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Papa:la santita'
Avvenire,   22/04/2018
La santità dei piccoli gesti quotidiani · Udienza in piazza San Pietro a fedeli di Bologna e di Cesena · 21 aprile 2018 La santità dei «piccoli gesti quotidiani», che sono «come il lievito» e «fanno tanto bene», è stata indicata dal Papa alle migliaia di fedeli delle diocesi di Bologna e di Cesena-Sarsina che hanno partecipato all’udienza di sabato mattina, 21 aprile, in piazza San Pietro, per ricambiare la visita compiuta da Francesco il 1° ottobre dello scorso anno. Richiamando «i momenti di fede e di preghiera che abbiamo condiviso», il Pontefice ha fatto riferimento alle indicazioni pastorali emerse durante gli incontri con le due comunità. A quella cesenate ha riproposto l’invito a impegnarsi «generosamente ad annunciare il Vangelo» e a testimoniarlo con le opere, che «non necessariamente devono essere grandi», perché «i cristiani sono lievito di amore, di fraternità, di speranza con tanti piccoli gesti quotidiani». A quella bolognese ha ricordato che «l’Eucaristia ci riconcilia e ci unisce, perché alimenta il rapporto comunitario e incoraggia atteggiamenti di generosità, di perdono, di fiducia nel prossimo, di gratitudine». Da qui l’appello a «far risuonare nelle vostre comunità la chiamata alla santità che riguarda ogni battezzato e ogni condizione di vita». In essa, infatti, «consiste la piena realizzazione di ogni aspirazione del cuore umano»: si tratta di «un cammino che parte dal fonte battesimale e porta fino al cielo, e si attua giorno per giorno accogliendo il Vangelo nella vita concreta». «Con questo impegno e con questo slancio missionario, destinato a ridare nuovo impulso all’evangelizzazione delle vostre diocesi, darete un seguito concreto alle esortazioni che vi ho rivolto nel corso della mia visita», ha rilanciato Francesco esortando in conclusione: «Non stancatevi di cercare Dio e il suo regno al di sopra di ogni cosa e di impegnarvi al servizio dei fratelli». In precedenza il Papa aveva incontrato la comunità del venerabile collegio inglese di Roma, alla quale aveva rivolto un discorso incentrato sulle due «pietre miliari» della vita del cristiano: l’amore a Dio e l’amore al prossimo. «Nella vita cristiana — aveva rimarcato — c’è un ostacolo rilevante di fronte ad ognuno di noi: la paura»; ma «noi possiamo superarlo con l’amore, la preghiera e il buon umore: in tal modo spero che non avrete paura delle difficoltà e delle prove e della lotta incessante contro il peccato». Il discorso del Papa  Fonte.www.avvenire.it
Papa:la santita'
L'Osservatore Romano,   22/04/2018
La santità dei piccoli gesti quotidiani · Udienza in piazza San Pietro a fedeli di Bologna e di Cesena · 21 aprile 2018 La santità dei «piccoli gesti quotidiani», che sono «come il lievito» e «fanno tanto bene», è stata indicata dal Papa alle migliaia di fedeli delle diocesi di Bologna e di Cesena-Sarsina che hanno partecipato all’udienza di sabato mattina, 21 aprile, in piazza San Pietro, per ricambiare la visita compiuta da Francesco il 1° ottobre dello scorso anno. Richiamando «i momenti di fede e di preghiera che abbiamo condiviso», il Pontefice ha fatto riferimento alle indicazioni pastorali emerse durante gli incontri con le due comunità. A quella cesenate ha riproposto l’invito a impegnarsi «generosamente ad annunciare il Vangelo» e a testimoniarlo con le opere, che «non necessariamente devono essere grandi», perché «i cristiani sono lievito di amore, di fraternità, di speranza con tanti piccoli gesti quotidiani». A quella bolognese ha ricordato che «l’Eucaristia ci riconcilia e ci unisce, perché alimenta il rapporto comunitario e incoraggia atteggiamenti di generosità, di perdono, di fiducia nel prossimo, di gratitudine». Da qui l’appello a «far risuonare nelle vostre comunità la chiamata alla santità che riguarda ogni battezzato e ogni condizione di vita». In essa, infatti, «consiste la piena realizzazione di ogni aspirazione del cuore umano»: si tratta di «un cammino che parte dal fonte battesimale e porta fino al cielo, e si attua giorno per giorno accogliendo il Vangelo nella vita concreta». «Con questo impegno e con questo slancio missionario, destinato a ridare nuovo impulso all’evangelizzazione delle vostre diocesi, darete un seguito concreto alle esortazioni che vi ho rivolto nel corso della mia visita», ha rilanciato Francesco esortando in conclusione: «Non stancatevi di cercare Dio e il suo regno al di sopra di ogni cosa e di impegnarvi al servizio dei fratelli». In precedenza il Papa aveva incontrato la comunità del venerabile collegio inglese di Roma, alla quale aveva rivolto un discorso incentrato sulle due «pietre miliari» della vita del cristiano: l’amore a Dio e l’amore al prossimo. «Nella vita cristiana — aveva rimarcato — c’è un ostacolo rilevante di fronte ad ognuno di noi: la paura»; ma «noi possiamo superarlo con l’amore, la preghiera e il buon umore: in tal modo spero che non avrete paura delle difficoltà e delle prove e della lotta incessante contro il peccato». Il discorso del Papa  Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:Mediterraneo
L'Osservatore Romano,   20/04/2018
Mediterraneo sia un’arca di pace · Sui luoghi di don Tonino Bello il Papa ricorda che per prevenire la guerra bisogna prendersi cura dei poveri · 20 aprile 2018 La preghiera sulla tomba ad Alessano e la messa nel porto di Molfetta «Il Mediterraneo, storico bacino di civiltà, non sia mai un arco di guerra teso, ma un’arca di pace accogliente»: ha utilizzato un’immagine cara a don Tonino Bello il Papa per lanciare dalla Puglia il suo appello perché il mezzogiorno d’Italia mantenga viva la propria vocazione a essere terra che spalanca le porte alla speranza per «i tanti sud del mondo, dove “i più poveri sono sempre più numerosi mentre i ricchi diventano sempre più ricchi”». Nel giorno del venticinquesimo anniversario della morte del vescovo salentino, venerdì mattina, 20 aprile, il Pontefice si è recato in visita ad Alessano, il piccolo paese in cui don Tonino nacque nel 1935 e ha voluto essere sepolto, e a Molfetta, dove ha esercitato il ministero episcopale per quasi undici anni. Nel cimitero di Alessano, Francesco ha pregato sulla tomba del presule e nel discorso pronunciato successivamente davanti a ventimila fedeli ha elogiato «questa meravigliosa terra di frontiera — finis-terrae — che don Tonino chiamava “terra-finestra”», chiamata a rimanere aperta per «osservare tutte le povertà che incombono sulla storia». Un legame, quello tra il vescovo e la sua regione, simboleggiato dalla stessa tomba che ne accoglie le spoglie: «È tutta piantata nella terra: don Tonino, seminato nella sua terra» ha osservato il Papa. E «come un seme seminato — ha aggiunto — sembra volerci dire quanto ha amato questo territorio» e naturalmente i poveri. Capire questi ultimi, ha proseguito il Pontefice, «era per lui vera ricchezza», perché «i poveri sono ricchezza della Chiesa». Da qui l’invocazione: «ricordacelo ancora, don Tonino, di fronte alla tentazione ricorrente di accodarci dietro ai potenti di turno, di ricercare privilegi, di adagiarci in una vita comoda». Don Bello, ha insistito Francesco, «ci richiama a non teorizzare la vicinanza ai poveri, ma a stare loro vicino. Non lo disturbavano le richieste, lo feriva l’indifferenza. Non temeva la mancanza di denaro, ma si preoccupava per l’incertezza del lavoro», ha affermato richiamando un «problema oggi ancora tanto attuale». Egli, infatti, «non perdeva occasione per affermare che al primo posto sta il lavoratore con la sua dignità, non il profitto con la sua avidità». Perciò «non stava con le mani in mano: agiva localmente per seminare pace globalmente, nella convinzione che per prevenire la violenza e ogni genere» di conflitti bisogna «prendersi cura dei bisognosi e promuovere la giustizia». Consapevole che «se la guerra genera povertà, anche la povertà genera guerra». Quanto alla vocazione sacerdotale di don Bello, ha spiegato il Papa, anch’essa è legata alla sua terra, dove «Antonio nacque Tonino e divenne don Tonino, nome, semplice e familiare», che «ci dice anche la sua salutare allergia verso i titoli e gli onori» e «il suo coraggio di liberarsi di quel che può ricordare i segni del potere». Tutto questo, ha puntualizzato Francesco, «non lo faceva per convenienza o per ricerca di consensi. Gli piaceva dire che noi cristiani dobbiamo essere dei contempl-attivi», ovvero «gente che non separa mai preghiera e azione». Ecco allora l’attualità della sua lezione che fa «provare vergogna per i nostri immobilismi» e sprona «a essere sempre più una Chiesa contemplattiva». Successivamente, nel porto di Molfetta, il Papa ha celebrato l’Eucaristia davanti a più di quarantamila fedeli. All’omelia ha evidenziato come don Bello abbia vissuto in mezzo alla gente della diocesi affidata al suo ministero: «È stato un vescovo-servo, un pastore fattosi popolo, che davanti al tabernacolo imparava a farsi mangiare dalla gente. Sognava una Chiesa affamata di Gesù e intollerante a ogni mondanità». Per questo ha auspicato Francesco, «sarebbe bello che in questa diocesi» di Molfetta-Giovinazzo-Ruvo Terlizzi «ci fosse questo avviso, alla porta delle chiese, perché sia letto da tutti: “Dopo la messa non si vive più per sé stessi, ma per gli altri». Un monito, ha concluso, per quanti non hanno «il coraggio di cambiare: “gli specialisti della perplessità. I contabili pedanti dei pro e dei contro. I calcolatori guardinghi fino allo spasimo Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:evangelizzazione
Avvenire,   19/04/2018
Santa Marta. Il Papa: non esiste evangelizzazione da poltrona Giada Aquilino - VaticanNews giovedì 19 aprile 2018 Francesco all'omelia in Santa Marta dà tre parole chiave per evangelizzare: «alzati», «accostati» e «parti dalla situazione». Ma tutto è vano senza lo Spirito Papa Francesco ha celebrato stamani la Messa nella Cappella di Casa Santa Marta (Osservatore Romano) Tutti i cristiani hanno l’«obbligo» e la «missione» di evangelizzare, chiedendo la grazia di essere «ascoltatori dello Spirito» per «essere in uscita», dimostrando «vicinanza alla gente» e partendo «non dalle teorie ma dalle situazioni concrete». Così stamani Papa Francesco alla Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice riflette sull’odierno brano degli Atti degli Apostoli, in cui un angelo del Signore dice a Filippo «Àlzati e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta». Lo riferisce Vatican News. Il seme della Parola di Dio Francesco spiega che, dopo il martirio di Stefano, «scoppiò una grande persecuzione» per i cristiani e «i discepoli si dispersero un po’ dappertutto», in Giudèa, in Samarìa. Ma proprio quel «vento della persecuzione» - aggiunge - ha spinto i discepoli ad andare «oltre». «Come fa il vento con i semi delle piante, li porta oltre e semina, così è successo qui: loro sono andati oltre, col seme della Parola, e hanno seminato la Parola di Dio. E così possiamo dire, un po’ scherzando, è nata ‘propaganda fide’. Così. Da una persecuzione, da un vento, portarono l’evangelizzazione i discepoli. E questo passo che oggi abbiamo letto, degli Atti degli Apostoli, è di una bellezza grande… Ma è un vero trattato di evangelizzazione. Così evangelizza il Signore. Così annunzia il Signore. Così vuole il Signore che evangelizziamo». Le tre parole dell’evangelizzazione Francesco sottolinea come sia lo Spirito a spingere Filippo - e noi cristiani - all’evangelizzazione. Essa, evidenzia, «si struttura» su tre parole chiave: «alzati», «accostati» e «parti dalla situazione». «L’evangelizzazione non è un piano ben fatto di proselitismo: “Andiamo qui e facciamo tanti proseliti, di là, e tanti…” No… È lo Spirito che ti dice come tu devi andare per portare la Parola di Dio, per portare il nome di Gesù. E incomincia dicendo: “Alzati e va'”. Alzati e va' a quel posto. Non esiste un’evangelizzazione “da poltrona”. “Alzati e va'”. In uscita, sempre. “Vai”. In movimento. Vai al posto dove tu devi dire la Parola». Francesco ricorda quindi i tanti uomini e le tante donne che hanno lasciato patria e famiglia per andare in terre lontane a portare la Parola di Dio. E tante volte, «non preparati fisicamente, perché non avevano gli anticorpi per resistere alle malattie di quelle terre», morivano giovani o «martirizzati»: si tratta, dice il Papa - ricordando le parole riferitegli da un cardinale - di «martiri dell’evangelizzazione». Nessuna teoria per l’evangelizzazione Il Pontefice spiega poi che non serve alcun «vademecum della evangelizzazione», ma occorre «vicinanza», accostarsi «per guardare cosa succede» e partire «dalla situazione», non da una «teoria». «Non si può evangelizzare in teoria. L’evangelizzazione è un po’ corpo a corpo, persona a persona. Si parte dalla situazione, no dalle teorie. E annuncia Gesù Cristo, e il coraggio dello Spirito lo spinge a battezzarlo. Va’ oltre, va’, va’, fino a che senti che è finita la sua opera. Così si fa l’evangelizzazione. Queste tre parole sono chiave per tutti noi cristiani, che dobbiamo evangelizzare con la nostra vita, con il nostro esempio, e anche con la nostra parola. “Alzati, alzati”; “accostati”: vicinanza; e “parti dalla situazione”, quella concreta. Un metodo semplice, ma è il metodo di Gesù. Gesù evangelizzava così. Sempre in cammino, sempre sulla strada, sempre vicino alla gente, e sempre partiva dalle situazioni concrete, dalle concretezze. Evangelizzare soltanto si può con questi tre atteggiamenti, ma sotto la forza dello Spirito. Senza lo Spirito neppure questi tre atteggiamenti servono. È lo Spirito che ci spinge ad alzarci, ad accostarci, e a partire dalle situazioni». Fonte.www.avvenire.it
