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Papa:la chiesa
Avvenire,   22/09/2019
Il discorso tenuto ai partecipanti all’incontro organizzato dal Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, ricevuti ieri nella sala Clementina in Vaticano. «Incontrare i nostri contemporanei per far loro conoscere» l’amore di Dio «non tanto insegnando, mai giudicando, ma facendoci compagni di strada» come fece il diacono Filippo con l’Etiope nel noto episodio narrato negli Atti degli apostoli: è questa la missione che papa Francesco ha affidato ai partecipanti all’incontro organizzato dal Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, ricevuti ieri nella sala Clementina in Vaticano. «Spesso succede che la Chiesa sia per l’uomo d’oggi un ricordo freddo, se non una delusione cocente, com’era stata la vicenda di Gesù per i discepoli di Emmaus» ha detto Francesco ai presenti, «tanti, soprattutto in Occidente, hanno l’impressione di una Chiesa che non li capisca e sia lontana dai loro bisogni. Alcuni, poi, che vorrebbero assecondare la logica poco evangelica della rilevanza, giudicano la Chiesa troppo debole nei confronti del mondo, mentre altri la vedono ancora troppo potente a confronto con le grandi povertà del mondo. Direi che è giusto preoccuparsi, ma soprattutto occuparsi, quando si percepisce una Chiesa mondanizzata, che segue cioè i criteri di successo del mondo e si dimentica che non esiste per annunciare se stessa, ma Gesù. Una Chiesa preoccupata di difendere il suo buon nome, che fatica a rinunciare a ciò che non è essenziale, non prova più l’ardore di calare il Vangelo nell’oggi. E finisce per essere più un bel reperto museale che la casa semplice e festosa del Padre. Eh... la tentazione dei musei, e anche concepire la tradizione vivente della Chiesa come un museo, e custodire che tutte le cose siano al loro posto: “Io sono cattolico perché... ho digerito il Denzinger”, diciamolo chiaro». Non dobbiamo mai dimenticare, ha sottolineato Bergoglio, che «ci sono tanti figli che il Padre desidera far sentire a casa», «quanta gente accanto a noi vive di corsa, schiava di ciò che dovrebbe servirle a stare meglio e dimentica del sapore della vita: della bellezza di una famiglia numerosa e generosa, che riempie il giorno e la notte ma dilata il cuore». Da qui l’esortazione del Pontefice: «Noi che, pur fragili e peccatori, siamo stati inondati dal fiume in piena della bontà di Dio, abbiamo questa missione: incontrare i nostri contemporanei per far loro conoscere il suo amore. Non tanto insegnando, mai giudicando, ma facendoci compagni di strada». E «trasmettere Dio non è parlare di Dio, non è giustificarne l’esistenza: anche il diavolo sa che Dio esiste! Annunciare il Signore è testimoniare la gioia di conoscerlo, è aiutare a vivere la bellezza di incontrarlo». Quindi un’ulteriore raccomandazione: «Essendo la fede vita che nasce e rinasce dall’incontro con Gesù, ciò che nella vita è incontro aiuta a crescere nella fede: avvicinarsi a chi è nel bisogno, costruire ponti, servire chi soffre, prendersi cura dei poveri, “ungere di pazienza” chi ci sta vicino, confortare chi è scoraggiato, benedire chi ci fa del male... Così diventiamo segni viventi dell’Amore che annunciamo». fontge.www.avvenire.it
La missione dei medici
Avvenire,   18/09/2019
Medicina e Persona. Non si spezzi la natura solidale della missione di noi medici Felice Achilli mercoledì 18 settembre 2019 Il presidente dell'associazione nazionale Medicina e Persona, della quale fanno parte centinaia di professionisti della medicina in tutta Italia, prende posizione su suicidio assistito ed eutanasia. Non si spezzi la natura solidale della missione di noi medici Da Ippocrate in poi («non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale... in qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario e da ogni azione corruttrice sul corpo degli uomini o delle donne, liberi o schiavi»), la misteriosa relazione che lega il medico al paziente è stata fondata sulla sua 'natura solidale', orientata alla tutela della vita della persona e al tentativo di alleviarne la sofferenza legata alla malattia, indipendentemente da fattori o circostanze esterne (potere, censo, etnia o cultura, gravità della patologia o possibilità di guarigione). È questo 'imperativo categorico', totalmente laico, che per secoli ha guidato la professione medica, e che ne determina ancora oggi il fascino. Tale orientamento al bene, in qualsiasi circostanza, rende il medico un riferimento sicuro per il malato e per la comunità, e la sua figura non riducibile a un ruolo meramente 'tecnico': il paziente chiede competenza e professionalità, ma sempre e insieme a ciò anche l’assicurazione che quanto gli viene proposto sia per il suo bene. È questo compito 'aggiuntivo' che rende ragione di un antico (ma sempre più vero) detto popolare: che per fare il medico occorre una 'vocazione', cioè una disponibilità ulteriore (oltre la 'tecnica') a entrare in rapporto con la persona malata, a condividere con lui le difficoltà del momento, in qualche modo a soffrire con lui. Un medico deve accettare ogni giorno una simile sfida. Questa relazione unica e integrale con il paziente è una risorsa indispensabile per praticare la professione e per reggere nel tempo la continua necessità di applicazione, studio, dedizione, empatia. Il grande medico (oltre che santo) Giuseppe Moscati pose nella sala anatomica dell’Ospedale degli Incurabili di Napoli questo motto: «Morte sarò la tua morte» («Mors ero tua mors»), per ricordare a se stesso e ai suoi allievi la grandezza della professione e insieme la necessità per combattere il limite umano di dover sempre infondere al malato una indispensabile speranza: che la malattia e la morte non sono l’ultima parola sulla vita dell’uomo. Lo sviluppo delle conoscenze e della tecnologia in medicina, insieme al modificarsi del contesto sociale e culturale, hanno determinato due fenomeni positivi: da un lato la capacità della medicina di risolvere patologie sempre più complesse (creando però nuove condizioni di patologia cronica prima sconosciute), dall’altro una sempre maggiore partecipazione dei pazienti a decidere, insieme al medico, l’opportunità e la disponibilità a percorsi terapeutici, talvolta molto impegnativi. È il cosiddetto 'consenso informato', divenuto ormai una pietra miliare nella pratica professionale e che identifica la relazione medico-paziente come condizione indispensabile per una buona medicina. Questo è essenzialmente il contenuto principale della recente legge 219 sulle Dat che introduce – solo all’interno di tale relazione di cura – il tema del testamento biologico. Chi oggi afferma in modo esasperato l’autonomia del paziente, sino a ritenere necessaria una nuova legge sul suicidio assistito, non comprende cosa significhi esercitare la professione medica, e tende a corrodere la natura 'solidale' della relazione medico-paziente, nell’illusorio tentativo di eliminare il limite dalla vita e la drammaticità delle domande che esso suscita. Ogni medico sa bene, al contrario, che anche nelle battaglie che 'perde' c’è qualcosa che 'vince' il limite: l’accoglienza, la condivisione, l’amore, la fraternità. Questo è il primo compito a cui il lavoro medico provoca. Non è diventando 'padroni dell’ultima ora' che se ne attutisce il dramma per il malato: consente semmai un’estraneità e una solitudine disumane. Il nostro lavoro quotidiano a contatto con persone malate suggerisce, paradossalmente, che l’aspetto più sistematico che definisce la condizione umana non è tanto quello di essere 'segnata' da un limite invalicabile – la morte – di cui la malattia e il limite fisico sono come un segno. Esiste un altro dato, assai più evidente: la domanda, il desiderio di 'guarire' o superare e vincere tale limite. La domanda, cioè, che esso non definisca completamente ciò che siamo. È questo grido, sovente inespresso, che lega il medico al malato e rende ragionevole e affascinante tutto quello che oggi facciamo: assistenza, ricerca, utilizzo della tecnologia. Solo una professione 'forte' perché consapevole del proprio compito, potrà continuare a rispondere in modo integrale – cioè professionale e umano – ai bisogni dei malati. Fonte.www.avvenire.it
Papa:l'amore di Dio
Avvenire,   18/09/2019
Angelus. Il Papa: l'amore di Dio per noi peccatori è infinito lunedì 16 settembre 2019 “Gesù accoglie i peccatori e mangia con loro”. Questa affermazione, dice Francesco, è in realtà “un annuncio meraviglioso”: "Sbagliamo quando ci crediamo giusti, quando pensiamo che i cattivi siano gli altri. Non crediamoci buoni, perché da soli, senza l'aiuto di Dio che è buono, non sappiamo vincere il male". Lo dice il Papa all'Angelus riferendosi all'odierna pagina evangelica che contiene il racconto da parte di Gesù della par tre parabole a chi lo criticava per avere accolto peccatori e mangiato con loro. "Tre parabole stupende, che mostrano la sua predilezione per coloro che si sentono lontani da Lui". "Gesù accoglie i peccatori e mangia con loro. È quello che accade a noi, in ogni Messa, in ogni chiesa: Gesù è contento di accoglierci alla sua mensa, dove offre sé stesso per noi. È la frase che potremmo scrivere sulle porte delle nostre chiese: "Qui Gesù accoglie i peccatori e li invita alla sua mensa". Francesco invita dunque i fedeli a rileggere le parabole di Luca, capitolo XV: "Pendente il Vangelo, vi farà bene, sarà salute per voi". Accogliendo il perdono di Dio e il perdono dei fratelli. Succede ogni volta che andiamo a confessarci: lì riceviamo l’amore del Padre che vince il nostro peccato: non c’è più, Dio lo dimentica. Dio, quando perdona, perde la memoria, dimentica i nostri peccati, dimentica. È tanto buono Dio con noi! Non come noi, che dopo aver detto “non fa nulla”, alla prima occasione ci ricordiamo con gli interessi dei torti subiti. No, Dio cancella il male, ci fa nuovi dentro e così fa rinascere in noi la gioia, non la tristezza, non l’oscurità nel cuore, non il sospetto, ma la gioia. Fratelli e sorelle, coraggio, con Dio nessun peccato ha l’ultima parola. Fonte.www.avvenire.it
Papa:la compassione
Avvenire,   18/09/2019
Santa Marta. Il Papa: la compassione è anche il linguaggio di Dio Debora Donnini – Vatican News martedì 17 settembre 2019 La compassione è come “la lente del cuore” che fa capire le dimensioni della realtà, è anche il linguaggio di Dio, mentre tante volte il linguaggio umano è l’indifferenza Aprire il cuore alla compassione e non chiudersi nell’indifferenza. E’ il forte invito che stamani Papa Francesco rivolge nell’omelia della Messa a Casa Santa Marta. La compassione, infatti, ci porta sulla via della "vera giustizia”, salvandoci così dalla chiusura in noi stessi. Tutta la riflessione parte dal brano del Vangelo di Luca della Liturgia di oggi (Lc 7,11-17) nel quale si narra dell’incontro di Gesù con la vedova di Nain che piange la morte del suo unico figlio, mentre viene portato alla tomba. L’evangelista non dice che Gesù ebbe compassione ma che “il Signore fu preso da grande compassione”, nota il Papa ed è come se dicesse “fu una vittima della compassione”. C’era la folla che lo seguiva, c'era la gente che accompagnava quella donna ma Gesù vede la sua realtà: è rimasta sola oggi e fino alla fine della vita, è vedova, ha perso l’unico figlio. E’ proprio la compassione, infatti, a far capire profondamente la realtà: (Debora Donnini – Vatican News) La compassione ti fa vedere le realtà come sono; la compassione è come la lente del cuore: ci fa capire davvero le dimensioni. E nei Vangeli, Gesù tante volte viene preso dalla compassione. La compassione è anche il linguaggio di Dio. Non incomincia, nella Bibbia, ad apparire con Gesù: è stato Dio a dire a Mosè “ho visto il dolore del mio popolo” (Es 3,7); è la compassione di Dio, che invia Mosè a salvare il popolo. Il nostro Dio è un Dio di compassione, e la compassione è – possiamo dire – la debolezza di Dio, ma anche la sua forza. Quello che di meglio dà a noi: perché è stata la compassione a muoverlo ad inviare il Figlio a noi. E’ un linguaggio di Dio, la compassione. La compassione “non è un sentimento di pena”, che si prova, ad esempio, quando si vede morire un cane sulla strada: “poveretto, sentiamo un po’ di pena”, nota Francesco. Ma è “coinvolgersi nel problema degli altri, è giocarsi la vita lì”. Il Signore, infatti, si gioca la vita e va lì. La foto che si chiama "Indifferenza" Un altro esempio Papa Francesco lo trae dal Vangelo della moltiplicazione dei pani quando Gesù dice ai discepoli di dare da mangiare alla folla che lo ha seguito mentre questi vorrebbero congedarla. “Erano prudenti, i discepoli”, nota Francesco. “Io credo - prosegue - che in quel momento Gesù si sia arrabbiato, nel cuore”, considerando la risposta: "Date loro voi da mangiare!”. Il suo invito è a farsi carico della gente, senza pensare che dopo una giornata così potessero andare nei villaggi a comprare il pane. “Il Signore, dice il Vangelo, ebbe compassione perché vedeva quella gente come pecore senza pastore”, ricorda il Papa. Da una parte, quindi, il gesto di Gesù, la compassione, dall’altra l’atteggiamento egoistico dei discepoli che “cercano una soluzione ma senza compromesso”, che non si sporcano le mani, come a dire che questa gente si arrangi: E qui, se la compassione è il linguaggio di Dio, tante volte il linguaggio umano è l’indifferenza. Farsi carico fino a qui e non pensare oltre. L’indifferenza. Uno dei nostri fotografi, dell’Osservatore Romano, ha scattato una foto che adesso è nell’Elemosineria, che si chiama “Indifferenza”. Ne ho parlato altre volte, di questo. Una notte d’inverno, davanti a un ristorante di lusso, una signora che vive sulla strada tende la mano a un’altra signora che esce, ben coperta, dal ristorante, e quest’altra signora guarda da un’altra parte. Questa è l’indifferenza. Andate a guardare quella fotografia: questa è l’indifferenza. La nostra indifferenza. Quante volte guardiamo da un’altra parte … E così chiudiamo la porta alla compassione. Possiamo fare un esame di coscienza: io abitualmente guardo da un’altra parte? O lascio che lo Spirito Santo mi porti sulla strada della compassione? Che è una virtù di Dio … Restituire ci salva dall'indifferenza Il Papa si dice poi toccato da una parola del Vangelo odierno quando Gesù dice a questa mamma: “Non piangere”. “Una carezza di compassione”, sottolinea. Gesù tocca la bara, dicendo al ragazzo di alzarsi. Allora, il giovane si mette seduto e inizia a parlare. E il Papa rimarca proprio la fine quando si afferma: “Ed Egli lo restituì alla madre” Lo restituì: un atto di giustizia. Questa parola si usa in giustizia: restituire. La compassione ci porta sulla via della vera giustizia. Sempre bisogna restituire a coloro che hanno un certo diritto, e questo ci salva sempre dall’egoismo, dall’indifferenza, dalla chiusura di noi stessi. Continuiamo l’Eucaristia di oggi con questa parola: “Il Signore fu preso da grande compassione”. Che Lui abbia anche compassione di ognuno di noi: ne abbiamo bisogno. Fonte.www.avvenire.it
