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Tutela dei bambini
Avvenire,   16/07/2019
Analisi. Sulla protezione dei minori la crisi c'è ed è di sistema Fabio Folgheraiter martedì 16 luglio 2019 Un grande esperto non crede alla 'mafia degli affidi' a Reggio Emilia, ma non assolve né minimizza Modelli clinici troppo autoreferenziali relegano in secondo piano le relazioni familiari. E occorre dare uno stop alla esternalizzazione dei servizi Caro direttore, è incredibile. Possibile che ci sia – come sostiene la Procura di Reggio Emilia – un’associazione a delinquere, una mafia degli affidi nientemeno, annidata in un consorzio di Comuni della Val d’Enza, nel cuore di una Regione (l’Emilia Romagna) che da sempre tiene la qualità del welfare istituzionale nel proprio Dna? La tesi dell’accusa è chiara. Fin troppo in realtà. I magistrati inquirenti sapranno quello che fanno, ma rispettosamente mi permetto di dubitare. Finché non ci sarà il terzo grado di giudizio, mi rifiuto di credere. Un conto è dire che in quei Servizi siano state commesse gravi e intollerabili leggerezze, e pure qualche scivolata in qualche reato. Altro dire che ivi operasse una malvagia cricca di psicologi e assistenti sociali intenta a progettare scientemente il crimine, per spaccare famiglie felici allo scopo di far soldi. Una tale bestialità mediaticamente proposta si pone fuori dai confini di ciò che è umanamente pensabile. Più logico presumere che qualcuno – in buona fede – stia esagerando. È bene intanto però che i pm indaghino, e poi si vedrà. È incontestabile piuttosto che la tutela dei bambini sia una funzione tragicamente complicata e controversa, un vespaio che da sempre espone il fianco a indicibili sofferenze, non solo sul fronte delle famiglie ma anche dei servizi stessi. La storia e le ricerche ci dicono che il mestiere di indagare le famiglie per eventualmente allontanare da esse i loro figli si presta a mettere in croce o in tentazione le figure professionali coinvolte. Le sovraespone all’ebbrezza di potere e insieme le prostra di responsabilità, spesso bruciandole. È un dato di fatto vero, non solo in Italia. Dappertutto è così. Tra le funzioni pubbliche non ce n’è una socialmente più necessaria e più nobile, e però insieme più angosciante, per così dire, di quella di cui stiamo parlando. A fronte di un tale quadro, ben venga l’indagine della Val d’Enza se, accanto alla rabbia dei social e al disagio di tanti seri e coscienziosi addetti ai lavori, provocasse una reazione costruttiva, uno scatto d’orgoglio in tutto il sistema. Troppo comodo scaricare ogni colpa sui singoli individui. Sarebbe arrivato il momento di ragionare a fondo sull’organizzazione dei servizi sociali, sui modelli di formazione di operatori e dirigenti, sui profili logici delle leggi, sui rapporti dei servizi sociali con la magistratura, eccetera. Se pensiamo tuttavia che 'ragionare a fondo' non sia più possibile (di questi tempi), che si tenti almeno di avviare un minimo di autocritica. Non prima di aver chiesto perdono ai tanti operatori e dirigenti lasciati soli sulla linea del fronte, e alle tante famiglie che possono aver patito errori o negligenze dalle loro fragilità. La crisi è di sistema. Per quanti progressi scientifici si siano compiuti nei decenni passati, e per quante innovazioni recenti si stiano affacciando, per quante buone pratiche esistano in giro per la Penisola, nel suo complesso il sistema della tutela minorile italiano si ritrova ancora impastoiato in convincimenti e metodologie antidiluviane, irrigidito da vetuste sclerosi di culture superate dalle evidenze e che spesso inducono ancora i professionisti a elaborare, sempre convinti di far bene, progetti sempre un poco confusi. Su questo piano, possiamo sottolineare due questioni generali che forse c’entrano astrattamente con la vicenda reggiana (e con altre simili che ci sono state, e che ancora ci saranno). Primo: nei decenni scorsi si è senz’altro esagerato con una certa acribia clinica, che ci ha fatto perdere di vista il senso delle relazioni e ha rischiato di metterci tutti contro tutti. Nei modelli clinici troppo autoreferenziali, sembra che tutelare un bambino debba voler dire colpevolizzare e punire la famiglia in difficoltà, invece che tutelarla anch’essa. Sembra voler dire mettere il sospetto avanti a tutto. Beninteso, accorgersi di cose gravi che non sono accettabili è il fine dei sistemi di protezione e dunque un certo sospetto preventivo è necessario, ma esso, nell’animo degli operatori sociosanitari, dovrebbe sempre sostare sullo sfondo. I servizi sociali ci sono per far valere il senso umano nelle vicende esistenziali, e questo sempre, così da oliare la fredda logica amministrativa dei tribunali o delle burocrazie assistenziali. L’alta scommessa dei servizi sociali dovrebbe essere quella di coinvolgere nei progetti di protezione i genitori, cosicché a 'sospettare' sulle magagne della famiglia, e a impegnarsi a cambiarle per il meglio, siano tendenzialmente gli stessi familiari, aiutati benevolmente dagli operatori sociali. Se non ci si riesce, se nonostante gli sforzi i comportamenti rischiosi permangono incontrollati dall’interno, allora un temporaneo allontanamento dei figli può essere opportuno o necessario, ma possibilmente concordato e vissuto sempre come un’opportunità di recupero. Tale sarebbe oltretutto lo spirito della legge sull’affido, che viene a volte incredibilmente disatteso. Troppo spesso una preconcetta sfiducia nei confronti delle famiglie porta gli operatori a tenerle a distanza, a pensare che non si debbano immischiare nel progetto: ma il progetto è il loro, è sulle loro vite! Nulla da dire contro la necessità di psicoterapie ben fatte, quando servono; al fondo tuttavia di troppe prassi cliniche convenzionali alberga un inconscio moralismo funzionalista, come se la vita familiare fosse una questione di 'esattezza' di comportamenti e di perfetta salute in tutti i suoi ruotismi. Come se il vivere fosse un meccanismo, un orologio a cucù che batte sempre colpi a tempo. Ma quante famiglie 'normali', diciamocelo, funzionano in questo modo? Seconda questione: abbiamo senz’altro esagerato in questi anni con le esternalizzazioni dei servizi sociali. Abbiamo consegnato improvvidamente ai mercati e alla concorrenza gli stessi servizi di child protection., di protezione dei minori. Entrare nella sfera privata delle famiglie è una funzione eticamente delicata che dovrebbe essere sempre schermata dal denaro. È un Lea che come tale deve rimanere in mani pubbliche (istituzionali) per principio assoluto. Nessuno dovrebbe essere tentato di arricchirsi dichiarando qualcun altro inadeguato, così come, al contrario, nessuno dovrebbe poter girare lo sguardo dall’altra parte, di fronte a gravi difficoltà o rischi a carico di persone vulnerabili, per abbassare i costi o per non sottrarre tempo ad attività più lucrose. Coordinatore del Corso di 'Laurea magistrale in Lavoro sociale per le famiglie, i minori e le comunità, Università Cattolica di Milano e co-fondatore Edizioni Centro Studi Erickson Fonte.www.avvenire.it
Cattolici:fine vita
Avvenire,   11/07/2019
. Non esistono vite umane «inutili»: il fine vita visto dai cattolici Graziella Melina giovedì 11 luglio 2019 Oggi a Roma l'iniziativa sul fine vita di oltre 30 sigle del laicato cristiano più impegnato Dopo l’ordinanza 207 del 2018 con la quale la Corte Costituzionale ha "intimato" al Parlamento di legiferare sui casi più estremi nelle scelte di fine vita, il rischio che eutanasia e/o suicidio assistito possano rientrare nei servizi offerti dal Servizio sanitario nazionale preoccupa i cattolici. Oggi a Roma al seminario su «"Diritto" o "condanna" a morire per vite "inutili"?», promosso dal «Libero coordinamento intermedio Polis pro persona», più di 30 associazioni hanno deciso di testimoniare insieme il no convinto a una legge sull’eutanasia, echeggiando il documento di sei sigle diffuso proprio ieri. Nella voce di alcune realtà aderenti alla manifestazione di oggi la convergenza su alcuni punti non derogabili. «Crediamo nel dovere umano di opporsi al progetto di disgregazione della centralità della famiglia e della sacralità della vita in atto in Italia – rimarca Marco Invernizzi, reggente nazionale di Alleanza Cattolica –. È molto positiva la presenza di tante realtà associative a questo seminario, testimonianza del fatto che tanti oggi sono disponibili ad "alzarsi in piedi" ogni volta che la vita viene minacciata». «La nostra associazione – sottolinea Mario Sberna, presidente dell’Associazione Famiglie numerose – è composta da coppie che si sono aperte alla vita e l’hanno accolta sempre come un dono. Così consideriamo la vita: un inestimabile dono, anche se malata, inabile, sofferente, faticosa. Nessuna legge può decidere che finisca tre metri sotto terra. Nemmeno se lo volesse il dono stesso. Perché la vita vale». «Il concetto di vita inutile, indegna – fa eco Emmanuele Di Leo, presidente di Steadfast onlus – si sta facendo largo prepotentemente nella società, portando a una deriva eutanasica che pare inarrestabile, ma che invece va fermata. I casi di Charlie Gard, Isaiah Haastrup e Alfie Evans hanno reso evidente che questa cultura permette l’uccisione di persone inermi, malate e disabili che fino a poco tempo fa sarebbe stato normale accudire». «Il nostro timore – afferma Francesco Napolitano, presidente dell’Associazione Risveglio – è che il legislatore possa rimettere mano alla legge sulle Dat in modo ancora più negativo. Cerchiamo piuttosto di modificarlo in meglio. Sono 22 anni che ci occupiamo di disabilità estrema e stati vegetativi, quindi queste norme troveranno applicazione nel nostro settore». «Il nostro scopo – precisa Alfredo Mantovano, vice presidente del Centro Studi Livatino e relatore al convegno di oggi con Assuntina Morresi – è rendersi conto della posta in gioco: ossia che l’aiuto al suicidio venga "medicalizzato" all’interno del Ssn, che così non sarebbe più orientato alla cura della persona ma alla sua soppressione. Secondo la Corte, prima di attivare la procedura di fine vita è necessario sottoporre il paziente alle cure palliative. Esiste una legge, la 38, che ha 10 anni e che però non ha dispiegato i suoi effetti perché non adeguatamente finanziata». «All’interno di molte nostre case famiglia – racconta Giovanni Paolo Ramonda, presidente della Comunità papa Giovanni XXIII – ospitiamo adulti, ma anche bambini, con caratteristiche simili a quelle di Lambert. Possiamo attestare con certezza la gioia di vivere di queste persone, che hanno un modo di comunicare che ovviamente ai nostri occhi è limitato, ma per chi li conosce bene è espressivo e desideroso di vivere. Poter togliere loro alimentazione e idratazione sarebbe disumano». «Di fronte al dolore e alla sofferenza – evidenzia Massimo Gandolfini, presidente del Comitato Difendiamo i nostri figli – la società sembra non avere più alcuna risposta che non sia eliminare il problema eliminando il malato. Invece vogliamo contrastare con tutte le forze queste gravi derive sociali e morali, è nostro scopo alimentare la cultura del servizio e del soccorso in questi stati di grave disabilità, anche incentivando quanto lo Stato già prevede con la legge 38». «Non esiste un diritto alla morte e non esistono vite inutili – rileva Carlo Costalli, presidente del Movimento Cristiano Lavoratori –. La deriva eutanasica che sta coinvolgendo molti Paesi europei non può allargarsi al nostro Paese e replicare, anche da noi, quella cultura dello scarto che è il trionfo ultimo dell’utilitarismo. Viviamo nel paradosso per cui le pretese diventano diritti e i veri diritti, come la vita o la cura, si trasformano in semplici rivendicazioni. Siamo sempre stati orgogliosi del nostro Paese: vogliamo continuare a esserlo». «Il nostro obiettivo – indica Felice Achilli, medico e presidente di Medicina e Persona – è cercare di posizionare lo sguardo sulla realtà vera di chi cura e di chi chiede di essere curato. Chi fa il nostro lavoro capisce che il rischio è l’abbandono terapeutico e che una mentalità che ritiene la persona riconducibile alle sue performance giudichi che a un certo punto la cura sia un optional. La nostra sfida è cercare di creare sempre di più luoghi dove la persona faccia l’esperienza di essere presa in carico, non abbandonata». «Dinanzi alla dilagante cultura di morte e all’inquietante pervasività della biopolitica con le conseguenti ricadute legislative – è l’opinione di Olimpia Tarzia, presidente del Movimento Per – non possiamo tacere né rassegnarci, né rimanere inerti. Siamo nati per diffondere una politica fondata sui principi non negoziabili e vogliamo portare il nostro contributo di pensiero sulla necessità di ritrovare unità tra i cattolici sulla consapevolezza di dover coniugare etica sociale ed etica della vita e sulle azioni da intraprendere insieme a livello parlamentare». Fonte.www.avvenire.it