Papa:contemplativi
L'Osservatore Romano,   19/04/2018
Contemplativi al servizio degli altri · Udienza del Pontefice alla confederazione benedettina · 19 aprile 2018 «Non c’è opposizione tra la vita contemplativa e il servizio agli altri»: lo ha sottolineato il Papa nel discorso ai monaci e alle monache benedettini ricevuti in udienza giovedì mattina, 19 aprile, nel centoventicinquesimo anniversario di fondazione della loro Confederazione. «In quest’epoca, nella quale le persone sono così indaffarate da non avere tempo sufficiente per ascoltare la voce di Dio», ha spiegato il Pontefice nel suo discorso, i monasteri e i conventi benedettini rappresentano «oasi, dove uomini e donne di ogni età, provenienza, cultura e religione possono scoprire la bellezza del silenzio e ritrovare sé stessi, in armonia con il creato, consentendo a Dio di ristabilire un giusto ordine nella loro vita». Da qui l’elogio del «carisma benedettino dell’accoglienza», considerato dal Papa «assai prezioso per la nuova evangelizzazione, perché dà modo di accogliere Cristo in ogni persona che arriva, aiutando coloro che cercano Dio a ricevere i doni spirituali che egli ha in serbo per ognuno». Francesco ha quindi riconosciuto «l’impegno per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso» profuso dai benedettini, con l’incoraggiamento «a continuare in quest’opera importante per la Chiesa e per il mondo, ponendo al servizio di essa anche la tradizionale ospitalità» che li caratterizza. Del resto i monasteri «sia nelle città sia lontani da esse, sono luoghi di preghiera e di accoglienza» e la loro «stabilità è importante anche per le persone che vengono a cercarvi» ospitalità. Perché, ha aggiunto con un’immagine particolarmente efficace, «Cristo è presente in questo incontro» che avviene nei monasteri: «è presente nel monaco, nel pellegrino, nel bisognoso». Infine il Papa ha fatto riferimento al «servizio in campo educativo e formativo» svolto dai benedettini «a Roma e in tante parti del mondo», con la consegna conclusiva a essere «una scuola del servizio del Signore» per dare agli «studenti gli strumenti» affinché «possano crescere in quella saggezza che li spinga a ricercare continuamente Dio nella vita; quella stessa saggezza che li condurrà a praticare la comprensione vicendevole in questo mondo che ha tanta sete di pace». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:profeti
Avvenire,   19/04/2018
Santa Marta. Papa Francesco: la Chiesa ha bisogno di profeti, non di rimproveratori Vatican News - Adriana Masotti martedì 17 aprile 2018 Alla Messa in santa Marta, il Papa parla di santo Stefano e dice che la Chiesa "ha bisogno che tutti noi siamo dei profeti", per rafforzare la nostra appartenenza a Dio "Incirconcisi nel cuore e nelle orecchie. Voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. Voi non siete coerenti con la vita che viene dalle vostre radici". Stefano, il primo martire della Chiesa, accusava così il popolo, gli anziani e gli scribi che l’avevano trascinato in tribunale. Avevano il cuore chiuso, non volevano ascoltarlo e non ricordavano più la storia d’Israele. Papa Francesco ripercorre la sua vicenda che la liturgia di oggi propone nella Prima Lettura tratta dagli Atti degli Apostoli nella Messa odierna alla Casa Santa Marta: lo riporta Vatican News. La persecuzione a causa della verità E come i profeti precedenti erano stati perseguitati dai loro padri, così questi anziani e scribi furibondi in cuor loro si scagliarono tutti insieme contro Stefano, 'lo trascinarono fuori dalla città e si misero a lapidarlo’. E il Papa commenta: "Quando il profeta arriva alla verità e tocca il cuore o il cuore si apre o il cuore diventa più pietra e si scatena la rabbia, la persecuzione". "Così finisce la vita di un profeta". Il profeta vero piange sul popolo La verità scomoda tante volte non è piacevole da ascoltare e Francesco dice che “ i profeti, sempre, hanno avuto questi problemi di persecuzione per dire la verità”. Ma qual è per me il test che un profeta quando parla forte dice la verità? È quando questo profeta è capace non solo di dire, ma di piangere sul popolo che ha abbandonato la verità. E Gesù da una parte rimprovera con quelle parole dure; “generazione perversa e adultera” dice ad esempio; dall’altra parte pianse su Gerusalemme. Questo è il test. Un vero profeta è quello che è capace di piangere per il suo popolo e anche di dire le cose forti quando deve dirle. Non è tiepido, sempre è così: diretto. Non solo rimproverare ma aprire alla speranza Ma il vero profeta non è un ‘profeta di sventure’ - precisa Francesco - il vero profeta è un profeta di speranza: Aprire porte, risanare le radici, risanare l’appartenenza al popolo di Dio per andare avanti. Non è per ufficio un rimproveratore … No, è un uomo di speranza. Rimprovera quando è necessario e spalanca le porte guardando l’orizzonte della speranza. Ma, il vero profeta se fa bene il suo mestiere si gioca la pelle. La Chiesa ha bisogno del servizio della profezia Così Stefano che muore sotto gli occhi di Saulo, per essere coerente con la verità. E il Papa cita una frase di uno dei primi padri della Chiesa: ‘Il sangue dei martiri è seme dei cristiani’. La Chiesa ha bisogno dei profeti. Dirò di più: ha bisogno che tutti noi siamo dei profeti. Non critici, questa è un’altra cosa. Una cosa è sempre il giudice critico al quale non piace niente, nessuna cosa gli piace: “No, questo non va bene, non va bene, non va bene, non va; questo deve essere così ..”. Quello non è un profeta. Il profeta è quello che prega, guarda Dio, guarda il suo popolo, sente dolore quando il popolo sbaglia, piange – è capace di piangere sul popolo -, ma è anche capace di giocarsela bene per dire la verità. “Che non manchi alla Chiesa – conclude il Papa - questo servizio della profezia, per andare sempre avanti”. Fonte.www.avvenire.it
Papa:Dio e' l'unico padrone della vita
L'Osservatore Romano,   19/04/2018
Dio è l’unico padrone della vita · Forte appello di Papa Francesco per Vincent Lambert e per il piccolo Alfie Evans · 18 aprile 2018 «Attiro l’attenzione di nuovo su Vincent Lambert e sul piccolo Alfie Evans, e vorrei ribadire e fortemente confermare che l’unico padrone della vita, dall’inizio alla fine naturale, è Dio! E il nostro dovere, il nostro dovere è fare di tutto per custodire la vita». Ecco il nuovo appello di Papa Francesco lanciato durante l’udienza generale di mercoledì 18 aprile, dopo quello pronunciato domenica scorsa in occasione del Regina caeli. In particolare, al termine dell’udienza, il Pontefice ha chiesto di pregare in silenzio «perché sia rispettata la vita di tutte le persone e specialmente di questi due fratelli nostri». Già il 4 aprile il Pontefice in un tweet aveva chiesto di fare «tutto il necessario per continuare ad accompagnare con compassione il piccolo Alfie Evans», il bimbo di quasi due anni ricoverato a Liverpool per una malattia neurodegenerativa non conosciuta per il quale i medici hanno stabilito la sospensione delle cure, e di ascoltare «la profonda sofferenza dei suoi genitori». E stamani, prima dell’udienza generale in piazza San Pietro, il Papa ha incontrato Thomas Evans, il giovane papà di Alfie, ricevendolo a Santa Marta. Poco più tardi, durante l’udienza generale il Papa ha anche lanciato un appello a «promuovere la vita dei più poveri, favorendo un autentico sviluppo integrale e rispettoso della dignità umana», in vista delle riunioni della Banca mondiale, che sabato avranno luogo a Washington. Nella catechesi il Pontefice ha proseguito le riflessioni sul battesimo. Il sacramento, ha spiegato, «accende la vocazione personale a vivere da cristiani, che si svilupperà in tutta la vita». E, ha aggiunto, «implica una risposta personale e non presa a prestito, con un “copia e incolla”. La vita cristiana infatti è intessuta di una serie di chiamate e di risposte». Nel contempo Francesco si è detto rammaricato di aver visto tanti «bambini che non sanno fare il segno della croce». Da qui l’esortazione ripetuta più volte a «papà, mamme, nonni, nonne, padrini, madrine» affinché insegnino ai piccoli «a fare bene il segno della croce, perché è ripetere quello che è stato fatto nel Battesimo». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:la Chiesa ha bisogno di profeti
L'Osservatore Romano,   17/04/2018
La Chiesa ha bisogno di profeti · Messa del Pontefice a Santa Marta · 17 aprile 2018 «La Chiesa ha bisogno che tutti noi siamo dei profeti», cioè «uomini di speranza», sempre «diretti» e mai «tiepidi», capaci di dire al popolo «parole forti quando vanno dette» e di piangere insieme se necessario. Ecco il profilo del profeta delineato da Papa Francesco nella messa celebrata martedì 17 aprile a Santa Marta. All’omelia il Pontefice ha proposto un vero e proprio «test» per riconoscere il profeta autentico. Che, ha spiegato, non è un annunciatore «di sventure» o «un giudice critico» e nemmeno «un rimproveratore per ufficio». Piuttosto è un cristiano che «rimprovera quando è necessario», sempre «spalancando le porte» e rischiando di persona anche «la pelle» per «la verità» e per «risanare le radici e l’appartenenza al popolo di Dio». «Nella prima lettura c’è il racconto del martirio di Stefano» ha fatto subito presente il Papa riferendosi al passo degli Atti degli apostoli (7,51 - 8,1). «È la fine di una lunga storia che prende due capitoli del libro» e «finisce così». Una storia, ha puntualizzato Francesco, che «incomincia quando alcuni della sinagoga dei liberti, vedendo le cose, i prodigi e la sapienza con la quale parlava Stefano, sono andati da lui per discutere; e lui discuteva con loro». Ma «loro non potevano tener testa alla sapienza e allo spirito con cui parlava, e invece di riconoscere le argomentazioni, combinarono alcune calunnie e portarono Stefano in tribunale». «Lì in tribunale — ha proseguito il Pontefice — appena entrato, la gente che era lì vide il suo volto come quello di un angelo: trasparente, forte, luminoso». E così «Stefano incominciò a parlare loro, ma dall’inizio, e raccontò tutta la storia del popolo ebreo: Stefano non voleva discutere sull’oggi soltanto; voleva risanare le radici di quella gente che era chiusa, che aveva dimenticato la storia». Per questa ragione «fa questa lunga spiegazione nel capitolo settimo di tutta la storia di