la risposta è che esso «è certamente una grande forza, la più grande che ci sia, ma non secondo i criteri del mondo; per questo sembra non avere mai la maggioranza assoluta». Da qui l’esortazione conclusiva a pregare con questa invocazione: «Regaliamola alle persone sconfitte e piegate dalla vita, a chi ha assaporato più odio che amore, a chi ha vissuto giorni inutili senza mai capire» il motivo. «Doniamola — ha insistito — a coloro che hanno lottato per la giustizia, a tutti i martiri della storia, a chi ha concluso di aver combattuto per niente e che in questo mondo domina sempre il male». In tarda mattinata, attraverso un tweet postato su @Pontifex, il Papa ha ricordato l’inizio del tempo quaresimale, esortando i fedeli a «vivere questo tempo in un autentico spirito penitenziale e di conversione, come un ritorno al Padre, che attende tutti a braccia aperte». La catechesi Papa Francesco Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:saggezza e carità
Avvenire,   04/03/2019
Le parole Commenti Le parole Santa Marta Viaggi Angelus. Papa Francesco: agire con saggezza e carità, senza chiacchiericci Vatican News - Giada Aquilino lunedì 4 marzo 2019 Il "discernimento" prima dell'azione. Francesco ha ricordato: la "mormorazione" distrugge famiglia, scuola, posto di lavoro, "dalla lingua incominciano le guerre" Un invito a compiere un sano discernimento, prima di ogni scelta e di ogni azione. Lo ha lanciato il Papa all'Angelus domenicale in Piazza San Pietro, riflettendo sull'odierno brano evangelico di Luca che presenta brevi parabole, con le quali Gesù vuole indicare ai discepoli “la strada da percorrere per vivere con saggezza”. Lo riporta Vatican News. La strada giusta per non causare danni Ponendo l’interrogativo: “Può forse un cieco guidare un altro cieco?”, Gesù - spiega Francesco - “vuole sottolineare che una guida non può essere cieca, ma deve vedere bene, cioè deve possedere la saggezza, per guidare con saggezza, altrimenti rischia di causare dei danni alle persone che a lei si affidano”. Gesù richiama così l’attenzione di quanti hanno responsabilità educative o di comando: i pastori d’anime, le autorità pubbliche, i legislatori, i maestri, i genitori, esortandoli ad essere consapevoli del loro ruolo delicato e a discernere sempre la strada giusta sulla quale condurre le persone. Maestro e guida Per indicare “se stesso come modello di maestro e guida da seguire”, Gesù sottolinea: “Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro”. È un invito a seguire il suo esempio e il suo insegnamento per essere guide sicure e sagge. E tale insegnamento è racchiuso soprattutto nel discorso della montagna, che da tre domeniche la liturgia ci propone nel Vangelo, indicando l’atteggiamento della mitezza e della misericordia per essere persone sincere, umili e giuste. Credibilità C’è poi un’altra “frase significativa” nel Vangelo di oggi, mette in risalto il Papa, che esorta a “non essere presuntuosi e ipocriti”: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?”. Tante volte, lo sappiamo tutti, è più facile o comodo scorgere e condannare i difetti e i peccati altrui, senza riuscire a vedere i propri con altrettanta lucidità. Noi sempre nascondiamo i nostri difetti, li nascondiamo anche a noi stessi; invece, è facile vedere i difetti altrui. La tentazione è quella di essere indulgenti con se stessi – manica larga con se stessi - duri con gli altri. È sempre utile aiutare il prossimo con saggi consigli, ma mentre osserviamo e correggiamo i difetti del nostro prossimo, dobbiamo essere consapevoli anche noi di avere dei difetti. Se io credo di non averne, non posso condannare o correggere gli altri. Tutti abbiamo difetti: tutti. Dobbiamo esserne consapevoli e, prima di condannare gli altri, dobbiamo guardare noi stessi dentro. Possiamo così agire