Papa:la compassione
L'Osservatore Romano,   17/09/2019
Se «la compassione è il linguaggio di Dio», come possono gli uomini girare lo sguardo da un’altra parte, restando indifferenti davanti a chi è povero, solo, fragile? È proprio una questione di «giustizia», ha commentato Papa Francesco ponendosi questa domanda nella messa celebrata martedì mattina, 17 settembre, a Santa Marta. William Blake «Gesù resuscita il figlio della vedova di Nain» «In questo passo del Vangelo di Luca — ha fatto subito presente il Pontefice, riferendosi al brano proposto dalla liturgia (7, 11-17) — c’è una parola che si ripete nei Vangeli: compassione. L’evangelista non dice che Gesù “ebbe compassione”, ma che “fu preso dalla compassione” (Luca 7, 13), come se dicesse “fu una vittima della compassione”». In sostanza «la compassione lo prende». Luca lo scrive esplicitamente: «Il Signore fu preso da grande compassione». E proprio «la compassione — ha spiegato il Papa — gli fa vedere la realtà ultima di quel momento: c’era la grande folla che lo seguiva, c’erano i discepoli, c’era il corteo funebre, la mamma, il morto... ma Lui ha visto la realtà, e la realtà era quella donna, spogliata di tutto perché aveva perso l’unico figlio, e lei era rimasta vedova». Dunque, ha rilanciato Francesco, «c’era la gente, c’erano gli amici che l’accompagnavano... ma il Signore vede la realtà: una madre sola. Sola oggi e fino alla fine della vita. La compassione ti fa vedere le realtà come sono; la compassione è come la lente del cuore: ci fa capire davvero le dimensioni. E nei Vangeli, Gesù tante volte viene preso dalla compassione». Del resto, ha fatto notare, «la compassione è anche il linguaggio di Dio». Nella Bibbia, «è stato Dio a dire a Mosè: “ho visto il dolore del mio popolo” (Esodo 3, 7); è la compassione di Dio che invia Mosè a salvare il popolo». Perché «il nostro Dio è un Dio di compassione, e la compassione è, possiamo dire, la debolezza di Dio ma anche la sua forza. Quello che di meglio dà a noi: perché è stata la compassione a muoverlo a inviare il Figlio a noi. È un linguaggio di Dio, la compassione». «Poi — ha continuato Francesco — è vero, la compassione non è un sentimento di pena, semplice: questo è superficiale». Infatti, «anche quando vediamo morire un cane sulla strada, poveretto, sentiamo un po’ di pena». Ma «questa non è compassione. Non è dire “peccato che succedano queste cose”, no». Compassione «è coinvolgersi nel problema degli altri, è giocarsi la vita lì. Il Signore si gioca la vita: va lì, perché è il linguaggio di Dio, la compassione». «Invece non succede lo stesso con i discepoli: non capiscono» ha affermato il Papa, proponendo «un altro passo della Scrittura, del Vangelo: la moltiplicazione dei pani. C’era la folla che aveva seguito Gesù tutta la giornata, ascoltando, tanta gente... il Vangelo parla di (cfr. Matteo 15, 38 o Marco 8, 9) 5000 uomini oltre alle donne e i bambini (cfr. Matteo 14, 21). Incomincia il buio, nel tardo pomeriggio, e i discepoli vanno da Gesù e gli dicono: “Ma, Signore, questa gente è dal mattino che ci segue: congedali, perché vadano a comprare il pane nei villaggi e noi restiamo tranquilli”. Questo non lo dicono ma lo sentono. È così: “congeda”». Al Signore, in pratica, suggeriscono: «“Dobbiamo finire qui”, erano prudenti, i discepoli... La prudenza ci dice di congedare questa gente. Io credo che in quel momento Gesù si sia arrabbiato, nel cuore, considerata la risposta: “Date loro voi da mangiare! Dopo una giornata così, voi volete che ancora vadano nei villaggi a comprare il pane? Fatevi carico della gente!”». Dunque, ha proseguito Francesco, «il Signore, dice il Vangelo, ebbe compassione perché vedeva quella gente come pecore senza pastore. Da un lato, c’è il gesto di Gesù, sempre la compassione, e dall’altro lato, l’atteggiamento dei discepoli, egoistico. Questi ultimi cercano una soluzione ma senza compromesso. Non si sporcano le mani. Potevano dire, facendosi carico della gente: “Ma, noi andiamo e portiamo”. No. “Che vadano, che si arrangino”. E qui, se la compassione è il linguaggio di Dio, tante volte il linguaggio umano è l’indifferenza. Farsi carico fino a qui e non pensare oltre: l’indifferenza». «Uno dei nostri fotografi dell’Osservatore Romano — ha ricordato il Papa — ha scattato una foto, che adesso è nell’Elemosineria, che si chiama “Indifferenza”. Ne ho parlato altre volte, di questo. Una notte d’inverno, davanti a un ristorante di lusso, una signora che vive sulla strada tende la mano a un’altra signora che esce, ben coperta, dal ristorante, e quest’altra signora guarda da un’altra parte. Questa è l’indifferenza. Andate a guardare quella fotografia: questa è l’indifferenza. La nostra indifferenza. Quante volte guardiamo da un’altra parte... E così chiudiamo la porta alla compassione». A questo proposito il Pontefice ha proposto «un esame di coscienza: Io abitualmente guardo da un’altra parte? O lascio che lo Spirito Santo mi porti sulla strada della compassione? Che è una virtù di Dio...». «E alla fine — ha detto ancora Francesco — c’è una parola che a me ha toccato, quando ho pregato con il Vangelo, oggi. Gesù dice alla mamma: “Non piangere”, una carezza di compassione; si avvicinò e toccò la bara. Si fermarono i portatori. E poi disse al ragazzo: “Dico a te: alzati!”. Il morto si mise seduto e incominciò a parlare. E come finisce? “Ed Egli lo restituì a sua madre”. Lo restituì: un atto di giustizia. Questa parola si usa in giustizia: restituire. La compassione ci porta sulla via della vera giustizia. Sempre bisogna restituire a coloro che hanno un certo diritto, e questo ci salva sempre dall’egoismo, dall’indifferenza, dalla chiusura di noi stessi». Il Papa ha così concluso la sua meditazione: «Continuiamo l’Eucaristia di oggi con questa parola: “Il Signore fu preso da grande compassione”. Che Lui abbia anche compassione di ognuno di noi: ne abbiamo bisogno». Fonte.www.quotidianosanità.it
Moni Ovadia
Avvenire,   16/09/2019
Lo straniero è la figura paradigmatica dell’altro e l’amore chiede all’ego di farsi indietro per fare spazio al tu. Moni Ovadia ai Dialoghi di Trani sulla "Responsabilità" Nel testo che proponiamo in queste colonne Moni Ovadia, scrittore e uomo di teatro celebre per il suo lavoro sulla tradizione ebraica, sintetizza i temi che saranno al centro del suo intervento al prossimo Festival dei Dialoghi di Trani, giunto quest’anno alla XVIII edizione e che affronterà il tema della “Responsabilità”. Dal 17 al 22 settembre scrittori, filosofi, religiosi, magistrati, scienziati e giornalisti si incontreranno a Trani per riflettere sul significato dell’“essere responsabili”. Verso l’attesa conferenza di Assisi “The economy of Francesco”, anche la Pro Civitate Christiana propone ai Dialoghi un incontro sul valore della responsabilità in economia ed ecologia. Ai Dialoghi, a confrontarsi sul tema “Responsabilità”, ci saranno, tra gli altri, anche Salvatore Veca, Vito Mancuso, Stefano Zamagni, Sabino Cassese, Gustavo Zagrebelsky, Massimo Bray, Marta Cartabia, Giovanni Grasso, Aldo Schiavone, Valeriu Nicolae, Ramin Bahrami, Serena Dandini, e molti altri; tra i media partner anche Tv2000 e Radio inBlu. Il salvataggio di un piccolissimo migrante nel Mar Mediterraneo, sulla nave “Ocean Viking” (Ansa'Ap'Renata Brito) Il salvataggio di un piccolissimo migrante nel Mar Mediterraneo, sulla nave “Ocean Viking” (Ansa/Ap/Renata Brito) Il mancato riconoscimento dell’alterità nel suo valore fondativo della relazione umana è la madre delle questioni che si frappongono all’edificazione di una società di giustizia. Il dramma del mancato accoglimento dell’altro ci viene presentato nel Genesi all’inizio dell’avventura dell’uomo sulla terra. Caino, primogenito di Eva e Adamo, è il primo essere umano nato da grembo materno come tutti noi. Abele suo fratello, il secondogenito, è l’altro, pone il problema della relazione a Caino il quale non capisce il senso dell’evento, si ritiene usurpato, percepisce la presenza di Abele come insidia intollerabile, come minaccia e reagisce con violenza finendo con uccidere il fratello. Il Santo benedetto non accusa Caino, non punta il dito contro di lui ma lo insegue con una domanda: «Dove è tuo fratello Abele?». Sollecita il suo senso di responsabilità nei confronti dell’altro, suo fratello. Caino, dopo avere tentato invano di sottrarsi alla chiamata celandosi, risponde ponendo a sua volta una domanda: «Sono forse il custode di mio fratello?». Mirabile faccia di bronzo! Ma in questa provocazione è espressa, per il tramite di una narrazione anticipatrice, la grande tragedia umana con la quale ancora oggi ci confrontiamo senza riuscire ad uscirne. Non è necessario essere credenti, né assumere la Torah come libro sacro per capire che il biblista con il suo racconto ci segnala che peggio di così l’avventura dell’uomo nel creato non poteva cominciare. Disconoscimento del simile, mancato accoglimento del suo valore, rifiuto della relazione, ebbrezza narcisistica di unicità tipica di colui che è arrivato prima. Possiamo assumere la parabola anche come metafora socio-politica dello scontro fra il contadino che vuole sua la terra e il pastore che la vuole aperta. La vulgata di questa parte della Scrittura ha cercato di risolvere l’angoscia suscitata dal fratricidio con la criminalizzazione di Caino fondando in lui la pseudo-categoria del cattivo per chiudere la questione. Quante volte da piccini abbiamo sentito questa banalità. Ma il prosieguo della storia ci racconta tutt’altro. Il Santo Benedetto non tratta certo Caino come un “cattivo” a cui comminare una punizione esemplare, forse nella sua provocazione ha riconosciuto che non è attrezzato per edificare relazioni e quindi società, forse non voleva neppure uccidere Abele, gli è scappata la mano, dunque lo manda libero, ammonisce chi lo incontrerà a non alzare la mano su di lui, perché possa entrare nella Storia sperando che impari, perché le cose, di generazione in generazione vadano se non meglio, almeno un po’ meno peggio. Sono passati millenni dal tempo di questa “leggenda”, a quanto pare l’auspicio non si è compiuto. Non che non esistano uomini giusti che hanno interiorizzato e fatto proprio il senso dell’alterità e della responsabilità capendo che i due concetti non possono essere disgiunti, ma la leadership di fatto dell’umanità, la sua brama di potere ha imposto un modello basato su un economia che uccide, per dirla con le parole di papa Francesco, un economia che ha reificato l’alterità per farne profitto a vantaggio del delirio di onnipotenza di un pugno di uomini. E questi potenti non hanno capito che l’altro è il senso primo della relazione, che l’etica è la filosofia prima come mirabilmente propone il filosofo Emmanuel Lévinas nella sua lettura esplosiva del comandamento dell’amore (Levitico 18,19). Ve ahavtà leereakha kamokha, amerai per il prossimo tuo come te stesso. Il filosofo di Kaunas osserva che nel leshon hakodesh, la lingua santa della Torah, il verbo essere al presente indicativo non compare, è sottinteso. Lévinas legge dunque il comandamento dell’amore con questa esposizione: «Amerai per il prossimo tuo è come te stesso». In questa breve ma rivoluzionaria espressione possiamo trovare indicazioni decisive per una sua lettura dirompente. La prima parte della proposizione è: «Amerai per il prossimo tuo». La Torah non lascia nulla al caso, se dichiara una priorità essa riveste un preciso significato, ovvero la scelta di amare il prossimo è la condizione per accedere alla seconda parte: «È come te stesso» ovvero la tua identità di persona, in una società di giustizia, la conquisti amando il prossimo. Il prossimo peraltro è presentato senza alcuna connotazione, non è il prossimo buono o cattivo, ebreo o goy, uomo o donna, eterosessuale o omosessuale, bianco o nero o giallo o rosso. Non è collocato in una nazione o in un territorio, non è autoctono o migrante, non è vicino né lontano. È solo denotato. È semplicemente l’altro. Del resto dopo questo versetto pochi versi oltre il Levitico dichiara: «Lo straniero che abita presso di te è come il tuo compaesano. Amerai lo straniero è come te stesso, ricordati che fosti straniero in terra d’Egitto, Io sono il Signore». Anche l’Eterno si dichiara straniero, è lo Straniero assoluto. Lo straniero è la figura paradigmatica del-l’altro, e l’amore non è quella insopportabile melassa dei romanzi d’appendice o dei Baci Perugina, non è neppure il travolgente sentimento romantico e passionale di Giulietta e Romeo. L’amore è sentimento/ comportamento impegnativo che chiede all’ego di farsi indietro per fare spazio al tu e il tu è il simile, l’animale, la pianta, la zolla, l’acqua l’aria, la terra, il sottosuolo e persino le viscere della terra. Il Tu incarna l’intimità della condizione esistenziale tanto più se umile e spossessato perché porta in se la fragilità che è specificità ontologica dell’animale umano ma anche degli ecosistemi. Ecco perché la Laudato si’ è un punto di partenza per affrontare il cammino verso l’altro, cammino breve per un aspetto ma anche impervio perché tracciato come ponte precario sopra uno iato abissale e vertiginoso. Per compiere la traversata è irrinunciabile essere preparati. Bisogna assumere la piena responsabilità del volto altrui, bisogna farsi stranieri a se stessi, bisogna considerare anche il più piccolo dei privilegi illegittimo Fonte.www.avvenire.it
