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Papa:l'amore
Avvenire,   16/07/2018
Giornate caraibiche della gioventù. Il messaggio del Papa: l’amore non finisce mai lunedì 16 luglio 2018 Papa Francesco invia un videomessaggio ai partecipanti alle Giornate caraibiche della gioventù, tra il 10 e il 23 luglio a Martinica, nelle Antille “L’amore ha una forza tutta sua”, e “non finisce mai”: nel vostro progetto di “trasformazione” della “famiglia dei Caraibi” dovete “comprendere il presente” per affrontare il “domani”, senza mai dimenticare il “passato”. Sono le parole che Papa Francesco rivolge, in un videomessaggio, all’assemblea triennale dei giovani organizzata dalla Conferenza Episcopale delle Antille (AECYA), Giornate caraibiche della gioventù, sul tema: “I giovani trasformano la famiglia caraibica”. Al centro dei lavori, tra il 10 e il 23 luglio presso l’arcidiocesi di Saint-Pierre & Fort-de-France, una riflessione sull’Esortazione apostolica “Amoris Laetitia”. Il Papa incoraggia i giovani a comprendere il contesto presente della famiglia per poterla trasformare con lo sguardo rivolto al futuro, soprattutto a partire dal quarto capitolo dell’Esortazione post-Sinodale sulla famiglia, il “nucleo” del documento, da cui trarre importanti “linee-guida per andare avanti”. Le riflessioni di Papa Bergoglio oscillano tra il presente e il futuro, sempre senza trascurare le “radici del passato”. “Guardate sempre indietro”, insiste, “guardate i vostri nonni, guardate i vostri genitori e parlate con loro”, solo in questo modo è possibile mettere in atto quella “tensione trasformante” capace di operare un cambiamento. “Non si può fare nulla nel presente, né nel futuro se non sei radicato nel passato, nella tua storia, nella tua cultura, nella tua famiglia; se non hai le radici ben piantate dentro. Dalla radice ti arriverà la forza per andare avanti. Tutti, noi e voi, non siamo stati fabbricati in un laboratorio, abbiamo quella storia, quelle radici. E ciò che facciamo, i frutti che daremo, la bellezza che potremo creare in futuro, provengono da quelle radici”. Papa Francesco chiede a tutti di lavorare insieme, nella certezza che “l’amore ha una forza tutta sua”, che “l’amore non finisce mai”. Nel videomessaggio, il Pontefice trova tempo anche per scherzare con i giovani ai quali si rivolge, domandandosi se sono “giovani giovani” o già “giovani invecchiati”. Per le sfide significative, infatti, serve “tutta la forza della gioventù”. E a quanti già si sono seduti, Papa chiede di rimboccarsi le maniche e “incominciare a lottare”. Fonte.www.avvenire.it
Papa;i battezzati
Avvenire,   16/07/2018
L'Angelus. Papa Francesco: tutti i battezzati annuncino il Vangelo lunedì 16 luglio 2018 All'Angelus il Papa ha parlato dello stile missionario che i cristiani devono avere: il centro sia Gesù e il volto quello della povertà dei mezzi, accettando anche il rifiuto e il fallimento "Tutti i battezzati" sono chiamati ad annunciare il Vangelo “nei vari ambienti di vita”, non come “divi in torunée” ma forti solo della parola di Gesù. Stamani all’Angelus Papa Francesco traccia “lo stile del missionario” a partire dal Vangelo odierno, quando Gesù invia i Dodici, due a due, nei villaggi: è come un “tirocinio” di quello che avrebbero poi fatto dopo la Risurrezione. Due, quindi, gli aspetti centrali che il Papa ricorda ai circa 15 mila presenti in Piazza San Pietro e a tutti i cristiani: il centro di riferimento del discepolo missionario è Gesù e il volto dello stile missionario è “la povertà di mezzi”. Gli apostoli non hanno, infatti, “niente di proprio da annunciare” ma agiscono in quanto “messaggeri di Gesù”. E l’episodio del Vangelo riguarda “non solo i sacerdoti” – sottolinea il Papa – perché “tutti i battezzati” sono "chiamati a testimoniare, nei vari ambienti di vita, il Vangelo di Cristo”: E anche per noi questa missione è autentica solo a partire da suo centro immutabile che è Gesù. Non è un’iniziativa dei singoli fedeli né dei gruppi e nemmeno delle grandi aggregazioni, ma è la missione della Chiesa inseparabilmente unita al suo Signore. Nessun cristiano annuncia il Vangelo “in proprio”, ma solo inviato dalla Chiesa che ha ricevuto il mandato da Cristo stesso. È proprio il Battesimo che ci rende missionari. Un battezzato che non sente il bisogno di annunciare il Vangelo, di annunciare Gesù, non è un buon cristiano. L’equipaggiamento che hanno i Dodici è, poi, contrassegnato da un criterio di sobrietà: Il Maestro li vuole liberi e leggeri, senza appoggi e senza favori, sicuri solo dell’amore di Lui che li invia, forti solo della sua parola che vanno ad annunciare. Il bastone e i sandali sono la dotazione dei pellegrini, perché tali sono i messaggeri del regno di Dio, non manager onnipotenti, non funzionari inamovibili, non divi in tournée. Il Papa ricorda in questo senso alcuni santi della diocesi di Roma: "San Filippo Neri, San Benedetto Giuseppe Lavre, Sant’Alessio, Santa Ludovica Albertini, Santa Francesca Romana, San Gaspare del Bufalo e tanti altri". "Non erano funzionari o imprenditori - evidenzia - ma umili lavoratori del Regno". Può accadere, però, che non siano ascoltati e accolti. Anche questa esperienza di “fallimento" è povertà: La vicenda di Gesù, che fu rifiutato e crocifisso, prefigura il destino del suo messaggero. E solo se siamo uniti a Lui, morto e risorto, riusciamo a trovare il coraggio dell’evangelizzazione. La Vergine Maria, “prima discepola e missionaria della Parola di Dio”, “ci aiuti a portare nel mondo il messaggio del Vangelo” – conclude il Papa – con esultanza umile e radiosa e oltre ogni rifiuto. Nei saluti finali ha poi ricordato i giovani polacchi della Diocesi di Pelplin, che partecipano ad un corso di esercizi . Fonte.,www.avvenire.it
La forza della Chiesa
Avvenire,   14/07/2018
La forza della Chiesa è la fede, non i suoi «mezzi» Ermes Ronchi giovedì 12 luglio 2018 XV Domenica - Tempo ordinario Anno B In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient'altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano. Prese a mandarli a due a due. Ogni volta che Dio ti chiama, ti mette in viaggio. Viene ad alzarti dalla tua vita installata, accende obiettivi nuovi, apre sentieri. A due a due e non ad uno ad uno. Il primo annuncio che i Dodici portano è senza parole, è l'andare insieme, l'uno al fianco dell'altro, unendo le forze. Ordinò loro di non prendere nient'altro che un bastone. Solo un bastone a sorreggere il passo e un amico a sorreggere il cuore. Un bastone per appoggiarvi la stanchezza, un amico per appoggiarvi il bisogno di comunione. Né pane, né sacca, né denaro nella cintura; e ordinò di non portare due tuniche. Partono senza nulla di superfluo, anzi senza neppure il necessario. Decisivi non sono i mezzi, decisive non solo le cose, ma la fede che «solo l'amore crea» (san Massimiliano Kolbe). Come se Gesù dicesse ai suoi: Voi vivrete di fiducia: fiducia in Dio, che non farà mancare nulla, e fiducia negli uomini, che apriranno le loro case. «Bagaglio leggero impone il viaggio e cuore fiducioso. Domani non so se qualcuno aprirà la porta ma confido nel tesoro d'amore disseminato per strade e città, mani e sorrisi che aprono case e ristorano cuori...» (M. Marcolini). Gesù ci vuole tutti nomadi d'amore: gente che non confida nel conto in banca o nel mattone ma nel tesoro disseminato in tutti i paesi e città: mani e sorrisi che aprono porte e ristorano cuori. La leggerezza del nomade è la sua ricchezza, lo porta verso gli altri e gli permette di riceverne i doni, di essere accolto come ospite. Mi provoca, mi mette con le spalle al muro la povertà di mezzi degli inviati. Vanno bene i pescatori del lago di Galilea, va bene anche un bovaro come il profeta Amos. E nessuno di noi ha meno di loro. Nessuno può dire io sono troppo piccolo per poter diventare testimone del Vangelo, troppo povero, non ho mezzi o cultura. E allora vado bene anch'io, perché il discepolo annuncia con la sua vita: il mio segreto non è in me, è oltre me, oltre le cose. La forza della Chiesa, oggi come allora, non sta nei numeri o nelle risorse o nei mass media, ma risiede nel cuore del discepolo: «L'annunciatore deve essere infinitamente piccolo, solo così l'annuncio sarà infinitamente grande» (G. Vannucci). Sorprende che Gesù insista più sulle modalità dell'annuncio, che non sui contenuti di esso. E proclamarono che la gente si convertisse, ungevano con olio molti infermi e li guarivano. La conversione: vedere il mondo in altra luce, salpare verso cieli nuovi e terre nuove, una nuova architettura del mondo e di rapporti umani. Che è già iniziata. Le loro mani sui malati annunciano appunto che Dio è già qui. È vicino a te con amore. È qui e guarisce la vita. (Letture: Amos 7,12-15; Salmo 84; Efesini 1,3-14; Marco 6,7-13) Fonte.www.avvenire.it
Padre Zanotelli:migranti
Avvenire,   14/07/2018
Intervista. Padre Zanotellii: preghiera e disobbedienza per i migranti, reagire al male Paolo Lambruschi sabato 14 luglio 2018 Appello del comboniano che prosegue sotto Montecitorio il 'digiuno di giustizia' cui hanno aderito anche monasteri e suore di clausura. «Per salvare vite le chiese diventino rifugi» Mentre si prepara al turno odierno del 'digiuno di giustizia', nella staffetta ideata da preti e suore di strada sotto le finestre di Montecitorio contro le politiche di chiusura del governo, padre Alex Zanotelli ripensa alla vicenda dei 67 migranti della nave Diciotti cui il Viminale ha negato a lungo l’ingresso in porto. «Siamo arrivati a un punto – afferma il comboniano – di una gravità estrema. Praticamente abbiamo sfiorato una crisi istituzionale dello Stato democratico. Un cortocircuito, per fortuna è intervenuto il Capo dello Stato. Un uomo solo, il ministro dell’Interno, pretende di decidere il destino di tanta povera gente. Quello che mi fa più male è che si sta giocando sulla pelle di tanti poveri disgraziati che stanno scappando, in una maniera o in un’altra, da situazioni insostenibili. Perciò stiamo portando avanti questo digiuno a staffetta a Roma in solidarietà con i migranti». Lo avete cominciato partendo da piazza San Pietro. Perché? Per dimostrare la nostra vicinanza a papa Francesco che è isolato in questo momento. Abbiamo ricordato le parole molto importanti che ha pronunciato nell’omelia a Lampedusa 5 anni fa: 'Avete mai pianto quando avete visto un barcone affondare?'. Ha toccato il punto, la sofferenza dell’altro non ci tocca più. La disumanizzazione è lampante e questo è orribile. Altra sua frase da meditare è quella di Lesvos: 'Quando guardiamo negli occhi i bambini dei campi profughi comprendiamo la bancarotta dell’umanità'. È il cuore del problema e sembra che il governo italiano non ne sia toccato. Come va il 'digiuno di giustizia'? Abbiamo avuto molta solidarietà da parte di monasteri, suore di clausura e da tanti cittadini che hanno spontaneamente aderito. Per verificarlo basta andare sulla pagina Facebook 'Digiuno di giustizia'. Siamo molto contenti perché hanno cominciato digiuni locali. La gente comincia a prendere coscienza e reagire davanti al male, che ormai non pare più tale, è una cosa ovvia. È la banalità del male. Che è arrivato in fretta. Come lo spiega? Il problema è profondo. Non ce ne siamo mai accorti e l’arrivo degli stranieri ha dimostrato un’evidenza: noi europei, anche noi italiani, siamo razzisti. Mi spiego. In cinque secoli abbiamo maturato un senso di superiorità europea. Noi siamo la civiltà, la cultura, la religione, la filosofia. Questo ha fatto da sostrato allo schiavismo, al colonialismo, al neocolonialismo e alla globalizzazione. Ora il razzismo viene a galla perché queste persone stanno arrivando qui. Finché erano lontane facevamo adozioni a distanza ed era facile fare la carità. Ma da quando vengono a disturbare il nostro stile di vita, è difficile fare adozioni a vicinanza. Cosa richiede questo tempo? La preghiera, fondamentale per i credenti. Ma non basta. Serve una preghiera che lotti insieme a Dio davanti a queste tragedie per cambiare le cose. Noi cristiani dobbiamo reagire. Il Papa ci ha chiesto di urlare, di non avere paura. Allora dobbiamo con saggezza cominciare a fare disobbedienza civile se serve a salvare vite umane. Quella disobbedienza che ci ha insegnato Gesù nel Vangelo, quella non violenta di Gandhi e Martin Luther King. È in gioco la vita di donne, bambini, uomini. Propongo alla Chiesa italiana di seguire l’esempio statunitense e diventare sanctuary, rifugio per chi è destinato ad essere deportato in Paesi dove rischia la morte. Non possiamo permetterlo. Era una pratica in voga negli anni 80 e che la Chiesa cattolica nordamericana ha ripreso con Trump. La rabbia di chi è povero e italiano spesso si sfoga contro gli stranieri, come in una guerra. Non ci siamo dimenticati di loro troppo a lungo? È vero. Perciò ho scelto di vivere a Napoli nel Rione Sanità accanto alla gente. È fondamentale che la Chiesa stia accanto a tutti i poveri e, mi permetta, non sempre lo è stata. Ringrazio il Papa per la sua chiarezza su questo. Alla fine è più tollerabile la miseria in Africa perché in un ghetto vivono tutti la stessa condizione. Qui essere esclusi è intollerabile, ecco perché certi partiti alimentano la rabbia e riscuotono consensi.