in modo credibile, con umiltà, testimoniando la carità. Il chiacchiericcio distrugge Il Papa esorta a capire “se il nostro occhio è libero o se è impedito da una trave”. Gesù dice: “Non vi è albero buono che produca frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto”. Il frutto sono le azioni, ma anche le parole. Anche dalle parole si conosce la qualità dell’albero. Infatti, chi è buono trae fuori dal suo cuore e dalla sua bocca il bene e chi è cattivo trae fuori il male, praticando l’esercizio più deleterio fra noi, che è la mormorazione, il chiacchiericcio, parlare male degli altri. Questo distrugge; distrugge la famiglia, distrugge la scuola, distrugge il posto di lavoro, distrugge il quartiere. Dalla lingua incominciano le guerre. I saluti finali Francesco ribadisce l’insegnamento di Gesù e auspica per tutti un esame di coscienza, chiedendoci se si parli “male degli altri”, cercando di “sporcare” il prossimo: “farà bene” cercare di “correggere almeno un po’” i nostri difetti. Nei saluti finali il Pontefice incoraggia i tanti fedeli presenti, tra cui rappresentanti di parrocchie, seminari, tanti ragazzi della Cresima e alunni delle scuole, a “camminare con gioia, con generosità, testimoniando ovunque la bontà e la misericordia del Signore”. Fonte.www.avvenire.it
Papa:la santità di Dio
Avvenire,   27/02/2019
Udienza. Papa: la santità di Dio deve rispecchiarsi nelle nostre azioni Redazione Internet mercoledì 27 febbraio 2019 Francesco nella catechesi: Dio è come quelle mamme a cui basta uno sguardo per capire tutto dei figli. E sull'incoerenza dei cristiani "fa male, scandalizza, e non aiuta" Papa Francesco, a bordo della papamobile aperta, è entrato in piazza San Pietro, dove da oggi tornano le udienze generali del mercoledì, dopo la fase invernale in cui si sono svolte nell'Aula Paolo VI. Nel fare il giro della piazza tra la folla dei fedeli, il Papa ha salutato e benedetto i pellegrini, fermandosi di tanto in tanto a baciare e accarezzare i bambini che gli vengono avvicinati dagli agenti della sicurezza. "Sembra che l'inverno se ne sta andando, e perciò siamo tornati in piazza. Benvenuti in piazza!", ha esordito il Papa all'inizio della sua catechesi. "Dio è come quelle mamme a cui basta uno sguardo per capire tutto dei figli: se sono contenti o tristi, se sono sinceri o nascondono qualcosa...". Papa Francesco ha introdotto con questa immagine la catechesi all'udienza generale di oggi, dedicata al Padre Nostro. "Il primo passo della preghiera cristiana - ha spiegato Francesco - è la consegna di noi stessi a Dio, alla sua provvidenza. È come dire: 'Signore, Tu sai tutto, non c'è nemmeno bisogno che ti racconti il mio dolore, ti chiedo solo che tu stia qui accanto a me: sei Tu la mia speranza'". "È Dio che santifica, che ci trasforma con il suo amore, ma nello stesso tempo siamo anche noi che, con la nostra testimonianza, manifestiamo la santità di Dio nel mondo, rendendo presente il suo nome". Lo ha detto papa Francesco nell'udienza generale in piazza San Pietro, che oggi, continuando il ciclo di catechesi sul Padre nostro, ha dedicato alla prima delle sue sette invocazioni, "Sia santificato il tuo nome". "Dio è santo, ma se la nostra vita non è santa c'è una grande incoerenza - ha sottolineato quindi il Papa -. La santità di Dio deve rispecchiarsi nelle nostre azioni, nella nostra vita. 'Io sono cristiano, Dio è santo, ma io faccio tante cose brutte': no, questo non serve, questo fa male, questo scandalizza, e non aiuta". "Quando parliamo con Dio - ha detto ancora il Pontefice -, non lo facciamo per rivelare a Lui quello che abbiamo nel cuore: Lui lo conosce molto meglio di noi stessi! Se Dio è un mistero per noi, noi invece non siamo un enigma ai suoi occhi". "Dio è come quelle mamme a cui basta uno sguardo per capire tutto dei figli: se sono contenti o tristi, se sono sinceri o nascondono qualcosa...", ha aggiunto. "Le domande del cristiano esprimono la confidenza nel Padre; ed è proprio questa fiducia che ci fa chiedere ciò di cui abbiamo bisogno senza affanno e agitazione", ha sottolineato Francesco. "È per questo che preghiamo dicendo: 'Sia santificato il tuo nome!'