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Papa:l'adozione
Avvenire,   25/05/2019
Famiglia . Papa Francesco: troppa burocrazia nemica della cultura dell'adozione Redazione Internet venerdì 24 maggio 2019 Bergoglio ha ricevuto dirigenti, operatori e bambini l'Istituto Ospedale degli Innocenti di Firenze, che da 600 anni si occupa di accoglienza dei bambini. Ci sono bambini soli e famiglie che vorrebbero figli ma la troppa burocrazia, e a volte anche la corruzione, impediscono questo incontro. È il Papa a lanciare un appello affinché si diffonda «una cultura dell'adozione». «Tante volte c'è gente che vuole adottare bambini, ma c'è una burocrazia così grande, quando non c'è la corruzione di mezzo, che tu paghi e... Ma aiutatemi in questo: a seminare coscienza», «tante, tante famiglie che non hanno figli e avrebbero sicuramente il desiderio di averne uno con l'adozione: andare avanti, creare una cultura di adozione perché i bambini abbandonati, soli, vittime di guerre e altro sono tanti». Poche parole pronunciate a braccio, dopo avere consegnato il discorso scritto, nell'incontro con i dirigenti, gli operatori e i bambini della storica istituzione, l'Istituto Ospedale degli Innocenti di Firenze, che da 600 anni si occupa di accoglienza dei bambini. Una questione, quella delle difficoltà nelle adozioni, che ciclicamente si propone ma che non è mai stata risolta del tutto, a fronte invece di una richiesta enorme di accoglienza. E i bambini sono proprio «tra le persone più fragili di cui dobbiamo prenderci cura», ha esortato il Papa. «Ci sono sicuramente tanti bambini rifiutati, derubati della loro infanzia e del loro futuro; minori che affrontano viaggi disperati per fuggire dalla fame o dalla guerra -ha aggiunto- Bambini che non vedono la luce perché le loro mamme subiscono condizionamenti economici, sociali, culturali che le spingono a rinunciare a quel dono meraviglioso che è la nascita di un figlio». «Quanto abbiamo bisogno - ha commentato Papa Francesco - di una cultura che riconosca il valore della vita, soprattutto di quella debole, minacciata, offesa, e anziché pensare di poterla mettere in disparte, di escluderla con muri e chiusure, si preoccupi di offrire cure e bellezza!». Francesco, nel discorso, ha anche sottolineato un aspetto culturale e morale: “C’è una cultura della sorpresa nel vedere crescere, vedere come si sorprendono dalla vita, come entrano in contatto con la vita”, ha detto Francesco: “E noi dobbiamo imparare a fare lo stesso. Questa via, questa strada che tutti noi abbiamo fatto da bambini, dobbiamo riprenderla”. Nel Vangelo, ha ricordato il Papa, Gesù “va anche oltre: non solo dice di accogliere i bambini, e chi li accoglie accoglie Lui, ma va oltre: ‘Se non diventate come bambini, non entrerete nel Regno dei cieli’. Ed è questo che a noi deve insegnare la cultura del bambino”. Francesco ha poi richiamato alla «responsabilità sociale ed etica» il mondo della finanza che, se vuole, può contribuire a «costruire una società più giusta e solidale». Un esempio fu, sei secoli fa, proprio quell'Ospedale degli Innocenti di Firenze, che nacque grazie alla donazione di un banchiere, Francesco Datini. Quindi “anche oggi, la responsabilità sociale ed etica del mondo della finanza è un valore indispensabile” «L'altro elemento che colpisce, di questa storia, è che la progettazione fu affidata a Filippo Brunelleschi, l'architetto più importante dell'epoca, che proprio in quegli anni stava lavorando a un capolavoro che ancora oggi stupisce il mondo: la cupola della cattedrale di Santa Maria del Fiore. Perché la stessa bellezza che si dedica alla casa del Signore la si dedichi anche alla casa dei bambini meno fortunati”. “Perché per i bambini bisognosi di accoglienza non bastava dare il latte delle balie, c’era il desiderio di farli crescere in un ambiente che fosse il più bello possibile”, ha concluso Bergoglio. Fonyte.www.avvenire.it
Papa:vita umana
L'Osservatore Romano,   25/05/2019
Non è mai lecito eliminare una vita umana · Il Papa ribadisce il no all’aborto e condanna la mentalità eugenetica che seleziona i bambini · 25 maggio 2019 «Mai eliminare una vita umana né affittare un sicario per risolvere un problema». Con parole forti Papa Francesco è tornato a ribadire il suo no all’aborto e alla mentalità eugenetica che seleziona i bambini. Lo ha fatto sabato mattina, 25 maggio, ricevendo in udienza nella Sala Clementina i partecipanti al convegno «Yes to Life! Prendersi cura del prezioso dono della vita nella fragilità», promosso dal Dicastero per i laici, la famiglia e la vita e dalla fondazione “Il Cuore in una Goccia”. Nel suo discorso il Pontefice ha stigmatizzato l’atteggiamento di chiusura alla vita diffuso «a livello sociale» e alimentato dalla «cultura oggi dominante». Conseguenza di questo atteggiamento è che «il timore e l’ostilità nei confronti della disabilità inducono spesso alla scelta dell’aborto, configurandolo come pratica di “prevenzione”». Ma, ha chiarito Francesco, «l’insegnamento della Chiesa su questo punto è chiaro: la vita umana è sacra e inviolabile e l’utilizzo della diagnosi prenatale per finalità selettive va scoraggiato con forza, perché espressione di una disumana mentalità eugenetica, che sottrae alle famiglie la possibilità di accogliere, abbracciare e amare i loro bambini più deboli». Per il Papa quello dell’aborto è «un problema pre-religioso. La fede non c’entra. Viene dopo, ma non c’entra: è un problema umano». Tanto che, ha ribadito parlando a braccio, bastano «due domande» per comprendere l’essenza della questione: «è lecito eliminare una vita umana per risolvere un problema?»; ed «è lecito affittare un sicario per risolvere un problema?». Le risposte dimostrano che non occorre «andare sul religioso su una cosa che riguarda l’umano: non è lecito». L’aborto, dunque, «non è mai la risposta che le donne e le famiglie cercano». Fonte-www-l'osservatoreromanop.it
Voto europeo:sigle cattoliche
Avvenire,   23/05/2019
Voto europeo. «Rilanciare l'Europa». La piattaforma delle sigle cattoliche Angelo Picariello giovedì 23 maggio 2019 Sfumature e accenti diversi su alcuni temi sensibili e su questioni sentite come la sicurezza Vie e proposte diverse per superare la frammentazione dei candidati nelle varie liste L’Europa come valore in sé, da incrementare con la partecipazione al voto e il rilancio del progetto unitario. L’Europa come sinonimo di pace e fratellanza fra i popoli, ma anche primo test per rispondere all’appello del presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, all’appello ai cattolici a dar vita a una «grande rete per l’Italia e per un futuro solidale ed europeo». Tanti i candidati cattolici nelle liste, ce ne sono anche alcune ispirate alla Dottrina sociale cristiana, ma prevale la frammentazione. Lo strumento delle preferenze che il voto europeo prevede (fino a tre, con alternanza di genere) consente però a candidati ed elettori una chance in più: la possibilità di stringere un impegno a futura memoria, a mettere al centro i valori più cari alla Dottrina sociale, aggirando lo 'spezzettamento' che i diversi partiti oggi mettono in campo, privilegiando solo alcuni aspetti e non un progetto di 'umanesimo integrale', che vada dalla promozione della vita, della natalità, e della famiglia senza tralasciare l’amicizia fra i popoli (su cui il progetto europeo si basa) e la solidarietà fra gli esseri umani di ogni nazione, a partire dagli immigrati. LE FAMIGLIE EUROPEE Un testo sottoscritto da 24 associazioni europee, che ha raggiunto candidati di tutti i partiti e ottenuto adesioni bipartisan (stante il divieto dentro M5s di sottoscrivere piattaforme 'esterne'), alcune anche fra gli ambientalisti e nella sinistra. È quello predisposto dalla Federazione delle associazioni familiari cattoliche europee (Fafce) a cui aderisce il nostro Forum delle associazioni familiari. «Sulla famiglia – dice Vincenzo Bassi, responsabile giuridico del Forum e vicepresidente della Fafce – si è trovato un comune denominatore. Di modo che la famiglia sia motivo di unità». Nel testo figura un patto europeo per la natalità, il mainstreamingfamiliare, ossia l’introduzione di un concetto di impatto familiare su ogni provvedimento. Nel decalogo anche un punto più impegnativo per la promozione della «dignità umana della vita dall’inizio alla fine naturale». CARTELLI E APPELLI PRO-LIFE Un altro documento fa capo ad un cartello di 15 sigle di area cattolica. Fra queste l’associazione Famiglie numerose, il Centro studi Rosario Livatino, il comitato 'Difendiamo i nostri figli', il Movimento per la vita, l’Ucid e l’osservatorio parlamentare 'Vera lex?'. Un decalogo che ha visto la collaborazione trasversale di molti esponenti cattolici (Luisa Santolini, Paola Binetti, Gianluigi Gigli, Massimo Gandolfini, Maurizio Sacconi, Eugenia Roccella, Giorgio Merlo, Alfredo Mantovano, Antonio Palmieri, Marina Casini, Giancarlo Cesana, Massimo Polledri), particolarmente stringente sul tema della tutela della vita fin dal concepimento (richiamandosi alla campagna 'Uno di noi' condotta dal MpV) che fa riferimento anche al divieto di commercializzare il corpo umano, alla famiglia fondata sul matrimonio, al no alla cultura del 'gender', alla libertà di educazione. Impegni anche sul versante della sicurezza europea e sull’immigrazione «per assicurare la legalità degli ingressi», e un’accoglienza «articolata sull’educazione alla civiltà europea ». «È l’inizio di un percorso nel segno dell’unità con ben 15 associazioni differenti per vocazione e carisma, che hanno condiviso gli obiettivi che abbiamo più a cuore nell’orizzonte europeo», spiega Domenico Menorello di 'Vera lex?'. Le firme si raccolgono sul sito www.euchevogliamo.com, hanno aderito candidati di tutto il centrodestra e dei Popolari per l’Italia (compresi i leader Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Mario Mauro). Una raccolta firme sul testo è stata curata e messa in rete anche dal comitato Difendiamo i nostri figli . Fa riferimento all’area di centrodestra anche un altro documento dell’associazione Provita. LE RETI ECCLESIALI E SOCIALI Ma, al di là dei documenti approvati da singole associazioni e movimenti, sono tanti gli appelli delle reti associative. La Focsiv, cartello di 86 realtà di volontariato internazionale di ispirazione cristiana, ha approvato un documento per una Europa «solidale , giusta, sostenibile». Si sottolinea la missione originaria, da rilanciare, di promotrice della pace nel mondo, con più at- tenzione da dedicare allo «sviluppo sostenibile universale». Un documento è stato redatto anche da Retinopera, che raggruppa 20 sigle dell’associazionismo e del privato sociale fra cui Azione cattolica, Acli, Agesci, CdO, Csi, Confcooperative, Coldiretti, RnS, Focolari, Sant’Egidio, Mcl, Cvx e Fondazione Toniolo. Chiede «un’Europa democratica e partecipativa», ma anche «solidale e accogliente verso i soggetti più deboli che fuggono dalla morte e dalla disperazione cercando nei nostri paesi rifugio e dignità». Un decalogo anche dal Cif, Centro italiano femminile, che punta a rafforzare la base democratica delle istituzioni comunitarie, e auspica l’adozione di un sistema 'a maggioranza' e di un modello di difesa comune. Anche il Cif parla di «solidarietà, uguaglianza e accoglienza», come valori da promuovere. Un altro documento è stato redatto dalla rete 'Politica insieme'. Registra il «prevalere di posizioni liberiste e anti popolari» in Europa e «una politica monetaria che non rientra nel controllo democratico dei Parlamenti, ma nelle valutazioni tecniche di una burocrazia europea» e auspica un deciso cambiamento di rotta nelle politiche comunitarie. Un altro appello viene da Civiltà dell’amore di Giuseppe Rotunno, che mette al primo posto l’obiettivo di «liberare i migranti prigionieri in Libia». Infine la Rete Bianca che fa capo a Giorgio Merlo e Beppe Sangiorgi - insieme a Lucio D’Ubaldo del 'Domani d’Italia', Giuseppe De Mita di 'Italia popolare' e Dante Monda di 'Liberi e Forti' - si richiama all’Europa di De Gasperi e Spinelli, indicando «integrazione e solidarietà » come «architrave del progresso dei popoli del Continente». Fonte.www.avvenire.it
Retinopera.Pangaro(Mcl)
Avvenire,   23/05/2019