Papa,pregare per i governanti
Avvenire,   16/09/2019
Nell'omelia, dopo la pausa estiva, Francesco riflette sulla Prima Lettera di San Paolo a Timoteo, esortando a innalzare a Dio preghiere anche per i governanti Pregare anche per i governanti e per i politici, perché “possano portare avanti dignitosamente la loro vocazione”. Così Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta, ripresa dopo la pausa estiva. (Giada Aquilino - Vatican News) La preghiera Riflettendo sulla Prima Lettera di San Paolo apostolo a Timoteo, il Pontefice osserva come si esorti “tutto il popolo di Dio” a pregare, in una “richiesta universale”: si facciano “senza collera e senza polemiche”, evidenzia Francesco, “domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini” e al contempo “per i re e per tutti quelli che stanno al potere” affinché conducano “una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio”. Paolo sottolinea un po’ l’ambiente di una persona credente: è la preghiera. E’ la preghiera di intercessione, qui: “Che tutti preghino, per tutti, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio”. La preghiera perché questo sia possibile. Ma c’è un accenno sul quale io vorrei fermarmi: “Per tutti gli uomini - e poi aggiunge - per i re e per tutti quelli che stanno al potere”. Si tratta dunque della preghiera per i governanti, per i politici, per le persone che sono responsabili di portare avanti un’istituzione politica, un Paese, una provincia. Pregare per chi la pensa diversamente Essi, afferma, ricevono “adulazioni da parte dei loro favoriti o insulti”. Ci sono politici ma anche preti e vescovi, dice il Papa, che sono insultati, “qualcuno se lo merita”, aggiunge, ma ormai è “come un’abitudine”, richiamando quello che definisce un “rosario di insulti e di parolacce, di squalificazioni”. Eppure chi è al governo “ha la responsabilità di condurre il Paese”: e noi - si chiede il Pontefice - “lo lasciamo solo, senza chiedere che Dio lo benedica”? “Sono sicuro” - prosegue - che non si preghi per i governanti, anzi: sembrerebbe che la preghiera ai governanti sia “insultarli”. E così, constata, “va la nostra vita nei rapporti” con chi è al potere. Ma San Paolo, spiega, è “chiaro” nel chiedere di “pregare per ognuno di loro perché possano portare avanti una vita calma, tranquilla, dignitosa nel loro popolo”. Quindi ricorda come gli italiani abbiano vissuto da poco “una crisi di governo”. Chi di noi ha pregato per i governanti? Chi di noi ha pregato per i parlamentari? Perché possano mettersi d’accordo e portare avanti la patria? Sembra che lo spirito patriottico non arrivi alla preghiera; sì, alle squalificazioni, all’odio, alle liti, e finisce così. “Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino alzando al cielo mani pure, senza collera e senza polemiche”. Si deve discutere e questa è la funzione di un parlamento, si deve discutere ma non annientare l’altro; anzi si deve pregare per l’altro, per quello che ha un’opinione diversa dalla mia. Una chiamata alla conversione Di fronte a chi pensa che quel politico sia “troppo comunista” o “un corrotto” , il Papa, citando poi anche l’odierno Vangelo di Luca, non chiede di “discutere di politica” ma - insiste - di pregare. C'è poi chi afferma che la "politica è sporca". Ma Paolo VI, sottolinea, riteneva che fosse "la forma più alta della carità": Può essere sporca come può essere sporca ognuna delle professioni, ognuna… Siamo noi a sporcare una cosa ma non è la cosa in sé che è sporca. Credo che noi dobbiamo convertirci e pregare per i politici di tutti i colori, tutti! Pregare per i governanti. E’ questo che Paolo ci chiede. Mentre ascoltavo la Parola di Dio mi è venuto in mente questo fatto tanto bello del Vangelo, il governante che prega per uno dei suoi, questo centurione che prega per uno dei suoi. Anche i governanti devono pregare per il loro popolo e questo prega per un servo, forse per un domestico: “Ma no, è il mio servo, io sono responsabile di lui”. I governanti sono responsabili della vita di un Paese. E’ bello pensare che se il popolo prega per i governanti, i governanti saranno capaci pure di pregare per il popolo, proprio come questo centurione che prega per il suo servo. Fonte.www.avvenire.it
Papa:i politici
L'Osservatore Romano,   16/09/2019
Quante volte, quando si parla di politica, le uniche espressioni che si ascoltano sono «adulazioni» o «insulti»? L’abitudine sembra questa. E se invece si considerasse l’opportunità, il senso profondo, il dovere di «pregare per i governanti» e «per i politici»? Nella prima messa celebrata a Santa Marta dopo il riposo estivo, la mattina di lunedì 16 settembre, Papa Francesco ha colto lo spunto della liturgia della Parola per soffermarsi su un aspetto molto concreto della vita quotidiana e ha invitato a essere cristianamente vicini, con la preghiera, a quanti sono chiamati a operare in quella che Paolo vi riteneva essere «la forma più alta della carità», la politica. Punto di partenza della riflessione del Pontefice è stato il brano della Lettera di Paolo a Timoteo (2, 1-8), nella quale l’apostolo «chiede a tutto il popolo di Dio di pregare». Si tratta anzitutto di una «richiesta universale», generica — «Figlio mio, raccomando, prima di tutto che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini» — alla quale poi si aggiungono dettagli: «per i re e per tutti quelli che stanno al potere perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio». E ancora, concludendo: «Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo le mani pure, senza collera e senza polemiche». Paolo, ha spiegato il Papa, «sottolinea un po’ l’ambiente di una persona credente: è la preghiera». Si tratta di una preghiera di intercessione nella quale c’è un inciso da tenere in considerazione: «per i re e per tutti quelli che stanno al potere». Si tratta dunque di una «preghiera per i governanti, per i politici», per tutti coloro che guidano un’istituzione politica, o un’amministrazione nazionale o locale. A tale riguardo, Francesco ha immediatamente fotografato la realtà della società odierna: «Alle volte, io sento compassione per i governanti, perché le cose che ricevono sono adulazioni da parte dei loro favoriti o insulti. E anche i politici sono insultati». È vero, ha detto, che a volte «qualcuno se lo merita», così come, ha aggiunto, «se lo meritano» anche alcuni «preti e vescovi». Resta però il fatto, ha notato, che questo atteggiamento appaia ormai come un’«abitudine»: ecco allora quel «rosario di insulti e di parolacce, di squalificazioni...» che accompagnano i politici. Da qui la domanda che suona anche come una provocazione: ma quell’uomo che ha responsabilità di governo nazionale o locale «lo lasciamo solo, senza chiedere che Dio lo benedica»? La Scrittura, invece, ha detto il Pontefice, parla chiaro: pregare «Per i re e per tutti quelli che stanno al potere». E perchè? «Perché tutti noi possiamo vivere una vita calma e tranquilla dignitosa e dedicata a Dio». Quindi: «Pregare per ognuno di loro, perché possano portare avanti una vita calma, tranquilla, dignitosa nel loro popolo». Un’esortazione quasi sempre disattesa: «Io sono sicuro — ha commentato il Papa — che non si prega per i governanti. Sì, li si insulta, sì, quello sì. Sembrerebbe che la preghiera ai governanti sia insultarli perché “non mi piace quello che fa”, perché “è un corrotto”». E, riguardo a certe abitudini, ha aggiunto una notazione legata alla stretta attualità: «Poco tempo fa — e faccio una domanda a tutti voi, che siete tutti italiani —, poco tempo fa abbiamo avuto una crisi di governo: chi di noi ha pregato per i governanti? Chi di noi ha pregato per i parlamentari? Perché possano mettersi d’accordo e portare avanti la patria? Sembra che lo spirito patriottico non arrivi alla preghiera; sì, alle squalificazioni, all’odio, alle liti, e finisce così». Invece l’apostolo Paolo auspica che «in ogni luogo gli uomini preghino alzando al cielo mani pure, senza collera e senza polemiche». E, in questo, si ritrova un consiglio alla politica stessa: «Si deve discutere e questa è la funzione di un parlamento, si deve discutere ma non annientare l’altro; anzi si deve pregare per l’altro, per quello che ha un’opinione diversa dalla mia». Ecco allora la domanda che deve coinvolgere ogni cristiano: «Pensiamo un po’ su questo: io prego per i governanti? “No, per quello no perché è troppo comunista!” — Ma tu preghi per quello? — “No, quello non mi piace perché dicono che è un corrotto!” — Tu preghi perché si converta?». E la risposta è chiara: «La preghiera per i governanti è la prima cosa che dobbiamo fare, anche per i politici». Qualcuno, ha aggiunto Francesco, potrebbe obiettare: «Ma, padre, la politica è sporca!”. Ma Paolo vi riteneva che fosse la forma più alta della carità!». Allora, ha spiegato il Pontefice, la politica «può essere sporca come può essere sporca ognuna delle professioni, ognuna... Siamo noi a sporcare una cosa, ma non è la cosa in sé che è sporca». Perciò «noi dobbiamo convertirci e pregare per i politici di tutti i colori, tutti! Pregare per i governanti». Qui il Papa ha aggiunto un’ulteriore riflessione: «Mentre ascoltavo la Parola di Dio mi è venuto in mente questo fatto tanto bello del Vangelo, il governante che prega per uno dei suoi, questo centurione che prega per uno dei suoi». Significa, ha detto, che «anche i governanti devono pregare per il loro popolo», così come quel centurione pregava per «per un servo, forse per un domestico» per il quale si sentiva responsabile. E anche «i governanti sono responsabili della vita di un Paese». Perciò «è bello pensare che se il popolo prega per i governanti, i governanti saranno capaci pure di pregare per il popolo, proprio come questo centurione che prega per il suo servo». Francesco ha quindi concluso la sua omelia con una raccomandazione: «Oggi sarebbe bello che ognuno di noi faccia un esame di coscienza: cosa penso io della politica?». E, ha aggiunto, «non chiedo» di «discutere di politica», quanto invece: «Tu preghi per i governanti, tu preghi per i politici, perché possano portare avanti dignitosamente la loro vocazione»? Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa al personale carcerario
Avvenire,   15/09/2019
Udienza al personale carcerario. Il Papa: «Mai privare del diritto alla speranza» Redazione Internet sabato 14 settembre 2019 Il «grazie» di Francesco alla polizia penitenziaria. Ai detenuti: «Abbiate coraggio, siete preziosi agli occhi di Dio». Il problema del sovraffollamento e il no all'ergastolo «So che non è facile ma quando, oltre a essere custodi della sicurezza siete presenza vicina per chi è caduto nelle reti del male, diventate costruttori di futuro». Così papa Francesco nell'udienza in piazza San Pietro ai cappellani delle carceri italiane, alla Polizia e al personale dell'Amministrazione penitenziaria. In piazza erano presenti in 11mila, in rappresentanza delle 190case di reclusione, guidati dall'Ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, don Raffaele Grimaldi. IL TESTO DEL DISCORSO Alla polizia: «Grazie di essere tessitori di speranza» «Anzitutto alla Polizia Penitenziaria e al personale amministrativo vorrei dire grazie - ha esordito il Papa -. Grazie perché il vostro lavoro è nascosto, spesso difficile e poco appagante, ma essenziale. Grazie per tutte le volte che vivete il vostro servizio non solo come una vigilanza necessaria, ma come un sostegno a chi è debole - ha aggiunto il Pontefice - voi ponete le basi per una convivenza più rispettosa e dunque per una società più sicura. Grazie perché, così facendo, diventate giorno dopo giorno tessitori di giustizia e di speranza». «Non dimenticatevi, per favore - aggiunge - del bene che potete fare ogni giorno. Il vostro comportamento, i vostri atteggiamenti, i vostri sguardi sono preziosi. Siete persone che, poste di fronte a un'umanità ferita e spesso devastata, ne riconoscono, a nome dello Stato e della società, l'insopprimibile dignità. Vi ringrazio dunque di non essere solo vigilanti, ma soprattutto custodi di persone che a voi sono affidate perché, nel prendere coscienza del male compiuto, accolgano prospettive di rinascita per il bene di tutti. Siete così chiamati a essere ponti tra il carcere e la società civile: col vostro servizio, esercitando una retta compassione, potete scavalcare le paure reciproche e il dramma dell'indifferenza». «Le carceri non diventino polveriere di rabbia» Francesco ha affrontato anche il problema del sovraffollamento degli istituti penitenziari. «Un bel problema - ha detto - che accresce in tutti un senso di debolezza se non di sfinimento. Quando le forze diminuiscono la sfiducia aumenta. È essenziale garantire condizioni di vita decorose, altrimenti le carceri diventano polveriere di rabbia, anziché luoghi di ricupero». Ai detenuti: «Coraggio, siete preziosi agli occhi di Dio» «Una terza parola, che vorrei indirizzare ai detenuti - ha proseguito il Papa -. È la parola coraggio. Gesù stesso la dice a voi. "Coraggio" deriva da cuore. Coraggio, perché siete nel cuore di Dio, siete preziosi ai suoi occhi e, anche se vi sentite smarriti e indegni, non perdetevi d'animo. Siete importanti per Dio, che vuole compiere meraviglie in voi». «Non lasciatevi mai imprigionare nella cella buia di un cuore senza speranza, non cedete alla rassegnazione. Dio è più grande di ogni problema e vi attende per amarvi - ha aggiunto il Pontefice - Mettetevi davanti al Crocifisso, allo sguardo di Gesù: davanti a Lui, con semplicità, con sincerità. Da lì, dal coraggio umile di chi non mente a sé stesso, rinasce la pace, fiorisce di nuovo la fiducia di essere amati e la forza per andare avanti. Immagino di guardarvi e di vedere nei vostri occhi delusioni e frustrazione, mentre nel cuore batte ancora la speranza, spesso legata al ricordo dei vostri cari. Coraggio, non soffocate mai la fiammella della speranza». «L'ergastolo non è la soluzione, ma un problema» «L'ergastolo non è la soluzione dei problemi, ma un problema da risolvere» ha indicato il Papa. «Perché se si chiude in cella la speranza, non c'è futuro per la società - aggiunge il Pontefice - Mai privare del diritto di ricominciare! Voi, cari fratelli e sorelle, col vostro lavoro e col vostro servizio siete testimoni di questo diritto: diritto alla speranza, diritto di ricominciare. Vi rinnovo il mio grazie». E conclude: «Avanti, coraggio, con la benedizione di Dio, custodendo coloro che vi sono affidati. Prego per voi e chiedo anche a voi di pregare per me». Fonte.www.avvenire.it