. In questa domanda - la prima! - si sente tutta l'ammirazione di Gesù per la bellezza e la grandezza del Padre, e il desiderio che tutti lo riconoscano e lo amino per quello che veramente è. E nello stesso tempo c'è la supplica che il suo nome sia santificato in noi, nella nostra famiglia, nella nostra comunità, nel mondo intero", ha osservato. "La preghiera scaccia ogni timore. Il Padre ci ama, il Figlio alza le braccia affiancandole alle nostre, lo Spirito lavora in segreto per la redenzione del mondo. Noi non vacilliamo nell'incertezza. Dio mi ama. Gesù ha dato la sua vita per me. Una cosa è certa: è il male ad avere paura. E questo è bello. Grazie". Fonte.www.avvenire.it
Italia:matrimoni
Avvenire,   27/02/2019
Dati europei. L'Italia ultima per matrimoni. Le scelte forti fanno più paura Luciano Moia mercoledì 27 febbraio 2019 Ogni mille abitanti solo 3,2 si sposano: in Europa soltanto la Slovenia fa peggio A pesare il sistema economico e fiscale ma anche un’eccessiva idealizzazione In molti Paesi europei il matrimonio continua a essere una scelta importante. In uno studio Eurostat che prende in esame il numero di matrimoni per mille abitanti in 30 nazioni si scopre che in Lituania (7,5) e in Romania (7,3) il desiderio dei giovani di costruire una vita insieme rimane elevato. Su livelli appena inferiori Cipro e Lettonia (6,8). Poi, dopo l’eccezione di Malta (6,3), tanti Paesi del Nord e dell’Est europeo in cui le percentuali di giovani che scelgono di sposarsi rimangono rilevanti. Nei Paesi mediterranei di tradizione cattolica i numeri diventano invece più esigui. Quasi in fondo alla classifica dei Paesi presi in esame da Eurostat c’è l’Italia (3,2). Peggio di noi (3,1) solo la Slovenia. Sono dati che non sorprendono, ma che allarmano e amareggiano perché confermano il vuoto di prospettive che schiaccia i giovani, il timore del futuro, la fatica di assumere decisioni definitive, ma anche la solitudine. Non stupisce perché, se in una società tutto sembra congegnato per smantellare il valore del far famiglia e per svuotare di significato la scelta di sposarsi, è poi inevitabile che il numero dei matrimoni arrivi a quote irrilevanti. Meno matrimoni, meno nascite, meno prospettive di crescita vuol dire tracciare il profilo di una società ingrigita, che non riesce più a rigenerarsi e sembra quindi destinata all’autoestinzione. L’Italia senza fiori d’arancio diventa anche l’espressione di una società matrigna, in cui i giovani sono costretti ad andare all’estero – 86mila nel 2018 – per trovare lavoro ma anche condizioni più favorevoli alla costruzione di nuove relazioni. Guardando la situazione dei Paesi che ci superano nella classifica dei matrimoni (quasi tutti, come detto) si vede che esistano aree segnate positivamente da un fervore di rinnovamento sociale come i Paesi baltici, dove l’entusiasmo dei giovani è direttamente proporzionale alla voglia di futuro delle istituzioni. E poi altre aree che appaiono espressione di un welfare consolidato (Danimarca, Svezia, Finlandia, Germania, Austria) dove gli interventi dello Stato sociale convincono i giovani a uscire di casa, a scommettere sulla possibilità di farcela da soli, a sposarsi con percentuali che sono anche doppie rispetto all’Italia. Un’autonomia che è innanzi tutto un dato culturale diffuso, frutto di scelte familiari prima che di programmi statali. Certo, poi in quei Paesi anche i tassi di divorzio sono molto più elevati, ma la propensione al rischio non viene