Associazioni cattoliche,no all'eutanasia
Avvenire,   10/07/2019
Il documento. Le associazioni cattoliche: una legge che dica no all'eutanasia mercoledì 10 luglio 2019 Un forte richiamo al Parlamento, perché legiferi tenendo presente che "ciascuna vita individuale è un bene in se stessa" Un no senza sfumature all’eutanasia, la richiesta di cure palliative come diritto effettivo di tutti i cittadini, la ferma opposizione alla logica dello scarto che minaccia le persone meno efficienti, l’appoggio ai professionisti della salute che hanno espresso ferma contrarietà al procurare la morte dei loro pazienti. E il conseguente auspicio che la nuova legge in gestazione alla Camera rifletta queste priorità. Alla vigilia del convegno di giovedì 11 luglio a Roma sulle scelte di fine vita, organizzato da più di 30 sigle, prendono posizione in modo esplicito sei associazioni cattoliche più direttamente coinvolte nella promozione della vita umana. Scienza & Vita, Forum delle Associazioni familiari, Movimento per la Vita, Associazione Medici cattolici, Forum delle Associazioni socio-sanitarie, Psicologi e psichiatri cattolici sintetizzano in 9 punti la loro posizione su eutanasia, suicidio assistito, cure e scelte nell’ultimo tratto della vita. Lo fanno «in vista dell’imminente decisione della Corte Costituzionale sul tema del fine vita» chiedendo che «il Parlamento, consapevole delle proprie responsabilità istituzionali, eserciti pienamente e tempestivamente la propria funzione legislativa in materia». Lo fanno a partire dal «convincimento» del «profondo rispetto di ciascun essere umano, soprattutto se debole e vulnerabile» sottolineando che «ciascuna vita umana individuale è un bene in se stessa, al di là delle circostanze che di fatto segnano la sua parabola esistenziale» e ricordando che «la peculiare dignità umana che contraddistingue ogni singola persona, dal primo istante della sua esistenza fino alla morte, accomuna la famiglia umana e ci rende tutti uguali in valore». . Di seguito il testo integrale del documento 1. In vista dell'imminente decisione della Corte Costituzionale sul tema del fine vita, chiediamo che il Parlamento, consapevole delle proprie responsabilità istituzionali, eserciti pienamente e tempestivamente la propria funzione legislativa in materia. Dal canto nostro, desideriamo riaffermare brevemente il nostro convincimento, in nome del quale ci sentiamo spronati a dare il nostro fattivo contributo nella società attuale, per la costruzione di una rinnovata convivenza civile improntata sul profondo rispetto di ciascun essere umano, soprattutto se debole e vulnerabile. 2. Riconosciamo che ciascuna vita umana individuale è un bene in se stessa, al di là delle circostanze che di fatto segnano la sua parabola esistenziale; la peculiare dignità umana che contraddistingue ogni singola persona, dal primo istante della sua esistenza fino alla morte, accomuna la famiglia umana e ci rende tutti uguali in valore. Riconosciamo, di conseguenza, che per ogni essere umano sussiste il dovere morale di prendersi cura della vita e salute propria e altrui, in un clima di solidale reciprocità. 3. Abbiamo piena consapevolezza del fatto che, talora, malattia e sofferenza irrompono in modo inarrestabile nel nostro cammino, "ferendo" in profondità la nostra storia personale e ponendo sulle nostre spalle pesi estremamente gravosi. Siamo convinti che, specialmente in tali circostanze, la persona che sperimenta "vulnerabilità" abbia diritto a non rimanere sola col proprio carico umano, ma debba ricevere dalla comunità (nella misura delle responsabilità proprie di ciascun ruolo) ogni aiuto necessario per curare la malattia e lenire la sofferenza, in nome del legame di solidarietà e comunanza coessenziale al nostro stesso "essere umani". 4. Consideriamo che, pur giovandosi di un continuo ed auspicabile progresso, la medicina attuale applicata ai casi clinici concreti talora mostri dei limiti insuperabili in ordine alla guarigione; in tali casi, con convinzione piena, riteniamo doveroso per il medico astenersi dall'insistenza in trattamenti che, di fatto, si dimostrassero clinicamente inefficaci o sproporzionati. 5. In particolare, desideriamo richiamare e rilanciare l'urgente esigenza di aumentare sforzi e risorse per una maggiore implementazione delle cure palliative, in grado di assicurarne l'effettiva fruibilità su tutto il territorio nazionale per le persone che ne hanno necessità, come del resto sancito dalla legge 38/2010. La malattia, il dolore e la sofferenza, nella loro cruda e gravosa realtà, esigono una risposta autenticamente "umana", costruita sull'amore 6. Con altrettanta convinzione, nella nostra società spesso connotata da forme di utilitarismo ed efficientismo, rifiutiamo senza tentennamenti ogni "logica di scarto" tendente a considerare le persone insolubilmente segnate dalla malattia o da altre vulnerabilità (età avanzata, disabilità, patologie psichiatriche, ecc…) come una sorta di "peso infruttuoso" per la comunità, tanto da ritenere opportuno ridurre (o addirittura annullare) risorse ed ausilii a loro vantaggio, a prescindere dai loro effettivi bisogni. 7. Alla luce di ciò, desideriamo infine esprimere congiuntamente il nostro più fermo rifiuto di ogni atto di eutanasia, in tutte le sue forme e modalità, ovvero di ogni scelta intenzionale e diretta finalizzata ad anticipare la morte allo scopo di interrompere ogni sofferenza. Siamo infatti convinti che la malattia, il dolore e la sofferenza, nella loro cruda e gravosa realtà, esigano una risposta autenticamente "umana", costruita sull'amore, sulla condivisione e sul servizio, oltre che sull'ausilio della migliore medicina; mai esse meritano di ricevere come risposta la sbrigativa e fuorviante violenza dell'eutanasia, umanamente falsa, lesiva dell'integrità della vita e offensiva della dignità umana. Fonte.www.avvenire.it
Papa:i migranti
Avvenire,   08/07/2019
Messa per Lampedusa. Il Papa: i migranti sono persone. Non questioni migratorie Mimmo Muolo lunedì 8 luglio 2019 Anche molti migranti nella messa in San Pietro per il sesto anniversario della sua visita a Lampedusa, Francesco invita a un impegno per gli scartati. Si prega anche per i soccorritori Idealmente sono tutti là nella Basilica di San Pietro, evocati dalle parole del Papa. “In questo sesto anniversario della visita a Lampedusa – sottolinea infatti Francesco -, il mio pensiero va agli “ultimi” che ogni giorno gridano al Signore, chiedendo di essere liberati dai mali che li affliggono. Sono gli ultimi ingannati e abbandonati a morire nel deserto; sono gli ultimi torturati, abusati e violentati nei campi di detenzione; sono gli ultimi che sfidano le onde di un mare impietoso; sono gli ultimi lasciati in campi di un’accoglienza troppo lunga per essere chiamata temporanea. Essi sono solo alcuni degli ultimi che Gesù ci chiede di amare e rialzare”. E’ uno dei passaggi fondamentali dell’omelia che il Pontefice pronuncia nella Basilica vaticana in occasione della Messa che egli stesso ha voluto presiedere per ricordare appunto il sesto anniversario della sua visita nell’isola simbolo dell’approdo di chi arriva da terre lontane. Un ulteriore monito, questa celebrazione per non dimenticare la grave questione e per richiamare le coscienze alla responsabilità di un’accoglienza che non è certo senza regole, ma che non può prescindere da una considerazione fondamentale. I “migranti”, sono soprattutto persone. E come tali vanno trattati. Il Papa, che già ieri, domenica, all’Angelus aveva pregato per i migranti morti nel raid in Libia, lo dice apertamente nel corso dell’omelia. “Sono persone, non si tratta solo di questioni sociali o migratorie! “Non si tratta solo di migranti!”, nel duplice senso che i migranti sono prima di tutto persone umane, e che oggi sono il simbolo di tutti gli scartati della società globalizzata”. Ecco perché Francesco richiama a un impegno a 360 gradi. "Gesù - dice - rivela ai suoi discepoli la necessità di un’opzione preferenziale per gli ultimi, i quali devono essere messi al primo posto nell’esercizio della carità". Nel corso della Messa si prega anche per i soccorritori: "Signore Gesù, benedici i soccorritori nel Mar Mediterraneo, e fa crescere in ciascuno di noi il coraggio della verità e il rispetto per ogni vita umana". Quindi il Papa prosegue: “Purtroppo le periferie esistenziali delle nostre città sono densamente popolate di persone scartate, emarginate, oppresse, discriminate, abusate, sfruttate, abbandonate, povere e sofferenti. Nello spirito delle Beatitudini siamo chiamati a consolare le loro afflizioni e offrire loro misericordia; a saziare la loro fame e sete di giustizia; a far sentire loro la paternità premurosa di Dio; a indicare loro il cammino per il Regno dei Cieli”. Insomma, “I più deboli e vulnerabili devono essere aiutati”. E allora il Vescovo di Roma riprende l’immagine della scala di Giacobbe su cui gli angeli salgono e scendono, riferendosi a uno dei brani ascoltati nella Liturgia della Parola, e nel ricordare che quella scala è il simbolo del collegamento tra cielo e terra, assicurato dal Cristo morto e risorto, auspica: “Mi piace allora pensare che potremmo essere noi quegli angeli che salgono e scendono, prendendo sottobraccio i piccoli, gli zoppi, gli ammalati, gli esclusi: gli ultimi, che altrimenti resterebbero indietro e vedrebbero solo le miserie della terra, senza scorgere già da ora qualche bagliore di Cielo. Si tratta di una grande responsabilità, dalla quale nessuno si può esimere se vogliamo portare a compimento la missione di salvezza e liberazione alla quale il Signore stesso ci ha chiamato a collaborare”. Infine il Papa si rivolge agli immigrati giunti da poco in Italia e presenti, tra gli altri fedeli, alla Messa: “So che molti di voi, che sono arrivati solo qualche mese fa, stanno già aiutando i fratelli e le sorelle che sono giunti in tempi più recenti. Voglio ringraziarvi per questo bellissimo segno di umanità, gratitudine e solidarietà”. Un gesto che chiede di essere ripetuto tante e tante volte. Da parte di ognuno. Alla celebrazione era presente anche don Carmelo La Magra, parroco della chiesa di San Gerlando a Lampedusa (Ag), che ha rappresentato l'intera comunità dell'isola e portato, come ha tenuto a sottolineare, “le voci, gli abbracci e le ansie di tutti i lampedusani, dei migranti e di quanti guardano a noi ancora come ad una piccola luce, anche in mezzo al buio”. Fonte.www.avvenire.it
Intelligenza artificiale
Avvenire,   07/07/2019
Scenari. L'intelligenza artificiale, il volto del nuovo antiumanesimo? Simone Paliaga sabato 6 luglio 2019 Per il filosofo Éric Sadin «saremo chiamati sempre meno a dare istruzioni alle macchine e sempre più a riceverle da loro. Così l’intelligenza artificiale mina il nostro diritto a determinarci» «È la nostra intera tradizione umanistica che è in pericolo con progressiva messa al bando dell’essere umano in qualità di essere che agisce ad opera dell’intelligenza artificiale» dichiara il filosofo Éric Sadin, classe 1973, uno dei più acuti critici dell’espansione dell’IA, di cui Luiss University Press ha pubblicato Critica della ragione artificiale (pagine 208, euro 21,00) Perché l’intelligenza artificiale introduce «un nuovo regime di verità»? A caratterizzare l’intelligenza artificiale è l’estensione della sua expertise che continua a migliorare. I sistemi sono ora in grado di analizzare situazioni di ordini sempre più diversi e di rivelare degli stati di fatto alcuni dei quali addirittura ignorati dalla nostra coscienza. E lo fanno a una velocità che supera le nostre capacità cognitive. Può spiegarlo meglio, per favore? Oggi stiamo vivendo un cambiamento di stato delle tecnologie digitali. Non hanno più lo scopo di permetterci di manipolare facilmente le informazioni ma pretendono di rivelare la realtà dei fenomeni di là dalle apparenze. Oggi i sistemi computazionali hanno una vocazione inquietante, enunciare la verità. Alla tecnica sono attribuite prerogative di nuovo genere come quella di illuminare con la sua luce il corso delle nostre vite. Come tutto questo si manifesta nel nostro quotidiano? Quando le tecniche sono chiamate a dirci la verità, si riconosce a loro la facoltà di parola. Succede con gli altoparlanti connessi con cui interagiamo oralmente. O con i chatbot o con gli assistenti vocali digitali progettati per guidarci nel vivere quotidiano. Saremo sempre più circondati da spettri incaricati di amministrare le nostre vite. È ciò che chiamo power-kairos, la volontà dell’industria digitale di essere continuamente presente al nostro fianco per influenzare le nostre azioni. L’imminente lotta industriale