Retinopera. Pangaro: «Nel lavoro più attenzione alla persona, non al profitto» Luca Geronico giovedì 23 maggio 2019 La delegata di Mcl auspica per il futuro una Commissione europea che si sappia «interfacciare meglio con i Paesi e i ministeri competenti per fare rete» Retinopera L'Europa, con circa 500 milioni di abitanti, è il più grande mercato al mondo. Al futuro del lavoro in Europa, e alla difesa del suo "valore umano", è dedicato il terzo punto del Manifesto delle associazioni di Retinopera intitolato "Per l'Europa che vogliamo". Maria Pangaro, delegato giovani del Movimento cristiano lavoratori, nel documento si esprime, in primo luogo, una preoccupazione per i giovani. Come noto sono loro i più esposti alle debolezze del mercato. All'Ue si chiede "formazione, accompagnamento e sostegno". Come andrebbe sviluppata questa attenzione nella prossima legislatura europea? Con programmi un po' più concreti. Guardando alla "Youth Guarantee" - il piano europee per la lotta alla disoccupazione giovanile - c'è stata un po' di confusione. Doveva essere un programma che assicurava un periodo di formazione all'interno di una azienda per poi inserirsi a livello lavorativo. I dati di accesso sono stati poco rispondenti alle aspettative. Allora, direi che si deve ripartire mettendo in campo dei programmi "ad hoc". E sopratutto cercare di dare spazio a realtà associative come la nostra, che hanno a che fare moltissimo con i giovani. La formazione è fondamentale, ma poi si devono creare delle opportunità di lavoro concrete. La questione giovani, in Europa, non pare tanto presa in considerazione: si insiste molto sull'emergenza immigrazione. Quanto ai programmi per i giovani si cita sempre l'Erasmus: ben venga, ma non basta. Si devono permettere sempre più questi scambi, ma dando anche opportunità di lavoro per i giovani. Per questo chiediamo concretezza. Nel manifesto di Retinopera si chiede anche, se ben intendo, una Commissione Europea con più poteri di controllo "sull'inclusione lavorativa, la riduzione della marginalità e la promozione di pari opportunità". Cosa va migliorato in questo specifico campo? La Commissione dovrebbe interfacciare meglio con i Paesi stessi, con i ministeri competenti, fare rete. Si dovrebbe interagire meglio con i Paesi stessi per interagire con i ministeri competenti per stabilire meglio, ad esempio, quale tipo di marginalità va ridotta o quale tipo di pari opportunità si devono promuovere. La base di partenza, pensando all'Italia, è stata l'analisi fatta nella Settimana sociale di Cagliari, analizzando come ciascuna delle nostre associazioni si occupa dei giovani: chi si occupa della formazione, chi dell'orientamento, chi come Mcl ha creato "pronto lavoro" per chi deve entrare in contatto con un "curriculum ad hoc" con le imprese. Se tutto è dettato dall'alto è complicato incontrare veramente i territori, e sopratutto si deve dare spazio ai corpi intermedi che sono quelli che incontrano principalmente i giovani. Il criterio di base, secondo il vostro documento, è "l'adozione di valori umani del lavoro quale criterio fondamentale per lo sviluppo occupazionale". Può, per concludere, sviluppare questo concetto? Serve una maggiore attenzione alla persona , mentre oggi è privilegiato il profitto. Se c'è profitto va tutto bene, se non c'è accantoniamo tutto, mettendo da parte l'uomo. L'uomo è lavoro. Abbiamo assistito a campagne nazionali contro il caporalato, contro lo sfruttamento, però per denunciare e combattere tutto questo si deve sempre ripartire dall'essere umano, dalla sua dignità, intesa come lo sviluppo di una comunità. Chi governa deve capire che tutto quello che viene realizzato, è fatto dall'uomo. In questa fase dell'industria 4.0, in questo sostituirsi delle macchine all'uomo, di deve, con un grande sforzo educativo, ritornare all'uomo. Con una battuta, si deve cercare di creare un "sistema Olivetti", ma aggiornato all'età dell'industria 4.0. Si parla spesso, in modo critico, di una "Europa dei burocrati". Coma farla diventare una "Europa del lavoro"? Bisogna togliere i burocrati dall'Europa e mettere operatività. Se si continuano a dettare politiche dall'alto si continuerà ad avere un'Europa dei burocrati senza capire quelle che sono le esigenze reali di una Europa giusta, di una Europa sana, che guarda agli immigrati e ai giovani. Fonte.www.av venire.it
S:Egidio:solidarietà
Avvenire,   22/05/2019
Retinopera. Sbrana: «Si devono stabilire dei parametri europei pure per la solidarietà» Luca Geronico mercoledì 22 maggio 2019 Per il rappresentante di Sant'Egidio la sfida dell'accoglienza e dell'integrazione può innescare il necessario «sussulto etico» nel Vecchio continente Filippo Sbrana, rappresentante della Comunità di Sant'Egidio in Retinopera E' l'Europa della solidarietà, non solo quella dei famosi parametri economici da rispettare, a cui l'associazione cattolico riunito in Retinopera ha voluto dedicare il secondo punto nel suo manifesto in vista delle Europee. Filippo Sbrana, storico dell’economia e rappresentante della Comunità di Sant’Egidio, ha contribuito alla stesura del secondo punto del manifesto di Retinopera, dedicato a "Un’Europa solidale e accogliente". Filippo Sbrana, il manifesto di Retinopera chiede un "sussulto etico di tutti noi europei e un appello alla responsabilità umanitaria". Non mancano richiami all’attualità, ma da dove nasce questo assopimento della coscienza etica europea? Negli ultimi anni si associa spesso l'Europa alla crisi economica, ma stiamo vivendo anche una crisi spirituale che è antropologica e sociale, e ci sembra che il tema dell’accoglienza ai più deboli sia molto significativo. Quello che manca è il senso di una responsabilità morale davanti a chi è più povero o più debole. Per questo con Retinopera lanciamo un appello all’Europa alla solidarietà e naturalmente il primo ambito, oggi, è quello dell’immigrazione. È necessario definire una politica comune ordinaria verso i rifugiati e i migranti in generale. Punto fondamentale è di basarla sui due pilastri dell’accoglienza e di una integrazione efficace. Queste due parole, è fondamentale, devono stare insieme: ce lo ha insegnato anche papa Francesco. Allora la sfida è quella della scuola, dello studio della lingua per tutti, dell’integrazione nelle comunità locali, della sfida di accompagnare i migranti con una visione e una strategia. Il manifesto cita anche i principi di "solidarietà" e "sussidiarietà" che in Europa, secondo voi avrebbe potenzialità ancora inespresse. Può fare qualche esempio di questa solidarietà da espandere? È il grande tema della lotta alle diseguaglianze: il nostro continente ha goduto di un significativo sviluppo economico ma ci sono tante situazioni dio povertà. il nostro è un continente che sta invecchiando e la vecchiaia è un motivo di povertà" da sostenere e accompagnare. Pensiamo anche alle persone senza casa: un tema che riguardi tanti Paesi europei. Si pensi che a Roma, in un inverno non rigido, sono morte più di 10 persone. Un dato che ha turbato molti, anche al di fuori del mondo cattolico. La sfida, allora, è di promuovere politiche per alloggi sociali, il problema della residenzialità. Nel documento, infatti, parliamo di un "Social compact" da affiancare al "Fiscal compact". Vale a dire, se il Fiscal compact prevede vincoli molto chiari per la finanza pubblica, noi crediamo che ci sia bisogno di introdurre dei parametri vincolanti anche nella solidarietà per i Paesi europei, in modo che questi obiettivi di carattere sociale, la lotta alle disuguaglianze – che riguarda anziani, homeless, ma anche minori in povertà e disabili – siano definiti da precisi standard. Questo permetterebbe all’Europa, con un indirizzo forte in questa direzione, di ritrovare quell’approccio etico che un po’ si è perso. Il manifesto di Retinopera cita anche i "corridoi umanitari", un modello che si vorrebbe diffondere nell’Ue. Cosa rappresenta questo modello? Dal 2016 noi - S. Egidio, Cei-Caritas, la Federazione chiese evangeliche con la Tavola valdese – abbiamo già accolto 2.500 persone e promosso un modello simile in Francia, Belgio e Andorra. Da italiano quello dei corridoi umanitari è diventato un modello europeo. Un modello interessante per la sinergia virtuosa, perché è un in accordo con i governi, ma su idea e realizzazione della società civile e in particolare dal mondo cristiano. E alla fine di aprile il Papa ha chiesto un corridoio umanitario dalla Libia, dove ci sono dei terribili centri di detenzione. L’Europa ha bisogno di sperimentare nuove modalità per confrontarsi con le migrazioni. I corridoi umanitari, dunque, sono un modo di incoraggiare e di sperimentare nuove forme di accoglienza a rifugiati e profughi, ma sempre coniugando accoglienza e integrazione. Fonte.www.avvenire.it
Confindustria:Boccia
Avvenire,   22/05/2019
Confindustria. Boccia: «Paese non riparte con lo slancio dovuto» Redazione Romana mercoledì 22 maggio 2019 Il presidente degli industriali sollecita il governo a intervenire. Applausi a Mattarella. Conte: Italia torni protagonista. Di Maio: fisco sia più equo «Il Paese non riparte con lo slancio dovuto, necessario, che è alla nostra portata, che ci meritiamo», avverte il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, all'assemblea annuale degli industriali che si tiene al Parco della musica a Roma. «Per rimetterci a correre - dice - sarà utile liberarci dal peso di parole che inducono alla sfiducia, che evocano negatività, che peggiorano il clima». E sottolinea: «Le parole di chi governa non sono mai neutre, influenzano le decisioni di investitori, imprenditori, famiglie. Le parole che producono sfiducia sono contro l'interesse nazionale». Si prospetta una manovra da almeno 32 miliardi di euro e le scelte non saranno né «semplici o indolori». Boccia lo ricorda al governo. «Se l'Italia volesse rispettare alla lettera le regole europee previste dal patto di stabilità e crescita dovrebbe fare una manovra strutturale per il 2020 da almeno 32 miliardi di euro: una manovra imponente con effetti recessivi. Dobbiamo dirci con franchezza che non ci sono scelte semplici o indolori con la prossima legge di Bilancio». «Si tratta di lezioni importanti», precisa il presidente di Confindustria, ricordando che tra pochi giorni si voterà per il Parlamento europeo. E avverte: «Per noi la via è una sola: un'Europa più coesa e più forte che possa competere alla pari con giganti come Cina e Usa. E se qualcuno dice il contrario deve dimostrare che esiste un modo credibile di difendere l'interesse nazionale italiano in un contesto diverso». «Confindustria propone al governo e alle opposizioni di collaborare tutti insieme per una politica economica basata su realismo e pragmatismo, guidata dalla visione - dice ancora Boccia -. Possiamo evitare un autunno freddissimo per la nostra economia se costruiamo un programma serrato che faccia mutare la percezione sull'immobilità dell'Italia. Serve un progetto che sia un vero e proprio atto di generosità da dedicare ai ragazzi che vogliono e hanno diritto di vivere e lavorare in Italia per il futuro di tutti noi». «Occorre smettere di dividersi su promesse che non si possono mantenere e concentrarci tutti sulle cose da fare, che sono tante e impegnative». È il richiamo del presidente degli industriali che chiede alla politica di avere «visione e coraggio» e di «riappropriarsi del suo primato, restituire sogno e visione, darsi grandi obiettivi e risorse per raggiungerli, valutando gli effetti delle decisioni e correggendo la rotta se necessario». Questo «senza stancarsi di ricercare le soluzioni migliori perché è di queste che i cittadini hanno bisogno». Lungo applauso e tutti in piedi per il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia al termine del suo lungo discorso all'assemblea. La platea omaggia anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha lasciato la sala per tornare al Quirinale, per un faccia a faccia a pranzo con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Conte: Italia torni protagonista «È un onore partecipare alla vostra assemblea che coinvolge rappresentanti di molte delle migliori realtà produttive. Vi ringrazio per l'invito e colgo l'occasione per ringraziare gli imprenditori per l'impegno e la dedizione che mettono. Se io siedo nel G7 e se l'Italia partecipa al G7 è anche grazie al vostro impegno quotidiano». Lo dice il presidente del Consiglio Giuseppe Conte aprendo il suo intervento all'assemblea di Confindustria. «Presidente Boccia raccolgo il suo invito, non mi è sfuggito, affinché l'Italia sia più protagonista sullo scenario europeo che sta cambiando e che si profila una sfida innovatrice - spiega il premier -. Noi siamo europeisti, siamo consapevoli di vivere in sistema integrato ma non acritico né superficiale. Occorre riaffermare il primato della politica, che sia responsabile e sappia ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Voi che siete imprenditori non riuscite a realizzare un ambiente adatto per i vostri investimenti. Questo rapporto sfilacciato è stato l'obiettivo della fase uno del governo, ma sia all'interno della manovra che con i decreti ora in parlamento abbiamo conciliato un attenzione profonda ai problemi sociali con la strategia per la crescita». Di Maio: fisco sia più equo «Vogliamo lavorare per un sistema di tassazione più equilibrato sia nelle aliquote che nella partecipazione», dice il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio intervenendo all'assemblea di Confindustria. «L'attuale tasso di evasione non è sostenibile. Questo meccanismo perverso deve essere spezzato perché danneggia l'intera collettività, soprattutto le classi più deboli - spiega il ministro -. Per le imprese virtuose, in vista della prossima legge di Bilancio, lavoreremo all'introduzione di meccanismi premianti, iter autorizzativi semplificati, minori oneri burocratici. La cultura della legalità per me è centrale, in ogni suo aspetto e gradazione per il rilancio del Paese». Fonte.www.avvenire.it
Papa:la pace di Gesù
Avvenire,   22/05/2019