Lavoro in Italia
Avvenire,   13/07/2018
Italia, un esercito di 2 milioni di ragazzi non studiano né lavorano Un esercito di oltre 2 milioni di ragazzi che non lavorano e non studiano. Nel 2017, in Italia si stima che i giovani di 15-29 anni non occupati e non in formazione (i cosiddetti 'neet', Neither in employment nor in Education and Training) siano 2 milioni e 189 mila (24,1%): il 41,0% cerca attivamente un lavoro e il 29,8% costituisce una forza di lavoro potenziali.   La quota di 'neet' in Italia ha registrato un continuo aumento dall'inizio della crisi economica, raggiungendo il massimo nel 2014. Il valore dell'indicatore ha poi iniziato a scendere a partire dal 2015 in concomitanza con la ripresa economica registrata anche in Italia tuttavia il valore resta ancora circa cinque punti superiore rispetto a quello del 2008 (19,3%). La quota dei 'neet' resta la piu' elevata tra i Paesi dell'Unione e decisamente superiore non solo al valore medio Ue (13,4%), ma anche agli altri piu' grandi Paesi europei. Rispetto a questi ultimi, dall'inizio della crisi economica il differenziale e' aumentato notevolmente (solo la Spagna ha registrato incrementi simili all'Italia, ma e' stata anche molto piu' decisa l'inversione di tendenza degli ultimi anni).  Tra i 'neet' piu' giovani, 15-19enni, solo uno su due e' alla ricerca, piu' o meno attiva, di un lavoro; ma la percentuale di coloro che vuole lavorare sale al 78,2% tra i 20-24enni ed e' pari al 71,1% tra i 25-29enni.  Nelle donne e' piu' diffusa tale condizione (26,0% contro il 22,4% degli uomini). Nonostante tra le giovani sia inferiore la quota di quelle interessate a lavorare - il 62,6% contro il 79,8% dei giovani - resta evidente anche per la maggioranza delle donne la volonta' di uscire da questa condizione.  L'incidenza dei 'neet' e' prevalente nel Mezzogiorno (34,4%), con un valore piu' che doppio rispetto al Nord (16,7%) e molto lontano dal valore del Centro (19,7%). Nel Mezzogiorno il gruppo dei NEET interessati a entrare o rientrare nel mercato del lavoro (77,0%) e' piu' ampio di quello del Nord (60,8%) e del Centro (67,5%). La criticita' del mercato del lavoro meridionale appare nuovamente pervasiva, tenendo ai margini sia giovani uomini sia giovani donne affatto disinteressati ad un ingresso nel mondo del lavoro.  L'incidenza dei 'neet', infine, e' notevolmente piu' elevata tra gli stranieri (34,4% contro il 23,0% degli italiani); tale differenza e' dovuta quasi esclusivamente alla componente femminile (23,7% e 44,3% le rispettive quote tra le italiane e le straniere); per la componente maschile il divario di cittadinanza e' praticamente nullo (1,2 punti).     Fonte.www.ilmessaggero.it
Chiesa per i migranti
Avvenire,   12/07/2018
Basta bufale. Ecco cosa fa la Chiesa italiana per i migranti Paolo Lambruschi giovedì 12 luglio 2018 Dopo una serie di attacchi gratuiti e infondati, ecco alcuni numeri sull'impegno della Chiesa: 25 mila persone accolte in 136 diocesi. In tre anni circa 2000 profughi salvati dai corridoi umanitari Accoglienza dei profughi nell‘ex convento di via della Faggiola a Pisa Un vecchio filmato del 2015 trasmesso da Piazza pulita che mostra un giornalista che finge di essere un profugo siriano chiedere invano un letto per sé e i suoi due figli ad alcuni sacerdoti e a strutture religiose in piazza San Pietro. Un articolo del Fatto Quotidiano che contrappone con una intervista a don Alessandro Santoro il digiuno di preti e suore di strada a Roma contro la chiusura dei porti a un presunto silenzio imbarazzato della Cei. Infine un post su Facebook dell'"intellettuale di punta" dei sovranisti Diego Fusaro che ritira fuori lo scandalo dell'ex direttore della Caritas di Trapani don Sergio Librizzi che chiedeva agli immigrati prestazioni sessuali in cambio di permessi di asilo. Commento del post: «non bastava deportarli per sfruttarli sul piano lavorativo. No. Si poteva fare ancora di più. Ecco l'ennesimo striptease dell'umanesimo occidentale». Andiamo per ordine. Il caso don Librizzi scoppia nel giugno 2014 quando viene arrestato. Il titolo risale a 4 anni fa. Non era quindi una notizia di ieri. Nel frattempo Librizzi si trova agli arresti domiciliari, ma la sua vicenda giudiziaria non si è ancora conclusa. Lo scorso dicembre la Cassazione ha annullato la condanna a nove anni che gli era stata inflitta. Quindi Fusaro scrive con approssimazione e ignora uno dei cardini della civiltà – quindi anche dell'umanesimo – occidentale: la presunzione di innocenza fino all' ultimo grado di giudizio. Vale anche per i preti. Quanto al “silenzio” della Chiesa, è strano che “il Fatto” sollevi il problema proprio nel giorno in cui il segretario di Stato Vaticano cardinale Pietro Parolin è il presidente della Cei cardinale Gualtiero Bassetti - due figure di primissimo piano dunque - in due occasioni diverse abbiano ribadito (ribadito!) che i porti non possono essere chiusi e le vite in mare vanno salvate. A questo punto, ecco in scena il popolo dei leoni da tastiera, che parte unito con il refrain :"li portino a casa loro". Lo fanno già. Così possiamo vedere quanta strada è stata fatta da quando il Papa nel 2015, anno del boom di arrivi sulla rotta balcanica, lanciò l'appello alle comunità cristiane ad accogliere una famiglia in ogni parrocchia. Stando all'ultimo monitoraggio della Cei, che risale alla primavera del 2017, erano state accolte circa 25 mila persone in 136 diocesi sulle 220 esistenti vale a dire circa il 60%. Perlopiù l'accoglienza cattolica finora ha supportato il sistema dei Cas, i prefettizi Centri di accoglienza straordinaria, e per il 16% è entrata nel sistema Sprar gestito dal Viminale con i Comuni. Le strutture utilizzate sono in genere canoniche, seminari, strutture ecclesiali, ma anche episcopi. «Casa loro», insomma. Da notare che oltre 2.700 persone in parrocchia –più o meno l'equivalente di quanti stanno nello Sprar – e 500 in famiglia risultavano accolte fuori dal sistema pubblico. Ossia con tutti i crismi della legalità, ma con fondi ecclesiali. Il monitoraggio 2018 è in corso e i dati verranno divulgati in autunno. Da aggiungere al numero delle persone accolte i circa 2.000 profughi giunti in tre anni con i corridoi umanitari ideati dalla Comunità di Sant'Egidio e aperti, in accordo col Governo. Una iniziativa ecumenica. Prima si sono sviluppati quelli dal Medio Oriente assicurati assieme alla Federazione delle Chiese evangeliche e alla Chiesa valdese con la collaborazione di diverse Diocesi cattoliche, e usati da profughi siriani vulnerabili in Libano. Poi quelli con la Cei dal Corno d’Africa per fare arrivare centinaia e centinaia di eritrei e somali dai campi etiopici. Oltre a loro sempre assieme alla Cei, tra dicembre 2017 e febbraio 2018 sono stati evacuati in collaborazione con Governo e Acnur 300 profughi detenuti nelle galere libiche, accolti a loro volta dalle Caritas diocesane. Per quanto riguarda i corridoi umanitari la formula scelta da Caritas italiana e Migrantes , i 2due organismi Cei coinvolti, è quella dell'accoglienza diffusa, vale a dire famiglie o singoli accolti in case della diocesi e di organizzazioni cattoliche e seguiti da volontari con una famiglia tutor. I costi sono a carico della Chiesa. Il progetto dura un anno durante il quale ai profughi viene garantito vitto alloggio e vestiario in cambio della frequenza scolastica per i minori e di corsi di lingua e formazione professionale per gli adulti. I profughi arrivati finora hanno presentato tutti domanda di asilo. Come diceva il vescovo Domenico Sigalini a Piazzapulita dopo aver visto il filmato nel 2015 con i "no" dei religiosi al sedicente profugo, l'accoglienza e l'integrazione vanno fatte bene e alla generosità occorre affiancare l'organizzazione. Questa almeno è la scelta di quella parte del nostro Paese che preferisce i fatti concreti agli insulti e agli schiamazzi. Fonte.www.avvenire.it
Accordo per flussi migratori
L'Osservatore Romano,   12/07/2018
Accordo per gestire i flussi migratori · ​Italia, Germania e Austria annunciano a Innsbruck un impegno comune · 12 luglio 2018 Innsbruck, 12. Un «asse di volenterosi» guidato da Austria, Germania e Italia per frenare le partenze dei migranti, e quindi gli sbarchi sulle coste europee e le morti nel Mediterraneo. Questo il principale risultato dell’incontro, tenutosi questa mattina a Innsbruck, tra il ministro dell’interno italiano, Matteo Salvini, e i suoi omologhi tedesco, Horst Seehofer, e austriaco, Herbert Kickl. I tre ministri, che si sono confrontati prima dell’avvio della riunione informale di tutti i ministri dell’interno dei paesi Ue, hanno anche annunciato un nuovo incontro trilaterale a Vienna il 19 luglio. Poi un richiamo a Bruxelles: serve «un intervento unitario», ha detto il ministro Kickl, se si vogliono evitare «iniziative unilaterali» dei paesi più esposti ai flussi di arrivi. Soddisfazione è stata espressa dal ministro Salvini. «Chiederemo sostegno alle autorità libiche e chiederemo alle missioni internazionali di non usare l’Italia come unico punto di arrivo» ha dichiarato subito dopo il trilaterale. E poi ha aggiunto: «Sarà una soddisfazione se le proposte italiane potranno diventare europee con una riduzione delle partenze, degli sbarchi, dei morti e dei costi. Se il modello italiano diventerà europeo è motivo di orgoglio». Seehofer ha confermato l’accordo tra i tre paesi e ha ribadito la linea di Berlino. «Non nego sarà difficile, ma se non ci poniamo prima l’obiettivo di risolvere le problematiche principali, non potremo mai risolvere tutto il resto della questione» ha detto Seehofer, per il quale è necessario «innanzitutto creare i centri per migranti all’esterno e arginare i flussi, e poi occuparsi dei movimenti interni». L’idea di questi centri, definiti “zone di transito”, vicino ai confini, è il nodo centrale della recente intesa Cdu-Csu, approvata anche dai socialdemocratici. In queste strutture verrebbero portati i profughi che sono già registrati in altri paesi Ue: non tutti, però, ma solo quelli che sono stati registrati in paesi con i quali la Germania ha stretto accordi speciali. Seehofer intenderebbe trattenere i profughi nelle “zone di transito” per sottoporli a controlli e procedure di richiesta di asilo accelerate. Quei profughi, invece, giunti da paesi con quali non c’è un accordo speciale verrebbero rispediti indietro immediatamente. Intanto, una nuova bufera è esplosa proprio su Seehofer, in seguito al suicidio di un richiedente asilo afghano, la cui richiesta aveva avuto un esito negativo. Il ragazzo, 23 anni, si è impiccato una volta tornato a casa, a Kabul. Molti media e politici tedeschi hanno criticato Seehofer per alcune dichiarazioni rilasciate sui respingimenti di afghani proprio nel giorno della morte del giovane. Seehofer, pur dicendosi «dispiaciuto» dell’accaduto ha escluso di dare le dimissioni. Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Cassazione:assegno di divorzio
