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Allarme Istat:madri lavoratrici
Avvenire,   20/11/2019
L'allarme dell'Istat. Lavoro, madri ancora penalizzate Paolo Ferrario lunedì 18 novembre 2019 In Italia, l'11,1% delle madri non ha mai lavorato per prendersi cura dei figli, In Europa, la media è del 3,7% Diventare padri migliora la partecipazione degli uomini al mercato del lavoro, mentre essere madri è ancora panalizzante per le donne, a causa della difficoltà di conciliazione tra lavoro e famiglia. Un dato (forse) inatteso e una conferma, invece ampiamente prevista, sono i due aspetti principali del report “Conciliazione tra famiglia e lavoro”, diffusa questa mattina dall'Istat, su dati del 2018. A livello generale, sono 12 milioni e 746mila le persone tra i 18 e i 64 anni (pari al 34,% della popolazione considerata), che si prendono cura di figli minori di 15 anni o di parenti malati, disabili o anziani. Tra questi, 2 milioni e 827mila svolgono questo servizio di cura in maniera continuativa. Fra i genitori occupati con figli minori di 15 anni, il 34,6% dei padri e il 35,9% delle madri lamentano problemi di conciliazione tra il lavoro e la famiglia e poco meno di un terzo utilizza i servizi messi a disposizione dagli enti locali. Anche questa carenza, fa sì che l'11,1% delle donne con almeno un figlio, non abbia mai lavorato fuori casa, per prendersi cura della famiglia. Il divario tra uomini e donne Mentre il tasso di occupazione degli uomini tra i 25 e i 54 anni, con figli minori di 14 anni, tende a migliorare (89,3% rispetto all'83,6% degli uomini senza figli), per le donne la situazione è opposta e ancora fortemente penalizzante. Il tasso di occupazione delle madri di 25-54 anni è al 57%, mentre quello delle donne senza figli è al 72,1%. I tassi di occupazione più bassi si registrano tra le madri di bambini in età prescolare: 53% per le donne con figli sotto i 2 anni e 55,7% per quelle con figli tra i 3 e i 5 anni. All'opposto, la quota di chi resta escluso dal mercato del lavoro è più bassa per i padri rispetto agli uomini senza figli, con un tasso di inattività pari, rispettivamente, al 5,3% e 9,1%. Per le madri, invece, il tasso di inattività è del 35,7%, rispetto al 20,3% delle donne senza figli. La laurea fa la differenza Cruciale, per favorire il lavoro delle madri, è il titolo di studio. Il report dell'Istat, infatti, evidenzia che oltre l'80% delle madri laureate ha un lavoro fuori casa, contro il 34% di quelle con titolo di studio pari o inferiore alla licenza media. Il divario con le donne senza figli scende da 21 punti percentuali se il titolo di studio è basso, a 3,7 punti se pari o superiore alla laurea. Il titolo di studio fa la differenza anche tra le donne che hanno responsabilità di cura di parenti malati, anziani e disabili. Un servizio che, in sei casi su dieci, è svolto dalle donne (1 milione e 343mila quelle tra i 45 e i 64 anni di età, di cui il 49,7% è occupata). Dal confronto con le donne che non hanno questo tipo di responsabilità, emerge un divario tra i tassi di occupazione pari a quasi 4 punti percentuali, confermato anche a livello territoriale. Il possesso di un titolo di studio pari o superiore alla laurea, annota l'Istat, riduce invece la differenza tra le donne con o senza responsabilità a soli 1,9 punti percentuali. Italia maglia nera in Europa La mancata partecipazione al mercato del lavoro o l'interruzione lavorativa per motivi legati alla cura dei figli, riguarda quasi esclusivamente le donne ed è un fenomeno che non viene riscontrato, con queste dimensioni, in altri Paesi dell'Unione Europea. Nel 2018, quasi il 50% delle donne tra i 18 e i 64 anni con almeno un figlio, ha interrotto il lavoro per almeno un mese continuativo, compresa la maternità obbligatoria (per chi ne ha usufruito). La media dell'Unione Europea è, invece, il 32,6%. Inoltre, in Italia, l'11,1% delle donne con almeno un figlio non ha mai lavorato, un valore triplo rispetto al 3,7% della media europea. Orari impossibili Oltre un lavoratore italiano su tre, il 35,1% per la precisione, denuncia la difficile conciliazione tra i tempi di lavoro e quelli di cura della famiglia. Al primo posto, nella classifica delle difficoltà quotidiane, c'è il regime orario. In particolare, le fatiche maggiori sono a carico delle madri con un impiego a tempo pieno (43,3% fa fatica a conciliare), rispetto al 24,9% di quelle che lavorano part-time. La conciliazione è resa complicata anche dal lavoro a turni, in orari pomeridiani o nel fine settimana (19,5%) e dal troppo tempo necessario per raggiungere il posto di lavoro (18,1%). Servizi scarsi e troppo cari Soltanto il 31% delle famiglie con figli sotto i 14 anni si avvale regolarmente di servizi pubblici o proivati, come asili nido, scuole materne, ludoteche o baby-sitter. Il 38% chiede aiuto ai parenti che, in nove casi su dieci, sono i nonni. Tra le madri di under 14 che non utilizzano i servizi, il 15% ne avrebbe, invece, estremo bisogno ma non può accedervi perché troppo costosi (9,6%), oppure assenti o senza posti disponibili (4,4%). In particolare, lamentano costi troppo alti le madri con figli di 0-5 anni (15,6%) e le non occupate (12,9%), le quote più alte per la mancanza dei servizi sono sempre tra le madri di figli in età prescolare (6%) e le residenti nel Mezzogiorno (5,5%). Fonte.www.avvenire-it
Donne nel mirino
Avvenire,   20/11/2019
Donne nel mirino. Femminicidi e violenze, sempre più vittime in Italia Viviana Daloiso martedì 19 novembre 2019 Nel 2018 sono state 142 le donne uccise. Quasi 5mila le vittime di violenza sessuale (il 25% sono minorenni). Boom di denunce per stalking e maltrattamenti in famiglia Femminicidi e violenze, sempre più vittime in Italia Un calvario senza fine. È quello che vivono le donne, nel nostro Paese, e di cui si continua a parlare senza che nulla di concreto avvenga per invertire la rotta: fondi al palo, Centri antiviolenza mortificati nella progettualità quotidiana, famiglie abbandonate, orfani dimenticati. Non solo la cronaca, che ogni giorno conta su nuovi orrori. I numeri appena snocciolati dall'Eures scattano la fotografia di un'Italia dove la differenza di genere segna un abisso in cui diritti e sicurezza si sbriciolano inesorabilmente a ogni giorno che passa. Soprattutto in famiglia. Tutti i reati in aumento Il dato più eclatante è quello che riguarda i femminicidi, ancora in crescita nel 2018: sono state 142 le donne uccise (+0,7%), 119 in famiglia (+6,3%). Nel rapporto si sottolinea che non si è mai registrata una percentuale così alta di vittime femminili (40,3%). Gelosia e possesso - sembra di tornare indietro di secoli - sono ancora il movente principale (32,8%). Ma in aumento ci sono anche le denunce per violenza sessuale, stalking e maltrattamenti in famiglia. Una manifestazione contro la violenza sulle donne a Roma Una manifestazione contro la violenza sulle donne a Roma In particolare per le violenze a sfondo sessuale, nel 2018 hanno raggiunto le 4.886 vittime, con una crescita del 5,4% sul 2017 e del 14,8% sul 2014. Di queste ben 1.132, pari al 25,9% del totale, risultano minorenni. Sono donne il 92% del totale di chi ha subito abusi, in crescita rispetto all'89,9% dell'anno precedente. In crescita anche la componente straniera delle vittime femminili, che raggiunge nel 2018 il 26,9% (era del 26,4% nell'anno precedente). Sono le regioni del Nord a registrare la crescita maggiore dei reati denunciati (+8,3% nell'ultimo anno e +22,5% tra il 2014 e il 2018), insieme a quelle del Centro (rispettivamente +8,5% sul 2017 e +15,6% sul 2014), mentre al Sud il fenomeno si presenta sostanzialmente stabile tra il 2014 e il 2018 (+0,3%) ed in leggera flessione nell'ultimo anno (-2,7%). Il Nord concentra inoltre il 53,5% delle denunce registrate in Italia nel 2018 (contro il 21,9% al Centro e il 24,6% al Sud), e l'indice di rischio più elevato (9,4 reati ogni 100.000 abitanti) superando la media nazionale (8,1) e i valori del Centro (8,9) e del Sud (5,8). Stalking e maltrattamenti, ecco il calvario In crescita costante anche il reato di stalking, che ha raggiunto nel 2018 le 14.871 denunce, il valore più alto dal 2014, con una crescita del 4,4% tra il 2017 e il 2018 e del 19,5% rispetto al 2014. Secondo gli ultimi dati disponibili, le vittime femminili di stalking rappresentano il 76,2% del totale (83% in Trentino Alto Adige), in crescita rispetto al 73,9% del 2017, mentre le vittime straniere si attestano sull'11,6%, sostanzialmente in linea con la loro incidenza sulla popolazione residente (tale valore sale al 19,7% in Trentino Alto Adige e al 19,3% in Emilia Romagna). A differenza di quanto rilevato per le violenze sessuali e per i maltrattamenti in famiglia, piuttosto contenuta risulta invece la componente dei minori, pari al 3,8% del totale. Ancora, tra i reati ascrivibili alla violenza di genere sono i maltrattamenti in famiglia a registrare il maggiore incremento nel 2018, attestandosi nel 2018 a 17.453 delitti denunciati, il valore più alto dell'ultimo quinquennio, in crescita dell'11,7% nel 2018 (+31,6% sul 2014). Anche per questo reato la componente femminile delle vittime risulta particolarmente elevata, rappresentando nel 2018 l'81,6% del totale (in crescita rispetto all'80% del 2017); a livello regionale l'incidenza della componente femminile assume valori compresi tra l'83,9% del Piemonte e il 74,5% della Calabria. Fonte.www.avvenire.it
Il Papa e i poveri
Avvenire,   16/11/2019
Giornata mondiale. La speranza dei poveri è in Dio Andrea Galli sabato 16 novembre 2019 Questo appuntamento è stato voluto da papa Francesco alla fine del Giubileo del 2016. La Messa in San Pietro e il pranzo con 1.500 indigenti in Aula Paolo VI. Tante iniziative in Itali Si celebra questa domenica oggi nell’orbe cattolico una Giornata che porta l’impronta molto chiara di Bergoglio. La sua genesi l’ha raccontata lui stesso nella Lettera apostolica Misericordia et misera. «Alla luce del Giubileo delle persone socialmente escluse, mentre in tutte le cattedrali e nei santuari del mondo si chiudevano le Porte della misericordia, ho intuito che, come ulteriore segno concreto di questo Anno Santo straordinario, si debba celebrare in tutta la Chiesa, nella ricorrenza della XXXIII domenica del tempo ordinario, la Giornata mondiale dei poveri». L’Anno Santo straordinario, com’è noto, si chiuse domenica 20 novembre 2016. L’evento richiamato da Francesco avvenne il fine settimana precedente, quando si radunarono in Vaticano circa seimila senzatetto, poveri ed emarginati in varie forme provenienti da dodici Paesi. «La speranza dei poveri non sarà mai delusa» (Sal 9,19) è il tema che il Papa ha scelto per la Giornata di oggi. «Il Signore non abbandona chi lo cerca e quanti lo invocano» scrive sempre il Papa nel suo messaggio ufficiale, «la condizione dei poveri obbliga a non prendere alcuna distanza dal Corpo del Signore che soffre in loro». Francesco sarà impegnato con la Messa alle 10 nella Basilica di San Pietro poi con il pranzo nell’Aula Paolo VI insieme a 1.500 indigenti provenienti da Roma, dalle diocesi del Lazio e oltre. Nel corso dell’ultima settimana sul lato sinistro del Colonnato di piazza San Pietro è stato allestito un presidio sanitario che offre visite mediche specialistiche ai più bisognosi. Si tratta di una struttura polifunzionale di 300 metri quadri che Francesco ha visitato venerdì assieme al nuovo centro di accoglienza notturna e diurna di Palazzo Migliori, a pochi metri dal Colonnato, una dimora dell’800 di quattro piani e duemila metri quadri affidata all’Elemosineria apostolica e ora gestita dalla Comunità di Sant’Egidio. Ma sono tante le iniziative oggi anche nel resto della penisola, con Messe, pranzi con i poveri e altro. A Rimini, per esempio, ieri sera si è tenuta una veglia di preghiera, mentre oggi al termine della Messa il vescovo Francesco Lambiasi consegnerà alcuni oggetti simbolici: coperte alla Protezione Civile, farmaci ai volontari dell’opera Sant’Antonio, un vassoio con alimenti alla Caritas diocesana, alcuni indumenti alla Comunità Papa Giovanni XXIII e ad un assessore comunale la mappa dei servizi presenti sul territorio per i poveri. Ad Andria il vescovo Luigi Mansi darà alla comunità diocesana e in particolare agli operatori della carità le «prospettive pastorali», un’appendice alla lettera pastorale incentrata sulla parabola del Buon Samaritano. A Carbonia ieri si è tenuta una grande raccolta alimentare e di prodotti per l’igiene, mentre la Caritas diocesana ha organizzato una visita guidata al Centro unico di distribuzione e al Centro di ascolto, due strutture cruciali nella lotta contro la povertà e l’esclusione sociale. La diocesi di Cassano all’Jonio ha organizzato una serie di incontri, iniziati lo scorso 31 ottobre, con economisti e sociologi, e ha chiesto a ogni parrocchia e associazione di impegnarsi nel mese di novembre per vivere al meglio la Giornata per i poveri. Fonte.www.avvenire.it
