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Bassetti: Mediterraneo
Avvenire,   18/02/2020
Anticipazione. «Mediterraneo messaggero di pace per il mondo». Il sogno di La Pira Gualtiero Bassetti martedì 18 febbraio 2020 Culla della famiglia di Abramo deve essere esempio di riconciliazione fra i popoli. Partendo dal "sindaco santo" l'introduzione del presidente Cei al libro suile idee che ispirano l'incontro pugliese Anticipiamo sintesi dell'introduzione di Una profezia per la pace (Lev, pagine 148, euro 20, fra pochi giorni in libreria), che raccoglie interventi del cardinale Gualtiero Bassetti. Un libro che illustra i principi ispiratori dell'Incontro di riflessione e spiritualità Mediterraneo frontiera di pace, che inizia mercoledì 19 febbraio a Bari. Sono vissuto in un paese di orfani e di poveri. Tra i banchi della scuola elementare di Fantino, una minuscola frazione del Comune di Marradi sull’Appennino tosco-romagnolo, molti alunni erano orfani. I padri di quei bambini, infatti, erano stati uccisi il 17 luglio 1944 da una crudele rappresaglia tedesca nella vicina località di Crespino sul Lamone: ben 45 persone erano state fucilate senza alcuna pietà. Tra di loro anche il parroco, don Fortunato Trioschi, che era stato preso dai soldati mentre stava recitando il vespro in chiesa con le donne. «Strappato a viva forza dal suo pietoso ufficio – si legge nel Bollettino mensile di Crespino del marzo 1946 – egli recitava per i moribondi la preghiera della speranza cristiana». «Un colpo di mitra gli mozzò le parole sul labbro» e cadde riverso sulla fossa che aveva precedentemente scavato insieme ai suoi parrocchiani. All’indomani della fine del conflitto eravamo tutti poveri, ma di una povertà dignitosa. Siamo sopravvissuti alla miseria tipica degli anni del dopoguerra perché avevamo capito che il condividere è moltiplicare. Se mia madre faceva il pane, quel pane era anche per i vicini. Se un contadino aveva munto una mucca, quel latte era anche per i bambini. Se qualcuno comprava il sale, che era un alimento preziosissimo, ne dava un po’ anche agli altri. Si condivideva tutto. E condividendo tutto siamo cresciuti insieme, uomini, donne e bambini, in una comunità coesa in cui la Chiesa svolgeva una funzione importantissima. L’anticlericalismo era ben presente anche nell’Italia degli anni Cinquanta ma, nella vita quotidiana, non metteva in discussione la figura del sacerdote. Il prete, soprattutto nelle campagne, era il segno di una presenza religiosa, culturale e sociale. Le persone andavano dal sacerdote per consigli di tutti i tipi, perché era l’unica persona che aveva una cultura e che, al tempo stesso, si prendeva cura concretamente della «povera gente». Quella «povera gente» a cui anche Giorgio La Pira (terziario domenicano e francescano, professore universitario di diritto romano, membro dell’Assemblea costituente, deputato alla Camera per tre legislature e, soprattutto, sindaco di Firenze per molti anni) dedicò gran parte della sua esistenza. Nell’aprile del 1950, su "Cronache Sociali", La Pira pubblicò un saggio molto importante dal titolo L’attesa della povera gente. Sebbene svolgesse un’analisi che partiva dall’esame del reddito pro capite mondiale, quello scritto non era solo un testo che si inseriva nel dibattito economico, ma era soprattutto la traduzione concreta del messaggio evangelico di giustizia sociale e amore verso gli ultimi. Quando entrai in seminario nel 1956 a Firenze, La Pira era un personaggio straordinariamente amato dalla popolazione. Non era solo il sindaco, era molto di più. Era una testimonianza di fede autentica riconosciuta da tutti. Il nostro rettore, uomo di grande cultura biblica, lo invitava spesso in semi- nario. Lui ci incantava ad ascoltarlo, si fidava di noi piccoli e ci parlava dei suoi grandi progetti. I fiorentini, sin da vivo, lo consideravano un santo. Ogni incontro con La Pira, anche fugace, lungo la strada, rappresentava per i cittadini un momento di arricchimento personale. Egli annunciava con gioia il Vangelo in ogni momento e tutto, per lui, era motivo di contemplazione: dal campanile di Giotto ai pescatori sotto il ponte Vespucci. È stato, senza dubbio, un mistico prestato alla politica. Nella sua visione del mondo, carità e politica si fondevano in un legame indivisibile. E al centro della sua azione si collocava il cosiddetto «pilotaggio della speranza». La sua missione terrena, collocata in un’epoca storica dominata dalle ideologie, non si esauriva nella gestione della cosa pubblica ma era una «missione essenzialmente religiosa» che rispondeva a una «specifica chiamata» divina. Egli è stato un «ambasciatore di Cristo», cioè un uomo di Dio o, meglio, un « nabì (bocca di Dio)», un profeta dei tempi odierni. Il profeta è un chiamato dal Signore e colui che parla per conto del Creatore. È colui che sa mettersi in ascolto della parola di Dio e perciò riesce a leggere in profondità il mondo che gli sta attorno. Il profeta è una «sentinella per la casa d’Israele» ed esprime con passione e generosità, fino a sembrare stolto e ingenuo, questa sua missione divina. Giorgio La Pira è stato un profeta del dialogo, della speranza e della pace. La fede era il motore della sua azione, che si innestava in un contesto internazionale caratterizzato da un «crinale apocalittico» dominato dallo scontro tra le due superpotenze e dall’incubo nucleare. Alla logica del conflitto, La Pira opponeva la supremazia del dialogo. Un dialogo cercato con tutte le forze nei Paesi dell’Europa dell’Est, in Asia, in America Latina e in Africa. In questo sforzo incessante il sindaco di Firenze traccia una strada; è il «sentiero di Isaia» che si basava sull’antica profezia messianica: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci». Il sentiero di Isaia tracciato da La Pira si proponeva di arrivare al disarmo generale trasformando le «armi distruttive in strumenti edificatori della pace e della civiltà». Secondo la sua visione escatologica, tutta la storia convergeva verso «il porto finale» della pace. Per raggiungere la pace, La Pira incontra molti capi di Stato. In uno di questi incontri, conia una delle sue espressioni più note: «Abbattere i muri e costruire i ponti». Un’immagine che mutuò da quello che vide al Cairo nel 1967 dopo aver incontrato il presidente egiziano Nasser. In quell’occasione notò «una squadra di operai abbattere i muri che erano stati costruiti davanti alle porte dell’albergo, come strumenti di difesa antiaerea». In quel gesto vide il simbolo di una grande azione politica e culturale. Bisognava abbattere «il muro della diffidenza» tra i popoli e costruire ponti di dialogo tra le genti. Occorreva unire e non dividere. Dopo la crisi di Suez del 1956, matura il progetto di convocare a Firenze un grande incontro internazionale dedicato al Mediterraneo. Nel maggio del 1958, all’interno di una corrispondenza fittissima col pontefice, invia una lettera a Pio XII in cui presenta il suo progetto di Colloqui mediterranei. «Vi dico subito, Beatissimo Padre, quale è la 'intuizione' che da qualche tempo fiorisce sempre più chiaramente nella mia anima. Questa: il Mediterraneo è il lago di Tiberiade del nuovo universo delle nazioni: le nazioni che sono nelle rive di questo lago sono nazioni adoratrici del Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe; del Dio vero e vivo. Queste nazioni, col lago che esse circondano, costituiscono l’asse religioso e civile attorno a cui deve gravitare questo nuovo Cosmo delle nazioni: da Oriente e da Occidente si viene qui: questo è il Giordano misterioso nel quale il re siro (e tutti i 're' della terra) devono lavarsi per mondarsi della loro lebbra (4 Re V, 10)». Secondo La Pira, dunque, il Mediterraneo, culla delle civiltà monoteiste che egli chiamava «la triplice famiglia di Abramo», è chiamato a riprendere il suo posto nella storia in un mondo sempre più minacciato da guerre e distruzione. Una costruzione della pace che passava anche dalla preghiera e dalla contemplazione. Dal 1951 al 1974, divenuto presidente delle Conferenze di San Vincenzo della Toscana, La Pira aveva introdotto nel programma dell’associazione una novità: l’assistenza economica da offrire ai monasteri di clausura in difficoltà, in cambio di preghiere. In questo modo, veniva inviato alle claustrali un foglietto stampato come «lettera circolare» in cui riportava le motivazioni e le iniziative «politiche» per cui chiedeva di pregare. Centinaia di monache risposero a questi appelli. In una di queste lettere alle claustrali, La Pira allega anche un lungo telegramma che, il 26 ottobre 1961, aveva scritto all’ambasciatore sovietico a Roma, Semen Kozirev, pregandolo di trasmettere il suo messaggio a Nikita Krusciov. In quel telegramma, La Pira prega il leader dell’Urss di impegnarsi concretamente verso il disarmo nucleare. Se questo avverrà, scrive, «ve ne sarà grato il Padre celeste che saprà considerare con cuore di padre il vostro atto di buona volontà». Fonte.www.avvenire.it
Papa:Dio ci chiede
Avvenire,   18/02/2020
Santa Marta. Il Papa: Dio ci chiede un cuore aperto e pieno di compassione Gabriella Ceraso - Vatican News martedì 18 febbraio 2020 "La medicina contro la durezza del cuore è la memoria". Francesco invita a non dimenticare la grazia della salvezza che rende il cuore sincero e capace di misericordia Manca pane a sufficienza ai discepoli che sono saliti in barca con Gesù e in loro subentra la preoccupazione per la gestione di qualcosa di materiale: "Discutevano fra loro - dice oggi il Vangelo di Marco ( Mc 8,14-21) - perché non avevano pane". Gesù accortosi di questo li ammoniva: "Perché discutete che non avete pane? Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?". (Gabriella Ceraso - Vatican News) Dove manca la compassione ci sono idolatria e ideologia Papa Francesco prende le mosse da questa scena del Vangelo per far comprendere la differenza che c'è tra un "cuore indurito", come quello dei discepoli, e un "cuore compassionevole" come quello del Signore, quello che esprime la Sua volontà: E la volontà del Signore è la compassione: “Misericordia voglio e non sacrifici”. E un cuore senza compassione è un cuore idolatrico, è un cuore autosufficiente, che va avanti sostenuto dal proprio egoismo, che diventa forte soltanto con le ideologie. Pensiamo ai quattro gruppi ideologici del tempo di Gesù: i farisei, i sadducei, gli esseni, gli zeloti. Quattro gruppi che avevano indurito il cuore per portare avanti un progetto che non era quello di Dio; non c’era posto per il progetto di Dio, non c’era posto per la compassione. Gesù è lo schiaffo ad ogni durezza del cuore Ma esiste una "medicina" contro la durezza del cuore ed è la memoria. Per questo nel Vangelo di oggi e in tanti passi della Bibbia che il Papa ripercorre torna come una sorta di "ritornello" il richiamo al potere salvifico della memoria, una "grazia" da chiedere - dice Francesco - perché "mantiene il cuore aperto e fedele". Quando il cuore diventa indurito, quando il cuore si indurisce, si dimentica… Si dimentica la grazia della salvezza, si dimentica la gratuità. Il cuore duro porta alle liti, porta alle guerre, porta all’egoismo, porta alla distruzione del fratello, perché non c’è compassione. E il messaggio di salvezza più grande è che Dio ha avuto compassione di noi. Quel ritornello del Vangelo, quando Gesù vede una persona, una situazione dolorosa: “ne ebbe compassione”. Gesù è la compassione del Padre; Gesù è lo schiaffo a ogni durezza di cuore. Avere un cuore aperto Chiedere dunque la grazia di avere un cuore "non ideologizzato" e quindi indurito, ma "aperto e compassionevole" di fronte a quanto accade nel mondo perché - ricorda il Papa - da questo saremo giudicati il giorno del giudizio, non dalle nostre "idee" o dalle nostre "ideologie". "Ho avuto fame, mi hai dato da mangiare; sono stato in prigione, sei venuto a trovarmi; ero afflitto e mi hai consolato" sta scritto nel Vangelo e "questa - rimarca Francesco - è la compassione, questa è la non-durezza di cuore". E l'umiltà, la memoria delle nostre radici e della nostra salvezza, ci aiuteranno a conservarlo tale. Da qui la preghiera conclusiva del Papa: Ognuno di noi ha qualcosa che si è indurito nel cuore. Facciamo memoria, e che sia il Signore a darci un cuore retto e sincero - come abbiamo chiesto nell’orazione colletta - dove abita il Signore. Nei cuori duri non può entrare il Signore; nei cuori ideologici non può entrare il Signore. Il Signore entra solo nei cuori che sono come il suo cuore: i cuori compassionevoli, i cuori che hanno compassione, i cuori aperti. Che il Signore ci dia questa grazia. Fonte.www.avvenire.it