Avvenire,   11/07/2018
Cassazione. Assegno di divorzio, conta anche la «dedizione» dell'ex coniuge Antonella Mariani mercoledì 11 luglio 2018 La sentenza delle sezioni unite civili della Cassazione riporta in primo piano il contributo alla famiglia, e non solo l'indipendenza economica degli ex coniugi. Ecco i nuovi criteri Dietrofront sull’assegno di divorzio. Non si torna all’antico e superato totem del «mantenimento del tenore di vita», dominante negli ultimi 30 anni, ma non si abbraccia nemmeno il criterio emerso prepotentemente da poco più di un anno della «mancanza di indipendenza economica». Da oggi avvocati e giudici dovranno considerare una terza via, più rassicurante per l’ex coniuge «debole» e quindi soprattutto per le donne. Le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione hanno stabilito che l’assegno di divorzio ha natura sì assistenziale e dunque deve tenere conto «delle rispettive condizioni economico-patrimoniali», ma in uguale misura «compensativa e perequativa». Il che vuol dire che bisogna considerare quanto il coniuge che richiede l’assegno ha contribuito alla «formazione del patrimonio comune e personale», oltre alla sua età, alla sua possibilità di lavorare in futuro e alla durata del matrimonio. In pratica, se una donna lavora e guadagna un buon stipendio, questo la rende economicamente autonoma ma non le preclude l’assegno di divorzio da parte dell’ex marito, se può dimostrare che grazie alla sua dedizione e al suo impegno la famiglia è cresciuta e ha acquisito benessere nel corso del matrimonio. La decisione della Cassazione orienta in modo diverso la giurisprudenza che stava prendendo piede dopo la sentenza sul divorzio dell’ex ministro dell’Economia Vittorio Grilli del maggio 2017, che escludeva il parametro del «precedente tenore di vita» – in questo caso decisamente altissimo – da quelli usati per calcolare l’importo dell’assegno di divorzio all’ex moglie. La donna era benestante di suo, quindi niente soldi. A farne le spese anche Veronica Lario, che nel novembre 2017 si vide cancellare dalla Corte d’appello di Milano l’assegno di 1,4 milioni di euro al mese pagato da Silvio Berlusconi perché già poteva godere di un «tenore di vita elevatissimo» grazie al patrimonio accumulato durante il matrimonio. Ora Veronica Lario può legittimamente sperare di riavere la sua «rendita». E, ovviamente, non solo lei. Secondo i nuovi principi, ai quali ogni Tribunale dovrà attenersi, l’importo dell’assegno sarà calcolato valutando ciascuna storia familiare, senza automatismi. «Ci sarà maggiore equità nei divorzi – commenta l’Associazione avvocati matrimonialisti italiani –. Da questo momento i coniugi più deboli che proveranno di essere stati artefici della crescita dell’altro, riceveranno un assegno di divorzio, anche se indipendenti economicamente. Pertanto la Cassazione tutelerà, anche per motivi costituzionali, l’impegno dei coniugi e la loro dedizione, anche in caso di fine del loro matrimoni». Conterà dunque la componente «compensativa» dell’assegno, dunque, accanto a quella «perequativa», per riequilibrare i redditi di ciascuno. Per fare un esempio: il fatto che la moglie lavori, abbia un buon stipendio e dunque sia economicamente indipendente non sarà sufficiente per escludere l’assegno di divorzio a carico del marito imprenditore o libero professionista, come suggeriva la sentenza Grilli. E questo non per il vecchio principio del «mantenimento del tenore di vita», ma per il contributo che la moglie ha dato al percorso professionale del marito. La vicenda Il 10 maggio 2017 la prima sezione civile della Cassazione ribaltò la giurisprudenza applicata da 27 anni, secondo la quale il diritto a ricevere un assegno divorzile fosse da rinvenire nella "inadeguatezza dei mezzi del coniuge a mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio". Cosa stabilì la Cassazione? La Cassazione stabilì che il parametro non fosse più il tenore di vita, bensì "l'indipendenza o l'autosufficienza economica" dell'ex coniuge. Si chiudeva così la causa di divorzio che vedeva opposto l'ex ministro Vittorio Grilli alla ex moglie Lisa Lowenstein, con un principio di diritto "rivoluzionario", che escludeva dunque il tenore di vita dai criteri di cui tenere conto per l'assegno di mantenimento. Un orientamento, questo, confermato in sentenze di merito e dalla stessa Cassazione con successive pronunce, nelle quali veniva puntualizzata, di volta in volta, la cornice nella quale il giudice poteva muoversi, ma il tenore di vita sembrava ormai del tutto accantonato. Il "ricorso" alle Sezioni Unite civili Era stato il primo presidente Giovanni Canzio, in pensione dal 31 dicembre scorso, a decidere, nelle ultime settimane alla guida della Corte, di trasmettere gli atti alle sezioni unite civili, data la questione "di massima importanza e rilevanza" e visto l'interesse suscitato per la vita di un gran numero di persone. La sentenza La sentenza è arrivata tre mesi dopo l'udienza. "Ai fini del riconoscimento dell'assegno - scrivono le sezioni unite - si deve adottare un criterio composito che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali, dia particolare rilievo al contributo fornito dall'ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future ed all'età dell'avente diritto". "Il parametro così indicato - si legge ancora - si fonda sui principi costituzionali di pari dignità e di solidarietà che permeano l'unione matrimoniale anche dopo lo scioglimento del vincolo". Il principio sancito oggi dalla Cassazione, che riporta al centro della questione il contributo che l'ex coniuge ha portato nella vita familiare, sarà quindi il fulcro delle prossime decisioni che la Corte di Cassazione dovrà prendere nell'ambito di cause di divorzio tuttora pendenti: una di queste è quella che vede opposti Silvio Berlusconi e l'ex moglie Veronica Lario, la quale, nello scorso gennaio, ha impugnato la sentenza pronunciata a novembre dalla Corte d'appello di Milano che aveva azzerato il maxiassegno riconosciutole in primo grado (1,4 milioni al mese) e disposto la restituzione a Berlusconi di circa 45 milioni di euro, proprio applicando l'orientamento che era stato stabilito dalla sentenza Grilli e oggi rivisto dai giudici della Cassazione. Fonte.www.avvenire.it
Rapporto migranti
Avvenire,   10/07/2018
Rapporto. L'accoglienza ai migranti? Carenti le strutture, la formazione e i servizi Antonio Maria Mira martedì 10 luglio 2018 La sconfortante fotografia dei centri di accoglienza straordinari secondo l'analisi dell'associazione InMigrazione. Ma non mancano esempi virtuosi, in pole Rieri, Siena e Ravenna Il centro di accoglienza di Lampedusa, in una foto d'archivio dell'Ansa del 2015 Centri troppo grandi, una logica assistenzialistica, e gravi carenze, con bassa professionalità degli operatori. È la sconfortante fotografia dei Cas (Centri di accoglienza straordinaria) realizzata attraverso l'analisi dei bandi gara indetti da 101 prefetture per l’apertura e la gestione. Dati inediti elaborati nel rapporto "Straordinaria accoglienza" dell'associazione InMigrazione e presentati oggi a Roma. Sono soltanto 16 i bandi che raggiungono la sufficienza, mentre ben 64 risultano carenti e 21 molto carenti. Un immagine di accoglienza dei richiedenti asilo scadente, di scarsa preparazione e professionalità. Come emerso anche in molte inchieste giudiziarie da "Mafia Capitale" agli ultimi casi a Benevento e Latina. Non mancano però esempi estremamente virtuosi, che dimostrano concretamente come la “prima accoglienza” possa essere efficace e di qualità. Sul podio della ricerca i bandi delle Prefetture di Rieti, Siena e Ravenna. A Cosenza, Crotone e Firenze invece i bandi più carenti. Un giudizio "buono" lo ottengono anche i bandi delle prefetture di Perugia, Potenza, Terni e Bologna. A "sufficiente" arrivano Udine, Asti, Viterbo, Catania, Lecce, Lecco, Gorizia, Pesaro e Urbino, Reggio Emilia. Tra chi arriva a "carente" troviamo grandi citta come Bari, Venezia, Milano, Trieste, Salerno, Roma, Reggio Calabria, Genova, Taranto, Padova, Palermo, Cagliari. "Molto carente" per Latina, Napoli, Messina, Torino. "La scelta inedita di analizzare il sistema di prima accoglienza partendo dai bandi pubblici - spiega Simone Andreotti, presidente di InMigrazione - nasce dalla convinzione che nei capitolati e nei disciplinari delle gare ci deve essere l’anima dei Cas. È nei bandi che si trovano le regole del gioco per i gestori privati, che più sono definite e tanto più accrescono l’efficacia dei controlli e, in caso d’inadempienza, la possibilità di applicare penali o rescindere convenzioni”. E non parliamo di piccoli numeri. In tutta Italia sono stati complessivamente messi a bando dalle Prefetture 178.338 posti nei Cas che rappresentano oltre il 90% della complessiva capacità della “prima accoglienza”. In termini assoluti le regioni che ospitano più richiedenti asilo sono la Lombardia (27.131 posti messi a bando), la Campania (17.500) e il Lazio (16.449), ma in rapporto ai residenti queste Regioni ospitano appena 3 richiedenti ogni 1.000 residenti, mentre il Molise arriva a 12 e la Basilicata a 6. “Non assistiamo ad alcuna invasione – spiega Andreotti - il problema non è il numero di persone che sbarcano scappando da guerre e violenze, ma l’incapacità del nostro Paese di rispondere a questo fenomeno mettendo in campo un sistema di accoglienza efficace e di qualità”. A partire dai forti ritardi burocratici nell’espletamento di tutte le procedure delle gare: tra la data prevista di avvio dei servizi e l’aggiudicazione delle gare d’appalto passano in media quasi due mesi. Col rischio di dover ricorrere a proroghe anche quando i servizi sono scadenti. L'altro elemento di criticità è nelle dimensioni dei centri, con conseguenze negative sulla qualità dell’accoglienza e sul rapporto con la comunità ospitante. Soltanto in poco più di 1 gara su 4 viene stabilito un limite inferiore ai 60 ospiti per centro di accoglienza. Nel 68% dei