Papa ai penalisti
Avvenire,   16/11/2019
Ai penalisti. Papa: l'ecocidio potrebbe diventare peccato per il catechismo Redazione Internet venerdì 15 novembre 2019 Ai partecipanti al XX Congresso dell’Associazione internazionale di diritto penale, Francesco ricorda le criticità della giustizia umana e il senso della giustizia nella visione cristiana del mondo “Il diritto penale non è riuscito a preservarsi dalle minacce che, ai nostri giorni, incombono sulle democrazie”. È quanto afferma Papa Francesco, rivolgendosi ai partecipanti al XX Congresso dell’Associazione internazionale di diritto penale. Il Pontefice, in questo contesto, indica due aspetti rilevanti legati all’”idolatria del mercato” e ai “rischi dell’idealismo penale”. “La persona fragile, vulnerabile – spiega Francesco - si trova indifesa davanti agli interessi del mercato”. “Oggi, alcuni settori economici - come si legge nell’enciclica Laudato Si’ - esercitano più potere che gli stessi Stati”. La prima cosa che dovrebbero chiedersi i giuristi oggi è che cosa poter fare con il proprio sapere per contrastare questo fenomeno, che mette a rischio le istituzioni democratiche e lo stesso sviluppo dell’umanità. In concreto, la sfida presente per ogni penalista è quella di contenere l’irrazionalità punitiva, che si manifesta, tra l’altro, in reclusioni di massa, affollamento e torture nelle prigioni, arbitrio e abusi delle forze di sicurezza, espansione dell’ambito della penalità, la criminalizzazione della protesta sociale, l’abuso della reclusione preventiva e il ripudio delle più elementari garanzie penali e processuali. “Una delle maggiori sfide attuali della scienza penale, osserva il Papa, è il superamento della visione idealistica”. “L’imposizione di una sanzione non può giustificarsi moralmente con la pretesa capacità di rafforzare la fiducia nel sistema normativo e nella aspettativa che ogni individuo assuma un ruolo nella società e si comporti secondo ciò che da lui ci si attende”. Francesco ricorda inoltre “una delle frequenti omissioni del diritto penale, conseguenza della selettività sanzionatoria”: “la scarsa o nulla attenzione che ricevono i delitti dei più potenti, in particolare la macro-delinquenza delle corporazioni”. “Il diritto penale – afferma il Pontefice - non può rimanere estraneo a condotte in cui, approfittando di situazioni asimmetriche, si sfrutta una posizione dominante a scapito del benessere collettivo”. “Questo succede, per esempio, quando si provoca la diminuzione artificiale dei prezzi dei titoli di debito pubblico, tramite la speculazione, senza preoccuparsi che ciò influenzi o aggravi la situazione economica di intere nazioni”. Si tratta di delitti che hanno la gravità di crimini contro l’umanità, quando conducono alla fame, alla miseria, alla migrazione forzata e alla morte per malattie evitabili, al disastro ambientale e all'etnocidio dei popoli indigeni. Non devono rimanere impunite, sottolinea Francesco, tutte quelle condotte che possono essere considerate come “ecocidio”: “la contaminazione massiva dell’aria, delle risorse della terra e dell’acqua, la distruzione su larga scala di flora e fauna, e qualunque azione capace di produrre un disastro ecologico o distruggere un ecosistema”. Il Papa ricorda che recentemente, durante il sinodo per la Regione Panamazzonica, i padri sinodali hanno proposto di definire “il peccato ecologico come azione oppure omissione contro Dio, contro il prossimo, la comunità e l’ambiente”. Francesco aggiunge che si sta pensando di introdurre nel Catechismo della Chiesa cattolica il peccato contro l'ecologia. Come è stato segnalato nei vostri lavori, per “ecocidio” si deve intendere la perdita, il danno o la distruzione di ecosistemi di un territorio determinato, in modo che il suo godimento per parte degli abitanti sia stato o possa vedersi severamente pregiudicato. Si tratta di una quinta categoria di crimini contro la pace, che dovrebbe essere riconosciuta tale dalla comunità internazionale. In questa circostanza, e per vostro tramite, vorrei fare appello a tutti i leader e referenti nel settore perché contribuiscano con i loro sforzi ad assicurare un’adeguata tutela giuridica della nostra casa comune. Papa Francesco ricorda alcuni problemi che si sono aggravati. Tra questi, “l’uso improprio della custodia cautelare”: “la situazione – osserva il Papa - si è aggravata in diverse nazioni e regioni, dove il numero di detenuti senza condanna già supera ampiamente il cinquanta per cento della popolazione carceraria”. Un altro aspetto preoccupante, indicato dal Papa, è l’involontario incentivo alla violenza”: “In diversi Paesi sono state attuate riforme dell’istituto della legittima difesa e si è preteso di giustificare crimini commessi da agenti delle forze di sicurezza come forme legittime del compimento del dovere”. Si tratta di “condotte inammissibili in uno Stato di diritto” e, in genere, “accompagnano i pregiudizi razzisti e il disprezzo verso le fasce sociali di emarginazione”. La cultura dello scarto, spiega inoltre Francesco, “sta manifestando la grave tendenza a degenerare in cultura dell’odio”. "Non è un caso - afferma il Santo Padre - che a volte ricompaiano emblemi e azioni tipiche del nazismo. Io vi confesso che quando sento qualche discorso, qualche responsabile dell’ordine o del governo, mi vengono in mente i discorsi di Hiltler nel ’34 e nel ’36. Un altro fenomeno indicato dal Papa è il “lawfare”: “Si verifica periodicamente che si faccia ricorso a imputazioni false contro dirigenti politici, avanzate di concerto da mezzi di comunicazione, avversari e organi giudiziari colonizzati. In questo modo, con gli strumenti propri del lawfare, si strumentalizza la lotta, sempre necessaria, contro la corruzione col fine di combattere governi non graditi, ridurre i diritti sociali e promuovere un sentimento di antipolitica del quale beneficiano coloro che aspirano a esercitare un potere autoritario”. Agli studiosi del diritto penale e a quanti sono chiamati ad assolvere funzioni concernenti l’applicazione della legge penale, il Papa rivolge anche un appello: Affinché la funzione giudiziaria penale non diventi un meccanismo cinico e impersonale, occorrono persone equilibrate e preparate, ma soprattutto appassionate alla giustizia, consapevoli del grave dovere e della grande responsabilità che assolvono. Solo così la legge – ogni legge, non solo quella penale – non sarà fine a sé stessa, ma al servizio delle persone coinvolte, siano essi i responsabili dei reati o coloro che sono stati offesi. Papa Francesco ricorda “che il compimento di un male non giustifica l’imposizione di un altro male come risposta”. Si tratta “di fare giustizia alla vittima, non di giustiziare l’aggressore”. Fonte.www.avvenire.it
Italia:mamme lavoratrici
Ansa,   15/11/2019
Per una donna, lavorare e fare figli in Italia può essere un calvario. Lo stato, le aziende, la cultura dominante, nonostante leggi, programmi, discorsi e sforzi recenti , sono ancora tarate su un modello culturale maschile e patriarcale. Se le donne vogliono lavorare, devono essere come gli uomini. Cioè, pensare solo al lavoro e non ai figli. Meglio se non ne fanno del tutto. E' un'Italia ipocrita e arretrata quella che viene raccontata in "Non è un paese per mamme", il libro della giornalista Paola Setti per All Around.     Genovese trapiantata a Milano, dopo che ha fatto due figli ha chiesto un po' di elasticità al direttore del suo giornale, per conciliare lavoro e bimbi piccoli, non trovandola, alla fine si è licenziata, scoprendo successivamente di non essere certo un caso unico. Così, Paola ha cominciato a raccogliere dati e testimonianze sulla condizione delle madri lavoratrici in Italia. E il risultato della sua inchiesta sul campo è demoralizzante.     "La legislazione ci sarebbe pure - scrive la giornalista -.     Quella che manca è la pratica. Cioè, in ultima analisi, la cultura". E giù con testimonianze di madri che hanno dovuto lasciare il lavoro dopo aver partorito: mobbizzate dai datori e dai colleghi che non le aiutano (se va bene) o le prendono di mira (se va male) ("tu vorrai mille permessi, uscire prima, entrare dopo"), subito licenziate se hanno posti precari, senza l'aiuto di nidi aziendali (inesistenti) e pubblici (rarissimi), senza telelavoro (che aiuterebbe), con mariti spesso poco propensi (per cultura atavica) a dividere la cura dei figli.     Quelle che resistono, fanno sforzi eroici e sovrumani, aiutate solo dai genitori (chi ce li ha vicini), a loro volta schiavizzati dai nipoti e dalle figlie. Ma molte lasciano. Nel 2018 le donne che hanno dato le dimissioni sono state 30.672, la maggior parte per l'impossibilità di conciliare lavoro e figli.     Quelle che restano in azienda, spesso rinunciano alla prole. Il 57% dei dirigenti donne non hanno figli, contro il 25% dei dirigenti maschi.     In Italia, scrive Setti, lo stato dà solo il 2% del Pil alle famiglie, contro il 4% della Francia ad esempio. "Ma allo stato fa comodo avere le donne a casa, perché creare asili e case per anziani costa, mentre il lavoro di cura casalingo è gratuito. Le donne hanno ottenuto la parità, ma una parità a misura d'uomo - è il commento finale dell'autrice -. Devono essere come gli uomini, uniformarsi a un modello maschile. Invece servirebbe un mondo del lavoro orientato su un modello genitoriale". (ANSA).    Fonte.www.ansa.it
Spiritualità:Clement
Avvenire,   14/11/2019