Israele, ma alla fine si accorge che quella gente era chiusa, non voleva ascoltare». Infatti, ha insistito il Papa, «era chiusa nei suoi pensieri e Stefano rimprovera loro come anche Gesù aveva rimproverato il popolo e quasi con le stesse parole: “Testardi e incirconcisi nel cuore — cioè pagani perché avete dimenticato le radici — e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo». Come a dire: «Voi non siete coerenti con la vita che viene dalle vostre radici». Stefano «racconta che anche i profeti sono stati perseguitati dai “vostri padri”, cioè da coloro che come voi avevano le radici secche». Il passo degli Atti fa notare che «all’udire queste cose, erano furibondi in cuor loro: si sono arrabbiati al massimo e digrignavano i denti contro Stefano». E questo atteggiamento, ha affermato Francesco, «fa vedere la passione scatenata: quando il profeta arriva alla verità e tocca il cuore o il cuore si apre o il cuore diventa più pietra e si scatena la rabbia, la persecuzione, come si è scatenata, poi, dopo la morte di Stefano verso tutta la comunità di Gerusalemme». Gli Atti raccontano anche la reazione di Stefano: «Pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio e disse: “Ecco contemplo i cieli aperti e il Figlio dell'uomo che sta alla destra di Dio”». Così, ha spiegato il Papa, «quel volto di angelo che aveva all’inizio si trasforma in contemplazione e vide Dio». Ma gli Atti testimoniano che, ascoltate le parole di Stefano, i suoi interlocutori «gridando a gran voce si turarono le orecchie». Ed «era un gesto per dire; “questo non voglio ascoltarlo”. Un gesto molto significativo» per affermare; «non voglio ascoltare queste parole che sembrano una bestemmia, perché il mio cuore non vuole ascoltare, è chiuso all’ascolto della parola». E non finisce qui, riferiscono ancora gli Atti, perché «si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori dalla città e si misero a lapidarlo: così finisce la vita di un profeta». Del resto, ha proseguito il Pontefice, «i profeti sempre hanno avuto questi problemi di persecuzione per dire la verità, e la verità è scomoda, non è piacevole tante volte». Sempre «i profeti hanno incominciato a dire la verità con dolcezza, per convincere, come Stefano, ma alla fine non essendo ascoltati hanno parlato duro». E «anche Gesù ha detto quasi le stesse parole di Stefano: “ipocriti”». «Qual è, per me, il test che un profeta quando parla forte dice la verità?» è stata allora la questione posta dal Papa. «È quando — ha risposto — questo profeta è capace non solo di dire, ma di piangere sul popolo che ha abbandonato la verità». E infatti «Gesù da una parte rimprovera con quelle parole dure — “generazione perversa e adultera” dice ad esempio — e dall’altra parte pianse su Gerusalemme». Proprio «questo è il test: un vero profeta è quello che è capace di piangere per il suo popolo e anche di dire le cose forti quando deve dirle. Non è tiepido, sempre è così, diretto». Per questo, ha proseguito Francesco, «il vero profeta non è un “profeta di sventure” come diceva san Giovanni xxiii», ma «un profeta di speranza: aprire porte, risanare le radici, risanare l’appartenenza al popolo di Dio per andare avanti». Dunque «non è per ufficio un rimproveratore», anzi «è un uomo di speranza: rimprovera quando è necessario e spalanca le porte guardando l’orizzonte della speranza». Oltretutto «il vero profeta, se fa bene il suo mestiere, si gioca la pelle e lo vediamo qui, Stefano». Gli Atti degli apostoli narrano che «alla fine i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane chiamato Saulo e questo Saulo approvava l’uccisione» di Stefano». In realtà «Saulo aveva dimenticato il significato della propria radice, conosceva la legge bene, ma qui — ha detto il Papa battendosi il petto a indicare il cuore — l’aveva dimenticata qui». Ed ecco che «poi il Signore tocca il cuore» di Saulo «e noi sappiamo cosa è successo dopo». Una storia, ha rilanciato il Pontefice, che «ci fa ricordare una bella frase detta da uno dei primi padri della Chiesa: “Il sangue dei martiri è seme dei cristiani”». E «qui, con questo fine, muore Stefano, lapidato per essere coerente con la verità e l’appartenenza al suo popolo. E sembra dare la fiaccola» a Saulo, in quel momento «ancora nemico, che era lì ma al quale Signore parlerà e farà vedere la verità». E «questo è il seme: il seme di Stefano, il seme di un martire, il seme dei nuovi cristiani». «La Chiesa ha bisogno dei profeti» ha affermato Francesco, aggiungendo: «Dirò di più, ha bisogno che tutti noi siamo dei profeti: non critici, questa è un’altra cosa», perché non è certo un profeta che si erge sempre a «giudice critico, al quale non piace niente: “No, questo non va bene, non va bene, non va bene, non va; questo deve essere così...”». Invece «il profeta è quello che prega, guarda Dio, guarda il suo popolo, sente dolore quando il popolo sbaglia, piange — è capace di piangere sul popolo — ma è anche capace di giocarsela bene per dire la verità». «Chiediamo al Signore — ha concluso il Papa — che non manchi alla Chiesa questo servizio della profezia e che ci invii profeti come Stefano che aiutino a rinvigorire le nostre radici, la nostra appartenenza, per andare sempre avanti». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Premi di produttività
Avvenire,   16/04/2018
Premi di produttività. Sono 31.690 i contratti depositati lunedì 16 aprile 2018 Il 78% è concentrato al Nord, il 16% al Centro il 6% al Sud. Mentre il 58% delle dichiarazioni si riferisce ai Servizi, il 40% all'Industria e il 2% all'Agricoltura A oggi sono state compilate 31.690 dichiarazioni di conformità per la detassazione dei premi di produttività. Lo riferisce il ministero del Lavoro. In particolare, si tratta di 9.952 dichiarazioni di conformità che si riferiscono a contratti tuttora attivi e, di queste, 8.261 sono riferite a contratti aziendali e 1.691 a contratti territoriali. Dei 9.952 contratti attivi, 7.832 si propongono di raggiungere obiettivi di produttività, 5.785 di redditività, 4.943 di qualità, mentre 1.467 prevedono un piano di partecipazione e 4.139 prevedono misure di welfare aziendale. Prendendo in considerazione la distribuzione geografica, per sede legale, delle aziende che hanno depositato le 31.690 dichiarazioni ritroviamo che il 78% è concentrato al Nord, il 16% al Centro il 6% al Sud. Una analisi per settore di attività economica evidenzia come il 58% delle dichiarazioni si riferisca ai Servizi, il 40% all'Industria e il 2% all'Agricoltura. Se invece ci si sofferma sulla dimensione aziendale, si osserva che il 53% ha un numero di dipendenti inferiore a 50, il 32% ha un numero di dipendenti maggiore o uguale a 100 e il 15% ha un numero di dipendenti compreso fra 50 e 99. Per le 9.952 dichiarazioni di conformità che si riferiscono a contratti tuttora attivi la distribuzione geografica, per sede legale, è la seguente: 75% Nord, 17% Centro, 8% al Sud. Per settore di attività economica la distribuzione rilevata è: 59% Servizi, 40% Industria, 1% Agricoltura. Per dimensione aziendale, si osserva che il 51% di dichiarazioni riguarda aziende con numero di dipendenti inferiore a 50, il 34% con numero di dipendenti maggiore uguale a 100, il 15% con numero di dipendenti compreso fra 50 e 99. In merito alla decontribuzione, alla data di oggi sono state compilate 1.192 dichiarazioni di conformità, di cui 726 corrispondenti a depositi validi anche ai fini della detassazione e 466 corrispondenti a depositi validi solo ai fini della decontribuzione. In particolare 895 dichiarazioni si riferiscono a contratti tuttora "attivi", di cui 518 corrispondenti a depositi validi anche ai fini della detassazione e 377 corrispondenti a depositi validi solo ai fini della decontribuzione. Risultano essere state accettate dall'Inps 312 istanze di sgravio contributivo la cui sede azienda per il 69% è a Nord, il 18% al Centro e il 13% a Sud. Queste risultano fare a riferimento per il 57% ad aziende nel settore dei Servizi e per il 43% nell'Industria. In termini di dimensione aziendale la distribuzione risulta per il 43% in aziende con numero di dipendenti inferiore a 50, il 43% con numero di dipendenti maggiore o uguale a 100 e il 14% con numero di dipendenti compreso fra 50 e 99. Fonte.www.avvenire.it
Papa:seguire Gesù
Avvenire,   16/04/2018
Santa Marta. Il Papa: «Seguire Gesù non per interesse ma per la fede» Debora Donnini - Vatican NEws lunedì 16 aprile 2018 Francesco invita a porsi alcune domande: seguo Gesù per interesse o per fede? E ancora: cosa ha fatto Gesù nella mia vita? Come rispondo a questo amore? Nell’omelia della Messa a Casa Santa Marta, il Papa stamani mette in guardia dal seguire Gesù per “interesse”, cioè per i miracoli che compie, ed esorta invece a cercarlo per la fede, per ascoltare la sua Parola. Per questo, bisogna rinfrescare la memoria di quello che il Signore ha compiuto nella nostra vita e così rispondere con amore. ( Debora Donnini per Vatican News) Non cercare Gesù per i miracoli Il Papa prende spunto dal Vangelo di oggi tratto da Giovanni (Gv 6,22-29) nel quale si narra che dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, la folla voleva fare Gesù re e lo cercava non solo per ascoltarlo ma anche per “interesse”, perché faceva miracoli. Gesù però si ritira e, quando lo trovano, li rimprovera: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. Francesco nota, quindi, i due aspetti, compresenti: da una parte cercavano Gesù per sentire come la sua Parola “arrivava al cuore”, per la fede, dall’altra anche per interesse. Erano anche persone buone, ma con una fede "un po’ interessata". Gesù dunque rimprovera la poca fede. Cercare l'amore di Dio Un atteggiamento che traspare anche con la guarigione dell’indemoniato di Gerasa: quando la gente vede che aveva perso i porci, pensa che non gli conviene, che così perdevano soldi e, quindi, gli dicono di andarsene. E, di nuovo, con la guarigione dei 10 lebbrosi: uno solo torna per ringraziare mentre gli altri, dopo la guarigione, si sono dimenticati di Gesù. Per questo Gesù invita a darsi da fare non per il cibo che perisce ma per quello rimane per la vita eterna cioè per “la Parola di Dio e l’amore di Dio”. Stefano segue Gesù senza bilanciare le conseguenze C’è però anche un altro atteggiamento: quello di Santo Stefano che, come si vede nella Prima Lettura (Atti 6,8-15), parlava chiaro, tanto che non riuscivano a resistere alla sua sapienza: Seguiva Gesù senza bilanciare le conseguenze: questo mi conviene, non mi conviene … non era un interessato. Amava. E seguiva Gesù, sicuro; e così finì. Gli hanno teso il tranello delle calunnie, lo hanno fatto entrare lì e così finì lapidato. Ma dando testimonianza di Gesù. Ricordare quello che Gesù ha compiuto nella propria vita Sia la folla del Vangelo, sia Stefano seguono Gesù ma ci sono due modi per farlo: dando la vita oppure “con un po’ di interesse personale”, nota il Papa. L’invito che, dunque, rivolge a ciascuno è a chiedersi come si segua Gesù. Il suo consiglio è quello di “rinfrescare la memoria” domandandosi cosa Gesù abbia fatto, non in modo generico, ma concretamente, nella propria vita: E troveremo tante cose grandi che Gesù ci ha dato gratuitamente, perché ci ama: a ognuno di noi. E una volta che io vedo le cose che Gesù ha fatto per me, mi faccio la seconda domanda: e io, cosa devo fare per Gesù? E così, con queste due domande, forse riusciremo a purificarci di ogni maniera di fede interessata. Quando vedo tutto quello che Gesù mi ha dato, la generosità del cuore va a: “Sì, Signore, do tutto! E non farò più questi sbagli, questi peccati, cambierà di vita in questo …”. La strada della conversione per amore: tu mi hai dato tanto amore, anche io ti do questo amore. Purificare la fede dall'interesse In conclusione, quindi, il Papa ribadisce l’importanza di queste due domande per purificare la fede: Questo è un bel test di come noi seguiamo Gesù: interessati o no? Rinfrescare la memoria: le due domande. Cosa ha fatto Gesù per me, nella mia vita, per amore? E vedendo questo, cosa devo fare io, per Gesù, come rispondo a questo amore. E così saremo capaci di purificare la nostra fede da ogni interesse. Che il Signore ci aiuti su questa strada. Fonte.www.avvenire