Papa:Dio chiede
L'Osservatore Romano,   18/02/2020
Dio chiede un cuore aperto e pieno di compassione · Messa a Santa Marta · 18 febbraio 2020 «La medicina contro la durezza del cuore è la memoria». Papa Francesco nella messa celebrata la mattina di martedì 18 febbraio a Casa Santa Marta ha invitato a non dimenticare la grazia della salvezza che rende il cuore sincero e capace di misericordia. Manca pane a sufficienza ai discepoli che sono saliti in barca con Gesù e in loro subentra la preoccupazione per la gestione di qualcosa di materiale: «Discutevano fra loro — si legge nel Vangelo del giorno (Marco, 8, 14-21) — perché non avevano pane». Gesù accortosi di questo li ammoniva: «Perché discutete che non avete pane? Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Papa Francesco ha preso le mosse da questa scena del Vangelo per far comprendere la differenza che c’è tra un «cuore indurito», come quello dei discepoli, e un «cuore compassionevole» come quello del Signore, quello che esprime la Sua volontà: «E la volontà del Signore è la compassione: “Misericordia voglio e non sacrifici”. E un cuore senza compassione — ha sottolineato il Pontefice — è un cuore idolatrico, è un cuore autosufficiente, che va avanti sostenuto dal proprio egoismo, che diventa forte soltanto con le ideologie. Pensiamo ai quattro gruppi ideologici del tempo di Gesù: i farisei, i sadducei, gli esseni, gli zeloti. Quattro gruppi che avevano indurito il cuore per portare avanti un progetto che non era quello di Dio; non c’era posto per il progetto di Dio, non c’era posto per la compassione». Ma esiste una “medicina” contro la durezza del cuore ed è la memoria. Per questo nel Vangelo di oggi e in tanti passi della Bibbia che il Papa ha ripercorso, torna come una sorta di “ritornello” il richiamo al potere salvifico della memoria, una “grazia” da chiedere — ha detto Francesco — perché «mantiene il cuore aperto e fedele». «Quando il cuore diventa indurito, quando il cuore si indurisce, si dimentica... Si dimentica — ha affermato Francesco — la grazia della salvezza, si dimentica la gratuità. Il cuore duro porta alle liti, porta alle guerre, porta all’egoismo, porta alla distruzione del fratello, perché non c’è compassione. E il messaggio di salvezza più grande è che Dio ha avuto compassione di noi. Quel ritornello del Vangelo, quando Gesù vede una persona, una situazione dolorosa: “ne ebbe compassione”. Gesù è la compassione del Padre; Gesù è lo schiaffo a ogni durezza di cuore». Chiedere dunque la grazia di avere un cuore «non ideologizzato» e quindi indurito, ma «aperto e compassionevole» di fronte a quanto accade nel mondo perché — ha ricordato il Papa — da questo saremo giudicati il giorno del giudizio, non dalle nostre «idee» o dalle nostre «ideologie». «Ho avuto fame, mi hai dato da mangiare; sono stato in prigione, sei venuto a trovarmi; ero afflitto e mi hai consolato» sta scritto nel Vangelo e «questa — ha rimarcato Francesco — è la compassione, questa è la non-durezza di cuore». E l’umiltà, la memoria delle nostre radici e della nostra salvezza, ci aiuteranno a conservarlo tale. Da qui la preghiera conclusiva del Papa: «Ognuno di noi ha qualcosa che si è indurito nel cuore. Facciamo memoria, e che sia il Signore a darci un cuore retto e sincero — come abbiamo chiesto nell’orazione colletta — dove abita il Signore. Nei cuori duri non può entrare il Signore; nei cuori ideologici non può entrare il Signore». Egli, ha concluso il Pontefice, «entra solo nei cuori che sono come il suo cuore: i cuori compassionevoli, i cuori che hanno compassione, i cuori aperti. Che il Signore ci dia questa grazia». di Gabriella Ceraso Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:la guerra
Avvenire,   17/02/2020
L'Angelus. Il Papa: chi fa la guerra non sa dominare le proprie passioni lunedì 17 febbraio 2020 Francesco: non amare il prossimo significa uccidere se stessi.“Quando si accoglie la Legge di Dio nel cuore si capisce che bisogna abbandonare uno stile di vita fatto di promesse non mantenute” Una bimba di un anno e mezzo che muore per il freddo in Siria. Il ricordo di Papa Francesco fa piombare nella crudeltà della guerra, delle calamità ma anche nelle conseguenze gravi di passioni incontrollate, di “azioni cattive” che partono dal cuore, culla anche di bontà e di amore. E’ un viaggio tra le cadute e le risalite dell’uomo quello che Francesco offre all’Angelus in Piazza San Pietro, commentando il passo del Vangelo tratto dal “Discorso della montagna”. E’ una riflessione sui Comandamenti dati a Mosè e un invito a vivere la Legge come “strumento di libertà”, a guidare i desideri perché “non è bene – afferma il Papa – cedere a sentimenti egoistici e possessivi”. La Legge però non esclude l’amore; Gesù sa che non è semplice vivere profondamente i Comandamenti “per questo ci offre il soccorso del suo amore”; “si tratta – continua il Pontefice - di affidarsi a Lui”. E’ quella la via per dirsi davvero cristiani. Dio ci educa alla vera libertà e responsabilità se ci mostriamo disponibili. Il Papa sottolinea come Gesù voglia spiegare ai suoi interlocutori il vero senso della Legge, contenuta nei Comandamenti dati a Mosè. Non dimentichiamo questo: vivere la Legge come uno strumento di libertà, che mi aiuta ad essere più libero, che mi aiuta a non essere schiavo delle passioni e del peccato. Pensiamo alle guerre, pensiamo alle conseguenze delle guerre, pensiamo a quella bambina morta di freddo in Siria l’altro ieri. Tante calamità, tante. Questo è frutto delle passioni e la gente che fa la guerra non sa dominare le proprie passioni. Gli manca di adempiere la Legge. Quando si cede alle tentazioni e alle passioni, non si è signori e protagonisti della propria vita, ma si diventa incapaci di gestirla con volontà e responsabilità. Francesco si sofferma sulla comunicazione di Gesù, il suo ricorso alle 4 antitesi che fanno riferimento a situazioni di vita quotidiana – “l’omicidio, l’adulterio, il divorzio e i giuramenti” – e incoraggia a passare da “un’osservanza formale della Legge a un’osservanza sostanziale, accogliendo la Legge nel cuore, che è il centro delle intenzioni, delle decisioni, delle parole e dei gesti di ciascuno di noi”. “Dal cuore – sottolinea il Papa - partono le azioni buone e quelle cattive”; da qui inizia il cambiamento di uno stile di vita, dimenticando quello “fatto di promesse non mantenute”. Accogliendo la Legge di Dio nel cuore si capisce che, quando non si ama il prossimo, si uccide in qualche misura sé stessi e gli altri, perché l’odio, la rivalità e la divisione uccidono la carità fraterna che è alla base dei rapporti interpersonali. E questo vale per quello che ho detto delle guerre e anche per le chiacchiere, perché la lingua uccide. Accogliendo la Legge di Dio nel cuore si capisce che i desideri vanno guidati, perché non tutto ciò che si desidera si può avere, e non è bene cedere ai sentimenti egoistici e possessivi. Affidarsi a Gesù è la strada che il Papa indica per sentirsi sostenuti, per accogliere la sua mano tesa, la grazia, il suo aiuto “ricolmo di bontà e misericordia”, perché Lui sa che è facile cadere. Gesù è consapevole che non è facile vivere i Comandamenti in questo modo così totalizzante. Per questo ci offre il soccorso del suo amore: Egli è venuto nel mondo non solo per dare compimento alla Legge, ma anche per donarci la sua Grazia, così che possiamo fare la volontà di Dio, amando Lui e i fratelli. Tutto, tutto possiamo fare con la grazia di Dio! Anzi, la santità non è altra cosa che custodire questa gratuità che ci ha dato Dio, questa grazia. La strada da percorrere per dirsi cristiani è quella “di progredire sulla via dell’amore che Lui ci ha indicato e che parte dal cuore”. Un cammino che, grazie all’intercessione della Vergine, possiamo vivere “per raggiungere la gioia vera e diffondere dappertutto la giustizia e la pace”. Nei saluti, al termine dell’Angelus, il Papa ha ricordato i pellegrini italiani e quelli provenienti dalla Croazia e dalla Serbia; da Trappes, in Francia; dalla diocesi di Toledo, in Spagna; e gli studenti del “Colegio Asunción Cuestablanca” di Madrid. Fonte.www.avvenire.it
Bassetti,verso Bari 2020
Avvenire,   16/02/2020
Verso Bari. Bassetti: in ascolto del grido dei popoli. Per la pace nel Mediterraneo Giacomo Gambassi sabato 15 febbraio 2020 Parla il cardinale presidente della Cei alla vigilia dell'Incontro "Mediterraneo, frontiera di pace" che porterà a Bari i vescovi di venti Paesi. «L’indifferenza uccide» Sulla scrivania il cardinale Gualtiero Bassetti ha già una prima stesura dell’intervento con cui mercoledì aprirà a Bari il “forum” per la pace nel Mediterraneo. E, vicino a una copia della Bibbia, ci sono i testi di Giorgio La Pira, il sindaco “santo” di Firenze che al presidente della Cei ha ispirato l’Incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” che per la prima volta riunisce i vescovi di tutto il bacino. Venti i Paesi rappresentati dai loro pastori e tre i continenti che in Puglia si abbracceranno: Europa, Africa e Asia. «Il Vangelo ha tratti mediterranei. E la nostra è una Chiesa mediterranea – spiega Bassetti –. Se il Mediterraneo è il concentrato, o meglio la cartina di tornasole dei problemi del mondo, non possiamo far finta di non vedere quello che accade. E neppure possiamo scivolare nella rassegnazione». La voce dell’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve si fa decisa. «È l’ora della responsabilità, è l’ora dell’impegno, è l’ora della pace che tutti siamo chiamati a costruire. La Chiesa non intende stare con le mani in mano». L’Incontro “Mediterraneo, frontiera di pace” promosso dalla Cei è una sorta di Sinodo del Mediterraneo che porterà a Bari dal 19 al 23 febbraio cinquantotto vescovi delle Chiese affacciate sul grande mare in rappresentanza di tre continenti (Europa, Asia e Africa). Sarà concluso da papa Francesco. Sui passi del "profeta di pace" Giorgio La Pira, i vescovi si confronteranno per indicare percorsi concreti di riconciliazione e fraternità fra i popoli in un'area segnata da guerre, persecuzioni, emigrazioni, sperequazioni Dalle finestre del palazzo arcivescovile, nel cuore del capoluogo umbro, entrano i raggi di un sole quasi primaverile. Bassetti arriverà a Bari martedì, alla vigilia del grande evento organizzato dalla Cei che sarà concluso domenica 23 febbraio da papa Francesco. «E il Papa mi ha anche detto che cosa vuole: a noi vescovi chiede non lamentele o discorsi accademici ma proposte concrete che possano essere utili per l’oggi». Molti i temi che entreranno nell'agenda delle giornate “sinodali” scandite dal dialogo (a porte chiuse) fra i pastori. Le persecuzioni delle minoranze cristiane, ad esempio. «La prossimità concreta ai nostri fratelli nella fede deve essere reale – dice Bassetti –. Altrimenti peccheremmo di omissione». Poi le disuguaglianze fra le sponde. «Va ribaltato un modello di rapporti basato ancora sullo sfruttamento», sostiene il cardinale. Ancora: l’Europa che «mostra segnali preoccupanti di apatia o di chiusura», osserva il presidente della Cei. Quindi il dramma dei migranti. E il cardinale cita una frase delle monache agostiniane di Pennabilli che gli hanno consegnato le riflessioni di nove monasteri in preghiera per il Mediterraneo: «Dove la carità non fa da nave, ad affondare non sono solo i barconi ma è la nostra umanità». Una pausa. «Come Chiesa italiana non potevamo restare indifferenti di fronte a tutto ciò – afferma Bassetti –. Perché, come ha ammonito papa Francesco, l’indifferenza uccide». Eminenza, quale contributo può giungere dalla comunità ecclesiale alla pace nel Mediterraneo? Consapevole che ha bisogno di un supplemento d’anima, la Chiesa intende farsi ponte fra i popoli alimentando una continua tensione verso il perdono e la riconciliazione. Con una certezza: come ricorda la sequenza di Pasqua, «morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello; il