Spiritualità. Il teologo Clément e il cristianesimo «dei volti e della bellezza» Roberto Righetto giovedì 14 novembre 2019 Raccolti in volume gli interventi del teologo ortodosso francese pubblicati su “Avvenire” dal 1990 al 2008 Spaziando dall’aldilà ai conflitti politico-religiosi "Da Oriente" di Olivier Clément (pagine 198, euro 15,00) è il nuovo volume della collana “Pagine prime”, realizzata da Vita e Pensiero in collaborazione con Avvenire. Apparsi originariamente sul nostro quotidiano, gli scritti su «ecumenismo, Europa, spiritualità» vengono raccolti per la prima volta in volume a dieci anni dalla morte di Clèment (nato ad Aniane, il 17 novembre 1921, morì a Parigi il 15 gennaio 2009). Oltre a "Da Oriente" è in libreria un altro titolo della collana, "L’adesso di Dio" di Sergio Massironi e Alessandra Smerilli, sul rapporto tra Chiesa e giovani. Che la nostra società ipertecnologica e smarrita si dimostri propensa a credere a tutto l’aveva già mirabilmente preconizzato Chesterton. A sua volta il cardinale Biffi la definì sazia e disperata. Descrizioni della civiltà occidentale che si ritrovano nelle riflessioni di Olivier Clément, il teologo ortodosso francese di cui ora Vita e Pensiero, nella collana “Prime pagine” edita in collaborazione con “Avvenire”, manda in libreria il volumetto Da Oriente. Ecumenismo, Europa, spiritualità (pagine 198, euro 15). Si tratta della raccolta di una cinquantina di articoli che il pensatore ha scritto dal 1990 al 2008 e che dimostrano la sua capacità di spaziare da questioni proprie della teologia come l’aldilà e il “Filioque” a vicende terrene quali i conflitti politico-religiosi o la polemica sul chador. Noi adoratori dei cani si intitolava un suo intervento del 1996 in cui con parole sferzanti fissava lo sguardo, passeggiando un giorno sulla riva destra della Senna, sulla «vera divinità di questa fine secolo». Frotte di dame e signori portavano a spasso i loro barboncini per fermarsi ogni tanto, osservandoli mentre soddisfacevano i loro bisogni. E gli venne spontaneo chiedersi a cosa pensassero quelle persone: «Rivivono l’intenerimento dei loro genitori quando li onoravano di simili oboli? Dicono a se stessi: i cani sono come noi, siamo come loro, almeno sulla riva del niente restano queste radici animali dell’essere?». Lo constatiamo ancor oggi: una società è malata quando conta più cani che bambini. Clément nel suo giudizio non era spietato, cosciente che spesso, quando le persone sono sole, il cane fa compagnia. Ma la sua analisi andava in profondità: «Per certi cittadini frustrati, la relazione con il cane ha qualcosa di erotico o di materno (ascoltate i loro balbettii di tenerezza). E il cane, a differenza del bambino, presenta il vantaggio immenso di non parlare. Così non ti contesta, ti adora in silenzio. È anche questa una maniera di sentirsi dio». Ma il nostro tempo segue tanti culti strampalati, come quando in occasione del cambio di millennio si diffuse la moda del New Age, o tornò in voga la devozione per il Sole o gli Angeli. Per Clément si trattava di espressioni di una razionalità pseudo-mistica i cui adepti «scavano fino al nulla – confuso col Nirvana buddista – nel narcisismo dell’individuo occidentale». Forme di un nuovo nichilismo che finisce per estromettere il Dio vivente e che confermano la sentenza di Pascal: «Chi vuole far l’angelo fa la bestia». Nel suo sguardo critico, come accennato, il teologo non s’impanca mai nella posizione del moralista fustigatore dei costumi, anzi cerca di capirli per orientare il cristianesimo del XXI secolo affinché sia in grado di offrire vere risposte. E capace di opporsi alla barbarie dilagante, che abbia il volto del fanatismo che ha fatto strage di sette monaci a Tibhirine o del prometeismo che ci minaccia «di mostruosità genetiche e di un suicidio collettivo, nucleare o ecologico»; nonché di presentare con parole nuove la possibilità di una redenzione dinanzi al caos. Quello che Clément ha in mente, lo ripeto, è un cristianesimo della libertà che prenda il posto del cristianesimo che nei secoli del moralismo, quelli della cristianità, era fondato sulla paura dell’inferno, sulla rivendicazione del potere e sull’ossessione della sessualità. Egli crede nello sviluppo di un cristianesimo rinnovato, che non separi più il sacramento dell’altare e il sacramento del fratello, «un cristianesimo che non cesserà di oscillare, fino alla Parusìa, tra le forme più sottili del martirio e i segni più eclatanti di un divino-umanesimo». Poeti e profeti fu il titolo di una tavola rotonda che promuovemmo come Avvenire nel 1996 al Salone del Libro di Torino. Si cercava, con l’aiuto di scrittori e pensatori (oltre a Clément intervennero Grytzko Mascioni, David Meghnagi, Ruggero Pierantoni e Franco Loi) di cercare le “parole per un nuovo millennio”. Nel volume è riportato il testo che pronunciò Clément, il quale, sottolineò come «tra le prerogative del poeta (perciò indubbiamente egli profetizza) c’è la capacità di suscitare il risveglio. Gli antichi asceti dicevano che il più gran peccato è l’oblio: quando l’uomo diventa opaco, insensibile, talvolta indaffarato, tal’altra poveramente sensuale, incapace di fermarsi un istante nel silenzio, di stupirsi, di vacillare davanti all’abisso, sia per orrore oppure per giubilo. Incapace di ribellarsi, di amare, di ammirare, di accogliere l’inconsueto degli altri e delle cose. Insensibile alle sollecitazioni segrete, pur così frequenti, di Dio. Interviene allora il poeta». Anche oggi urge una poetica dei volti e delle cose. Olivier Clément sulle pagine di Agorà fra il 1995 e il 1996 tenne per un anno una rubrica denominata “Ecumene”, intervallandosi col pastore valdese Paolo Ricca. Entrambi offrivano ai lettori del quotidiano cattolico parole illuminanti: erano gli anni memorabili dell’apertura del pontificato di Giovanni Paolo II verso le altre confessioni e religioni, apertura che aveva trovato uno dei segni più forti nell’Incontro di preghiera interreligiosa per la pace di Assisi del 1986, così come nei vari mea culpa per i fatti incresciosi della storia, dalle Crociate all’Inquisizione alle guerre di religione. Marxista convertito al cristianesimo a 27 anni dal filosofo russo Berdjaev, Clément nelle pagine di questo libro costantemente rammenta come il cristianesimo sia «la religione dei volti e della bellezza». Lo coglie bene Enzo Bianchi nell’introduzione: «Il Vangelo e i Padri d’Oriente e d’Occidente – scrive – sono le bussole che hanno orientato il cammino di questo autentico “visionario” cristiano. Di questo inesauribile patrimonio Clément ha saputo diventare un appassionato divulgatore capace di parlare il linguaggio delle donne e degli uomini del nostro tempo, vi ha trasposto una sapienza che viene dallo Spirito, un afflato evangelico che chiunque lo abbia incontrato ha potuto constatare da subito». Una sapienza che si spingeva a valorizzare protagonisti del ’900 apparentemente lontani dalla fede cristiana, come il pittore Pablo Picasso e lo scrittore e filosofo Jean-Paul Sartre. In un lucidissimo intervento incentrato soprattutto su Guernica, Clément osserva come Picasso sia stato l’artista delle due guerre mondiali e abbia raffigurato la scomposizione dei volti e l’agonia dell’Europa, aprendo però sentieri di resurrezione. E a proposito dell’autore di L’essere e il nulla egli rileva come la sua opera sia stata un sfida per i credenti e che pur fra mille contraddizioni, come l’esaltazione dell’Urss e persino delle Brigate Rosse, egli alla fine abbia ritrovato «il cammino sia della vera alterità sia della vera trascendenza». Bellissime sono infine le pagine dedicate alla teologia dell’icona. Oltre alle più note, come la Trinità di Andrej Rublëv, Clément amava moltissimo un dipinto sulla discesa agli inferi, conservato in una chiesetta alla periferia di Istanbul, ora trasformata in museo, San Salvatore in Chora: Cristo danza sulle porte dell’inferno, avvolto da una mandorla, afferra Adamo ed Eva e, dietro di loro, i santi e i profeti che rappresentano tutti gli uomini delle generazioni precedenti. «Da allora – conclude il teologo – nella Chiesa e dappertutto nel mondo (ma in realtà è la Chiesa che sostiene il mondo), quella mano continua a squarciare le tenebre. Dio s’incarna e scende fin nella morte e nell’inferno per aprirci, attraverso la sua umanità risuscitata, la via della vita viva, la forza stessa dello Spirito. Il fondamento dell’icona è l’Incarnazione. Il Dio inaccessibile, propriamente in-immaginabile dell’Antico Testamento, è diventato volto in Cristo. Volto dello Sfigurato-Trasfigurato, del Servo che avendo vinto la morte con la morte risplende della bellezza più sconvolgente, quella dell’amore folle di Dio per l’uomo». Fonte.www.avvenire.it
Papa:minori& web
Avvenire,   14/11/2019
Minori & web. Il Papa: ogni abuso sui minori via dalla faccia della terra. E dal web Riccardo Maccioni giovedì 14 novembre 2019 L'appello alle grandi compagnie del settore a non considerarsi estranee all'uso degli strumenti che mettono in mano ai loro clienti minorenni. Al centro dell'incontro la tutela dei minori La sfida è grande: «Vogliamo bandire dalla faccia della terra la violenza e ogni tipo di abuso nei confronti dei minori». E ancora: «Le grandi compagnie del settore non possono considerarsi completamente estranee all'uso degli strumenti che mettono nelle mani dei loro clienti». Sono parole chiare e principi indiscutibili quelli richiamati del Papa nel suo intervento al summit internazionale “Promoting digital child dignity” che si propone di garantire una dignità, cioè una tutela, digitale ai bambini, ai ragazzi che si affacciano in Rete. «In un mondo come il nostro, in cui i confini fra gli Stati sono continuamente superati dalle dinamiche create dagli sviluppi del Web – ha aggiunto Francesco – i nostri sforzi devono assumere la dimensione di un movimento globale che si unisce agli impegni più nobili della famiglia umana e delle istituzioni internazionali per la tutela della dignità dei minori e di ogni persona». È chiaro infatti che «ogni educatore, ogni genitore va aiutato e sostenuto nel suo servizio dall'impegno concorde di una nuova alleanza di tutte le istituzioni e forze educative. A questo contribuisce non solo la sana ragione etica, ma anche la visione e l'ispirazione religiosa, che ha respiro universale perché fonda il rispetto della dignità umana sulla grandezza e santità di Dio, suo Creatore e Salvatore. Perciò è benvenuta la presenza fra voi di numerosi autorevoli leader religiosi che intendono farsi carico in modo solidale e corresponsabile di questi problemi». Di qui un rinnovato invito all'impegno comune, concreto, di tutte le agenzie educative. «La causa della protezione dei minori nel mondo digitale – ha sottolineato il Papa – deve vederci uniti, come testimoni dell'amore di Dio per ogni persona, a cominciare dai più piccoli e indifesi, per far crescere in tutti, in ogni parte del mondo e in ogni confessione religiosa, l'attenzione, la cura e la consapevolezza. Guardiamoli negli occhi: sono le vostre figlie e i vostri figli, dobbiamo amarli come capolavori e figli di Dio. Hanno diritto a una vita buona. Abbiamo il dovere di fare tutto il possibile perché la abbiano. Fonte.www.avvenire.it
Dercreto legge in materia di Cjbersicurezza
Ansa,   13/11/2019