meno per il timore del fallimento. E cosa fare per il declino italiano? «Serve un patto per rilanciare il matrimonio », commenta Gigi De Palo, presidente del Forum delle associazioni familiari, da mesi già impegnato nel diffondere le buone ragioni del 'Patto per la natalità'. Due aspetti che vanno evidentemente in coppia. «I figli nascono per lo più all’interno del matrimonio e in ogni caso – riprende De Palo – per crescere in modo equilibrato hanno bisogno del clima rassicurante di una famiglia. Per noi il matrimonio rimane evidentemente centrale anche se tutto oggi sembra svuotarlo di significato, dalle unioni civili alla proposta sui patti prematrimoniali per finire con il reddito di cittadinanza». Pochi giorni fa su 'Avvenire' (articolo di Massimo Calvi sul Reddito di Cittadinanza) abbiamo ricordato come in Italia sistema fiscale e parte del welfare siano pensati per disincentivare il matrimonio, favorire le convivenze e premiare la separazione, secondo una logica folle che privilegia la precarietà delle relazioni rispetto a chi continua a perseguire scelte coerenti di responsabilità e di dedizione fedele agli impegni assunti. Anche grazie a questa deriva masochistica oggi non a caso ci troviamo in fondo alla classifica dei matrimoni. Il messaggio sta arrivando forte e chiaro: da noi sposarsi paradossalmente non 'conviene' più. E, in assenza di consenso sociale e di sostegni fiscali, meglio convivere in modo libero, senza legami burocratici. Ma meglio per chi? «Oggi il sistema economico in Italia sembra emarginare chi si sposa – conferma l’avvocato Vincenzo Bassi, vicepresidente della Federazione associazioni familiari cattoliche (Fafce) – e forse dovremmo fare un po’ di mea culpa anche noi perché, evidentemente, non siamo stati in grado di spiegare che la famiglia viene prima di tutto, e non come oggi è intesa, esattamente all’opposto». Solo il fatto che nel nostro Paese esistano coppie che trovano vantaggiosa una separazione fittizia per aggirare una tariffa o per piazzarsi meglio nella classifica dei genitori in attesa di un posto al nido, lascia capire come il sistema sia pensato in modo deleterio e comunque in una logica anti-famiglia. Siamo arrivati al paradosso di una società che non solo evita di premiare il matrimonio come scelta di bene comune, ma addirittura lo trasforma in decisione da penalizzare. «Un tempo – riprende Bassi – ci si sposava per avere un riconoscimento sociale, oggi si è costretti a separarsi per strappare vantaggi fiscali. Non è solo un’ingiustizia. Si tratta proprio di un vero abominio giuridico». Motivi importanti, ma che non bastano ancora a penetrare un quadro di grande complessità. Per comprendere davvero in profondità le ragioni di questa fuga italiana dal matrimonio, non possiamo evitare di indagare anche il progressivo distacco dall’appartenenza ecclesiale. Perché non possiamo nascondere il fatto che, nel crollo dei numeri dei matrimoni, quelli religiosi siano in più rapido assottigliamento. Il dato non emerge dalla statistica di Eurostat che non fa distinzione tra matrimoni civili e nozze celebrate in chiesa, ma è noto che esistano previsioni statistiche che, per quanto riguarda l’Italia, fissano al 2020 l’anno del sorpasso tra nozze civile e nozze religiose. Non si tratta di indovinare quando succederà davvero, ma di chiedercene le ragioni. Perché questo 'gelo' tocca da vicino proprio l’Italia dove l’attenzione al matrimonio, con tante esperienze significative di accompagnamento e di preparazione, è da sempre un tratto caratteristico dell’impegno ecclesiale? Come mai le valanghe di documenti, di iniziative, di proposte pastorali non sono mai scese dai vertici alla base? Come mai non hanno inciso sulle scelte affettive dei giovani? Il Papa in Amoris laetitia, invita la Chiesa all’autocritica: troppo spesso