Signore della vita era morto ma ora, vivo, trionfa». Fra guerra e pace c’è già un vincitore: la pace. Non è utopia. Però va fatta trionfare con una pratica attiva e creativa. Ed è la sfida del nostro Incontro. Siamo di fronte a un piccolo “Sinodo”? L’Incontro ha un metodo sinodale nel senso che vuole aiutare le Chiese a camminare sempre più insieme. Gli episcopati sono stati coinvolti nel cammino di preparazione. Ma saranno soprattutto le giornate di Bari ad avere al centro l’ascolto e il dialogo come strumenti di discernimento comunitario. Questo appuntamento è un unicum nel suo genere. Non è una conferenza o un simposio internazionale ma un incontro di fraternità fra vescovi del Mediterraneo che per la prima volta si ritrovano insieme per riflettere e provare a trovare le coordinate di un’azione comune. Come insegnano gli Atti degli Apostoli, il sostegno e l’aiuto reciproco sono dimensioni costitutive dell’essere comunità cristiana. Che cosa aspettarsi allora? Ci metteremo innanzitutto in ascolto del grido dei popoli. Da pastori che viviamo in mezzo alle genti, sappiamo quali sono i drammi, le miserie, le ansie delle nostre comunità. Non siamo politici. Ma il mistero dell’Incarnazione ci dice che la Chiesa è per l’uomo e serve l’uomo. Quindi deve abitare il presente. Dai monasteri che hanno formato una rete di preghiera per sostenere l’Incontro mi hanno scritto che la Chiesa è chiamata ad avere «un compito di vigilanza e profezia rispetto alla storia» e ad essere «capace di smascherare ogni forma di ingiustizia che governa il mondo facendo sentire la sua parola, in nome di Dio, a difesa degli ultimi». Faccio mia questa intuizione che ben sintetizza il senso della nostra iniziativa. Lei ha voluto l’Incontro. Com’è nato? C’è una profezia di pace sul Mediterraneo che attraversa il Novecento e che si interseca con la grande storia – penso al magistero sulla pace da Giovanni XXIII a Francesco – e anche con la mia vicenda personale. Nella mia biografia c’è sia la memoria drammatica della seconda guerra mondiale, sia l’incontro umano e spirituale con Giorgio La Pira. Ero seminarista a Firenze e spesso il rettore invitava il sindaco “santo”. Erano gli anni in cui La Pira, un mistico prestato alla politica, organizzava i “Colloqui mediterranei” con capi di Stato e di governo. Lui parlava del Mediterraneo come del «grande lago di Tiberiade» in cui si affacciavano le civiltà della «triplice famiglia di Abramo». Quella delineata da La Pira era una prospettiva di dialogo, di pace e di incontro che ambiva a superare secoli di divisione. Ho fatto mia questa prospettiva quando, da presidente della Cei, mi sono trovato di fronte ai migranti morti in mare e all’instabilità politica del Mediterraneo. E, come avvertiva La Pira, è compito dell’Italia «costruire ponti che i popoli del Mediterraneo attraversino per giungere alla civiltà della pace». È venuto il momento di costruire questi ponti. Come leggere la presenza del Papa a Bari? L’Incontro è stato proposto due anni fa, in prima battuta, al Papa che subito ne ha condiviso lo spirito. E la sua presenza a Bari dimostra la sua attenzione verso il nostro progetto. L’evento arriva mentre il Mediterraneo si infiamma ancora di più. Negli ultimi anni i problemi dell’intero bacino si sono acuiti. Penso ai nuovi focolai in Iraq, alla lunga guerra civile in Libia, all’«inferno» della Siria come lo ha definito il cardinale Mario Zenari, alle tensioni in Turchia. Ma c’è anche altro: il latente conflitto israelo-palestinese, le fibrillazioni in Libano, le ferite ancora aperte nei Balcani. A tutto ciò si aggiungono fattori destabilizzanti come il fondamentalismo, le migrazioni di massa, il mancato sviluppo che non consente un reale protagonismo del Medio Oriente e del Nord Africa. In questo contesto l’Europa deve riscoprire la sua “anima”, come affermava Paolo VI, fondata sulla fede, sulla dignità della persona umana e sulla solidarietà. Nel Mediterraneo i cristiani fanno i conti con persecuzioni, esodi forzati, violenze. I cristiani vivono situazioni di estrema sofferenza. Le ho potute toccare con mano anch’io in alcuni miei viaggi. Accenno alle persecuzioni e alle violenze che subiscono i cristiani della Siria o dell’Iraq costretti a fuggire a causa della guerra e del terrorismo. Ricordo le discriminazioni che si registrano nei Balcani o le difficoltà che si vivono in Terra Santa dove il numero dei cristiani si assottiglia. Tutto ciò mette in pericolo la presenza cristiana in territori dove affondano le radici della nostra fede. Come ha osservato il cardinale Sako, se le radici vengono tagliate, l’intero albero rischia di morire. E la sfida del dialogo? Va adottata la cultura del dialogo come via di fraternità. C’è bisogno di dialogo fra le culture. Ed è più che mai necessario il dialogo fra le fedi da cui dipende in ultima istanza anche l’amicizia fra i popoli. La storia insegna che l’estremismo religioso e l’intolleranza sono all’origine di numerosi scontri che anche di recente marcano il Mediterraneo. Come evidenzia il Documento sulla fratellanza umana firmato un anno fa ad Abu Dhabi, se Dio ha creato l’unica famiglia umana, non posso non vedere nell’altro, chiunque esso sia, un fratello. Certo, il dialogo non si costruisce a tavolo e implica una purificazione della memoria e dei cuori. Ma le difficoltà, che innegabilmente ci sono, non possono farci desistere dall’incontrare l’altro. C’è ancora da rovesciare la logica delle crociate? O, per dirla in altri termini, l’Occidente ha sempre uno sguardo di superiorità? Direi di sì. Suggeriva La Pira che «l’Occidente deve liberarsi delle scorie egoistiche e tornare all’amore cristiano». Oggi i potenti della terra agiscono nel Mediterraneo mossi dal particulare, si direbbe con Guicciardini. Allora facciamo nostro il monito di Paolo VI quando nella Populorum progressio sosteneva che lo sviluppo è il nuovo nome della pace. La conferenza stampa di presentazione dell'Incontro 'Mediterraneo, frontiera di pace' La conferenza stampa di presentazione dell'Incontro "Mediterraneo, frontiera di pace" - Siciliani Tema migranti. I vescovi del sud del Mediterraneo invitano a non partire. In Europa i Paesi chiudono i confini. Come affrontare la questione? Noi guardiamo al fenomeno migratorio da un punto di vista occidentale: ci limitiamo a vedere chi giunge da noi. L’accoglienza è virtù evangelica: va assicurata senza se e senza ma, soprattutto se chi varca il nostro confine è in condizioni disperate. Comunque l’arrivo dei profughi non riguarda solo l’Europa. Cito il Nord Africa dove si approda dal sud del Sahara, o il Libano e la Turchia che ospitano milioni di rifugiati di guerra. La Chiesa è sempre in prima linea. Tuttavia c’è anche altro. Alcune Chiese restano vive proprio grazie ai migranti come avviene nei Paesi del Maghreb o in Grecia. Inoltre come comunità ecclesiale dobbiamo denunciare con forza il traffico di esseri umani ma anche le condizioni di schiavitù in cui versano i migranti nei campi d’accoglienza sparsi per il Mediterraneo. E già si pensa al “dopo Bari”. Saranno talmente numerosi gli argomenti che affioreranno nelle cinque giornate pugliesi che è impossibile esaurire tutto. Per questo verranno costituiti tavoli di lavoro tematici che permetteranno ai vescovi di incontrarsi di nuovo. Ma le modalità andranno definite in accordo con il Santo Padre. Senza dubbio saremo molto impegnati nei prossimi anni. Fonte.www.avvenire.itjj
Panpsichismo
Avvenire,   15/02/2020
Filosofia. Il grande ritorno del panpsichismo, tutto ha coscienza nell'universo Andrea Lavazza martedì 4 febbraio 2020 Un libro del filosofo Philip Goff sostiene che la capacità di provare sensazioni sia propria della materia e pervada ogni cosa, in gradi diversi. Da Galileo a Damasio gli errori del riduzionismo È già diventato un caso nel mondo filosofico anglosassone. Anche se la teoria che il libro sostiene – il panpsichismo – risale agli albori della riflessione sulla realtà. Philip Goff insegna all’università di Durham e ha gettato il sasso nello stagno già col titolo del suo volume: Galileo’s Error: Foundations for a New Science of Consciousness (pubblicato da Rider in novembre e premiato dalle vendite). Dove l’errore di Galileo fa il verso all’Errore di Cartesio, come Antonio Damasio ha chiamato il suo celebre libro del 1994. In un quarto di secolo, verrebbe da dire, il pendolo degli studi sulla coscienza è tornato al punto di partenza. Se il neuroscienziato portoghese voleva dare il colpo definitivo a ogni forma di dualismo tra mente e corpo con una spiegazione materialistica basata sul caso ormai famoso dell’operaio Phineas Gage, il quale cambiò carattere dopo che il suo cervello fu attraversato da una barra di ferro, il filosofo inglese evidenzia come ancora oggi «non abbiamo spiegazione del modo in cui l’attività elettrochimica del cervello riesca a creare il mondo interno soggettivo di colori, suoni, odori e sapori che ognuno di noi sperimenta». La pars destruens Goff l’ha compiuta nella sua opera precedente, più ampia, più tecnica e molto lodata, Consciousness and Fundamental Reality( Oxford University Press), con cui ha cercato di smontare gli approcci fisicalistici alla coscienza, a partire dal fatto che non vi è una chiara definizione di che cosa sia la materia. Mentre sappiamo molto delle sue proprietà, non abbiamo una precisa nozione della sua natura intrinseca. Possiamo così concentrarci sul presunto sbaglio di Galileo. L’inventore del metodo scientifico pose infatti la matematica come il linguaggio d’elezione per un vocabolario che esprime solo quantità. Ma la coscienza è qualcosa che ha a che fare con fenomeni qualitativi (la rossezza che percepiamo di un pomodoro o il sapore che sentiamo quando si mangia cioccolato) e la scienza per definizione deve rinunciare a spiegare le qualità. Enfatizzando la distinzione tra qualità primarie e secondarie, Galileo ha finito col mettere la coscienza fuori dalla scienza. Non quindi un errore in senso specifico, ma una scelta che lascia un vuoto esplicativo. E quel 'buco', dice Goff, può essere riempito dal panpsichismo. Questa teoria sostiene che «la coscienza pervade l’universo ed è una sua caratteristica fondamentale». Ciò non significa che ogni cosa sia cosciente come lo siamo noi esseri umani. L’idea è che perfino i costituenti minimi della realtà fisica – i quark e gli elettroni – abbiano una forma assolutamente minima e primitiva di esperienza, dove per esperienza si intende dolore, piacere, sensazioni. La coscienza degli esseri viventi superiori deriverebbe dall’esperienza delle componenti di base del cervello. La coscienza sarebbe quindi la natura intrinseca della materia, senza ipotizzare nulla di soprannaturale o spirituale (Goff si definisce un finzionalista religioso, cioè ritiene legittimo il discorso e le pratiche religiose senza impegnarsi nel credere ai contenuti religiosi). La scienza descrive l’'esterno' e non vede l’'interno', ovvero l’esperienza soggettiva. Ma si può testare la teoria panpsichistica? Non proprio: la coscienza è per definizione non osservabile: conosciamo la sua esistenza per il fatto che ne facciamo esperienza personale. Le neuroscienze trovano correlazioni tra l’attività del cervello e ciò che chiamiamo mente. Ma è la filosofia che può spiegare tali correlazioni. E, secondo l’autore, il panpsichismo rappresenta l’unica teoria che regge a uno scrupoloso esame filosofico. I critici tendono a dire o che la coscienza non è quel mistero che pare a Goff o che il panpsichismo non sa replicare al problema della composizione: come si saldano le singole micro-esperienze di ciascun neurone nella coscienza unitaria dell’individuo? Il dibattito ferve, l’accordo tra esperti sembra impossibile e la soluzione rimane lontana. Fonte.www.avvenire.it
Papa:tenere nel cuore
Avvenire,   15/02/2020