Via libera definitivo dell'Aula della Camera al decreto legge in materia di Cybersicurezza. Il testo è stato approvato a Montecitorio con i voti della sola maggioranza: tutta l'opposizione si è astenuta. Il decreto istituisce il Perimetro della sicurezza cibernetica nazionale, al cui interno saranno incluse non solo tutte le Amministrazioni pubbliche, ma anche tutte le aziende che offrono servizi strategici (telefonia, trasporti ferroviari, fornitura di elettricita' ecc). Gli enti che rientreranno nel Perimetro saranno identificati da un Decreto della Presidenza del Consiglio, sulla base delle indicazioni del Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica (Cisr). Quando una Amministrazione pubblica o una azienda inserita nel Perimetro intendera' "procedere all'affidamento di forniture di beni, sistemi e servizi ICT destinati a essere impiegati sulle reti, sui sistemi informativi e per l'espletamento dei servizi informatici", dovra' comunicarlo al Centro di valutazione e certificazione nazionale (CVCN), istituito presso il Mise. Il Cvcn, valutando i rischi sulla sicurezza, "puo', entro trenta giorni, imporre condizioni e test di hardware e software"; in questo caso i contratti "sono integrati con clausole" che pongono delle condizioni, che potranno portare alla sospensione o anche alla risoluzione del contratto.  Nell'esame del Senato è stato introdotto al Viminale un proprio Centro di valutazione accreditato per reti e forniture Ict di competenza. I compiti di certificazione restano in capo al Centro di valutazione e certificazione. Inoltre queste norme si applicano ai soggetti inclusi nel Perimetro di sicurezza nazionale cibernetica, anche per i contratti - ove conclusi con soggetti esterni all'Ue - relativi al 5G, rispetto ai quali le attuali leggi sulla golden power prevedono la possibilita' che il governo possa esercitare il potere di veto o di imposizione di specifiche condizioni. In piu' per i contratti, l'Autorita' puo' imporre che essi siano "modificati o integrati con misure aggiuntive necessarie al fine di assicurare livelli di sicurezza" adeguati, "anche prescrivendo, ove necessario, la sostituzione di apparati o prodotti che risultino gravemente inadeguati sul piano della sicurezza". Il governo puo' inoltre opporre la golden power contro "soggetti esterni all'Unione europea" che vogliano acquistare partecipazioni azionari in societa' che detengono specifici beni e rapporti, fra cui le infrastrutture e le tecnologie critiche legate alla gestione dei dati e alla cybersicurezza, nonche' le infrastrutture finanziarie, ivi compresa Borsa spa. Con un emendamento del governo inserito nel corso dell'esame, e' stato rafforzata la golden power nei settori strategici, rispetto all'attuale legge del 2012. In particolare il potere di veto da parte dell'esecutivo viene esteso dalle "delibere" a "l'adozione di atti o operazioni" da parte delle societa' che detengono gli asset strategici. Fonte.www.ansa.it
Iniziativa contro la pedopornografia
Avvenire,   13/11/2019
L'iniziativa. Contro la pedopornografia, mai i ragazzi soli in rete Mimmo Muolo martedì 12 novembre 2019 In Vaticano simposio internazionale per promuovere la dignità digitale dei bambini. Urgente passare dalle parole ai fatti. Padre Lombardi: sul web cresce il numero e la gravità degli abusi Sarà l’udienza del Papa ad aprire l’incontro contro la pedopornografia in rete, giovedì 14 novembre. Il cardinale segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, lo chiuderà il giorno dopo. Ai lavori prenderanno parte un’ottantina tra ong e aziende tecnologiche (come Microsoft, Apple, Amazon, Facebook), oltre a politici, giuristi e leader religiosi. Sarà presente anche Giuseppe Pignatone, recentemente nominato dal Papa presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano. Prevista una Dichiarazione comune alla fine. Più di 800 milioni di bambini nel mondo usano internet e rappresentano più di un quarto degli oltre tre miliardi di utenti del web. Solo in India, nei prossimi due anni, più di 500 milioni di persone avranno accesso alla rete e la metà di loro (250 milioni) saranno minori di età. Ma la rete è anche il luogo in cui maggiormente alligna la piaga della pedopornografia. Microsoft infatti stima che circa 270.000 immagini di abusi sessuali su minori vengono caricate ogni giorno su internet. In generale l’80% delle vittime ha meno di 10 anni, nell’86% del materiale sugli abusi sessuali le vittime sono ragazze e nel 96% dei contenuti il bambino viene mostrato da solo, nel suo ambiente domestico. Inoltre, più del 65% delle immagini di abusi sessuali su minori sono alloggiate in Europa. Mentre la produzione di alcuni tipi di materiale - come la diretta streaming cui si collegano gruppi di pedofili da tutto il mondo - è concentrata in Paesi come le Filippine. Basterebbero questi dati di un terribile fenomeno ancora largamente sommerso (come dimostra ad esempio il fatto che meno del 50% delle aggressioni sessuali su minori sono denunciate alla polizia e il tempo medio tra il momento in cui si verifica l’abuso e il momento in cui le vittime rivelano la loro esperienza è di 22 anni) per confermare l’importanza dell’incontro internazionale: “Promuovere la dignità digitale del bambino - Dal concetto all’azione”, organizzato dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, “Child Dignity Alliance” e “Interfaith Alliance for Safer Communities”, che si terrà giovedì e venerdì alla Casina Pio IV in Vaticano. Oggi il simposio è stato presentato nella Sala stampa della Santa Sede da padre Federico Lombardi, presidente della Fondazione Ratzinger-Benedetto XVI e da Ernesto Caffo, fondatore di Telefono Azzurro. E proprio padre Lombardi ha sottolineato un altro aspetto che dovrebbe far scattare un sonoro campanello d’allarme. «Nel panorama digitale – ha detto il gesuita – i fenomeni gravi sono in aumento. E non va sottovalutata la crescente diffusione della pornografia, anche adulta - una forma di mentalità diffusa nella società -, che è anche largamente accessibile ai bambini. Gli studi - ha proseguito padre Lombardi - dicono che l’età in cui adesso i bambini cominciano a seguire la pornografia su internet è di 11 anni». Dunque occorre intervenire per proteggerli. Così come bisogna reprimere pratiche sempre più aberranti. «Le immagini che girano – queste le parole dell’ex direttore della Sala Stampa vaticana – sono sempre peggiori: aumentano in scala della violenza e la gravità dell’abuso rappresentato. Poi, l’altro fatto veramente orribile è quello dei gruppi che condividono anche in diretta la violenza su minori: ci sono dei Paesi, in Asia in particolare, dove sono presenti dei centri in cui avvengono le riprese e ci sono i gruppi internazionali di pedofili che partecipano attivamente a quello che sta accadendo. Queste sono cose incredibilmente orribili». Anche secondo Caffo, la pedofilia nella rete «è cresciuta in modo esponenziale e in tutto il mondo». Il suo appello è dunque a non lasciare «i ragazzi da soli di fronte alla rete», creando «un’alleanza stretta tra istituzioni e aziende», affrontando anche il confronto «tra privacy e controllo» che «sarà uno dei temi centrali dell’incontro. Fonte.www.avvenire.it
Papa:perseguitare gli ebrei
Avvenire,   13/11/2019
L'udienza. Il Papa: «Perseguitare gli ebrei non è umano né cristiano» A.M.B. mercoledì 13 novembre 2019 Proseguendo la catechesi sugli Atti degli Apostoli, Francesco ha esortato le famiglie ad essere «Chiesa domestica» e ha ricordato l'importanza dei laici nell'evangelizzazione La famiglia «Chiesa domestica». L'importanza dei laici nell'evangelizzazione. E gli ebrei «nostri fratelli», che oggi tornano a essere vittime di persecuzione. Sono questi i tre punti focali della catechesi di Francesco stamani, all'udienza generale che si è tenuta, come ha ricordato il Papa, in due gruppi: circa 250 ammalati in Aula Paolo VI e il resto (circa 14mila fedeli) in piazza San Pietro sotto una pioggia leggera. Prima di iniziare la catechesi, il Pontefice ha invitato i due gruppi a salutarsi: gli ammalati erano collegati, come sempre, con un maxischermo e il Papa li aveva salutati di persona poco prima. Proseguendo il ciclo di catechesi sugli Atti degli Apostoli, Francesco ha commentato il capitolo 18: «Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto, qui trovò un giudeo di nome Aquila… arrivato poco prima dall’Italia con la moglie Priscilla… Paolo si recò da loro e, poiché erano del medesimo mestiere, si stabilì in casa loro e lavorava. Di mestiere infatti erano fabbricanti di tende». «Comincia a rinascere l'abitudine di perseguitare gli ebrei» «Da evangelizzatore infaticabile qual è», Paolo porta avanti la corsa del Vangelo nel mondo. Dopo Atene va a Corinto, «città commerciale e cosmopolita grazie alla presenza di due porti importanti». Qui trova ospitalità presso una coppia di sposi, Aquila e Priscilla (o Prisca), fuggiti da Roma dopo che l’imperatore Claudio aveva ordinato l’espulsione degli ebrei. «Il popolo ebraico - osserva il Papa - ha sofferto tanto nella storia, è stato perseguitato e cacciato e nel secolo scorso abbiamo visto tante brutalità. Tutti eravamo convinti che questo fosse finito». E invece «oggi comincia a rinascere qua e là l’abitudine di perseguire gli ebrei. Questo non è umano né cristiano. Gli ebrei sono fratelli nostri e non vanno perseguitati, capito?». La famiglia «Chiesa domestica» Tornando al brano degli Atti, l'atteggiamento dei due coniugi testimonia «l’arte cristiana dell'ospitalità». Essi accolgono non solo l’evangelizzatore ma anche l’annuncio che porta con sé: il Vangelo. I tre lavorano insieme. «Paolo stimava molto il lavoro manuale - prosegue il Papa - e lo riteneva testimonianza cristiana, oltre che giusto modo per non essere di peso agli altri o alla comunità». Ed è una comunità quella che si raduna in quella casa che diventa «domus Ecclesiae», luogo di ascolto della Parola e di celebrazione dell’Eucaristia. «Anche oggi in alcuni Paesi dove non c’è libertà religiosa - prosegue il Papa - i cristiani si radunano in una casa un po’ nascosta per pregare e celebrare l’Eucaristia». Dopo un anno e mezzo, Paolo lascia Corinto con Aquila e Priscilla che si fermano a Efeso. I due sposi rientreranno poi a Roma e «saranno destinatari di uno splendido elogio che l’apostolo inserisce nella Lettera a Romani: "Essi per salvarmi la vita hanno rischiato la loro testa”. Quante famiglie in tempo di persecuzione rischiano la testa per mantenere nascosti i perseguitati» esclama il Papa. Il ruolo dei laici nell'evangelizzazione È grazie alla fede e all’impegno di tanti laici come Aquila e Prisca che il cristianesimo è giunto fino a noi. «Pensate che il cristianesimo dall’inizio è stato predicato dai laici» ricorda Francesco, che esorta: «Voi laici siete responsabili, per il vostro Battesimo, di portare avanti la fede». E cita una frase di Benedetto XVI: «I laici danno l’humus alla crescita della fede». Rivolgendosi in particolare agli sposi novelli, Francesco invita quindi a pregare affinché «le coppie cristiane sappiano aprire le porte dei loro cuori a Cristo e ai fratelli e trasformino le loro case in Chiese domestiche». Appello per il Burkina Faso: basta violenze Al termine dell'udienza il Papa rivolge «un pensiero speciale al caro Burkina Faso, da qualche tempo provato da violenze ricorrenti, e dove recentemente un attentato è costato la vita a quasi cento persone». «Affido al Signore - ha detto - tutte le vittime, i feriti, i numerosi sfollati e quanti soffrono per questi drammi». Francesco ha inoltre rivolto un «appello perché non manchi la protezione ai più vulnerabili». «Incoraggio - ha detto - le Autorità civili e religiose e quanti sono animati da buona volontà a moltiplicare gli sforzi, nello spirito del Documento di Abu Dhabi sulla Fratellanza Umana, per promuovere il dialogo interreligioso e la concordia». «Pregare per il mio viaggio in Thailandia e Giappone» Il Pontefice infine ha invitato tutti a pregare per il suo prossimo viaggio in Thailandia e Giappone, «affinché il Signore conceda ai popoli visitati copiosi doni di grazia». Il Papa partirà il 19 novembre, per far rientro in Vaticano il 26. Fonte.www.avvenire.it
