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Bassetti: ricordo di Sturzo
Avvenire,   18/01/2019
Ricordo di Sturzo. Bassetti: Italia ritrovi «via della concordia e della fraternità» Redazione Internet venerdì 18 gennaio 2019 100 anni fa l’appello ai "Liberi e forti" di don Luigi Sturzo. Il suo esempio: "Risuona nell'animo di quanti hanno a cuore le sorti del Paese, ancora una volta lacerato e diviso" Nella basilica dedicata ai Santi dodici Apostoli a Roma cristiana che "ha conosciuto infatti la preghiera nascosta, e non per questo meno intensa, di un gruppo di credenti, guidati dal sacerdote siciliano don Luigi Sturzo, mentre intendevano mettersi all’opera per offrire il loro servizio politico all’Italia del primo dopoguerra lacerata da divisioni ideologiche, economiche e sociali" il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, ha celebrato la Messa nel centenario di questo episodio, passato alla storia come l’appello ai «Liberi e forti», e nel 60° anniversario della morte di don Sturzo. IL TESTO INTEGRALE DELL'OMELIA Al centro del Vangelo odierno la guarigione del paralitico: "Uno dei miracoli più importanti dell’attività di Gesù in Galilea - ha ricordato il porporato nell'omelia -, perché non soltanto comporta la guarigione da una situazione incurabile, ma anche, e soprattutto, la liberazione da quella che si può descrivere ugualmente come una forma di paralisi: la condizione che viene dal peccato". "Il Medico dell’umanità, il Salvatore, guarisce congiuntamente corpo e anima". Un altro passaggio del Vangelo di Marco viene sottolineato dall'arcivescovo di Perugia-Città della Pieve per mettere in luce che "Gesù è tornato in città e non è rimasto fuori dal luogo abituale in cui gli uomini vivono!" e dunque "vi abbia anche in un certo modo esercitato un ruolo civile, che certamente si esprimeva attraverso l’interessamento per la vita di quella povera gente, che viveva principalmente grazie alla pesca e ai commerci". "È questo il passo - ha proseguito il cardinale Bassetti nella sua riflessione - che ci permette di ritenere ancora attuale l’Appello di don Luigi Sturzo ai liberi e forti. Un messaggio che ci permette di cogliere in tutta la sua portata il valore storico-sociale dell’opera di don Sturzo, un uomo che, dall’esperienza concreta del suo vissuto di sacerdote, ebbe l’intuizione di chiamare a raccolta i cattolici liberi dalle pastoie e dagli interessi di parte e forti nello spirito, per offrire un servizio all’intero paese, lacerato da lotte sociali talora strumentalizzate da logiche di potere e da visioni contrastanti, sullo sfondo di uno scenario economico-sociale devastato dalla guerra e da povertà diffusa". Fu in questa chiesa che, alla vigilia del famoso appello, il servo di Dio don Luigi Sturzo, con il manipolo di seguaci, si ritrovò a pregare per mettere tutto nelle mani di Dio, alla cui luce ogni umano impegno trova forza e vigore. "Da quella nascosta preghiera dinanzi al Santissimo Sacramento scaturì una storia di impegno e dedizione alla causa del bene comune che tutti ben conosciamo e che ancor oggi richiama il nostro interesse e la nostra ammirazione. Sturzo concepì la sua attività sociale e politica come esigenza e manifestazione dell’amore cristiano: non valore astratto, ma principio ispiratore dell’azione concreta che porta ad impegnarsi per cambiare le sorti di questo mondo, specialmente riguardo ai più bisognosi. L’amore di Sturzo per i poveri non è infatti un epidermico sentimento di filantropia, né è dettato da un superficiale sentimentalismo, ma è un fatto consapevolmente cristiano fondato sulla fratellanza comune per la divina paternità". L’impegno politico diventa dovere morale e atto d’amore e oggi, a distanza di cento anni, ha ricordato il presidente della Cei, "questo appello risuona nell'animo di quanti hanno a cuore le sorti del Paese, ancora una volta lacerato e diviso; risuona nell’animo di quanti sentono quella spinta ideale che vede nella difesa della vita e nella promozione umana il motivo di fondo di ogni impegno sociale". "Siamo di fronte alla storia di un uomo, di un sacerdote che ha percorso