Santa Marta. Il Papa: tenere nel cuore chi ci accompagna nel cammino della vita venerdì 14 febbraio 2020 Il Papa invita a ricordare chi ogni giorno accompagna la nostra vita; presenze che diventano di famiglia e a cui fa bene dire grazie o chiedere scusa per le nostre mancanze Il Papa: tenere nel cuore chi ci accompagna nel cammino della vita Vatican Media Il calore di Casa Santa Marta, di una “famiglia larga” la definisce il Papa, fatta di persone che ci accompagnano nel cammino della vita, che ogni giorno lavorano lì, con dedizione e cura, che aiutano se una compagna è malata, provano tristezza se uno di loro va via. Volti, sorrisi, saluti: semi che si gettano nel cuore di ognuno. Francesco, nell’omelia della Messa del mattino, prende spunto dal pensionamento di una dipendente, Patrizia, per fare “atto di memoria, di ringraziamento” e anche di scuse nei confronti di chi ci accompagna nel cammino. L’egoismo è un peccato E’ un’omelia che racconta la quotidianità di Casa Santa Marta. Papa Francesco vuole soffermarsi sulla famiglia, non solo “papà, mamma, fratelli, zii, nonni” ma “la famiglia larga, coloro che ci accompagnano nel cammino della vita per un po’ di tempo”. Spiega che, dopo 40 anni di lavoro, Patrizia va in pensione; una presenza di famiglia su cui soffermarsi: E questo farà bene a tutti noi che abitiamo qui, pensare a questa famiglia che ci accompagna; e a tutti voi, che non abitate qui, pensare a tanta gente che vi accompagna nel cammino della vita: vicini, amici, compagni di lavoro, di studio… Noi non siamo soli. Il Signore ci vuole popolo, ci vuole in compagnia; non ci vuole egoisti: l’egoismo è un peccato. Grazie Signore per non averci lasciati soli Nella sua riflessione, Francesco ricorda la generosità di tante compagne di lavoro che si sono prese cura di chi si è ammalato. Dietro ogni nome, una presenza, una storia, una permanenza breve che ha lasciato il segno. Una familiarità che ha trovato spazio nel cuore del Papa. “Penso a Luisa, penso a Cristina”, afferma il Pontefice, alla nonna di casa, suor Maria, entrata a lavorare giovane e che lì decise di consacrarsi. Ma nel ricordare la sua famiglia “larga”, il Pontefice ha un pensiero per chi non c’è più “Miriam, che se n’è andata con il bambino; Elvira, che è stata un esempio di lotta per la vita, fino alla fine”. E poi altri ancora che sono andati in pensione o a lavorare altrove. Presenze che hanno fatto bene e che a volte si fa fatica a lasciare. Oggi ci farà bene, a tutti noi, pensare alla gente che ci ha accompagnato nel cammino della vita, come gratitudine, e anche come un gesto di gratitudine a Dio. Grazie, Signore, per non averci lasciati da soli. È vero, sempre ci sono dei problemi, e dove c’è gente ci sono delle chiacchiere. Anche qui dentro. Si prega e si chiacchiera, ambedue le cose. E anche, alcune volte, si pecca contro la carità. Un grande “grazie” Peccare, perdere la pazienza e poi chiedere scusa. Si fa così in famiglia. “Io vorrei ringraziare per la pazienza delle persone che ci accompagnano – sottolinea il Papa - e chiedere scusa per le nostre mancanze”. Oggi è un giorno per ringraziare e chiedere scusa, dal cuore, ognuno di noi, alle persone che ci accompagnano nella vita, per un pezzo della vita, per tutta la vita… E vorrei approfittare di questo congedo di Patrizia per fare con voi questo atto di memoria, di ringraziamento, e anche di chiedere scusa alle persone che ci accompagnano. Ognuno di noi lo faccia con le persone che abitualmente lo accompagnano. E a coloro che lavorano qui a casa, un “grazie” grande grande grande. E a lei, Patrizia, che incominci questa seconda parte della vita, altri 40 anni! Fonte.www.avvenire.it
Papa:la mondanità
Avvenire,   13/02/2020
Santa Marta. Il Papa: scivolare nella mondanità è la lenta apostasia del cuore Debora Donnini - Vatican News giovedì 13 febbraio 2020 Lasciarsi scivolare lentamente nel peccato, relativizzando le cose ed entrando “in negoziato” con gli dei del denaro, della vanità e dell’orgoglio. Da quella che definisce come una «caduta con anestesia», il Papa mette in guardia stamani nell’omelia della Messa a Casa Santa Marta, riflettendo sulla storia del re Salomone. Lo riferisce Vatican News. La Prima Lettura della Liturgia odierna (1Re 11,4-13) «ci racconta - dice - l’apostasia, diciamo così, di Salomone», che non è stato fedele al Signore. Quando era vecchio, le sue donne gli fecero infatti “deviare il cuore” per seguire altri dei. Fu dapprima un «ragazzo bravo», che al Signore chiese solo la saggezza e Dio lo rese saggio, al punto che da lui vennero i giudici e anche la Regina di Saba, dall’Africa, con regali perché aveva sentito parlare della sua saggezza. «Si vede che questa donna era un po’ filosofa e gli fece domande difficili», dice il Papa notando che «Salomone uscì da queste domande vittorioso» perché sapeva rispondere. La lenta apostasia A quel tempo, prosegue il Papa, si poteva avere più di una sposa, che non vuol dire - spiega - che fosse lecito fare «il donnaiolo». Il cuore di Salomone, però, si indebolì non per aver sposato queste donne - poteva farlo - ma perché le aveva scelte di un altro popolo, con altri dei. E Salomone quindi cadde nel «tranello» e lasciò fare quando una delle mogli gli diceva di andare ad adorare Camos o Moloc. E così fece per tutte le sue donne straniere che offrivano sacrifici ai loro dei. In una parola, «permise tutto, smise di adorare l’unico Dio». Dal cuore indebolito per la troppa affezione alle donne, «entrò il paganesimo nella sua vita». Quindi, evidenzia Francesco, quel ragazzo saggio che aveva pregato bene chiedendo la saggezza, è caduto al punto di essere rigettato dal Signore. «Non è stata un’apostasia da un giorno all’altro, è stata un’apostasia lenta», spiega il Papa. Anche il re Davide, suo padre, infatti, aveva peccato - in modo forte almeno due volte - ma subito si era pentito e aveva chiesto perdono: era rimasto fedele al Signore che lo custodì fino alla fine. Davide pianse per quel peccato e per la morte del figlio Assalonne e quando, prima, fuggiva da lui, si umiliò pensando al suo peccato, quando la gente lo insultava. «Era santo. Salomone non è santo», afferma. Il Signore gli aveva dato tanti doni ma lui aveva sprecato tutto perché si era lasciato indebolire il cuore. Non si tratta, nota il Papa, del «peccato di una volta», ma dello «scivolare». «Le donne gli fecero deviare il cuore e il Signore lo rimprovera: “Tu hai deviato il cuore”. E questo succede nella nostra vita. Nessuno di noi è un criminale, nessuno di noi fa dei grossi peccati come aveva fatto Davide con la moglie di Uria, nessuno. Ma dove è il pericolo? Lasciarsi scivolare lentamente perché è una caduta con anestesia, tu non te ne accorgi, ma lentamente si scivola, si relativizzano le cose e si perde la fedeltà a Dio. Queste donne erano di altri popoli, avevano altri dèi, e quante volte noi dimentichiamo il Signore ed entriamo in negoziato con altri dèi: il denaro, la vanità, l’orgoglio. Ma questo si fa lentamente e se non c’è la grazia di Dio, si perde tutto». Attenti alla mondanità, non si può stare bene con Dio e con il diavolo Di nuovo il Papa si richiama al Salmo 105 (106) per sottolineare che questo mescolarsi con le genti e imparare ad agire come loro significa farsi mondani, pagani: «E per noi questa scivolata lenta nella vita è verso la mondanità, questo è il grave peccato: “Lo fanno tutti, ma sì, non c’è problema, sì, davvero non è l’ideale, ma...”. Queste parole che ci giustificano al prezzo di perdere la fedeltà all’unico Dio. Sono degli idoli moderni. Pensiamo a questo peccato della mondanità. Di perdere il genuino del Vangelo. Il genuino della Parola di Dio, di perdere l’amore di questo Dio che ha dato la vita per noi. Non si può stare bene con Dio e con il diavolo. Questo lo diciamo tutti noi quando parliamo di una persona che è un po’ così: “Questo sta bene con Dio e con il diavolo”. Ha perso la fedeltà». Sarà l'amore di Dio a fermarci E, in pratica, prosegue, significa non essere fedele «né a Dio né al diavolo». In conclusione, il Papa esorta a chiedere al Signore la grazia di fermarci quando capiamo che il cuore inizia a scivolare: «Pensiamo a questo peccato di Salomone, pensiamo a come è caduto quel Salomone saggio, benedetto dal Signore, con tutte le eredità del padre Davide, come è caduto lentamente, anestetizzato verso questa idolatria, verso questa mondanità e gli è stato tolto il regno. Chiediamo al Signore la grazia di capire quando il nostro cuore incomincia a indebolirsi e a scivolare, per fermarci. Sarà la sua grazia e il suo amore a fermarci se noi lo preghiamo». Fonte.www.avvenireò.it
Papa:Rete mondiale di preghiera
L'Osservatore Romano,   13/02/2020
Intenzioni della Rete mondiale di preghiera · Affidate da Papa Francesco per il 2021 · 13 febbraio 2020 Pubblichiamo di seguito il testo italiano delle intenzioni affidate dal Papa alla sua Rete mondiale di preghiera (Apostolato della preghiera) per il 2021. Nel corso dell’anno, ogni mese è dedicato a un’intenzione per l’evangelizzazione o a un’intenzione universale. Gennaio Intenzione di preghiera per l’evangelizzazione — La fraternità umana Perché il Signore ci dia la grazia di vivere in piena fratellanza con i fratelli e le sorelle di altre religioni, pregando gli uni per gli altri, aperti a tutti. Febbraio Intenzione di preghiera universale — Violenza sulle donne Preghiamo per le donne vittime di violenza, perché vengano protette dalla società e le loro sofferenze siano prese in considerazione e ascoltate. Marzo Intenzione di preghiera per l’evangelizzazione — Sacramento della riconciliazione Preghiamo affinché viviamo il sacramento della riconciliazione con una rinnovata profondità, per gustare l'infinita misericordia di Dio. Aprile Intenzione di preghiera universale — I diritti fondamentali Preghiamo per coloro che rischiano la vita lottando per i diritti fondamentali nelle dittature, nei regimi autoritari e persino nelle democrazie in crisi. Maggio Intenzione di preghiera universale — Il mondo della finanza Preghiamo perché i responsabili della finanza collaborino con i governi per regolamentare la sfera finanziaria e proteggere i cittadini dai suoi pericoli. Giugno Intenzione di preghiera per l’evangelizzazione — La bellezza del matrimonio Preghiamo per i giovani che si preparano al matrimonio con il sostegno di una comunità cristiana: perché crescano nell'amore, con generosità, fedeltà e pazienza. Luglio Intenzione di preghiera universale — L’amicizia sociale Preghiamo affinché, nelle situazioni sociali, economiche e politiche conflittuali, siamo coraggiosi e appassionati artefici del dialogo e dell'amicizia. Agosto Intenzione di preghiera per l’evangelizzazione — La Chiesa Preghiamo per la Chiesa, perché riceva dallo Spirito Santo la grazia e la forza di riformarsi alla luce del Vangelo. Settembre Intenzione di preghiera universale — Uno stile di vita ecosostenibile Preghiamo affinché tutti facciamo scelte coraggiose per uno stile di vita sobrio ed ecosostenibile, rallegrandoci per i giovani che vi si impegnano risolutamente. Ottobre Intenzione di preghiera per l’evangelizzazione — Discepoli missionari Preghiamo perché ogni battezzato sia coinvolto nell’evangelizzazione, disponibile alla missione, attraverso una testimonianza di vita che abbia il sapore del Vangelo. Novembre Intenzione di preghiera universale — Le persone che soffrono di depressione Preghiamo affinché le persone che soffrono di depressione o di burn-out trovino da tutti un sostegno e una luce che le apra alla vita. Dicembre Intenzione di preghiera per l’evangelizzazione — I catechisti Preghiamo per i catechisti, chiamati ad annunciare la Parola di Dio: affinché ne siano testimoni con coraggio e creatività nella forza dello Spirito Santo Dal Vaticano, 31 gennaio 2020 Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:le Beatitudini
Avvenire,   12/02/2020