abbiamo presentato il matrimonio come un ideale teologico troppo astratto «lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglia così come sono» (n.35). Siamo caduti in un’idealizzazione eccessiva, abbiamo insistito su «questioni dottrinali, bioetiche e morali» (n.37) dimenticando il valore della grazia e ignorando il fatto che il matrimonio è un percorso dinamico, in cui si cresce insieme. «Da noi i dati risultano peggiori che altrove – fa osservare Pietro Boffi, responsabile del settore documentazione del Cisf (Centro internazionale studi famiglia) – proprio perché il matrimonio è connesso con una scelta di tipo religioso. Nel Nord Europa, e specialmente nei Paesi protestanti, è invece scelta laica. Da noi rimane gesto forte, caricato di una valenza che investe scelte definitive (il 'per sempre'), mentre all’estero non è così. E, visto che oggi queste scelte definitive fanno sempre più paura, il matrimonio da noi crolla, mentre in altri Paesi le percentuali rimangono più elevate perché si tratta di una scelta intesa spesso a tempo determinato, con scarso coinvolgimento sociale». Insomma, se il matrimonio light modello Europa del Nord trova ancora ampi consensi, quello all’italiana connotato da un importante apparato ideale e spirituale – e forse anche da cerimonie molto costose – finisce per essere scelta residuale. Sarà. Ma rassegnarsi al declino della più significativa tra le relazioni vuol dire accettare una società in cui i legami rischieranno di essere meno coesi, meno solidali, meno intensi. Una società più fragile. È questo che vogliamo? Fonte.www.avvenire.it
Papa:pena di morte
L'Osservatore Romano,   27/02/2019
Abolizione totale della pena di morte · Appello del Papa al congresso mondiale di Bruxelles · 27 febbraio 2019 «Si compiano i passi necessari verso l’abolizione totale» delle esecuzioni capitali: è il nuovo appello lanciato da Papa Francesco nel videomessaggio che è stato trasmesso mercoledì mattina, 27 febbraio, all’Europarlamento di Bruxelles, all’apertura del settimo Congresso mondiale contro la pena di morte. Promosso dalla Ong Ecpm (Together Against the Death Penalty - Insieme contro la pena di morte), in collaborazione con la Coalizione mondiale contro la pena di morte, il congresso — che si tiene ogni tre anni e nella precedente edizione era stato ospitato a Oslo — si concluderà il 1° marzo. Pubblichiamo una nostra traduzione dallo spagnolo del testo pontificio. Saluto gli organizzatori e i partecipanti al VII Congresso Mondiale contro la pena di morte, che si tiene a Bruxelles. La vita umana è un dono che abbiamo ricevuto, il più importante e primario, fonte di tutti gli altri doni e di tutti gli altri diritti. E come tale deve essere protetto. Inoltre, per il credente l’essere umano è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Ma, sia per i credenti sia per i non credenti, ogni vita è un bene e la sua dignità deve essere custodita senza eccezioni. La pena capitale presuppone quindi una grave violazione del diritto alla vita che ogni persona ha. Se è vero che le società e le comunità umane devono confrontarsi spesso con delitti gravissimi che attentano contro il bene comune e la sicurezza delle persone, è altrettanto vero che oggigiorno ci sono altri modi per espiare il danno causato, e i sistemi di detenzione sono sempre più efficaci per proteggere la società dal male che alcune persone possono procurare. D’altro canto, non si deve mai abbandonare la convinzione di offrire persino a chi è colpevole di crimini la possibilità di pentirsi. Per questo non cessa di essere un segno positivo che ci siano sempre più paesi che puntano sulla vita e non utilizzano più la pena di morte, o l’hanno completamente eliminata della loro legislazione penale. La Chiesa ha sempre difeso la vita, e la sua visione sulla pena di