vedrà una competizione di presenza, dove ogni attore si sforza di imporre il suo impero spettrale a spese di tutti gli altri. Secondo lei l’umanità si sta dotando di strumenti per rinunciare alla sue prerogative decisionali... Viviamo la svolta ingiuntiva della tecnologia. È un fenomeno unico nella storia dell’umanità che vede le tecniche richiederci di agire in un modo o nell’altro. Questo non avviene in modo uniforme ma agisce a diversi livelli. Può cominciare come incentivo, per esempio con un’applicazione di coaching sportivo che suggerisce un tipo di integratore alimentare. Oppure avviene a livello prescrittivo, come in caso di valutazione della concessione di un prestito bancario o nel settore del reclutamento che si avvale di robot digitali per selezionare i candidati. Che conseguenze avrà? Parliamo spesso della favola della complementarietà uomo- macchina ma più il livello delle competenze automatizzate sarà perfezionato, più la valutazione umana sarà emarginata. Fino a raggiungere livelli coercitivi, emblematici nel mondo del lavoro, che vede i sistemi ordinare alle persone i gesti da eseguire. Il libero esercizio della nostra facoltà di giudizio è sostituito da protocolli progettati per guidare le nostre azioni. Per questo lei considera l’intelligenza artificiale un antiumanesimo radicale? Con il pretesto di facilitare del lavoro, essa ha nascosto il capovolgimento in atto. Le tecnologie digitali e gli strumenti per il supporto decisionale sono diventati organi decisionali. Saremo sempre meno chiamati a dare istruzioni alle macchine e sempre più a riceverle da loro. Così l’intelligenza artificiale marginalizza l’esercizio della nostra facoltà di giudizio e mina il nostro diritto a determinarci liberamente e in coscienza. Come accade? Nella loro ambizione di governarci continuamente, questi sistemi stabiliscono una relazione strettamente utilitarista con l’esistenza, collegando ogni azione debba a un fine, che si tratti del cosiddetto comfort o ottimizzazione delle sequenze delle nostre vite. È la singolarità degli esseri e della pluralità umana che viene gradualmente neutralizzata da modalità di organizzazione automatizzate che dissipano il conflitto, la deliberazione e la concertazione, principi alla base della vita politica democratica. C’è la volontà di eliminare tutte le incertezze, le debolezze, le fallibilità che nasce dalla negazione della nostra umanità per stabilire una società presumibilmente perfetta, una sorta di estremo igienismo. Come difenderci? La velocità degli sviluppi, presentati come ineludibili, ci priva della capacità di pronunciarci in coscienza. Mentre i corifei dell’automazione del mondo sono molto intraprendenti, a dispetto delle conseguenze per la civiltà, noi ci ritroviamo colpiti dall’apatia. Quindi? Prima di tutto bisogna contraddire i tecno- discorsi e riportare testimonianze provenienti dalle realtà dove questi sistemi operano, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali... Dovremmo manifestare il nostro rifiuto rispetto a determinati dispositivi quando si ritiene che minino la nostra integrità e dignità. Contro l’assalto antiumanista, bisogna imporre un’equazione semplice ma intangibile: più si tenta di privarci del nostro potere di agire, più è necessario agire. Fonte.www.avvenire.it
Papa:ambiente
L'Osservatore Romano,   07/07/2019
Le ferite all’ambiente sono ferite all’umanità · Il Papa indica nell’Amazzonia il paradigma dell’atteggiamento predatorio contro la natura · 06 luglio 2019 La regione amazzonica rappresenta oggi il «triste paradigma» di quanto sta avvenendo in molte altre parti del pianeta: «Una mentalità cieca e distruttrice che predilige il profitto alla giustizia» e «mette in evidenza l’atteggiamento predatorio con il quale l’uomo si rapporta con la natura». La forte denuncia è di Francesco, che in un messaggio inviato ai partecipanti al secondo forum delle comunità Laudato si’ — riuniti il 6 luglio ad Amatrice per riflettere sul tema «Pianeta Amazzonia» — torna a esprimere le sue preoccupazioni per la «situazione grave e non più sostenibile» della vasta regione sudamericana alla quale sarà dedicato il Sinodo dei vescovi che si terrà dal 6 al 27 ottobre. Mettendo in evidenza la stretta interconnessione tra «giustizia sociale ed ecologia» — «le ferite inferte all’ambiente sono inesorabilmente ferite inferte all’umanità più indifesa» ammonisce — il Pontefice avverte che «ciò che sta accadendo in Amazzonia avrà ripercussioni a livello planetario, ma già ha prostrato migliaia di uomini e di donne derubate del loro territorio, divenute straniere nella propria terra, depauperate della propria cultura e delle proprie tradizioni, spezzando l’equilibrio millenario che univa quei popoli alla loro terra». Per Francesco «l’uomo non può restare spettatore indifferente dinanzi a questo scempio, né tanto meno la Chiesa può restare muta: il grido dei poveri deve risuonare sulla sua bocca». Alle comunità Laudato si’, promosse dalla Chiesa di Rieti e da Slow food, il Pontefice affida tre consegne racchiuse in altrettante parole — dossologia, eucaristia e ascesi — auspicando che esse «possano essere germe di un rinnovato modo di vivere il mondo». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:no ai cristiani da copertina
Avvenire,   30/06/2019
Santi Pietro e Paolo. Il Papa: sentirsi migliori degli altri è l'inizio della fine La Santa Messa con Benedizione dei Palli per i nuovi Arcivescovi Metropoliti. "No ai cristiani da copertina, siate testimoni». All'Angelus: esorto i romani a reagire con senso civico ai problemi I patroni di Roma, Pietro e Paolo, non erano due "testimoni integerrimi, dalla fedina pulita, dalla vita immacolata" ma il punto di partenza non è "l'essere degni" ma avere la consapevolezza di "essere bisognosi". Il Papa, celebrando nella Basilica Vaticana la Messa in occasione della solennità dei patroni di Roma, invita a seguire l' esempio di Pietro e Paolo: "Gli Apostoli stanno davanti a noi come testimoni. Non si sono mai stancati di annunciare, di vivere in missione, in cammino, dalla terra di Gesù fino a Roma. Qui lo hanno testimoniato sino alla fine, dando la vita come martiri. Se andiamo alle radici della loro testimonianza, li scopriamo testimoni di vita, testimoni di perdono e testimoni di Gesù". "Sono testimoni di vita - osserva Francesco -. Eppure le loro vite non sono state pulite e lineari. Entrambi erano di indole molto religiosa: Pietro discepolo della prima ora, Paolo persino 'accanito nel sostenere le tradizioni dei padri'. Ma fecero sbagli enormi: Pietro arrivò a rinnegare il Signore, Paolo a perseguitare la Chiesa di Dio. Tutti e due furono messi a nudo dalle domande di Gesù" che "li chiamò per nome e cambiò la loro vita. E dopo tutte queste avventure si fidò di loro, di due peccatori pentiti. Potremmo chiederci: perché il Signore non ci ha dato due testimoni integerrimi, dalla fedina pulita, dalla vita immacolata? Perché Pietro, quando c'era Giovanni? Perché Paolo e non Barnaba?". "C'è un grande insegnamento in questo: il punto di partenza della vita cristiana - avverte Francesco - non è l'essere degni; con quelli che si credevano bravi il Signore ha potuto fare ben poco. Quando ci riteniamo migliori degli altri è l'inizio della fine. Il Signore non compie prodigi con chi si crede giusto, ma con chi sa di essere bisognoso. Non è attratto dalla nostra bravura, non è per questo che ci ama. Egli ci ama così come siamo e cerca gente che non basta a sé stessa, ma è disposta ad aprirgli il cuore. Pietro e Paolo sono stati così, trasparenti davanti a Dio. Hanno compreso che la santità non sta nell'innalzarsi, ma nell'abbassarsi: non è una scalata in classifica, ma l'affidare ogni giorno la propria povertà al Signore, che compie grandi cose con gli umili. Qual è stato il segreto che li ha fatti andare avanti nelle debolezze? Il perdono del Signore". "Chiediamoci: 'Io rinnovo ogni giorno l'incontro con Gesù?'". Così papa Francesco a braccio: "Magari siamo dei curiosi di Gesù, ci interessiamo di cose di Chiesa o di notizie religiose - aggiunge -. Apriamo siti e giornali e parliamo di cose sacre. Ma così si resta al che cosa dice la gente, ai sondaggi, al passato. A Gesù interessa poco. Egli non vuole reporter dello spirito, tanto meno cristiani da copertina. Egli cerca testimoni, che ogni giorno Gli dicono: 'Signore, tu sei la mia vita'". La processione Papa Francesco è entrato in processione nella Basilica di San Pietro dove, nella solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, ha benedetto i Palli - presi dalla Confessione dell'apostolo Pietro e destinati agli arcivescovi Metropoliti nominati nel corso dell'anno. Il Pallio è stato poi imposto a ciascun Arcivescovo Metropolita dal Rappresentante Pontificio nella rispettiva Sede Metropolitana. Dopo il rito di benedizione dei Palli, il Papa ha presieduto la Celebrazione Eucaristica con i cardinali, con gli arcivescovi Metropoliti e con i vescovi sacerdoti. Come di consueto in occasione della Festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, Patroni della Città di Roma, è presente alla Santa Messa una Delegazione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, inviata da Sua Beatitudine Bartolomeo e guidata da Sua Eminenza Job, arcivescovo di Telmessos, rappresentante del Patriarcato ecumenico presso il Consiglio Ecumenico delle Chiese e Copresidente della Commissione mista internazionale per il Dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa. L'Arcivescovo Job è accompagnato da Sua Grazia Maximos, vescovo di Melitini, e dal reverendo Bodphorios Mangafas, Diacono Patriarcale. Al termine della Messa papa Francesco è sceso sotto l'Altare della Confessione insieme all'arcivescovo ortodosso Job per sostare alcuni istanti in preghiera davanti alla Tomba di San Pietro. I due, prima di uscire dalla Basilica, si sono anche fermati davanti alla statua di San Pietro. I nuovi arcivescovi metropoliti rappresentano tutti i continenti. Dall'Oceania, monsignor Peter Andrew Comensoli, arcivescovo metropolita di Melbourne, e monsignor Michael Jude Byrnes, arcivescovo di Agana nell'isola di Guam. Dall'Africa, il cappuccino congolese monsignor Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovo di Kinshasa; monsignor Zeferino Zeca Martins, Arcivescovo di Huambo in Angola; monsignor Philip Anyolo, arcivescovo di Kisimu in Kenya; monsignor Antoine Kambanda, arcivescovo di Kigali in Ruanda; Monsignor Gervas John Mwasikwabhila Nyaisonga, arcivescovo di Mbeya in Tanzania; monsignor John Bonaventure Kwofie, arcivescovo di Accra in Ghana; monsignor Renatus Leonard Nkwande, arcivescovo di Mwanza, in Tanzania; monsignor Dabula Anton Mpako, arcivescovo di Pretoria. Le Americhe saranno rappresentate da monsignor Launay Saturné, arcivescovo di Cap Haitien, ad Haiti; monsignor Dario Campos, arcivescovo di Vitoria in Brasile; monsignor João Justino de Medeiros Silva, arcivescovo di Montes Claros in Brasile; monsignor Carlos Castillo Mattasoglio, arcivescovo di Lima in Perù; monsignor José Antonio Fernández Hurtado, arcivescovo di Tlalnepantla in Messico; monsignor Michael Mulhall, arcivescovo di Kingston in Canada; monsignor Wilton Gregory, arcivescovo di Washington; monsignor Alfredo José Espinoza Mateus, arcivescovo di Quito in Ecuador e monsignor João Inácio Müller, arcivescovo di Campinas, in Brasile. Dall'Asia, monsignor Angelito Lampon, arcivescovo di Cotabato nelle Filippine; monsignor Joseph Vu Văn Thiên, arcivescovo di Hanoi in Vietnam; monsignor Elias Joseph Gonsalves, arcivescovo di Nagpur in India; monsignor Kornelius Sipayung, arcivescovo di Medan in Indonesia; monsignor Marco Tin Win, arcivescovo di Mandalay, in Myanmar e monsignor Joseph Kalathiparambil, arcivescovo di Verapoly in India. A rappresentare l'Europa, nella Basilica di San Pietro con il Papa, monsignor Joan Planellas Barnosell, arcivescovo di Tarragona; monsignor Roberto Carboni, arcivescovo di Oristano e monsignor Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena-Colle di Val d'Elsa-Montalcino. L'Angelus Alle 12, il Pontefice, nel passaggio al termine dell'Angelus dedicato a Roma e alla festa dei Patroni, ha cambiato il discorso ufficiale. Nel testo preparato era previsto: "In questa festa dei Patroni principali di Roma auguro ogni bene ai romani e a quanti vivono in questa città. Esorto tutti a reagire con senso civico ai segni di degrado morale e materiale che purtroppo anche a Roma si riscontrano". Il Pontefice, invece, è andato a braccio e ha detto: "In questa festa dei Patroni principali di Roma auguro ogni bene ai romani e a quanti vivono in questa città. Esorto tutti a reagire con senso civico dinanzi ai problemi della società". Fonte.www.avvenire.it
Papa:la preghiera
Avvenire,   29/06/2019