L'udienza. Il Papa: «Risvegliare la gente che non sa commuoversi» Redazione Internet mercoledì 12 febbraio 2020 Proseguono le catechesi sulle Beatitudini: «Quelli che sono nel pianto saranno consolati». Ma il dolore interiore, osserva il Papa, «apre ad una relazione autentica con il Signore e con il prossimo» «Risvegliare la gente che non sa commuoversi del dolore altrui». È l’imperativo, a braccio, dato dal Papa, che ha dedicato la catechesi dell’udienza generale di oggi, pronunciata in Aula Paolo VI davanti a 7mila persone, alla seconda Beatitudine: «Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati», cioè che «piangono, ma da dentro», ha detto Francesco ancora a braccio. Il dolore apre alla relazione con Dio e con gli altri «Si tratta di un atteggiamento che è diventato centrale nella spiritualità cristiana e che i padri del deserto, i primi monaci della storia, chiamavano "penthos" – ha spiegato il Papa – cioè un dolore interiore che apre ad una relazione autentica con il Signore e con il prossimo, a una nuova relazione con il Signore e con il prossimo, a una rinnovata relazione col Signore e con il prossimo». Questo pianto, nelle Scritture, può avere due aspetti, ha ricordato il Papa: «Il primo è per la morte o per la sofferenza di qualcuno. Il secondo sono le lacrime per il peccato, per il proprio peccato, quando il cuore sanguina per il dolore di avere offeso Dio e il prossimo». «Si tratta quindi di voler bene all’altro in maniera tale da vincolarci a lui o lei fino a condividere il suo dolore», ha sottolineato Francesco, secondo il quale «ci sono persone che restano distanti, un passo indietro; invece è importante che gli altri facciano breccia nel nostro cuore». «Ci sono pure dei consolati da affliggere» «Ho parlato spesso del dono delle lacrime e di quanto sia prezioso», ha ribadito il Papa, che si è chiesto: «Si può amare in maniera fredda? Si può amare per funzione, per dovere? Certamente no. Ci sono degli afflitti da consolare, ma talvolta ci sono pure dei consolati da affliggere, da risvegliare, che hanno un cuore di pietra e hanno disimparato a piangere». «Il lutto è una strada amara, ma può essere utile per aprire gli occhi sulla vita e sul valore sacro e insostituibile di ogni persona, e in quel momento ci si rende conto di quanto sia breve il tempo», ha detto Francesco. Chiediamo la grazia di capire il male fatto, Dio perdona «Noi da soli non possiamo capire il peccato: è una grazia che dobbiamo chiedere: "Signore, che io capisca il male che ho fatto e che posso fare". Questo è un dono molto grande; e dall’aver capito questo viene il pianto del pentimento» ha detto, a braccio, il Papa, che ha citato «uno dei primi monaci», Efrem il Siro, che «dice che un viso lavato dalle lacrime è indicibilmente bello: la bellezza del pentimento, la bellezza del pianto, la bellezza della contrizione». «Saggio e beato è colui che accoglie il dolore legato all’amore, perché riceverà la consolazione dello Spirito Santo che è la tenerezza di Dio che perdona e corregge», ha spiegato Francesco, che ha poi ribadito a braccio: «Dio sempre perdona, non dimenticarci di questo! Dio perdona sempre, anche i peccati più brutti, sempre: il problema è in noi, che ci stanchiamo di chiedere perdono. Questo è il problema: quando uno si chiude e non chiede il perdono. E Lui è lì per perdonare». «Piangere per il peccato», ha detto il Papa, significa piangere «per il male fatto, per il bene omesso e per il tradimento del rapporto con Dio». «Questo è il pianto per non aver amato, che sgorga dall’avere a cuore la vita altrui», ha commentato: «Qui si piange perché non si corrisponde al Signore, che ci vuole tanto bene, e ci rattrista il pensiero del bene non fatto; questo è il senso del peccato. Costoro dicono: "Ho ferito colui che amo", e questo li addolora fino alle lacrime». «Dio sia benedetto se arrivano queste lacrime!», ha esclamato Francesco: «È il tema dei propri errori da affrontare, difficile ma vitale». «Pensiamo al pianto di san Pietro, che lo porterà a un amore nuovo e molto più vero», l’invito del Papa: «È un pianto che purifica, che rinnova: Pietro guardò Gesù e pianse. Il cuore è stato rinnovato». Il pianto di Giuda, invece, è quello di colui «che non accettò di aver sbagliato e – poveretto – si suicidò. Capire il peccato è un dono di Dio, è un’opera dello Spirito Santo». «Che il Signore ci conceda di amare in abbondanza», l’invito finale: «Di amare col sorriso, con la vicinanza, col servizio, e anche con il pianto». Fonte.www.avvenire.it
Papa:la Giornata del malato
Avvenire,   10/02/2020
11 febbraio. La Giornata del malato: «Venite a me, voi che siete stanchi e oppressi» Redazione Catholica lunedì 10 febbraio 2020 Nella memoria della Madonna di Lourdes la Chiesa volge lo sguardo all'umanità ferita nella carne e nello spirito, insieme al personale personale sanitario che se ne prende cura. «La Chiesa che, sull'esempio di Cristo, ha sempre avvertito nel corso dei secoli il dovere del servizio ai malati e ai sofferenti come parte integrante della sua missione, è consapevole che nell'accoglienza amorosa e generosa di ogni vita umana, soprattutto se debole e malata, vive oggi un momento fondamentale della sua missione». Così scriveva san Giovanni Paolo II nel 1992, nella lettera rivolta all’allora presidente del Pontificio Consiglio della pastorale per gli operatori sanitari, il cardinale Fiorenzo Angelini, per istituire la Giornata mondiale del malato. Lettera in cui si ricordava, inoltre, che la Chiesa «non cessa di sottolineare l'indole salvifica dell'offerta della sofferenza, che, vissuta in comunione con Cristo, appartiene all'essenza stessa della redenzione». Al significato cristiano della sofferenza Wojtyla aveva dedicato l'enciclica Salvifici doloris, firmata l'11 febbraio del 1984, memoria della Madonna di Lourdes. L'11 febbraio dell'anno successivo aveva istituito il Pontificio Consiglio della pastorale per gli operatori sanitari. E così scelse sempre quella data per la celebrazione della Giornata del malato. Il tema della Giornata di quest’anno è dato dal versetto del Vangelo di Matteo «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro». Papa Francesco nel suo messaggio ricorda che «Gesù Cristo, a chi vive l’angoscia per la propria situazione di fragilità, dolore e debolezza, non impone leggi, ma offre la sua misericordia, cioè la sua persona ristoratrice. Gesù guarda l’umanità ferita. Egli ha occhi che vedono, che si accorgono, perché guardano in profondità, non corrono indifferenti, ma si fermano e accolgono tutto l’uomo, ogni uomo nella sua condizione di salute, senza scartare nessuno, invitando ciascuno ad entrare nella sua vita per fare esperienza di tenerezza». Così «la Chiesa vuole essere sempre più e sempre meglio la locanda del Buon Samaritano che è Cristo, cioè la casa dove potete trovare la sua grazia che si esprime nella familiarità, nell’accoglienza, nel sollievo. In questa casa potrete incontrare persone che, guarite dalla misericordia di Dio nella loro fragilità, sapranno aiutarvi a portare la croce facendo delle proprie ferite delle feritoie, attraverso le quali guardare l’orizzonte al di là della malattia e ricevere luce e aria per la vostra vita». Agli operatori sanitari ricorda poi che «nell’esperienza del limite e del possibile fallimento anche della scienza medica di fronte a casi clinici sempre più problematici e a diagnosi infauste, siete chiamati ad aprirvi alla dimensione trascendente, che può offrirvi il senso pieno della vostra professione». Sul sito dell'Ufficio Cei per la pastorale della salute è scaricabile il materiale per approfondire il significato della Giornata e per viverla anche comunitariamente. Si tratta in particolare di un manifesto, una locandina, una cartolina, una scheda pastorale, una scheda liturgica e una scheda per l'animazione parrocchiale. Fonte.www.avvenire.it
Comitato di bioetica:bambini
Avvenire,   10/02/2020
Il documento. Il Comitato di bioetica: accanto ai bambini, fino alla fine Assuntina Morresi sabato 8 febbraio 2020 Se le indicazioni adottate dal Cnb italiano sulle scelte di fine vita per i bambini fossero state in vigore in Inghilterra, i casi di Charlie Gard e Alfie Evans si sarebbero conclusi in modo diverso. Palloncini, fiori e peluche davanti all'ospedale di Liverpool nell'aprile 2018 dopo la morte di Alfie EvansI Le vicende di Charlie Gard e Alfie Evans non sarebbero arrivate in un tribunale se si fosse seguito il metodo indicato dal Comitato nazionale per la bioetica (Cnb) nella sua mozione – approvata con una sola astensione – su «Accanimento clinico o ostinazione irragionevole dei trattamenti sui bambini piccoli con limitate aspettative di vita», approvata lo scorso 30 gennaio e resa nota venerdì 7 febbraio. Il testo affronta un argomento estremamente delicato – i trattamenti adeguati a un bambino piccolo che si sta avviando a morire – e lo fa a partire dalla preoccupazione di una possibile ostinazione irragionevole nelle cure, cioè la possibilità che anziché dare beneficio e sollievo al bimbo gli si procuri danno e sofferenza ulteriore. Un tema su cui il Cnb italiano ha voluto soffermarsi dopo Charlie Gard e Alfie Evans, ma non solo: forti sono state le sollecitazioni di pediatri e neonatologi che vivono quotidianamente la drammaticità di certe decisioni, per il fattore umano innanzitutto, ma anche per le conseguenze giuridiche, visto il numero crescente di contenziosi in cui vengono coinvolti. Lo strumento utilizzato dal Cnb è la mozione, cioè un documento sintetico con lo scopo di dare indirizzi sull’argomento, e non un parere articolato per distinguere le scelte possibili. Il tema è ben noto agli addetti ai lavori, e fin dall’inizio è parso chiaro che il criterio da adottare è quello del massimo interesse del bambino, da stabilirsi caso per caso. Il problema nel merito della definizione del massimo interesse si può analizzare entrando nel contesto valoriale e culturale delle grandi tematiche del fine vita o delle situazioni di gravi fragilità; argomenti che il Cnb ha già toccato in diversi documenti come «I grandi prematuri. Note bioetiche» (febbraio 2008), e «Cura del caso singolo e trattamenti non validati ("uso compassionevole")» (febbraio 2015). Gli aspetti coinvolti sono tali e tanti da richiedere ciascuno uno studio dedicato. Il Comitato ha scelto di lavorare sul metodo: la mozione è una road map per escludere cure sproporzionate e dannose, sostenendo e rafforzando la relazione di fiducia fra medici e familiari del piccolo, lasciando il ricorso al giudice come extrema ratio, da evitare in ogni modo. In 12 punti si raccomanda di attenersi a dati scientifici certi, oggettivi, misurabili per quanto possibile – anche il dolore e la sofferenza – senza tenere conto di aspetti economici, e attuare sempre decisioni condivise fra medici e familiari. A questo scopo il Cnb chiede l’istituzione per legge di comitati etici per la clinica, da consultare per aiutare la valutazione dei casi, ma chiede anche la possibilità di coinvolgere persone di fiducia dei genitori, se questi le richiedono, per dare più tempo e spazio di riflessione, per meglio individuare limiti e possibilità di trattamenti, e capire se e come iniziarli, mantenerli o sospenderli. I genitori e i medici devono poter domandare altri pareri, oltre quello dell’équipe curante, e quando si prospettano percorsi diversi di cura va garantita sempre la possibilità di scelta ai genitori, ferma restando l’autorevolezza scientifica di tutti gli esperti interpellati. Se questo fosse stato il criterio seguito per Charlie e Alfie, i loro genitori avrebbero potuto scegliere i medici curanti senza ricorrere ai giudici, trasferendo i piccoli in strutture diverse da quelle in cui erano stati ricoverati, strutture egualmente valide dal punto di vista medico e scientifico. Massima trasparenza e accessibilità viene richiesta per le cartelle cliniche dei piccoli, perché la valutazione sia la più documentata possibile. Dal giudice si va solo in ultimo, se tutti questi tentativi sono falliti, e comunque i genitori debbono poter essere messi nelle condizioni di stare il più possibile accanto ai loro figli, sia dal punto di vista lavorativo che delle cure domiciliari. Niente sperimentazioni irragionevoli, sempre garanzia di cure palliative, mai abbandono dei piccoli nell’accompagnamento al morire. Si potrà dire che sono "solo" indicazioni di buon senso. Ma anche "solo" il buon senso oggi è un bene prezioso. Fonte.www.avvenire.it
Milano:prostituzione
Avvenire,   09/02/2020