morte è maturata. Per tale motivo, ho voluto che nel Catechismo della Chiesa Cattolica questo punto fosse modificato. Per molto tempo si è considerata la pena di morte come una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e anche per tutelare il bene comune. Tuttavia, la dignità della persona non si perde anche quando ha commesso il peggiore dei crimini. A nessuno si può togliere la vita né lo si può privare dell’opportunità di poter abbracciare nuovamente la comunità che ha ferito e che ha fatto soffrire. L’obiettivo dell’abolizione della pena di morte a livello mondiale rappresenta una coraggiosa affermazione del principio della dignità della persona umana e della convinzione che il genere umano possa affrontare il crimine, come anche rifiutare il male, offrendo al condannato la possibilità e il tempo per rimediare al danno arrecato, per pensare all’atto compiuto e poter così cambiare vita, almeno interiormente. Vi accompagno con la mia preghiera e vi incoraggio nei vostri lavori e deliberazioni, unitamente ai Governanti e a tutti coloro che hanno responsabilità nei loro paesi, affinché si compiano i passi necessari verso l’abolizione totale della pena di morte. È nelle nostre mani riconoscere in ogni persona la sua dignità e lavorare affinché non si eliminino altre vite, ma si guadagnino per il bene di tutta la società. Grazie. Fonte.www.lo'osservatoreromano.it
Papa:il creato
L'Osservatore Romano,   26/02/2019
L’uomo non è il padrone del creato · Nel messaggio per la Quaresima il Papa mette in guardia dai comportamenti distruttivi verso le persone e l’ambiente · 26 febbraio 2019 Il peccato «porta l’uomo a ritenersi dio del creato, a sentirsene il padrone assoluto e a usarlo non per il fine voluto dal Creatore, ma per il proprio interesse, a scapito delle creature e degli altri». Lo scrive Papa Francesco nel messaggio per la Quaresima 2019, incentrato su un passo della lettera ai Romani: «L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio» (8, 19). La riflessione del Pontefice parte dalla constatazione che «se l’uomo vive da figlio di Dio, se vive da persona redenta, che si lascia guidare dallo Spirito Santo e sa riconoscere e mettere in pratica la legge di Dio», egli «fa del bene anche al creato, cooperando alla sua redenzione». Quando infatti «la carità di Cristo trasfigura la vita dei santi», questi «danno lode a Dio e, con la preghiera, la contemplazione, l’arte coinvolgono in questo anche le creature», come dimostra eloquentemente il Cantico di frate sole di san Francesco d’Assisi. Se questo è vero, è altrettanto evidente che «l’armonia generata dalla redenzione è ancora e sempre minacciata dalla forza negativa del peccato e della morte». Quando infatti, scrive Francesco, «non viviamo da figli di Dio, mettiamo spesso in atto comportamenti distruttivi verso il prossimo e le altre creature — ma anche verso noi stessi — ritenendo, più o meno consapevolmente, di poterne fare uso a nostro piacimento». Questo conduce «a uno stile di vita che vìola i limiti che la nostra condizione umana e la natura ci chiedono di rispettare». E così si finisce per interrompere «la comunione con Dio, con gli altri e con il creato». Nel momento in cui «viene abbandonata la legge di Dio», si afferma «la legge del più forte sul più debole». È allora che il peccato — sotto forma di «avidità, brama per uno smodato benessere, disinteresse per il bene degli altri e spesso anche per il proprio» — porta allo «sfruttamento del creato, persone e ambiente, secondo quella cupidigia insaziabile che ritiene ogni desiderio un diritto e che prima o poi finirà per distruggere anche chi ne è dominato». Per questo, prosegue il Papa, «il creato ha la necessità impellente che si rivelino i figli di Dio, coloro che sono diventati “nuova creazione”». E la Quaresima diventa così «segno sacramentale» di una conversione che «chiama i cristiani a incarnare più intensamente e concretamente il mistero pasquale nella loro vita personale, familiare e sociale, in particolare attraverso il digiuno, la preghiera e l’elemosina». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Propaganda anti euro