L'udienza. Papa Francesco: la preghiera crea ponti e apre alla speranza Giacomo Gambassi venerdì 28 giugno 2019 L'incontro con la Rete mondiale di preghiera. I bambini non sanno fare il segno della Croce? «Mi addolora». «A me fa dolore quando vedo tanti bambini che neppure sanno farsi il segno della croce. Dico: “Fai il segno della croce” e fanno così», un gesto confuso. Papa Francesco confida la sua amarezza nell’Aula Paolo VI che fin della prima mattina di oggi ha accolto oltre 6mila persone festanti. Appartengono a 52 delegazioni dei cinque continenti della Rete mondiale di preghiera del Papa giunti a Roma per celebrare il 175° anniversario della nascita e il 10° della rifondazione approvata nel 2014 proprio da Francesco. «Il cuore della missione della Chiesa è la preghiera – dice loro il Pontefice –. Possiamo fare tante cose, ma senza preghiera la cosa non va». E torna a condannare i pettegolezzi. «Ci sono due vie per parlare dei fratelli o benedire i fratelli, cioè parlare bene dei fratelli o chiacchierare, sparlare di loro. Chiacchierare – in questo senso – è una cosa brutta, non è di Gesù. Gesù mai chiacchierava. Invece parlare, sì. E la preghiera è parlare a Gesù dei fratelli, dire: “Signore, per questo problema, per questa difficoltà, per questa situazione…”. E questo è un cammino di unione, di comunità. Invece sparlare degli altri è un cammino di distruzione». L’incontro è un dialogo per lo più a braccio fra il Papa e il popolo dell’Apostolato della preghiera. Francesco prende spunto da alcune testimonianze di chi è impegnato nella rete «invisibile» che unisce 35 milioni di cattolici in ogni angolo della terra – compreso il Meg, il Movimento Eucaristico Giovanile – per ricordare che «la preghiera suscita sempre sentimenti di fraternità, abbatte le barriere, supera i confini, crea ponti invisibili ma reali ed efficaci, apre orizzonti di speranza», dice riferendosi alle parole di padre Matthew che opera a Taiwan e riferisce della versione cinese di “Click to pray”, l’App per pregare assieme al Papa. E, richiamando il racconto di Marie Dominique sulla missione dell’Apostolato della preghiera in Francia dove la realtà è nata 175 anni fa, Bergoglio sottolinea che «siamo chiamati a calarci nella storia concreta delle persone che ci stanno accanto soprattutto pregando per loro, assumendo nella preghiera le loro gioie e le loro sofferenze. Risponderemo così all’appello di Gesù che ci chiede di aprire il nostro cuore ai fratelli, specialmente a quanti sono provati nel corpo e nello spirito». Nel colloquio Francesco ribadisce che il cuore di Cristo – la cui solennità ricorre proprio oggi – «è talmente grande che desidera accoglierci tutti nella rivoluzione della tenerezza» e la «vicinanza al cuore del Signore sollecita il nostro cuore ad avvicinarsi con amore al fratello» aiutando a entrare in «compassione per il mondo». Da qui l’invito a essere «testimoni e messaggeri della misericordia di Dio per offrire al mondo una prospettiva di luce dove sono le tenebre, di speranza dove regna la disperazione, di salvezza dove abbonda il peccato», afferma il Papa evocando la nuova iniziativa del “Cammino del Cuore”, un itinerario di preghiera legato al Cuore di Gesù che, come osserva Bettina Raed, direttrice in Argentina e Uruguay, si tiene nelle comunità, nei collegi, nelle parrocchie. Francesco esorta a guardare ai giovani riprendendo la testimonianza di suor Selam Berhanu, coordinatrice del Meg in Etiopia. «È importante aiutare le nuove generazioni a crescere nell’amicizia con Gesù» perché «la preghiera personale o comunitaria ci stimola a spenderci nell’evangelizzazione e ci spinge a cercare il bene degli altri». Per questo, aggiunge, «dobbiamo offrire ai giovani occasioni di interiorità, momenti di spiritualità, scuole della Parola, affinché possano essere entusiasti missionari nei diversi ambienti». Punto di partenza è «insegnare a pregare ai bambini», sprona il Pontefice. Altrettanto importante è l’incontro fra le generazioni, come sollecita Diego Martinez, coordinatore dell’associazione in Guatemala. «È bello pensare come i nonni possano essere di esempio ai giovani, indicando loro a percorrere la strada della preghiera. La saggezza degli anziani, la loro esperienza e capacità di “ragionare” con il cuore». E dagli anziani può giungere «un prezioso insegnamento per imparare una feconda metodologia nella preghiera di intercessione». Francesco la definisce «una grande preghiera». E spiega che affemare “Signore, ti chiedo per questo, ti chiedo per quell’altro…” rimanda all’«intercedere che fa Gesù in cielo, perché la Bibbia ci dice che Gesù è davanti al Padre e intercede per noi. E noi dobbiamo imitare Gesù». A conclusione il richiamo del Papa alle intenzioni di preghiera di luglio: per «la sobrietà e l’umiltà» dei sacerdoti e per l’«integrità» di «tutti quelli che amministrano la giustizia». Click to pray, e la preghiera si fa digitale Serve che la Chiesa entri «negli areopaghi moderni per annunciare la misericordia e la bontà di Dio». L’invito giunge da papa Francesco durante l’udienza di oggi alle delegazioni della Rete mondiale di preghiera del Papa. Però nel suo intervento Bergoglio avverte: «Occorre prestare attenzione a servirsi di questi mezzi, specialmente della rete di Internet, senza diventare servi dei mezzi. Bisogna evitare di diventare ostaggi di una rete che prende noi, invece di “pescare pesci”, cioè attirare anime per portarle al Signore». A dare lo spunto a Francesco sono le parole di padre Antonio Valerio, gesuita del Portogallo, direttore nazionale della Rete, che racconta la presenza della realtà di preghiera nel pianeta digitale. Infatti la Rete mondiale di preghiera non è solo attiva online con numerosi siti ma diffonde ogni mese sul web un videomessaggio del Papa con l’intenzione di preghiera mensile (iniziativa nata con il Giubileo della misericordia) e offre l’App per cellulare e tablet “Click to pray” che aiuta nella preghiera e unisce le intenzioni del Papa con quelle dei fedeli. La Rete mondiale di preghiera è più conosciuta come Apostolato della preghiera, sua denominazione delle origini. L’esperienza nasce in Francia il 3 dicembre 1844 grazie al gesuita Francesco Saverio Gautrelet. È la proposta di una spiritualità apostolica per un gruppo di seminaristi della Compagnia di Gesù che subito si diffonde a macchia d’olio nei vari strati della Chiesa. Contribuisce allo sviluppo un altro gesuita, padre Enrico Ramière, tanto che alla fine dell’Ottocento esistono già 35mila centri locali con più di 13 milioni di iscritti in tutto il mondo. In Italia l’Apostolato della preghiera viene introdotto dai Barnabiti e si diffonde in particolare a Napoli a opera della beata Caterina Volpicelli. Nel 2018 papa Francesco costituisce la Rete mondiale di preghiera come opera pontificia con sede legale in Vaticano. Oggi il direttore internazionale è padre Frédéric Fornos che di fronte a Francesco definisce le intenzioni di preghiera «una bussola per aprire i nostri cuori agli altri». Fonte.www.avvenire.it
Cei:abusi
Avvenire,   28/06/2019
Linee guida Cei. Abusi, obbligo morale di denuncia alle autorità civili Riccardo Maccioni giovedì 27 giugno 2019 Pubblicato il documento approvato dall'Assemblea generale dei vescovi italiani nel maggio scorso. Nei casi di abusi, sottolinea la Cei, non può essere accettato nessun silenzio e occultamento Dalla parte delle vittime e per la prevenzione. In modo chiaro e concreto, con assoluta determinazione, senza titubanze. Nella consapevolezza che «qualsiasi abuso sui fanciulli e sui più vulnerabili», ancor prima che un delitto «è un peccato gravissimo», specie «se coinvolge coloro ai quali è affidata in modo particolare la cura dei più piccoli». Lo scrivono i vescovi italiani nella premessa alle “Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili” appena pubblicate (il testo completo è disponibile sul sito della Chiesa cattolica italiana). Si tratta del documento approvato dall’ultima Assemblea generale della Cei (20-23 maggio) e che vincola «tutti coloro che operano all’interno delle comunità ecclesiali in Italia» nonché gli Istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica» qualora non dispongano di proprie linee e «compatibilmente al diritto proprio e alla normativa canonica». Tutta la comunità coinvolta Misure che, così come evidenziato sin dall’indice, vanno inserite in alcuni, fondamentali principi guida. Indicazioni che a livello, per così dire, più ampio, sottolineano l’importanza del rinnovamento ecclesiale nel senso che «tutta la comunità è coinvolta nella risposta alla piaga degli abusi» perché anche «il prendersi cura dei più piccoli» la riguarda per intero. Di qui l’esigenza di una maggiore responsabilizzazione, da cui dipende un più attento discernimento nella scelta e formazione degli operatori pastorali e di quanti «in modi diversi hanno contatto con i minori». Così come la richiesta di una sapiente prudenza nei criteri di «ammissione al cammino formativo e alla professione religiosa di seminaristi e candidati alla vita presbiterale e consacrata». Denunciare, obbligo morale Punto di riferimento imprescindibile resta comunque sempre «la cura e la protezione dei minori e delle persone vulnerabili», che alla voce “abusi” evidenzia come primo passo «l’ascolto delle vittime e la loro presa in carico, favorendo una cultura della prevenzione, la formazione e informazione di tutta la comunità ecclesiale» così come «la creazione di ambienti sicuri per i più piccoli, l’attuazione di procedure e buone prassi, la vigilanza e quella limpidezza nell’agire, che sola costruisce e rinnova la fiducia». Un’attenzione da «tradurre» poi «nella disponibilità evangelica a prendersi cura delle vittime, ad accompagnarle e supportarle in un percorso di riconciliazione, guarigione interiore e pace». Cammino questo che va di pari passo con la ricerca della verità e il ristabilimento della giustizia, nel rigoroso rispetto delle procedure canoniche e in collaborazione con la società e le autorità civili. Significa che «non può essere tollerato nessun clima di complice e omertoso silenzio» ma che anzi chiunque abbia notizia della presunta commissione in ambito ecclesiale di abusi sessuali è chiamato a segnalarla alla competente autorità ecclesiastica. Quest’ultima «benché non abbia l’obbligo giuridico di denuncia all’autorità giudiziaria (in quanto non riveste la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio), ogniqualvolta riceva una segnalazione» deve informare «l’autore della segnalazione e il genitore o il tutore legale della presunta vittima che quanto appreso potrà essere trasmesso, in forma di esposto, alla competente autorità giudiziaria dello Stato». A tal fine sarà chiesto al denunciante di «formalizzare per iscritto la "notitia criminis" perché in presenza di reato perseguibile per la legge dello Stato, possa costituire la base dell’esposto all’autorità giudiziaria». L’autorità ecclesiastica ha infatti «l’obbligo morale di procedere all’inoltro dell’esposto all’autorità civile qualora, dopo il sollecito espletamento dell’indagine previa, sia accertata la sussistenza del "fumus delicti"». Informare in modo corretto Una ricerca rigorosa della verità, ovviamente, che non può prescindere neppure da una corretta informazione «che sappia evitare strumentalizzazioni e parzialità». Come già sottolineato infatti le Linee guida della Cei, che comprendono una premessa in nove punti, tredici capitoli di indicazioni operative e alcuni allegati, coinvolgono l’intera comunità ecclesiale. Chiamata anche a dotarsi di Servizi e strumenti che a vario livello «senza sostituirsi agli ordinari nelle loro responsabilità» li supportino «attraverso competenze e professionalità educative, mediche, psicologiche, canonistiche, giuridiche, pastorali e comunicative». Il tutto, sempre, nel quadro di un’attenzione privilegiata alle vittime e al rafforzamento della cultura della prevenzione. L’obiettivo, infatti, è uno solo: smettere di parlare di abusi. Perché non se ne commettono più. Fonte.www.avvenire.it
Riforma della Curia Romana
Avvenire,   28/06/2019