Papa:agire per la pace
L'Osservatore Romano,   16/04/2018
Agire per la pace · Il Pontefice rinnova l’appello a tutti i responsabili politici per la situazione in Siria e in altre regioni del mondo · 16 aprile 2018 E invoca rispetto e cure adatte nei casi dolorosi e complessi di Vincent Lambert e di Alfie Evans «Profondamente turbato dall’attuale situazione mondiale», Papa Francesco ha invocato un impegno più incisivo da parte della comunità internazionale, che «nonostante gli strumenti a disposizione», fa «fatica a concordare un’azione comune in favore della pace in Siria e in altre regioni del mondo». Al Regina caeli di domenica 15 aprile, il Pontefice ha confidato le sue preoccupazioni ai fedeli riuniti in piazza San Pietro, assicurando la sua preghiera incessante e invitando «tutte le persone di buona volontà a continuare a fare altrettanto. Mi appello nuovamente — ha scandito — a tutti i responsabili politici, perché prevalgano la giustizia e la pace». Il pensiero del Papa è andato anche ai due giornalisti ecuadoriani e al loro autista sequestrati e uccisi al confine con la Colombia. «Con dolore ho appreso la notizia dell’uccisione dei tre uomini» ha detto Francesco, esprimendo vicinanza al «caro popolo» dell’Ecuador e «incoraggiandolo ad andare avanti unito e pacifico, con l’aiuto del Signore e della sua santissima Madre». Inoltre il Pontefice ha affidato alle preghiere dei fedeli «le persone che vivono, a volte da lungo tempo, in stato di grave infermità, assistite medicalmente per i bisogni primari». Esplicito il riferimento ai casi del quarantunenne francese Vincent Lambert, che da dieci anni vive in stato vegetativo, e di Alfie Evans, il piccolo di 23 mesi ricoverato a Liverpool per un morbo neurologico degenerativo per il quale i medici hanno stabilito la sospensione delle cure. «Sono situazioni delicate, molto dolorose e complesse» ha commentato, esortando a pregare «perché ogni malato sia sempre rispettato nella sua dignità e curato in modo adatto alla sua condizione, con l’apporto concorde dei familiari, dei medici e degli altri operatori sanitari, con grande rispetto per la vita». In precedenza, commentando il Vangelo della liturgia domenicale, Francesco aveva parlato del valore del corpo nella luce della risurrezione. E, riferendosi in particolare «ai bambini, alle donne, agli anziani maltrattati», aveva ricordato che «ogni offesa o ferita o violenza al corpo del nostro prossimo, è un oltraggio a Dio creatore». Un tema ripreso anche nell’omelia pronunciata durante la messa nella parrocchia romana di San Paolo della Croce a Corviale, dove il Pontefice si è recato nel pomeriggio. «Chiediamo al Signore — ha invitato i fedeli — la grazia che la gioia non ci impedisca di credere, la grazia di toccare Gesù risorto: toccarlo nell’incontro mediante la preghiera; nell’incontro mediante i sacramenti; nell’incontro con il suo perdono che è la rinnovata giovinezza della Chiesa; nell’incontro con gli ammalati, quando andiamo a trovarli, con i carcerati, con quelli che sono i più bisognosi, con i bambini, con gli anziani». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:liberta'
Avvenire,   13/04/2018
Santa Marta. Papa: il mondo grida libertà, ma poi è più schiavo Alessandro Di Bussolo per Vatican News venerdì 13 aprile 2018 Nell’omelia della Messa a Santa Marta Francesco ha parlato di tre esempi di libertà: il fariseo Gamaliele, gli apostoli Pietro e Giovanni e Gesù stesso Nell’omelia della Messa del mattino a Casa Santa Marta papa Francesco ha parlato di tre esempi di libertà: il fariseo Gamaliele, gli apostoli Pietro e Giovanni e Gesù stesso. “E io – ha chiesto – sono libero o sono schiavo delle mie ambizioni, delle ricchezze, della moda?”. La vera libertà è dare spazio a Dio nella vita e seguirlo con gioia anche nella sofferenza. Ne dà notizia Vatican News. La Liturgia ci propone tre esempi di libertà: e noi siano liberi di pensare a mente fredda e dare spazio a Dio, nella nostra vita come Gamalièle? Siamo liberi di seguire Gesù con gioia anche nella sofferenza come Pietro e Giovanni? E siamo liberi dalle passioni, dalle ambizioni, dalla moda? O siamo come il mondo che è un po’ “schizzoide”: grida “libertà!” ma poi è più schiavo? Sono le domande con le quali papa Francesco conclude l’omelia della Messa del mattino nella cappellina di Casa Santa Marta, nella quale commenta la prima lettura, dagli Atti degli apostoli, e il Vangelo di Giovanni sulla moltiplicazione dei pani e dei pesci. La libertà della quale parliamo in questo tempo pasquale, esordisce il Papa, è la libertà dei figli, che ci ha ridonato Gesù “con la sua opera redentrice”. La prima persona libera sulla quale ci fa riflettere la Liturgia è Gamaliele, il dottore della legge fariseo che, negli Atti degli apostoli, convince il sinedrio a liberare Pietro e Giovanni, in carcere per aver guarito un paralitico. Gamaliele, spiega Francesco, è un “uomo libero, pensa a mente fredda, li fa ragionare”, li convince che “il tempo fa il suo lavoro”. L’uomo libero non ha paura del tempo: lascia fare a Dio. Dà spazio, perché Dio agisca nel tempo. L’uomo libero è paziente. E questo era un ebreo – non era un cristiano, non aveva riconosciuto Gesù salvatore – ma era un uomo libero. Fa il suo pensiero, lo offre agli altri e è accettato. La libertà non è impaziente. Anche Pilato pensava bene, a mente fredda, prosegue Francesco, e si accorse che Gesù era innocente. “Ma non è riuscito a risolvere il problema, perché non era libero, era attaccato alla promozione”, “gli mancava il coraggio della libertà perché era schiavo del carrierismo, dell’ambizione, del suo successo”. Il secondo esempio di libertà sono Pietro e Giovanni, “che avevano guarito il paralitico, e adesso erano davanti al sinedrio”. Il sinedrio alla fine li libera, ma li fa flagellare, anche se innocenti. Puniti ingiustamente, ricorda il Papa, “se ne andarono via dal sinedrio lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”. “Questa è la gioia di imitare Gesù – commenta il Pontefice - È un’altra libertà: più grande, più larga, più cristiana”. Pietro poteva andare dal giudice e fare causa contro il sinedrio e chiedere un risarcimento. E invece era gioioso, come Giovanni “perché avevano sofferto in nome di Gesù”. Forse ricordavano le parole di Gesù: “Beati voi, quando sarete insultati, perseguitati, a causa mia. Beati voi”. “Erano liberi nella sofferenza, per seguire Gesù”, spiega ancora Francesco. E’ l’atteggiamento cristiano: “Signore, tu mi hai dato tanto, hai sofferto tanto per me. Cosa posso fare per te? Prendi, Signore, la mia vita, la mia mente, il mio cuore, tutto è tuo”. Questa è la libertà di un innamorato di Gesù Cristo. Sigillato dallo Spirito Santo, con la fede in Gesù Cristo. Tu hai fatto questo per me, io faccio questo per te. Anche oggi ce ne sono tanti, in carcere, cristiani, torturati, che portano avanti questa libertà: di confessare Gesù Cristo. Il terzo esempio è Gesù stesso, che fa il miracolo della moltiplicazione dei pani. Alla fine la gente è entusiasta e Gesù capisce “che venivano a prenderlo per farlo re”. Allora si ritira di nuovo sul monte. “Si staccò dal trionfalismo. Non si lasciò ingannare da questo trionfalismo – commenta il Papa - Era libero”. Come nel deserto, quando respinge le tentazioni di satana “perché era libero, e la sua libertà era seguire la volontà del Padre”. “E finirà nella croce. È l’esempio di libertà più grande: Gesù”. Che seguì la volontà del Padre per risanare la nostra figliolanza. Pensiamo in questo giorno alla mia libertà, la nostra libertà. Tre esempi – Gamalièle; Pietro e Giovanni; e Gesù stesso – la mia libertà è cristiana? Sono libero? O sono schiavo delle mie passioni, delle mie ambizioni, di tante cose, delle ricchezze, della moda? Sembra uno scherzo, ma quanta gente è schiava della moda! (…) Pensiamo alla nostra libertà, in questo mondo che è un po’ “schizzoide”, schizofrenico, no? Grida: “Libertà, libertà, libertà!”, ma è più schiavo, schiavo, schiavo. Pensiamo a questa liberà che Dio, in Gesù, ci dona. Fonte.www.avvenire.it
Papa:la vera liberta'
L'Osservatore Romano,   13/04/2018
La vera libertà · ​Messa a Santa Marta · 13 aprile 2018 In un mondo «schizofrenico», sempre «più schiavo» di mode, ambizioni e denaro, ecco la vera libertà proposta da Gesù stesso e realizzata, anche nelle prove, dagli apostoli e dai tanti cristiani che oggi sono vittime delle persecuzioni, restando comunque sempre liberi. È un vero e proprio inno alla libertà quello rilanciato da Papa Francesco nella messa celebrata venerdì mattina 13 aprile a Santa Marta. «Una delle parole che si ripete tanto in questo tempo pasquale è “libertà”, essere liberi» ha subito fatto notare il Papa all’inizio dell’omelia. E «Gesù, con la sua opera redentrice, ci ha ridonato la libertà, la libertà dei figli». «Nel parlato quotidiano — ha riconosciuto Francesco — tante volte pensiamo che essere libero significa fare quello che io voglio e tante volte»; ma significa anche «diventare schiavo, perché se quello che io voglio è una cosa che mi tiene oppresso dal cuore, io sono schiavo di quello, non libero». «La liturgia di oggi ci fa riflettere su tre persone, libere tutte e tre» ha spiegato il Pontefice riferendosi ai brani degli Atti degli apostoli (5, 34-42) e del Vangelo di Giovanni (6, 1-15) proclamati durante le letture. E «ci farà bene riflettere su ognuno di loro». A cominciare da Gamaliele che viene presentato «in questo passo, che è la fine di quella lunga storia della guarigione del paralitico, che abbiamo letto in questi giorni, dove i dottori della legge, i sacerdoti, avevano la “patata bollente” in mano e non sapevano come risolvere questo problema». Ma già «ne avevano risolto bene, secondo loro, un altro»: quello «dei soldati davanti al sepolcro: avevano pagato con i soldi». Però, ha affermato il Papa, «in questo caso non si poteva usare lo stesso sistema» e «neppure risolvere mettendo» gli apostoli «in carcere, perché hanno visto che l’angelo di Dio li ha liberati». Il loro problema era dunque cosa fare con i discepoli. «Gamaliele, uomo libero, pensa a mente fredda, li fa ragionare e» guardando anche alla «storia recente», suggerisce: «Abbiate pazienza, non affrettatevi, date un po’ di tempo alla situazione, pensate a cosa è accaduto con Tèuda, con Giuda il Galileo, che sembravano essere proprio i salvatori e sono finiti male tutti». Insomma, il consiglio di Gamaliele è che «il tempo» faccia «il suo lavoro: prendete il tempo». «L’uomo libero non ha paura del tempo: lascia fare a Dio» ha spiegato Francesco. E, appunto, «dà spazio perché Dio agisca nel tempo: l’uomo libero è paziente». Gamaliele «era un ebreo — non era un cristiano, non aveva riconosciuto Gesù salvatore — ma era un uomo libero: fa il suo pensiero, lo offre agli altri ed è accettato». Del resto «la libertà non è impaziente» ha riconosciuto il Papa. Anzi, «la vera libertà ha la pazienza di saper aspettare, di lasciar fare a Dio». È vero, ha proseguito il Pontefice, «anche Pilato pensa a mente fredda», tanto che si «accorse che Gesù era innocente», Oltretutto «anche la moglie» si era aggiunta «con quella storia dell’incubo a dargli un po’ di paura». Però Pilato «non è riuscito a risolvere il problema perché non era libero, era attaccato alla promozione». Il suo pensiero fisso era più o meno questo: «Se a me va bene qui in Giudea, poi verrà una promozione verso un altro posto più grande». Insomma, Pilato non era un uomo «libero: pensava bene, ma gli mancava il coraggio della libertà perché era schiavo del carrierismo, dell’ambizione, del suo successo». Invece «Gamaliele è un esempio di uomo libero, che oggi la Chiesa ci offre» ha rilanciato Francesco. Indicando poi come un «altro esempio Pietro e Giovanni che avevano guarito il paralitico e adesso erano davanti al