Santa Marta. Papa: la pace di Gesù come la calma del mare profondo Vatican News - Gabriella Ceraso martedì 21 maggio 2019 L'omelia di Francesco sul dono promesso da Gesù prima di congedarsi dai suoi discepoli: la pace. Quella che viene dallo Spirito Santo e ci dà il coraggio di andare avanti facendo sorridere il cuore Come possono conciliarsi le "tribolazioni" e le persecuzioni che subisce San Paolo, narrate nella pagina degli Atti degli Apostoli di oggi, con la pace che Gesù lascia ai suoi discepoli nelle parole di addio dell'ultima cena: "Vi lascio la pace, vi do la mia pace", che sono riportate stamani dal Vangelo di Giovanni? Come riporta Vatican News, prende spunto proprio da questo interrogativo l'omelia di Francesco a Casa Santa Marta. "Beati voi quando vi insulteranno e vi perseguiteranno..." "La vita di persecuzioni e tribolazioni sembra essere una vita senza pace" e invece è l' ultima delle Beatitudini, ricorda il Pontefice: "Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia": La pace di Gesù va con questa vita di persecuzione, di tribolazione. Una pace che è molto sotto, molto sotto, molto profonda a tutte queste cose. Una pace che nessuno può togliere, una pace che è un dono, come il mare che nel profondo è tranquillo e nella superficie ci sono le ondate. Vivere in pace con Gesù è avere questa esperienza dentro, che rimane durante tutte le prove, tutte le difficoltà, tutte le “tribolazioni”. Il cristiano porta sulle spalle la vita senza perdere la pace Solo così - aggiunge il Papa - si può capire come abbiano vissuto l'ultima ora tanti Santi che "non hanno perso la pace", tanto da far dire ai testimoni che "andavano al martirio come invitati a nozze". E' questo il dono della "pace di Gesù", quella, rimarca il Papa, che non possiamo avere attraverso mezzi umani "andando per esempio dal medico o prendendo ansiolitici". E'qualcosa di diverso, che viene "dallo Spirito Santo dentro di noi" e che porta con sè la "fortezza". Come quella di un uomo, abituato a lavorare tanto, - è il ricordo del Papa - visitato qualche giorno fa, che, all'improvviso, per il sopraggiungere della malattia, ha dovuto abbandonare ogni suo progetto, riuscendo tuttavia a rimanere sempre nella pace. "Questo è un cristiano", commenta Francesco e spiega: La pace ci insegna, questa di Gesù, ci insegna ad andare avanti nella vita. Ci insegna a sopportare. Sopportare: una parola che noi non capiamo bene cosa vuol dire, una parola molto cristiana, è portare sulle spalle. Sopportare: portare sulle spalle la vita, le difficoltà, il lavoro, tutto, senza perdere la pace. Anzi portare sulle spalle e avere il coraggio di andare avanti. Questo soltanto si capisce quando c’è lo Spirito Santo dentro che ci dà la pace di Gesù. Se invece vivendo - fa notare il Papa - ci facciamo prendere da un "nervosismo fervente" e perdiamo la pace, vuol dire che "c'è qualcosa che non funziona". La pace dono divino, fa sorridere il cuore Dunque avendo in cuore il "dono promesso da Gesù" e non quello che viene dal mondo o dai "soldi in banca", possiamo affrontare le difficoltà anche "più brutte", andiamo avanti e lo facciamo con una capacità in più - aggiunge il Pontefice tralasciando il testo delle Letture - quella di far "sorridere il cuore" : La persona che vive questa pace mai perde il senso dell’umorismo. Sa ridere di se stessa, degli altri, anzi della propria ombra, si ride di tutto… Questo senso dell’umorismo che è tanto vicino alla grazia di Dio. La pace di Gesù nella vita quotidiana, la pace di Gesù nelle tribolazioni e con quel pochino di senso dell’umorismo che ci fa respirare bene. Che il Signore ci dia questa pace che viene dallo Spirito Santo, questa pace che è propria di Lui e che ci aiuta a sopportare, portare su, tante difficoltà nella vita. Fonte.www.avvenire.it
Bassetti :III settore
Avvenire,   21/05/2019
Assemblea Cei. Bassetti: chiediamo rispetto e regole certe per il Terzo settore martedì 21 maggio 2019 L'introduzione del presidente Cei ai lavori della seconda giornata dell'Assemblea: «Italiani, siate il volto migliore dell'Europa. Si vada avanti con la ricostruzione post-terremoto» Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, questa mattina ha pronunciato la sua introduzione ai lavori della seconda giornata dell'Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, che si è aperta ieri a Roma con il discorso del Papa. Qui di seguito il testo. Cari fratelli, rinnovo a ciascuno di voi il benvenuto mio e della Presidenza. Un saluto altrettanto cordiale lo rivolgo al Nunzio Apostolico in Italia, Emil Paul Tscherrig, e ai fratelli nell’Episcopato che rappresentano le Chiese che sono in Europa. Arriviamo a questo appuntamento – che qualifica l’ultimo tratto dell’anno pastorale – con i sentimenti del seminatore, che non nasconde la sua stanchezza, ma la porta con la fiducia di chi – nel seme che muore – già intravede il raccolto di domani. Torniamo a riunirci con disponibilità, sapendo che ciascuno ha qualcosa da imparare dall’altro. Accogliamoci reciprocamente “per camminare insieme in un esempio di sinodalità”: sia questa la modalità con cui portare avanti corresponsabilità e processi decisionali; sia questo il nostro metodo di vita e di governo, secondo la doppia modalità – sottolineata dal Papa – dal basso in alto e dall’alto in basso. La sinodalità non è un evento da celebrare, ma uno stile da lasciar trasparire nel linguaggio, nella stima vicendevole, nella gratitudine, nella cura delle relazioni: tra noi e con il Popolo di Dio, a partire dai nostri presbiteri. Chiediamo al Signore la grazia di vivere queste giornate come un’opportunità preziosa di fraternità in cui confrontarci e rinfrancarci a vicenda, per esercitare quel discernimento comunitario che consente di assumere con coraggio e docilità ciò che oggi lo Spirito suggerisce. Ne abbiamo fatto esperienza nell’incontro vissuto ieri sera con il Santo Padre, a cui va la nostra gratitudine e affettuosa solidarietà: il nostro ministero episcopale vive intimamente legato al suo servizio di unità e di presidenza della carità; in lui troviamo riferimento, monito e promessa. Sullo sfondo di questa sintonia con il magistero di papa Francesco, appare quanto mai significativo il tema centrale di questa nostra Assemblea: “Modalità e strumenti per una nuova presenza missionaria”. Preziosa per tutti è anche la presenza fra noi di una quindicina di missionari, che ringraziamo per la testimonianza evangelica di cui sono espressione. Affrontare il tema della missione non significa mettere in fila una nuova serie di attività da realizzare, ma piuttosto fare nostro un nuovo modo di essere Chiesa, che, in quanto tale, coinvolge l’esistenza di ciascuno e l’intera pastorale. Ce lo chiede quella stessa realtà che non ci stanchiamo di accompagnare con sguardo di pastori. È questo sguardo, infatti, a farci prendere coscienza del cambiamento d’epoca nel quale siamo immersi, che ha archiviato il tempo in cui un progetto pastorale poteva essere sviluppato appoggiandosi su un tessuto per molti versi omogeneo. Oggi, come ci ricorda l’Evangelii gaudium, siamo chiamati ad “abbandonare il comodo criterio pastorale del si è sempre fatto così” (EG 33), per trasformare la nostra tradizione in “spinta verso il futuro”, capace di “fornire forza e coraggio per il proseguimento del cammino”. Va in questa direzione lo stesso tema degli Orientamenti pastorali, anch’esso all’ordine del giorno dei nostri lavori: ci permetterà di iniziare a individuare la direzione di marcia e a condividere spunti di riflessione, contenuti e proposte per le nostre Chiese. Ora, ogni mutamento di paradigma ha la sua sorgente e la sua giustificazione nel Vangelo; un Vangelo creduto e vissuto, che rimane scandalo e follia rispetto a ogni logica mondana. Un Vangelo che parla nell’umiltà di chi, non cercando la propria gloria, sa ascoltare e comprendere i bisogni della gente. Ancora: un Vangelo che parla nella gratuità di chi non ripone la “fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte”, ma ha a cuore la vita concreta degli altri. Un Vangelo, infine, che parla – prima ancora che nella gioia suscitata nei destinatari – in quella testimoniata da chi lo annuncia. Umiltà, gratuità, gioia: come ricorderete, sono i sentimenti di Cristo Gesù, che papa Francesco ci ha messo davanti a Firenze, dove ha tracciato il piano per la Chiesa in Italia. Puntare a farli nostri – fino a trasformarli in atteggiamenti permanenti – è la condizione per essere all’altezza della nostra missione. Diversamente, come ci ammoniva il Santo Padre, “non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significherebbe costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi che non danno frutto e che rendono sterile il dinamismo” missionario. La finalità ultima del nostro andare rimane l’annuncio della paternità misericordiosa di Dio, che ci è rivelata in Cristo Gesù, perché ciascuno possa trovare in Lui il significato ultimo e unificante della vita. Se siamo spinti a oltrepassare i confini del gruppo, della piccola comunità, della cerchia rassicurante di chi la pensa come noi; se ci sta a cuore la dignità di ogni persona, la vita nascente come quella che giunge al suo tramonto, la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili – per cui in questi giorni andremo ad approvare le Linee guida – il futuro dei giovani, il lavoro, le famiglie provate dalla quotidianità, la persona migrante e le cause che l’hanno costretta a lasciare la sua terra, la custodia del creato e lo sviluppo sostenibile, la testimonianza da offrire ai credenti di altre fedi attraverso la meditazione delle Scritture Sacre e il dialogo ecumenico e interreligioso… Se tutto questo ci sta a cuore è perché siamo radicati nel Signore Gesù. È Lui la ragione per cui nessuna situazione, nessuna circostanza, nessun ambito umano può trovarci estranei o indifferenti. In Lui non finiremo mai di “scoprire i tratti del volto autentico dell’uomo”, come pure di spenderci perché tutti abbiano la vita: ne è parte l’impegno per “l’inclusione sociale dei poveri” come l’essere “fermento di incontro e di unità” per “costruire insieme con gli altri la società civile”. A questo riguardo, consentitemi di essere estremamente esplicito almeno su tre questioni, strettamente legate all’attualità. Innanzitutto, avverto una crescente preoccupazione per la situazione che si è venuta a creare con la riforma del Terzo settore. Al fondo restano ancora antichi pregiudizi per le attività sociali svolte dal mondo cattolico; pregiudizi che non consentono di avere ancora una normativa adeguata a rispondere alle esigenze di centinaia di migliaia di persone, dedite al prossimo e alle persone bisognose. Si tratta di un mondo di valori e progetti realizzati, di assistenza sociale, di servizi socio-sanitari, di spazi educativi e formativi, di volontariato e impegno civile. In una società libera e plurale questo spazio dovrebbe essere favorito e agevolato in ogni modo. Per questo non si può che rimanere sconcertati vedendo che al Paese intero si manda un segnale di segno opposto, intervenendo senza giustificazione alcuna per raddoppiare la tassazione sugli enti che svolgono attività non commerciali. Al Governo chiediamo non sconti fiscali o privilegi, ma regole idonee e certe, nel rispetto di quella società organizzata e di quei corpi intermedi che sono espressione di sussidiarietà; riposta di prossimità offerta al bene di ciascuno e di tutti; risposta qualificata dall’esperienza e dalla creatività, dalla professionalità e dalle buone azioni. Un secondo tema riguarda la situazione che è venuta a determinarsi nel Centro-Italia all’indomani del terremoto. Il nostro è un Paese unico, tanto per bellezza quanto per fragilità. Proprio la fragilità, però, potrebbe essere la nostra forza e trasformarsi in occasione di cura e solidarietà, purché la generosa laboriosità di tanti cittadini s’incontri con l’impegno di chi ha la responsabilità civile e politica. Lo reclamano le tante abitazioni ancora inagibili della nostra gente; lo reclamano le nostre chiese: sono 3.000 quelle danneggiate dal sisma; l’impegno, su cui ci si è confrontati per mesi, ne prevede la ricostruzione di 600, quali luoghi di culto, di riferimento e aggregazione per tutta la comunità. È decisivo, dunque, che le ordinanze siano rese operative, che le procedure concordate per la ricostruzione trovino attuazione, che i fondi stanziati si traducano in interventi concreti. Un ultimo aspetto su cui è doveroso soffermarsi riguarda il futuro dell’Unione Europea. È vero che oggi l’Europa è sentita come distante e autoreferenziale, fino al punto da far parlare di una “decomposizione della famiglia comunitaria”, su cui soffiano populismi e sovranismi. Lasciatemi, però, dire – forse un po’ provocatoriamente – che il problema non è innanzitutto l’Europa, bensì l’Italia, nella nostra fatica a vivere la nazione come comunità politica. Oggi, noi italiani, cosa abbiamo ancora da offrire? Penso alle nostre virtù, prima fra tutte l’accoglienza; penso a una tradizione educativa straordinaria, a uno spirito di umanità che non ha eguali; penso alla densità storica, culturale e religiosa di cui siamo eredi. Attenzione, però: non si vive di ricordi, di richiami a tradizioni e simboli religiosi o di forme di comportamento esteriori! Il nostro è un patrimonio che va rivitalizzato, anche per consentirci di portare più Italia in Europa. Dobbiamo essere fino in fondo italiani – convinti, generosi, solidali, rispettosi delle norme – perché anche l’Europa sia un po’ più italiana. Dobbiamo essere fieri – sia detto senza alcuna presunzione – di un Cristianesimo che ha disegnato il Continente con il suo contributo di spiritualità e cultura, di arte e dottrina sociale. Di umanesimo concreto. Come italiani dovremmo essere il volto migliore dell’Europa per dare più fierezza ai nostri giovani, ai nostri emigrati e a quanti sbarcano sulle nostre coste, perché siamo il loro primo approdo. Con questa prospettiva, va valorizzata l’opportunità che ci è offerta dalle elezioni di domenica prossima: chiediamo a tutti di superare riserve e sfiducia e di partecipare al voto. Siamo consapevoli che questo rimane solo il primo passo, ma è un passo che non ci è dato di disertare. Del progetto europeo è parte integrante il Mediterraneo. Va colto in questa luce l’Incontro di riflessione e spiritualità per la pace, che si svolgerà a Bari dal 19 al 23 febbraio del prossimo anno. Sarà un’assise unica nel suo genere tra i Vescovi cattolici di tutti i Paesi lambiti dal Mare Nostrum; un