Cyberbullismo
Ansa,   12/11/2019
Non solo per presunti ‘difetti fisici’, basta comparire o volere emergere sui social per finire alla gogna dei bulli da tastiera. Sai ballare e ti metti in mostra su instagram o sulle piattaforme musicali? Posti, semplicemente, la tua foto o qualcuno la posta al tuo posto? Dopo le prepotenze della vita reale (le scuole pullulano di bulli e bulle in carne ed ossa pronti a vessare gli altri), aumenta il bullismo da tastiera, fatto di prepotenti violenti che nascondono l’identità accanendosi con la vittima, senza differenza di genere. Di cyberbullismo se ne parla (nuovamente) in questi giorni in occasione della tragica morte della cantante sud coreana, Sulli, nome reale Choi Jin-ri, idolo K-pop di migliaia di adolescenti. Pare che la celebrity fosse vittima di crescenti e feroci critiche online, procrastinate nel tempo e la notizia riporta alla ribalta una faccia della società con cui tutti dobbiamo fare i conti, soprattutto se genitori di bambini e teenagers.  Attacchi ripetuti, continui, offensivi e sistematici sono all’ordine del giorno soprattutto in internet e, in Italia, il cyberbullismo è abbastanza radicato colpendo soprattutto i giovanissimi. La percentuale di coloro che dichiarano di aver subìto azioni di cyberbullismo pare calare infatti con l’età: ad 11 anni il picco (dice di averli subiti il 10,1%); a 13 anni lo denuncia l’ 8,5% e a 15 anni il 7% (sondaggio sistema di sorveglianza HBSC 2018 promosso dal Ministero della Salute ). Le vittime sono soprattutto i bambini che si affacciano nel mondo dei social in modo ingenuo e del tutto impreparato ma anche gli adolescenti fanno un uso problematico dei social preferendoli ai rapporti faccia a faccia, soprattutto quando si tratta di parlare dei propri sentimenti (lo pensa il 19% delle tredicenni, fonte HBSC 2018). La piazza virtuale però è piena di rischi. Il verdetto è ancora più preoccupante per l’American Academy of Pediatrics che riporta dati allarmanti: il 43% dei bambini e dei teenagers americani è stata vittima di attacchi sui social e il 58% di questi non ne parla con i genitori.  Basta dare al proprio figlio un telefonino o un tablet per esporlo al rischio, ricordano anche gli esperti di NetNanny, company di software di parental-controls . Sintomi più o meno evidenti ma che spesso si trascurano e invece sono l’occasione per intervenire. Tenendo conto che, una volta percepiti segnali di allarme che i ragazzi inviano anche in modo inconsapevole, è necessario creare un rapporto di fiducia che nasce se i genitori si dedicano all'ascolto, senza giudizi né rimproveri. La società ha raccolto i 10 segnali più comuni di disagio a carico dei bambini vittime di cyberbullismo. 1) In cima ai sintomi, il più comune sembra essere un aumento di nervosismo o il rifiuto ad andare a scuola. Il bambino chiede di poter restare a casa o telefona ai genitori durante l’orario scolastico per uscire prima. I bulli virtuali possono essere persone a loro vicine o vicine ai compagni dello stesso istituto scolastico.  2) Il secondo segnale d’allarme dovrebbe accendersi se il bambino risulta particolarmente irrascibile ed estremamente ansioso dopo che ha chattato o usato i social.  3) Il terzo sintomo riguarda lo stato d’animo del ragazzo mentre è indaffarato ad usare i dispositivi, dal cellulare al pc. Si arrabbia a tal punto da sbattere la tastiera o il telefono? Può succedere che le vittime reagiscano in questo modo per prendere le distanze dai bulli, reagendo con rabbia.  4) Il quarto campanello d’allarme dovrebbe accendersi quando il bambino non vuole condividere informazioni sul proprio account e sulle attività che svolge online con i genitori o gli adulti di riferimento. Nonostante il patimento, i bambini possono tentare di nascondere ciò che sta accadendo, hanno timore a parlarne. Stabilire delle regole chiare sull’uso dei dispositivi ed avere delle password comuni degli account è un modo per difenderli, almeno finché sono ancora piccoli.  5) Al quinto posto dei segnali di disagio ci sono la perdita inspiegabile di peso o l’aumento ponderale improvviso. Oppure mal di testa, mal di stomaco e difficoltà a mangiare. I genitori devono essere consapevoli che questi sintomi potrebbero indicare atti di bullismo e che, se persistono, possono danneggiare anche la salute.  6) Sesto campanello d’allarme è la difficoltà del figliolo a dormire la notte e ad avere una spiccata sonnolenza durante il giorno. L'irrequietezza è un fattore molto comune quando si tratta di cyberbullismo e i bambini spesso non sono in grado di dormire quando sono tormentati da ciò che i cyberbulli dicono su di loro. La stanchezza conseguente può influenzare il bambino per il resto della giornata, rendendolo irritabile e complicando lo svolgimento della sua giornata scolastica in cui deve affrontare compiti e compagni di classe.  7) Il settimo indizio di disagio da bulli virtuali è un progressivo calo di interessi verso gli hobby o le attività che generalmente venivano svolte con piacere ed erano magari le preferite.  8) L’ottavo segnale riguarda il comportamento del bambino che tende a divenire depresso o antisociale. 9) Segue l’isolamento da amici e parenti, nono sintomo di vessazioni virtuali.  10) L’ultimo sintomo, il più allarmante, è quando i ragazzi, schiacciati da prepotenze e prese in giro, iniziano a parlare di suicidio. In questo caso è indispensabile contattare immediatamente uno specialista coinvolgendo subito la scuola. Fonte.www.ansa.it
Papa:il diavolo distrugge l'uomo
L'Osservatore Romano,   12/11/2019
Il diavolo distrugge l’uomo perché Dio si è fatto come noi · Messa a Santa Marta · 12 novembre 2019 Il diavolo esiste, e per la sua invidia per il Figlio di Dio che si è fatto uomo, semina l’odio nel mondo, che provoca morte. Papa Francesco lo ha ribadito nell’omelia della messa di martedì mattina, 12 novembre, a Casa Santa Marta, dedicata al brano del libro della Sapienza (2, 23-3,9) proposto dalla liturgia nella prima lettura. Il Papa ha analizzato il primo versetto, nel quale il profeta ricorda che «Dio ci ha creati a immagine sua, siamo figlio di Dio», e subito dopo ha aggiunto «ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo». Francesco ha spiegato che «l’invidia di quell’angelo superbo che non ha voluto accettare l’incarnazione» lo portò «a distruggere l’umanità». E così nel nostro cuore entra qualcosa: «la gelosia, l’invidia, la concorrenza», ha elencato il Pontefice, mentre invece «potremmo vivere come fratelli, tutti, in pace». Così inizia «la lotta e la voglia di distruggere». Papa Francesco ha ripreso i suoi “dialoghi” con i fedeli: «Ma padre, io non distruggo nessuno». «No? E le chiacchiere che tu fai? Quando tu sparli di un altro? Lo distruggi». E citando l’apostolo Giacomo: «La lingua è un’arma feroce, uccide». «Il chiacchiericcio uccide, la calunnia uccide». «Ma padre, io sono stato battezzato, sono cristiano praticante, come posso diventare un assassino?». Perché, ha ricordato ancora il Papa, «dentro di noi abbiamo la guerra», fin dall’inizio. «Caino e Abele erano fratelli — ha sottolineato Francesco — ma la gelosia, l’invidia di uno distrusse l’altro». È la realtà, basta guardare un telegiornale: «le guerre, le distruzioni, gente che per le guerre anche muore di malattie». Il Pontefice ha ricordato anche la Germania e l’anniversario della caduta del Muro di Berlino, i nazisti e «le torture contro tutti coloro che non erano di “pura razza”». E altri orrori delle guerre. «Dietro questo c’è qualcuno che ci muove a fare queste cose — ha chiarito — È quello che noi diciamo la tentazione. Quando noi andiamo a confessarci, diciamo al padre: “Padre, io ho avuto questa tentazione, quest’altra, quell’altra”». E questo è, ha spiegato, «qualcuno che ti tocca il cuore per farti andare sulla strada sbagliata. Qualcuno che semina la distruzione nel nostro cuore, che semina l’odio. E oggi dobbiamo dirlo chiaramente, ci sono tanti seminatori di odio nel mondo, che distruggono». «Tante volte — ha commentato ancora il Papa — mi viene da pensare che le notizie sono un racconto di odio per distruggere: attentati, guerre». È vero che «tanti bambini muoiono di fame, di malattie» perché non hanno acqua, istruzione, educazione sanitaria. «Ma perché i soldi che servirebbero per questo — ha denunciato Francesco — vanno per fabbricare le armi e le armi sono per distruggere». Questo è quello che succede nel mondo, ma anche «nella mia anima, nella tua, nella tua». Per il «seme di invidia del diavolo, dell’odio». «E di cosa ha invidia il diavolo? — si è chiesto il Papa — Della nostra natura umana». «E voi sapete perché? Perché il Figlio di Dio si è fatto uno di noi. Questo non può tollerarlo, non riesce a tollerarlo». E allora distrugge. «Questa — ha detto il Pontefice — è la radice dell’invidia del diavolo, è la radice dei nostri mali, delle nostre tentazioni, è la radice delle guerre, della fame, di tutte le calamità nel mondo». Distruggere e seminare odio, ha proseguito il Papa, «non è una cosa abituale, anche nella vita politica», ma «alcuni lo fanno». Perché un politico ha spesso «la tentazione di sporcare l’altro, di distruggere l’altro», sia con bugie, sia con verità, e non fa così un confronto politico sano e pulito «per il bene del paese». Preferisce l’insulto, per «distruggere l’altro». «Io sono bravo, ma questo sembra più bravo di me?» pensa, e allora «lo butto giù, con l’insulto». «Vorrei che oggi ognuno di noi pensasse questo — è stato l’invito di Papa Francesco — perché oggi nel mondo si semina tanto odio? Nelle famiglie, che a volte non possono riconciliarsi, nel quartiere, nel posto di lavoro, nella politica... Il seminatore dell’odio è questo». Per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo. «Alcuni dicono: ma padre il diavolo non esiste, è il male, un male così etereo... Ma la Parola di Dio è chiara. E il diavolo se l’è presa con Gesù, leggete il Vangelo: che abbiamo fede o che non ne abbiamo, è chiara». Preghiamo il Signore, è stata l’invocazione finale del Papa, «che faccia crescere nel nostro cuore la fede in Gesù Cristo, suo Figlio», che ha preso la nostra natura umana, «per lottare con la nostra carne e vincere nella nostra carne» il diavolo e il male. E che questa fede «ci dia la forza per non entrare nel gioco di questo grande invidioso, il grande bugiardo, il seminatore di odio». di Alessandro Di Bussolo Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:capitalismo
Avvenire,   11/11/2019