Vaticano. Riforma della Curia Romana, entro settembre la bozza al Papa Gianni Cardinale giovedì 27 giugno 2019 Le conclusioni della 30esima riunione del Consiglio di cardinali. Il vescovo Semeraro, segretario: il primo cambiamento deve essere interiore La bozza definitiva della nuova Costituzione apostolica sulla Curia Romana, che ha come titolo provvisorio Praedicate Evangelium, potrebbe essere consegnata a papa Francesco entro settembre. Poi sarà il Pontefice a decidere i tempi della sua pubblicazione. Lo ha ribadito il vescovo di Albano Marcello Semeraro a conclusione della 30ma riunione del Consiglio di cardinali, di cui è segretario. Il Consiglio – ha precisato il presule – «spera con fondamento di consegnare la bozza della nuova costituzione apostolica sulla Curia romana entro quest'anno: la speranza è di consegnare la bozza al Papa a settembre. Poi i tempi del Santo Padre non li fa il Consiglio». Nel corso di un briefing tenuto in Sala stampa vaticana, Semeraro ha osservato che «tutte le istituzioni fanno resistenza al cambiamento, per il fatto stesso di essere istituzioni», ribadendo che nel processo di riforma della Curia «il primo cambiamento deve essere interiore», come spiegato da papa Francesco nel suo discorso per il 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi. «Se non c’è questo atteggiamento interiore - ha rimarcato il vescovo di Albano - i cambiamenti esterni servono a poco, come ha sottolineato il Santo Padre in tutti i suoi discorsi alla Curia Romana, dove ha tracciato anche molti degli argomenti che sono ora discussi dai cardinali consiglieri». In un comunicato della Sala stampa vaticana si spiega che alla 30ma riunione del Consiglio – tenutosi da martedì ad oggi - erano presenti tutti i componenti, e cioè i cardinali Pietro Parolin, Oscar Andres Rodriguez Maradiaga, Reinhard Marx, Sean Patrick ÒMalley, Giuseppe Bertello e Oswald Gracias, nonché il segretario monsignor Semeraro e il segretario aggiunto, il vescovo Marco Mellino. Il Pontefice come di consueto ha partecipato ai lavori, anche se è stato assente mercoledì mattina per l'udienza generale e questa mattina per una serie di udienze al Palazzo Apostolico. Durante la riunione, «per espresso desiderio del Papa», è stata illustrata una parte delle osservazioni pervenute al Consiglio di cardinali su una prima stesura della Costituzione Praeducate Evangelium inviata dopo Pasqua ai dicasteri romani, ai nunzi, alle conferenze episcopali e ad alcune facoltà ecclesiastiche. Monsignor Mellino, ha illustrato le proposte al Papa e al Consiglio secondo quest'ordine: osservazioni generali sul testo inviato; questioni fondamentali da risolvere previamente all'esame del testo; illustrazione delle osservazioni specifiche pervenute. Assieme all'attività di studio e confronto sulle risposte pervenute nel corso della consultazione, martedì si è tenuta anche l'audizione di monsignor Pio Vito Pinto, decano della Rota Romana, che ha svolto una riflessione sull'attività dei Dicasteri che hanno competenza in materia giuridica. Rispondendo alle domande dei giornalisti monsignor Semeraro ha precisato che nella nuova Costituzione non ci sarà una norma che regola l'istituto del Papa emerito, perché questa figura «non è un membro della Curia» e quindi «la questione poi non è mai emersa nel corso degli incontri». In merito all’eventuale presenza di donne nel Consiglio dei cardinali, Semeraro ha ricordato che «della presenza delle donne il Papa parla ripetutamente, non soltanto come membri di Dicasteri, ma come presenza in funzioni apicali, di guida, di dirigenza». E poi «ci sono già donne Sottosegretari, ad esempio alla Vita Consacrata». E «non ne esclude la presenza, laddove la competenza del Dicastero non richieda l’ordine sacerdotale ed episcopale». In questi casi «il battesimo è più che sufficiente». Riguardo alla composizione del Consiglio di cardinali, nato come C8 e poi diventato prima C9 e ora C6, Semeraro ha ricordato che «nel chirografo costitutivo il numero non c’era» e quindi il numero di porporati membri del Consiglio «lo decide il Santo Padre». La 30ma riunione del Consiglio di cardinali si conclude oggi pomeriggio alle 17.30 al fine di permettere la partecipazione alla Santa Messa che, alle 18, sarà presieduta da papa Francesco all’Altare della Cattedra nella Basilica vaticana in occasione del 50° di matrimonio di Guzmán Carriquiry Lecour - laico uruguayano conosciuto e stimato dal Pontefice da decenni al servizio della Santa Sede prima come sottosegretario al Consiglio per i laici e da ultimo come vicepresidente della Commissione per l'America latina - con Lídice María Gómez Mango. La prossima riunione del Consiglio si terrà nelle giornate dal 17 a 19 settembre. A ottobre poi i cardinali consiglieri parteciperanno anche al Sinodo per l’Amazzonia. Fonte.www.avvenire.it
Migranti
Avvenire,   28/06/2019
Migranti. Da Marocco a Spagna: 1.020 «invisibili» annegati tra i due continenti Paola Del Vecchio, Madrid mercoledì 26 giugno 2019 La strage nel rapporto della ong Caminando Fronteras. «L'assenza dei corpi toglie voce al racconto della violenza» Come in Centro America, in questo momento nel Mediterraneo decine, centinaia, migliaia di persone tentano di attraversare una frontiera. Vanno con i loro bambini e bambine in braccio, con il loro impulso di vita, con la determinazione di trovare nuovi motivi per la speranza…». È l’inizio del prologo del rapporto «Vida en la necrofrontera», Vita nella necrofrontiera, redatto dall’organizzazione Caminando Fronteras, che radiografa l’altro esodo o, meglio, l’altra strage sulla sponda sud d’Europa. Lo studio, presentato a Madrid dall’attivista per i diritti umani Helena Maleno e fondatrice della Ong, analizza l’impatto del controllo migratorio. E denuncia «le pratiche politiche orientate a causare la morte di quanti si muovono per la frontiera» e «la rinuncia degli Stati al proprio dovere di garantire i diritti umani». Delle 1.020 vittime registrate fra gennaio 2018 e giugno 2019 in 70 naufragi di imbarcazioni, che tentavano di raggiungere dal Marocco le coste iberiche, sono stati recuperati solo 204 corpi. Il 75% – 816 persone – resta desaparecido stando allo studio, realizzato con un lavoro di scavo mettendo assieme le chiamate di Sos, le testimonianze dei sopravvissuti e dei familiari che hanno perduto i propri cari, per dare loro un nome. Il filo rosso, le voci di quanti soffrono la frontiera sulla propria pelle. «Ieri ho viso il corpo di mia moglie, è suo il cadavere all’obitorio. Non hanno potuto salvare nemmeno il bambino. Ora verrà la Croce Rossa a cercarmi e aspettiamo la decisione del giudice. Voglio andare via dall’Almeria il prima possibile perché, se resto qui solo, impazzisco. Devo stare accanto alla mia famiglia che è in Francia. Non posso fare più nulla per lei, sto poco a poco perdendo la ragione. Da quando ho visto il suo cadavere non mangio, non dormo. L’unica cosa che posso fare è inviare il suo corpo in Guinea…». È la testimonianza del marito di F., incinta di 7 mesi, morta nel novembre scorso nel Mare di Alborán. «Lui è uno dei pochi a poter piangere un cadavere, perché l’assenza dei corpi rende invisibile il racconto della violenza che ha provocato le scomparse e crea una frattura profonda nella vita delle famiglie e comunità d’origine», ha spiegato la Maleno. Che denuncia «la criminalizzazione di chi da’ aiuto ai migranti, aumentata in maniera proporzionale agli interessi economici delle imprese che investono nel controllo delle frontiere». La stessa attivista, processata in Spagna e Marocco per poi essere assolta dalle accuse di traffico di persone e favoreggiamento dell’immigrazione illegale, è esempio della persecuzione in atto. “Necropotere” è il termine impiegato per descrivere «un’industria di violenza e morte che si beneficia di vigilare, arrestare, incarcerare e deportare, trafficare e schiavizzare» chi tenta di passare la linea invisibile. Ma anche «le politiche create per frenare gli arrivi via mare, che provocano morti e hanno fallito l’obiettivo». Come dimostrano i dati: in un anno, al maggio scorso, sono stati 57.498 i migranti giunti sulle coste iberiche, il quadruplo rispetto all’anno precedente, secondo le stime del ministero degli Interni. 89.000 quelli intercettati in Marocco, sulla rotta occidentale tornata a essere la più battuta – dopo la stretta su quella orientale verso la Grecia e centrale dalla Libia all’Italia. Il più mortifero, il Mare di Alborán, con 823 vittime, seguito dallo Stretto di Gibilterra, con 189 migranti annegati, dalle Canarie e dal muro di Melilla. Fonte.www.avvenire.it
La battaglia europea
Avvenire,   28/06/2019
Analisi. La (buona) battaglia europea contro falsi e disinformazione Ruben Razzante giovedì 27 giugno 2019 Varato un codice per piattaforme on-line e e social network per la trasparenza degli algoritmi che selezionano le notizie e per migliorare l'accesso a quelle affidabili L'analisi qui pubblicata è tratta dall'ottava edizione del "Manuale del diritto dell'informazione e della comunicazione" (ed. Cedam-Wolters Kluwer, 2019) appena pubblicato. L'autore, Ruben Razzante, è docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica di Milano, giornalista professionista, editorialista e consulente editoriale e per studi legali, aziende e associazioni di categoria. La battaglia è solo agli inizi, ma qualche risultato incoraggiante già arriva. Ripulire la Rete da contenuti falsi, fuorvianti e offensivi è possibile, in una logica di concertazione e cooperazione puntuale e incisiva tra tutti gli attori coinvolti. E i colossi del web stanno dimostrando buona volontà e senso di responsabilità. Facebook, ad esempio, con i suoi 30.000 controllori, ha dimezzato le fake news nell’ultimo anno e annuncia di voler ulteriormente moltiplicare le sue attività di monitoraggio e rimozione. La disinformazione on-line è ormai un fenomeno globale che richiede un approccio europeo: la Ue si sta dedicando all’elaborazione di una pluralità di azioni per limitarne la diffusione già da un paio di anni. Nel giugno 2017 il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione in cui invitava la Commissione ad analizzare nel dettaglio il problema. Nel novembre dello stesso anno la Commissione ha lanciato una consultazione pubblica su fake news e disinformazione, istituendo un Gruppo di esperti di alto livello (mondo accademico, piattaforme digitali, mezzi d’informazione e organizzazioni della società civile). Nel marzo 2018 il Gruppo di esperti di alto livello (HLG) ha prodotto un rapporto in cui ha presentato delle raccomandazioni come: maggiore trasparenza degli algoritmi, autoregolamentazione, alfabetizzazione mediatica, sostegno alla diversità e alla sostenibilità dei mezzi di informazione europei, maggiore visibilità alle notizie affidabili. Nel rapporto la disinformazione viene definita come «informazione falsa, imprecisa o fuorviante concepita, presentata e diffusa a scopo di lucro o con l’intenzione di arrecare un pregiudizio pubblico». È inoltre sottolineata la necessità di coinvolgere tutte le parti interessate ('coalizione') nelle misure che saranno eventualmente adottate, raccomandando un approccio di autoregolamentazione. Il Gruppo ha sostenuto la redazione di un codice per piattaforme on-line e social network basato su una serie di principi, fra cui il fatto che le piattaforme on-line devono garantire la trasparenza degli algoritmi che selezionano le notizie e sono invitate ad adottare misure efficaci per migliorare la visibilità e l’accesso delle notizie affidabili. Il Gruppo di esperti ha raccoman- dato inoltre di promuovere l’alfabetizzazione mediatica per contrastare la disinformazione, sviluppare strumenti che permettano agli utenti e ai giornalisti di combatterla, difendere la diversità e la sostenibilità dei mezzi di informazione europei. I primi risultati della consultazione pubblica e di un sondaggio Eurobarometro confermano l’importanza di mezzi di comunicazione di qualità. In base ai dati del sondaggio l’83% del campione ritiene che la disinformazione on-line rappresenta un pericolo per la democrazia. Risulta anche che i mezzi di comunicazione tradizionali (radio 70%, tv 66%, stampa 63%) sono ritenuti le fonti di informazione più affidabili a fronte di un 26% e 27% rispettivamente delle fonti di notizie on-line e dei siti web che pubblicano video. Risultati confermati anche dalla consultazione pubblica, da cui si evince che maggiore fiducia è riposta nei giornali e nelle riviste tradizionali, nei siti web e nelle pubblicazioni on-line specializzati, nelle agenzie di stampa e nelle agenzie pubbliche (oltre il 70%). Il 26 aprile 2018 la Commissione europea ha inviato al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle Regioni un’argomentata e articolata Comunicazione sul tema, nella quale si vara un approccio europeo alla disinformazione online. Vengono decisi interventi per garantire processi democratici solidi dopo le rivelazioni del caso Facebook/Cambridge Analytica. La Comunicazione – che sottolinea la crucialità della libertà d’informazione per la democrazia – prevede un codice di autoregolamentazione delle piattaforme on-line, una rete di fact-checker europea, interventi volti a rendere più sicura (da attacchi informatici) e attendibile (verifica fonti) l’informazione on-line, sostegno all’informazione 'diversificata e di qualità' e alla alfabetizzazione mediatica. La Commissione si riserva anche di coordinare azioni mirate con gli Stati membri sul tema. Le piattaforme on-line si sono impegnate a presentare, nel giro di pochi mesi, un codice comune di buone pratiche per: «garantire trasparenza circa i contenuti sponsorizzati, in particolare per quanto riguarda i messaggi di comunicazione politica; fare maggiore chiarezza in merito al funzionamento degli algoritmi consentendo verifiche da parte di terzi; agevolare la scoperta e l’accesso da parte degli utenti di fonti di informazione/ punti di vista diversi; applicare misure per identificare e chiudere account falsi e affrontare il problema dei bot automatici; fare in modo che i verificatori di fatti, i ricercatori e le autorità pubbliche possano monitorare costantemente la disinformazione on-line». La Commissione annunciava che avrebbe convocato un forum di soggetti interessati «tra cui le piattaforme on-line, l’industria della pubblicità e i principali inserzionisti» per realizzare il codice e un 'impatto misurabile' entro ottobre 2018. La scelta della autoregolamentazione risponde all’esigenza di realizzare azioni tempestive per contrastare il fenomeno. Uno dei concetti maggiormente enfatizzati nel documento della Commissione è anche quello di tracciabilità, enucleato come tentativo di riconduzione dei contenuti ai loro centri di elaborazione e diffusione. Per rendere realistica e premiante tale tracciabilità, i social network devono adottare un codice di buone pratiche incentrato su alcuni pun- ti chiave: monitorare Fonte.www.avvenire.it