incontro che si prefigge di contribuire alla promozione di una cultura del dialogo e della pace per il futuro dell’intero bacino mediterraneo. Papa Francesco non soltanto ha benedetto l’iniziativa, ma vi ha posto il suo sigillo, assicurandoci la sua partecipazione nella giornata conclusiva. Cari amici, come l’Evangelii gaudium insegna e la storia della Chiesa e la nostra stessa esperienza confermano, “ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade e metodi creativi” (n. 11). Non siamo noi gli autori, non siamo noi i protagonisti della missione… A noi, piuttosto, è concesso il privilegio di esserne strumento, inviati al mondo per amare, servire, annunciare, consolare, liberare. Con il coraggio di affrontare anche nuovi tratti di strada, finora poco o per nulla battuti, per raggiungere con la luce del Vangelo ogni situazione umana; nella disponibilità a lasciare tutto – senza rimpianto alcuno – per il bene della missione e delle persone incontrate. Prima di concludere, saluto a nome di tutti voi, i nuovi membri che, dall’assise dello scorso novembre, sono stati aggiunti alla nostra Assemblea: S.E. Mons. Marco Salvi (Vescovo ausiliare di Perugia – Città della Pieve), S.E. Mons. Giuseppe Schillaci (Vescovo eletto di Lamezia Terme), S.E. Mons. Andrea Bellandi (Arcivescovo eletto di Salerno – Campagna – Acerno), S.E. Mons. Giovanni Nerbini (Vescovo eletto di Prato). Un pensiero, altrettanto cordiale, lo rivolgo ai Vescovi divenuti emeriti: S.E. Mons. Benvenuto Italo Castellani (Lucca), S.E. Mons. Valentino Di Cerbo (Alife – Caiazzo), S.E. Mons. Luigi Antonio Cantafora (Lamezia Terme) S.E. Mons. Luigi Moretti (Salerno – Campagna – Acerno), S.E. Mons. Ignazio Sanna (Oristano), S.E. Mons. Antonio Buoncristiani (Siena – Colle di Val d’Elsa – Montalcino), S.E. Mons. Franco Agostinelli (Prato). La nostra preghiera abbraccia, infine, i Vescovi defunti: S.E. Mons. Rosario Mazzola (Vescovo emerito di Cefalù), Dom Emiliano Fabbricatore (Esarca emerito di Santa Maria di Grottaferrata), S.E. Mons. Vigilio Mario Olmi (Vescovo già ausiliare di Brescia), S.E. Mons. Dino De Antoni (Arcivescovo emerito di Gorizia), S.E. Mons. Antonio Napoletano (Vescovo emerito di Sessa Aurunca), S.E. Mons. Domenico Padovano (Vescovo emerito di Conversano – Monopoli). Vi auguro davvero: “Buona Assemblea”. Del resto, quando poniamo al centro non i nostri progetti, ma il Signore Gesù, ci ritroviamo subito in missione. Torniamo all’essenza del messaggio cristiano, a quella fede viva che ha il suo cuore nell’amore a Dio e ai fratelli: essa – mentre costituisce il miglior antidoto contro lo smarrimento e le paure – offre il quadro di riferimento che assicura il primato dell’uomo e la protezione e promozione dei più deboli. Fonte.www.avvenire.it
Tamburini:non fate gli indifferenti
Avvenire,   18/05/2019
Il racconto. Non fate gli indifferenti: ideali di vita per giovani Alessandro Tamburini venerdì 17 maggio 2019 "Non è vero che i soldi e il successo diano la felicità, però ai miei studenti i calciatori e il guadagno facile piacciono Ma cerco di farli riflettere sui veri valori" Nella mia lunga esperienza di insegnamento non ho mai dato credito a certi colleghi che lamentavano un progressivo scadimento degli studenti, per capacità o disponibilità, riportando indignati qualche eclatante svarione o presunta inadeguatezza. Certo gli ostacoli non sono mancati, a cominciare dalla resistenza che spesso i miei alunni adolescenti opponevano all’impegno scolastico, dovuta a quel misto di indolenza e irrequietezza che è proprio della loro età. Ha sempre richiesto un notevole impegno mostrargli come la letteratura e la storia possano fornire preziosi strumenti per conoscere se stessi e il mondo. Convinto che chi insegna abbia il compito non di riempire un vaso, ma di accendere un fuoco, ho profuso la passione di cui ero capace per generare un’energia anche affettiva, uno spazio emozionale che reputo indispensabile per qualunque trasmissione di conoscenza, per mettere davvero in comunicazione chi parla e chi ascolta. E i miei sforzi sono sempre stati ripagati. Nella misura in cui ho dato, ho poi ricevuto, sul piano sia umano che professionale. Tuttavia da qualche tempo devo mio malgrado riscontrare un vistoso calo dell’intesa che riesco a raggiungere coi miei studenti, che non dipende solo dalla crescente differenza di età, dal fatto che alla mia prima supplenza avevo quella di un fratello maggiore mentre ora potrei essere il loro nonno. Incontro una difficoltà inedita nell’allacciare un dialogo, un rapporto di simpatia nel senso etimologico del termine, cioè sentire insieme, condividere. Ho la sensazione che mi ascoltino, ma da una maggiore distanza e con una sorta di pregiudiziale distacco, come se fossero influenzati da qualcosa che a priori smentisce o quanto meno non avvalora ciò che dico. Quando parlo dello sgomento leopardiano di fronte all’Infinito oltre la siepe, del capitano Achab e del pirata Long John Silver, della conquistata ironia di Svevo, a volte non mi basta raddoppiare gli sforzi per riuscire a coinvolgerli, e il problema riguarda non soltanto la scelta di un certo argomento o autore, ma un generale sguardo sulla realtà presente e passata. C’è una crescente discordanza fra le nostre scale di valori, fra ciò che loro e io giudichiamo significativo, bello, necessario. Come se avessimo una diversa focalizzazione e le cose che indico non le vedessero più. So che tutto questo può dipendere da motivi già noti e considerati, quali la disaffezione dei ragazzi per il testo scritto, il contrasto fra la lentezza e la profondità della letteratura rispetto alla simultaneità dei loro abituali contatti sui social, l’illusione di poter trovare all’istante in Rete la risposta a o- gni possibile quesito, come facile alternativa alla più onerosa costruzione di una personale cultura. Ma sento che c’è dell’altro, che si tratta di uno slittamento delle basi su cui poggiano non solo la conoscenza, ma l’esistenza stessa. Tendo l’orecchio ai discorsi che i miei studenti intrecciano a ricreazione o sui corridoi, che a volte si affacciano anche nei loro commenti in classe, e mi accorgo che sono sempre più incentrati su denaro e possesso: quanto costa un determinato prodotto, quando potrò comprarlo, quanto potrei risparmiare acquistandolo su Internet. Sembrano assuefatti a un consumismo sovrano, che non contempla remore o dubbi. Al loro occhio attento non sfugge un eventuale oggetto costoso con cui mi vedono entrare in aula, e si complimentano, ne fanno un motivo di rispetto. Se scoprono che ho pubblicato dei libri non sono curiosi di sapere se si tratta di romanzi, poesia o ricette di cucina, ma quanto hanno venduto, quanto ci ho guadagnato. Domando cosa pensano di fare dopo il diploma e suggerisco se possibile di proseguire gli studi, di trovare comunque qualcosa che li appassioni, ma emerge subito che la loro massima aspirazione è un’attività che permetta di fare soldi in fretta. Sognano una partecipazione al Talent show capace di lanciare una giovane promessa nell’empireo del successo, di inventare il nuovo gioco elettronico che conquisti il mercato. Sono affascinati dalla figura dell’influencerche senza alcun particolare merito conquista folle di followers. L’uomo più fortunato del mondo per loro è il calciatore che guadagna 100 milioni l’anno, ben sapendo che a un comune mortale come il loro professore per raggiungere quella cifra occorrerebbero cento vite lavorative. Sono molto compiaciuti, tanto che vengono a riferirmelo, di scoprire che qualche invidiato e ricco personaggio pubblico non è nemmeno diplomato, convinti che non per questo possa mancargli qualcosa di importante. Parlarne di continuo sarebbe controproducente, ma quando se ne offre l’occasione cerco di indurli a ragionare, a riflettere sul fatto che il denaro è sì indispensabile, soprattutto per chi stenta a soddisfare i bisogni primari, ma che poi ciò che più conta è sentirsi apprezzati, accettati e amati da persone care. Ribadisco l’antitesi fra avere e essere, e come la propria identità debbano costruirsela, non si possa comprare. Dopo un po’ di resistenza ne convengono, ammettono che ho qualche ragione, ma sento che le mie parole non attecchiscono, non li smuovono. Per una larga parte di loro la forza di certi modelli e convincimenti è diventata soverchiante, ha messo radici profonde, in un modo che non è spiegabile solo con l’ansia generata dalle crisi economiche e da un mercato del lavoro divenuto più spietato di un tempo, ma chiama in causa anche le famiglie che hanno alle spalle e ciò che fin dall’infanzia vi hanno assorbito. Mi viene allora da pensare che i miei studenti di vent’anni fa avevano genitori cresciuti in un’Italia ancora lambita dallo slancio della ricostruzione e più tardi attraversata dai fermenti della contestazione, in cui pur fra storture e aspri conflitti certi valori erano un patrimonio condiviso da molti, che in qualche modo agiva sulla coscienza collettiva. I genitori dei miei attuali studenti si sono formati in un ventennio che come paradigmi ha avuto arrivismo e individualismo, mero benessere materiale da raggiungere con qualunque mezzo, e certo anche questo ha influito sulla mentalità dei ragazzi di oggi, sullo sguardo che rivolgono alla realtà che li circonda. Mi stupisco della loro impassibilità di fronte all’emergenza dei profughi e delle tragedie di cui sono spesso vittime. Quando gliene parlo mi accorgo che solo in rari casi esprimono idee razziste, mentre l’atteggiamento dominante è l’indifferenza, è l’ignavia. La sofferenza di queste persone non li riguarda, non credono sia loro dovere occuparsene, non sono portati ad alcuna assunzione di responsabilità. Allo stesso modo è caduta l’idea che per un giovane sia possibile se non doveroso migliorare il mondo, acquisire una coscienza critica, alimentare la propria crescita interiore. Non a caso, rispetto a tutto questo, a distinguersi sono spesso quelli che hanno alle spalle un vissuto più complesso e tormentato, perché nati in un altro Paese, costretti a trasferimenti più o meno forzati e poi a imparare una nuova lingua, oppure perché in seguito a qualche circostanza avversa hanno dovuto farsi strada con più fatica di altri. Nella sofferenza hanno imparato la solidarietà, e acquisito ma maggiore sensibilità anche verso la poesia di Rimbaud o di Montale. Forse allora, per l’ultima generazione dei miei studenti, più che di mutamento bisogna parlare di una mutazione avvenuta in un lungo arco di tempo, il che fa presumere che ce ne vorrà altrettanto perché si produca un’auspicabile svolta. Ma per questo occorre che si formi anche un nuovo movimento, di coscienze e di pensiero, che abbia il coraggio di mettere in discussione i principi di fondo a cui l’individuo e la Comunità dovrebbero ispirarsi. Da tempo la voce di Papa Francesco è una delle poche, e spesso la sola, a denunciare i mali causati dalla sfrenata corsa al benessere dei Paesi ricchi a danno dei più poveri, dalla logica dell’egoismo, dalla paura che acceca chi affronta alzando muri il dramma epocale dell’immigrazione. C’è da augurarsi che se ne alzino altre parimenti chiare e forti dal mondo laico, così da riuscire a imprimere un colpo d’ala anche al discorso politico che da troppo tempo langue in una avvilente stagnazione. Solo così si potrà forse evitare ai ragazzi di domani quella sordità dell’anima che oggi affligge troppi loro coetanei. Fonte.www.avvenire.it
Razzismo di ritorno
Avvenire,   18/05/2019
Roma. Razzismo di ritorno, la Comunità ebraica lancia l'allarme Gianni Santamaria sabato 18 maggio 2019 «Suprematismi in Europa. Dalla rabbia all’odio» è il titolo dell’incontro organizzato per domenica 19 maggio. Contro odio, razzismo, antisemitismo, xenofobia, violenza. I In Europa sono ripresi a circolare rabbia e odio. Per questo la Comunità ebraica di Roma ha organizzato questa domenica, presso il Tempio di Adriano, un evento che – alla vigilia delle elezioni europee – legge con queste due lenti il riemergere di intolleranza e razzismo nel mondo (i recenti attentati in Nuova Zelanda, Sri Lanka e Stati Uniti hanno riportato in primo piano il tema del radicalismo e dell’odio religioso). «Suprematismi in Europa. Dalla rabbia all’odio» è il titolo dell’incontro, nel quale (dalle 17) interverranno il penalista Roberto De Vita, i giornalisti Paolo Berizzi e Paolo Mondani, il procuratore generale della Corte d’Appello di Roma Giovanni Salvi, il vicepresidente del progetto Dreyfus, Gianluca Pontecorvo e lo storico Alberto Melloni. Il saluto iniziale sarà del presidente della Comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello. Che ha spiegato le ragioni del convegno in un’intervista. Alcune recenti manifestazioni di piazza hanno dimostrato «il rinascere di organizzazioni che rivendicano la loro natura suprematista». Non solo negli Usa, ma anche nel Vecchio Continente. «Pensavamo – prosegue Dureghello – che fascismo e nazismo fossero pagine drammatiche ormai elaborate». Invece non è così. «Pensavamo che la società avesse sviluppato degli anticorpi. E invece non vedo sufficiente sconcerto, indignazione, presa di distanza». Mentre bisognerebbe «soffocare sul nascere» certe manifestazioni, «dichiarare chi sta dentro e chi sta fuori il consesso civile». Insomma, «gli anticorpi devono palesarsi». Dureghello non ne fa un questione di destra o sinistra, ma etica (né si pronuncia quando le si domanda della «benevolenza» della Lega verso l’estrema destra). Ferma la condanna degli striscioni contro il Papa. «Non sto parlando di antisemitismo, ma di un razzismo che pervade la società e colpisce tutti», ribadisce. C’è poi la questione dei cronisti sotto scorta per essersi occupati di estrema destra. E quella dei social. Sui quali ha detto la sua sui media l’avvocato De Vita, che ha difeso la comunità come parte civile nel processo contro il sito suprematista Stormfront. La crescita dei reati di xenofobia, ha detto, «è anche dovuta al fatto che si può odiare senza censura». Fonte.www.avvenire.it