Redazione Internet lunedì 11 novembre 2019 Ricevendo i membri del Consiglio per un Capitalismo Inclusivo, il Papa ha ricordato che un sistema economico sano non può essere basato su profitti a breve termine «L'aumento dei livelli di povertà su scala globale testimonia che la disuguaglianza prevale su un'integrazione armoniosa di persone e nazioni. È necessario e urgente un sistema economico giusto, affidabile e in grado di rispondere alle sfide più radicali che l'umanità e il pianeta si trovano ad affrontare. Vi incoraggio a perseverare lungo il cammino della generosa solidarietà e a lavorare per il ritorno dell'economia e della finanza a un approccio etico che favorisca gli esseri umani». Lo ha detto papa Francesco nell'udienza ai membri del Consiglio per un Capitalismo Inclusivo. IL TESTO INTEGRALE «Uno sguardo alla storia recente, in particolare alla crisi finanziaria del 2008, ci mostra che un sistema economico sano non può essere basato su profitti a breve termine a spese di uno sviluppo e di investimenti produttivi, sostenibili e socialmente responsabili a lungo termine - ha aggiunto Francesco -. Un sistema economico privo di preoccupazioni etiche non conduce a un ordine sociale più giusto, ma porta invece a una cultura "usa e getta" dei consumi e dei rifiuti. Al contrario, quando riconosciamo la dimensione morale della vita economica, che è uno dei tanti aspetti della dottrina sociale cattolica che dev'essere pienamente rispettata, siamo in grado di agire con carità fraterna, desiderando, ricercando e proteggendo il bene degli altri e il loro sviluppo integrale. Fonte.www.avvenire.it
Papa:premio Ratzinger
Avvenire,   10/11/2019
Vaticano. Papa Francesco: grati a Benedetto XVI per il suo servizio alla Chiesa Redazione Internet sabato 9 novembre 2019 Ecco chi sono i vincitori del premio Ratzinger. Il discorso di papa Francesco alla consegna del riconoscimento in Sala Clementina Ammirazione e gratitudine: sono i sentimenti con cui papa Francesco ha accolto i due vincitori del Premio Ratzinger di quest’anno, accompagnati in Vaticano da familiari e amici. Sono il professor Charles Taylor, canadese, e il teologo africano padre Paul Béré, che il cardinale Angelo Amato, presidente del Comitato Scientifico della Fondazione Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, presenta a papa Francesco. Due personalità provenienti da continenti e culture diverse, ma il cui messaggio secondo Francesco “è molto più simile di quanto non appaia a prima vista”. All'inizio del suo discorso il Papa ha affermato che questa è per lui "una bella occasione per esprimere ancora una volta stima e affetto per il mio Predecessore, il caro Papa emerito Benedetto XVI". "Gli siamo grati per l’insegnamento e l’esempio che ci ha dato nel servire la Chiesa riflettendo, pensando, studiando, ascoltando, dialogando, pregando, perché la nostra fede si conservi viva e consapevole - ha proseguito - nonostante il mutare dei tempi e delle situazioni, e perché i credenti sappiano rendere conto della loro fede con un linguaggio capace di farsi intendere dai loro contemporanei e di entrare in dialogo con essi, per cercare insieme le vie dell’incontro con Dio nel nostro tempo. Per questo, ha affermato Francesco, il dialogo con le diverse culture che cambiano “è un dovere per la teologia”. E proprio in questa prospettiva i due premiati di oggi “hanno offerto un notevole apporto”: Charles Taylor approfondendo in particolare il fenomeno della secolarizzazione del nostro tempo in Occidente; padre Paul Béré dedicandosi alla questione dell’inculturazione tanto importante in Africa. Cercare e trovare la via dell’accesso a Dio, in ogni tempo e spazio, ha concluso papa Francesco, è l’impegno del professor Taylor e del padre Béré, ed è "la missione di tutti coloro che, seguendo l’insegnamento del teologo Joseph Ratzinger e Papa emerito Benedetto XVI, si propongono di essere “cooperatori della Verità”. Fonte.www.avvenire.it
Europa:coesione sociale
Avvenire,   10/11/2019
In Europa. Coesione sociale, oltre i legami c'è un ponte da (ri)costruire Carla Collicelli sabato 9 novembre 2019 I trend recenti: nell’Europa del Sud e dell’Est risultano meno stretti i rapporti in termini di inclusività e fiducia, mentre si sono rafforzati identità e attaccamento La coesione sociale costituisce un concetto basilare per la sociologia e per le scienze sociali sin dalle origini, in quanto fa riferimento all’insieme dei fattori costitutivi del rapporto tra individuo e società, ed in particolare alle dimensioni della appartenenza, della fiducia e della cooperazione tra individui, gruppi sociali e istituzioni. Nei decenni scorsi molti sforzi sono stati dedicati ad approfondire gli aspetti qualitativi e quantitativi della coesione sociale e delle sue sfaccettature nei vari contesti, e negli ultimi anni il tema ha riscosso attenzioni particolarmente elevate, sia a livello di riflessione teorica che di studi sul campo che di opinione pubblica, anche a seguito del dibattito che si è venuto sviluppando sulle sfide della modernità, sulle forme della democrazia e sulle politiche di welfare. Dal punto di vista dell’opinione pubblica è cresciuta nel periodo più recente la tendenza a sottolineare i rischi dell’indebolimento della coesione sociale nelle società sviluppate, mentre nell’ambito degli approfondimenti teorici e delle tesi di lavoro si è cercato di metterne a fuoco in maniera accurata e ripetuta nel tempo gli elementi costitutivi, riassunti dal Consiglio d’Europa nel 2010 come riconducili a 5 aspetti principali: inclusione sociale, tensioni economiche etniche e sociali, fiducia interpersonale, partecipazione civica e po-litica, senso della comunità e attaccamento. Ed è proprio sulla base di questi aspetti, e degli indicatori di riferimento per la loro misurazione, che la Fondazione di Dublino per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro (Eurofound) ha fatto il punto sulla situazione europea nei mesi scorsi. I risultati dello studio (presentati e discussi nell’ambito della 14° Conferenza internazionale sul Reporting sociale di Villa Vigoni dal 14 al 16 ottobre scorso) sono rassicuranti e problematici al tempo stesso. Da un lato, infatti, l’analisi condotta con dovizia di dati ed elaborazioni ha rilevato una tenuta e addirittura un miglioramento della coesione sociale a livello europeo generale nel 2017 (ultimo dato disponibile), dopo il peggioramento registrato nel periodo precedente, ed attribuibile da un lato alla crisi economica del 2008 e dall’altro lato a quella cosiddetta 'dei rifugiati' del 2015. Entrando nei dettagli, però, si registrano importanti differenze tra aree geografiche e gruppi sociali, con livelli più bassi di coesione sociale nei Paesi dell’Europa meridionale e dell’Est rispetto al Nord e all’Ovest (il cosiddetto gradiente Nord-Sud e Est-Ovest) e tra le categorie di popolazione svantaggiate dal punto di vista socioeconomico. In particolare il Sud Europa, all’interno del quale si colloca l’Italia, mostra valori più bassi per quanto riguarda la percezione di inclusione sociale, la fiducia interpersonale ed istituzionale e l’impegno civico e politico. E valori più elevati per attaccamento alla propria area locale e rapporti con i vicini. E le fasce deboli (poveri, anziani, malati cronici) si collocano al di sotto della media per inclusione sociale, fiducia, partecipazione e percezione delle tensioni sociali, con evidenti tendenze alla polarizzazione nell’ambito della classe media, tra ceti medio-bassi e ceti medio-alti, sempre più distanti tra loro. È evidente l’interesse della analisi e dei risultati qui brevemente riassunti (Eurofound, Quality of life, Social cohesion and well-being in Europe, Dublin 2018), ma è altrettanto evidente che i dati raccolti, sicuramente utili per una descrizione dello stato dell’arte, non aiutano, se non molto parzialmente, a fare dei passi avanti nella comprensione delle cause degli andamenti rilevati e nella individuazione degli obiettivi da perseguire. Tanto è vero che, quando lo studio cerca di individuare i cosiddetti driver delle tendenze descritte, potremmo dire i loro determinanti, non riesce ad andare oltre ad alcune correlazioni decisamente scontate con la ricchezza, il prodotto interno lordo, l’occupazione, la mobilità ed altre variabili di natura principalmente economica. E si sente la mancanza di riferimenti a variabili più complesse ed articolate, che tengano conto dei valori sociali di una collettività e degli obiettivi condivisi a livello sociale e politico. È quanto ad esempio tenta di fare l’IPSP (International Panel for Social Progress), un Osservatorio con 300 esperti mondiali coordinati da Amartya Sen e impegnati sul tema 'Ripensare la società del XXI secolo'. Questo gruppo si colloca su posizioni diverse rispetto agli approcci descrittivi e fortemente condizionati da un’ottica socio economica, insistendo su aspetti valoriali – come la libertà, la lotta al relativismo, la solidarietà, il riconoscimento – e di principio – dignità, diritti, giustizia distributiva, democrazia –. In questa ottica IPSP registra un peggioramento generale della situazione mondiale e insiste sulla necessità di agire con modalità eticamente e socialmente sostenibili a livello politico mondiale, regionale e nazionale. Oltre alla impostazione di IPSP, andrebbero valorizzate alcune altre analisi che fanno riferimento ad importanti differenze nella coesione sociale. In particolare risultano tuttora attuali e valide le interpretazioni che distinguono tra 'coesione-legame' e 'coesione-ponte' ( binding e bridge): la prima si verifica in comunità relativamente piccole e nelle quali la coesione è sviluppata in termini di legami interni; mentre la seconda è presente in forma più estesa geograficamente e culturalmente, e si basa su collegamenti e legami tra culture e comunità diverse. Una sorta di applicazione più recente della distinzione proposta già da Durkheim in termini di 'coesione meccanica' (quella dei piccolo gruppi chiusi) e 'coesione organica' (quella tra gruppi, funzioni e culture diverse). È empowerment (il potenziamento, la crescita del peso) e le aspettative sociali di efficacia delle politiche dell’Università Martin Luther di Halle-Wittenberg. Questi temi, di natura più complessa e non facili da affrontare con la ricerca sociale, risultano decisamente più promettenti per capire i problemi della coesione sociale rispetto alle pur importanti analisi descrittive delle istituzioni europee. Soprattutto sorge spontaneo l’auspicio che l’Italia possa partecipare attivamente alla discussione in corso in Europa sul tema, portando il contributo della nostra tradizione di impegno comunitario e solidaristico, che tanta parte ha avuto nello sviluppo del paese, ma non chiudendo gli occhi di fronte ai problemi ed alle criticità. Anche perché proprio l’Italia è una delle comunità nazionali nelle quali si registrano in maniera particolarmente evidente le criticità, attribuibili al prevalere di forme di appartenenza ristrette all’ambito delle piccole comunità, geografiche o ideali che siano. Aprire lo spazio della coesione sociale, con interventi mirati a riconoscere il valore di una coesione allargata di tipo interclassista e globale, sembra essere un importante obiettivo da perseguire. Lavorare sul rapporto tra efficienza ed efficacia delle politiche pubbliche, sull’empowerment dei cittadini rispetto alla gestione della cosa pubblica, sull’inclusione delle realtà periferiche, di nuovo sia in termini geografici che in termini sociali, è un altro degli obiettivi da non trascurare. Fonte.www.avvenire.it
Bassetti:politica
Avvenire,   10/11/2019