la strada della santità e dell’impegno cristiano attraverso un particolare impegno pubblico; egli lo ha fatto per amore del Cristo che ha scorto sofferente nei suoi concittadini nudi e affamati, lo ha fatto per amore della Chiesa, nella compagine laicale del suo tempo fortemente divisa e in conflitto; lo ha fatto per il suo amato Paese, che vedeva preda delle fazioni più estreme, nell’oscuramento dei valori della dignità umana e del progresso civile - così ha concluso il cardinale Bassetti -. Ricordando quell’ora intensa di preghiera, qui in questa insigne basilica chiediamo anche noi quest’oggi al Signore che volga il suo sguardo di amore e di misericordia sulla sua Chiesa e su tutta la società civile italiana perché possa ritrovare la via della concordia e della fraternità, e ogni uomo e ogni donna di questo Paese possa sempre veder riconosciuti i propri diritti nella solidarietà e nella giustizia". Fonte.www.avvenire.it
Papa:l'unità dei cristiani
Avvenire,   18/01/2019
Settimana. Il Papa ai vespri: unità dei cristiani frutto della Grazia, apriamo i cuori Redazione Internet venerdì 18 gennaio 2019 La preghiera nella Basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma nel primo giorno della Settimana. Il tema di quest’anno è dato un versetto del Deuteronomio, «Cercate di essere veramente giusti». Papa Francesco ha presieduto i vespri nel primo giorno della 52ma settimana per l'Unità dei cristiani. La preghiera nella Basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma. Il tema di quest’anno è dato un versetto del Deuteronomio, «Cercate di essere veramente giusti». “L’unità dei cristiani è frutto della grazia di Dio e noi dobbiamo disporci ad accoglierla con cuore generoso e disponibile - Con queste parole Papa Francesco ha introdotto i Vespri - I cristiani dell’Indonesia, riflettendo sulla scelta del tema per la presente Settimana di Preghiera, hanno deciso di ispirarsi a queste parole del Deuteronomio: ‘La giustizia e solo la giustizia seguirai’ (16,20). In essi è viva la preoccupazione che la crescita economica del loro Paese, animata dalla logica della concorrenza, lasci molti nella povertà concedendo solo a pochi di arricchirsi grandemente. È a repentaglio l’armonia di una società in cui persone di diverse etnie, lingue e religioni vivono insieme, condividendo un senso di responsabilità reciproca”. Ma ciò “non vale solo per l’Indonesia: questa situazione si riscontra nel resto del mondo. Quando la società non ha più come fondamento il principio della solidarietà e del bene comune, assistiamo allo scandalo di persone che vivono nell’estrema miseria accanto a grattacieli, alberghi imponenti e lussuosi centri commerciali, simboli di strepitosa ricchezza. Ci siamo scordati della saggezza della legge mosaica, secondo la quale, se la ricchezza non è condivisa, la società si divide”. “Dobbiamo infatti sforzarci di edificare coloro che sono deboli”, ha ribadito Francesco: “La solidarietà e la responsabilità comune devono essere le leggi che reggono la famiglia cristiana”. “Anche tra i cristiani - ha proseguito Bergoglio - c’è il rischio che prevalga la logica conosciuta dagli israeliti nei tempi antichi e da tanti popoli sviluppati al giorno d’oggi, ovvero che, nel tentativo di accumulare ricchezze, ci dimentichiamo dei deboli e dei bisognosi. È facile scordare l’uguaglianza fondamentale che esiste tra noi: che all’origine eravamo tutti schiavi del peccato e che il Signore ci ha salvati nel Battesimo, chiamandoci suoi figli. È facile pensare che la grazia spirituale donataci sia nostra proprietà, qualcosa che ci spetta e che ci appartiene”. “È possibile, inoltre, che i doni ricevuti da Dio ci rendano ciechi ai doni dispensati ad altri cristiani. È un grave peccato sminuire o disprezzare i doni che il Signore ha concesso ad altri fratelli, credendo che costoro siano in qualche modo meno privilegiati di Dio”. Per il Papa, “per compiere i primi passi verso quella terra promessa che è la nostra unità, dobbiamo anzitutto riconoscere con umiltà che le benedizioni ricevute non sono nostre di diritto ma sono nostre per dono, e che ci sono state date perché le condividiamo con gli altri. In secondo luogo, dobbiamo riconoscere il valore della grazia concessa ad altre comunità cristiane. Di conseguenza, sarà nostro desiderio partecipare ai doni altrui”. Fonte.www.avvenire.it