Avvenire,   26/02/2019
Anticipazione. Tutte le menzogne della propaganda anti euro Leonardo Becchetti martedì 26 febbraio 2019 Gli antieuropeisti hanno saputo usare l’arma dei social. Ma i limiti di Bruxelles non giustificano le bugie sulla moneta unica. Ecco i rischi di un’autarchia monetaria, dal nuovo libro dell'economista Le scienze economiche e sociali sono diverse dalla fisica. I loro oggetti (fondamentalmente esseri umani) infatti non si muovono senza libero arbitrio e secondo leggi prestabilite, ma sono creature raziocinanti che determinano il proprio agire in base agli obiettivi che si sono dati, rispondendo alle regole di convivenza che definiscono il loro campo di gioco. E opinioni, valori, ideali sono un ingrediente fondamentale nei loro comportamenti. Opinioni, valori, ideali che da sempre sono influenzati e plasmati dal dibattito che avviene nell’opinione pubblica. I mezzi attraverso cui si alimenta questo dibattito e le connesse strategie di comunicazione assumono oggi un’importanza fondamentale, perché in grado di distorcere la percezione delle variabili decisive (il tasso d’inflazione, il numero di stranieri nel Paese) influendo dunque sulle scelte dei cittadini e producendo effetti economici non giustificati dal valore reale delle variabili stesse. L’antieuropeismo trova fondamento nei limiti e nei problemi dell’Unione europea che tutti conosciamo, a partire da i balbettii delle istituzioni europee all’indomani della crisi finanziaria globale. Ma la sua crescita quasi inarrestabile degli ultimi anni, attraverso il mito palingenetico dell’uscita dall’euro, è stata abilmente costruita e progettata, grazie a una campagna di comunicazione ben strutturata che ha saputo in modo spregiudicato usare strumenti nuovi, con una strategia di cui oggi iniziamo a comprendere caratteristiche e contorni. È un po’ come se negli ultimi anni si fosse combattuta una guerra tra un esercito che utilizza frecce e spade contro uno che ha introdotto per la prima volta le armi da fuoco. Il confronto è stato impari: l’arma da fuoco dell’esercito della propaganda antieuropeista è stata l’utilizzo pervasivo dei social per diffondere il proprio messaggio, creando una formidabile tribuna virtuale. L’antieuropeismo ha saputo per primo utilizzare questi nuovi canali in modo efficace, applicandovi una strategia vecchia ma sempre valida, che si rifà al metodo di propaganda stilato dal gerarca nazista – e ministro, appunto, della Propaganda – Goebbels. Rileggere oggi gli undici principi che lo compongono e confrontarli con quanto abbiamo visto all’opera in questi ultimi anni sui social fa una certa impressione. Secondo il principio numero sei, la propaganda deve limitarsi a un piccolo numero di idee e ripeterle instancabilmente, presentandole sempre sotto diverse prospettive, ma convergendo sullo stesso concetto. Senza dubbi o incertezze perché: «Una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità». Per capire di quali menzogne (o false/mezze verità) parliamo nel nostro caso bisogna tornare ai capisaldi del pensiero no euro. Menzogna numero uno: con l’euro l’unica via per competere è quella della deflazione salariale e ciò spiega il declino della classe media. Falso: si può competere migliorando l’efficienza del sistema-Paese, combattendo veramente l’evasione fiscale e riportandola ai livelli degli altri Stati membri europei; esistono realtà all’interno dell’eurozona che sono prospere, competitive e con salari più alti dei nostri. Siamo per opinione