Papa ai giornalisti
Avvenire,   18/05/2019
L'udienza. Il Papa: giornalisti umili per cercare la verità Mimmo Muolo sabato 18 maggio 2019 Alla Stampa Estera in Italia Francesco raccomanda: no fake news, raccontate il bene e le situazioni dimenticate da tutti. Il Mediterraneo sta diventando un cimitero. Libertà di stampa presidio contro la dittatura I giornalisti siano umili. Perché un giornalista umile "è un giornalista libero. Libero dai condizionamenti. Libero dai pregiudizi e per questo coraggioso". Inoltre, la comunicazione "sia davvero strumento per costruire, non per distruggere; per incontrarsi, non per scontrarsi; per dialogare, non per monologare; per orientare, non per disorientare; per capirsi, non per fraintendersi; per camminare in pace, non per seminare odio; per dare voce a chi non ha voce, non per fare da megafono a chi urla più forte". E anche strumento per non dimenticare certe situazioni. Ad esempio che "il Mediterraneo sta diventando un cimitero". Con queste parole il Papa ha accolto i giornalisti della Stampa Estera in Italia, ricevuti in udienza nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico. "La Chiesa vi stima, anche quando mettete il dito sulla piaga, e magari la piaga è nella comunità ecclesiale. Il vostro è un lavoro prezioso perché contribuisce alla ricerca della verità, e solo la verità ci rende liberi", ha sottolineato in uno dei primi passaggi del discorso. "Le dittature, infatti, - ha sottolineato aggiungendo un pensiero a braccio - la prima cosa che fanno è di togliere o limitare la libertà di stampa". Francesco si è soffermato soprattutto sull'umiltà, come una delle caratteristiche fondamentali del lavoro giornalistico, precisando però che "giornalisti umili non vuol dire mediocri, ma piuttosto consapevoli che attraverso un articolo, un tweet, una diretta televisiva o radiofonica si può fare del bene ma anche, se non si è attenti e scrupolosi, del male al prossimo e a volte a intere comunità". "L’umiltà del non sapere tutto prima è ciò che muove la ricerca. La presunzione di sapere già tutto è ciò che la blocca", ha aggiunto il Pontefice. Per questo il Papa ha messo in guardia da certi atteggiamenti negativi. "Penso, per esempio, a come certi titoli 'gridati' - ha spiegato - possono creare una falsa rappresentazione della realtà. Una rettifica è sempre necessaria quando si sbaglia, ma non basta a restituire la dignità, specie in un tempo in cui, attraverso Internet, una informazione falsa può diffondersi al punto da apparire autentica. Per questo, voi giornalisti dovreste sempre considerare la potenza dello strumento che avete a disposizione, e resistere alla tentazione di pubblicare una notizia non sufficientemente verificata. In un tempo in cui molti tendono a pre-giudicare tutto e tutti - ha proseguito Francesco -, l’umiltà aiuta anche il giornalista a non farsi dominare dalla fretta, a cercare di fermarsi, di trovare il tempo necessario per capire. L’umiltà ci fa accostare alla realtà e agli altri con l’atteggiamento della comprensione. Il giornalista umile cerca di conoscere correttamente i fatti nella loro completezza prima di raccontarli e commentarli. Non alimenta "l’eccesso di slogan che, invece di mettere in moto il pensiero, lo annullano". Non costruisce stereotipi. Non si accontenta delle rappresentazioni di comodo che ritraggono "singole persone come se fossero in grado di risolvere tutti i problemi, o al contrario come capri espiatori, su cui scaricare ogni responsabilità". Il Pontefice si è poi soffermato sul linguaggio. "In un tempo in cui, specialmente nei social media ma non solo, molti usano un linguaggio violento e spregiativo, con parole che feriscono e a volte distruggono le persone, si tratta invece di calibrare il linguaggio e, come diceva il vostro Santo protettore Francesco di Sales nella Filotea, usare la parola come il chirurgo usa il bisturi". E anche in questo caso l'umiltà salva. Perché in un "tempo di parole ostili", aiuta a "ricordarsi che ogni persona ha la sua intangibile dignità, che mai le può essere tolta. In un tempo in cui molti diffondono fake news, l’umiltà ti impedisce di smerciare il cibo avariato della disinformazione e ti invita ad offrire il pane buono della verità". Francesco si è detto addolorato per i giornalisti uccisi mentre svolgevano il loro lavoro. "La libertà di stampa e di espressione - ha detto - è un indice importante dello stato di salute di un Paese". "Abbiamo bisogno di giornalisti che stiano dalla parte delle vittime, dalla parte di chi è perseguitato, dalla parte di chi è escluso, scartato, discriminato. C’è bisogno di voi e del vostro lavoro per essere aiutati a non dimenticare tante situazioni di sofferenza, che spesso non hanno la luce dei riflettori, oppure ce l’hanno per un momento e poi ritornano nel buio dell’indifferenza". A tal proposito ha invitato a non dimenticare le guerre in corso che non fanno notizia e alcune minoranze perseguitate come gli Yazidi e i Rohingya. Di qui il suo ringraziamento ai giornalisti perché "ci aiutate a non dimenticare le vite che vengono soffocate prima ancora di nascere; quelle appena nate che vengono spente dalla fame, dagli stenti, dalla mancanza di cure, dalle guerre; le vite dei bambini-soldato, le vite dei bambini violati. Ci aiutate a non dimenticare tante donne e uomini perseguitati per la loro fede o la loro etnia, discriminati, vittime di violenze e della tratta di esseri umani. Ci aiutate a non dimenticare che chi è costretto – da calamità, guerre, terrorismo, fame e sete – a lasciare la propria terra non è un numero, ma un volto, una storia, un desiderio di felicità". Non dimenticate "il Mediterraneo che sta diventando un cimitero", ha quindi aggiunto a braccio. L'ultima sottolineatura nel discorso del Papa è quella relativa alla diffusione del bene, cioè delle buone notizie. "Il giornalista umile e libero - ha ricordato Francesco - cerca di raccontare il bene, anche se più spesso è il male a fare notizia. Ciò che mi ha sempre confortato nel mio ministero di vescovo è scoprire quanto bene esiste tra di noi, quante persone si sacrificano – anche eroicamente – per assistere un genitore o un figlio malato, quante persone s’impegnano ogni giorno nel servizio agli altri, quante tendono la mano invece di girarsi dall’altra parte. Vi prego, continuate a raccontare anche quella parte della realtà che grazie a Dio è ancora la più diffusa: la realtà di chi non si arrende all’indifferenza, di chi non fugge davanti all’ingiustizia, ma costruisce con pazienza nel silenzio. C’è un oceano sommerso di bene che merita di essere conosciuto e che dà forza alla nostra speranza. In questo raccontare la vita sono molto attente le donne, e vedo con piacere che nella vostra Associazione il contributo femminile è pienamente riconosciuto". Due donne, infatti, hanno rivolto il saluto al Papa prima del suo discorso. La presidente uscente della Stampa Estera in Italia, Esma Çakir (che aveva chiesto l'udienza), e la nuova presidente, Patricia Thomas, entrambe ben conosciute dal Pontefice, poiché spesso lo accompagnano nei suoi viaggi internazionali. Fonte.www.avvenire.it
Papa contro lo spreco
Avvenire,   18/05/2019
Francesco: «Spreco non sia ultima parola. Economia circolare non più rimandabile» Mimmo Muolo sabato 18 maggio 2019 Nell'udienza alla Federazione europea dei Banchi alimentari Francesco condanna la pratica del cibo sprecato e loda le iniziative dei volontari che lo raccolgono per distribuirlo a chi ha fame. No a pretiche economiche che schiavizzano l'uomo Lo spreco "è l'espressione più cruda" della cultura dello scarto. Ed è "scandaloso non accorgersi di quanto il cibo sia un bene prezioso e di come tanto bene vada a finire male". Perciò l'opera dei Banchi alimentari è di fondamentale importanza. Lo ha detto il Papa ricevendo in udienza i membri della Federazione Europea dei Banchi Alimentari, a conclusione della riunione annuale svoltasi a Roma per celebrare i 30 anni dalla fondazione del Banco Alimentare Italiano. Nell'augurare "buon anniversario", Francesco ha ringraziato perché queste organizzioni provvedono a dare il cibo a chi ha fame. "Non è assistenzialismo - ha sottolineato -, vuol essere il primo gesto concreto di accompagnamento verso un percorso di riscatto. Guardando a voi, immagino l’impegno gratuito di tante persone, che operano nel silenzio e fanno bene a molti. È sempre facile dire degli altri, difficile invece dare agli altri, ma è questo che conta. E voi vi mettete in gioco non a parole, ma coi fatti, perché combattete lo spreco alimentare recuperando quello che andrebbe perduto. Prendete quello che va nel circolo vizioso dello spreco e lo immettete nel circolo virtuoso del buon uso. Fate un po’ come gli alberi, che respirano inquinamento e restituiscono ossigeno. E, come gli alberi, non trattenete l’ossigeno: distribuite ciò che è necessario per vivere perché sia dato a chi ne ha più bisogno". Questa lotta contro la "piaga terribile della fame" per il Pontefice "vuol dire anche combattere lo spreco. Lo spreco manifesta disinteresse per le cose e indifferenza per chi ne è privo. Lo spreco è l’espressione più cruda dello scarto. Mi viene in mente quando Gesù, dopo aver distribuito i pani alla folla, chiese di raccogliere i pezzi avanzati perché nulla andasse perduto (cfr Gv 6,12). Raccogliere per ridistribuire, non produrre per disperdere. Scartare cibo è scartare persone. E oggi è scandaloso non accorgersi di quanto il cibo sia un bene prezioso e di come tanto bene vada a finire male". Francesco ha ricordato che "sprecare il bene è una brutta abitudine che può infiltrarsi ovunque, anche nelle opere di carità. A volte slanci generosi, animati da ottime intenzioni, vengono vanificati da burocrazie ingessate, da spese di gestione eccessive, oppure si traducono in forme assistenzialistiche che non creano vero sviluppo. Nel mondo complesso di oggi è importante che il bene sia fatto bene: non può essere frutto di pura improvvisazione, necessita di intelligenza, progettualità e continuità. Ha bisogno di una visione d’insieme e di persone che stiano insieme: è difficile fare il bene senza volersi bene. In questo senso  ha aggiunto - le vostre realtà, pur recenti, ci riportano alle radici solidali dell’Europa, perché ricercano l’unità nel bene concreto: è bello vedere lingue, credo, tradizioni e orientamenti diversi ritrovarsi non per condividere i propri interessi, ma per provvedere alla dignità degli altri. Quello che fate senza tante parole lancia un messaggio: non è cercando il vantaggio per sé che si costruisce il futuro; il progresso di tutti cresce accompagnando chi sta indietro". Di questo ha tanto bisogno l’economia.  "Perciò - ha spiegato il Papa che ha anche invitato gli economisti ad Assisi per un incontro di riflessione il prossimo anno - ho a cuore un’economia che assomigli di più all’uomo, che abbia un’anima e non sia una macchina incontrollabile che schiaccia le persone. Troppi oggi sono privi di lavoro, di dignità e di speranza; tanti altri, al contrario, sono oppressi da ritmi produttivi disumani, che azzerano le relazioni e incidono negativamente sulla famiglia e sulla vita personale. L’economia, nata per essere “cura della casa”, è diventata spersonalizzata; anziché servire l’uomo, lo schiavizza, asservendolo a meccanismi finanziari sempre più distanti dalla vita reale e sempre meno governabili. Come possiamo vivere bene quando le persone sono ridotte a numeri, le statistiche compaiono più dei volti e le vite dipendono dagli indici di borsa?". Che cosa possiamo fare? "Occorre metterci insieme per rilanciare il bene - ha concluso papa Bergoglio -, sapendo che se il male è di casa nel mondo, con l’aiuto di Dio e con la buona volontà di tanti come voi, la realtà può migliorare. C’è bisogno di sostenere chi vuole cambiare in meglio, di favorire modelli di crescita basati sull’equità sociale, sulla dignità delle persone, sulle famiglie, sull’avvenire dei giovani, sul rispetto dell’ambiente. Un’economia circolare non è più rimandabile. Lo spreco non può essere l’ultima parola lasciata in eredità dai pochi benestanti, mentre la gran parte dell’umanità rimane zitta". Perciò "andate avanti, coinvolgendo quanti incontrate, specialmente i giovani, perché si uniscano a voi nel promuovere il bene, a vantaggio di tutti". Fonte.www.avvenire.it
Papa agli operatori sanitari
Avvenire,   17/05/2019