casi, invece viene data la possibilità di aprire Centri con una capacità ricettiva tra gli 80 e i 300 utenti (in alcuni casi anche superiore). Anche sulla quantità e la qualità dei servizi alla persona e per l’integrazione nei bandi di gara si evidenzia un’altra forte carenza. Sono in particolare l’orientamento e il supporto legale per la domanda di protezione internazionale (negativa valutazione in 89 bandi su 101), l’insegnamento dell’italiano L2 (83/101) e la mediazione linguistica e culturale (76/101), i servizi su cui è stata rilevata una maggiore e preoccupante carenza. Carente, anche se sensibilmente migliore, la situazione per i servizi connessi al lavoro, al volontariato e alla positiva gestione del tempo (solo il 49% positivo) e i servizi di assistenza psicologica e sociale (57% negativo). Nettamente migliore è la situazione per quanto concerne l’assistenza sanitaria, considerata positivamente in 85 bandi sui 101 analizzati. Soltanto nel 36% dei bandi la professionalità delle équipe chiamate a gestire i Cas porta alla maturazione di specifici punteggi incidendo sulla graduatoria finale. Tra i servizi minimi richiesti solo 20 Prefetture su 101 hanno definito nei rispettivi bandi la formazione specialistica e l’aggiornamento e la supervisione per gli operatori dell’accoglienza.Vediamo ora i casi positivi. La Prefettura di Rieti ha stimolato fortemente la modalità dell’accoglienza diffusa in appartamenti e ha imposto un limite massimo di 30 ospiti nelle strutture collettive; ha richiesto ai partecipanti alla gara una descrizione metodologica ed organizzativa di erogazione dei servizi alla persona e per l’integrazione, descrivendo nel dettaglio i servizi minimi da garantire, ha infine esplicitamente valorizzato la necessità da parte dei concorrenti di mettere in campo personale specializzato nella relazione d’aiuto. Situazione simile a Siena, dove la Prefettura ha pubblicato un bando seguendo il medesimo approccio, con una particolare attenzione nel richiedere ai gestori puntuali ed efficaci servizi per la positiva gestione del tempo degli ospiti e per sostenerli nell’inclusione abitativa e lavorativa. Anche Siena ha scelto di porre un limite massimo di 40 ospiti. La Prefettura di Ravenna ha posto un limite massimo di 25 ospiti per ogni Cas. Attentamente valutata la specializzazione del personale e molto dettagliati e stringenti i servizi alla persona e per l’integrazione da garantire.Complessivamente per il 2018 sono stati impegnati nei bandi per l’apertura e la gestione dei Cas, fondi pubblici per oltre 2 miliardi di Euro. “Il vero risparmio – spiega Andreotti - si fa migliorando l’Accoglienza Straordinaria e non abbassando il pro-die pro capite dei famosi 35 Euro per finanziare i Centri. Un importo troppo basso non può che abbassare il livello qualitativo, per effetto del necessario taglio dei servizi per l’integrazione e porterebbe a stimolare ancora una volta strutture di grandi dimensioni, che in virtù delle economie di scala possono arrivare ad una sostenibilità economica”. Solo le spese per il personale direttamente connesso all’accoglienza straordinaria possono creare in Italia, escludendo l’indotto, oltre 36.000 posti di lavoro qualificati. . Fonte.www.avvenire.it
Papa:cristiani uniti
L'Osservatore Romano,   09/07/2018
Cristiani uniti per la pace in Medio oriente · All’Angelus il Papa ricorda la giornata ecumenica vissuta a Bari con i patriarchi · 09 luglio 2018 «Un segno eloquente di unità dei cristiani»: così il Papa ha definito all’Angelus dell’8 luglio, l’incontro del giorno precedente a Bari, in occasione della speciale giornata per la pace nel Vicino e Medio oriente, vissuta con i patriarchi delle Chiese di quella regione. Al termine della preghiera mariana domenicale di mezzogiorno con i fedeli presenti in piazza San Pietro, il Pontefice ha voluto ringraziare il Signore per la riuscita dell’avvenimento nel capoluogo pugliese, confidando di essere «rimasto veramente edificato» dall’atteggiamento e dalle testimonianze dei «Fratelli Capi di Chiese» e di «quanti li hanno rappresentati», ed esprimendo gratitudine anche all’arcivescovo di Bari-Bitonto, «fratello umile e servitore», ai collaboratori e a «tutti i fedeli che ci hanno accompagnato e sostenuto con la preghiera e la gioiosa presenza». Prima dell’Angelus, commentando come di consueto il Vangelo del giorno, il Papa aveva parlato della pagina in cui Marco (6, 1-6) presenta «Gesù che ritorna a Nazaret e di sabato si mette a insegnare nella sinagoga». «Ma — ha subito osservato Francesco — quello che poteva profilarsi come un successo, si tramutò in un clamoroso rifiuto», poiché le persone «invece di aprirsi alla realtà, si scandalizzano». Secondo loro, infatti, «Dio è troppo grande per abbassarsi a parlare attraverso un uomo così semplice»; non possono accettare «lo scandalo dell’incarnazione: l’evento sconcertante di un Dio fatto carne, che pensa con mente d’uomo, lavora e agisce con mani d’uomo, ama con cuore d’uomo, un Dio che fatica, mangia e dorme come uno di noi». Del resto, ha chiarito il Pontefice, «il Figlio di Dio capovolge ogni schema umano» e ciò, ha proseguito attualizzando la riflessione, «è un motivo di scandalo e di incredulità non solo in quell’epoca» ma «anche oggi». Proprio così: persino nei «nostri giorni può accadere di nutrire pregiudizi». Invece «il Signore ci invita ad assumere un atteggiamento di ascolto umile e di attesa docile, perché la grazia di Dio spesso si presenta in modi sorprendenti». Un esempio viene da santa Teresa di Calcutta. «Una suorina piccolina — ha detto il Papa — che andava per le strade per prendere i moribondi affinché avessero una morte degna». Eppure «questa piccola suorina con la preghiera e con il suo operato ha fatto delle meraviglie! La piccolezza di una donna ha rivoluzionato l’operato della carità nella Chiesa». Da qui l’invito del Pontefice ad «avere fede» perché «la mancanza di fede è un ostacolo alla grazia di Dio», con la conseguenza che «molti battezzati vivono come se Cristo non esistesse». Mentre, ha concluso Francesco, «ogni cristiano è chiamato ad approfondire questa appartenenza fondamentale, cercando di testimoniarla con una coerente condotta di vita, il cui filo conduttore sempre sarà la carità». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Slow Food:Petrini
Avvenire,   09/07/2018
Sezioni Migranti #alpapadirei Papa Slow Food. Petrini: «Lotta alla fame e sostenibilità sono sfide di comunità» Paolo Lambruschi sabato 7 luglio 2018 Il fondatore di Slow Food al congresso nazionale del movimento nato nel 1986: responsabilità condivise per un cibo di qualità e accessibile a tutti Carlo Petrini, fondatore di Slow Food «Ripartiamo dalla comunità». Carlo Petrini, classe 1949, ha l’entusiasmo di un giovanotto davanti allo slogan coniato da Slow Food. In concreto, il movimento della chiocciola fondato da Petrini non sarà più guidato da un presidente e un segretario, ma da un comitato esecutivo di sette membri, con responsabilità condivise e un modello orizzontale. Per il gastronomo, sociologo e scrittore da qui si vince la sfida di rendere il pianeta più sostenibile e dare cibo buono e pulito a tutti. «Abbiamo superato un modello europeo sul quale si basano associazioni, partiti, movimenti e sindacati per sposare un elemento più inclusivo. Quindi avremo comunità che operano a livello di sostenibilità ambientale e sociale. Ne abbiamo già che lavorano con disabili, con persone meno fortunate. Fatti salvi i principi distintivi della difesa della biodiversità, il lavorare su cibo buono, pulito e giusto difendendone il valore e non solo il prezzo, quando realtà comunitarie esprimono questa unità di intenti dobbiamo accoglierle e non far partire meccanismi come il tesseramento e la verticalità del governo. Dobbiamo realizzare quel che ci ha insegnato la rete di Terra Madre, quindi dare rappresentanza a realtà che stanno effettuando un cambiamento dal basso straordinario verso una realtà più sostenibile. Ma lei si immagina le nostre comunità africane o quelle degli indios Yanomani dell’Amazzonia nei nostri schemi? Invece occorre aprirci alla diversità non solo vegetale e animale, ma anche delle forme di socialità». Quante persone coinvolge Slow Food? Se resto all’elemento contabile in Italia siamo 40 mila, se penso ai mille orti realizzati nelle scuole italiane che coinvolgono bambini e insegnanti, genitori e nonni, siamo molti di più. In Africa abbiamo quasi 4mila orti che danno lavoro a 80 mila persone. Come facciamo a tesserarli? Sono tornato da un viaggio in Kenya, ho visto cose incredibili, si sentono Slow food, membri di Terra madre. Non possiamo escludere questa moltitudine. Accessibilità di tutti al cibo buono, pulito e giusto. È ancora possibile? È il nostro elemento distintivo, La lotta di buona parte del mondo con la malnutrizione e la fame grida ancora vendetta. Il nostro movimento non si occupa solo del piacere e della qualità del cibo disinteressandosi di chi non può sfamarsi. È una battaglia sancita nell’ultimo congresso a Chengdu, in Cina. Finché ci sarà un essere umano che non ha accesso al cibo noi ci batteremo. Ma in un mercato globale dominato da poche multinazionali sembra quasi un miracolo che comunità e movimenti riescano a spingere verso la sostenibilità. Come fanno? Guardiamo all’Italia. Oggi i presidi Slow food, forme di tutela e difesa di prodotti a rischio estinzione perché l’omologazione produttiva stava uccidendo la biodiversità, sono più rilevanti che non tante denominazioni di origine. La nostra attività ha valorizzato l’economia locale, della comunità e del territorio rispetto a un’impostazione del sistema alimentare che sta mettendo il potere nelle mani di pochi. La reazione è lavorare per un’economia locale che difenda le specificità e diventa una forma politica di intervento portatrice di un concetto diverso. Ovvero? Non siamo nati consumatori, ma per stare bene con le nostre famiglie, per crescere in armonia con la natura. Siamo esseri viventi, quindi abbiamo bisogno di un’economia diversa, collegata alla socialità e che esalti la diversità. Ma spesso dietro la qualità del cibo in Italia si nasconde lo sfruttamento dei braccianti... Su questo come sul problema dei migranti non riusciamo a sviluppare una narrazione per spiegare ai cittadini che il disastro in Africa che mette in moto i flussi non è causato solo da guerre, ingiustizie e violenza ma anche dai cambiamenti climatici. Dei quali siamo i principali responsabili, anche se il dazio lo pagano gli africani. Questo è iniquo. Se queste cose non si denunciano, se restiamo a guardare il fenomeno delle migrazioni intensive, non si capisce che è tutto legato e che i flussi sono il risultato di una politica di ladrocinio e discriminazione perpetrata su questi territori con la complicità di molti governanti africani. Che senso ha allora la comunità? Viviamo in un tempo dove la politica brucia i leader con velocità impressionante. È una dinamica che non lascia tracce, le comunità sono invece costruttive e potenti. Possono accettare grandi sfide perché hanno la sicurezza affettiva che + un antidoto alla politica dello scarto e della prevaricazione. Fojnte.www.avvenbire.it