Armi:minori in fiera a Vicenza
Avvenire,   17/01/2019
Expo di Vicenza. Armi, ancora minori in Fiera. Le associazioni: ora basta Paolo Guiducci giovedì 17 gennaio 2019 Nessuno stop all’accesso di under 18 alla kermesse nazionale di Vicenza. Cresce la protesta, nel mirino anche il Comune di Rimini, azionista della Fiera di Vicenza dove si svolge la rassegna Un'immagine dell'Hit Show di Vicenza Basta armi in vetrina, alla portata di minori. Hit Show, la Fiera delle armi di Vicenza, è ancora nel mirino delle associazioni di volontariato e per il disarmo. Il caso era scoppiato due anni fa e si ripete oggi, come se a nulla fosse servita la mobilitazione della società civile avvenuta allora. Le foto e i video di bambini che imbracciavano armi avevano suscitato più di una perplessità. La commissione per la pastorale sociale della diocesi di Vicenza era intervenuta chiedendo agli organizzatori della kermesse di far valere realmente le tutele e i divieti per i minori. «È questo che vogliamo proporre alle future generazioni? – si domandava la commissione diocesana –. Serve un codice di autoregolamentazione che salvaguardi i minori». Ma perché proprio Rimini scende in campo adesso? Perché ad organizzare il salone è Ieg (Italian Exhibition Group) società frutto della fusione tra la Fiera di Rimini e quella di Vicenza. Di questa società sono azioniste anche le rispettive amministrazioni comunali; da qui la richiesta delle associazioni al Comune di Rimini di prendere posizione sull’argomento. Tra i 33 punti all’ordine del giorno del Consiglio comunale che si svolgerà oggi nella città romagnola, figura anche quello su Hit Show. Un Odg simile era già stato presentato a fine 2017, a Rimini e Vicenza, e successivamente al Consiglio regionale dell’Emilia Romagna. La replica degli organizzatori Trecentosessantacinque giorni più tardi, dunque, la situazione non sembra essere diversa. Il 9 febbraio apriranno i padiglioni della Fiera di Vicenza per la nuova edizione di Hit Show, ma con le stesse regole delle precedenti edizioni. Pochi giorni prima di Natale, 25 associazioni di Rimini (tra cui Papa Giovanni XXIII, Pacha Mama, Educaid, Agesci, Anpi) avevano pubblicato una lettera aperta per chiedere una regolamentazione più stringente. «Non è accettabile lasciare che passi il principio secondo cui accedere alle armi sia facile, quasi un "gioco": – è l’accusa –. Si trasmette un messaggio pericolosissimo che crea una cultura deleteria, con l’unico obiettivo di rendere le armi un oggetto comune, familiare, alla portata di chiunque». Italian Exhibition Group ha preso posizione. «Al di là dei rispettabili e leciti giudizi soggettivi e culturali – spiega Ieg – è fondamentale conoscere e riportare però con esattezza i fatti oggettivi. È altresì doveroso evidenziare la totale correttezza dell’operato di Ieg, che nello specifico è conscia delle proprie responsabilità ed è quindi impegnata con azioni precise, oltre a quanto necessario per il rispetto della legge». La fiera ha previsto un articolo specifico del regolamento, nel quale si fa divieto ai minori di entrare negli spazi espositivi se non accompagnati da un adulto responsabile. Gli stessi non possono maneggiare le armi esposte, e gli accompagnatori dei minori sono personalmente responsabili della vigilanza sugli stessi. La fiera, inoltre, analizzando l’esito delle avvertenze adottate nel 2018 e accogliendo le istanze emerse nei mesi successivi, prometteva «l’ulteriore coinvolgimento delle associazioni venatorie» al fine di organizzare una distribuzione di materiale pubblicitario «per i soli accompagnatori di minori in cui si evidenzia e si motiva il divieto di maneggio delle armi da parte degli stessi». «No a un poligono di tiro» Le associazioni di volontariato di Rimini sono tornate, però, alla carica. «Nonostante le rassicurazioni fornite fin dalla prima edizione dagli organizzatori, i minori