Allarme Onu
Avvenire,   26/06/2019
L'allarme. L'Onu: «Apartheid climatico, solo i ricchi sfuggiranno alla fame» Lucia Capuzzi martedì 25 giugno 2019 Il relatore sull'estrema povertà, Philip Alston: il cambiamento climatico minaccia di annullare mezzo secolo di progresso e di ridurre in povertà 120 milioni di persone entro il 2030 Apartheid climatico. Il paragone è volutamente forte come la minaccia che pende sul prossimo futuro mondiale. Al divario “classico” e crescente fra ricchi e poveri, si sovrappone – acuendone gli effetti – la differente capacità di risposta di fronte alle conseguenze del riscaldamento globale. Gli sconvolgimenti ambientali colpiscono tutti. Molto più arduo – anzi, praticamente impossibile –, però, per i Paesi e gruppi sociali con meno risorse difendersene. Al contrario, le nazioni ricche «riusciranno ad operare gli aggiustamenti necessari ad affrontare temperature sempre più estreme». Un evidente paradosso. Il Sud geopolitico del planisfero è responsabile del 10 per cento delle emissioni, eppure dovrà subirne il 75 per cento delle ricadute, precipitando in una situazione di “apartheid” di fatto. A dare l’allarme è stato Philip Alston, relatore speciale dell’Onu sui diritti umani e la povertà estrema che ha presentato a Ginevra una corposa ricerca di esperti indipendenti. I quali, di fatto, ribadiscono il concetto cardine della Laudato si’ di papa Francesco, ovvero l’intima relazione tra «il grido della terra e quello dei poveri». Lo studio Onu supporta le proprie affermazioni con una sfilza di dati. Il cambiamento climatico rischia di annullare i progressi fatti negli ultimi 50 anni per lo sviluppo, la salute globale e la lotta alla fame. Producendo, in poco più di dieci anni – entro, cioè, il 2030 –, almeno 120 milioni di nuovi poveri. Non solo. Entro il 2050, altre 140 milioni di persone perderanno la casa a causa di qualche disastro naturale, ingrossando il fiume dei profughi ambientali. «I benestanti potranno pagare per sfuggire al surriscaldamento, alla fame e ai conflitti mentre il resto del pianeta sarà lasciato a soffrire», ha tuonato il relatore Onu. Fonte.www.avvenire.it
Rapporto Inail
Avvenire,   26/06/2019
Rapporto Inail. Salgono i morti sul lavoro, 704 vittime nel 2018 Paolo Ferrario mercoledì 26 giugno 2019 Vittime in crescita del 4,5% rispetto al 2017. Le denunce complessive di infortunio mortale sono state 1.218 e 391 quelle dei primi cinque mesi del 2019 Aumentano ancora i morti sul lavoro. Nel 2018, stando al Rapporto Inail presentato questa mattina alla Camera, si sono contati 704 infortuni mortali, con un aumento del 4,5% rispetto al 2017, di cui 421, pari a circa il 60% del totale, avvenuti “in itinere”, cioè lungo in tragitto casa-lavoro e viceversa. Complessivamente, le denunce di infortunio mortale sono state 1.218 nel corso dell'anno, mentre sono già 391 quelle registrate nei primi cinque mesi del 2019. Rispetto al 2017, le denunce di infortunio mortale sono risultate in crescita del 6,1%. Infine, le malattie professionali sono state circa 59.500, il 2,6% in più rispetto all'anno precedente. «Fare chiarezza sui numeri» La distanza tra le denunce registrate e gli infortuni mortali effettivamente riconosciuti, pari a 514 casi, «sconcertano» Marco Bazzoni, rappresentante dei lavoratori per la sicurezza di Firenze, che dall'inizio del 2019 tiene la tragica contabilità dei morti sul lavoro. È già arrivato a 224 vittime, nei luoghi di lavoro, ma, aggiungendo anche i casi “in itinere”, si superano i 450 casi in sei mesi. «L'Inail - sottolinea Bazzoni - dovrebbe spiegare nei dettagli, come mai, ogni anno, dalle 400 alle 500 denunce di infortunio mortale, non vengono riconosciute come morti sul lavoro. È un numero enorme. È evidente che una buona parte erano lavoratori non assicurati all'Inail. Credo che l'Istituto dovrebbe fare più chiarezza su questi dati». «Più risorse per le ispezioni» Sul versante dei controlli della regolarità delle aziende, nel 2018 gli ispettori dell'Inail hanno regolarizzato 41.674 lavoratori, dei quali 3.336 totalmente “in nero”, richiedendo il pagamento di premi non versati dalle aziende per 76 milioni di euro. Complessivamente, sono state accertate retribuzioni imponibili non dichiarate per circa 3,5 miliardi di euro, mentre le aziende controllate sono state 15.828, il 5% in meno rispetto al 2017 e il 24% in meno rispetto al 2016. «La forza dei controlli - ha denunciato il presidente dell'Inail, Massimo De Felice - si sta depauperando, a causa dela riduzione della forza disponibile». Nel 2018, infatti, l'Istituto ha potuto contare su 284 ispettori, a fronte dei 299 del 2017 e dei 350 del 2016. Bilancio in attivo per 1,8 miliardi Intanto, sul fronte del bilancio, l'Istituto di assicuraziione ha chiuso con un attivo di 1,8 miliardi di euro. Risorse che, secondo il presidente del Comitato di indirizzo e vigilanza (Civ), Giovanni Luciano, dovrebbero essere impiegate per «aumentare le prestazioni agli infortunati». Ugl: emergenza nazionale “I dati relativi alle morti sul lavoro confermano che siamo in presenza di una vera e propria emergenza nazionale. Soltanto nei primi mesi del 2019 le denunce di infortunio mortale sono state 303, facendo segnare un + 5,9% rispetto allo stesso periodo del 2018. Non si può continuare a morire con questa facilità impressionante”, ha detto Paolo Capone, Segretario Generale dell’UGL, in merito alla pubblicazione del rapporto annuale dell’Inail. “È necessario puntare su una maggiore cultura della sicurezza sui posti di lavoro e più formazione per i dipendenti. In tal senso l’Ugl è impegnata con il tour nazionale ‘Lavorare per Vivere’, per sensibilizzare l’opinione pubblica sul triste fenomeno delle cosiddette ‘morti bianche’ e per dire basta a queste stragi silenziose.” Fonte.www.avvenire.it
Papa:l'egoismo
Avvenire,   26/06/2019
L'udienza. Papa Francesco: «Chi ha l'egoismo nel cuore non è un cristiano» Redazione Internet mercoledì 26 giugno 2019 La Chiesa è “fraternità” che “sceglie la via della comunione e dell’attenzione ai bisognosi”. Fare delle nostre comunità “luoghi in cui accogliere”. posto per l'egoismo nell'anima di un cristiano: se il tuo cuore è egoista, non sei cristiano, sei un mondano che soltanto cerca il suo favore, il suo profitto". Lo ha detto papa Francesco nell'udienza generale, nella quale ha proseguito il suo ciclo di catechesi sugli Atti degli Apostoli. "Diversamente dalla società umana, dove si tende a fare i propri interessi a prescindere o persino a scapito degli altri - ha spiegato il Pontefice -, la comunità dei credenti bandisce l'individualismo per favorire la condivisione e la solidarietà". "Luca ci dice che i credenti stanno insieme - ha quindi proseguito -. La prossimità e l'unità sono lo stile dei redenti: vicini, preoccupati l'uno per l'altro, non per sparlare dell'altro, no, per aiutarsi e per avvicinarsi". "Condividere, immedesimarsi con gli altri e a dare secondo il bisogno di ciascuno", gli imperativi dei discepoli di Cristo: "Un modo questo di ascoltare il grido del povero, cosa che piace molto a Dio, e di restituirgli quello che gli corrisponde", ha raccomandato il Papa, secondo il quale "la Chiesa è la comunità capace di condividere con gli altri non solo la Parola di Dio, ma anche il pane. Per questo essa diventa matrice di un’umanità nuova capace di trasfigurare il mondo, di immettere nella società il fermento della giustizia, della solidarietà e della compassione". "Preoccuparsi dell’altro", l’invito a braccio: "visitare gli ammalati, coloro che sono nel bisogno e hanno bisogno di consolazione". "Proprio perché sceglie la via della comunione e dell’attenzione ai bisognosi, questa fraternità che è la Chiesa può vivere una vita autentica". Nel libro degli Atti degli Apostoli si legge che i credenti "ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo". Il racconto degli Atti, per Francesco, "ci ricorda che il Signore garantisce la crescita della comunità: il perseverare dei credenti nell'alleanza genuina con Dio e con i fratelli diventa forza attrattiva che affascina e conquista molti, principio grazie al quale vive la comunità credente di ogni tempo". "Preghiamo lo Spirito Santo – l’auspicio finale – perché faccia delle nostre comunità luoghi in cui accogliere e praticare la vita nuova, le opere di solidarietà e di comunione, luoghi in cui le liturgie siano incontro con Dio, che diviene comunione con i fratelli e le sorelle, luoghi che siano porte aperte sulla Gerusalemme celeste”. IL SALUTO DEL PAPA AI PELLEGRINI MESSICANI «ACCOGLIENTI CON I MIGRANTI» Un saluto particolare ai pellegrini messicani, perché "tanto accoglienti con i migranti". Così papa Francesco nei saluti ai fedeli in lingua spagnola, si rivolge a braccio fedeli provenienti dall'arcidiocesi di Tlalnepantla, guidati da monsignor Josè Antonio Fernandez Hurtado, alla delegazione dello Stato di Tlaxcala, di Saltillo, Città del messico e alla parrocchia San Antonio de Padue di Guadalajara. Il saluto del Pontefice arriva proprio quando dal Messico, si documenta l'ennesima dolorosa tragedia dei migranti: un padre (cittadino salvadoregno) e sua figlia di 23 mesi morti annegati nel Rio Grande mentre cercavano di attraversare il confine con gli Stati Uniti, evitando il muro che si sta costruendo su volere del presidente Trump. La foto dei due corpi, riversi a faccia in giù nell'acqua, sta indignando l'America. Fonte.www.avvenire-it
Papa ai giovani
Avvenire,   24/06/2019
Forum . Il Papa ai giovani: siate messaggio di unità in un mondo che si divide Enrico Lenzi sabato 22 giugno 2019 Ricevendo i partecipanti al Forum dei Giovani, Francesco ha raccomandato di essere luce nella notte di tanti coetanei che non conoscono Dio. Il tema della Gmg 2022: «Maria si alzò e andò in fretta» Ancora un percorso sotto lo sguardo di Maria e alla luce del Sinodo sui giovani, quello che papa Francesco ha annunciato durante l’udienza, questa mattina 22 giugno, ai partecipanti all’XI Forum internazionale dei giovani, svoltosi in questi giorni in Vaticano, promosso dal Dicastero per i laici, la famiglia e la vita. Si tratta di una prosecuzione del “trittico mariano” che ha scandito il percorso delle Gmg nel triennio 2017-2019, nel quale erano state scelte una frase del Magnificat, la preghiera che Maria recita nell’incontro con sua cugina Elisabetta, e due tratte dall’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente (Lc 1,49)” nel 2017; “Non temere Maria perché hai trovato grazia presso Dio (Lc 1,30)” nel 2018; e “Ecco la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola (Lc 1,38)” per il 2019 in occasione della Ggm di Panama. Ricevendo i giovani il Pontefice ha voluto rivelare loro quelli che saranno i temi che scandiranno le tappe verso la Giornata mondiale della gioventù a Lisbona nel 2022. “Per questa tappa del pellegrinaggio intercontinentale dei giovani ­ - ha detto Bergoglio ­ho scelto come tema “Maria si alzò e andò in fretta (Lc 1.39)””. Ma ha anche voluto indicare gli slogan scelti per le edizioni delle Giornate mondiali del 2020 e del 2021, che si svolgeranno come di tradizione a livello diocesano nella Domenica delle Palme. Due frasi che sembrano ben collegarsi alle conclusione del Sinodo dei vescovi sui giovani dell’ottobre 2018. Per il prossimo anno i giovani saranno chiamati a meditare sulla frase “Giovane, dico a te, alzati” (cfr Lc 7,14 e ChV 20), mentre l’anno successivo sulla frase tratta dagli Atti degli Apostoli (Ap 26,16) “Alzati! Ti costituisco testimone delle cose che hai visto”. Ai ragazzi e alle ragazze presenti all’udienza il Papa ha ribadito il concetto che “voi siete l’oggi di Dio, l’oggi della Chiesa” e che “la Chiesa ha bisogno di voi per essere pienamente sé stessa”. Dunque un invito a mettere a frutto quanto scaturito dal Sinodo dei vescovi dello scorso anno che ha avuto come focus proprio i giovani e la loro capacità di discernimento vocazionale. E se come “testo paradigmatico per comprendere la missione ecclesiale in relazione alle giovani generazioni – ha detto il Papa – è stato scelto l’episodio dei discepoli di Emmaus”, Francesco sottolinea che i giovani devono “essere legati gli uni agli altri” perché “da soli non sopravvivrete. Avete bisogno gli uni degli altri per segnare veramente la differenza in un mondo sempre più tentato dalle divisioni”. L’applicazione delle conclusioni del Sinodo sui giovani e cammino verso la Giornata mondiale della gioventù di Lisbona 2022, sono dunque, per volontà del Papa, fortemente legate tra loro. “Non ignorate la voce di Dio che vi spinge al alzarvi e seguire le strade che Lui ha preparato per voi, come Maria, ed insieme a Lei, siate ogni giorno portatori della sua gioia e del suo amore”, ha concluso il Papa. Fonte.www.avvenire.it