sinedrio». Alla fine «il sinedrio li rimise in libertà ma “li fecero flagellare” — erano innocenti — “e ordinarono loro di non parlare in nome di Gesù”». Dunque Pietro e Giovanni, se anche «sono stati flagellati ingiustamente, dopo “se ne andarono via dal sinedrio lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”». Ecco «la gioia di imitare Gesù: è un’altra libertà, più grande, più ampia, più cristiana». E Pietro sarebbe potuto anche andare «dal giudice e fare causa contro il sinedrio — dicendo “sono stato flagellato ingiustamente” — e chiedere un risarcimento». Invece «Pietro era gioioso, Giovanni era gioioso, perché avevano sofferto in nome di Gesù». E «forse — ha aggiunto Francesco — nella mente loro, venivano quelle parole di Gesù: “Beati voi, quando sarete insultati, perseguitati, a causa mia. Beati voi”». Proprio «questa è la gioia che loro sentivano: erano liberi — diciamolo così — nella sofferenza per seguire Gesù». È «quell’atteggiamento cristiano» che ci porta a riconoscere: «Signore, tu mi hai dato tanto, hai sofferto tanto per me. Cosa posso fare per te? Prendi, Signore, la mia vita, la mia mente, il mio cuore, tutto è tuo». Il Papa ha voluto, di nuovo, riproporre l’atteggiamento dei discepoli, così come è descritto negli Atti: «Essi allora se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù». Un atteggiamento che rivela, ha spiegato, «un’altra libertà». Se infatti «la prima era la libertà di un uomo giusto», che «ragionava bene e cercava il bene, questa è la libertà di un innamorato di Gesù Cristo, sigillato dallo Spirito Santo, con la fede in Gesù Cristo: tu hai fatto questo per me, io faccio questo per te». E non bisogna dimenticare, ha ricordato Francesco, che «anche oggi ci sono tanti cristiani in carcere, torturati, che portano avanti questa libertà di confessare Gesù Cristo». Dunque, ha insistito, «ecco il secondo esempio di uomini liberi: il primo è Gamaliele, il secondo gli apostoli, ma con motivi differenti». «Il terzo esempio è Gesù stesso — ha rilanciato il Pontefice — che fa questo miracolo della moltiplicazione dei pani, che non è stato fatto con la bacchetta magica: è stato proprio fatto dal potere di Dio che Gesù aveva in lui, perché lui era Dio». E «la gente se ne accorse» ha affermato il Papa, ripetendo le parole del Vangelo: «La gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: “Questi è davvero il profeta — è questo, alla fine è tornato, è venuto — colui che viene nel mondo!”». Davanti alla gente «entusiasta», Gesù, «sapendo che venivano a prenderlo per farlo re — perché, quando il popolo si muove così, fa la rivoluzione, e lo fanno re — si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo». Insomma «si staccò dal trionfalismo, non si lasciò ingannare da questo trionfalismo: era libero». Francesco ha suggerito di pensare alla «prima volta che Gesù sentì questa libertà, e ce l’ha insegnata, nel deserto quando è stato tentato da Satana» che gli offrì ricchezze» dicendogli «tu puoi convertire le pietre in pane, e anche le pietre in oro, in argento». E la riposta di Gesù è «no». Ma ecco che subito Satana rilancia, dicendo ancora «tu puoi fare un miracolo tale, buttarti dal tempio, e la gente crederà». Ma la risposta di Gesù è sempre «no, perché era libero». E «la libertà che aveva era seguire la volontà del Padre». Così quando, di nuovo, Satana propone «uno scambio: fa a me un atto di adorazione, e io ti darò tutto», Gesù dice ancora «no: il Padre vuole un’altra via di salvezza». E «finirà nella croce: Gesù è l’esempio di libertà più grande». «Pensiamo in questo giorno alla mia libertà, la nostra libertà» ha invitato il Pontefice, riproponendo i tre esempi: «Gamaliele, Pietro e Giovanni e Gesù stesso». E suggerendo alcune domande dirette: «La mia libertà è cristiana? Sono libero o sono schiavo delle mie passioni, delle mie ambizioni, di tante cose, delle ricchezze, della moda?». È vero, ha fatto presente il Papa, «sembra uno scherzo, ma quanta gente è schiava della moda!». Dunque, ha proseguito Francesco nella proposta delle domande per un esame di coscienza, «sono libero e so pensare a mente fredda, come Gamaliele, e dare spazio a Dio, nella mia vita? Sono libero? E quando viene qualche sofferenza, parlo con Gesù, e ho detto “tu hai sofferto tanto per me, per ridarmi la dignità di figlio, io offro questo? Sono libero come Gesù, che seguì la volontà del Padre per risanare la nostra figliolanza?». «Pensiamo alla nostra libertà — ha concluso il Pontefice — in questo mondo che è un po’ “schizzoide”, “schizofrenico”», a tal punto che «grida “libertà, libertà, libertà!” ma è più schiavo, schiavo, schiavo: pensiamo a questa libertà che Dio, in Gesù, ci dona. Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:testimonianza cristiana
Avvenire,   12/04/2018
Santa Marta. Papa: la testimonianza cristiana non vende la verità e dà fastidio Debora Donnini - Vatican News giovedì 12 aprile 2018 Nell'omelia della Messa a Casa Santa Marta, il Papa ricorda che ci sono più cristiani perseguitati oggi che nei primi secoli: in carcere, sgozzati e impiccati per confessare Gesù La testimonianza cristiana dà fastidio, mai vende la verità, come testimoniano i tanti cristiani uccisi e perseguitati, oggi più che nei primi secoli. I compromessi, invece, fanno diventare cristiani “all’acqua di rose”. Bisogna, quindi, chiedere la grazia di ricordare quel primo incontro con Gesù che “ci ha cambiato la vita”. Lo mette in risalto stamani Papa Francesco nell’omelia della Messa mattutina a Casa Santa Marta, che riprende oggi dopo la pausa di Pasqua. Obbedienza, testimonianza, concretezza: sono le tre caratteristiche che, quindi, scaturiscono dalla gioia pasquale e sulle quali si sofferma il Papa. ( Debora Donnini per Vatican News) La gioia pasquale I 50 giorni del tempo pasquale - nota - sono stati per gli apostoli un “tempo di gioia” per la Risurrezione di Cristo. Una gioia vera ma ancora dubbiosa, timorosa, che si chiede come andranno le cose, mentre dopo, con la discesa dello Spirito Santo, la gioia diventa “coraggiosa”: prima “capivano perché vedevano il Signore, ma non capivano tutto”, erano contenti ma non riuscivano a capire. “E’ stato lo Spirito Santo a fargli capire tutto”. L'obbedienza è fare la volontà di Dio Agli apostoli era stato proibito di predicare di annunciare Gesù eppure, dopo la liberazione dal carcere per mezzo di un Angelo, tornano ad insegnare nel tempio, ricorda il Papa. Come narra la Prima Lettura di oggi tratta dagli Atti (At 5,27-33), vengono quindi portati davanti al sinedrio dove il sommo sacerdote ricorda di avergli proibito di insegnare nel nome di Gesù. “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”: è la risposta di Pietro. La parola “obbedienza” torna, poi, anche nel Vangelo odierno (Gv 3,31-36). E il Papa la sottolinea perché “una vita di obbedienza” è quella che caratterizza gli apostoli che hanno ricevuto lo Spirito Santo. Obbedienza per seguire la strada di Gesù che “obbedì fino alla fine” come nell’Orto degli Ulivi. Obbedienza che consiste nel fare la volontà di Dio. L’obbedienza è il cammino che il Figlio “ci ha aperto”, dice Francesco, e il cristiano, quindi, “obbedisce a Dio”. La prima cosa mondana è il denaro I sacerdoti, invece, che volevano comandare, hanno regolato il tutto, con una mancia: “la tangente è arrivata fino al Sepolcro”. Così risolve le cose il mondo, spiega il Papa, cioè “con cose mondane”. La prima è “il denaro”, il cui signore è il diavolo. Gesù stesso, infatti, dice che non si possono servire due signori. I cristiani perseguitati La seconda caratteristica degli apostoli è “la testimonianza”: “la testimonianza cristiana dà fastidio”, nota il Papa. Un po’ magari cerchiamo una via di compromesso “fra il mondo e noi” ma “la testimonianza cristiana non conosce le vie di compromesso”. “Conosce la pazienza di accompagnare le persone che non condividono il nostro modo di pensare, la nostra fede, di tollerare, di accompagnare, ma mai di vendere la verità”, ribadisce: Primo, obbedienza. Secondo, testimonianza, che dà tanto fastidio. E tutte le persecuzioni che ci sono, da quel momento fino ad oggi … Pensate ai cristiani perseguitati in Africa, in Medio Oriente … Ma ce ne sono di più che nei primi tempi oggi, in carcere, sgozzati, impiccati per confessare Gesù. Testimonianza fino alla fine. La concretezza: non essere cristiani annacquati La concretezza degli apostoli è, poi, il terzo aspetto sul quale si sofferma il Papa: parlavano di cose concrete, “non di “favole”. Quindi, come gli apostoli hanno visto e toccato, “ognuno di noi” - dice - ”ha toccato Gesù nella propria vita”: Succede che tante volte i peccati, i compromessi, la paura ci fanno dimenticare questo primo incontro, dell’incontro che ci ha cambiato la vita. Eh, si ci porta un ricordo, ma un ricordo annacquato; ci fa diventare cristiani ma “all’acqua di rose”. Annacquati, superficiali. Chiedere sempre la grazia allo Spirito Santo della concretezza. Gesù è passato nella mia vita, per il mio cuore. Lo Spirito è entrato in me. Poi, forse, ho dimenticato ma, la grazia della memoria del primo incontro. Quindi, è tempo di chiedere la gioia pasquale: Chiediamola gli uni per gli altri, ma quella gioia che viene dallo Spirito Santo, che dà lo Spirito Santo: la gioia dell’obbedienza pasquale, la gioia della testimonianza pasquale e la gioia della concretezza pasquale. Fonte.www.avvenire.it
Ocse:patrimoniale in Italia
Avvenire,   12/04/2018
Diseguaglianze. L'Ocse: in Italia serve la tassa patrimoniale Redazione Economia giovedì 12 aprile 2018 La crisi economica ha accentuato le diseguaglianze sociali, assenza di una tassa di successione e imposte sui redditi "basse" sono i due parametri che la rendono utile In Italia crescono le diseguaglianze e dall'Ocse arriva un appello ad introdurre una tassa patrimoniale per contenere il fenomeno della polarizzazione della ricchezza. Il nostro è uno dei Paesi dove, dopo la crisi economica dell'ultimo decennio, la disuguaglianza sociale è più aumentata e dove la concentrazione di ricchezza verso l'alto è diventata più evidente. Nel rapporto 'The Role and Design of net wealth taxes' pubblicato oggi l'organizzazione spiega quindi che uno dei modi per ridurre più velocemente i divari di ricchezza è l'imposizione della tassa patrimoniale. L'Ocse esamina l'utilizzo della patrimoniale - storicamente e ai nostri giorni - nei Paesi membri ed evidenzia tutti i pro e i contro della tassa. I risultati indicano che, in generale, la necessità di adottare "una tassa sulla ricchezza netta" è minima nei Paesi dove sono applicate su larga scala le tasse sui redditi e sui capitali personali, comprese le imposte sulle plusvalenze, e dove le tasse di successione sono ben disegnate. In questi casi la patrimoniale potrebbe avere effetti addirittura "distorsivi". Al contrario, potrebbe funzionare ed essere utile dove la tassa di successione non esiste e dove le imposte sui redditi sono particolarmente basse. Inoltre "oltre alle considerazioni fiscali, potrebbe esserci anche una maggiore giustificazione per un'imposta patrimoniale netta in un Paese che mostra alti livelli didisuguaglianza della ricchezza come un modo per ridurre i divari a un ritmo più veloce". Analizzando l'andamento negli ultimi anni della distribuzione del reddito e della ricchezza a livello internazionale, l'organizzazione sottolinea quindi che "dopo la crisi, sono proseguite le tendenze verso una maggiore disuguaglianza di ricchezza. Dati comparabili per sei paesi Ocse (Australia, Canada, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito e Stati Uniti) indicano che, dalla crisi, la concentrazione di ricchezza al vertice è aumentata in quattro di essi (Italia, Paesi Bassi, Stati Uniti e Regno Unito), mentre la disparità di ricchezza nella parte inferiore della distribuzione è aumentata in tutti i paesi tranne che nel Regno Unito. Intano sempre oggi l'Ocse ha diffuso i dati sul lavoro. Il tasso di disoccupazione nei Paesi dell'Ocse è rimasto stabile al 5,4% nel febbraio 2018. Nell'insieme della zona, afferma l'organismo internazionale consede a Parigi, 34,2 milioni di persone erano senza lavoro, 1,5 milioni in più rispetto all'aprile 2008, ma 14,9 milioni in meno rispetto al picco del gennaio 2013. Nella zona euro, il tasso di disoccupazione è calato di 0,1 punti, a 8,5%, con diminuzioni di 0,2 punti o più in Lettonia (calo di 0,3 punti, a 8%) e in Italia (-0,2 punti, a 10,9%). Il tasso di disoccupazione tra i giovani (15-24 anni) è invece in leggero aumento nella zona Ocse (a 11,3%). Nella zona euro, l'aumento più forte (di 0,3 punti) viene segnalato in Austria (a 9,8%) e Italia (a 32,8%). Forti riduzioni invece in Lettonia (-1,1 punti a 16,5%) e Spagna (-0,4punti a à 35,5%) e Lussemburgo (-0.3 punti a 13,8%). Fonte.www.avvenire.it