Agli operatori sanitari. Il Papa: sì all'obiezione, ma sia fatta con rispetto Riccardo Maccioni venerdì 17 maggio 2019 Francesco ha detto che la scelta di astenersi da pratiche contrarie alla vita e alla dignità dell'uomo non deve diventare motivo di disprezzo. Cercare sempre il dialogo Difendere e promuovere la vita, a partire dai più indifesi e bisognosi di assistenza perché malati, o anziani, o emarginati, o perché si affacciano all’esistenza e chiedono di essere accolti e accuditi. Nel discorso all’Associazione cattolica operatori sanitari (Acos) ricevuta stamani in udienza nel 40° di fondazione, il Papa ha indicato gli obiettivi del suo impegno ringraziando per le tante circostanze in cui viene realizzato. Nel discorso del Pontefice anche una riflessione sul sistema di assistenza e cura radicalmente cambiato negli ultimi decenni portando a una trasformazione anche nel modo di intendere la medicina e il rapporto con il malato. In particolare – ha sottolineato Francesco – «la tecnologia ha raggiunto traguardi sensazionali e insperati e ha aperto la strada a nuove tecniche di diagnosi e di cura, ponendo però in modo sempre più forte problemi di carattere etico». Non tutte le possibilità offerte dalla tecnica sono infatti moralmente accettabili ma vanno invece valutate prendendo come riferimento il rispetto o meno della vita e della dignità umana. Di qui il sì all'obiezione di coscienza, «nei casi estremi in cui sia messa in pericolo l’integrità della vita umana», una scelta che «si basa sulla personale esigenza di non agire in modo difforme dal proprio convincimento etico, ma che rappresenta anche un segno per l’ambiente sanitario nel quale ci si trova, oltre che nei confronti dei pazienti stessi e delle loro famiglie. Tuttavia – ha aggiunto il Papa – la scelta dell’obiezione quando necessaria, va compiuta con rispetto, perché non diventi motivo di disprezzo o di orgoglio ciò che deve essere fatto con umiltà, per non generare in chi vi osserva un uguale disprezzo, che impedirebbe di comprendere le vere motivazioni che vi spingono. È bene invece cercare sempre il dialogo, soprattutto con coloro che hanno posizioni diverse, mettendosi in ascolto del loro punto di vista e cercando di trasmettere il proprio, non come chi sale in cattedra, ma come chi cerca il vero bene delle persone» Fonte.www.avvenire.it
Papa.incontro con le famiglie
Avvenire,   17/05/2019
Incontro Mondiale Famiglie 2021. «L’amore familiare: vocazione e via di santità» Redazioni Catholica venerdì 17 maggio 2019 Reso noto il tema dell'evento che si svolgerà a Roma tra due anni. «Rileggere Amoris laetitia alla luce della chiamata alla santità di Gaudete et exsultate» 26 ottobre 2013, il Papa incontra le famiglie in Vaticano (Foto Gennari) «L’amore familiare: vocazione e via di santità», è questo il tema scelto dal Papa per il prossimo Incontro Mondiale delle Famiglie, che si svolgerà a Roma dal 23 al 27 giugno 2021. Nel quinto anniversario dell’esortazione apostolica Amoris laetitia e a tre anni dalla promulgazione di Gaudete et exsultate, il tema - spiega un comunicato del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita - intende far risaltare l’amore familiare come vocazione e via di santità, per comprendere e condividere il senso profondo e salvifico delle relazioni familiari nella vita quotidiana. A tal fine, l’Incontro si propone di rileggere Amoris laetitia alla luce della chiamata alla santità di Gaudete et exsultate. L’amore coniugale e familiare rivela infatti il dono prezioso del vivere insieme, alimentando la comunione e prevenendo la cultura dell’individualismo, del consumo e dello scarto: «L’esperienza estetica dell’amore si esprime in uno sguardo che contempla l’altro come un fine in sé stesso» (Al 128) e che al tempo stesso riconosce l’altra persona nella sua sacra identità familiare, come marito, moglie, padre, madre, figlio/a, nonno/a. Nel dare forma all’esperienza concreta dell’amore, matrimonio e famiglia manifestano il valore alto delle relazioni umane, nella condivisione di gioie e fatiche, nello svolgersi della vita quotidiana, orientando le persone all’incontro con Dio. Questo cammino, quando vissuto con fedeltà e perseveranza, rafforza l’amore e realizza quella vocazione alla santità, propria di ogni persona, che si concretizza nei rapporti coniugali e familiari. In questo senso, la vita familiare cristiana è vocazione e via di santità, espressione del «volto più bello della Chiesa» (Ge 9). Fonte.www.avvenire.it
Mattarella :l'Europa
Avvenire,   17/05/2019
Intervista. Mattarella: «Nell'integrazione l'idea forte dell'Europa» Redazione romana venerdì 17 maggio 2019 Il capo dello Stato intervistato dai media vaticani: In Italia atteggiamenti di intolleranza, ma prevale ancora la solidarietà. Il grande contributo dalla Chiesa «L’Europa deve recuperare lo spirito degli inizi e curarsi di più delle persone». Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha rilasciato una lunga intervista ai media vaticani vaticani (L’Osservatore Romano, Radio Vaticana, Vatican News) nella quale si sofferma soprattutto sui valori in gioco nella competizione europea del 26 maggio. Nell’intervista – che è stata curata dal direttore del Dicastero comunicazione della Santa Sede Andrea Tornielli e dal direttore de L'Osservatore Romano Andrea Monda – viene affrontato in profondità anche il tema della convivenza civile di fronte ai crescenti episodi di odio, razzismo, e intolleranza religiosa. «Affiorano atteggiamenti di intolleranza, ma in Italia prevale ancora la solidarietà», dice il capo dello Stato e ricorda La Dichiarazione sulla Fratellanza umana di Francesco e del Grande Imam di Al Azhar che, sostiene, «è di grande importanza per rimuovere le basi della predicazione di odio del terrorismo». Il Capo dello Stato ha anche parlato delle relazioni «ottime sotto ogni profilo» tra l’Italia e la Santa Sede, del ruolo della Chiesa cattolica nel Paese, dell’importanza del dialogo tra le religioni per la pace nel mondo. Poi dà atto del specificamente del «contributo di grandi dimensioni» che viene dalla Chiesa italiana alla società del nostro Paese, «non soltanto sul piano spirituale, concorrendo al raggiungimento degli obiettivi, indicati dalla nostra Carta costituzionale. La presenza della Chiesa italiana nella dimensione culturale, educativa e sociale è motivo di riconoscenza – dice Mattarella –. Le innumerevoli iniziative di diocesi, parrocchie, realtà associative, in favore dei più deboli, degli emarginati, di chi chiede ascolto e accoglienza sono concrete ed evidenti; e costituiscono un richiamo costante all'esigenza di aiuto reciproco nella vita quotidiana, per rafforzare la coesione della nostra comunità». Andando poi sulle prospettive del voto imminente ha fatto riferimento alla sua visita, in gennaio, a Berlino nel corso della quale il presidente della Repubblica federale tedesca Steinmeier gli ha proposto l’adesione a un appello per la partecipazione al voto: «Ho subito aderito a questa sua iniziativa e, nei giorni scorsi, è apparso questo documento, firmato da tutti i presidenti delle Repubbliche dell’Unione. Vi è scritto che quella dell’integrazione europea è la migliore idea che abbiamo mai avuto nel nostro Continente. Questa affermazione così decisa muove dalla convinzione che l’Unione non è un comitato di interessi economici». Papa Francesco, ricorda Mattarella, «con saggezza, indica il centro della questione. L’Europa deve recuperare lo spirito degli inizi. Deve curarsi di più della sorte delle persone. Deve garantire sempre maggior collaborazione, uguaglianza di condizioni, crescita economica, ma questo si realizza realmente soltanto con una crescita culturale civile, morale». Tornando al nostro Paese lo definisce «pieno di energie, comportamenti, iniziative, impegni positivi; di solidarietà, di abnegazione generosa, di senso del dovere, di disponibilità e attitudine a occuparsi dell’interesse generale, del bene comune». E, al di là di «comportamenti gravi e da censurare», resta «di gran lunga prevalente quello della generosità e del proprio dovere». Fonte.www.avvenire.it
Mattarella:l'Europa e le persone
L'Osservatore Romano,   17/05/2019
Mattarella:"L’Europa deve recuperare lo spirito degli inizi e curarsi di più delle persone" · Intervista del Presidente della Repubblica Italiana con i media vaticani · 17 maggio 2019 «Affiorano atteggiamenti di intolleranza, ma in Italia prevale ancora la solidarietà» «La Dichiarazione sulla Fratellanza umana di Francesco e del Grande Imam di Al Azhar è di grande importanza per rimuovere le basi della predicazione di odio del terrorismo» Anche se «affiorano, rumorosamente, atteggiamenti di intolleranza, di aggressività, di chiusura alle esigenze altrui», e bisogna evitare che certi fenomeni si saldino tra loro «a livello internazionale», in Italia sono ancora prevalenti «iniziative e comportamenti di grande solidarietà». Per questo, anche seguendo l’invito del Papa, è bene che il Vecchio Continente ritrovi lo spirito dei suoi fondatori: «L’Europa deve recuperare lo spirito degli inizi. Deve curarsi di più della sorte delle persone». Lo ha affermato il Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, nel corso di un’intervista a tutto campo con i media vaticani (L’Osservatore Romano, Radio Vaticana, Vatican News). Il Capo dello Stato ha parlato delle relazioni «ottime sotto ogni profilo» tra l’Italia e la Santa Sede, del ruolo della Chiesa cattolica nel Paese, dell’importanza del dialogo tra le religioni per la pace nel mondo in relazione alla Dichiarazione di Abu Dhabi firmata da Francesco e dal Grande Imam di Al Azhar. Presidente, colpisce la dimensione esistenziale presente nei suoi discorsi, nei quali emerge sempre il senso dell’urgenza rispetto alla crisi delle relazioni: il tessuto sociale appare spesso sfibrato, i legami spezzati, la solitudine la cifra distintiva delle nostre città. È questa secondo lei una priorità rispetto ai problemi del Paese e una questione che la politica deve affrontare? Sì, è questa la principale preoccupazione che credo occorra nutrire: un’Italia che recuperi appieno il senso e il valore del sentirsi comunità di vita. L’Italia registra, al suo interno, una gran quantità di iniziative, e comportamenti, di grande solidarietà; e questa realtà è nettamente prevalente. Ma affiorano, rumorosamente, atteggiamenti di intolleranza, di aggressività, di chiusura alle esigenze altrui. Sono fenomeni minoritari, sempre esistiti, in realtà, ma sembrano attenuate le remore che prima ne frenavano la manifestazione. Non si tratta di una condizione peculiare del nostro Paese: appare così in tutta Europa e anche in altri Continenti. Vi si aggiunge un aspetto, diverso, e da non confondere con quello che ho appena indicato: le conseguenze del profondo disagio sociale, provocato dalla crisi economico-finanziaria del decennio passato e, a ben riflettere determinato, non soltanto in Italia, anche dal trasferimento di risorse, sempre più ingenti dall’economia reale alla finanza speculativa; dal forte aumento della distanza tra i molto ricchi e la gran parte della popolazione. Anche i mutamenti nel mondo del lavoro, conseguenti alla globalizzazione e alle nuove tecnologie — entrambe, peraltro, condizioni, per tanti aspetti, positive — contribuiscono a far sorgere incertezza, e insicurezza, nel tessuto sociale. Si sono generate, come dicono gli studiosi, periferie esistenziali, non soltanto territoriali. Ambiti di sofferenza e di disagio, frutto dello smarrimento che viene avvertito diffusamente. Smarrimento accentuato dal venir meno di soggetti aggreganti in vari versanti della società — dalle varie realtà associative ai partiti politici — o dalla loro diminuita capacità di attrazione e rappresentanza. È necessario evitare che questi fenomeni, così diversi fra di loro, si possano saldare, determinando situazioni di paura, di avversione reciproca, di conflittualità tra persone, tra gruppi sociali, tra territori all’interno di ciascun Paese. Condizione che, come già qualche segnale indica, si trasferirebbe in ambito internazionale. A fronte di tutto questo però, vorrei ripetere, vi è la fiducia ispirata da quanto di positivo si registra, ed è ampio, nella nostra società. Come definirebbe oggi i rapporti fra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano? Qual è secondo lei il contributo che la Chiesa dà alla vita della nazione? Le relazioni sono ottime sotto ogni profilo e — come recita la Costituzione — ciascuno nel proprio ordine. La collaborazione è piena, in ogni ambito e settore in cui le attività, della Santa Sede e quelle dello Stato italiano, si incontrano, in sede interna e in sede internazionale. Per quanto riguarda il contributo della Chiesa alla vita dell’Italia, occorre, naturalmente, distinguere, come soggetti e come operatività, le due, diverse dimensioni in cui si presenta la Santa Sede e la Chiesa italiana. Sul primo versante, il magistero di Papa Francesco riceve grande attenzione ed esercita influenza significativa sui nostri cittadini, anche per l’affetto che questi nutrono nei suoi confronti. Francesco è subito diventato un punto di riferimento per gli italiani. Per parte sua la Chiesa italiana fornisce un contributo, di grandi dimensioni, alla società del nostro Paese, non soltanto sul piano spirituale, concorrendo al raggiungimento degli obiettivi, indicati dalla nostra Carta costituzionale. La presenza della Chiesa italiana nella dimensione culturale, educativa e sociale è motivo di riconoscenza. Le innumerevoli iniziative di diocesi, parrocchie, realtà associative, in favore dei più deboli, degli emarginati, di chi chiede ascolto e accoglienza sono concrete ed evidenti; e costituiscono un richiamo costante all’esigenza di aiuto reciproco nella vita quotidiana, per rafforzare la coesione della nostra comunità. Papa Francesco all’inizio di questo 2019 ha compiuto già due viaggi in Paesi a maggioranza musulmana. Negli Emirati Arabi ha firmato con il Gran Imam di Al Azhar una impegnativa Dichiarazione sulla Fratellanza umana. Quanto è importante questo dialogo tra le religioni per la pace nel mondo? Le religioni rivestono un ruolo crescente sulla ribalta internazionale. Se questo è sempre avvenuto in altri Continenti, oggi lo si vede accresciuto anche in Europa. Questo aumento di influenza è di grande rilievo per assicurare al mondo comprensione reciproca e pace. I leader religiosi godono di prestigio