Italia. Bassetti: è l'ora dei laici responsabili. In politica serve una nuova presenza Giacomo Gambassi sabato 9 novembre 2019 Il presidente della Cei: la Chiesa dialoga con tutti. Certo, non può tacere quando le grida di turno o i provvedimenti adottati contrastano con il Vangelo. Un invito a curare la casa comune Sulla scrivania del suo studio il cardinale Gualtiero Bassetti tiene la Bibbia aperta sul Vangelo di Matteo e, accanto, il ritaglio di una pagina di Avvenire. Il versetto su cui si sofferma il presidente della Cei è quello in cui Cristo sprona a rendere «a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». E l’articolo tratto da questo quotidiano è un’intervista al sondaggista Nando Pagnoncelli in cui si spiega, all’indomani dell’esito delle elezioni europee, che più della metà dei praticanti si è orientata verso l’astensione. A Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio «Ogni volta che leggo l’ammonimento del Signore a restituire all’imperatore romano il dovuto – afferma il cardinale arcivescovo di Perugia-Città della Pieve – penso che quelle parole siano un richiamo a ogni credente a restituire qualcosa alla città in cui vive. Sono un invito a curare la casa comune che è appunto la città, la provincia, la regione, il Paese intero. Sono una chiamata al cristiano a occuparsi della vita pubblica, a partire dalla politica: non soltanto con il voto, che è un diritto e un dovere al tempo stesso, ma anche con la dedizione personale, spendendosi senza riserve per il bene comune». L’analisi di Pagnoncelli, invece, mostra la distanza che c’è fra tanti cattolici e la politica. «Si avverte una sorta di divario fra le istituzioni e il cittadino – ammette il presidente della Cei –. Come cristiani abbiamo tirato i remi in barca, mi viene da dire. Ci interessiamo al sociale, magari interveniamo nel dibattito pubblico, ma non riusciamo a far sentire la nostra voce, a far entrare istanze e visioni nelle decisioni politiche. E questo produce una disaffezione e un’indifferenza che non possono non preoccupare». La Chiesa italiana dialoga con tutti Dalle finestre del palazzo arcivescovile di Perugia si vede la fontana di piazza IV novembre. È il simbolo del capoluogo dell’Umbria, regione che le ultime elezioni locali hanno consegnato al centrodestra dopo il “monopolio” della sinistra e del centrosinistra. «Non sosteniamo alcuna maggioranza e non siamo all’opposizione di alcuna alleanza di governo – chiarisce il cardinale –. Come Chiesa accogliamo con fiducia iniziative o decisioni che vanno incontro alle esigenze della comunità, come siamo voce critica davanti a scelte o progetti che minano la persona e la società. Cito, ad esempio, le prese di posizioni contro ogni forma di eutanasia: qualsiasi proposta legislativa che apra al suicidio assistito creerebbe un’autentica voragine perché la vita non è un possesso ma un dono che abbiamo ricevuto e dobbiamo condividere». Questo vale anche per il migrante che si trova in condizioni disperate e affronta viaggi della speranza in mare in cerca di un domani migliore e sicuro, ribadisce il cardinale. Quindi aggiunge: «La Chiesa italiana dialoga con tutti. Non alza steccati o muri. Certo, non può tacere quando le grida di turno o i provvedimenti adottati contrastano con il Vangelo e con un’antropologia cristiana che è nell’interesse di tutti e non solo di una parte. Ciò non ci esime dall’intervenire, altrimenti peccheremmo di “omissione”». Un cristiano non odia e non può essere antisemita Altro tema che tiene banco in questi giorni è quello del razzismo: prima la notizia che la senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz e testimone dell’orrore della Shoah, riceve circa duecento messaggi di odio al giorno attraverso il web e ha dovuto accettare la scorta; poi il voto al Senato sull’istituzione di una “Commissione straordinaria per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo” proposta dalla stessa senatrice e, purtroppo, non accolta all’unanimità. «“Un cristiano non può essere antisemita”, ha ricordato recentemente papa Francesco, come non può essere un seminatore di odio – sottolinea Bassetti –. Su internet e nelle reti sociali l’anonimato ha partorito gli hater, gli odiatori. Come cittadini, come Chiese e come vescovi, non possiamo che condannare ogni atteggiamento o intervento che semina a piene mani disprezzo, inimicizia, ostilità. Azioni e parole dettate dal rancore sono un peccato contro Dio e contro l’umanità e sono in netta antitesi con il “comandamento dell’amore” che Cristo ci consegna e che racchiude l’intero messaggio del Vangelo. Quando si sostituisce il Signore con l’idolatria dell’odio, si arriva alla follia di sterminare l’altro. Proviamo timore e dolore verso ogni forma di antisemitismo che deve essere combattuta senza esitazioni. E non possono essere consentiti i silenzi, le mancanze o le astensioni». L'Italia ha bisogno dei cattolici E si torna alla questione dei cattolici a servizio del Paese. «Faccio mie – dice il presidente della Cei – le parole di papa Francesco: “È necessaria una nuova presenza di cattolici in politica. Una nuova presenza che non implica solo nuovi volti nelle campagne elettorali, ma principalmente nuovi metodi che permettano di forgiare alternative che contemporaneamente siano critiche e costruttive”». Una pausa. «L’Italia – prosegue il cardinale – ha più che mai bisogno di laici cattolici che abbiano un’identità salda e chiara, che sappiano dialogare con tutti, che non siano eterodiretti, che siano in grado di costruire reti di impegno e che si assumano la responsabilità di rispondere alle “attese della povera gente”, direbbe Giorgio La Pira». Il sindaco “santo” di Firenze è figura cara a Bassetti. «La sua vita è stata tutta tessuta di preghiera, di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità. E mi piace soffermarmi sul primo aspetto: la preghiera, imprescindibile e irrinunciabile, per il cristiano che si dedica alla res publica. È la fonte di ogni sua scelta o gesto. Quando La Pira diceva che la Madonna gli chiedeva di salvare i posti di lavoro alla Pignone, non era un visionario o un ingenuo. La sua profezia era frutto della frequentazione quotidiana con Dio. Ecco perché sostengo che una rinnovata presenza dei cattolici nel panorama italiano debba partire dalla contemplazione. È la fede che dona quella forza inesauribile e quel coraggio mai domo per affrontare le sfide più audaci e, all’occhio umano, talvolta impossibili». La politica è una missione, non ricerca di tornaconto Ma c’è da scendere dal monte, dal Tabor, e calarsi nei problemi. «La politica è una missione, non una ricerca di tornaconto, non tentazione del consenso facile – tiene a precisare il presidente della Cei –. Una tensione verso i poveri, i precari, gli sfruttati, gli emarginati, i delusi, i fragili. E oggi fra loro rientrano i giovani che non trovano lavoro e che in maniera sempre più allarmante lasciano il nostro Paese; o le famiglie toccate dalla crisi, dalle difficoltà anche intrinseche, dalla disoccupazione. Il pensiero va oggi alla situazione che si è creata intorno all’ex Ilva di Taranto. Quei lavoratori, quelle famiglie non possono essere abbandonate a se stesse. È urgente riaffermare e garantire il diritto al lavoro che si coniughi con un degno e salutare ambiente di vita». Un cattolico impegnato in politica è chiamato a ricucire, è l’idea del presidente della Cei. «In un frangente segnato dalle divisioni, dalle lacerazioni sociali e, aggiungerei, anche ecclesiali – spiega il cardinale –, occorre essere uomini e donne di comunione e di riconciliazione, intercettare le varie sensibilità e i molti bisogni, fare sintesi intorno a quell’orizzonte condiviso che è l’umanesimo cristiano. Inoltre serve dare forma e sostanza alle parole: non ci si può fermare solamente all’annuncio». Bassetti indica il Vangelo che ha sul tavolo. «La nostra società – conclude – ha un grande bisogno di persone che non scendano a patti con la mondanità, con l’individualismo esasperato, con l’arroganza diffusa e che abbiano come bussole la sobrietà e l’umiltà. Non si tratta di guardare al passato ma di costruire un futuro realmente nuovo». Fonte.www.avvenire.it
Papa:fede e ragione
L'Osservatore Romano,   10/11/2019
Fede e ragione alla ricerca della verità · Papa Francesco alla cerimonia di consegna dei Premi Ratzinger · 09 novembre 2019 Benedetto XVI «ci ha dato l’esempio di una ricerca della verità in cui ragione e fede, intelligenza e spiritualità, sono continuamente integrate». Lo ha detto il Pontefice nel discorso pronunciato in occasione della cerimonia di consegna dei Premi Ratzinger, svoltasi nella mattina di sabato 9 novembre, nella Sala Clementina. Proprio richiamandosi all’insegnamento del suo predecessore, Francesco ha ricordato che «essere e restare in dialogo attivo con le culture, che cambiano nel corso dei tempi e si diversificano nelle diverse parti del mondo, è un dovere per la teologia, ma è allo stesso tempo condizione necessaria per la vitalità della fede cristiana, per la missione di evangelizzazione della Chiesa». In questa prospettiva si colloca l’opera dei due studiosi ai quali il Papa ha conferito il prestigioso riconoscimento: il professor Charles Taylor, che «nel corso della sua lunga vita di ricerca, insegnamento e azione ha spaziato in molti campi, ma in particolare ha dedicato l’impegno della sua mente e del suo cuore per comprendere il fenomeno della secolarizzazione nel nostro tempo»; e il gesuita Paul Béré — primo africano a ricevere il Premio Ratzinger — che ha lavorato «sull’interpretazione dei testi dell’Antico Testamento in un contesto di cultura “orale”, mettendo così a frutto l’esperienza delle culture africane», e si è inoltre impegnato «per la conoscenza, la comprensione e la recezione nel contesto africano dei Sinodi ai quali ha preso parte». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Cyberbullismo
Ansa,   08/11/2019
Un "Codice di etica digitale" con principi e regole per "contrastare l'uso anonimo delle rete", con una "maggiore responsabilizzazione di coloro che navigano sul web"; sistemi di parental control obbligatori e gratuiti su tutti i nuovi smartphone e tablet, con la possibilità di disattivarli solo da parte degli adulti, e clausole di "responsabilità genitoriale" nei contratti con gli operatori telefonici in caso di condotte illecite commesse in rete dai minori. Sono alcune delle raccomandazioni della Commissione bicamerale per l'Infanzia e l'Adolescenza, che ha condotto un'indagine conoscitiva su Bullismo e Cyberbullismo. L'indagine è un primo bilancio dell'efficacia della legge 71 del 2017, che promuove un approccio formativo-educativo nel contrasto di questi fenomeni. E la Commissione propone una serie di integrazioni. A cominciare dal maggiore coinvolgimento delle famiglie, ritenendo "eccessivamente scolasticocentrico" il carattere delle nuove previsioni di legge: i genitori - spiega la Commissione - devono presidiare l'uso delle tecnologie da parte dei ragazzi, e in questo contesto "sarebbe necessario anche potenziare la formazione delle famiglie" sulla rete e i rischi. Sul piano della repressione non vengono ritenute necessarie nuove fattispecie di reato, considerando sufficiente la nuova normativa sul revenge porn, ma si suggerisce di verificare l'opportunità di introdurre specifiche aggravanti per i reati già previsti. In ultimo, si raccomandano rilevazioni statistiche con cadenza biennale e una banca dati nazionale. "La battaglia contro il bullismo e il cyberbullismo è appena iniziata e non bisogna illudersi che sia facile. Il bullismo è un nemico spesso invisibile, che non lascia traccia nella realtà ma che arreca danni a volte irreparabili nella mente, nel cuore e nell'anima di bambini e adolescenti", sottolinea la senatrice Licia Ronzulli, presidente della Commissione. Il documento, votato all'unanimità, sarà trasmesso alla Commissione Giustizia della Camera che ha allo studio un progetto di legge. Fonte.www.ansa.it