Papa:umanità più fraterna
Avvenire,   12/09/2019
Messaggio. Umanità più fraterna, il Papa chiama il mondo per un nuovo patto educativo giovedì 12 settembre 2019 L'appuntamento il 20 maggio nell'Aula Paolo VI per una "società più accogliente". L'annuncio della Congregazione per l'educazione cattolica. Francesco: dialoghiamo su come costruire il futuro Umanità più fraterna, il Papa chiama il mondo per un nuovo patto educativo COMMENTA E CONDIVIDI Il Papa convoca a Roma per il 14 maggio 2020 personalità di tutto il mondo insieme ai giovani per una serie di iniziative, dibattiti, tavole rotonde per una "società più accogliente". La Congregazione per l'Educazione Cattolica spiega il motivo di questo evento mondiale che si svolgerà in Vaticano nell'Aula Paolo VI: "Sono invitate a prendere parte all'iniziativa proposta le personalità più significative del mondo politico, culturale e religioso, ed in particolare i giovani ai quali appartiene il futuro. L'obiettivo è di suscitare una presa di coscienza e un'ondata di responsabilità per il bene comune dell'umanità, partendo dai giovani e raggiungendo tutti gli uomini di buona volontà". "L'iniziativa - spiega ancora la Congregazione per l'Educazione Cattolica in una nota - è la risposta ad una richiesta. In occasione di incontri con alcune personalità di varie culture e appartenenze religiose è stata manifestata la precisa volontà di realizzare una iniziativa speciale con il Santo Padre, considerato una delle più influenti personalità a livello mondiale e, tra i temi più rilevanti, è stato da subito individuato quello del Patto educativo, richiamato più volte dal Papa nei suoi documenti e discorsi. Il quinto anniversario dell'enciclica Laudato sì, con il richiamo all'ecologia integrale e culturale, si offre come piattaforma ideale per tale evento". In un messaggio il Pontefice rinnova "l'invito a dialogare sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta e sulla necessità di investire i talenti di tutti, perché ogni cambiamento ha bisogno di un cammino educativo per far maturare una nuova solidarietà universale e una società più accogliente". Ricorda ancora Bergoglio che "in un percorso di ecologia integrale, viene messo al centro il valore proprio di ogni creatura, in relazione con le persone e con la realtà che la circonda, e si propone uno stile di vita che respinga la cultura dello scarto. Un altro passo è il coraggio di investire le migliori energie con creatività e responsabilità". IL TESTO DEL MESSAGGIO DEL PAPA L'itinerario verso maggio sarà segnato da una serie di incontri, organizzati in luoghi assai significativi. Ecco l'elenco Pontificia Fondazione Gravissimum educationis – 16-17 settembre 2019 “Democrazia: un’urgenza educativa in contesti pluriculturali e plurireligiosi” Pontificia Università Lateranense – 31 ottobre 2019 “Educazione, diritti umani, pace. Gli strumenti dell’azione interculturale ed il ruolo delle religioni” Emirati Arabi – Abu Dhabi – 4 febbraio 2020 “Convegno sul documento di Abu Dhabi (4 febbraio 2019)” Università Pontificia Antonianum con l’Istituto Teologico Seraphicum – 14-16 gennaio 2020 “Natura e ambiente nel patto educativo: la bellezza fa l’uomo buono” Università Cattolica LUMSA con l’Alta Scuola EIS – 30-31 gennaio-1° febbraio 2020 “Costruire comunità. La proposta del service learning” Pontificia Accademia delle Scienze Sociali – 6-7 febbraio 2020 Workshop on “Education: The global Compact” – Casina Pio IV Università Pontificia Salesiana con l’Auxilium (Sede: Città dei ragazzi) – 22 febbraio 2020 “We are we share we care. Generazioni a confronto per un’alleanza educativa” Centro “Centro Card. Bea” (Gregoriana) – Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamistica – 24 febbraio 2020 “L’immagine dell’altro nelle proprie tradizioni: quali risorse le nostre tradizioni religiose e culturali possiedono in vista della costruzione di una fratellanza universale?” Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Brescia) – 13 marzo 2020 Scienze politiche e pedagogiche – “Le sfide educative per la cooperazione internazionale” Città dei Ragazzi – 24 marzo 2020 “Percorsi di cittadinanza. Dall’esclusione all’inclusione” Villaggio della Terra – 22-26 aprile 2020 “C’è un mondo che ti aspetta” – Villa Borghese Istituto Universitario “Sophia” – Loppiano (Incisa in Valdarno) Incontri per studenti – “Terza missione e impegno degli studi: leadership per strade nuove” Pontificia Fondazione Scholas Occurrentes (Convegno mondiale delle Cattedre Scholas) Fonte.www.avvenire.it
Omosessualità
Avvenire,   09/09/2019
Inchiesta. Omosessualità, oltre la genetica. La nuova ricerca Luciano Moia lunedì 9 settembre 2019 Componente costitutiva della persona o scelta autonoma legata a fattori socioculturali? Lo studio americano diffuso nei giorni scorsi ribadisce che la questione non può essere banalizzata La ricerca genetica realizzata negli Stati Uniti da un pool di esperti internazionali coordinato dallo scienziato italiano Andrea Ganna, ha riacceso il dibattito sulla genesi dell’omosessualità. Tema complesso, spinoso, che dai laboratori scientifici si allarga immediatamente alla società, alla politica, ma anche alla pastorale e alla teologia morale. E che quindi interroga direttamente le modalità dell’accoglienza che – secondo quanto papa Francesco ha scritto in Amoris laetitia – la Chiesa è sollecitata ad offrire a queste persone «affinché possano avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita». Ora, in questa prospettiva, la ricerca americana è un passo deciso oltre la banale dicotomia 'omosessuali si nasce o si diventa?'. La questione, come già altri studi avevano accertato, è molto più articolata. Proprio per dare conto di questa complessità, all’intervista di Ganna, sono seguite quella al neurologo, psichiatra e psicoterapeuta Pietro Pietrini, secondo cui «l’interazione tra fattori genetici e fattori ambientali si comprende alla luce della terminologia complessa della genetica. Escludere il determinismo non significa ammettere la possibilità di scegliere. L’orientamento – ci ha spiegato non si 'sceglie' mai. Si può solo scegliere di reprimerlo, ma con conseguenze gravi sotto il profilo dell’equilibrio e della sofferenza interiore». Mentre padre Maurizio Faggioni, teologo morale, medico, bioeticista, autore della voce 'omosessualità' del nuovo Dizionario di teologia morale San Paolo, ha aggiunto: «Se è vero che una persona non 'sceglie' di essere omosessuale, è anche vero che le esperienze del bambino e dell’adolescente, i modelli trasmessi dalla cultura, i progetti personali hanno un ruolo non secondario». - Il ricercatore Andrea Ganna: omosessualità ben oltre la genetica - Il neuroscienziato Pietrini: «Omosessualità, i geni possono predisporre» - Il teologo Faggioni: «Omosessualità, la morale non può ignorare la scienza» Fonte.www.avvenire.it
Il Papa alle Mauritius
Avvenire,   09/09/2019
Papa: riconoscere i diritti dei migranti. Sì alla conversione ecologica Mimmo Muolo, inviato a Mauritius lunedì 9 settembre 2019 L'ultimo discorso di papa Francesco nella suo viaggio in Africa. Il Papa: riconoscere i diritti dei migranti. Sì alla conversione ecologica Mauritius continui a essere «un'oasi di pace». L'auspicio espresso dal Papa nell'ultimo discorso del suo viaggio in Mozambico, Madagascar e appunto nell'isola dell'Oceano Indiano ha riflessi che non riguardano solo i mauriziani. Di fronte al presidente, alle autorità e al corpo diplomatico Francesco pronuncia infatti parole che valgono anche per il mondo occidentale. A cominciare dall'appello all'accoglienza, alla “protezione dei migranti che oggi vengono qui per trovare lavoro e, per molti di loro, migliori condizioni di vita per le loro famiglie. Abbiate a cuore di accoglierli come i vostri antenati hanno saputo accogliersi a vicenda – ha esortato -, quali protagonisti e difensori di una vera cultura dell’incontro che consente ai migranti (e a tutti) di essere riconosciuti nella loro dignità e nei loro diritti”. Nonostante le recenti vicissitudini politiche che hanno portato alle dimissioni dell'ex presidente per uno scandalo economico (a ricevere il Papa c'è un presidente ad interim in attesa delle prossime elezioni), Mauritius può vantare ancora una grande tradizione di mosaico di etnie che vivono in sintonia. “Sono lieto, grazie a questa breve visita, di poter incontrare il vostro popolo, caratterizzato non solo da un volto multiforme sul piano culturale, etnico e religioso, ma soprattutto dalla bellezza che deriva dalla vostra capacità di riconoscere, rispettare e armonizzare le differenze in funzione di un progetto comune”, ha detto il Papa, ricordando anche la storia dell'isola caratterizzata dall'arrivo “di migranti venuti da diversi orizzonti e continenti, portando le loro tradizioni, la loro cultura e la loro religione”. Essi, ha aggiunto Francesco, “hanno imparato, a poco a poco, ad arricchirsi con le differenze degli altri e a trovare il modo di vivere insieme cercando di costruire una fraternità attenta al bene comune”. Questa è anche la prova, secondo il Papa, che è possibile“raggiungere una pace stabile a partire dalla convinzione che la diversità è bella quando accetta di entrare costantemente in un processo di riconciliazione”. Così dunque il discorso diventa universale ed è “la base e l'opportunità per la costruzione di una effettiva comunione all’interno della grande famiglia umana senza la necessità di emarginare, escludere o respingere”. Le “differenze integrate” devono valere anche in economia, per “evitare ogni forma di discriminazione” e corruzione, ha proseguito Francesco. “Voi che siete impegnati nella vita politica della Repubblica di Mauritius, possiate essere un esempio per coloro che contano su di voi, specialmente per i giovani. Col vostro comportamento e la volontà di combattere tutte le forme di corruzione, possiate manifestare il valore dell’impegno al servizio del bene comune ed essere sempre degni della fiducia dei vostri connazionali”. Ce n'è bisogno soprattutto ora che, nonostante la crescita economica, non sempre i risultati “vanno a vantaggio di tutti,” e anzi lasciano “da parte – per certe strategie – un certo numero di persone, specialmente i giovani”. Papa Bergoglio ha perciò incoraggiato “a sviluppare una politica economica orientata alle persone e che sappia privilegiare una migliore distribuzione delle entrate, la creazione di opportunità di lavoro e una promozione integrale dei più poveri”. No al“modello economico idolatrico che ha bisogno di sacrificare vite umane sull’altare della speculazione e della mera redditività, che tiene conto solo del beneficio immediato a scapito della protezione dei più poveri, dell’ambiente e delle sue risorse”. E a proposito della salvaguardia del creato, Francesco ha richiamato l'esigenza di “incentivare una conversione ecologica integrale. Tale conversione mira non solo a evitare terribili fenomeni climatici o grandi disastri naturali, ma cerca anche di promuovere un cambiamento negli stili di vita in modo che la crescita economica possa davvero giovare a tutti, senza correre il rischio di provocare catastrofi ecologiche o gravi crisi sociali”. Infine il Papa ha espresso “apprezzamento per il modo in cui a Mauritius le diverse religioni, con le loro rispettive identità, collaborano insieme per contribuire alla pace sociale e per ricordare il valore trascendente della vita contro ogni tipo di riduzionismo”. E ha ribadito“la disponibilità dei cattolici di Mauritius di continuare a partecipare a questo fruttuoso dialogo che ha segnato così fortemente la storia del vostro popolo”. Prima di recarsi al palazzo presidenziale dove ha incontrato in colloqui privati il presidente ad interim e il premier mauriziani, il Pontefice aveva sostato in preghiera presso la tomba del padre Laval, il beato apostolo degli schiavi, più volte citato in mattinata nel corso dell'omelia della Messa.Uscendo dal santuario aveva anche salutato un nutrito gruppo di ammalati e le famiglie di alcuni giovani tossicodipendenti. La droga, infatti, è tra le maggiori preoccupazioni della Chiesa locale. La sua diffusione tra i ragazzi mauriziani è sempre più ampia. E non è escluso che ad essa facesse riferimento anche Francesco quando in mattinata aveva rivolto un appello a non lasciare i giovani in mano ai mercanti di morte.Terminato il programma ufficiale, il Papa ritornerà in aeroporto per imbarcarsi alla volta di Antananarivo. Domani, martedì 10 settembre, il ritorno a Roma con un lungo volo dalla capitale del Madagascar. Fonte.www.avvenire.it
Il Papa in Madagascar
Avvenire,   06/09/2019