Spoleto.Semeraro:temperanza
Avvenire,   07/07/2018
Prediche di Spoleto/4. Semeraro: «Temperanza, la virtù del buon umore» Marcello Semeraro sabato 7 luglio 2018 Come l’umorismo, insegna a conservare la “giusta misura” per puntare meglio all’essenziale. La riflessione del vescovo di Albano Un particolare dell'opera di Piero del Pollaiolo, “La temperanza” (1470) Scopo della temperanza è quello di governare nella persona umana gli slanci propri della sua natura. In tal senso, Aristotile insegnava che la temperanza «è una medietà relativa ai piaceri» (Etica Nicomachea III, 10). Il termine greco cui egli ricorre è edoné, che vuol dire piacere, ma pure gioia; godimento, ma pure compiacenza. Nella forma plurale indica le passioni, ma anche i desideri. Sofocle, nelle sue tragedie aveva fatto ricorso a edoné per dire che si può essere «pazzi per la gioia» (Elettra 1153), ma pure ch’è possibile «buttar via il senno per la voluttà» (Antigone 648). Ecco, allora, l’importanza del termine medietà, usato da Aristotile: la temperanza è intermedia fra due eccessi, che nei casi estremi sono l’insensibilità e la sfrenatezza. Sono due forze opposte che possono lacerare una persona. Lo abbiamo veduto per Medea. Altrettanto drammatica la vicenda di Mezio Fufezio, l’ultimo re di Alba Longa (VII secolo a. C.), che da Tullo Ostilio, l’antagonista re di Roma fu fatto legare ad una quadriga per le braccia e ad un’altra per le gambe sicché i cavalli, spronati in direzioni contrarie, strapparono le sue membra (cfr. Historiarum ab Urbe condita I, 28)! Così le passioni e i desideri possono rovinare gli uomini se non sono guidati dalla temperanza... Tommaso condividerà sostanzialmente la tesi aristotelica, reinterpretandola ovviamente in senso cristiano e stabilendo che in ogni caso, come per le altre virtù umane, più importanti sono le virtù teologali. Cosa, però, la temperanza ha di proprio, rispetto alle altre virtù umane? J. Pieper, filosofo cattolico tedesco (1904-1997) che sulla lettura tomista della temperanza ci ha lasciato uno studio fondamentale, spiega bene che diversamente dalle altre, la virtù della temperanza tocca direttamente la persona. Scrive: «La prudenza guarda alla realtà concreta di tutti gli esseri; la giustizia regola i rapporti con altri; con la fortezza l’uomo, dimentico di se stesso, sacrifica beni e vita. La temperanza, invece, è ordinata all’uomo stesso. Temperanza significa: prendere di mira se stessi e la propria condizione, dirigere sguardo e volontà su noi stessi» ( La temperanza, Brescia-Milano 2001, 28). La sua funzione propria, dunque, è moderare gli slanci della natura umana. Non che essa si opponga alle inclinazioni, ai desideri, alle simpatie, alle preferenze… La virtù della temperanza non nega tutto questo; invita, piuttosto, a farne un uso ordinato, armonico, costruttivo[...]. La temperanza non è nemica della gioia, ma della sua ricerca smodata, a tutti i costi, anche a discapito degli altri. Una traccia di questa istanza la troviamo forse nel termine contrario di intemperanza, col quale s’indicano gli atteggiamenti scostanti, esagerati, “sopra le righe” al punto da destare irritazione e suscitare disgusto. Pensiamo, ad esempio, alle intemperanze nell’uso dei beni materiali, in particolare del denaro, e nell’uso del potere. Nella Scrittura leggiamo che coloro «che vogliono arricchirsi, cadono nella tentazione, nell’inganno di molti desideri insensati e dannosi, che fanno affogare gli uomini nella rovina e nella perdizione. L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali» (1Tim 6, 9-10). Sono qui messi a tema questioni a noi purtroppo ben note, come gli acquisti e l’arricchirsi disonesti; le spese sfrenate per il lusso e i divertimenti… è implicito, però, anche il loro contrario che è l’avarizia (si pensi alla figura tipica dell’avaro disegnato da Molière). Il testo biblico citato richiama pure la corruzione amministrativa e politica, che nasce dall’avidità personale o di gruppo; l’arroganza e la tracotanza nella gestione della cosa pubblica; l’uso spregiudicato del potere sì da “logorare chi non ce l’ha”, come recita un noto aforisma di Talleyrand, che in Italia ha la voce e il volto di un altro politico. Ora, la virtù umana che, unitamente alla giustizia, può tagliare alla radice tutto questo è proprio la temperanza. Essa aiuta a porre degli argini alle passioni e questo non per annullarne, ma perché non giungano a scompaginare e destrutturare la persona e far sì, invece, di produrre effetti benefici per l’uomo [...]. In relazione alla virtù della temperanza, la tradizione cattolica pone anche quella preziosa del buon umore, capace di mantenere il giusto equilibrio fra la battuta e lo scherzo volgare e scurrile e la freddezza insapore... In fin dei conti l’umorismo è proprio l’arte di conservare la “giusta misura” ( métron) dal mondo per puntare meglio all’essenziale. Si tratta, però, anche di una questione cristiana, come ha simpaticamente spiegato G.P. Salvini S.J. in un articolo pubblicato lo scorso anno su “La Civiltà Cattolica” e intitolato L’umorismo di Dio (cfr. quaderno 2017 - 3/17 giugno 2017, 484-489). Anche “L’Osservatore Romano” del 2-3 maggio 2015 nel numero 35 del mensile “donne chiesa mondo” aveva pubblicato alcuni intervento sul tema. È per questa pertinenza cristiana dell’umorismo e dell’ironia che nell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo (19 marzo 2018) Francesco ha ricordato che «il malumore non è un segno di santità» e che «a volte la tristezza è legata all’ingratitudine, con lo stare talmente chiusi in sé stessi da diventare incapaci di riconoscere i doni di Dio» (n. 126). Lì come modello il Papa ha scelto san Tommaso Moro, il quale diceva di sé: «Mi si rimprovera di mescolare battute, facezie e parole scherzose con i temi più seri. Credo che si possa dire la verità ridendo. Di certo si addice meglio al laico, quale io sono, trasmettere il proprio pensiero in modo allegro e brioso, piuttosto che in modo serio e solenne, come fanno i predicatori ». Di Tommaso Moro, Louis Bouyer scrisse che «pochi uomini, in tutta la storia inglese, sono al pari di Thomas More, tipici rappresentanti di quella forma di finezza, incomprensibile per il latino o il tedesco, che si è soliti chiamare humour» (in Erasmo tra Umanesimo e Riforma, Brescia 1962, 94). Se volessimo, allora, concludere con una preghiera il nostro incontro, potremmo recitare questa di Tommaso Moro, che il Papa ha inserito nella sua esortazione e che ci mostra bene il senso della virtù della temperanza: «Dammi, Signore, una buona digestione, e anche qualcosa da digerire. Dammi la salute del corpo, con il buon umore necessario per mantenerla. Dammi, Signore, un’anima santa che sappia far tesoro di ciò che è buono e puro, e non si spaventi davanti al peccato, ma piuttosto trovi il modo di rimettere le cose a posto. Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri e i lamenti, e non permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa tanto ingombrante che si chiama “io”. Dammi, Signore, il senso dell’umorismo. Fammi la grazia di capire gli scherzi, perché abbia nella vita un po’ di gioia e possa comunicarla agli altri. Così sia». Fo0nte.www.avvenire.it
Italiani:testate nucleari Usa
Avvenire,   07/07/2018
Nucleare. Per quasi sette italiani su dieci le testate Usa devono lasciare il Paese Lucia Capuzzi venerdì 6 luglio 2018 A un anno dal bando all'Onu all'atomica, i pacifisti dell'Ican presentano un sondaggio nei quattro Stati che ospitano bombe Usa. Tutti chiedono la rimozione Una bomba atomica B61 nella base aerea di Ghedi, in provincia di Brescia Non solo i “grandi” della terra. Cioè i rappresentanti dei 122 Paesi che, esattamente un anno fa, alle Nazioni Unite, hanno deciso la messa al bando all’atomica. Il rifiuto di questo tipo di armi è condiviso anche all’opinione pubblica. Lo dimostra un sondaggio realizzato da YouGov per l’International campaign against nuclear weapons (Ican), Premio Nobel per la Pace 2017 per il ruolo chiave nell’approvazione del Trattato per la proibizione degli arsenali nucleari. Per il primo anniversario del documento, Ican e i suoi partner nazionali hanno voluto far emergere gli atteggiamenti dei cittadini europei al riguardo. A tal fine, hanno scelto gli unici quattro Paesi Ue che ospitano sul loro territorio la maggior parte delle 150 testate B61 Usa dispiegate nel mondo: Belgio, Paesi Bassi, Germania e Italia. E hanno rivolto ai rispettivi abitanti una serie di quesiti. In particolare, se fossero favorevoli alla rimozione e all’adesione al bando Onu. La prevalenza del sì è stata netta, con percentuali rispettivamente tra il 56 e il 70 per cento per la prima domanda e tra il 66 e il 72 per cento per la seconda. In Italia – dove la rilevazione è stata fatta in collaborazione con Senzatomica e Rete italiana per il disarmo –, il 65 per cento della popolazione si è espresso per lo svuotamento degli arsenali nucleari dalle basi statunitensi di Ghedi e Aviano. Mentre il 72 per cento vorrebbe l’adesione del governo al bando Onu, che finora l’Italia – come tutti gli Stati parte della Nato – non ha sottoscritto né votato. Per spingerlo a cambiare idea, Senzatomica e Rete disarmo hanno lanciato la campagna “Italia ripensaci”. Finora gli attivisti hanno raccolto 31mila cartoline nonché hanno incassato mozioni di il sostegno di 150 Comuni ed enti locali. Oggi il tutto sarà consegnato simbolicamente all’esecutivo. «Siamo davvero soddisfatti dei risultati ottenuti in così poco tempo. Dimostra quanto sia importante mettere le armi nucleari fuori dalla storia», ha affermato Daniele Santi di Senzatomica. Per riuscirci, il fronte anti-atomica italiano ha scelto una strategia articolata. «Non ci illudiamo