Prostituzione. La ricca Milano chiama schiave dall'Est Europa Lorenzo Rosoli sabato 8 febbraio 2020 Aumentano le donne romene e albanesi sulle strade della metropoli. In calo le nigeriane. Suor Biondi (Caritas): «Ma restano prigioniere in Libia dove subiscono violenze terribili» Aumenta il nuVengono sempre più spesso dall’Est Europa le donne costrette a prostituirsi sulle strade di Milano: romene e albanesi principalmente, controllate da un racket spietato. Appare in calo, invece, il numero delle vittime di sfruttamento originarie della Nigeria. Una buona notizia? Solo a prima vista. In realtà, sempre più di frequente rimangono intrappolate nei campi di detenzione libici, dove vengono schiavizzate e sfruttate, o vengono prostituite in altri Paesi africani. Così dicono i dati – e l’esperienza sul campo – dell’unità di strada «Avenida» di Caritas Ambrosiana, che due volte la settimana esce tra periferia e hinterland a offrire loro un contatto, un aiuto. E una chance di liberazione dalle catene del racket. Come hanno fatto le 19 donne, tutte nigeriane, entrate nella rete di protezione nell’ultimo anno con il sostegno della Caritas. Nel 2019 Avenida ha "intercettato" 197 donne sui marciapiedi di Milano. Nel 2018 erano state 235. Romene e albanesi, «storicamente le più presenti», ricorda un comunicato Caritas, «passano, le romene, dal 43% nel 2018 al 45% nel 2019» sul totale delle donne contattate, mentre «le albanesi passano dal 22% al 25,9%» e insieme continuano a essere «la maggioranza delle donne costrette a prostituirsi in strada». Un incremento che, assieme al turn over, «fa credere agli operatori che il racket continui a operare indisturbato». Cambiato è, invece, il peso percentuale delle nigeriane fra i "contatti" di Avenida. «Anche nel passato non sono mai state la maggioranza», sottolineano in Caritas, e fra 2018 e 2019 sono passate dal 23% al 14,2%. Tutto questo accade «a dispetto dell’enfasi posta sui gruppi criminali africani e i loro legami con gli scafisti libici», annota il comunicato – diffuso per la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta – che restituisce un ritratto prezioso sullo scenario milanese, sia pur parziale (resta fuori, ad esempio, la prostituzione indoor, in appartamenti o centri massaggi). «La diminuzione della presenza di donne nigeriane si spiega con una diversa strategia dei gruppi criminali che gestiscono il traffico – osserva suor Claudia Biondi, responsabile Area Tratta di Caritas Ambrosiana –. Se prima del caos libico le donne nigeriane venivano mandate in Italia con normali voli aerei ed entravano con visti turistici, dall’inizio della guerra i clan criminali hanno trovato più conveniente accordarsi con gli scafisti e utilizzare le rotte dell’immigrazione. Ora, invece, hanno capito che è più facile farle prostituire nelle miniere d’oro dell’Africa Sub-sahariana, mentre quelle che non riescono più ad attraversare il Mediterraneo restano prigioniere dei centri di detenzione libici dove subiscono violenze terribili». Per queste donne, Milano può essere luogo di rinascita. Sono tutte nigeriane, infatti, le 37 ospiti delle case protette della Caritas. E sono ben 19, come detto, quelle entrare solo nell’ultimo anno nei percorsi di protezione. Ma resta la sfida di aiutare anche le altre. «È vero – commenta Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana – che i trafficanti nigeriani hanno sfruttato le rotte migratorie per far giungere in Italia le schiave del sesso, come abbiamo sempre denunciato. Ma chiudere i porti non risolve il problema. Al contrario lo sposta altrove e aggrava sofferenza e sfruttamento delle donne. Lo sfruttamento – insiste – si combatte con la repressione dei trafficanti e offrendo alle donne occasioni d’integrazione, come dimostra l’attività dei nostri servizi. Invece l’enfasi sui barconi rischia di far passare in secondo piano un fenomeno rilevante che non si è mai interrotto e continua ancora: la tratta delle bianche in mano a organizzazioni criminali forse meno strutturate ma non meno violente di quelle africane che hanno continuato ad agire indisturbate in questi anni attraverso i confini interni dell’Europa». Caritas, un'«unità di strada» per spezzare le catene «Ci sono anche uomini fra i 15 volontari che assieme alle nostre due educatrici permettono all’unità di strada Avenida di eseguire due uscite alla settimana in orario notturno e di farsi, così, incontro alle donne prostituite tra periferia e hinterland di Milano. È importante offrire a queste donne un modello positivo di uomo. È importante mostrare che gli uomini non sono solo sfruttatori o clienti», scandisce Sabrina Ignazi, dell’Area Tratta e prostituzione di Caritas Ambrosiana. Ci sono molte catene da spezzare, per aiutare queste donne a lasciare la strada: «L’ignoranza, cioè la non conoscenza di servizi e normative che le possono aiutare – spiega Ignazi –; il timore, nel contatto con le istituzioni, di essere riconosciute come "clandestine" e di essere espulse dall’Italia; il clima di isolamento, sospetto, paura, minacce e violenza in cui le chiude lo sfruttatore. Che nel caso delle nigeriane, è una donna. E c’è anche la paura di minacce e ritorsioni contro i familiari in madrepatria, e il vincolo di un debito da pagare all’organizzazione che si è fatta carico dell’arrivo in Italia. E il meccanismo dello sfruttamento spesso si fa intensissimo e intollerabile». È per aiutare le donne prostituite e sfruttate sulle strade di Milano che dagli anni ’90 Avenida si fa loro incontro. «E il primo passo è proprio rompere l’isolamento – e un prima occasione può essere l’accompagnamento ai servizi sanitari per "presidiare" e proteggere la loro salute – e così creare spazi di relazione liberi da sfruttatori e clienti, perché possano arrivare a decidere di chiedere aiuto». Ignazi lavora al Sed (Servizio disagio donne), il servizio sociale di Caritas Ambrosiana che si occupa dell’ascolto, dei colloqui e della presa in carico delle donne, a questo punto invitate ad aderire a un progetto personalizzato che le porti verso l’emancipazione e l’autonomia, e ospitate in strutture protette, in luoghi segreti (due comunità e cinque appartamenti gestiti da cooperative della "rete" Cartitas) dove riprendere in mano la propria vita. «Imparare o migliorare la conoscenza dell’italiano, proseguire o completare gli studi, soprattutto imparare un mestiere ed inserirsi nel lavoro: questo, insegna l’esperienza degli anni, è decisivo perché queste donne possano arrivare ad una piena autonomia – sottolinea Ignazi –. L’alternativa è tornare nella precarietà e ricadere in percorsi di sfruttamento». Le 37 donne ospiti delle case protette della Caritas sono tutte nigeriane. Due terzi sono rifugiate politiche, un terzo ha ottenuto il permesso di soggiorno con l’articolo 18 del testo unico sull’immigrazione (il decreto legislativo 286 del 1998) entrando in percorsi protetti di fuoriuscita dallo sfruttamento. «Forse per questo tutte le nostre ospiti sono nigeriane. Per le romene, che sono comunitarie, e le albanesi, che possono entrare in Italia con un visto rinnovabile ogni tre mesi, il permesso di soggiorno è una "offerta" molto meno allettante». Ecco, dunque, la sfida: trovare vie e strumenti per «agganciare» anche loro. «L’aumento di romene e albanesi, con il calo delle nigeriane, è la tendenza da almeno un paio d’anni a Milano come nel resto d’Italia. E si tratta di donne ad elevata "mobilità", che il racket, anche per motivi di "rinnovamento" dell’offerta di mercato, sposta spesso tra i vari Paesi europei, incrementando così il loro isolamento» Fonte.www.avvenire.it
Papa:il cristiano
Avvenire,   09/02/2020
Il Papa: chi non vuole sporcarsi le mani non è cristiano Enrico Lenzi sabato 8 febbraio 2020 Francesco intervistato da don Pozza nella trasmissione "Io credo". Otto puntate sul testo del Simbolo apostolico. Sarà in onda dal 17 febbraio su Tv2000 Il Papa: chi non vuole sporcarsi le mani non è cristiano «Quando vedo cristiani troppo puliti che hanno tutte le verità, ma sono incapaci di sporcarsi le mani, quando vedo questi cristiani dico loro: “Ma voi non siete cristiani, siete teisti con acqua benedetta cristiana, ma ancora non siete arrivati al cristianesimo”». A parlare è papa Francesco. Lo fa nella trasmissione Io credo, condotta da don Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova, e che dal 17 febbraio andrà in onda per otto appuntamenti settimanali su Tv2000. Ma il Papa ricorda anche i molti cristiani che sono ancora perseguitati nel mondo. La storia del cristianesimo, però non è solo «storia di persecuzioni, di cercare di annientarlo», ma è una storia di «perseveranza». E se da una parte c’è chi vuole annientare il cristianesimo, Dio Padre non si scorda dei suoi figli, neppure di coloro che sembrano più lontani da lui, come si potrebbe pensare di Giuda. Le parole del Papa commentano di fatto il Simbolo della fede che sarà al centro delle otto puntate, che accanto all’intervento di Francesco intervistato da don Pozza, avrà anche la testimonianza di una personalità del panorama culturale, artistico e sportivo italiano. Molti i temi che il Papa affronta nelle prime tre puntate del programma, che prendono spunto dalle parole «credo in Dio», «credo in Gesù Cristo», «credo nello Spirito Santo». "Io credo in Dio" Nella prima puntata parlando del «credo in Dio», Francesco sottolinea con forza che il cristianesimo nella storia è apparso in diverse occasioni come messo all’angolo. «La storia del cristianesimo, è una storia di persecuzioni, di cercare di annientarlo e di successi? No: di perseveranza. È vero che il cristianesimo non vive di successi. Quando io vedo tante cose “gloriose” che fa l’arte, queste sono ispirazioni che aiuta: lungo la storia, l’arte ha voluto esprimere la verità cristiana. Ma la verità cristiana è nella perseveranza dei cristiani, perseveranza contro la mondanità, nella mondanità». E questa perseveranza è legata, avverte ancora il Papa, a «quale figura di Dio mostriamo ai bambini. C’è il Dio di teatro, il Dio di circo, il Dio delle storie meravigliose, il Dio che assomiglia forse al lupo di Cappuccetto Rosso, che è crudele, ma quale Dio tu fai vedere a un bambino? Noi cominciamo il Credo dicendo “Io credo in Dio Padre”: ma tu fai vedere un Dio Padre al bambino, un Dio che ispiri il bambino a vivere così?». Ecco il valore della testimonianza della fede con la coerenza di vita, e con quello che il Papa torna a chiamare «trasmissione della fede in dialetto, cioè con quel linguaggio che è proprio della famiglia, che è proprio della gente che ti si avvicina con amore, un linguaggio differente da un linguaggio intellettuale. Per esempio, con il Denzinger. non si può trasmettere la fede - ma è bravo, il Denzinger, aiuta tanto; ma non si può trasmettere la fede». E avverte che dobbiamo fare evangelizzazione e non «proselitismo» dal quale, ricorda Francesco, aveva messo in guardia Benedetto XVI nel suo viaggio ad Aparecida. Coerenza di vita, dunque, come hanno dimostrato i santi, «i veri protagonisti del cristianesimo: uomini e donne che hanno capito cosa è credere in un Dio che è Padre e non in un dio-Mandrake, con la bacchetta magica». E restando sul tema «credo in Dio», Bergoglio sottolinea che in questa frase si intende «il credo in Dio che è Padre, onnipotente, creatore e redentore». Non manca anche un accenno a satana: «La presenza di satana è una realtà nella nostra vita cristiana, perché satana è una realtà. Alcuni dicono: “No, satana non esiste: noi abbiamo dentro un po’, per le nostre malattie materiali, spirituali, psichiche abbiamo questa tendenza anche al male”. È vero che noi siamo feriti, siamo persone ferite; ma satana esiste: è il seduttore. Le seduzioni vengono presentate ma in modo diverso da come Dio si presenta». E aggiunge: «E non dico “credo in satana”, perché io non mi affido a satana come questo bambino si affida alla mano del papà; credo in satana: credo che esiste. Ma non lo amo. Non dico “credo”: io so che esiste. Non lo amo e devo difendermi dalle sue seduzioni». "Credo in Gesù Cristo" Nella seconda puntata su «credo in Gesù Cristo», il Papa ricorda ai cristiani l’atteggiamento di Gesù verso chi è nel bisogno, persino verso chi è lontano da Lui. «Dio si umilia. Perché si è innamorato tanto della sua opera, del suo “uomo”, tanto, che non riesce ad allontanarsi da noi. Siamo peccatori, ci deve correggere, alle volte un po’ forte, ma tornerà sempre il perdono, la misericordia, sempre torna perché gli piace avere la mano così perché noi possiamo riposare in Lui. E la vicinanza di Dio incomincia con la creazione dell’uomo, il dialogo con l’uomo, perché non è una cosa magica, lo fa, lo lascia, no, dialoga», spiega Francesco. Addirittura «Gesù scende agli inferi. Questo è il gesto di Gesù: discende per