Il viaggio. Papa Francesco saluta il Mozambico e abbraccia il Madagascar Mimmo Muolo, inviato a Zimpeto venerdì 6 settembre 2019 L'ultima mattinata della tappa mozambicana del III viaggio in Africa di papa Francesco si aperta con la vita al centro per i malati di Aids di Zimpeto, un quartiere povero alla periferia di Maputol Aigav) Lasciata Maputo, in Mozambico, l'aereo con a bordo Papa Francesco e il suo seguito è atterrato ad Antananarivo, in Madagascar, per la seconda tappa del suo viaggio in Africa. È stato ricevuto con una cerimonia molto sobria, senza discorsi ufficiali, ma con un caloroso saluto da parte dei fedeli presenti, che hanno intonato canti al ritmo di danza. In serata Francesco è arrivato alla Nunziatura Apostolica in Madagascar, dove è stato accolto da un coro di giovani malgasci, che ha intonato due inni locali in onore del pontefice. Al termine dei canti, Papa Francesco ha salutato individualmente i partecipanti prima di entrare in Nunziatura. Il Papa: «Il Mozambico ha diritto alla pace» Francesco lascia il Mozambico in lieve anticipo sui piani, dopo due giorni pieni di visite e incontri, per volare alla volta di Antananarivo, capitale del Madagascar e seconda tappa di questo suo 31esimo viaggio apostolico. La cerimonia di congedo somiglia più ad un “grazie” per aver ridato speranza e aver parlato di nuovo di pace, di riconciliazione e di unità in un Paese che nonostante gli sforzi, i negoziati, gli accordi, ha ancora nel cuore e negli occhi i relitti dolorosi della guerra civile e dell’inimicizia sociale. Nell'omelia della Messa il Papa ha rivolto un appello al Mozambico. Metti da parte la legge del taglione e segui decisamente l'amore di Cristo. “Nessuna famiglia, nessun gruppo di vicini, nessuna etnia e tanto meno un Paese ha futuro – ha ammonito -, se il motore che li unisce, li raduna e copre le differenze è la vendetta e l’odio.Non possiamo metterci d’accordo e unirci per vendicarci, per fare a chi è stato violento la stessa cosa che lui ha fatto a noi, per pianificare occasioni di ritorsione sotto forme apparentemente legali. Le armi e la repressione violenta, invece di apportare soluzioni, creano nuovi e peggiori conflitti. L’“equità” della violenza è sempre una spirale senza uscita; e il suo costo, molto elevato. C’è un’altra strada possibile, perché è fondamentale non dimenticare che i nostri popoli hanno diritto alla pace. Voi avete diritto alla pace”. Una raccomandazione specie per i cristiani. Amare i propri nemici, sull'esempio di Gesù. “Con tale invito – ha spiegato Francesco - Egli, lungi dall’essere un ostinato masochista, vuole chiudere per sempre la pratica tanto comune – ieri come oggi –di essere cristiani e vivere secondo la legge del taglione. Non si può pensare il futuro, costruire una nazione, una società basata sull’“equità” della violenza.Non posso seguire Gesù se l’ordine che promuovo e vivo è questo: “occhio per occhio, dente per dente”. E questo amore di Gesù, ha aggiunto il Papa, è anche “il miglior termometro per scoprire le ideologie di ogni genere che cercano di manipolare i poveri e le situazioni di ingiustizia al servizio di interessi politici o personali”. Di qui anche l'appello a “superare i tempi di divisione e violenza”. Il che, ha spiegato il Pontefice, “implica non solo un atto di riconciliazione o la pace intesa come assenza di conflitto, ma l’impegno quotidiano di ognuno di noi ad avere un sguardo attento e attivo che ci porta a trattare gli altri con quella misericordia e bontà con cui vogliamo essere trattati; misericordia e bontà soprattutto verso coloro che, per la loro condizione, vengono facilmente respinti ed esclusi”.Nello stadio gremito non solo sugli spalti ma anche sul prato papa Bergoglio è stato accolto con grandi applausi e le tipiche grida di gioia dei fedeli, mentre una musica ritmata invitava tutti a ballare agitando in alto le mani. Il Pontefice ha fatto il giro della pista di atletica in papamobile salutando da vicino le persone presenti e provocando una sorta di ola calcistica al suo passaggio.Poi la celebrazione scandita da canti gioiosi e accompagnati anche dal rullo dei tamburi. Al centro del prato di gioco una grande croce viene disegnata da danzatrici in vesti tradizionali e si estende per tutta la lunghezza e la larghezza del campo di gioco. Un colpo d'occhio davvero impressionante. Pioviggina e fa abbastanza freddo per queste latitudini, ma la gente (in gran parte allo scoperto) non se ne cura.Il Papa ha messo anche l'accento sul fenomeno della colonizzazione economica e della corruzione che colpisce questa terra, come altre zone dell'Africa.“Il Mozambico – ha detto - possiede un territorio pieno di ricchezze naturali e culturali, ma paradossalmente con un’enorme quantità di popolazione al di sotto del livello di povertà. E a volte sembra che coloro che si avvicinano con il presunto desiderio di aiutare, abbiano altri interessi. Ed è triste quando ciò accade tra fratelli della stessa terra, che si lasciano corrompere; è molto pericoloso accettare che questo sia il prezzo che dobbiamo pagare per gli aiuti esterni”.Infine l'auspicio conclusivo: “Vogliamo che la pace regni nei nostri cuori e nel palpito del nostro popolo. Vogliamo un futuro di pace. Vogliamo che «la pace di Cristo regni nei vostri cuori» (Col 3,15), come appunto diceva la Lettera di San Paolo. Egli usa un verbo che viene dal mondo dello sport e si riferisce all'arbitro che decide sulle cose discutibili: “possa la pace di Cristo essere l’arbitro nei vostri cuori”. Se la pace di Cristo è l’arbitro nei nostri cuori, allora quando i sentimenti sono in conflitto e ci troviamo indecisi tra due sensi opposti, “facciamo il gioco” di Cristo: la decisione di Cristo ci manterrà nella via dell’amore, nel sentiero della misericordia, nella scelta per i più poveri, nella difesa della natura. Nella via della pace. Se Gesù sarà l’arbitro tra le emozioni contrastanti del nostro cuore, tra le complesse decisioni del nostro Paese, allora il Mozambico ha assicurato un futuro di speranza”. Nel saluto conclusivo, infine, al termine della Messa, dopo aver ringraziato tutti gli organizzatori della visita, l'arcivescovo di Maputo, Francisco Chimoio e il presidente della Repubblica, Filipe Nyusi, il Papa aggiunge: «Conservate la speranza; non lasciatevela rubare! E non c’è modo migliore per conservare la speranza che quello di rimanere uniti, affinché tutti i motivi che la sostengono si rafforzino sempre più in un futuro di riconciliazione e di pace in Mozambico». E' l'eredità che lascia per questo viaggio riuscitissimo. «Mozambico pace e cura sull'Aids si può» L'ultima mattinata della tappa mozambicana del III viaggio in Africa di papa Francesco si è aperta con la visita al centro per i malati di Aids di Zimpeto, un quartiere povero alla periferia di Maputo. Accoglienza molto calorosa per il Pontefice da parte degli ammalati (molti dei quali in carrozzella) e del personale sanitario in camicie bianco, con la direttrice Cacilda Isabel Massango, che ha ricordato al Papa i successi nella lotta all'Hiv del progetto Dream lanciato e gestito da Sant'Egidio in 11 Paesi africani. Finora sono stati complessivamente 130mila i bambini nati sani da madri sieropositive e 500mila le persone curate. Qui a Zimpeto vengono seguiti 3800 malati. Ad accogliere il Papa c'era anche il fondatore di Sant'Egidio Andrea Riccardi. Video Francesco, tenerissimo soprattutto con i bambini, è passato tra due ali di folla colorata che ha sfidato anche la fredda temperatura e a tratti la pioggia, e prendendo la parola, ha lodato gli sforzi compiuti nella struttura e in generale nel progetto, paragonandoli alla condotta del Buon Samaritano. “Tutti quelli che sono passati da qui – ha detto -, tutti coloro che arrivano presi dalla disperazione e dall’angoscia somigliano a quell'uomo abbandonato al bordo della strada. E voi, qui, non siete passati a distanza, non avete proseguito per la vostra strada come avevano fatto altri (il levita e il sacerdote). Questo Centro ci mostra che c'è stato chi si è fermato e ha sentito compassione, chi non ha ceduto alla tentazione di dire “non c’è niente da fare”, “è impossibile combattere questa piaga” e si è dato da fare con coraggio per cercare delle soluzioni”. E non solo. Il grido degli ammalati è arrivato alle orecchie dei volontari e oggi nel centro, ha ricordato ancora il Papa, vengono curati anche gli affetti da tubercolosi, denutrizione e cancro. Inoltre “ascoltare questo grido vi ha portato a capire che il trattamento medico, sebbene necessario, non era sufficiente; perciò avete considerato la problematica in tutta la sua integralità per ridare dignità alle donne e ai bambini, aiutandoli a progettare un futuro migliore”. Il Pontefice ha anche ricordato l'aiuto che la rete della telemedicina ha portato a chi opera a Zimpeto. E non ha mancato di rimarcare che il centro è a basso impatto ambientale, in quanto autosufficiente per l'energia solare e dotato di un sistema di riserva di acqua. “Dobbiamo renderci conto che siamo, tutti, parte di uno stesso tronco”, ha aggiunto, facendo riferimento alle sofferenze che spesso vengono inflitte all'ambiente. “Fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che “geme e soffre le doglie del parto”“. Infatti, come a confermare le parole del Papa, gli viene offerto un pastorale fatto con il legno della devastazione del ciclone Idai che ha colpito la città di Beira in primavera. Infine da papa Bergoglio è giunto un incoraggiamento ad andare avanti. “Quando noi ce ne andremo, quando voi ritornerete ai compiti quotidiani, quando nessuno vi applaudirà né loderà, continuate ad accogliere quelli che vengono, andate a cercare i feriti e gli sconfitti nelle periferie... Non dimentichiamo che i loro nomi, scritti nel cielo, hanno accanto un’iscrizione: questi sono i benedetti del Padre mio. Rinnovate gli sforzi, perché qui si possa continuare a “dare alla luce” la speranza”. Questo il congedo del Pontefice, prima di recarsi alla stadio dove celebrerà la Messa davanti a oltre 60mila persone. Sarà l'ultimo atto della tappa mozambicana del suo viaggio. Fonte.www.avvenire.it
Il Papa in Mozambico.
Avvenire,   05/09/2019
Il viaggio. Il Papa al Mozambico: abbiate il coraggio della pace Mimmo Muolo, inviato a Maputo giovedì 5 settembre 2019 Il discorso alle autorità e al corpo diplomatico, l'incontro interreligioso con i giovani. La pace «torni ad essere la norma e la riconciliazione la via migliore per affrontare le sfide». Non siano «l'odio e la violenza ad avere l'ultima parola». È questo l'incoraggiamento e il saluto che papa Francesco ha rivolto alla nazione prima tappa del suo 31.mo viaggio internazionale (che lo porterà anche in Madagascar e Mauritius) nel discorso indirizzato al presidente della Repubblica del Mozambico, Felipe Nyusi, alle autorità locali e al corpo diplomatico nel Palazzo Ponta Vermelha. La visita entra così nel vivo e subito il Pontefice va al cuore delle questioni, toccando i nervi scoperti della società mozambicana, ricordando le vittime dei cicloni Idai e Kenneth, chiedendo per loro la ricostruzione e facendo anche un corposo riferimento alla questione ambientale. «La difesa della terra è anche la difesa della vita, che richiede speciale attenzione quando si constata una tendenza a saccheggiare e depredare». Un incontro che si è svolto in un clima di cordialità e amicizia, presenti anche i leader dell'opposizione. Francesco è giunto in orario al palazzo presidenziale, intorno alle 9.45. In precedenza, aveva celebrato la messa in nunziatura, anche per i cardinali Roger Etchegaray e José de Jesus Pimiento, deceduti nei giorni scorsi e poi aveva incontrato una delegazione mozambicana delle Scholas Occurrentes, con il direttore Enrique Adolfo Palmeyro. I giovani sono impegnati nello sport e nell'educazione e con loro il Papa si è lasciato andare ai ricordi, quando nel cortile di casa sua giocava a pallone con gli amici con una palla fatta di stracci. Sport e lavoro devono sempre essere congiunti ha sottolineato. Prima del discorso alle autorità, il Papa si è intrattenuto con il presidente Nyusi e con la sua famiglia, firmando il libro d'onore e auspicando anche nella breve frase vergata all'impronta pace e riconciliazione per il Mozambico. Nel discorso quindi ha ripreso e approfondito il tema. Ha ricordato l'accordo del mese scorso, firmato nella Serra della Gorongosa, con cui si è messa la parola fine alle operazioni militari e lo ha definito «una pietra miliare, speriamo definitiva sulla via della pace». Citando quindi Giovanni Paolo II che qui venne in visita nel 1988 ha ricordato i lutti e le sofferenze della guerra che non devono ripetersi e ha aggiunto: «No alla violenza che distrugge, sì ala pace e alla riconciliazione». «Con determinazione ma senza fanatismo, con coraggio ma senza esaltazione, con tenacia ma in maniera intelligente». Quindi ha ammonito: «La pace non è solo assenza di guerra, ma l'impegno instancabile di riconoscere, garantire e ricostruire concretamente la dignità, spesso dimenticata o ignorata, dei nostri fratelli, perché possano sentirsi protagonisti del destino della propria nazione». Ecco dunque il compito per il futuro del Mozambico: “Non smettete di impegnarvi finché ci saranno bambini e adolescenti senza istruzione, famiglie senza casa, lavoratori senza occupazione, contadini senza terra. Queste sono le basi di un futuro di speranza, perché futuro di dignità. Queste sono le armi della speranza”. Lasciato quindi il palazzo presidenziale Francesco si è recato in papamobile all'incontro interreligioso con i giovani. Per le strade di Maputo un autentico trionfo con centinaia di migliaia di persone che ne hanno acclamato il passaggio. Ai giovani: «Sognate insieme, mai contro gli altri» Grande è l'entusiasmo anche nel Pavilion Maxaquene, dove ad attendere Francesco c'erano 15mila giovani (altri 4mila all'esterno) non solo cattolici. Era un incontro interreligioso e lo si è visto anche dai canti e dalle bellissime coreografie cui hanno preso parte musulmani, indù e fedeli di altre religioni. Tutti però avevano un filo comune: inneggiare alla pace, ripudiare la guerra, mostrandone gli effetti distruttivi, come nella rappresentazione molto effficace in cui un gruppo di guerriglieri armati di fucili di legno ha fatto “irruzione” “uccidendo” alcuni figuranti che cadendo a terra srotolavano sul pavimento dei nastri rossi come il sangue. Pace e custodia della casa comune sono anche le prospettive che il Papa ha indicato ai ragazzi del Mozambico, di cui ha mostrato di gradire molto – e lo ha detto apertamente – l'accoglienza e le scenografiche coreografie. Video Nel discorso (che il Pontefice ha cambiato con aggiunte a braccio) ha citato anche due grandi personaggi dello sport mozambicano, il calciatore Eusebio da Silva, “la pantera nera” (il suo nome ha suscitato un'ovazione) e la mezzofondista Maria Mutola, medaglia d'oro a Sidney negli 800 metri, alla sua quarta Olimpiade. Sono due esempi, ricorda il Papa, di giovani che hanno realizzato i propri sogni, respingendo ciò che li uccide: la rassegnazione e l'ansia. «Sognate insieme, sognate con gli altri, mai contro gli altri», ha raccomandato Francesco. E non abbiate paura di sbagliare. Possiamo sbagliare mille volte, ma non cadiamo nell'errore di fermarci». Di qui l'appello che sempre il Papa ripete quando incontra i giovani: «Voi siete importanti. Perché non siete solo il futuro del Mozambico o della Chiesa o dell'umanità. Voi siete il presente: con tutto ciò che siete e fate, state già contribuendo al