e hanno un forte seguito nelle varie popolazioni. Il rispetto reciproco e il dialogo tra le diverse fedi — che parlano di pace e di fratellanza — rappresentano condizioni essenziali; e costituiscono il principale antidoto all’estremismo che cerca di strumentalizzare il sentimento religioso. Sono sempre esistiti questi tentativi di strumentalizzarlo a fini politici e di potere. Il terrorismo di matrice islamista fa parte di questo antico fenomeno, purtroppo amplificato dagli strumenti moderni, nelle conseguenze della sua strategia e attività criminale; che ha colpito, ancora, negli ultimi giorni in Burkina Faso, in Iraq, in Afghanistan. Ad esso si aggiungono violenze e attentati di stampo suprematista, come quello di Christchurch, in Nuova Zelanda, contro fedeli musulmani. La Dichiarazione sulla Fratellanza umana firmata da Papa Francesco e del Grande Imam di Al Azhar è di grande importanza, sul piano dei principi e su quello concreto, per rimuovere le basi della predicazione di odio del terrorismo, che evoca abusivamente motivazioni religiose. Così come lo è stato il gesto di Papa Francesco a Bangui: far salire con sé, sulla papamobile, l’Imam di quella città, nel corso della sua visita nella Repubblica Centrafricana, in occasione dell’apertura del Giubileo. È stato un grande gesto, di grande efficacia comunicativa e di grande apertura. Esortare a riscoprire le radici autentiche, e profonde, delle fedi religiose — e operare perché tra esse ci sia un clima di dialogo e di fraternità — significa lavorare, concretamente, per la costruzione della pace nel mondo e per la sicurezza di tutti. La forza degli Stati contro il terrorismo è necessaria e può contrastarlo efficacemente ma è la formazione delle coscienze e delle mentalità che può cancellarlo definitivamente. Papa Francesco ha detto: «Il primo, e forse più grande, contributo che i cristiani possono portare all’Europa di oggi è ricordarle che essa non è una raccolta di numeri o di istituzioni, ma è fatta di persone». Quanto è importante ritrovare il senso dell’Europa come comunità e che cosa si può fare perché le nuove generazioni lo riscoprano? Nel mese di gennaio, a Berlino, il Presidente tedesco Steinmeier mi ha prospettato l’idea di un appello per la partecipazione al voto nelle prossime elezioni per il Parlamento europeo: ho subito aderito a questa sua iniziativa e, nei giorni scorsi, è apparso questo documento, firmato da tutti i presidenti delle Repubbliche dell’Unione. Vi è scritto che quella dell’integrazione europea è la migliore idea che abbiamo mai avuto nel nostro Continente. Questa affermazione così decisa muove dalla convinzione che l’Unione non è un comitato di interessi economici, regolato dal criterio del dare e dell’avere, ma è una comunità di valori. Questa convinzione è l’unica che corrisponda, davvero, alla storica scelta dei fondatori dei primi organismi comunitari. Questo viene percepito, forse talvolta inconsapevolmente, ma con effettività, soprattutto da due generazioni: i più anziani, che ricordano qual era la condizione dell’Europa prima di quella scelta, e i più giovani, che possono viaggiare liberamente da Trapani a Helsinki e da Lisbona a Stoccolma. Vede, tutti dovrebbero riflettere cosa hanno provocato due atroci guerre mondiali, combattute soprattutto in Europa; e cosa rappresentava vivere in un’Europa divisa in due dalla cortina di ferro, dal muro di Berlino, dall’angoscia, sempre presente, di un conflitto nucleare devastante. Da giovane sono stato a Berlino, era ancora divisa. Mia moglie e io desideravamo visitare uno splendido museo, il Pergamon, che si trovava a Berlino Est: abbiamo attraversato la frontiera, il muro e nel mio ricordo è incancellabile il senso di oppressione che si provava; e come si percepisse la grave lacerazione della città. Talvolta si dimentica il valore delle condizioni in cui ci troviamo e quel che sono costate di fatica e di sacrifici: bisogna sempre pensare che queste condizioni, per quanto imperfette, sono da preservare e da consolidare; e non sono scontate e irreversibili. Credo che questo sia ben compreso dalle nuove generazioni, quelle dei nativi digitali, del roaming europeo, dei voli low cost e dell’Erasmus. Giovani che, anche senza dichiararlo, si sentono europei oltre che cittadini ciascuno del proprio Paese. Avvertono questa “Casa comune”. Questo non vuol dire che nell’Unione tutto vada bene. La percezione delle sue istituzioni, da parte di larghe fasce di elettorato europeo, non sempre è positiva, anche se è spesso l’egoismo degli Stati — e non quindi quelle istituzioni — a frenare il sogno europeo. Per qualche aspetto l’andamento della vita dell’Unione — anche per il freno posto da parte di alcuni Paesi — dà l’impressione di essersi fermata, come in ordinaria amministrazione; quasi appagata dalla condizione raggiunta, come se il disegno europeo fosse già compiuto. Questo ha, sensibilmente, appannato il disegno storico, la prospettiva e la tensione ideale dell’integrazione. Papa Francesco, con saggezza, indica il centro della questione. L’Europa deve recuperare lo spirito degli inizi. Deve curarsi di più della sorte delle persone. Deve garantire sempre maggior collaborazione, uguaglianza di condizioni, crescita economica, ma questo si realizza realmente soltanto con una crescita culturale, civile, morale. Non trova che l’Italia sia un Paese che talvolta viene rappresentato male dai mass media e anche dalle istituzioni? Può dirci come vede il nostro Paese dal suo punto di vista privilegiato? Per il mio ruolo, svolgo molte visite in altri Paesi e ricevo al Quirinale molti capi di stato. Registro sempre, ovunque, un gran desiderio di Italia, una richiesta di collaborazione fortemente insistita. Questa riguarda ogni campo: culturale, scientifico, politico, economico, anche militare per la difesa della pace. Il nostro contingente più ampio è in Libano, apprezzato da tutte le parti fra loro contrapposte, cui garantisce l’assenza di violenze. L’immagine dell’Italia e l’opinione che se ne ha all’estero sono di gran lunga più positive di quanto noi stessi nutriamo. Ma quel che vorrei sottolinearle soprattutto è la sensazione, incoraggiante, che ricevo dalla nostra società, nelle tante visite, che compio nelle nostre città e nei nostri territori, e nelle numerose occasioni di incontro che ho giorno per giorno qui al Quirinale. È un punto di osservazione privilegiato e completo. Il nostro Paese è pieno di energie, comportamenti, iniziative, impegni positivi; di solidarietà, di abnegazione generosa, di senso del dovere, di disponibilità e attitudine a occuparsi dell’interesse generale, del bene comune. Naturalmente, come ovunque, vi è anche ben altro. Vi sono, come accennavo all’inizio, comportamenti gravi e da censurare con severità. Ma, tra i piatti della bilancia, è di gran lunga prevalente quello della generosità e del proprio dovere. Motivo, questo, per cui sono riconoscente ai nostri concittadini. di Andrea Tornielli e Andrea Monda Fonte.www.l'osservatore romano.it
Ocse:disoccupazione in Italia
Avvenire,   15/05/2019
Ocse. In Italia disoccupazione in calo a marzo Redazione Romana martedì 14 maggio 2019 È diminuita al 10,2%, di 0,3 punti, rispetto allo stesso periodo del 2018. Mezzo punto percentuale in meno per la componente giovanile Il tasso di disoccupazione nella zona euro è diminuito di 0,1 punti a marzo 2019, al 7,7%, il livello più basso mai raggiunto dal settembre 2008. Lo ha affermato l’Ocse. In Italia, la disoccupazione è calata al 10,2%, di 0,3 punti, nello stesso periodo del 2018. Il nostro Paese ha registrato così il calo più ampio. Il tasso di disoccupazione della zona Ocse è rimasto stabile al 5,3% a marzo, mese nel quale si registravano 33,6 milioni di persone senza lavoro, 0,1 milioni in più rispetto a febbraio. Quanto agli altri Paesi, si registra una flessione di 0,3 punti del tasso dei disoccupati in Irlanda (al 4,7%) e in Lituania (al 5,8%). In calo di 0,2 punti la Spagna (al 14%). La Germania è stabile al 3,2% e la Francia resta all’8,8%. Quanto alla Grecia è disponibile solo il dato di gennaio, che registrava un tasso del 18,5%. Al di fuori dell’Europa, la disoccupazione è aumentata di 0,2 punti in Giappone (al 2,5%) e di 0,1 punti in Corea (al 3,8%) e in Messico (al 3,5%), mentre è diminuita di 0,2 punti in Israele (al 3,9%). Il tasso è rimasto stabile a marzo sia in Canada (al 5,8%), sia negli Usa (al 3,8%). I dati più recenti, relativi ad aprile hanno registrato una flessione della disoccupazione di 0,2 punti negli Usa al 3,6%, il livello minimo dal dicembre 1969 e di 0,1 punti in Canada, al 5,7%. Per quanto riguarda la componente giovanile, il tasso Ocse scende di un decimale all'11,2% nell'area Ocse e di due decimali al 16% nell'eurozona. Cali di mezzo punto percentuale si osservano in Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania e Spagna. Giovannini: Pil in crescita tra 1,5-2% nei prossimi 40 anni, c'è bisogno di formazione continua «Il sistema economico mondiale si è fermato, nei prossimi 40 anni stima l'Ocse il tasso di crescita sarà tra l'1,5-2,0%, con alcuni Paesi emergenti che cresceranno anche di più. Insomma la crescita del Pil nei prossimi anni sarà molto bassa». L'ex presidente dell'Istat e professore dell'Università di Roma Tor Vergata, Enrico Giovannini, lo spiega in occasione della cerimonia per i 100 anni di Confcooperative. «Quindi ci saranno molti shock in futuro - aggiunge Giovannini - per questo c'è bisogno di una formazione del lavoro continua per far fronte a questi grandi cambiamenti. Chi sarà più flessibile avrà maggiore resilienza». Fonte.www.aavvenire.it
Fuga dei giovani
Avvenire,   14/05/2019
Documento. Fuga dei giovani, disoccupazione... ; i vescovi campani lanciano l'allarme Rosanna Borzillo, Napoli martedì 14 maggio 2019 Sei pastori delle province di Benevento e Avellino segnalano agli amministratori i mali della loro terra: «Si allarga la forbice con il Nord» Sono preoccupati i vescovi delle diocesi che comprendono i Comuni delle province di Benevento e Avellino: le aree interne della Campania vivono una situazione di «grande divario dal resto dell’Italia che le rende Sud del Sud»; e lo denunciano in una lettera rivolta agli amministratori. Nel documento (a firma di Felice Accrocca, arcivescovo di Benevento, Arturo Aiello, vescovo di Avellino, Domenico Battaglia, vescovo di Cerreto Sannita-Sant’Agata de’ Goti-Telese, Pasquale Cascio, arcivescovo di Sant’Angelo de’ Lombardi-Nusco-Bisaccia, Sergio Melillo, vescovo di Ariano Irpino-Lacedonia, Riccardo Luca Guariglia, abate di Montevergine) dall’emblematico titolo "Mezzanotte del Mezzogiorno?", si rivolgono alle loro comunità, agli amministratori locali, al governo. Nella sala verde del palazzo arcivescovile di Benevento, martedì mattina, i sei pastori dicono di vivere «un tempo difficile che allarga la forbice Nord-Sud». Nelle aree interne della Campania – denunciano – si perde ogni anno un numero di abitanti equivalente a quello di un paese intero. Sono proprio i laureati tra i 24 e i 39 anni a lasciare la Campania più povera. Tra gli altri problemi presenti, la difficoltà a intercettare i flussi turistici, la disoccupazione, la contrazione della spesa pubblica, lo spopolamento, la carenza delle infrastrutture stradali. Per il vescovo Accrocca non c’è scelta. «O puntiamo a diventare il polmone verde della Campania, l’area dove potersi rilassare e disintossicarsi, oppure potremmo diventare la pattumiera delle aree metropolitane costiere. Spetta anche a noi fare la nostra parte ed impedire tutto ciò. Le zone interne devono diventare l’eccellenza della nostra Regione». «Non c’è da illudersi – prosegue Accrocca – se restiamo invischiati in una visione politica di corto raggio, tesa alla salvaguardia di interessi particolari, non potremo sperare in un’inversione di rotta». L’unica possibilità è trovare «una solida coesione istituzionale per dare forza alle istanze delle aree più deboli». L’appello dei vescovi è dunque «fare un gioco di squadra per programmare insieme una politica di sviluppo. Se riuscissimo nell’intento – dicono – tutti ne trarremo vantaggio; in caso contrario, tutti saremo destinati a perdere». Spetta ai pastori, ne sono convinti i vescovi, lavorare «per il bene integrale della propria gente». «Perché – aggiunge monsignor Aiello – occorre ritornare all’antico ruolo del vescovo "defensor civitatis". Non abbiamo la pretesa di trovare soluzioni, ma auspichiamo un’alleanza per l’uomo». Tra i primi passi un forum per gli amministratori campani, il primo dei quali a Benevento: «Momento di crescita comunitaria nella speranza di attivare sinergie capaci di promuovere l’interesse comune». Dal 24 al 26 giugno, tutti i territori delle zone interne proveranno a «ipotizzare cammini, individuare piccoli, ma concreti obiettivi da raggiungere a vantaggio delle realtà territoriali più emarginate del Paese». Concordano il sindaco di Benevento Clemente Mastella, il presidente della provincia Antonio Di Maria e il rettore dell’Università degli Studi del Sannio, Giuseppe Marotta, che plaudono all’iniziativa «per uscire dall’immobilismo di un Mezzogiorno dove sembra essere scoccata la mezzanotte». Ma, concludono i pastori, «quella che auspichiamo è essenzialmente una conversione mentale, che è quella dell’incontro che solo può portare soggetti diversi a confrontarsi per analizzare insieme, pensare insieme, realizzare insieme». Così per i vescovi «sorgerà il sole sul Mezzogiorno». Fonte.www.avvenire.it
Solitudine come malattia
Avvenire,   14/05/2019