Sinodo per la donna
Avvenire,   12/04/2018
La richiesta. «Urge un Sinodo sulla missione della donna nella Chiesa» Redazione Catholica giovedì 12 aprile 2018 Il documento finale dell’assemblea plenaria della Pontificia commissione per l’America latina. «I pastori vigilino sulle nuove colonizzazioni ideologiche» «Si pone seriamente la questione di un sinodo della Chiesa universale sul tema della donna nella vita e missione della Chiesa». «Abbiano inoltre le Chiese locali la libertà e il coraggio evangelici per denunciare tutte le forme di discriminazione e di oppressione, di violenza e di sfruttamento subite dalle donne in varie situazioni e per introdurre il tema della loro dignità, partecipazione e contributo nella lotta per la giustizia e la fraternità, dimensione essenziale dell’evangelizzazione». Sono questi due passaggi del documento finale dell’assemblea plenaria annuale della Pontificia commissione per l’America latina (Cal), che si è svolta in Vaticano dal 6 al 9 marzo sul tema «La donna, pilastro nell’edificazione della Chiesa e della società in America latina». Un tema che secondo il segretario della Cal, Guzmán Carriquiry Lecour, voleva aiutare «a rifiutare le letture semplificate e semplicistiche della realtà per riconoscere la complessità e misurarsi con essa». E papa Francesco per l’occasione ha voluto che fossero invitate, oltre ai ventidue cardinali e vescovi membri e consiglieri all’assemblea, anche quindici personalità femminili latinoamericane. «La Chiesa cattolica, seguendo l’esempio di Gesù – si legge nell’incipit del documento finale – deve essere molto libera dai pregiudizi, dagli stereotipi e dalle discriminazioni subiti dalla donna. Le comunità cristiane devono realizzare una seria revisione di vita per una conversione pastorale capace di chiedere perdono per tutte le situazioni nelle quali sono state e tuttora sono complici di attentati alla sua dignità». Al centro della dichiarazione, in quattordici punti, non c’è un però rivendicazione “femminista” di tipo secolare, semmai la riproposizione della grandezza della dignità e vocazione femminili come emergono dalla Rivelazione. «La devozione mariana – si legge nel testo – così radicata e diffusa in America latina, manifestazione di inculturazione del Vangelo e dell’amore dei popoli, aiuti a considerare Maria come paradigma della “donna nuova”, contemplandola come esempio straordinario di una femminilità compiuta, degna di essere protetta e promossa, tanto per la sua importanza nella nascita di un tessuto sociale più umano come per la formazione dei discepoli-missionari di suo Figlio». Così, mentre «il matrimonio e la famiglia costituiscono le esperienze fondamentali per vivere la comune dignità di uomo e donna, la loro diversità, reciprocità e complementarietà», le comunità cristiane e i pastori «vigilino di fronte alle forme di “colonizzazione culturale e ideologica” che, con il pretesto di nuovi “diritti individuali” e anche strumentalizzando rivendicazioni femministe, vengono diffuse da grandi poteri e lobbies ben organizzate, per attentare contro la verità del matrimonio e della famiglia, scalzando l’ethos culturale dei nostri popoli, favorendo la disgregazione del tessuto familiare e sociale delle nazioni. E sono le donne, comprese le madri con figli, a pagare il costo più alto di tale operazione». Fonte.www.avvenire.it
Papa:economia
Avvenire,   12/04/2018
Il testo del Papa. Economia, l'impronta del bene per giustizia e per speranza Francesco giovedì 12 aprile 2018 Esce oggi in libreria «Potere e denaro» il volume di Michele Zanzucchi che si apre con la prefazione di papa Francesco: Non basta un po' di balsamo per sanare una società che tratta tutto come merce La giustizia sociale secondo Jorge Mario Bergoglio. Ne indica i fondamentali e la descrive Michele Zanzucchi nel volume «Potere e denaro» (Città Nuova; 168 pagine; 15 euro) che esce oggi in libreria. Il libro si apre con la prefazione di papa Francesco – che pubblichiamo di seguito – e propone una raccolta ragionata e fluida di quanto il Pontefice argentino ha detto e scritto su ricchezza e povertà, giustizia e ingiustizia sociale, cura e disprezzo del Creato, finanza sana e perversa, imprenditori e speculatori, sindacati e movimenti popolari, “mammona” e culto del “dio denaro”. La sua è una denuncia forte e decisa della speculazione finanziaria, delle rendite che accentuano la distanza tra ricchi e poveri, della meritocrazia che schiaccia i piccoli, della globalizzazione che crea nuovi scarti e nuove schiavitù, del commercio delle armi e delle guerre che esso provoca. Ma, in spirito evangelico, come Bergoglio scrive nella prefazione, non dobbiamo perdere la speranza. Zanzucchi è giornalista e scrittore; ha diretto la rivista “Città Nuova” e collabora con “Avvenire”. Ha pubblicato una quarantina di libri tra cui «L’islam spiegato a chi ha paura dei musulmani» (2015) e «Il silenzio e la parola. La luce» (2013). Vive in Libano e insegna giornalismo e linguaggi del giornalismo alla Pontificia Università Gregoriana e massmediologia all’Istituto Universitario “Sophia” di Loppiano, la cittadella del Movimento dei Focolari in provincia di Firenze. Prima da semplice cristiano, poi da religioso e sacerdote, quindi da Papa, ritengo che le questioni sociali ed economiche non possano essere estranee al messaggio del Vangelo. Perciò, sulla scia dei miei predecessori, cerco di mettermi in ascolto degli attori presenti sulla scena mondiale, dai lavoratori agli imprenditori, ai politici, dando voce, in particolare, ai poveri, agli scartati, a chi soffre. La Chiesa, nel diffondere il messaggio di carità e giustizia del Vangelo, non può rimanere silente di fronte all’ingiustizia e alla sofferenza. Ella può e vuole unirsi ai milioni di uomini e donne che dicono no all’ingiustizia in modo pacifico, adoperandosi per una maggiore equità. Ovunque c’è gente che dice sì alla vita, alla giustizia, alla legalità, alla solidarietà. Tanti incontri mi confermano che il Vangelo non è un’utopia ma una speranza reale, anche per l’economia: Dio non abbandona le sue creature in balia del male. Al contrario, le invita a non stancarsi nel collaborare con tutti per il bene comune. Quanto dico e scrivo sul potere dell’economia e della finanza vuol essere un appello affinché i poveri siano trattati meglio e le ingiustizie diminuiscano. In particolare, costantemente chiedo che si smetta di lucrare sulle armi col rischio di scatenare guerre che, oltre ai morti e ai poveri, aumentano solo i fondi di pochi, fondi spesso impersonali e maggiori dei bilanci degli Stati che li ospitano, fondi che prosperano nel sangue innocente. Nei miei messaggi in materia economica e sociale desidero sollecitare le coscienze, soprattutto di chi specula e sfrutta il prossimo, perché si ritrovi il senso dell’umanità e della giustizia. Per questo non posso non denunciare col Vangelo in mano i peccati personali e sociali commessi contro Dio e contro il prossimo in nome del dio denaro e del potere fine a se stesso. Mi esprimo con sollecitudine anche perché sono cosciente che altre crisi economiche mondiali non sono impossibili. Quando si verifica il crollo di una finanza staccata dall’economia reale, tanti pagano le conseguenze e tra i tanti soprattutto i poveri e quanti poveri diventano, mentre i ricchi in un modo o nell’altro spesso se la cavano. Che cosa fare? Una cosa che mi sembra importante è coscientizzare sulla gravità dei problemi. È quanto fa Michele Zanzucchi raccogliendo, sistematizzando e rendendo fruibili ai lettori delle sintesi di alcuni miei pensieri sul potere dell’economia e della finanza. Spero che ciò possa essere utile a coscientizzare e a responsabilizzare, favorendo processi di giustizia e di equità. Non basta un po’ di balsamo per sanare le ferite di una società che tratta spesso tutti e tutto come merce, merce che, quando diventa inutile, viene gettata via, secondo quella cultura dello scarto di cui tante volte ho parlato. Solo una cultura che valorizzi tutte le risorse a disposizione della società, ma in primo luogo quelle umane, può guarirne le malattie profonde. I cristiani e gli uomini di buona volontà sono chiamati a sentirsi attori di tale cultura della valorizzazione. Coscientizzare e valorizzare dunque, ma anche rinnegare. Ci sono dei no da dire alla mentalità dello scarto: occorre evitare di uniformarsi al pensiero unico, attuando coraggiosamente delle scelte buone e controcorrente. Tutti, come insegna la Scrittura, possono ravvedersi, convertirsi, diventare testimoni e profeti di un mondo più giusto e solidale. Tanti, tantissimi uomini e donne di ogni età e latitudine sono già arruolati in un inerme "esercito del bene", che non ha altre armi se non la passione per la giustizia, il rispetto della legalità e l’intelligenza della comunione. È troppo pensare di introdurre nel linguaggio dell’economia e della finanza, della cooperazione internazionale e del lavoro tale parola, comunione, declinandola come cura degli altri e della casa comune, solidarietà effettiva, collaborazione reale e cultura del dono? Il bene non è quietismo e non porta a essere remissivi. L’arte di amare, unico manuale d’uso dell’esercito del bene, comporta al contrario l’essere attivi, richiede la capacità di coinvolgersi per primi, di non stancarsi di cercare l’incontro, di accettare qualche sacrificio per sé e di avere tanta pazienza con tutti per stabilire una migliore reciprocità. I tre attributi che tradizionalmente spettano al livello più alto a Dio sono il vero, il buono e il bello. Non a caso la Chiesa parla di tre virtù teologali: la fede, la carità e la speranza. Gli esseri umani possono riscoprirsi veri, buoni e belli quanto più entrano nel circolo virtuoso di Dio, che è comunione e amore. Perciò anche in economia queste tre virtù recano benefici. È possibile: il fatto che tanti lavoratori, imprenditori e amministratori siano già al servizio della giustizia, della solidarietà e della pace ci conferma che la via della verità, della carità e della bellezza è ardua, ma praticabile e necessaria, anche in economia e finanza. Come questo libro testimonia, il mio pensiero si situa nel cammino tracciato dal ricchissimo patrimonio della Dottrina Sociale della Chiesa. Chiunque può farlo proprio, anche solo accedendo a quel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa che tante volte ho citato perché in poche parole offre una panoramica del pensiero ecclesiale in materia sociale. Tra i testi da me redatti, giustamente l’autore ha privilegiato l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium e l’Enciclica Laudato si’. Al contempo non si sono potute tagliare le radici comunitarie del mio pensare, che affondano in particolare nella Chiesa dell’America Latina. Sono ad esempio debitore della grande assemblea di Aparecida, nella quale si è riproposto un metodo ai cristiani per la vita sociale: vedere, giudicare e agire. Possiamo cioè vedere la realtà che ci circonda alla luce della provvidenza di Dio; giudicarla secondo Gesù Cristo, via, verità e vita; agire di conseguenza nella Chiesa e con tutti gli uomini di buona volontà. Il mondo creato agli occhi di Dio è cosa buona, l’essere umano cosa molto buona (cf. Gen 1, 4-31). Il peccato ha macchiato e continua a macchiare la bontà originaria, ma non può cancellare l’impronta dell’immagine di Dio presente in ogni uomo. Perciò non dobbiamo perdere la speranza: stiamo vivendo un’epoca difficile, ma piena di opportunità nuove e inedite. Non possiamo smettere di credere che, con l’aiuto di Dio e insieme – lo ripeto, insieme – si può migliorare questo nostro mondo e rianimare la speranza, la virtù forse più preziosa oggi. Se siamo insieme, uniti nel suo nome, il Signore è in mezzo a noi secondo la sua promessa (cf. Mt 18, 20); quindi è con noi anche in mezzo al mondo, nelle fabbriche, nelle aziende e nelle banche come nelle case, nelle favelas e nei campi profughi. Possiamo, dobbiamo sperare Fonte.www.avvenire.it