che il cambiamento avvenga da un giorno all’altro – spiega Francesco Vignarca, coordinatore di Rete disarmo –. Per tale ragione, proponiamo una sorta di percorso di avvicinamento al Trattato, attraverso la realizzazione della sola parte umanitaria, ambito in cui l’Italia ha una grande esperienza. Cioè i programmi di riparazione previsti per le vittime di armi o test atomici». Il Trattato un anno dopo Il bilancio del primo anno di vita del bando Onu è, del resto, è incoraggiante. In dodici mesi, 59 nazioni lo hanno firmato e undici di queste lo hanno ratificato, l’ultima – giovedì – il Costa Rica. Perché il Trattato entri in vigore ne occorrono altre 39. «Un risultato estremamente positivo. Per altri documenti su contenuti simili – dal divieto delle mine antiuomo allo stesso Trattato di non proliferazione –, non c’era stato un numero di adesioni tanto alto in così poco tempo. Riteniamo, dunque, possibile arrivare alle 50 ratifiche entro il 2019», prosegue Vignarca. Nella lista, mancano ovviamente le nove potenze nucleari, riconosciute o no: Usa, Russia, Francia, Cina, Gran Bretagna, Pakistan, India, Israele e Corea del Nord. Ma pure le nazioni europee, ad eccezione dell’Austria, entrata l’8 maggio. Eppure, anche giovedì, il Parlamento Europeo ha approvato una raccomandazione al Consiglio e agli Stati membri, affinché aderiscano al bando. «Molti Paesi si nascondono dietro il pretesto della fedeltà alla Nato. In realtà, quest’ultima è un’alleanza militare ma non obbligatoriamente nucleare. Non esiste, dunque, alcuna preclusione giuridica», conclude l’attivista. Già prima, però, dell’entrata in vigore, il divieto dell’atomica sta producendo “effetti collaterali” significativi. Già quest’anno, Deutsche Bank, il fondo sovrano norvegese e il fondo pensionistico pubblico olandese – rispettivamente il secondo e il quinto al mondo – hanno deciso di escludere dai propri investimenti il settore nucleare. Tutti hanno motivato la loro scelta in base a una crescita della consapevolezza anti-atomica da parte dell’opinione pubblica internazionale in seguito al Trattato. Fonte.www. avvenire.it
Papa:Medio Oriente
Avvenire,   07/07/2018
Bari. Il Papa: «Amato Medio Oriente, su te sia pace». Tutti i «basta» di Francesco Mimmo Muolo, inviato a Bari sabato 7 luglio 2018 il monito del Papa: non si può parlare di pace e riarmarsi. L'auspicio che il Medio Oriente non sia più arco di guerra teso tra i continenti ma arca di pace accogliente per i popoli e le fedi Non c'è alternativa possibile alla pace in Medio Oriente. Il Papa ne è convinto e ripete, anche alla fine del colloquio a porte chiuse con patriarchi, il suo appello affinché cessino in tutta la regione i focolai di guerra. «Chi detiene il potere si ponga finalmente e decisamente al vero servizio della pace e non dei propri interessi. Basta ai tornaconti di pochi sulla pelle di molti! Basta alle occupazioni di terre che lacerano i popoli! Basta al prevalere delle verità di parte sulle speranze della gente! Basta usare il Medio Oriente per profitti estranei al Medio Oriente!». In sostanza, è l'auspicio del Pontefice, mentre bianche colombe volano in cielo davanti alla Basilica, la speranza è «il Medio Oriente non sia più un arco di guerra teso tra i continenti, ma un’arca di pace accogliente per i popoli e le fedi. Amato Medio Oriente, si diradino da te le tenebre della guerra, del potere, della violenza, dei fanatismi, dei guadagni iniqui, dello sfruttamento, della povertà, della disuguaglianza e del mancato riconoscimento dei diritti». No, davvero non c'è alternativa alla pace. E infatti, aggiunge Francesco, «non le tregue garantite da muri e prove di forza porteranno la pace, ma la volontà reale di ascolto e dialogo. Noi ci impegniamo a camminare, pregare e lavorare, e imploriamo che l’arte dell’incontro prevalga sulle strategie dello scontro». È l'importante punto di arrivo dell'incontro del Papa con i patriarchi delle Chiese del Medio Oriente. La tavola rotonda all'interno della Basilica è durata due ore e mezzo. Introdotta da una prolusione dell'amministratore apostolico di Gerusalemme dei Latini, l'arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, è proseguita con il dialogo fraterno. Il Papa al termine riassume: «Incoraggiati gli uni dagli altri, abbiamo dialogato fraternamente. È stato un segno che l’incontro e l’unità vanno cercati sempre, senza paura delle diversità. Così pure la pace: va coltivata anche nei terreni aridi delle contrapposizioni». E questa è anche una metodologia di pace: «Uomini di buona volontà e di credo diversi che non hanno paura di parlarsi, di accogliere le ragioni altrui e di occuparsi gli uni degli altri. Solo così, avendo cura che a nessuno manchino il pane e il lavoro, la dignità e la speranza, le urla di guerra si muteranno in canti di pace». Non si può parlare di pace e armarsi Poi il Papa passa in rassegna le diverse cause della guerra ed entra nello specifico delle situazioni. «La violenza è sempre alimentata dalle armi. Non si può alzare la voce per parlare di pace mentre di nascosto si perseguono sfrenate corse al riarmo. È una gravissima responsabilità, che pesa sulla coscienza delle nazioni, in particolare di quelle più potenti. Non si dimentichi il secolo scorso, non si scordino le lezioni di Hiroshima e Nagasaki, non si trasformino le terre d’Oriente, dove è sorto il Verbo della pace, in buie distese di silenzio. Basta contrapposizioni ostinate, basta alla sete di guadagno, che non guarda in faccia a nessuno pur di accaparrare giacimenti di gas e combustibili, senza ritegno per la casa comune e senza scrupoli sul fatto che il mercato dell’energia detti la legge della convivenza tra i popoli!». Per la «martoriata Siria» Francesco sottolinea: «La guerra è figlia del potere e della povertà. Si sconfigge rinunciando alle logiche di supremazia e sradicando la miseria. Tanti conflitti sono stati fomentati anche da forme di fondamentalismo e di fanatismo che, travestite di pretesti religiosi, hanno in realtà bestemmiato il nome di Dio, che è pace, e perseguitato il fratello che da sempre vive accanto». Si rispetti lo status di Gerusalemme Per Gerusalemme la richiesta è di rispettare lo status quo secondo quanto deliberato dalla Comunità internazionale e ripetutamente chiesto dalle comunità cristiane di Terra Santa. «Solo una soluzione negoziata tra Israeliani e Palestinesi - aggiunge il Pontefice -, fermamente voluta e favorita dalla Comunità delle nazioni, potrà condurre a una pace stabile e duratura, e garantire la coesistenza di due Stati per due popoli». Il pensiero del Papa va ai bambini che «hanno passato la maggior parte della vita a vedere macerie anziché scuole, a sentire il boato sordo di bombe anziché il chiasso festoso di giochi. L’umanità ascolti – vi prego – il loro grido». Infine l'appello conclusivo: «Amato Medio Oriente, "su te sia pace" (Sal 122,8), in te giustizia, sopra di te si posi la benedizione di Dio». Il Papa e i patriarchi si recano infine in episcopio per il pranzo offerto dall'arcivescovo di Bari-Bitonto, Francesco Cacucci. Fonte.www.avvenire.it
Papa:peso sulla coscienza delle nazioni
L'Osservatore Romano,   07/07/2018
Peso sulla coscienza delle nazioni · A Bari durante l’incontro di preghiera con i patriarchi del Medio oriente il Papa denuncia la tragica condizione delle comunità cristiane · 07 luglio 2018 Nell’area mediorientale «da anni, un numero spaventoso di piccoli piange morti violente in famiglia e vede insidiata la terra natia, spesso con l’unica prospettiva di dover fuggire. Questa è la morte della speranza. L’umanità ascolti — vi prego — il grido dei bambini», perché solo «asciugando le loro lacrime il mondo ritroverà la dignità»: è l’accorato appello lanciato da Papa Francesco a Bari, sul sagrato della basilica di San Nicola, nella tarda mattinata di sabato 7 luglio, a conclusione della giornata di preghiera e di riflessione per la pace in Medio oriente, vissuta con i patriarchi della regione. Più volte interrotto dall’applauso dei settantamila presenti, il Pontefice ha supplicato «non dimentichiamo i bambini!» perché, ha spiegato, «gli occhi di troppi fanciulli hanno passato la maggior parte della vita a vedere macerie».  E il suo pensiero è andato in particolare alla provincia siriana di Dar’a, dove — ha aggiunto a braccio al testo preparato — «sono ripresi aspri combattimenti che hanno provocato un ingente numero di sfollati, esposti a sofferenze terribili». Del resto, è stata la denuncia di Francesco, la piaga della guerra «che tragicamente assale quest’amata» terra, provoca vittime soprattutto tra «la povera gente». Dunque «non le tregue garantite da muri e prove di forza porteranno la pace, ma la volontà reale di ascolto e dialogo»; anzi, poiché «la guerra è figlia della povertà» essa «si sconfigge» anzitutto «sradicando la miseria»; solo «avendo cura che a nessuno manchino il pane e il lavoro, la dignità». Ma affinché ciò sia possibile, ha insistito, «è essenziale che chi detiene il potere si ponga finalmente e decisamente al vero servizio della pace e non dei propri interessi». Da qui il «basta» del Papa ripetuto più volte: «Basta ai tornaconti di pochi sulla pelle di molti! Basta alle occupazioni di terre che lacerano i popoli! Basta al prevalere delle verità di parte sulle speranze della gente! Basta usare il Medio Oriente per profitti estranei al Medio Oriente!». Nella consapevolezza, inoltre, che «tanti conflitti sono stati fomentati anche da forme di fondamentalismo e di fanatismo che, travestite di pretesti religiosi, hanno in realtà bestemmiato il nome di Dio», il Pontefice ha evidenziato come la violenza sia «sempre alimentata dalle armi. Non si può alzare la voce per parlare di pace — ha ammonito — mentre di nascosto si perseguono sfrenate corse al riarmo. È una gravissima responsabilità, che pesa sulla coscienza delle nazioni, in particolare di quelle più potenti». Ecco allora altri «basta» gridati a gran voce: alle «contrapposizioni ostinate» e «alla sete di guadagno, che non guarda in faccia a nessuno pur di accaparrare giacimenti di gas e combustibili, senza ritegno per la casa comune e senza scrupoli sul fatto che il mercato dell’energia detti la legge della convivenza tra i popoli!». In precedenza, sul lungomare il Papa aveva guidato la preghiera ecumenica voluta per «dare voce a chi può solo inghiottire lacrime, perché il Medio oriente oggi piange, oggi soffre e tace, mentre altri lo calpestano in cerca di potere e ricchezze».  Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:clima