sollevarci, per metterci in piedi. E discende Dio nella persona di Cristo, ma fino alle ultime conseguenze. Si umiliò fino ad annientare se stesso e avere forma di servo, di peccato. L’umiliazione totale, la discesa agli inferi. E Gesù ci insegna questa strada». Ma «quando vedo cristiani troppo puliti che hanno tutte le verità, tutto sanno, la ortodossia, la dottrina vera, “no, dobbiamo fare questo…” – commenta il Papa –, ma sono incapaci di sporcarsi le mani per aiutare qualcuno a sollevarsi, non sanno sporcarsi le mani; quando vedo questi cristiani io dico: “Ma voi, non siete cristiani; siete teisti con acqua benedetta cristiana, ma ancora non siete arrivati al cristianesimo”. Se Dio si è sporcato le mani così ed è disceso al nostro inferno, ai nostri inferni, è disceso … noi dobbiamo seguire le tracce di lui». Insomma «un uomo che crede in Dio, che ha delle idee chiare sulla redenzione, che crede in satana, sa che satana esiste, ma si ferma alla porta degli inferi, fa dei calcoli. E questa è la mondanità che fa queste cose». "Credo nello Spirito Santo" La terza puntata riguarda lo Spirito Santo di cui, sottolinea Bergoglio, «non conosciamo il volto, ma ne conosciamo i doni. È un dono. Sappiamo che chi fa l’unione del Padre con il Figlio. Ma un altro dono che a me piace tanto e che tocca la Chiesa proprio nel suo essere, è che la pluriformità della Chiesa è un dono dello Spirito, perché lo Spirito è l’autore della diversità nella Chiesa. Ma guarda che siamo diversi uno dall’altro… della diversità. Ma è anche l’autore dell’unità: da quella diversità che Lui crea, fa l’unità, l’armonia». Interessante anche la risposta legata all’atteggiamento di Dio verso tutti gli uomini. «Permettimi una risposta – dice il Papa a don Pozza –. Non so se è lecita, ma io ci credo. Questi sono gli scherzi di Dio. Sono gli scherzi. Tocca il cuore e ispira. Perché l’uomo è la sua opera e ama, ci ama; ama pure i più peccatori, i traditori. Pensa a quell’omelia del Giovedì Santo, don Primo Mazzolari su Giuda. Giuda sembrerebbe essere un ateo, anche un anti-Dio: ha tradito Dio. Ma l’artista ha capito questo, ma ha capito che quel Dio tradito ha dato la vita per Giuda. E a me tocca tanto il cuore quel capitello di Vézelay - sto parlando del 1200 - dove da una parte c’è Giuda impiccato e il diavolo che lo butta giù, e dall’altra parte c’è il Buon Pastore che lo prende e lo porta sulle spalle. E sulle labbra del Buon Pastore c’è un sorriso ironico, come se dicesse: “Anche oggi ho vinto”. Lo potrei dire in romanaccio, ma non è bene che lo dica un Papa… “Ho vinto”. Un mese fa ho trovato una pittura di un contemporaneo, di un pittore contemporaneo che, ispirato da Vézelay, ha fatto in modo moderno. È commovente, perché è un grande pittore e ha fatto vedere come Dio discende fino a questo». Fonte.www.avvenire.it
Bullismo
Ansa,   08/02/2020
Bullismo, ne è vittima 50% dei ragazzi tra gli 11 e 17 anni Oggi la giornata nazionale. Il 22% episodi da web e telefoni Oltre il 50% dei ragazzi tra gli 11 e 17 anni ha subito episodi di bullismo, e tra chi utilizza quotidianamente il cellulare (85,8%), ben il 22,2% riferisce di essere stato vittima di cyberbullismo. A ricordarlo è la Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (Sipps), in occasione della Giornata Nazionale contro il Bullismo e il Cyberbullismo che si celebra il 7 febbraio, e del Safer internet day che ricorre l'11 febbraio. Questi dati "aiutano noi specialisti e le famiglie - commenta Giuseppe Di Mauro, presidente Sipps - ad avere una fotografia chiara e netta di una tragica realtà che, purtroppo, è ancora in espansione e necessita di una lotta congiunta di tutti gli attori coinvolti, istituzioni, famiglie e specialisti sanitari". Secondo Luca Bernardo, responsabile rapporti con enti e istituzioni della Sipps, "il cyberbullismo deve essere prevenuto e affrontato con il controllo, l'educazione e il dialogo da parte dei genitori con i propri figli". Ma secondo l'indagine dell'associazione 'Social Warning-Movimento Etico Digitale', gli adulti si trovano in difficoltà nell'impartire regole precise ed esplicite per vivere serenamente il web in famiglia, forse per il distacco e la sfiducia con cui molti di loro hanno sempre visto il digitale. Il 72,6% dei ragazzi intervistati ritiene giusto ricevere regole per usare la rete, ma solo nel 55% delle famiglie (+7,4% rispetto al 2018) vengono date limitazioni sull'uso della rete o regole di comportamento: l'80% dei ragazzi riferisce infatti che l'unica limitazione ricevuta è legata al tempo di utilizzo, oltre a quella di non visitare siti porno e di mantenere chiuso il proprio profilo social. Fonte.www.ansa.it
Papa:umiliazione nella Chiesa
Avvenire,   08/02/2020
Santa Marta. Il Papa: anche nella Chiesa non c’è umiltà senza umiliazione Giada Aquilino - Vatican News venerdì 7 febbraio 2020 Non aver “paura delle umiliazioni”, chiediamo al Signore di inviarcene “qualcuna” per “renderci umili”, così da “imitare meglio” Gesù Non aver “paura delle umiliazioni”, chiediamo al Signore di inviarcene “qualcuna” per “renderci umili”, così da “imitare meglio” Gesù. Questa la raccomandazione di Papa Francesco alla Messa del mattino a Casa Santa Marta. (Giada Aquilino - Vatican News) Il cammino di Gesù Riflettendo sull’odierno Vangelo di Marco, il Pontefice spiega come Giovanni Battista sia stato inviato da Dio per “indicare la strada”, “il cammino” di Gesù. L’“ultimo dei profeti”, ricorda infatti il Papa, ha avuto la grazia di poter dire: “Questo è il Messia”. Il lavoro di Giovanni Battista non è stato tanto di predicare che Gesù veniva e preparare il popolo, ma di dare testimonianza di Gesù Cristo e darla con la propria vita. E dare testimonianza della strada scelta da Dio per la nostra salvezza: la strada dell’umiliazione. Paolo la esprime così chiaramente nella sua Lettera ai Filippesi: “Gesù annientò se stesso fino alla morte, morte di croce”. E questa morte di croce, questa strada di annientamento, di umiliazione, è anche la nostra strada, la strada che Dio mostra ai cristiani per andare avanti. La fine più umiliante Sia Giovanni sia Gesù - evidenzia Francesco - hanno avuto la “tentazione della vanità, della superbia”: Gesù “nel deserto con il diavolo, dopo il digiuno”; Giovanni di fronte ai dottori della legge che gli domandavano se fosse il Messia: avrebbe potuto rispondere di essere “il suo ministro”, eppure “umiliò se stesso”. Ambedue, prosegue il Papa, “hanno avuto l’autorità davanti al popolo”, la loro predicazione era “autorevole”. Ed entrambi hanno conosciuto “momenti di abbassamento”, una sorta di “depressione umana e spirituale” la definisce il Pontefice: Gesù nell’Orto degli ulivi e Giovanni in carcere, tentato dal “tarlo del dubbio” se Gesù fosse davvero il Messia. Ambedue, evidenzia ancora, “finiscono nel modo più umiliante”: Gesù con la morte in croce, “la morte dei criminali più bassi, terribile fisicamente e anche moralmente”, “nudo davanti al popolo” e “a sua madre”. Giovanni Battista “decapitato nel carcere da una guardia” per ordine di un re “indebolito dai vizi”, “corrotto dal capriccio di una ballerina e dall’odio di un’adultera”, con riferimento a Erodìade e sua figlia. Il profeta, il grande profeta, l’uomo più grande nato da donna - così lo qualifica Gesù - e il Figlio di Dio hanno scelto la strada dell’umiliazione. È la strada che ci fanno vedere e che noi cristiani dobbiamo seguire. Infatti, nelle Beatitudini si sottolinea che il cammino è quello dell’umiltà. Una strada mondana Non si può essere “umili senza umiliazioni”, mette in luce il Papa. Il suo invito ai cristiani è dunque quello di trarre insegnamento dal “messaggio” odierno della Parola di Dio. Quando cerchiamo di farci vedere, nella Chiesa, nella comunità, per avere una carica o un’altra cosa, quella è la strada del mondo, è una strada mondana, non è la strada di Gesù. E anche ai pastori può accadere questa tentazione di arrampicamento: “Questa è un’ingiustizia, questa è un’umiliazione, non posso tollerarla”. Ma se un pastore non segue questa strada, non è discepolo di Gesù: è un arrampicatore con la veste talare. Non c’è umiltà senza umiliazione. Fonte.www.avvenire.it
Papa:l'educazione
L'Osservatore Romano,   08/02/2020
L’educazione non è efficace se non sa creare poeti · Il Papa ricorda che i docenti sono gli artigiani delle future generazioni e invita a sostenere il loro impegno · 07 febbraio 2020 L’educazione «deve indurre il cuore alla bellezza» e, per questo, «non è efficace se non sa creare poeti». Lo ha detto Papa Francesco ai partecipanti al seminario sul tema “Education: the global compact”, ricevuti nella mattina di venerdì 7 febbraio nella Sala del Concistoro, a conclusione della due-giorni di lavori che per iniziativa della Pontificia accademia delle scienze sociali si era aperta giovedì 6 presso la Casina Pio IV, nei Giardini vaticani. Il discorso del Pontefice è partito dalla consapevolezza che «oggi è necessario unire gli sforzi per raggiungere un’alleanza educativa ampia al fine di formare persone mature, capaci di ricostruire, ricostruire il tessuto relazionale e creare un’umanità più fraterna». Un compito tanto più urgente se si considera che — nonostante i grandi progressi degli ultimi anni e i notevoli sforzi compiuti dalla comunità internazionale e dai singoli Paesi — «l’educazione continua a essere disuguale tra la popolazione mondiale». Nella sua riflessione il Papa ha chiarito che non basta fornire un’istruzione alle nuove generazioni, perché «educare non è solo trasmettere concetti». Si tratta invece di una responsabilità globale che coinvolge «in modo solidale» famiglie, scuole, istituzioni sociali, culturali e religiose. E che chiama a «integrare il linguaggio della testa con il linguaggio del cuore e il linguaggio delle mani», promuovendo «l’educazione intellettuale e socio-emozionale, la trasmissione dei valori e delle virtù individuali e sociali, l’insegnamento di una cittadinanza impegnata e solidale con la giustizia», e «impartendo le abilità e le conoscenze che formano i giovani per il mondo del lavoro e la società». A questa responsabilità sembrano venir meno oggi i soggetti protagonisti del cosiddetto “patto educativo”. Perciò Francesco esorta «a rinnovare e a reintegrare l’impegno di tutti — persone e istituzioni — nell’educazione» per ridare forza a questa alleanza globale. «Per questo ha scandito il Pontefice — bisogna integrare le conoscenze, la cultura, lo sport, la scienza, il divertimento e lo svago; per questo bisogna costruire ponti di connessione» e «andare nel mare aperto globale, rispettando tutte le tradizioni», in modo da «promuovere una cultura del dialogo, una cultura dell’incontro e della reciproca comprensione». Si tratta di una missione che interpella anzitutto la famiglia «nel suo ruolo educativo primario», ma che coinvolge direttamente professori e docenti. I quali — nonostante siano «sempre sottopagati» — con il loro «coraggio e impegno» contribuiscono a formare «l’uomo e la donna di domani». L'osservatoreromano.it
Papa:50 persone
L'Osservatore Romano,   06/02/2020
Cinquanta persone possono salvare milioni di vite · Il Papa auspica nuove forme di fraternità solidale, inclusione, integrazione e innovazione · 06 febbraio 2020 «Le cinquanta persone più ricche del mondo... da sole potrebbero finanziare l’assistenza medica e l’educazione di ogni bambino povero nel mondo»; di più: «potrebbero salvare milioni di vite ogni anno». Dati alla mano, Papa Francesco torna a denunciare «l’iniquità universale» di un “mondo ricco” in cui «tuttavia i poveri aumentano», portando «milioni di persone a essere vittime della tratta e delle nuove forme di schiavitù, come il lavoro forzato, la prostituzione e il traffico di organi». Ma ciò che appare maggiormente significativo è il contesto in cui il Pontefice ha formulato questa denuncia: nel pomeriggio di mercoledì 5 febbraio, infatti è intervenuto di persona, con un discorso pronunciato in spagnolo, la sua lingua madre, all’incontro organizzato dalla Pontificia accademia delle scienze sociali su «Nuove forme di fraternità solidale, di inclusione, integrazione e innovazione». Con studiosi ed esponenti del mondo delle banche, delle finanze e delle politiche economiche, il Papa ha voluto condividere un «messaggio di speranza: si tratta — ha detto — di problemi risolvibili e non di mancanza di risorse», perché «non esiste un determinismo che ci condanni all’iniquità universale». Il che significa, ha aggiunto, «trovare e generare risposte creative dinanzi all’evitabile sofferenza di tanti innocenti». Certo, Francesco è consapevole come ciò implichi accettare che «ci troviamo di fronte a una mancanza di volontà e di decisione per cambiare le cose e principalmente le priorità». Ma proprio per questo, ha concluso, «un mondo ricco e un’economia vivace possono e devono porre fine alla povertà». E della necessità di impegnarsi per «un’economia globale più giusta e umana» il Papa ha parlato anche l’indomani mattina, giovedì 6, ricevendo un gruppo di organizzatori di fiere internazionali. Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:vera povertà