presente». Quindi il compito dei giovani è mettere fine all'inimicizia che crea la guerra e «scrivere una pagina nuova di storia». Gettare ponti per «una pagina piena di speranza di pace e di riconciliazione». Così come va coltivato l'impegno «per proteggere la nostra casa comune, una casa che è di tutti e per tutti». Infine il Papa ha concluso ricordando che «Dio vi ama» e questa è una certezza che accomuna tutte le religioni. Ai sacerdoti: niente vantaggi personali, vicini a chi soffre Nel pomeriggio, nella Cattedrale gremita da 2000 tra sacerdoti, religiosi e religiose, il discorso è ripreso in pratica da questa stessa affermazione. L'amore di Dio deve spingere alla missione. "Non possiamo correre dietro a ciò che si traduce in benefici personali; le nostre stanchezze devono invece essere piuttosto legate alla nostra capacità di compassione". Papa Francesco ha raccomandato vicinanza e compassione. "Ci rallegriamo con i fidanzati che si sposano, ridiamo con il bimbo che portano a battezzare; accompagniamo i giovani che si preparano al matrimonio e alla famiglia; ci addoloriamo con chi riceve l’unzione nel letto d’ospedale; piangiamo con quelli che seppelliscono una persona cara". "Dedichiamo ore e giorni ad accompagnare quella madre con l’Aids - ha proseguito -, quel bambino rimasto orfano, quella nonna che si fa carico di tanti nipotini o quel giovane che è venuto in città ed è disperato perché non riesce a trovare lavoro". "Per noi sacerdoti le storie della nostra gente non sono un notiziario: noi conosciamo la nostra gente", ha sottolineato Francesco. Quindi il Papa ha concluso: "La Chiesa del Mozambico è invitata a essere la Chiesa della visitazione; non può far parte del problema delle competenze, del disprezzo e delle divisioni gli uni contro gli altri, ma porta di soluzione, spazio in cui siano possibili il rispetto, l'interscambio e il dialogo". In quest'ottica - unire più che dividere - deve trovare anche risposta la domanda fatta da una catechista sui matrimoni interreligiosi, fa notare il Papa. Sviluppare "una cultura dell'incontro in una multiforme armonia". Che è poi ciò che serve più di tutto alla società mozambicana. Prima di andare in Cattedrale il Pontefice aveva ricevuto in nunziatura delegazione della diocesi di Xai Xai, con cui aveva avviato un gemellaggio al tempo in cui era arcivescovo di Buenos Aires. La delegazione era guidata dal Vescovo, Lucio Andrice Muandula e accompagnata dal Vescovo emerito, cardinale Julio Duarte Langa. Dopo un breve saluto di monsignor Muandula, papa Francesco ha ricordato le origini del rapporto tra le diocesi e come lo scambio tra le due abbia rafforzato i preti, i religiosi e i seminaristi missionari, aprendo loro ad una prospettiva apostolica. Ha poi sottolineato l’importanza della preghiera gli uni per gli altri e il valore dei bambini, ricchezza di una nazione, e degli anziani: “I bambini e gli anziani sono il tesoro di un popolo e il modo in cui ci si prende cura di loro misura la grandezza di un popolo”. L'ultima impegno di questa giornata è la visita a Casa Matteo 25, iniziativa della nunziatura di Maputo in collaborazione con la Chiesa locale e circa 20 congregazioni religiose per assistere con pasti, servizi igienici e sanitari i giovani e i bambini di strada, che ogni sera vengono raggiunti nei luoghi in cui vivono dai volontari dell'associazione. Fonte.www.avvenire.it
Incidenti stradali
Avvenire,   25/07/2019
Incidenti. La strage senza fine sulle strade italiane. Vittime in aumento nel 2019, +7% Matteo Marcelli venerdì 19 luglio 2019 L’allarme della Polizia: «Sanzioni ancora più severe per chi usa il cellulare». E ora si teme per le giornate dell’esodo estivo Se il 2018 ha segnato un calo del 2% dei morti sulle strade italiane, il 2019 rischia di essere un annata nera, con un possibile incremento del 7%. A tanto, infatti, ammonta l’aumento delle vittime, stando ai dati parziali dell’anno in corso, senza contare i due giovani travolti ieri nel Veronese e tralasciando il fatto che il periodo degli esodi estivi, statisticamente sfavorevole alla sicurezza stradale, non è ancora iniziato. A lanciare l’allarme è Giovanni Busacca, direttore del Servizio di Polizia Stradale e presidente di “Viabilità Italia”, intervenuto ieri al Viminale alla presentazione del piano per l’estate per la sicurezza sulle strade. Busacca ha ricordato che se nel 2017 era stato registrato un +2,9% di morti sulle strade, con 3.378 decessi, nel 2018 il dato è risultato in calo del 2%, corrispondente a 3.310 decessi. Un dato che comunque non è confortante, visto che tradotto significa nove morti al giorno. All’incontro ha partecipato anche il capo della Polizia, Franco Gabrielli, che a margine dell’evento è intervenuto sulla questione delle morti stradali causate dall’uso improprio dei cellulari e sul possibile inasprimento delle pene annunciato dal governo. «Auspichiamo sanzioni molto severe per l’uso dei cellulari alla guida, ma auspichiamo anche che le sanzioni siano immediate, magari prevedendo che per sei o sette giorni non si guidi la macchina. Io credo – ha aggiunto – che l’efficacia e soprattutto l’immediatezza della sanzione potrebbero aiutare un popolo che non sempre ha un rapporto ordinario con il rispetto delle regole. Serve la responsabilità, la consapevolezza e il rispetto di se stessi e degli altri quando ci si mette al volante, perché quando vediamo dei padri che fanno delle dirette Facebook mentre sono alla guida, con i figli in macchina, qualche domanda ce la dobbiamo porre». Argomento sui cui è tornato anche Busaccca, sostenendo che «la disattenzione è uno dei quattro killer principali sulle strade. Si sta modificando l’articolo 173 del Codice della strada (che si occupa appunto di sanzionare l’utilizzo di device elettronici alla guida, ndr). Da più parti è stata chiesta la sospensione immediata della patente e su questo occorre l’attenzione di tutti». Al piano di Viabilità Italia, che ha individuato nel 3 e nel 10 agosto le giornate da bollino nero del 2019, si affiancano le misure messe a punto dall’Anas, che sarà presente sulle strade di competenza con circa 1.100 automezzi, 5.236 telecamere fisse, 1.004 pannelli a messaggio variabile e 2.500 addetti. Il monitoraggio 24 ore su 24 della rete stradale e l’assistenza per il pronto intervento verranno gestiti con 200 operatori impegnati tra la Sala situazioni nazionale e le 21 sale operative territoriali. L’attenzione sarà alta soprattutto sulle arterie maggiormente percorse nelle vacanze, come l’A2, Autostrada del Mediterraneo, o la Palermo-Catania e la Palermo-Mazara del Vallo in Sicilia. Particolare interesse anche sulla Pontina, percorsa dai molti romani diretti sul litorale laziale e rientrata in gestione ad Anas nel gennaio scorso. Stesso discorso per i raccordi autostradali RA13 ed RA14 verso i valichi di confine, in Friuli Venezia Giulia, e per l’itinerario E45 (SS675 e SS3 bis) che interessa Umbria, Toscana, Emilia Romagna. L’obiettivo è quello di implementare le misure al più presto. Una necessità, visti i ritmi con cui la cronaca continua a registrare vittime. Dalla settimana scorsa si contano almeno 20 morti causati da incidenti stradali e anche ieri, come detto, altre due persone sono morte all’ospedale di Verona a seguito di uno scontro lungo la superstrada 450. I due ragazzi sono stati investiti mentre stavano scendendo dalla loro vettura, ferma sul ciglio della strada, forse per un guasto. Nel sinistro è rimasta ferita anche una terza persona trasportata in elicottero all’ospedale Borgo Trento di Verona. Fonte.www.avvenire.it
Il grido silenzioso della terra
L'Osservatore Romano,   25/07/2019
Il grido silenzioso della Terra · Dall’Islanda all’Amazzonia · 25 luglio 2019 La sera dello scorso 20 luglio il nostro sguardo si è rivolto nuovamente verso il cielo con emozione per osservare quella Luna sulla quale cinquant’anni fa un uomo posava il piede per la prima volta, schiudendo l’orizzonte dell’umanità a nuovi mondi. Appena il tempo di celebrare quell’evento eccezionale, che due notizie apparentemente piccole ci hanno riportato drammaticamente con i piedi per terra. Su questa nostra Terra sempre più martoriata. La prima è giunta dall’Islanda, dove da agosto una targa ricorderà l’Okjökull, il primo dei 400 ghiacciai del paese a scomparire a causa del riscaldamento globale. «Una lettera al futuro», vi si legge in islandese e in inglese, e più che un ricordo quella lapide vuole essere un monito, perché «nei prossimi 200 anni tutti i nostri ghiacciai seguiranno la stessa strada». Dall’altra parte del mondo sono invece arrivate le immagini del volto stupito di un indigeno Awá, sorpreso nel verde lussureggiante della foresta amazzonica brasiliana. Il suo popolo forse non ha mai avuto contatti con il mondo esterno o ha deciso in passato di ritirarsi in isolamento per sfuggire a quanti nel tempo hanno via via razziato le ricche risorse naturali del suo territorio. A decidere di mostrare il filmato è stato un gruppo di attivisti indigeni. Una scelta per difendere la tribù dai conquistatori di oggi, hanno spiegato gli autori del filmato, per i quali «queste immagini sono una richiesta di aiuto». Già, una richiesta di aiuto. Un grido silenzioso, l’ennesimo, che, come quello giunto dall’Islanda, ci ricorda una realtà drammatica: il nostro mondo è davvero in pericolo. L’ambiente è a rischio, e alcuni luoghi più di altri, anche se ormai sappiamo che tutto è interconnesso. Molte popolazioni sono a rischio, con il loro carico di storia e di cultura. Alcune sono in pericolo più di altre. Ma se è vero che i primi a pagare il prezzo dei cambiamenti climatici e dello sfruttamento senza regole delle risorse sono i più poveri, ci si sta accorgendo che il conto sta velocemente arrivando a tutti, anche se non lo si vuole ammettere. La spirale distruttiva in cui la Terra è stata proiettata altro non è che il risultato del modello economico, non più sostenibile, alla base degli attuali processi produttivi, nonché di politiche miopi e di comportamenti scellerati portati avanti da troppo tempo. In questi ultimi cinquant’anni abbiamo ricevuto molteplici segnali d’allarme, ma abbiamo commesso l’errore di sottovalutarli e talvolta colpevolmente scelto di ignorarli. Abbiamo negato una verità semplice ma importantissima che proprio i popoli indigeni, quelli che nel mondo più sono minacciati e che più combattono per salvare le terre in cui vivono da secoli, stanno disperatamente tentando di ricordarci: rispettare l’ambiente in cui si vive significa garantirsi la sopravvivenza. Oggi quell’esiguo ammasso di ghiaccio che emerge a fatica tra le rocce, triste simulacro di un millenario gigante ormai irrimediabilmente perduto, e quello sguardo allarmato dell’indigeno strappato a un volontario isolamento ci inchiodano alle nostre responsabilità nei confronti del creato. Il futuro della Terra è nelle nostre mani. Qualcuno ha indicato la strada da seguire. Poiché l’uomo è connesso alla natura ed essa non è «una mera cornice» della nostra vita, nella Laudato si’ Papa Francesco ha suggerito il paradigma di una ecologia integrale, per coniugare la preoccupazione per la custodia del creato, l’equità verso i poveri, l’impegno per una società giusta e uno sviluppo sostenibile. E ha chiesto al contempo una conversione ecologica, per rivedere prassi errate e aprirsi a stili di vita improntati alla sobrietà. D’altra parte gli esperti dicono che ci resta poco più di un decennio per invertire la rotta. Difficile affermare se si tratti di eccesso di pessimismo, ma dati ed eventi recenti non spingono certo all’ottimismo. Una cosa è sicura: bisogna cambiare e in fretta, altrimenti conosceremo catastrofi mai viste prima. Forse non è troppo tardi. Forse siamo ancora in tempo per fermare questo insensato processo di autodistruzione. di Gaetano Vallini Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Professione matrimonio
Avvenire,   24/07/2019
Professione matrimonio. Aumentano le richieste di competenze sempre più specifiche Redazione Romana mercoledì 24 luglio 2019 Tra le nuove figure emergenti: social media wedding concierge, wedding dog sitter, wedding show manager, wedding e-commerce, wedding influencer Sette miliardi di euro: è questo il valore dei matrimoni nel nostro Paese. I dati parlano chiaro e i professionisti che decidono di specializzarsi in questo settore sono sempre più. Secondo le cifre riportate dal più noto portale del settore, matrimonio.com, infatti, le aziende di wedding planning in Italia sarebbero 3.615. Ma se da un lato la figura del wedding planner, seppur con tutte le difficoltà che ancora incontra, sta cercando di acquisire sempre più autorevolezza agli occhi dei futuri sposi, dall’altro lato il settore wedding presenta ancora notevoli carenze di figure professionali ancora più strutturate e di nicchia. Ne è convinta Ines Pesce, professionista del settore marketing e comunicazione, riconosciuta come la prima wedding marketing specialist in Italia. «La società è ormai in continua evoluzione, le stesse necessità del mercato stanno cambiando al punto tale da richiedere la nascita di nuove professioni per sopperire alla domanda di professionisti sempre più specializzati. Il matrimonio è ormai considerato al pari di un vero e proprio evento e come tale deve essere gestito, prestando attenzione ad ogni minimo dettaglio - spiega Ines -. Impossibile pensare che oggi tutto dipenda da un singolo wedding planner. Come in ogni organizzazione che si rispetti è necessario avere ruoli precisi pronti ad occuparsi con le loro skill di alcuni aspetti peculiari della giornata». Tra queste nuove figure che stanno emergendo Ines Pesce ne ha identificate alcune che nei prossimi anni saranno sempre più richieste e nelle quali oggi c’è ancora molta libertà di azione per emergere e costruirsi una solida expertise e professionalità. Social media wedding concierge Non c’è evento ormai che non venga vissuto due volte: di persona e sui social. Entrambi rigorosamente in tempo reale, in molti casi. I social network hanno rivoluzionato il modo non solo di comunicare quanto di raccontare e raccontarsi alla propria platea di amici e follower, motivo per il quale il social media wedding concierge potrebbe