Papa:tempo di gioia
L'Osservatore Romano,   12/04/2018
Tempo di gioia · Messa a Santa Marta · 12 aprile 2018 «Oggi i cristiani sono perseguitati, sgozzati, impiccati in Africa e in Medio oriente, ancora di più che nei primi secoli», perché la loro «testimonianza dà fastidio» a un mondo che «risolve tutto con il denaro»: del resto «la tangente» è arrivata duemila anni fa persino «al sepolcro» per corrompere le guardie e negare così la risurrezione. È un incoraggiamento a non aver paura di «confessare Gesù» quello che Papa Francesco ha rilanciato nella messa celebrata giovedì 12 aprile a Santa Marta. Suggerendo di vivere la medesima coraggiosa esperienza degli apostoli e cioè «una vita di obbedienza, testimonianza e concretezza», senza cercare «compromessi mondani» con una «fede all’acqua di rose». «Questo tempo pasquale — ha affermato il Papa — è tempo di gioia, la Chiesa vuole che sia così: tempo di gioia, la gioia davanti alla vittoria del Cristo risorto» E per gli stessi apostoli «è stato un tempo di gioia» anche se «non era uguale la gioia che loro hanno vissuto i primi cinquanta giorni da quella che hanno vissuto dopo la venuta dello Spirito Santo». Infatti, ha spiegato Francesco, «la gioia dei primi cinquanta giorni era una gioia vera ma “dubitosa”, non capivano bene: sì, avevano visto il Signore, erano contenti, ma poi non riuscivano a capire». E si chiedevano: «Come finirà questa storia?». Tanto che, ha proseguito, proprio «al momento dell’ascensione domandano al Signore: adesso come andrà, adesso si farà la rivoluzione?». Insomma gli apostoli «capivano perché vedevano il Signore, ma non capivano tutto: è stato lo Spirito Santo a far capire tutto e a dare quel coraggio, quel modo di agire totalmente diverso». Così, ha ribadito il Papa, «possiamo dire che quella dei primi cinquanta giorni era una gioia timorosa; invece dopo la venuta dello Spirito Santo c’è la gioia coraggiosa che è sicura: sicura per la grazia dello Spirito». Proprio «nella cornice di questa gioia coraggiosa — ha affermato il Pontefice facendo riferimento a quanto narrato negli Atti degli apostoli — succede quello che abbiamo sentito nella prima lettura: Pietro e Giovanni vanno al tempio. Davanti alla porta chiamata la “Bella” c’era sempre un paralitico che chiedeva l’elemosina e Pietro e Giovanni guariscono il paralitico», che «felice, salta, balla, va, dà testimonianza». Ma, ha proseguito Francesco, «i sacerdoti si inquietano, chiamano gli apostoli e proibiscono loro di predicare Gesù. Poi li mettono in carcere. L’angelo di Dio li fa uscire dal carcere» ed essi subito «tornano a insegnare al tempio». Riprendendo direttamente il passo degli Atti proposto dalla liturgia (5, 27-33), il Papa ha inoltre ricordato che «il comandante e gli inservienti vanno dove gli apostoli stavano predicando e li portano al sinedrio». Quindi «il sommo sacerdote li interrogò dicendo: “Non vi avevano espressamente proibito di insegnare in questo nome?”». Ecco «la proibizione: questo è vietato, il nome Gesù è vietato, predicare il nome di Gesù è vietato». Ma di fronte al sommo sacerdote, «Pietro, che timoroso aveva rinnegato il Signore», ha il coraggio di rispondere semplicemente: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti, siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono». La prima a risaltare è «la parola “obbedienza”», ha fatto notare il Pontefice ricordando che «anche nel Vangelo di oggi — Giovanni 3, 31-36 — Gesù parla dell’obbedienza». Dunque, ha affermato il Papa, «la vita di questi cristiani, di questi apostoli che hanno ricevuto lo Spirito Santo, è una vita di obbedienza, una vita di testimonianza e una vita di concretezze». Una «vita di obbedienza», ha proseguito Francesco, «perché seguano la strada di Gesù che obbedì al Padre fino all’ultimo momento: “Padre, se è possibile — pensiamo all’orto degli Ulivi — ma non sia fatta la mia volontà, ma la tua». Questa è l’«obbedienza fino alla fine» e «ci fa ricordare quando il Signore rigetta Saul: “Non voglio sacrifici né olocausti, ma obbedienza”». «Obbedienza — ha insistito Francesco— è ciò che ha fatto il Figlio, il cammino che lui ci ha aperto; obbedienza è attaccamento a Dio e fare la sua volontà e dire: “Io sono il tuo figlio, io sono con te che sei mio padre e farò del tutto per seguire quello che tu vuoi”». «È vero, noi siamo deboli e cadiamo nei peccati, nelle nostre debolezze» ha riconosciuto il Pontefice. Ma «la buona volontà ci fa alzare, la grazia di Dio», e così «vai avanti, vai avanti: “Io voglio obbedire”». Perciò la «prima caratteristica del comportamento, del modo di agire di questi apostoli è l’obbedienza». Consapevoli che, come dichiara Pietro, «bisogna obbedire a Dio prima che agli uomini». Ci vuole, dunque, «un atteggiamento “obbedienziale”: il cristiano è un servo, come Gesù, che obbedisce a Dio». Ed è anche «vero che è un modo un po’ diverso di risolvere i problemi, questo dell’obbedienza: davanti al fatto della risurrezione gli apostoli hanno risolto, con la grazia dello Spirito Santo, con l’obbedienza». Invece, si è chiesto il Papa, «come hanno regolato il tutto i sacerdoti che volevano comandare?». Lo hanno fatto «con una mancia: anche la tangente è arrivata al sepolcro». Perché «quando i soldati impauriti andarono da loro a dire la verità, li interrogarono» per poi dire: «“state tranquilli”. Hanno messo le mani in tasca e hanno detto loro: “prendete, dite che voi eravate addormentati”». Ed è proprio con questo sistema che «risolve il mondo». E allora ci vuole l’«obbedienza a Dio, non al mondo, perché il mondo risolve le cose con cose mondane; e la prima cosa mondana, che è proprio del “signore”, del diavolo, è il denaro». Gesù «stesso gli dà la categoria di “signore” quando dice: “non possiamo servire due signori, Dio e il diavolo». La «seconda caratteristica» dei primi cristiani è la «testimonianza: io do testimonianza di Gesù». E gli apostoli realmente «danno testimonianza perché non hanno paura di predicare Gesù al tempio, ma anche dopo, quando sono usciti dal carcere: sono coraggiosi, ma con il coraggio dello Spirito». Del resto, «la vera testimonianza cristiana è una grazia dello Spirito e questo dà fastidio. La testimonianza cristiana dà fastidio, è più comodo dire: “Sì, Gesù è risorto, è assunto al cielo, ci ha inviato lo Spirito, credo a tutto questo”, ma cerchiamo una via di compromesso fra il mondo e noi». Invece «la testimonianza cristiana non conosce le vie di compromesso» ha ricordato Francesco. Piuttosto «conosce la pazienza di accompagnare le persone che non condividono il nostro modo di pensare, la nostra fede, di tollerare, di accompagnare, ma mai di vendere la verità». Con la forza dell’«obbedienza» ecco allora la «testimonianza, che dà tanto fastidio»: basti pensare a «tutte le persecuzioni che ci sono, da quel momento fino a oggi: pensate — ha invitato il Pontefice — ai cristiani perseguitati in Africa, in Medio oriente, ce ne sono di più oggi che nei primi tempi, in carcere, sgozzati, impiccati per confessare Gesù». È la «testimonianza fino alla fine». Infine, la terza caratteristica dei discepoli sono le «concretezze». Gli apostoli «davano fastidio con la testimonianza perché avevano il coraggio di parlare delle cose concrete, non dicevano favole». Avevano la «concretezza» che li portava a dire: «noi non possiamo negare quello che noi abbiamo visto e toccato». Ecco «il concreto — ha chiarito il Papa — e ognuno di noi, fratelli e sorelle, ha visto Gesù e ha toccato Gesù nella propria vita». «Succede che tante volte i peccati, i compromessi, la paura ci fanno dimenticare questo primo incontro che ci ha cambiato la vita» ha spiegato Francesco. Magari rimane «un ricordo annacquato» che «ci fa diventare cristiani ma “all’acqua di rose”, annacquati, superficiali». Per questa ragione, ha aggiunto, dobbiamo «chiedere sempre allo Spirito Santo la grazia della concretezza: Gesù è passato nella mia vita, per il mio cuore, lo Spirito è entrato in me, poi forse ho dimenticato; ma» ecco l’importanza di avere «la grazia della memoria del primo incontro». E «per questo la testimonianza di questa gente era concreta: “Non possiamo negare quello che noi abbiamo visto e toccato”». «Quello pasquale è un tempo per chiedere gioia» ha concluso il Pontefice, suggerendo di chiederla «gli uni per gli altri: ma quella gioia che viene dallo Spirito Santo, che dà lo Spirito Santo; la gioia dell’obbedienza pasquale, la gioia della testimonianza pasquale e la gioia della concretezza pasquale» Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:battesimo
Avvenire,   11/04/2018
Udienza. Papa Francesco: ricordiamo la data del battesimo, è il secondo compleanno Papa Francesco in Piazza San Pietro, prima dell'udienza generale, ha fatto salire sulla papamobile scoperta sei bambini che poi ha portato con sé nel giro tra la folla dei fedeli. Tra i gruppi più numerosi, quello dei partecipanti alla manifestazione promossa dalla Lega Pro (circa 700 persone) e dall'Unione Sportiva Acli (circa 1.000). In piazza, vicino al colonnato sul lato sinistro, sono stati allestiti tre campetti di calcio su cui i ragazzi stano giocando. La presenza più importante è quella degli atleti speciali, che hanno deficit cognitivi e relazionali e che scendono in campo nel Torneo di IV Categoria, e delle ragazze ed i ragazzi dei settori giovanili e una squadra Trastevere Calcio con la scritta "Comunità di Sant'Egidio". "Giocano insieme - hanno riferito gli organizzatori della manifestazione - per dire che il calcio è il loro gioco, solidale, inclusivo, sociale e radicato nel territorio, senza barriere o confini". Sempre prima della catechesi papa Francesco ha salutato anche i tre altoatesini che hanno fatto un pellegrinaggio di mille chilometri lungo la via Romea Germanica accompagnati dai lama per incontrare il Papa e ringraziarlo. «Dobbiamo ricordare la data del nostro Battesimo, perché è un secondo compleanno» "Ricordate bene questo: il Battesimo è il fondamento di tutta la vita cristiana". Papa Francesco, nell'udienza generale di oggi, dopo quello sui riti della messa, ha iniziato un nuovo ciclo di catechesi, dedicato al Battesimo. "In virtù dello Spirito Santo, il Battesimo ci immerge nella morte e risurrezione del Signore, affogando nel fonte battesimale l'uomo vecchio, dominato dal peccato che divide da Dio, e facendo nascere l'uomo nuovo, ricreato in Gesù. In Lui, tutti i figli di Adamo sono chiamati a vita nuova", ha spiegato. IL TESTO INTEGRALE DELLA CATECHESI Il Pontefice ha quindi continuato 'a braccio': "Il Battesimo è una rinascita. Sono sicurissimo che tutti noi ricordiamo al data della nostra nascita. Tutti. Ma mi domando, io, un po' dubbioso, e domando a voi: ognuno di voi ricorda qual è stata la data del suo battesimo? Qualcuno dice di sì, ma è un sì un po' debole, perché tanti non ricordano questo". "Ma se noi festeggiamo il giorno della nascita, perché non festeggiare, o almeno ricordare, il giorno della rinascita?", ha proseguito. "Io vi darò un compito a casa - ha aggiunto il Papa -: quelli di voi che non si ricordano la data del battesimo, domandino alla mamma, agli zii, ecco, qual è la data del Battesimo. E non dimenticarla mai, e quel giorno ringraziare il Signore perché quello è il giorno in cui lo Spirito è entrato in