Avvenire,   06/07/2018
Laudato si'. Papa Francesco: tutti gli Stati onorino gli impegni di Parigi sul clima Redazione Internet venerdì 6 luglio 2018 Ai partecipanti alla Conferenza internazionale sulla Laudato si: la riduzione dei gas serra richiede onestà, coraggio e responsabilità, soprattutto da parte dei Paesi più potenti e più inquinanti Per scongiurare il pericolo reale "di lasciare alle generazioni future macerie, deserti e sporcizia" è necessaria "un'azione organica e concertata di ecologia integrale". Indicando questa urgenza, papa Francesco si è rivolto, nella Sala Clementina, ai partecipanti alla Conferenza internazionale convocata nel terzo anniversario della pubblicazione della Lettera Enciclica Laudato si’. A dare la notizia è Vatican News. Nel suo discorso, il Pontefice ricorda che il vertice COP24 sul clima, in programma in Polonia nel dicembre prossimo, può essere “una pietra miliare nel cammino tracciato dall'Accordo di Parigi del 2015”: "Tutti sappiamo che molto deve essere fatto per l’attuazione di quell’accordo. Tutti i governi dovrebbero sforzarsi di onorare gli impegni assunti a Parigi per evitare le peggiori conseguenze della crisi climatica. La riduzione dei gas serra richiede onestà, coraggio e responsabilità, soprattutto da parte dei Paesi più potenti e più inquinanti. Non possiamo permetterci di perdere tempo in questo processo". Fmi e Banca mondiale favoriscano riforme efficaci Ma in questo processo non sono solo gli Stati ad essere interpellati: “autorità locali, gruppi della società civile, istituzioni economiche e religiose – ha spiegato Francesco - possono favorire la cultura e la prassi ecologica integrale”. Il Papa, auspicando che eventi come il Summit sull'azione globale per il clima, in programma dal 12 al 14 settembre a San Francisco, offrano risposte adeguate, sottolinea poi che anche le istituzioni finanziarie hanno un importante ruolo da giocare”: "È necessario uno spostamento del paradigma finanziario al fine di promuovere lo sviluppo umano integrale. Le Organizzazioni internazionali, come ad esempio il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, possono favorire riforme efficaci per uno sviluppo più inclusivo e sostenibile. La speranza è che «la finanza […] ritorni ad essere uno strumento finalizzato alla miglior produzione di ricchezza e allo sviluppo". L'ingiustizia non è invincibile Il Papa osserva inoltre che anche le religioni, in particolare le Chiese cristiane, hanno un ruolo-chiave da giocare per sostenere e stimolare la conversione ecologica. Altri attori centrali sono i giovani e i popoli indigeni, al centro dei due prossimi Sinodi della Chiesa Cattolica e in prima linea nella sfida ecologica integrale. “È triste vedere – afferma il Papa - le terre dei popoli indigeni espropriate e le loro culture calpestate da un atteggiamento predatorio, da nuove forme di colonialismo, alimentate dalla cultura dello spreco e dal consumismo”. Da Francesco, infine, l’incoraggiamento a continuare “a lavorare per il radicale cambiamento”: “l’ingiustizia non è invincibile”. Fonte.www.avvenire.it
Papa:migranti
Avvenire,   06/07/2018
Migranti. Papa Francesco: solidarietà e misericordia le uniche risposte sensate Ilaria Solaini venerdì 6 luglio 2018 A 5 anni dalla visita a Lampedusa il Papa ricorda le vittime dei naufragi: Dio ha bisogno nelle nostre mani per soccorrere e della nostra voce per denunciare le ingiustizie commesse nel silenzio L’8 luglio di 5 anni fa papa Francesco visitò Lampedusa, luogo simbolo della sofferenza di tanti migranti nel Mediterraneo. Nel primo viaggio al di fuori del Vaticano, volle denunciare quella "globalizzazione dell'indifferenza" che rende insensibili alle grida degli altri. E oggi il Papa ha scelto di rinnovare nella preghiera un tributo alle vittime dei naufragi, ai sopravvissuti e a chi li assiste. "Il Signore promette ristoro e liberazione a tutti gli oppressi del mondo, ma ha bisogno di noi per rendere efficace la sua promessa. Ha bisogno dei nostri occhi per vedere le necessità dei fratelli e delle sorelle - ha sottolineato nell'omelia della Messa in San Pietro per le persone migranti - . Ha bisogno delle nostre mani per soccorrere. Ha bisogno della nostra voce per denunciare le ingiustizie commesse nel silenzio, talvolta complice, di molti". Nella Messa per le vittime dei naufragi, per le tante troppe persone morte su tutte le rotte migratorie il Papa ha citato un passo del Vangelo di Matteo nel quale Gesù rimprovera i farisei, facili a subdole mormorazioni: "Andate a imparare che cosa vuol dire: 'Misericordia io voglio e non sacrifici' (9,13). È un'accusa diretta verso l’ipocrisia sterile di chi non vuole “sporcarsi le mani”, come il sacerdote e il levita della parabola del Buon Samaritano. Si tratta di una tentazione ben presente anche ai nostri giorni, che si traduce in una chiusura nei confronti di quanti hanno diritto, come noi, alla sicurezza e a una condizione di vita dignitosa, e che costruisce muri, reali o immaginari, invece di ponti". Il Papa ha ringraziato chi presta soccorsi nel Mar Mediterraneo che si fermano "per salvare la vita del povero picchiato dai banditi, senza chiedergli chi sia, la sua origine, i motivi del suo viaggio o i documenti e semplicemente decide di prendere in carico e salvare la sua vita". E a chi è stato salvato, "voglio ribadire - ha aggiunto Francesco - la mia solidarietà e incoraggiamento, poiché conosco bene le tragedie dalle quali state scappando. Vi chiedo di continuare ad essere testimoni di speranza in un mondo sempre più preoccupato per il suo presente, con pochissima visione del futuro e riluttanza a condividere". E al tempo stesso ad avere "rispetto per la cultura e le leggi del Paese che vi accoglie" per mettere in campo "congiuntamente un percorso di integrazione". "Superare tutte le paure e le inquietudini": è l'appello finale con cui il Papa ha concluso l'omelia della Messa per le persone migranti. A Lampedusa, in quel lembo di terra tra Tunisia e Italia, Francesco già 5 anni fa parlò di "immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte": con queste parole scelse di aprire l’omelia della Messa al Campo sportivo "Arena", davanti a 10mila persone, da un palco costruito anche con i relitti di quelle barche naufragate, con un pensiero "come una spina nel cuore" per una e, insieme, tante tragedie. Fonte.www.avvenire.it
Papa:solidarieta'
L'Osservatore Romano,   06/07/2018
Solidarietà unica risposta · Di fronte alle sfide migratorie il Pontefice sottolinea la necessità di un’equa divisione delle responsabilità e rilanciando l’appello della «Laudato si’» chiede di ascoltare il grido angosciante della terra · 06 luglio 2018 «Di fronte alle sfide migratorie di oggi, l’unica risposta sensata è quella della solidarietà e della misericordia». È quanto ha ribadito Papa Francesco durante messa per i migranti celebrata nella basilica vaticana venerdì 6 luglio, a cinque anni dalla visita a Lampedusa, la prima del pontificato, dove il Pontefice volle recarsi per rendere omaggio alle migliaia di persone morte nel Mediterraneo mentre fuggivano da guerre e povertà. A quelle vittime, ma anche ai sopravvissuti al viaggio della speranza e a quanti li assistono e sono quotidianamente impegnati nel costruire ponti di solidarietà, il Pontefice ha dedicato un intenso momento di preghiera, rilanciando il «perenne appello all’umana responsabilità: “Dov’è tuo fratello?”», e denunciando «le ingiustizie commesse nel silenzio, talvolta complice, di molti». In proposito il Papa ha messo in guardia dalla tentazione di chiudersi «nei confronti di quanti hanno diritto, come noi, alla sicurezza e a una condizione di vita dignitosa, e che costruisce muri, reali o immaginari, invece di ponti». Perché le odierne sfide migratorie, al contrario, richiedono «una risposta che non fa troppi calcoli, ma esige un’equa divisione delle responsabilità, un’onesta e sincera valutazione delle alternative e una gestione oculata». Del resto, ha osservato, la «politica giusta è quella che si pone al servizio della persona, di tutte le persone». Il dramma di milioni di donne e uomini costretti dalla disperazione a lasciare il proprio paese è strettamente connesso all’altra grande emergenza costantemente evidenziata dal magistero di Francesco, quella dei cambiamenti climatici e delle conseguenze dello sfruttamento insensato del pianeta terra, nostra casa comune. Tema a cui ha dedicato l’enciclica Laudato si’. Nel terzo anniversario della sua pubblicazione il Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale ha organizzato una conferenza internazionale in Vaticano i cui partecipanti sono stati ricevuti dal Papa nella Sala Clementina proprio prima della messa in San Pietro. Nel discorso il Pontefice ha rinnovato l’invito ad «“ascoltare col cuore” le grida sempre più angoscianti della terra e dei suoi poveri in cerca di aiuto» e a «testimoniare la grande urgenza di accogliere l’appello a una conversione ecologica». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Il Papa sulla vita 1
Avvenire,   04/07/2018