Torino,dopo l'affido
Avvenire,   08/11/2019
Torino. Dopo l'affido, 10mila ragazzi nel limbo Luciano Moia venerdì 8 novembre 2019 Sono i giovani adulti tra i 18 e i 22 anni vissuti fuori dalle famiglie d’origine, in case d’accoglienza Per accompagnarli all’età adulta, con progetti per lavoro e casa, è nato un network «Nessuno di voi può capire cosa significhi compiere 18 anni ed essere messi alla porta dalla comunità in cui siete vissuti per quattro, cinque, dieci anni. Quella che è stata fino a quel momento la tua famiglia ti dice: fai da solo». Ecco il dramma dei ragazzi fuori famiglia, vissuti in affido o in comunità, una volta diventati maggiorenni. L’hanno raccontato con una canzone rap l’altro giorno a Torino gli stessi ragazzi: «Cinghiate e calci in culo, liti in famiglia, provo a diventare più grande di un gigante, non m’arrendo, la vita vola, pretendo ancora». Parole inesorabili e sgradevoli, capaci però di fotografare la fatica di diventare grandi in una famiglia che si disgrega e finisce per arrendersi. Rabbia e nostalgia tra i ragazzi che hanno partecipato al convegno organizzato per raccontare la nascita del primo network di associazioni impegnate ad assistere dopo i 18 anni i ragazzi vissuti fuori famiglia. Per questi giovani adulti gli strumenti di tutela esistono spesso solo sulla carta esistono. Il tribunale per i minorenni può disporre com’è noto il prosieguo della cosiddetta tutela amministrativa in presenza di situazioni d’emergenza. Ma il rispetto del dispositivo è legato alle risorse. Che quasi sempre mancano. E per 2.500-3.000 ragazzi che ogni anno escono dai percorsi di tutela, quando non si riaprono le porte delle famiglie d’origine, c’è solo il vuoto. Per questo Agevolando e Sos Villaggi dei bambini, lottano da anni per proporre percorsi alternativi, progetti in grado di pilotare i ragazzi verso l’età adulta senza il trauma di una nuova esperienza di abbandono. Così le due associazioni, in collaborazione con il Cnca e il ministero del lavoro e delle politiche sociali, hanno presentato la prima rete nazionale, Si punta a dare concretezza all’impegno a favore dei ragazzi fuori famiglia tra 16 e 24 anni. 'Per' loro, ma soprattutto 'con' loro, per ascoltarli e capire le loro esigenze. A dimostrazione ulteriore che affido – quello 'buono' – non fa rima con Bibbiano e che esistono decine di associazioni che operano con criteri di trasparenza e di efficienza lontanissimi da quanto visto e ascoltato nel caso dei servizi sociali della Val d’Enza. Le esperienze dei ragazzi hanno messo in luce drammi di cui non si parla mai abbastanza. C’è Silvia che racconta come per lei il concetto di casa è sempre apparso come un guscio vuoto. Marco che ha trascorso 3 anni in comunità e 13 attraverso 5 affidi familiari diversi e che quindi l’unica casa della sua vita rimane quella della sua prima infanzia. Quella che non esiste più. Altrettanto struggenti, attraverso il racconto dei giovani, le difficoltà legate alla ricerca del lavoro, alla fatica – e spesso l’impossibilità – di proseguire gli studi universitari. Altra dogana insuperabile quella dell’assistenza psicologica, considerata fondamentale sia dai ragazzi stessi sia dagli addetti ai lavori. Ma mentre gli incontri nell’ambito della neuropsichiatria infantile sono agevolati e sostenuti, i servizi di psicologia per adulti non prevedono alcuna agevolazione per i 'fuori famiglia'. O si va con una prescrizione o si paga. Situazione che durante il convegno Orazio Pirro, responsabile del servizio di neuropsichiatria del Comune di Torino, ha definito «un disastro ». Il procuratore del Tribunale per i minorenni di Torino, Emma Avezzù, ha messo tra l’altro in luce la difficoltà di avviare interventi di accompagnamento anche per la famiglie d’origine dei ragazzi. «Noi lo indichiamo nei nostri provvedimenti ma – ha detto – non sempre si realizza. Mancano i fondi degli enti pubblici». Non si tratta di una carenza da poco. L’impossibilità di intervenire sulle fragilità educative e relazionali dei genitori preclude la possibilità di un ritorno in famiglia del minore allontanato, come indicato dalla legge. E la scelta dei giudici, al là di tante semplificazioni mediatiche, diventa obbligata. Per questo l’impegno delle comunità, se verificato passo dopo passo, diventa prezioso. Agevolando per esempio ha avviato il progetto 'Casa dolce casa' che punta a favorire l’autonomia abitativa dei ragazzi e, insieme, un passaggio controllato all’età adulta. Nelle case gestite dall’associazione – 9 a Bologna, 1 a Trento, 4 a Ravenna – sono accolti al momento 44 ragazzi, oltre a cinque progetti di coabitazione in famiglia sostenuti dall’associazione Ama di Trento. «I ragazzi possono sperimentare la loro autonomia racconta il presidente di Agevolando, Federico Zullo – ma viene loro garantito il supporto di un referente esterno in rappresentanza della nostra associazione ». Nei mesi scorsi all’appello di Agevolando ha risposto una famiglia di Rimini che ha offerto un alloggio in comodato d’uso gratuito. E ora si spera che l’esempio possa essere ripetuto in altre città. A Milano è stato aperto uno sportello e si cercano appartamenti in comodato d’uso per dare risposte concrete alle tante richieste giunte dal capoluogo lombardo e dell’hinterland. Concretezza e trasparenza. La strada non può che essere questa. Fonte.www.avvenire.it
Papa:pastorale penitenziaria
Avvenire,   08/11/2019
Pastorale penitenziaria. Il Papa: carcere per rieducare, non per reprimere Redazione Internet venerdì 8 novembre 2019 Francesco, ricevendo i responsabili della pastorale penitenziaria, esorta i cristiani a non "punire" con l'indifferenza chi esce dal carcere ma aiutarlo nel reinserimento lavorativo e sociale «È più facile reprimere che educare, negare l'ingiustizia presente nella società e creare spazi per rinchiudere nell'oblio chi sbaglia che offrire uguali opportunità di sviluppo a tutti i cittadini». Lo ha detto papa Francesco ricevendo in udienza i partecipanti all'Incontro internazionale per i Responsabili regionali e nazionali della Pastorale Penitenziaria, che si è chiuso oggi. «Non poche volte, inoltre, i luoghi di detenzione falliscono nell'obiettivo di promuovere i processi di reinserimento - ha aggiunto Francesco - senza dubbio perché mancano risorse sufficienti che permettono di affrontare i problemi sociali, psicologici e familiari incontrati dai detenuti, così come per il frequente sovraffollamento nelle carceri che li rende veri luoghi di spersonalizzazione. D'altra parte un vero reinserimento sociale inizia garantendo opportunità di sviluppo, educazione, lavoro dignitoso, accesso alla salute così come generando spazi pubblici di partecipazione civica». «Oggi, in particolare, le nostre società sono chiamate a superare la stigmatizzazione di chi ha commesso un errore - ha sottolineato il Papa - perché invece di offrire aiuto e risorse adeguate per vivere una vita dignitosa, siamo ormai abituati a rifiutare piuttosto che considerare gli sforzi che una persona fa per corrispondere all'amore di Dio nella sua vita». «Molte volte all'uscita dalla prigione - ha aggiunto il Papa - la persona affronta un mondo che gli è estraneo e che non lo riconosce degno di fiducia, escludendolo anche della possibilità di lavorare per ottenere un degno sostentamento». «Come comunità cristiana - ha concluso - dobbiamo farci una domanda. Se questi fratelli e sorelle hanno scontato la pena per il male commesso perché viene messa sulle loro spalle una nuova punizione sociale con rifiuto e indifferenza? In molte occasioni questa avversione sociale è un motivo in più per esporre queste persone alla possibilità d cadere di nuovo nei propri errori». Fonte.www.avvenire.it
Papa:pena con orizzonte
L'Osservatore Romano,   08/11/2019
Non può esserci una pena senza un orizzonte · Il Papa ai responsabili della pastorale carceraria · 08 novembre 2019 «Non c’è una pena umana senza orizzonte: nessuno può cambiare vita se non vede un orizzonte». Ha scelto di parlare in spagnolo, la sua lingua madre, Papa Francesco per rivolgersi venerdì mattina 8 novembre ai partecipanti all’incontro internazionale dei responsabili della pastorale carceraria, promosso dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Ricevendoli in Vaticano il Pontefice ha arricchito il testo preparato con numerose aggiunte personali, sottolineando come la situazione delle carceri continui «a essere un riflesso della nostra realtà sociale e una conseguenza del nostro egoismo e indifferenza». Da qui la denuncia di quelle «decisioni legaliste e disumane, giustificate da una presunta ricerca del bene e della sicurezza», da parte di chi «cerca nell’isolamento e nella detenzione... la soluzione ultima ai problemi». Infatti, ha chiarito Francesco, in tal modo «si giustifica il fatto che si destinino grandi quantità di risorse pubbliche a reprimere i trasgressori invece di ricercare veramente la promozione di uno sviluppo integrale delle persone» atto a ridurre «le circostanze che favoriscono» le «azioni illecite». Insomma, secondo il Papa, «è più facile reprimere che educare» ed «è anche più comodo»: serve a «negare l’ingiustizia presente nella società» rinchiudendo «nell’oblio i trasgressori» piuttosto «che offrire pari opportunità... a tutti i cittadini». Inoltre, ha proseguito Francesco nella sua disamina, le carceri spesso «falliscono nell’obiettivo del reinserimento» sia «perché non dispongono di risorse sufficienti», sia «per il frequente sovrappopolamento». Altro problema affrontato dal Papa è quello dello «stigma sociale» per cui troppe «volte, uscita dal carcere la persona si deve confrontare con un mondo che... non la riconosce degna di fiducia, giungendo persino a escluderla dalla possibilità di lavorare». Invece il cristiano dovrebbe domandarsi — è stato il suggerimento di Francesco —: «Se questi fratelli e sorelle hanno già scontato la pena per il male commesso, perché si pone sulle loro spalle un nuovo castigo sociale con il rifiuto e l’indifferenza?». Del resto «questa avversione» può «esporli a ricadere negli stessi errori». Ecc0 allora la proposta da parte del Papa di due immagini per aiutare nella riflessione sul tema. Nella prima si è riferito al fatto che «non si può parlare di un regolamento del debito con la società in un carcere senza finestre», mentre «tante volte siamo abituati ad accecare gli sguardi dei nostri reclusi». Per questo occorrerebbe che «le carceri, abbiano sempre finestra e orizzonte; persino un ergastolo, — ha commentato Francesco — che per me è discutibile, persino un ergastolo dovrebbe avere un orizzonte». La seconda immagine viene dall’esperienza di arcivescovo a Buenos Aires, quando nella zona di Villa Devoto passava davanti al carcere. Papa Bergoglio ha ricordato le madri che «stavano in fila un’ora prima di entrare e poi erano sottoposte ai controlli di sicurezza, molto spesso umilianti. Quelle donne — ha osservato — non avevano vergogna che tutti le vedessero». Per questo, è stato l’auspicio conclusivo, la Chiesa dovrebbe imparare la maternità da quelle donne e i gesti «che dobbiamo avere verso i fratelli e le sorelle che sono detenuti». Fonte.www.l'osservatoreromano.it