me. Capito? Tutti noi dobbiamo ricordare la data del nostro Battesimo, perché quello è un secondo compleanno: è il giorno della rinascita. Non dimenticare di fare questo, per favore". "Alcuni si domandano perché battezzare un bambino che non capisce - ha proseguito il Papa -. Dicono: 'speriamo che cresca, capisca, che sia lui stesso a chiedere il battesimo'. Ma questo significa non avere fiducia nello Spirito Santo, che entra nel bambino e fa crescere le virtù cristiane che poi fioriranno. Sempre si deve dare questa opportunità: non dimenticate di battezzare i bambini". Al termine della catechesi, il Papa ha poi rivolto una raccomandazione ripetuta altre volte. "Vi do un compito da fare a casa: ricercare la data del vostro Battesimo, chiedetela ai genitori, agli altri familiari, ma è importante che la sappiate: è un altro compleanno", ha spiegato ai fedeli, dopo aver domandato loro: "ne sono certo, conoscete la data del vostro compleanno. Ma quella del battesimo? Sono dubitoso". "Il Sacramento - ha osservato in proposito il Pontefice - suppone un cammino di fede, che chiamiamo catecumenato, evidente quando è un adulto a chiedere il Battesimo. Ma anche i bambini, fin dall'antichità, sono battezzati nella fede dei genitori. Nessuno merita il Battesimo, che è sempre dono gratuito per tutti, adulti e neonati. Ma come accade per un seme pieno di vita, questo dono attecchisce e porta frutto in un terreno alimentato dalla fede. Le promesse battesimali che ogni anno rinnoviamo nella Veglia Pasquale devono essere ravvivate ogni giorno affinché il Battesimo 'cristifichi' chi lo ha ricevuto, rendendolo davvero un altro Cristo".Dunque, "c'è un prima e un dopo il Battesimo", ha affermato Francesco a conclusione della sua catechesi. "Il Battesimo - ha ricordato - permette a Cristo di vivere in noi e a noi di vivere uniti a Lui, per collaborare nella Chiesa, ciascuno secondo la propria condizione, alla trasformazione del mondo. Ricevuto una sola volta, il lavacro battesimale illumina tutta la nostra vita, guidando i nostri passi fino alla Gerusalemme del Cielo". Fonte.www.avvenire.it
Papa:battesimo
L'Osservatore Romano,   11/04/2018
Il nostro secondo compleanno · ​All’udienza generale il Papa parla del battesimo · 11 aprile 2018 Per il cristiano il battesimo è «un altro compleanno: il compleanno della rinascita». Lo ha sottolineato il Papa all’udienza generale dell’11 aprile. Ai fedeli in piazza San Pietro il Pontefice — dopo aver concluso mercoledì scorso il ciclo di catechesi sulla messa — ha offerto una riflessione sul sacramento «che ha acceso in noi la vita cristiana» e «che permette a Cristo Signore di prendere dimora nella nostra persona e a noi di immergerci nel suo mistero». Osservando che il verbo greco «battezzare» significa «immergere», Francesco ha spiegato che il battesimo «ci immerge nella morte e risurrezione del Signore, affogando nel fonte battesimale l’uomo vecchio, dominato dal peccato che divide da Dio, e facendo nascere l’uomo nuovo, ricreato in Gesù». Si tratta, dunque, di «una rinascita». E per questo il Papa, rivolgendosi direttamente ai fedeli presenti, ha chiesto a ciascuno di loro di ricordare la data del proprio battesimo e di «non dimenticarla mai», perché quello è «il giorno in cui Gesù è entrato in me, lo Spirito Santo è entrato in me». Oltre a essere fonte di «rigenerazione», il battesimo «permette a Cristo di vivere in noi e a noi di vivere uniti a lui, per collaborare nella Chiesa, ciascuno secondo la propria condizione, alla trasformazione del mondo». Così, una volta ricevuto, il sacramento dell’iniziazione cristiana «illumina tutta la nostra vita, guidando i nostri passi fino alla Gerusalemme del cielo». Il Pontefice ha fatto notare che «i bambini, fin dall’antichità, sono battezzati nella fede dei genitori». E su questo si è soffermato, lasciando da parte il testo scritto del discorso e parlando a braccio. «Alcuni — ha detto — pensano: ma perché battezzare un bambino che non capisce? Speriamo che cresca, che capisca e sia lui stesso a chiedere il battesimo». Ma, ha aggiunto, «questo significa non avere fiducia nello Spirito Santo, perché quando noi battezziamo un bambino, in quel bambino entra lo Spirito Santo, e lo Spirito Santo fa crescere in quel bambino, da bambino, delle virtù cristiane che poi fioriranno». Dunque, secondo Francesco, «sempre si deve dare questa opportunità a tutti, a tutti i bambini, di avere dentro di loro lo Spirito Santo che li guidi durante la vita». Da qui l’appello: «Non dimenticate di battezzare i bambini!». In conclusione il Papa ha ribadito che il battesimo «è sempre dono gratuito per tutti, adulti e neonati». Ma «questo dono attecchisce e porta frutto in un terreno alimentato dalla fede». Perciò le promesse battesimali «devono essere ravvivate ogni giorno affinché il Battesimo “cristifichi”», perché chi lo ha ricevuto «assomiglia a Cristo, si trasforma in Cristo». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:la misericordia
Avvenire,   10/04/2018
San Pietro. Papa Francesco: la Chiesa e il mondo hanno bisogno della misericordia Redazione Internet martedì 10 aprile 2018 A 2 anni dalla istituzione del loro ministero, la Messa concelebrata dal Papa con i Missionari della Divina Misericordia. Il primo maggio Francesco andrà al Santuario romano del Divino Amore "Il Vangelo ricorda che chi è chiamato a dare testimonianza della Risurrezione di Cristo deve lui stesso, in prima persona, nascere dall'alto". Lo ha detto il Papa durante la Messa concelebrata in San Pietro, all'Altare della Cattedra, con i missionari della misericordia."Questo significa lasciare veramente il primato al Padre, a Gesù e allo Spirito Santo nella nostra vita - ha spiegato Francesco -. Attenzione: non si tratta di diventare preti invasati, quasi che si fosse depositari di un qualche carisma straordinario. No. Preti normali, semplici, miti, equilibrati, ma capaci di lasciarsi costantemente rigenerare dallo Spirito, docili alla sua forza, interiormente liberi - anzitutto da sé stessi - perché mossi dal vento dello Spirito che soffia dove vuole". "Sia la Chiesa sia il mondo di oggi hanno particolarmente bisogno della Misericordia perché l'unità voluta da Dio in Cristo prevalga sull'azione negativa del maligno che approfitta di tanti mezzi attuali, in sé buoni, ma che, usati male, invece di unire dividono". "Noi siamo convinti che l'unità è superiore al conflitto - ha aggiunto -, ma sappiamo anche che senza la Misericordia questo principio non ha la forza di attuarsi nel concreto della vita e della storia". I missionari della Misericordia a Roma avevano già incontrato il Papa nella Domenica della Divina Misericordia: oggi prima di concelebrare la Messa nella Basilica di San Pietro con il Papa erano stati ricevuti di nuovo nella Sala Regia del Palazzo Apostolico. In questa occasione papa Francesco ha rivolto loro un discorso (TESTO INTEGRALE) al termine del quale ha raccontato nuovamente (lo aveva fatto all'inizio del Pontificato) di quando rubò la croce a un confessore morto. "E vorrei finire con due aneddoti - ha raccontato Francesco - di due grandi confessori, ambedue a Buenos Aires. Uno, un sacramentino, che aveva avuto lavori importanti nella sua congregazione, è stato provinciale, ma sempre trovava tempo per andare al confessionale. Io non so quanti, ma la maggioranza del clero di Buenos Aires andava a confessarsi da lui. Anche quando san Giovanni Paolo II era a Buenos Aires e ha chiesto un confessore, dalla Nunziatura hanno chiamato lui. Era un uomo che ti dava il coraggio di andare avanti. Io ne ho fatto esperienza perché mi sono confessato da lui nel tempo in cui ero provinciale, per non farlo con il mio direttore gesuita… Quando cominciava “bene, bene, sta bene”, e ti incoraggiava: “Va’, va’!”. Com’era buono. E’ morto a 94 anni e ha confessato fino a un anno prima, e quando non c’era in confessionale si suonava e lui scendeva. E un giorno, io ero vicario generale e sono uscito dalla mia stanza, dove c’era il fax – lo facevo tutte le mattine presto per vedere le notizie urgenti –, era la domenica di Pasqua e c’era un fax: “Ieri, mezzora prima della veglia pasquale, è venuto a mancare il padre Aristi”, così si chiamava… Sono andato a pranzo alla casa di riposo dei sacerdoti a fare la Pasqua con loro e al rientro sono andato alla chiesa che era al centro della città, dove c’era la veglia funebre. C’era la bara e due vecchiette che pregavano il rosario. Mi sono avvicinato, e non c’era nessun fiore, niente. Pensavo: ma questo è il confessore di tutti noi! Questo mi ha colpito. Ho sentito quanto brutta è la morte. Sono uscito e sono andato a 200 metri, dove c’era un posto di fiori, quelli che ci sono nelle strade, ho comprato alcuni fiori e sono tornato. E, mentre mettevo i fiori lì presso la bara, ho visto che nelle mani aveva il rosario… Il settimo comandamento dice: “Non rubare”. Il rosario è rimasto là, ma mentre facevo finta di sistemare i fiori ho fatto così e ho preso la croce. E le vecchiette guardavano, quelle vecchiette. Quella croce la porto qui con me da quel momento e chiedo a lui la grazia di essere misericordioso, la porto con me sempre. Questo sarà stato nell’anno ’96, più o meno. Gli chiedo questa grazia. Le testimonianza di questi uomini sono grandi". "Poi l’altro caso - ha sottolineato papa Francesco -. Questo è vivo, 92 anni. E’ un cappuccino che ha la coda dei penitenti, di tutti i colori, poveri, ricchi, laici, preti, qualche vescovo, suore… tutti, non finisce mai. E’ un gran perdonatore, ma non un “manica larga”, un gran perdonatore, un gran misericordioso. E io sapevo questo, lo conoscevo, due volte sono andato al santuario di Pompei dove lui confessava a Buenos Aires, e l’ho salutato. Adesso ha 92 anni. In quel tempo ne avrà avuti, quando è venuto da me, 85. E mi ha detto: “Voglio parlare con te perché ho un problema. Ho un grande scrupolo: a volte mi viene da perdonare troppo”. E mi spiegava: “Io non posso perdonare una persona che viene a chiedere il perdono e dice che vorrebbe cambiare, che farà di tutto, ma non sa se ce la farà… Eppure io perdono! E a volte mi viene un’angoscia, uno scrupolo…”. E gli ho detto: “Cosa fai quando ti viene questo scrupolo?”. E lui mi ha risposto così: “Vado in cappella, nella cappella interna del convento, davanti al tabernacolo, e sinceramente chiedo scusa al Signore: “Signore, perdonami, oggi ho perdonato troppo. Perdonami… Ma bada bene che sei stato tu a darmi il cattivo esempio!”. Così pregava quell’uomo". A due anni dalla istituzione del loro ministero durante il Giubileo, i missionari della misericordia si sono ritrovati in Vaticano, dall’8 all’11 aprile per un secondo grande incontro, organizzato dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione. Oltre 550 missionari provenienti dai cinque continenti a Roma hanno vissuto momenti di catechesi e preghiera. Oltre a testimonianze sulle attività pastorali svolte nelle varie diocesi, hanno celebrato il sacramento della Riconciliazione, cuore di questo speciale ministero istituito dal Papa. I sacerdoti hanno ricevuto l’Annuario che raccoglie i contatti di tutti gli 897 missionari della misericordia attivi in questo momento. Nel video le testimonianze dei Missionari della Misericordia Papa Francesco il 1° maggio al Santuario romano del Divino Amore Papa Francesco si recherà in visita al Santuario romano del Divino Amore a Roma il primo maggio. "I pellegrini abituali sono molto ansiosi e gioiosi per questa visita", ha spiegato il Rettore del Santuario, don Luciano Chagas Costa. Il Pontefice dovrebbe arrivare al Santuario intorno alle 17 per la recita del rosario ma "è ancora presto", dice il Rettore, per il programma dettagliato che non è stato ancora definito. È la prima volta che Francesco si reca al santuario mariano di Roma. L'ultima visita di un Pontefice è stata quella di Benedetto XVI nel 2006, sempre il primo maggio che, come spiega don Chagas Costa, è la data con cui tradizionalmente la Chiesa apre "il mese mariano". Fonte.www.avvenire.it