comune un Paese ricchissimo di biodiversità naturale, giacimenti di turismo e cultura, capacità imprenditoriali e innovative. Ci areniamo sull’architettura del sistema che disperde queste enormi capacità e potenzialità. Menzogna numero due: con il ritorno alla lira le esportazioni italiane aumenteranno e il Pil crescerà. Le esportazioni vanno già benissimo e nelle filiere globalmente integrate della produzione di oggi l’effetto di una svalutazione del cambio non è così chiaro. Bisogna mettere sul piatto della bilancia il potenziale impatto negativo di un aumento del costo dei beni importati. Menzogna numero tre: una volta recuperata la sovranità monetaria sarà possibile stampare tutta la moneta di cui abbiamo bisogno per sostenere il deficit pubblico. Falso (è la menzogna probabilmente più insidiosa). Se la sovranità monetaria fosse la bacchetta magica e bastasse stampare moneta per risolvere qualunque problema, perché la storia economica e monetaria è costellata di fallimenti di Stati sovrani? La ricchezza non è il numero di banconote che una Zecca di Stato stampa, ma la somma delle competenze e della capacità di fare dei cittadini: è questo che genera fiducia in quei pezzi di carta, perché a essi corrispondono beni e servizi. Menzogna numero quattro: la sovranità monetaria ci ridarà autonomia e libertà di manovra nelle scelte di politica monetaria e fiscale. Falso (anche se intuitivamente sembrerebbe incontrovertibile). Perché, nella competizione globale tra Paesi, le attività finanziarie (titoli pubblici) emesse dai Paesi “più deboli” (come il nostro) devono comunque offrire rendimenti maggiori di quelle emesse dai Paesi egemoni. E dunque ogni volta che questi ultimi decidono di aumentare i tassi d’interesse, noi dobbiamo seguire. Senza unione monetaria non avremmo alcuna voce in capitolo sulle loro scelte. Menzogna numero cinque: l’Italia può fare a meno degli investitori esteri. Falso: la posizione netta sull’estero dimostra che il nostro benessere si fonda sulla possibilità di risparmiatori e imprese di usare le proprie risorse monetarie per comprare attività estere. Una situazione di autarchia nella quale i movimenti in entrambe le direzioni fossero ridotti o preclusi avrebbe un impatto devastante. E puntare sul “patriottismo” dei risparmiatori italiani è un azzardo privo di senso. Quello che abbiamo raccontato in questo breve capitolo può indurre un senso di rigetto verso le tribune social e i nuovi mezzi di comunicazione in Rete. Gettare il bambino con l’acqua sporca, tuttavia, sarebbe sbagliato. Nonostante le dittature abbiano utilizzato radio, televisione e organi di stampa come megafoni della propaganda, non abbiamo mai pensato che la soluzione fosse liberarcene. Abbiamo, invece, trovato modi e vie per renderli più liberi e democratici. I social possono essere uno straordinario strumento di trasmissione di contenuti, una rassegna stampa concentrata ed efficace, un canale per condividere, chiamarsi a raccolta, una straordinaria palestra di dialettica dove è possibile cogliere gli umori di chi è più distante da noi (quando si tratta di persone vere) e capire il modo in cui ragiona. Per un politico, per esempio, sono un laboratorio incredibile per testare gli umori dell’elettorato. Il discorso di fine anno 2018 del presidente Mattarella, un intervento bellissimo ispirato ai concetti di giustizia sociale, solidarietà e integrazione europea, è andato in onda come sempre sulla rete uno della tv nazionale, ma il video è stato diviso in tante piccole parti e trasmesso su Twitter dall’account ufficiale del Quirinale proprio mentre il presidente parlava in televisione. Il risultato è stato eccezionale in termini di milioni di contatti e di like. Bisogna imparare a usare il nuovo mezzo per trasmettere i contenuti migliori. Fonte.www.avvenire.it