Ue:diseguaglianze
Avvenire,   24/06/2019
Bruxelles. Le Giornate dello sviluppo Ue contro le diseguaglianze Paolo M. Alfieri sabato 15 giugno 2019 Per due giorni, il 18 e il 19, capi di Stato e di governo, Ong e società civile si confronteranno su temi come il cambiamento climatico, l’immigrazione, la lotta alla povertà, il lavoro Per due giorni, martedì e mercoledì prossimo, Bruxelles metterà al centro il tema dello sviluppo e della cooperazione, in tutte le sue declinazioni. Tornano infatti, organizzati dalla Commissione Europea, gli European Development Days (Edd, le Giornate europee dello sviluppo), con la partecipazione di oltre 40mila persone, 100 capi di Stato e di governo, quasi 3mila oratori, 4.500 organizzazioni e 7 premi Nobel da 154 Paesi del mondo. Quest’anno il tema è particolarmente significativo: «Dedicarsi alle disuguaglianze: costruire un mondo che non lasci nessun indietro» è il titolo degli Edd 2019, di cui anche Avvenire sarà media partner. Idee, progetti, condivisione di esperienze: l’obiettivo della due giorni di Bruxelles sarà quello di cercare nuove soluzioni a sfide come il cambiamento climatico, l’immigrazione, la lotta alla povertà, il lavoro, l’istruzione, la pace e la sicurezza. «Abbiamo una responsabilità condivisa nei confronti delle generazioni future. Collaborando con i governi, le organizzazioni internazionali, le Ong, il settore privato e i giovani leaders, possiamo contribuire alla riduzione delle disuguaglianze nel mondo e fare davvero la differenza per i giovani che hanno riposto fiducia in noi e che meritano questo e altro», ha sottolineato il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, nel presentare l’evento. Fonte.www.avvenire.it
Pedopornografia tra i minori
Avvenire,   23/06/2019
Online. Pedopornografia tra minori. Il pedagogista: insegnare la capacità critica Luciano Moia sabato 22 giugno 2019 Una madre ha scoperto le foto sullo smartphone del figlio. La Polizia postale: indagati in 51, 30 sono minori. Parla il pedagogista: «Ai ragazzi serve capacità critica in un nuovo orizzonte di valori» I L'indagine è scattata grazie alla denuncia di una mamma catanese, allarmata dopo avere visto sullo smartphone del figlio adolescente immagini erotiche di minori pubblicate da due gruppi Whatsapp. La donna si è rivolta subito al Compartimento della Polizia Postale e delle Comunicazioni di Catania che ha esaminato il cellulare del ragazzino. Attraverso quelle due chat è stato così possibile fare luce su un vasto giro di immagini e video a carattere pedopornografico nel quale sarebbero coinvolte circa 300 persone. Nell'indagine, sfociata in numerose perquisizioni domiciliari in diverse regioni italiane, sono indagate fino ad ora 51 persone, trenta delle quali minorenni. L'accusa nei loro confronti è di detenzione e divulgazione di pornografia minorile on-line. Solo nel 2018 sono state condotte 677 indagini dalla polizia postale contro la pedopornografia su Internet. 6 milioni di foto e oltre 100mila video sono stati segnalati già nel 2019 dall'associazione Meter alla polizia postale. Cancelliamo la parola 'individuo' e la parola 'bisogni', sostituendole con 'persona' e con 'relazioni'. Un’operazione urgente perché la nostra società dev'essere investita da una vasta operazione di alfabetizzazione pedagogica. Solo così sarà possibile ridisegnare un orizzonte di senso per i nostri adolescenti smarriti e dipendenti. Parola di Vittore Mariani, pedagogista, docente della Facoltà di Scienze della formazione e membro del direttivo del Centro studi e ricerche della Cattolica su disabilità e marginalità. Mariani è tra l’altro autore del saggio 'Adolescenti' (Ancora). I dati che arrivano dalla neuropsichiatria dicono che negli ultimi quattro anni i ricoveri dei minori per disturbi psichiatrici gravi sono aumentato del 21 per cento. Perché tanta fragilità? La fragilità è insita nella condizione adolescenziale. Educazione è progettare contesti di accoglienza in cui una persona possa sentirsi accolta, riconosciuta, valorizzata, personalizzando, in una proposta di dinamica promozione integrale della persona. Senza educazione ed educatori, l’adolescente si perde in una confusione esistenziale senza senso e il passaggio a situazioni di disagio esistenziale è di conseguenza dietro l’angolo con la punta dell’iceberg in fenomeni quali bullismo, gioco d’azzardo, alcolismo, uso e abuso di droghe e psicofarmaci, anoressia e bulimia, suicidi e tentati suicidi. Che strumenti abbiamo per correre ai ripari? Occorre ripartire dalla pedagogia, con un progetto con la persona umana, per un essere comunitario promuovendo il potenziale umano, dall’adolescenza verso la fase giovanile caratterizzata dalla scelta di valori, impegni, progetti, nella coscienza di essere nella polis. Ci vuole un lucido progetto comunitario che si traduce in un ripensamento metodologico di fini, metodi, luoghi e tempi dell’educare. Necessita uno sguardo pedagogico, verso la libertà responsabile creativa, che scorge sempre la speranza e che rinnova la cultura della vita, oltre la cultura di morte, insensata e tragica, per cui la vita vale se risponde a determinati canoni di presunta qualità. Crisi del ruolo del padre, famiglie che si disgregano, agenzie educative in crisi o comunque contestate. Da dove si può cominciare a ricostruire? Necessita rinnovare pedagogicamente le realtà educative, cioè ripensarle nello sguardo pedagogico. Ad esempio, la famiglia è chiamata a rilanciarsi come realtà accogliente per eccellenza, incondizionatamente, oltre le aspettative e i ricatti affettivi degli stessi genitori, oltre i fallimenti scolastici e/o sentimentali dei figli adolescenti, contesto esperienziale davvero del perdono e della riconciliazione. Papa Francesco nella Christus Vivit esorta i giovani di non 'farsi rubare la speranza'. Ma quale potrebbe essere un 'nuovo orizzonte' capace di attirare l’impegno giovanile? Penso che questo sia il tempo di una nuova alfabetizzazione, fondata sull’esercizio continuo della capacità critica in un orizzonte valoriale e di senso. Il cambiamento del vocabolario è non solo nel mondo della cultura, ma anche nella comunicazione della vita di tutti i giorni, scegliere e utilizzare parole che favoriscono una mentalità di condivisione, una rinnovata cultura del dono. Solo per fare un esempio lampante e provocatorio: il motto della seconda parte del ventesimo secolo e di questo primo scorcio del terzo millennio è 'l’individuo e i suoi bisogni', ma, come ci ricorda un poeta indiano, il mondo dei bisogni genera gelosia, malizia, barriere e allargamento di sé a svantaggio degli altri. Occorre abolire le parole 'individuo' e 'bisogni' e sostituirle con 'persona' e 'relazioni'. Di papa Francesco voglio perciò sottolineare la seguente affermazione che risponde all’esigenza prioritaria anche oggi degli adolescenti: «Si rende necessaria un’educazione che insegni a pensare criticamente e che offra un percorso di maturazione nei valori» (Evangelii gaudium, n.64). Fonte.www.avvenire.it
Politica:don Sturzo
Avvenire,   23/06/2019
Idee. Politica, ripartiamo dal lessico di Sturzo Massimo Naro sabato 22 giugno 2019 Popolo, democrazia, libertà: ecco le parole chiave del pensiero del fondatore del Partito popolare, la cui visione rimane sempre lucida e attuale. Un convegno oggi a Caltanissetta L’anno in corso si può considerare con buona ragione tutto sturziano: cento anni fa, il 18 gennaio 1919, don Luigi Sturzo – non ancora cinquantenne, ma con alle spalle già più di vent’anni di attività in campo amministrativo e politico, oltre che nell’ambito della cooperazione cattolica – lanciava a Roma il Partito Popolare Italiano e proclamava il suo appello “ai liberi e forti”. E l’8 agosto 1959 moriva ottantasettenne. Pochi mesi prima, il 24 marzo, alla vigilia delle elezioni per il rinnovo dell’Assemblea regionale siciliana, sul “Giornale d’Italia” aveva rivolto un altro appello, stavolta ai suoi conterranei, suggerendo loro la strategia per vincere «la battaglia per oggi e per l’avvenire». Rileggere l’appello ai liberi e forti – cioè a quegli italiani «d’alti e forti caratteri », che avrebbero dovuto fare dell’Italia, senza riuscirvi affatto, una «nazione ordinata, ben amministrata, forte, libera e di propria ragione», non condizionata da potentati occulti e da accordi sottobanco, come aveva scritto nelle sue memorie Massimo d’Azeglio all’indomani dell’Unità – e rileggere l’appello ai siciliani, è un esercizio molto simile all’esame di coscienza, da fare con un certo pudore e sentendo affiorare il rossore della vergogna sulle guance. Sono, infatti, entrambi ancora attualissimi, ma più che per la loro innegabile forza ideale, per la loro urgente concretezza sociale e politica, disattesa ormai da troppi decenni, anzi quasi mai presa veramente in seria considerazione. Per questo, sembra di stamattina l’invito sturziano a «congiungere, nell’amore alla patria, il giusto senso dei diritti e degl’interessi nazionali con un sano internazionalismo », come leggiamo nell’appello del 1919, dato che – affermerà spesso Sturzo dopo esser tornato dall’esilio – la democrazia è autentica solo quando è “solidale”. E sembrano uscite sul giornale di oggi le osservazioni che quell’ormai anziano prete esperto in sociologia faceva sul “punto principale” della situazione siciliana, come scriveva nel 1959, ossia la «formazione di tecnici, di studiosi, di specializzati»: «costino quel che costino, la Regione, invece di tenere due o tre mila impiegati più o meno senza titolo nei vari dicasteri ed enti che ha il piacere di creare a getto continuo, ne tenga solo mille; ma contribuisca ad avere mille tecnici, capi azienda specializzati, professori eminenti, esperti di prim’ordine ». La lucidità intellettuale e l’acribia morale permettevano a Sturzo di prevedere ciò che si sarebbe poi trasformato da improbabile indizio a rovinosa evidenza, visto il punto in cui ci siamo ridotti (14.000 sono attualmente in Sicilia i dipendenti stabili di una pletorica amministrazione regionale). Ai suoi occhi, il regionalismo autonomo, che egli aveva prima propugnato come antidoto nei confronti della “mala bestia” dello stata- lismo, rischiava di tradursi – e di tradirsi – in una versione peggiorata dello stesso statalismo, applicato con metodo ancor più asfissiante su scala insulare. Davvero quei suggerimenti restano attuali perché inattuati. Del resto, quello che per i siciliani - cui sessant’anni fa Sturzo si rivolgeva – era «l’avvenire», per noi è l’odierna congiuntura, negativa più che mai e tristemente ipotecata dal detto secondo cui al peggio non c’è mai fine. Eppure, Sturzo, «anche di fronte a una oscura situazione », si professava «un ottimista impenitente », speranzoso nella risurrezione di un corpo sociale ch’egli pur vedeva già a quei tempi pronto per l’obitorio. Per riattingere le ragioni – anche cristianamente motivate – di un tale ottimismo, che non si disgiungeva da un onesto realismo, vale la pena tornare a studiare la lezione socio-politica di Sturzo. È ciò che si propone il Centro Studi Cammarata oggi a Caltanissetta, con un convegno su “Popolo, democrazia, libertà”, cui intervengono storici della politica, politologi e politici di lungo corso chiamati a rivisitare il pensiero di Sturzo a partire dai termini messi in sequenza nel titolo, ovvero le parole-chiave del lessico sturziano che si può ricavare dal