Solitudine come malattia / 4. Gratitudine, ascolto, curiosità per non restare soli Marco Trabucchi martedì 14 maggio 2019 Ci si accosta al prossimo anche rinunciando ad atteggiamenti individualistici e praticando la gentilezza. La ricerca di una felicità aperta agli altri senza chiudersi in se stessi In vari Paesi del mondo (dall’Inghilterra agli Stati Uniti alla Danimarca) in questi anni si sono sviluppate campagne per incrementare la sensibilità individuale e collettiva riguardo alla solitudine, perché da fattore di sofferenza del singolo e delle comunità diventi un diffuso punto di attenzione. Diverse sono state le modalità di approccio, che vanno dall’intervento personale alle terapie di gruppo, nel corso delle quali l’individuo è indotto non solo ad aprirsi per ricevere un aiuto, ma anche a diventare capace di offrire a sua volta supporto. Le diverse metodologie non si sono dimostrate l’una superiore alle altre; diversissime sono le storie individuali, le esperienze, i supporti ricevuti, gli abbandoni. Nessuno vuole vivere da solo, ma spesso si trova in bilico su un confine pericoloso, lungo il quale non riesce a compiere scelte precise. Talvolta, addirittura rinforza la propria condizione di distacco e di solitudine. Gli interventi educativi sono ancora poco diffusi e riservati a situazioni caratterizzate da una forte motivazione e dalla precisa sensazione di poterne trarre vantaggio per la vita futura. L’area è ancora aperta a studi e approfondimenti seri e metodologicamente corretti; nell'attesa, l’atteggiamento di apertura e generosità del singolo verso il proprio vicino, parente, amico rappresenta l’unico approccio che abbia indiscutibilmente dimostrato una potenziale efficacia. Vi sono situazioni particolari, molto delicate che meritano forte attenzione. Si pensi alla coppia caregiver- malato di demenza, condizione nella quale un legame forte può trasformarsi in una trappola se non è accompagnato e lenito da affetti, vicinanze, impegni di supporto. Chi chiude il proprio raggio vitale solo al rapporto con un altro, che non potrebbe farne a meno, ha diritto di essere accompagnato, capito, aiutato, perché svolge una funzione insostituibile verso chi è bisognoso. In questi casi si costruisce una catena umanissima di aiuto, con il risultato finale di realizzare comunità fondate su reti di empatia viva. Vincere la solitudine della coppia caregiver-persona da assistere costruisce un inizio di dinamiche che si possono moltiplicare, senza grandi progetti, ma con l’impegno di ogni giorno ad aiutare chi è solo, attraverso l’ascolto, l’aiuto concreto (si pensi ad azioni piccole ma di grande efficacia, come preparare un pasto caldo per chi non ha tempo di dedicarsi alla cucina, come spesso avviene nel caso di persone completamente dedite alla cura del proprio caro colpito da una demenza), il sostituirsi per qualche ora, permettendo all’altro di riallacciare relazioni soffocate dalla mancanza di tempo. Spesso questo aiuto non viene chiesto, perché nemmeno pensato da chi è tutto dedito alla cura, chiuso in una sofferenza indicibile. Esistono centinaia di decaloghi per indurre a combattere la solitudine; alcuni ridicoli, altri banali, altri ancora inutili. Invece dei decaloghi, vi sono alcuni atteggiamenti che più di altri portano a ridurre lo spazio della solitudine. Non sono formule magiche, perché la donna e l’uomo non vivono di magia, ma di un impegno severo e sereno per tutti i giorni. Ecco questi atteggiamenti positivi. Gratitudine. È l’attitudine di chi riconosce che ciò che si è ottenuto non lo è stato solo per i propri meriti, ma anche per la benevolenza altrui, anche se è difficile ammetterlo a causa dell’orgoglio. La gratitudine è andare incontro, rico- noscendosi debitori, camminare verso l’altro per intrecciare un abbraccio. Per combattere la solitudine è necessario esprimere questo sentimento anche quando può essere faticoso per l’ipertrofia dell’io; se l’altro percepisce una naturale, reale disposizione alla gratitudine sarà più facile costruire efficaci momenti di relazione. Felicità. Qual è la felicità che cerchiamo e come, da questa ricerca possiamo arrivare a sistemi di relazioni sociali che corrispondano alle nostre più autentiche esigenze? È una felicità generosa, aperta agli altri, che trova nella comunità il modo migliore per esprimersi, perché così riceve risposte adeguate. Una felicità assoluta, slegata da relazioni, è il patrimonio di qualche santo che vive il sentimento in relazione con il Signore; tutti noi, invece, abbiamo bisogno della felicità indotta dal donare, anche se talvolta il nostro gesto non riceve compensi adeguati. Ascolto. Viviamo troppo spesso parlando di noi, svilendo l’ascolto dell’altro. Viviamo come se fossimo soli nell’universo. Il non essere ascoltati crea risentimento negli altri, che chiudono orecchie e cuori. La solitudine modifica le risposte all’ambiente umano circostante, il più delle volte aumentando la negatività e l’aggressività e quindi riducendo la possibilità di creare assieme qualche cosa di rilevante per tutti. È un circolo vizioso, che si può rompere imponendosi l’ascolto, per comprendere il punto di vista degli altri; ma se si sente il dovere dell’ascolto significa che gran parte del percorso verso la relazione è già stato compiuto e la solitudine sconfitta. Curiosità. È ritenuta una dote ambivalente, ma ha il grande pregio di costringere a guardare dentro nella vita degli altri, in modo da identificare gli spazi sui quali impostare una relazione. Mediamente chi è curioso non è mai solo, perché comprende dove può avvenire l’incontro tra la propria vita, aspirazioni, attese, speranze e quelle dell’altro. Possono essere possibili incomprensioni e chiusure, ma non giustificano una scelta generale. La curiosità come premessa per costruire rapporti deve essere un atteggiamento stabile nella vita, in qualsiasi condizione; quando l’individuo va in palestra, ad esempio, gli esercizi fisici dovrebbero essere altrettanto importanti che l’attenzione ai vicini, per comprenderne attitudini e attese, desideri di relazione o chiusure. La curiosità è strutturale alla persona intelligente; solo uno stato depressivo può tarparla e farla sembrare inutile. Rinuncia ad atteggiamenti individualistici. L’attenzione, sempre più diffusa negli ultimi anni, verso fitness, atteggiamenti di autocura, preoccupazioni alimentari, in generale verso particolari atteggiamenti salutisti, polarizza l’attenzione su fatti personali; sono vissuti come atti che dovrebbero garantire la salute in maniera distaccata da quella degli altri. Sono talvolta il frutto di frustrazioni egocentriche che si approfondiscono nel tempo e impediscono rapporti aperti e generosi. Ogni persona è libera di scegliere propri modelli di vita, gestendone le conseguenze; non può però essere trascurato che tra queste ultime vi sono incomprensioni che rallentano la relazione con altri. Gentilezza. Tutte le caratteristiche indicate sopra hanno un denominatore comune per essere esercitate; è una dote dell’animo che caratterizza la scelta di fondo di porsi davanti all’altro con la volontà di ascoltare ed essere ascoltati senza prevaricazione, insistenza, desiderio di potere. Chi è gentile è sempre attento a come l’altro si avvicina e pronto a modificare il proprio atteggiamento per farsi accettare, compiendo piccoli atti che assumono grande importanza quando l’altro è solo. Chi è gentile potrà talvolta essere incompreso e dolersene, però il suo atteggiamento contribuisce sempre ad aprire strade per la relazione che allontana la solitudine. In alcuni casi la gentilezza è premessa per la dolcezza, modo di essere che, ad esempio nella famiglia, permette di continuare nel tempo rapporti di affetto che aiutano anche a superare le crisi. Associazione Italiana di Psicogeriatria (4 - fine. Le precedenti puntate sono state pubblicate il 15 marzo, il 2 e 19 aprile anche sul sito avvenire.it) Fonte.www.avvenire.it
Corte Ue:rifugiati
Avvenire,   14/05/2019
Corte Ue. «No ai rimpatri dei rifugiati se in patria rischiano la vita» Ilaria Solaini martedì 14 maggio 2019 Secondo la sentenza anche in caso di revoca o di rifiuto dello status di rifugiato per motivi di sicurezza il respingimento non è consentito se le persone rischiano la vita nel Paese di origine In base al diritto europeo, un rifugiato in fuga da un Paese in cui rischia la tortura o altri trattamenti inumani vietati dalla Convenzione di Ginevra non può essere rimpatriato o respinto nella nazione da cui proviene. Lo ha chiarito la Corte di Giustizia dell'Unione Europea in una sentenza, precisando che la norma va rispettata anche se lo status di rifugiato viene negato o revocato dallo Stato ospitante per validi motivi di sicurezza. IL TESTO DELLA SENTENZA In questo modo i giudici della Corte di giustizia dell'Ue con sede in Lussemburgo hanno fissato una serie di paletti per la revoca o il rifiuto del riconoscimento dello status di rifugiato per motivi collegati alla protezione della sicurezza o della comunità di uno Stato membro previsti da una direttiva del 2011. Stando alla sentenza pubblicata sul sito della Corte di giustizia dell'Ue, le disposizioni previste dalla direttiva sui rifugiati sono valide, ma la decisione di revocare o rifiutare il riconoscimento dello status di rifugiato non produce l'effetto di privare una persona né dello status di rifugiato, né dei diritti che la Convenzione di Ginevra ricollega a tale status se questa persona ha il fondato timore di essere perseguitata nel suo Paese di origine. Per la Corte, la Carta dei diritti fondamentali dell'Ue vieta il respingimento di un cittadino di uno Stato extra-Ue o apolide verso un Paese dove la sua vita o la sua libertà possano essere minacciate. La Carta dei diritti fondamentali dell'Ue, inoltre, vieta in termini categorici la tortura nonché le pene e i trattamenti inumani o degradanti, a prescindere dal comportamento dell'interessato, e l'allontanamento verso uno Stato dove esista un rischio serio che una persona sia sottoposta a trattamenti di tal genere. La Corte Ue in sostanza ha stabilito che il diritto dell'Unione riconosce ai rifugiati interessati una protezione internazionale più ampia di quella assicurata dalla Convenzione di Ginevra. Di fatto, la revoca dello status di rifugiato, quando c'è un rischio per la persona in questione, fa perdere alcuni benefici previsti dalla direttiva, ma non permette il rimpatrio. Il caso era stato sollevato da un cittadino ivoriano e uno congolese, nonché una persona di origine ceceni, che si sono visti revocare lo status di rifugiato o negare il riconoscimento in Belgio e Repubblica ceca, perché considerate una minaccia alla sicurezza o condannate per un reato particolarmente grave per la comunità dello Stato membro ospitante. Fonte.wwww.avvenire.it
Istat Bankitalia
Avvenire,   13/05/2019
Istat Bankitalia. Famiglie italiane ricche 8 volte il reddito Cinzia Arena giovedì 9 maggio 2019 Retribuzioni stagnanti ma la ricchezza netta è lievitata a 9.743 miliardi di euro Gli italiani si confermano un popolo di risparmiatori. E combattono l’incertezza economica e lo stallo degli stipendi continuando ad investire nel mattone. Tanto che a conti fatti le famiglie italiane sono più ricche di quelle tedesche. È la fotografia scattata dal rapporto di Istat e Banca d’Italia «La ricchezza delle famiglie e delle società non finanziarie italiane». A fine 2017 la ricchezza netta delle famiglie italiane era di 9.743 miliardi di euro, ovvero 8,4 volte il reddito medio disponibile. Una cifra superiore di oltre quattro volte il debito pubblico, che oggi si aggira sui 2.400 miliardi. Le abitazioni rappresentano la principale forma di investimento: hanno un valore di 5.246 miliardi, più della metà del totale.In base ai dati dell’Ocse il rapporto tra ricchezza netta e reddito medio disponibile «è più alto di quello relativo alle famiglie francesi, inglesi e canadesi» (che si attesta su circa 8 volte il reddito medio disponibile), anche negli ultimi anni «il divario si è notevolmente ridotto». Infatti l’indicatore è gradualmente sceso dal picco raggiunto nel 2013, con un andamento opposto a quello osservato per gli altri paesi. Il livello elevato di quest’indicatore nel confronto internazionale è amplificato dal ristagno ventennale dei redditi delle famiglie italiane. Insomma, molta della ricchezza è quella accumulata in passato, perché adesso gli stipendi non tengono il passo con l’aumento del costo della vita e i risparmi si stanno assottigliando. A pesare è soprattutto la contrazione del settore immobiliare. Tra il 2005 e il 2011 il peso delle abitazioni sul totale della ricchezza è salito dal 47% al 54% per poi ridursi negli anni successivi sino al 49% nel 2017. La crisi del mercato degli immobili, in atto dal 2012, ha indebolito i risparmi. Aumentano comunque del 3,7% i risparmi in attività finanziarie, che hanno raggiunto 4.374 miliardi di euro, anche se la loro incidenza resta inferiore a quella registrata in altre economie. All’interno del portafoglio finanziario si è registrato un aumento del peso sulle attività dei depositi (dal 10% al 13%) mentre si è ridotto il peso di azioni e altre partecipazioni (dal 12% al 10%) e, in misura maggiore, dei titoli (dall’8% al 3%).L’istituto statistico e via Nazionale hanno preso in esame anche la ricchezza delle imprese. A fine 2017 era di 1.053 miliardi di euro, con il totale delle attività del settore, 4.943 miliardi, costituito per il 63% da attività non finanziarie. Tuttavia l’aumento della ricchezza lorda del 3,7% dipende proprio dall’incremento della componente finanziaria (+11,9%), rispetto alla contrazione delle attività reali (-0,6%). Fonte.www.avvenire.it