Il Papa sulla vita / 1. Siamo infinitamente più del nostro «fare» Francesco D'Agostino mercoledì 4 luglio 2018 Il discorso, non lungo, ma molto denso, che papa Francesco ha rivolto il 25 giugno ai membri della Pontificia Accademia per la Vita, riuniti a Roma per la loro XXIV Assemblea generale, dedicata al tema “Uguali alla nascita? Una responsabilità globale”, merita di essere riletto e meditato almeno sotto due profili. Il primo concerne il nesso che per il Papa deve sussistere tra la bioetica “globale”, che l’Accademia per la Vita sviluppa costantemente anno dopo anno, e l’«ecologia integrale» proposta dall'enciclica Laudato si’. Solo un’«ecologia integrale», ribadisce il Papa, è in grado di aprirci gli occhi davanti al lavoro «sporco» della morte, che opera perché la vita «si ripieghi su se stessa», ignorando il bene altrui e diventando mero bene di consumo. Solo un’«ecologia integrale» è in grado di rendere adeguata ragione del fatto che «tutto nel mondo è intimamente connesso»: il potere e la tecnologia, l’economia e il progresso, la responsabilità della politica internazionale e locale, la cultura dello scarto e l’esigenza di proporre nuovi stili di vita. Operando per costruire una visione olistica della persona, un’«ecologia integrale» coglie i collegamenti e le differenze concrete in cui «abita l’universale condizione umana», che si esprime in una molteplicità di differenze fondamentali, che vanno tutte percepite, descritte e soprattutto rispettate: quelle che identificano l’uomo e la donna, la paternità e la maternità, la fraternità e la filiazione, la socialità e tutte le diverse età della vita, la malattia e la vecchiaia, la disabilità e l’esclusione, la violenza e la guerra. Nel contesto di questo lucidissimo quadro antropologico, di estrema complessità, aperto a mille contraddizioni e proprio perciò bisognoso di una comprensione armonica e complessiva, papa Francesco insiste nel sottolineare l’importanza della «formazione cristiana ed ecclesiastica»: è questo il secondo profilo che dà sostanza al discorso del Papa. I grandi temi dell’etica della vita, sui quali si affannano i bioeticisti, non vanno confinati tra le questioni limite della morale e del diritto. Su questo punto non sono più possibili illusioni di alcun tipo: come ci ha insegnato Bernanos (il cui pensiero è presente dietro le parole del Papa) non sono le regole a difendere la nostra umanità, ma siamo noi che dobbiamo difenderla, attraverso le regole. Solo l’adeguato sostegno di una «prossimità umana responsabile», senza cioè un impegno pesante, individuale, diretto e consapevole, «nessuna regolazione puramente giuridica e nessun ausilio tecnico potranno, da soli, garantire condizioni e contesti relazionali corrispondenti alla dignità della persona». Ecco perché, nel chiudere il suo discorso, il Papa impegna i bioeticisti a rivolgere la loro attenzione alla destinazione ultima della vita, cioè all’orizzonte che oltre passa il bios e che lo riempie di senso. Nella speranza escatologica siamo chiamati gratuitamente alla comunione con Dio stesso e a partecipare alla sua felicità: questa speranza, ricorda Francesco citando la Gaudium et spes, non sminuisce gli impegni terreni, ma dà all’uomo nuove forze per attuarli e ci consente di capire il mistero ultimo della vita umana, «bella da incantare e fragile da morire». In questa prospettiva, arriviamo a capire che tutti i paradossi e tutte le contraddizioni della vita si sciolgono, perché la vita «rimanda oltre se stessa: noi siamo infinitamente di più di quello che possiamo fare per noi stessi». Non è semplice per quei bioeticisti, che vedono la bioetica come una disciplina “accademica”, e che sono abituati a formalizzare correttamente i loro paradigmi e a verificarne la consistenza e ritengono loro dovere impegnarsi a tradurre questi paradigmi nelle tavole dei diritti umani fondamentali, assorbire fino in fondo queste considerazioni. Ma l’Accademia per la Vita, a onta del suo nome, non è un luogo freddamente “accademico”: è piuttosto uno “spazio” creato per estrarre dal concetto di “vita” orizzonti inesauribili di senso. In questa prospettiva il discorso di papa Francesco non ha voluto indicare agli accademici specifici obiettivi di impegno e di lavoro: ha semplicemente ricordato loro che prima di essere pensata come concetto, la vita va vissuta come esperienza. Ed ascoltare le parole del Papa è, a suo modo, un’esperienza profonda di vita. Fonte.www.avvenire.it
Il Papa sulla vita 2
Avvenire,   04/07/2018
Disposable è il termine che la lingua inglese adotta per indicare ciò che non ha valore permanente, duraturo. Ciò che è a disposizione solo per essere consumato e la cui "vita" è effimera: una bottiglia in plastica di una bibita destinata a finire tra i rifiuti dopo averla sorbita, una penna non ricaricabile da eliminare quando è terminato l’inchiostro, un orologio da polso elettronico la cui riparazione è impossibile o non economica. L’abitudine al consumo dei beni fruibili e talora anche futili – di cui sovrabbondiamo in Occidente, a scapito di altre terre dove donne e uomini mancano dell’indispensabile – secondo la modalità sociale dell’«usa e getta» ci sta facendo correre il rischio serio di considerare anche la stessa vita come un bene di consumo a uso personale, dimenticando che è fatta da un Altro e per un Altro, ed è condivisa con altri al servizio di altri. Lo ha ricordato papa Francesco, il 25 giugno, nel discorso all'Assemblea generale della Pontificia accademia per la Vita: «Escludendo l’altro dal nostro orizzonte, la vita si ripiega su di sé e diventa un bene di consumo». Questa non è «la sapienza umana della vita», quella che «deve rivolgere più seriamente lo sguardo alla "questione seria" della sua destinazione ultima», prosegue il Santo Padre. «Occorre interrogarsi più a fondo sulla destinazione ultima della vita, capace di restituire dignità e senso al mistero dei suoi affetti più profondi e più sacri». Dignità e senso della vita sono i cardini della bioetica radicata antropologicamente e aperta alla trascendenza di cui ha bisogno la riflessione e l’azione contemporanea nell’età della medicina biotecnologica, delle manipolazioni molecolari e cellulari della vita, delle neuroscienze cognitive, dell’assistenza alla generazione e allo sviluppo, della cura dei malati stabilizzati ma inguaribili, e dei percorsi di riabilitazione dei disabili. Laddove lo stupore e la delicatezza dei processi biologici e delle dinamiche psicologiche fa i conti con il dolore del corpo e la sofferenza dell’animo. «La vita dell’uomo, bella da incantare e fragile da morire, rimanda oltre sé stessa: noi siano infinitamente di più di quello che possiamo fare per noi stessi» e per gli altri, mette in limpida luce papa Bergoglio. La tenacia nel difendere, custodire e promuovere la vita – un compito di sempre cui le scienze e le tecnologie della vita offrono oggi strumenti potenti e plurivoci un tempo inimmaginabili – mostra il fiato corto se il suo respiro è solo quello umanamente possibile, anche quello "assistito" dal progresso moderno. Una vita, però, che «è anche incredibilmente tenace, di certo per una misteriosa grazia – richiama il Papa – che viene dall’alto». Per questo «la sapienza cristiana deve riaprire con passione e audacia il pensiero della destinazione del genere umano alla vita di Dio [...] con il sempre nuovo incanto di tutte le cose "visibili e invisibili" che sono nascoste nel grembo del Creatore». Un potente invito a spalancare l’orizzonte dell’antropologia e dell’etica oltre gli angusti orizzonti in cui talora lo ingabbiano i dibattiti pubblici e le discussioni politiche: una «bioetica integrale», una «bioetica globale [che] ci sollecita dunque alla saggezza di un profondo e oggettivo discernimento del valore della vita personale e comunitaria, che deve essere custodito e promosso anche nelle condizioni più difficili», attraverso «una prossimità umana responsabile» del destino trascendente dell’uomo e dell’umanità. Per non essere "complici" del Nemico della vita «con il lavoro sporco della morte, sostenuto dal peccato», ma appassionati testimoni e profeti «dell’irrevocabile dignità della persona umana, così come Dio la ama, dignità di ogni persona in ogni fase e condizione della sua esistenza, nella ricerca delle forme dell’amore e della cura che devono essere rivolte alla sua vulnerabilità e alla sua fragilità", conclude Francesco. Un messaggio audace per il nostro tempo. La gioiosa audacia del Vangelo della vita che sfida la triste omologazione del pensiero dominato dal narcisismo e dalla paura «che ci condanna a diventare uomini-specchio e donne-specchio che vedono soltanto sé stessi e niente altro». Fonte.www.avvenire.it
Papa:nessuno è un abusivo
Avvenire,   02/07/2018
Angelus. Papa Francesco: nessuno è un abusivo nel cuore di Gesù domenica 1 luglio 2018 Il Papa all’Angelus: per avere accesso al cuore di Gesù bisogna sentirsi bisognosi di guarigione e affidarsi a Lui Su questa strada, contraddistinta dal fiducioso affidarsi al Signore, “sono ammessi tutti”: “Nessuno deve sentirsi un intruso, un abusivo o un non avente diritto. Per avere accesso al suo cuore, al cuore di Gesù, c’è un solo requisito: sentirsi bisognosi di guarigione e affidarsi a Lui. Io vi domando: ognuno di voi si sente bisognoso di guarigione? Di qualche cosa, di qualche peccato, di qualche problema? E se sente questo, ha fede in Gesù? Sono i due requisiti per essere guarito, per avere accesso al suo cuore: sentirsi bisognosi di guarigione e affidarsi a Lui. Gesù va a scoprire queste persone tra la folla e le toglie dall’anonimato, le libera dalla paura di vivere e di osare. Lo fa con uno sguardo e con una parola che li rimette in cammino dopo tante sofferenze e umiliazioni. Anche noi siamo chiamati a imparare e a imitare queste parole che liberano e questi sguardi che restituiscono, a chi ne è privo, la voglia di vivere”. Francesco ricordando il passo evangelico della donna che soffriva di emorragie, guarita “appena tocca il mantello di Gesù”, ha sottolineato che la fede porta alla salvezza: “la fede di questa donna – ha detto commentando questo passo evangelico - attira la potenza salvifica divina che c’è in Cristo”. Il Papa si è soffermato anche sull’episodio della bambina, che la folla credeva ormai senza vita. In realtà - afferma Gesù – “non è morta, ma dorme”. A lei il Signore dice: “Talità kum”, che significa: “Fanciulla, io ti dico, alzati!”. In questa pagina evangelica – ha aggiunto il Papa - si intrecciano “i temi della fede e della vita nuova”: Gesù è il Signore, e davanti a Lui la morte fisica è come un sonno: non c’è motivo di disperarsi. Un’altra è la morte di cui avere paura: quella del cuore indurito, dal male! Ma anche il peccato, per Gesù, non è mai l’ultima parola, perché Lui ci ha portato l’infinita misericordia del Padre. E anche se siamo caduti in basso, la sua voce tenera e forte ci raggiunge: “Io ti dico: alzati!”. Il cuore, indurito, il cuore che si indurisce - ha detto Francesco - è un cuore "mummificato". "Chiediamo a Maria - ha aggiunto - di accompagnare il nostro cammino di fede e di amore concreto, specialmente verso chi è nel bisogno". Dopo l'Angelus appelli e preghiere Dopo la recita dell'Angelus, il Santo Padre ha lanciato appelli per la pace in Nicaragua e in Siria. Dopo aver anche ricordato che i governi di Etiopia ed Eritrea sono tornai "a parlare insieme di pace", Francesco ha assicurato la sua "preghiera per i giovani dispersi da oltre una settimana in una grotta sotterranea in Thailandia". Il Papa ha infine ricordato che sabato prossimo si recherà a Bari, "insieme a molti Capi di Chiese e Comunità cristiane del Medio Oriente". "Vivremo - ha detto - una giornata di preghiera e riflessione". Fonte.www.avvenire.it