discorso sui “Problemi della vita nazionale dei cattolici italiani” pronunciato nel 1905 dal pro-sindaco di Caltagirone. Non si vuole però recuperare l’etimo di quelle parole sorgivamente politiche, tante e tali sono le metamorfosi culturali che ci separano dai tempi in cui cominciarono a essere usate. Per esempio, considerare l’etimologia greca di “democrazia” può portarci semplicisticamente a intendere “potere del popolo” e, difatti, ci sono dei movimenti che oggi si propongono di ridare “potere al popolo” per realizzare una “democrazia reale”. L’obiettivo di una vera democrazia è pienamente condivisibile. Ma non è chiaro cosa sia il popolo in una prospettiva del genere: come ha insegnato Sturzo, dal suo punto di vista pluralmente classista, il popolo non dovrebbe mai ridursi a una sola parte, ma includere sempre tutti. Per questo egli preferiva qualificare la democrazia con aggettivi che ne potevano enfatizzare la portata dialogica. Una concezione simile, ispirata anch’essa da una visione cristiana del mondo, ha mostrato di avere papa Francesco in alcune pagine della sua esortazione apostolica Evangelii gaudium e della sua enciclica Laudato si’, dove afferma il principio secondo cui il tutto è maggiore non soltanto delle singole parti che lo costituiscono ma anche della loro somma, quasi a dire che occorre apprezzarne la sovreccedenza qualitativa più che quantitativa. Anche al popolo occorre riconoscere una tale sovreccedenza qualitativa, in quanto è una realtà “poliedrica”, come ama dire il papa ricorrendo a un’immagine cui, metaforicamente, la sociologia più recente associa proprio il concetto di coesione sociale. Sturzo non ne parlava, ma certamente avrebbe condiviso la convinzione di Francesco circa la capacità del poliedro di tenere insieme «il meglio di ciascuno ». Il suo popolarismo, in fondo, si distingueva per questo dal populismo, ch’egli definiva piuttosto un «atteggiamento politico parlaiuolo e follaiuolo». Fonte.www.avvenire.it
L'abitudine ,malattia mortale
Avvenire,   22/06/2019
Tra etica ed estetica. Se l'abitudine è la nuova malattia mortale Raul Gabriel mercoledì 19 giugno 2019 Alla sclerosi delle abitudini non sfugge nulla, anche le pratiche sulla carta più nobili. Non sfugge la solidarietà, l’altruismo, la preghiera, il fare politica e ogni pratica rituale Abitudine. Croce e delizia degli strumenti a nostra disposizione per la gestione della infinita varietà di compiti che ogni essere vivente deve quotidianamente affrontare. L’abitudine ha un doppio registro. Da un lato crea dei binari, memorizzati nei nuclei della base, una sorta di cuore di una cipolla posta al centro del cervello in ogni vertebrato, uomo compreso, i cui strati via via più esterni corrispondono ad acquisizioni cognitive progressivamente più recenti e complesse. Qui risiedono le attività involontarie, e relativamente di recente, negli anni novanta, si è scoperto che i nuclei o gangli della base sono coinvolti anche nell’apprendimento delle abitudini. Questi binari sono essenziali, perché risparmiano al cervello una enorme e costante rielaborazione di attività che si ripetono, registrando concatenazioni di eventi cognitivi che ogni individuo applica automaticamente, una volta apprese. Per la loro stessa funzione di economizzare sul dispendio di energia cerebrale, tendono a escludere l’implementazione attiva ad opera del cervello di un individuo. I compiti, e le abitudini che ne derivano, possono essere soggetti a modifiche, ma senza un intervento attivo, dietro opportuna stimolazione, lo schema registrato tende ad avere il sopravvento. La cosa può avere risvolti imprevisti anche nel caso della vita animale, perché nelle attività di base dell’esistenza la variazione improvvisa della realtà può risultare fatale se non si apportano modifiche al comportamento. Se al termine del percorso della cavia si nasconde un gatto piuttosto che del cibo i risultati possono essere sensibilmente diversi a parità di reazione. Ma per l’uomo, la delega dei propri comportamenti a schemi codificati può comportare una gamma di possibili effetti negativi ancora più impattante. Il fatto è che tendiamo a registrare abitudini anche sul piano dell’etica e dell’estetica, e questo collide fortemente con la differente prospettiva evoluzionistica che caratterizza queste aree a fronte delle semplici azioni di sopravvivenza, nutrizione e cosi via. Sul piano intellettuale e spirituale l’abitudine è sempre mortale. Perché a differenza della nostra parte di attività cerebrale animale, quella inerente il significato, la sostanza dei gesti, non va risparmiata. Anzi va messa costantemente in moto, tenuta inquieta e mai fissata in una struttura acquisita una volta per sempre, data la sua natura ambigua e dinamica. Anche le abitudini come guidare, fare colazione, ritornare a casa e cosi via, possono essere soggette a variazioni brusche, imposte dagli eventi mutabili. Ma percentualmente la loro applicazione rimane quella standard, seppure con occasionali variazioni. Per quanto riguarda la dimensione etico-spirituale è vero il contrario. La trasformazione dei significati in schemi automatici da relegare alla dittatura delle abitudini, diviene sintomo di acriticità, insensibilità, perdita di empatia, e predisposizione a farsi servo o padrone, piuttosto che uomo alla ricerca di un compimento che vada oltre gli automatismi della quotidiano. Il rischio è forte. La tendenza ad evitare di mettersi in discussione per consolidarsi e sclerotizzarsi in prassi ripetute e sempre meno partecipate, è scritta nelle pastoie fisiologiche del nostro cervello, e gradualmente diviene il metro di giudizio con cui affrontiamo la realtà. Al novero delle abitudini non sfugge nulla, anche le pratiche sulla carta più nobili. Non sfugge la solidarietà, l’altruismo, la meditazione, le preghiere, il fare politica e ogni pratica rituale, anche la più rarefatta. Può essere abitudine portare il ramo d’ulivo per chi ha la guerra dentro, distribuire elemosine senza una vera partecipazione umana così come partecipare in modalità automatica a riti politici e religiosi. Su questo terreno è molto difficile intervenire. Può farlo ognuno nel suo intimo, al prezzo di rinnegare una idea di tranquillità e rispettabilità che hanno più a che fare con l’ipocrisia e l’istinto goal directed dei ratti in laboratorio che memorizzano il percorso perché sanno di trovare la ricompensa basica e atavica, nel loro caso, giusto obiettivo. Nel caso di un essere umano l’abitudine dell’etica significa la rinuncia ad evolversi, abdicando alla tentazione biologica del nucleo di base, per cui lavarsi i denti finisce per avere lo stesso impatto partecipativo di vedere, anche se via schermo, uomini, donne e bambini che scompaiono tra le onde cui hanno affidato le loro ultime speranze. Quando essa comincia a regolare anche l’etica e l’estetica ne derivano tanti effetti negativi, fra cui la caduta del senso critico. Fonte.www.avvenire.it
Papa:teologia pratica
Avvenire,   22/06/2019
Per una teologia "pratica". Il Papa a Napoli: Mediterraneo laboratorio di dialogo Stefania Falasca venerdì 21 giugno 2019 Da Napoli il Papa lancia un forte appello per una teologia di accoglienza basata sul dialogo e sull’annuncio e che contribuisca a costruire una società fraterna fra i popoli del Mediterraneo «Come alimentare una convivenza tollerante e pacifica che si traduca in fraternità autentica? Come far prevalere nelle nostre comunità l’accoglienza dell’altro e di chi è diverso da noi perché appartiene a una tradizione religiosa e culturale diversa dalla nostra? Come le religioni possono essere vie di fratellanza anziché muri di separazione?». Dalla collina di Posillipo che s’affaccia sul mare, sono queste domande dirette a fare da incipit nell’intervento che papa Francesco rivolge agli ascoltatori nascosti sotto ombrellini bianchi per riparasi dalla canicola del sole di Napoli. Il grande palco bianco nel piazzale di un ateneo, quello della sede della Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, pensato come una scatola senza fondo che incornicia in lontananza lo spazio del Mare Nostrum, il «mare del meticciato», rende l’idea di quello che vuole significare oggi questo incontro del Papa in questo contesto: una porta spalancata per favorire nuove prospettive di fratellanza tra culture e religioni e orizzonti per una «pentecoste teologica», un rinnovamento di studi ecclesiastici che conduca a una teologia legata alla realtà, pratica, di accoglienza, perchè anche «fare teologia è un atto di misericordia». Un laboratorio per l’incontro. Dopo aver ascoltato gli interventi di diversi docenti e testimonianze, nel suo discorso il Papa parla subito di "teologia dell'accoglienza": «Direi che la teologia – commenta Francesco – particolarmente in tale contesto, è chiamata ad essere una teologia dell’accoglienza e a sviluppare un dialogo autentico e sincero con le istituzioni sociali e civili, con i centri universitari e di ricerca, con i leader religiosi e con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per la costruzione nella pace di una società inclusiva e fraterna e per la custodia del creato». Francesco racconta a braccio un incontro avuto ieri pomeriggio con l’Arcivescovo dello Sri Lanka colpito da attacchi terroristici il giorno di Pasqua: «Ieri il cardinale mi ha detto questo: un gruppo di cristiani voleva andare dai musulamni per ammazzarli, ma noi siamo andati lì a convincerli che noi siamo amici, questo è un atteggiamento di vicinanza e dialogo». «Il modo di procedere dialogico è la via per giungere là dove si formano i paradigmi, i modi di sentire, i simboli, le rappresentazioni delle persone e dei popoli – continua il Papa – Giungere là come etnografi spirituali dell’anima dei popoli per poter dialogare in profondità e, se possibile, contribuire al loro sviluppo con l’annuncio del Vangelo del Regno di Dio, il cui frutto è la maturazione di una fraternità sempre più dilatata ed inclusiva». «Dialogo non è una formula magica – chiarisce il Pontefice – ma certamente la teologia viene aiutata nel suo rinnovarsi quando lo assume seriamente, quando esso è incoraggiato e favorito tra docenti e studenti, come pure con le altre forme del sapere e con le altre religioni, soprattutto l’Ebraismo e l’Islam. Gli studenti di teologia dovrebbero essere educati al dialogo con l’Ebraismo e con l’Islam per comprendere le radici comuni e le differenze delle nostre identità religiose, e contribuire così più efficacemente all’edificazione di una società che apprezza la diversità e favorisce il rispetto, la fratellanza e la convivenza pacifica». Ed elenca esempi di dialogo “pratici" per un rinnovamento dopo la Veritatis gaudium: «Nelle facoltà teologiche e nelle università ecclesiastiche sono da incoraggiare i corsi di lingua e cultura araba ed ebraica, e la conoscenza reciproca tra studenti cristiani, ebrei e musulmani. Il dialogo può essere un metodo di studio, oltre che di insegnamento. Quando leggiamo un testo, dialoghiamo con esso e con il mondo di cui è espressione; e questo vale anche per i testi sacri, come la Bibbia, il Talmud e il Corano. Il secondo esempio è che il dialogo si può compiere come ermeneutica teologica in un tempo e un luogo specifico. Nel nostro caso: il Mediterraneo all’inizio del terzo millennio». Una teologia dell’accoglienza è anche «una teologia dell’ascolto»: «Ciò significa anche ascoltare la storia e il vissuto dei popoli che si affacciano sullo spazio mediterraneo per poterne decifrare le vicende che collegano il passato all’oggi e per poterne cogliere le ferite insieme con le potenzialità». Per il Papa occorre anche una teologia interdisciplinare: «Una teologia dell’accoglienza che, come metodo interpretativo della realtà, adotta il discernimento e il dialogo sincero necessita di teologi che sappiano lavorare insieme e in forma interdisciplinare, superando l’individualismo nel lavoro intellettuale». Ma anche una «teologia in rete» in «solidarietà con tutti i naufraghi della storia». È tempo di lasciare dunque alle spalle una teologia difensiva e apologetica, ma anche avere attenzione che le dispute teologiche non feriscano e relativizzino la fede del popolo di Dio. Qual è dunque il compito della teologia dopo Veritatis gaudium nel contesto del Mediterraneo? «Innanzitutto, occorre partire dal Vangelo della misericordia, dall’annuncio fatto da Gesù stesso e dai contesti originari dell’evangelizzazione. La teologia nasce in mezzo agli esseri umani concreti, incontrati con lo sguardo e il cuore di Dio, che va in cerca di loro con amore misericordioso. Anche fare teologia è un atto di misericordia». Papa Francesco non si è intrattenuto per il pranzo come deciso in precedenza, subito dopo l’intervento è ritornato in elicottero a Roma. Fonte.www.avvenire.it