sicuramente diventare una nuova figura emergente in Italia. Questo ruolo, ideato dalla catena WHotels di New York già qualche anno fa, ha il compito di costruire una narrativa social intorno all’evento che non si limita solo al giorno della cerimonia bensì, eventualmente, comprenderà anche il dietro le quinte del matrimonio: dalla scelta dell’abito da sposa alla creazione di una gallery della luna di miele su Pinterest. Questa professione è quotata in America per ben 3mila dollari a matrimonio e a oggi in Italia non ha ancora un suo professionista di riferimento. Wedding dog sitter Secondo l'Eurispes, tre famiglie su dieci convivono con un animale da compagnia e nella maggior parte dei casi si tratta di cani (63,3%). La stessa quota di intervistati sacrifica una buona parte del proprio tempo libero per il benessere e le necessità del suo amico animale e il 46,2% di chi ha un animale domestico rinuncia in alcune occasioni ad uscire o a fare un viaggio per non lasciarlo solo. E se ci si sposa? Qui nasce la necessità di un wedding dog sitter, capace di prendersi cura per tutto il giorno del proprio cane, rendendolo partecipe del matrimonio dei propri padroni e, d'altro lato, facendo attenzione che una giornata del genere non gli comporti eccessivo stress. Wedding show manager Oggi un evento come il matrimonio non può che avere tra i suoi obiettivi quello di essere estremamente accattivante anche per il social dell’estetica per eccellenza: Instagram. Diventa quindi fondamentale riuscire a creare momenti d’intrattenimento tali da stupire i propri ospiti. Basti pensare al matrimonio più social degli ultimi anni, quello di Chiara Ferragni e Fedez, i quali hanno sorpreso i propri invitati montando un Luna Park. Gli sposi millennials pongono infatti parecchia attenzione sul divertimento dei propri ospiti durante il ricevimento, la classica band musicale perciò non basta più. Qui entra in gioco il wedding show manager, un professionista specializzato in show per matrimoni che propone agli sposi spettacoli come il cake mapping, la digital singer, performer vari e circensi. Wedding e-commerce Pur acquistando quotidianamente sempre più beni di consumo online, gli sposi ancora oggi prediligono la via tradizionale dell’acquisto nei negozi fisici per quel che concerne l’organizzazione del matrimonio. Che sia la scelta della wedding planner, il fotografo, il fiorista o, ancor più, l'abito da sposa, l'acquisto si conclude in atelier e gli sposi sono disposti a fare anche parecchi chilometri pur di incontrare il professionista giusto per il loro evento. Se però è vero che l'America è pioniera di tendenze, l'ultimo Wedding Industry Report Usa (2018) informa che su un totale di 54,4 miliardi di dollari spesi per il giorno del sì, gli acquisti online (via computer o smartphone), hanno raggiunto gli 8,2 miliardi di dollari e i vestiti da sposa nel 14% dei casi sono stati acquistati sul web. Un dato che oggi non è ancora considerevole ma che deve essere sicuramente tenuto in considerazione per entrare in maniera innovativa nel mercato dei matrimoni e sfruttare così un futuro vantaggio competitivo. Wedding influencer L'influencer nel mondo wedding è ancora oggi quel professionista del settore con un certo seguito che racconta la propria professione e che, incidentalmente, fornisce agli sposi informazioni utili sull'organizzazione delle nozze. In Italia sono ancora molto poche le figure che possono essere definite “di riferimento” e, quindi, influenti nel mondo wedding. Ovvero manca un vero personaggio di spicco in grado di influenzare le scelte d'acquisto degli sposi diversamente dalle note testate di settore. «Ci troviamo di fronte a cinque professioni che possono davvero avere un impatto incisivo sul mondo del wedding e che rappresentano delle opportunità lavorative per chi nutre una forte passione nei confronti di questo settore: come per ogni attività, un’intensa formazione e una pratica costante possono portare a raggiungere l’eccellenza professionale», conclude Ines Pesce. Fonte.www.av venire.it
Società:la politica
Avvenire,   24/07/2019
Società. Se la politica si riduce a mera arte del sedurre Rossana Sisti mercoledì 24 luglio 2019 Secondo il filosofo Gilles Lipovetsky l’impenitente Don Giovanni appare un principiante, rispetto all’odierno marketing alla conquista strategica dei consumatori/elettori Non c’è dubbio che il desiderio di piacere, di mettersi in mostra, di farsi belli con mille artifici per attrarre gli sguardi e la benevolenza altrui o conquistare consensi a suon di messinscena, sia vecchio quanto il mondo. Ritualizzata, circoscritta in passato in una coreografia di relazione e corteggiamento tra uomini e donne, la seduzione è diventata oggi un imperativo che pervade in modo nuovo ogni ambito della vita individuale e collettiva, acquisendo una centralità e un potere mai visti. E ben oltre i confini delle manovre amorose, lasciandosi alle spalle l’immaginario secolare della bellezza moralmente fonte di pericoli, tirannia tentatrice da tenere a freno, reprimere e condannare come si deduce dall’etimologia del verbo sedurre, dal latino seducere, ovvero attirare a sé, deviare dalla retta via, indurre in errore. Dal rischio del moralismo ci si è smarcati da tempo con il trionfo del desiderio, diventato diritto-dovere di modificare qualsiasi parte del corpo e metterla in scena, di piacersi e piacere fuori da ogni protocollo, lontani anni luce da quel binomio di rituali galanteria/civetteria entro cui si muoveva la seduzione classica. Oggi nell’era dell’accelerazione dei contatti, delle relazioni in Rete libere e veloci, compresse e immediate, anche la seduzione si è fatta iperbolica e fast, e persino prepotente arma di potere e controllo. Viviamo l’era della seduzione sovrana, una logica globale senza precedenti che riorganizza sistematicamente i territori del consumo, dei media, dell’economia, dell’educazione e della politica. Siamo tutti dentro un tempo in cui la regola principale è «piacere e colpire», per dirla con il titolo di questo corposo saggio di Gilles Lipovetsky, Piacere e colpire. La società della seduzione (Cortina, pagine 424, euro 29). Docente di Filosofia all’Università di Grenoble, raffinato osservatore delle tra- sformazioni culturali e sociali della contemporaneità, Lipovetsky entra nelle pieghe dell’ipermodernità seduttiva e incantatrice, dell’economia consumistica ed emotiva, del marketing politico e dell’educazione liberale alla ricerca della felicità, mostrandoci della seduzione globale i punti di forza, dopo averne ampiamente e spietatamente documentato le derive. Da mezzo secolo siamo piombati nella società del totalmente attraente dove la seduzione, uscita dal mondo dei salotti si è estesa all’infinito mondo, tanto che – sostiene Lipovetsky – l’impenitente Don Giovanni con i suoi eccessi oggi appare un principiante seduttore rispetto all’appetito insaziabile del marketing, alla conquista strategica dei consumatori come degli elettori. Obbligata a essere creativa, a reinventarsi continuamente imboccando strade inedite, la seduzione sovrana è diventata tentacolare, il vero volto del potere nelle società democratiche liberali, senza che ci sia riprovazione o che si cerchi di metterla sotto controllo. Piacere e colpire è la regola su cui poggia. La stessa legge che dai tempi di Corneille, Molière e Racine ha governato e legittimato nel teatro il primato del piacere suscitato nel pubblico, per generalizzarsi tre secoli dopo nell’universo mondo, insinuata nell’economia del consumo e nella politica. «Ovunque – spiega Lipovetsky – lo scopo è quello di piacere e commuovere, sollecitare le emozioni, catturare i desideri e gli affetti». Tentare, incitare ininterrottamente al consumo compulsivo il consumatore con il sempre nuovo, «affascinare l’elettore, lusingare le passioni collettive meno lusinghiere e ciò al fine di avere la meglio sugli avversari, conquistare il potere e conservarlo». Così il marketing politico spettacolare «vende personalità, crea notorietà piuttosto che visioni del mondo», mette in scena la vita privata dei politici, nei talk show, nelle piazze e sulle copertine delle riviste, per avvicinarli alla gente comune, generare simpatia, in realtà vendendoli ai cittadini consumatori d’immagini. Nella politica spettacolo nulla viene lasciato al caso, non l’informalità, non i vezzi del look, neppure quella che Lipovetsky chiama la «retorica incendiaria» che fa da contrappeso alla politica compassionevole. È la seduzione del politicamente scorretto giocato a suon di eccessi, violenza verbale, volgarità, di quei discorsi oltraggiosi che hanno fatto per esempio la fortuna di Trump, il cui carisma «non si basa sulla virtuosità della parola ma sui discorsi poco strutturati, su una retorica pubblicitaria fatta di formule scioccanti e grossolane, esprimendo un iperindividualismo narcisistico e aggressivo ». Un mix di elementi che ha trasformato la sua campagna elettorale in un grande show che, per quanto brutale « ha sedotto un elettore bianco e anziano, poco istruito, di mezzi modesti, amareggiato, ostile alla élite economiche, politiche e culturali » . Ma se la politica non fa più sognare, anzi ha perso credibilità e forza di attrazione – sottolinea Lipovetsky – è anche responsabilità dell’impegno dei politici a sedurre gli elettori con promesse ingannevoli e ricette miracolistiche. Una scelta che apparentata al gioco dei social dei like e dei tweet rende però la magia della simpatia dei leader fragile e a breve scadenza. Come si capisce il tempo della seduzione sovrana e irresponsabile con tutte le sue ricadute sulla nostra vita sociale e culturale non è quanto di meglio si possa sperare ancora per il futuro, neppure quell’utopia o almeno quell’obiettivo ambizioso che ci si augura per l’umanità ma, conclude Gilles Lipovetsky, ma da qui si po’ ripartire se non per sovvertirla almeno per emendarla. Instillandole degli anticorpi utili a promuovere modi di vita creativi più umani e di senso. E per fare questo bisogna scommettere sull’educazione, su una scuola ambiziosa che alzi gli obiettivi, sappia elevare le risorse intellettuale e far crescere passioni ricche e buone delle nuove generazioni. Mica facile. Fonte.www.avvenire.it
Papa:cattolici in politica
Avvenire,   24/07/2019
Cattolici in politica, il Papa consolida lo slancio sociale Fulvio de Giorgi mercoledì 24 luglio 2019 Francesco sprona i credenti e offre parole chiare sviluppando l’ampio e fertile filone sociale aperto da Leone XIII Negli ultimi anni un sempre maggiore deficit di conoscenza ha portato – fuori, ma talvolta anche dentro la comunità ecclesiale – incomprensioni e perfino fraintendimenti gravi circa la fondamentale tradizione dell’insegnamento sociale pontificio e, oggi, circa il magistero di papa Francesco, che di tale tradizione è l’attuale compimento. A causa di questo fraintendimento, vi è perfino chi è arrivato a considerare il Papa un ostacolo all’impegno dei cattolici in politica: impegno dal Papa stesso, in realtà, auspicato esplicitamente sin dai primi tempi del suo pontificato con espressioni di grande chiarezza: «Per favore, immischiatevi nella politica» e «date il meglio!». E ancora, quasi in forma di preghiera: «Mettevi in politica, ma per favore nella grande politica, nella politica con la 'P' maiuscola»... L'insegnamento sociale pontificio attiene al campo storico mutevole dei processi sociali e perciò non si esprime in 'dogmi' ma in 'orientamenti' che mediano, secondo l’autorevole discernimento del Pontefice, l’annuncio del Vangelo con i problemi sociali di un particolare momento storico. In senso contemporaneo, tale insegnamento è sorto alla fine dell’Ottocento, quando Leone XIII si trovò davanti a una società polarizzata: da una parte i capitalisti che sostenevano il liberismo e volevano mano libera (laissez-faire) dallo Stato, che era peraltro governato da una classe politica ristretta, selezionata da un suffragio censitario, perciò limitato ai più ricchi; dall’altra i movimenti operai e socialisti, che miravano a una collettivizzazione dei mezzi di produzione e di scambio. La linea del Papa fu quella della legislazione sociale (secondo la prospettiva tedesca del 'socialismo della cattedra', ripreso in campo cattolico da Giuseppe Toniolo), cioè di uno Stato che interveniva a favore dei più poveri e dei più deboli: «I diritti vanno debitamente protetti in chiunque li possieda, e il pubblico potere deve assicurare a ciascuno il suo, impedendo e punendo le violazioni. Tuttavia, nel tutelare questi diritti dei privati, si deve avere un riguardo speciale ai deboli e ai poveri. La classe dei ricchi, forte per se stessa, abbisogna meno della pubblica difesa; la classe proletaria, che manca di sostegno proprio, ha speciale necessità di cercarla nella protezione dello Stato. Perciò agli operai, che sono nel numero dei deboli e bisognosi, lo Stato deve di preferenza rivolgere le sue cure e le sue provvidenze» (Rerum novarum, n. 29). Questo grande orientamento – che possiamo dire di giustizia sociale – è stato sviluppato dai Pontefici successivi, sui due assi: della dignità della persona umana (libertà e diritti di ogni persona) e dei doveri di solidarietà sociale (funzione sociale della proprietà, diminuzione delle disuguaglianze sociali, sostegno ai Paesi più poveri). L’impegno dei cattolici in politica ha avuto, in particolare in Italia, questa principale indicazione, e pur sviluppandosi pluralisticamente – come è ovvio nell’opinabile campo della politica – ha avuto una posizione maggioritaria (da Sturzo a De Gasperi, Dossetti, Moro, fino – potremmo dire – a Sergio Mattarella): quella della democrazia sociale. Sturzo, fin dalla fine dell’Ottocento, distingueva tra cattolici conservatori e cattolici democratici: i primi, per esempio, favorevoli a una tassazione proporzionale, i secondi a una tassazione progressiva. E l’impostazione di democrazia sociale, grazie al contributo di importanti politici cattolici (Dossetti, La Pira, Mortati, Fanfani, Moro, Lazzati), è stata acquisita dalla Costituzione della Repubblica: per cui «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (articolo 3). Pertanto, la classe di governo democristiana ha perseguito un 'modello di