L'Osservatore Romano,   05/02/2020
Dalla vera povertà nasce la libertà del cuore · All’udienza generale il Papa commenta la prima delle otto Beatitudini · 05 febbraio 2020 Con la raccomandazione di cercare sempre quella «libertà del cuore che ha le radici nella povertà di noi stessi» Papa Francesco ha concluso la catechesi dedicata alla prima delle otto Beatitudini, durante l’udienza generale di mercoledì mattina, 5 febbraio, nell’Aula Paolo VI. Definendo “paradossale” l’annuncio di Gesù «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli», il Pontefice si è chiesto cosa si debba intendere con il termine “poveri”. Infatti un significato «semplicemente economico... indicherebbe persone» con «nessun mezzo di sostentamento» e bisognose «dell’aiuto degli altri». Ma, ha subito fatto notare il Papa, il Vangelo di Matteo aggiunge una parola e si riferisce ai “poveri in spirito”. E poiché secondo la Bibbia lo spirito «è la nostra dimensione più intima... la dimensione spirituale; quella che ci rende persone umane», allora i veri «“poveri in spirito” sono coloro che... si sentono poveri, mendicanti, nell’intimo del loro essere». In proposito Francesco ha osservato come in realtà venga sempre «detto il contrario. Bisogna essere qualcosa nella vita, essere qualcuno... farsi un nome», ha commentato a titolo d’esempio. Con l’avvertenza che da ciò nascono «solitudine e infelicità»: del resto, è stato il ragionamento, «se io devo essere “qualcuno”, sono in competizione con gli altri e vivo nella preoccupazione ossessiva per il mio ego». Dunque, ha chiarito il Pontefice, «se non accetto di essere povero, prendo in odio tutto ciò che mi ricorda la mia fragilità». Perché essa «impedisce che io divenga... importante». Eppure, è stata la constatazione di Francesco, «ognuno sa bene che, per quanto si dia da fare, resta sempre radicalmente incompleto e vulnerabile. Non c’è trucco — ha chiarito — che copra questa vulnerabilità. Ognuno di noi è vulnerabile, dentro. Deve vedere dove. Ma come si vive male se si rifiutano i propri limiti!... E quanto è difficile ammettere un errore e chiedere perdono!», visto che ciò «umilia la nostra immagine ipocrita». Però — e questa è la buona notizia — Gesù Cristo «ci dice» che «essere poveri è un’occasione di grazia» poiché «ci è dato il diritto di essere poveri in spirito». Ecco dunque, che «non dobbiamo trasformarci per diventare poveri in spirito... lo siamo già!». Anzi, «siamo dei “poveracci”» che hanno «bisogno di tutto». E di conseguenza, ha concluso il Papa, «c’è una povertà che dobbiamo accettare, quella del nostro essere; e una povertà che invece dobbiamo cercare, quella concreta, dalle cose di questo mondo, per essere liberi e poter amare». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:Dio
Avvenire,   04/02/2020
Santa Marta. Il Papa: Dio piange per noi quando ci allontaniamo da Lui Vatican News - Adriana Masotti martedì 4 febbraio 2020 Nell'omelia alla Messa mattutina a Casa Santa Marta Francesco ha sottolineato che «il Signore è padre e mai rinnega questa paternità» “Figlio mio, Assalonne! Fossi morto io invece di te!” E’ il grido angosciato di Davide, in lacrime, alla notizia della morte del figlio. La Prima Lettura della liturgia odierna, tratta dal Secondo Libro di Samuèle, descrive la fine della lunga battaglia condotta da Assalonne contro il proprio padre, il re Davide, per sostituirlo sul trono. Papa Francesco riassume il racconto biblico nell'omelia della Messa odierna a Casa Santa Marta, afferma che Davide soffriva per quella guerra che il figlio, Assalonne, gli aveva scatenato contro convincendo il popolo a lottare al suo fianco, tanto che Davide aveva dovuto fuggire da Gerusalemme per salvare la propria vita. “Scalzo, la testa coperta, insultato da alcuni – afferma Francesco - , altri gli buttavano pietre, perché tutta la gente era con questo figlio che aveva ingannato la gente, aveva sedotto il cuore della gente con promesse”. Il pianto di Davide ci mostra il cuore di Dio Il brano odierno descrive Davide in attesa di novità dal fronte e l’arrivo, infine, di un messaggero che lo avverte: Assalonne è morto in battaglia. Alla notizia Davide è scosso da un tremito, piange e dice: “Figlio mio Assalonne! Figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te!”. Chi sta con lui si meraviglia di questa reazione: Ma perché piangi? Lui era contro di te, ti aveva rinnegato, aveva rinnegato la tua paternità, ti ha insultato, ti ha perseguitato, piuttosto fà festa, festeggia perché hai vinto!”. Ma Davide dice soltanto: “Figlio mio, figlio mio, figlio mio”, e piangeva. Questo pianto di Davide è un fatto storico ma è anche una profezia. Ci fa vedere il cuore di Dio, cosa fa il Signore con noi quando ci allontaniamo da Lui, cosa fa il Signore quando noi distruggiamo noi stessi con il peccato, disorientati, perduti. Il Signore è padre e mai rinnega questa paternità: “Figlio mio, figlio mio”. Papa Francesco prosegue dicendo che noi incontriamo quel pianto di Dio quando andiamo a confessare i nostri peccati, perché non è come “andare alla tintoria” a togliere una macchia, ma “è andare dal padre che piange per me, perché è padre”. Dio non rinnega mai la sua paternità La frase di Davide: “Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio” è profetica, afferma ancora Francesco, e in Dio “si fa realtà”: E’ tanto grande l’amore di padre che Dio ha per noi che è morto al nostro posto. Si è fatto uomo ed è morto per noi. Quando guardiamo il crocifisso, pensiamo a questo “Fossi morto io invece di te”. E sentiamo la voce del padre che nel figlio ci dice: “Figlio mio, figlio mio”. Dio non rinnega i figli, Dio non negozia la sua paternità. In Gesù, Dio muore al nostro posto L’amore di Dio arriva fino al limite estremo. Quello che è in croce, afferma ancora Papa Francesco, è Dio, il Figlio del Padre, inviato per dare la vita per noi. Ci farà bene nei momenti brutti della nostra vita - tutti noi ne abbiamo - momenti del peccato, momenti di allontanamento da Dio, sentire questa voce nel cuore: “Figlio mio, figlia mia, cosa stai facendo? Non suicidarti, per favore. Io sono morto per te. Gesù, ricorda il Papa, pianse guardando Gerusalemme. Gesù piange “perché noi non lasciamo che Lui ci ami”. Quindi conclude con un invito: “Nel momento della tentazione, nel momento del peccato, nel momento in cui noi ci allontaniamo da Dio, cerchiamo di sentire questa voce: ‘Figlio mio, figlia mia, perché?’ ”. Fonte.www.avvenire.it
Fede & scienza:la cosmologia
Avvenire,   03/02/2020
Fede & scienza. Ma la cosmologia deve ritrovare l'idea di mistero Roberto Righetto sabato 1 febbraio 2020 Lo scrittore Giorgio De Simone nel suo nuovo saggio indaga i diversi livelli dell’umana conoscenza: da quello delle teorie sull'universo a quello del senso religioso dell'uomo «Che l’universo sia creato non lo crede soltanto la fede, ma anche lo dimostra la ragione»: così Tommaso d’Aquino scriveva nel XIII secolo e sino a non molto tempo fa pareva un dato riconosciuto dai più. Ma negli ultimi decenni diversi scienziati, a partire da Stephen Hawking, hanno decretato che l’universo si è creato da solo. Il mondo in cui viviamo sarebbe uscito dal nulla senza aiuto alcuno. Ipotesi non dimostrata, ma certamente è vero che la scoperta degli esopianeti e la teoria del multiverso hanno portato molti uomini di scienza a prendere le distanze dall’esistenza di un Dio personale. Tutt’al più si ammette, come Paul Davies, una Mente universale, un Grande Ordinatore che permette che l’universo funzioni così com’è. Scrive Giorgio De Simone nel denso e avvincente volumetto Che cosa resta del cielo. Se Dio è spodestato dalla scienza (MC edizioni, pagine 158, euro 14,50): «Ecco così riaffacciarsi il più comprensibile diosostanza di Spinoza, il dio Causa sui, quell’impersonale ordine-disordine geometrico che regge il Tutto e in cui hanno creduto, con Einstein, tanti altri grandi della scienza fra cui la nostra Rita Levi Montalcini». A parere di De Simone, scrittore e saggista, autore di diversi romanzi fra cui Il caso anima (Rizzoli 1988), l’invocazione dei cristiani «Padre nostro che sei nei cieli» oggi ha perso molto del suo significato originario proprio a causa della scienza. Il cielo che Dio ha creato non è più lo stesso che viene descritto dall’astrofisica, le cui acquisizioni hanno finito per scuotere la fede e dovrebbero essere esaminate con coraggio dalla teologia, come fece oltre cinquant’anni fa Teilhard de Chardin. Ma è proprio vero che il fatto di aver individuato miliardi di galassie e pianeti «ha abrogato Dio»? Cerchiamo di venirne a capo. Secondo le più recenti rilevazioni, il nostro universo ha 13,8 miliardi di anni; la materia ordinaria è valutata circa un 4 per cento di cui la metà fatta di stelle e pianeti, mentre il restante 96 sarebbe materia oscura di cui il 70 per cento energia; è in programma in un tempo non troppo lontano la colonizzazione di Marte, pianeta su cui sono state trovate tracce di vita, ma sappiamo che esistono oltre cento miliardi di stelle e pianeti, per cui gli scienziati concordano pressoché unanimemente che da qualche parte nello spazio ci dev’essere un oggetto simile alla Terra; per non parlare dei buchi neri capaci di divorare corpi celesti e dei quali è stata persino fatta una foto pochi mesi fa. Tutti numeri impressionanti che ci lasciano sbalorditi e che portano l’autore del volume a porsi domande inquietanti: il Dio che noi cristiani veneriamo è forse legato alla nostra concezione della Terra e del Cielo per come li conoscevamo e non è più sufficiente a spiegare l’esistenza di tanti mondi? Anche la teoria del multiverso, di cui fu antesignano a suo modo Giordano Bruno, pone altri interrogativi ponendosi quasi come una nuova metafisica. Dice De Simone: «Credevamo di essere figli di un progetto, di un disegno, di un pensiero divino. Ne eravamo sicuri. Adesso, nei sopraggiunti, Interminati Spazi, non siamo più sicuri di niente. Le domande ci braccano, ci afferrano, ci mordono e la Chiesa non ci aiuta, si è come ammutolita, se chiedi non risponde e sarà anche per questo che la fede è diventata una conquista ancora più difficile». Per la verità, nell’enciclica Spe salvi, citata nel libro, Benedetto XVI affronta questi temi con accenti davvero nuovi come quando si riferisce a Gesù Cristo come alla più grande «mutazione mai avvenuta», al «salto decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova»; o come quando parla del nulla citando un antico epitaffio: « In nihili ab nihilo quam cito recidimus » (“Nel nulla dal nulla quanto presto ricadiamo”). Davanti alle prospettive di una scienza che si allontana sempre più dalla fede, De Simone non demorde e cerca di delineare allo stesso modo di Ratzinger quello che dell’esperienza religiosa si può salvare. Si tratta del concetto di mistero, che può ancora unire nonostante tutto il mondo della fede e quello della scienza, e soprattutto della resurrezione: «Dove dobbiamo guardare se non a Cristo risorto?». Sono le parole finali dei Fratelli Karamazov nella voce di Alëša. E sono le parole di Simone Weil che auspicava una «fisica soprannaturale» derivante dai Vangeli, non tanto per contrastare la scienza ma per porsi a un altro livello di conoscenza, altrettanto valido e oggettivo perché sperimentato, vale a dire quello spirituale. Come ha scritto san Paolo: «Noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne». Fonte.www.avvenire.it