sviluppo' che si opponeva tanto al liberismo del grande capitale (rappresentato dalla Confindustria), che mirava a porre al primo posto il privatismo proprietario, quanto al comunismo dei partiti marxisti, che miravano a eliminare la proprietà privata. Il 'modello' democristiano è stato invece quello di una redistribuzione della ricchezza, di una diffusione della proprietà, di un allargamento dei ceti medi. E così è stato, negli anni del benessere italiano. Il primo grande orientamento della giustizia sociale (riaffermato in modo forte dal Concilio Vaticano II) è stato completato dai Papi, nel secolo delle guerre mondiali e della guerra fredda, dal secondo grande orientamento della pace e del dialogo (da Benedetto XV a Pio XII e, soprattutto a Giovanni XXIII oltre che, naturalmente, al Concilio e a Paolo VI). Ma, fin dagli anni 70 del Novecento, è emerso un nuovo problema, tendenzialmente di primo piano, per l’intera umanità: quello ecologico. Ne hanno parlato Paolo VI nell’Octogesima adveniense il III Sinodo mondiale dei vescovi, poi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Oggi, davanti alla evidente drammaticità della questione ambientale, papa Francesco ha sviluppato, aggiornato e completato con l’enciclica Laudato si’ tale magistero, con il terzo grande orientamento, quello ambientale, e soprattutto ha prospettato una visione unitaria e organica che dunque, ora, indica: giustizia, pace, salvaguardia del creato. È evidente che le attuali forze politiche in campo presentino, dal punto di vista dell’insegnamento sociale pontificio, carenze varie e diverse: i neoliberisti (di destra e di sinistra) sono carenti sul piano dei doveri di solidarietà sociale; i cosiddetti sovranisti-populisti sono carenti sul piano del rispetto della dignità umana e dei diritti della persona (di qualunque popolo, etnia, religione essa sia: tutti gli esseri umani sono figli di Dio, ecco perché – come dice papa Francesco – «per Dio nessuno è straniero»). Ma ciò non significa che ciò ostacoli l’impegno dei cattolici in politica. Significa che i cattolici, se militano in tali formazioni, devono essere consapevoli di tali carenze e devono cercare di colmarle. Ciò non toglie che nuovi progetti politici possano, laicamente e pluralisticamente, essere messi in campo per raccogliere con più forza gli orientamenti dell’insegnamento sociale pontificio. Ma solo se tali iniziative sono richieste, giustificate e rese possibili dalla realtà concreta del momento storico. Università Modena-Reggio Emilia Fonte.www.avvenire.it
Servizio dello sviluppo umano
L'Osservatore Romano,   24/07/2019
Futuro migliore per tutti · Il Dicastero per il servizio dello sviluppo umano in vista della giornata mondiale del turismo · 24 luglio 2019 Pubblichiamo il messaggio del cardinale prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale in preparazione alla prossima Giornata mondiale del turismo che si svolgerà il 27 settembre. «Il turismo e il lavoro: un futuro migliore per tutti» è il tema della Giornata mondiale del turismo, che ricorre il 27 settembre, promossa dall’Organizzazione mondiale del turismo (Unwto). Un tema che richiama l’iniziativa: «Il futuro del lavoro», voluta dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), che quest’anno celebra il suo centenario. La scelta di trattare il tema del turismo dalla prospettiva del lavoro appare particolarmente opportuna a fronte delle criticità radicate e crescenti che caratterizzano la dimensione lavorativa della vita per moltissime persone, a tutte le latitudini. Gli obiettivi auspicati della pace, la sicurezza, la promozione e l’inclusione sociale non possono essere raggiunti se si trascura l’impegno congiunto per assicurare a tutti un lavoro dignitoso, equo, libero, costruito intorno alla persona e alle sue esigenze primarie di sviluppo umano integrale. «Lavorare è proprio della persona umana. Esprime la sua dignità di essere creata a immagine di Dio» (1), ha detto Papa Francesco. Dove non c’è lavoro, non ci può essere progresso, non ci può essere benessere, e sicuramente, non ci può essere un futuro migliore. Il lavoro, che non è solo l’impiego, ma la modalità attraverso cui l’uomo realizza se stesso nella società e nel mondo, è una parte essenziale nel determinare lo sviluppo integrale sia della persona che della comunità nella quale essa vive. «Siamo chiamati al lavoro fin dalla nostra creazione» ha scritto Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’, rimarcando che «Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale» (2). «Senza lavoro — ha detto ancora nel videomessaggio ai partecipanti alla XlVIII Settimana sociale dei cattolici italiani (Cagliari, 26-29 ottobre 2017) — non c’è dignità». Come ricorda poi il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa: «La persona è il metro della dignità del lavoro e — citando l’Enciclica Laborem exercens — “Non c’è, infatti, alcun dubbio che il lavoro umano abbia un suo valore etico, il quale senza mezzi termini e direttamente rimane legato al fatto che colui che lo compie è una persona”» (3). Con particolare riferimento al turismo, nel suo messaggio per la XXIV Giornata mondiale del turismo (4), san Giovanni Paolo II spiegava altresì che tale settore «va considerato come un’espressione particolare della vita sociale, con risvolti economici, finanziari, culturali e con conseguenze decisive per gli individui e i popoli. La sua diretta relazione con lo sviluppo integrale della persona dovrebbe orientarne il servizio, come per le altre attività umane, all’edificazione della civiltà nel senso più autentico e completo, all’edificazione cioè della “civiltà dell'amore” (cfr. Sollicitudo rei socialis, n. 33)». A oggi non sono poche le problematicità legate all’esercizio del lavoro nel settore del turismo, che si declina in professionalità variegate e con mansioni specifiche. Consulenti di viaggio e guide turistiche, chef, sommelier e camerieri, assistenti di volo, animatori, esperti di marketing turistico e social network: in molti operano in condizioni di precarietà e talvolta di illegalità, con retribuzioni non eque, costretti a un lavoro faticoso, spesso lontano dalla famiglia, ad alto rischio di stress e piegato alle regole di una competitività aggressiva. Indigna poi lo sfruttamento del lavoro nei paesi poveri ma ad alta vocazione turistica in virtù del ricco patrimonio ambientale e storico-culturale che li caratterizza, dove a trarre beneficio dall’utilizzo delle risorse locali raramente sono i popoli autoctoni. Inaccettabili sono anche gli atti di violenza contro le popolazioni che accolgono, l’offesa della loro identità culturale, e tutte le attività che causano il degrado e lo sfruttamento vorace dell’ambiente. Al riguardo, ancora san Giovanni Paolo II nel 2003 evidenziava che «L’attività turistica può svolgere un ruolo rilevante nella lotta alla povertà, sia dal punto di vista economico, che sociale e culturale. Viaggiando si conoscono luoghi e situazioni diverse, e ci si rende conto di quanto grande sia il divario tra Paesi ricchi e Paesi poveri. Si possono, inoltre, meglio valorizzare le risorse e le attività locali, favorendo il coinvolgimento dei segmenti più poveri della popolazione» (5). In tal senso, a ben vedere le potenzialità di sviluppo offerte dal settore del turismo sono riguardevoli, sia in termini di opportunità di impiego che di promozione umana, sociale e culturale. Opportunità che si aprono in particolare ai giovani e che ne incoraggiano la partecipazione come protagonisti del loro sviluppo, magari attraverso iniziative di autoimprenditorialità nei paesi svantaggiati. I dati diffusi dall’Organizzazione mondiale del turismo (Unwto) rilevano che su 11 posti di lavoro nel mondo almeno 1 è generato — direttamente o indirettamente — dal turismo, e registrano una costante crescita del fenomeno che coinvolge milioni di persone in tutti gli angoli della terra. Si parla di un ciclo espansivo, con enormi implicazioni sul piano sociale, economico e culturale, che ha superato le più rosee aspettative. Basti pensare che nel 1950 i turisti internazionali erano poco più di 25 milioni mentre nel prossimo decennio si stima che potrebbero raggiungere la cifra di 2 miliardi di viaggiatori in tutto il mondo. A fronte di questi flussi, ci pare incoraggiante la dimensione dell’incontro che il lavoro nel turismo può offrire. Gli operatori del settore a tutti i livelli, nell’esercizio delle loro mansioni quotidiane, in molti casi, hanno l’opportunità di confrontarsi con persone provenienti dai più diversi paesi del mondo, e di avviare quella conoscenza che costituisce il primo passo per l’abbandono di pregiudizi e stereotipi e per la costruzione di rapporti improntati all’amicizia. Del turismo come occasione di incontro ha parlato Papa Francesco rivolgendosi ai giovani del Centro turistico giovanile nel marzo scorso, in occasione del 70° anniversario di fondazione dell’associazione. Il Pontefice ha espresso apprezzamento per l’impegno da loro profuso nella promozione di un «turismo lento», «non ispirato ai canoni del consumismo o desideroso solo di accumulare esperienze, ma in grado di favorire l’incontro tra le persone e il territorio, e di far crescere nella conoscenza e nel rispetto reciproco» (6). Il Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale fa dunque appello a tutti i governanti e ai responsabili delle politiche economiche nazionali affinché favoriscano il lavoro, particolarmente dei giovani, nel settore del turismo. Un lavoro che metta al centro la dignità della persona — come d’altronde raccomanda anche la Commissione mondiale sul futuro del lavoro dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) (7) — che si faccia strumento di promozione dello sviluppo integrale di ogni uomo e di tutto l’uomo, che cooperi allo sviluppo delle singole comunità, ciascuna secondo le proprie peculiarità, e che favorisca la creazione di rapporti di amicizia e fraternità tra persone e i popoli. Assicuriamo la nostra vicinanza e il nostro sostegno a tutti coloro che sono impegnati nel raggiungimento di questi obiettivi, ed esortiamo i responsabili e gli operatori del turismo ad acquisire consapevolezza circa le sfide e le opportunità che caratterizzano il lavoro nel settore turistico. Infine, desideriamo ringraziare in particolare gli operatori pastorali per tutte le energie quotidianamente profuse affinché la Parola di Dio possa illuminare e vivificare questo singolare campo del vivere umano. di Peter Kodwo Appiah Turkson 1) Francesco, Catechesi all’Udienza generale, 9 agosto 2015. 2) Francesco, Lettera enciclica Laudato si’, 24 maggio 2015, n. 128 3) Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 271. 4) Giovanni Paolo II, Messaggio per la XXIV Giornata mondiale del turismo, 2003. 5) Ibidem 6) Francesco, Discorso durante l’Udienza ai dirigenti e ai soci del Centro turistico giovanile, 22 marzo 2019. 7) Lavorare per un futuro migliore, Rapporto della Commissione mondiale sul futuro del lavoro, 22 maggio 2019; disponibile anche sul sito: www.ilo.org/rome/risorse-informative/ comunicati-stampa/WCMS_664152/ lang--it/index.htm L'osservatoreromano.it
Fame zero lontana
Avvenire,   21/07/2019
Il fatto. Fame zero lontana. Aumenta la denutrizione, mancano le risposte Paolo M. Alfieri sabato 20 luglio 2019 La Fao: per il terzo anno consecutivo dati in peggioramento. Monsignor Arellano: Manca la volontà, soprattutto nel togliere le cause dovute all’uomo: crisi economica, cambiamenti climatici «L’umanità non ha fatto sufficientemente il suo dovere per i fratelli più poveri». È stato netto, nei giorni scorsi, il commento di monsignor Fernando Chica Arellano, Osservatore permanente della Santa Sede presso la Fao, il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad) e il Programma alimentare mondiale (Pam), riguardo al rapporto 2019 sullo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo. Presentato lunedì a New York, il documento rientra nel monitoraggio dei progressi verso il secondo obiettivo di sviluppo sostenibile – “Fame Zero” - che mira a sconfiggere la fame, promuovere la sicurezza alimentare e porre fine a tutte le forme di malnutrizione entro il 2030. «La fame continua ad aumentare e il rapporto – ha fatto notare monsignor Arellano – ci sta dicendo che le persone che stanno dietro a questi numeri non hanno né un presente sereno né un futuro luminoso». Di più: «Il rapporto sottolinea non solo la crudeltà della fame, ma anche un altro aspetto: l’obesità. Gli adulti obesi nel mondo sono 672 milioni, cioè il 13%, quindi una persona su otto. Dunque, il problema non è soltanto di denutrizione, ma anche di malnutrizione». Per monsignor Arellano «la comunità internazionale veramente dovrebbe fare di più. Manca la volontà, soprattutto nel togliere le cause dovute all’uomo, come i conflitti, la crisi economica e i cambiamenti climatici. Questi tre continuano a essere i fattori che producono questi flagelli». Secondo il rapporto sono oltre 2 miliardi le persone nel mondo che non hanno accesso regolare a cibo sicuro, nutriente e sufficiente. Tra queste, 820 milioni soffrono totalmente la fame (10 milioni in più rispetto all’anno precedente, terzo anno consecutivo di aumento) mentre l’insicurezza alimentare colpisce l’8% della popolazione in Nord America ed Europa. In Asia sono 513,9 milioni le persone affamate, in Africa 256,1 milioni, in America Latina 42,5 milioni. Lo studio sottolinea come gli choc economici stiano contribuendo a prolungare e peggiorare la gravità delle crisi alimentari, causate principalmente da conflitti e avvenimenti climatici. In Africa la situazione è estremamente allarmante perché, in percentuale rispetto alla popolazione totale, ha i più alti tassi di fame nel mondo, che continuano ad aumentare lentamente ma costantemente in quasi tutte le sottoregioni e in particolare in Africa orientale, dove quasi un terzo della popolazione (30,8 per cento) è denutrita. Oltre al clima e ai conflitti, l’aumento è favorito dal rallentamento della crescita e dalle crisi economiche. Da notare, infine, che dal 2011 quasi la metà dei Paesi in cui l’aumento della fame si è verificato in seguito a crisi o stagnazione economica erano africani. Fonte.www.avvenire.it