a Hit Show hanno sempre potuto maneggiare indisturbati le armi esposte: lo dimostrano i filmati e le foto». Non è finita. La normativa italiana sui minori e le armi prevede esclusivamente attività a fini sportivi delle armi nelle strutture preposte, da parte di minori iscritti ad associazioni e sotto la supervisione di un istruttore federale. «Il salone espositivo Hit Show non è un poligono di tiro. Consentire l’accesso a tutti i minori accompagnati da un adulto al salone fieristico è una precisa decisione degli organizzatori – rilancia Paola Santini dell’associazione Papa Giovanni XXIII –. Seppur non vietata dalle leggi, essa risponde a criteri di tipo promozionale e utilitaristico e non certo a finalità culturali né tantomeno educative». Della Fiera delle armi si era occupata anche la Marcia della pace organizzata dalla diocesi di Rimini il giorno di Capodanno. Fonte.www.avvenire.it
Papa:la Parola di Dio
Avvenire,   17/01/2019
Santa Marta. Il Papa: la Parola di Dio non è ideologia, è vita che fa crescere Gabriella Ceraso - Vatican News giovedì 17 gennaio 2019 Cosa significa per un cristiano avere un "cuore perverso" che può portarlo alla pusillanimità, alla ideologia e al compromesso? Questo al centro dell'omelia nella Messa del mattino (Vatican News) Ansa / Vatican Media "Badate, fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente". E' il duro "messaggio", è l"avvertenza", come la definisce Francesco nell'omelia di oggi a Casa Santa Marta, che l'autore della Lettera agli Ebrei (Eb 3,7-14) nella litugia odierna, rivolge alla comunità cristiana la quale, in tutte le sue componenti - "preti, suore, vescovi" - dice Francesco, corre questo pericolo, di "scivolare verso un cuore perverso". Ma cosa vuole dire a noi questo ammonimento? Il Papa indica tre parole, come riporta Vatican News, tratte ancora dalla Prima Lettura, che possono aiutarci a capire: "durezza", "ostinazione" e "seduzione". (Gabriella Ceraso, Vatican News) Cristiani pusillanimi, senza il coraggio di vivere Un cuore duro è un cuore "chiuso", "che non vuol crescere, si mette sulla difensiva, si chiude". Nella vita può succedere a causa di tanti fattori che intervengono, per esempio un "forte dolore", perchè i "colpi induriscono la pelle", fa notare il Papa. E' successo ai discepoli di Emmaus e anche a Tommaso. E chi rimane in questo " brutto atteggiamento" è "pusillanime", e un "cuore pusillanime è perverso": Possiamo domandarci: io ho il cuore duro, ho il cuore chiuso? Io lascio crescere il mio cuore? Ho paura che cresca? E si cresce sempre con le prove, con le difficoltà, si cresce come cresciamo tutti noi da bambini: impariamo a camminare cadendo, dal gattonare al camminare quante volte siamo caduti! Ma si cresce con le difficoltà. Durezza. E lo stesso, chiusura. Ma chi rimane in questo… “Chi sono, padre?” Sono i pusillanimi. La pusillanimità è un atteggiamento brutto in un cristiano, gli manca il coraggio di vivere. Si chiude E' pusillanime. Cristiani ostinati, ideologi La seconda parola è "ostinazione": "Esortatevi piuttosto a vicenda ogni giorno, finché dura questo oggi, perché nessuno di voi si ostini" sta scritto nella Lettera agli Ebrei ed è " l’accusa che Stefano fa a coloro che dopo lo lapideranno". L'ostinazione è la "testardaggine spirituale": un cuore ostinato - spiega Francesco - è "ribelle", è "testardo", è chiuso nel proprio pensiero, non "aperto allo Spirito Santo". E' il profilo degli "ideologi", anche "orgogliosi" e "superbi": L’ideologia è un’ostinazione. La Parola di Dio, la grazia dello Spirito Santo non è ideologia: è vita che ti fa crescere, sempre, andare avanti e anche aprire il cuore ai segnali dello Spirito, ai segni dei tempi. Ma l’ostinazione è anche orgoglio, è superbia. La testardaggine, quella testardaggine, che fa tanto male: chiusi di cuore, duri -prima parola - sono i pusillanimi; i testardi, gli ostinati, come dice il testo sono gli ideologi. Ma io ho un cuore testardo? Ognuno pensa. Io sono capace di ascoltare le altre persone? E se la penso altrimenti, dire: “Ma io la penso così…” Sono capace di dialogare? Gli ostinati non dialogano, non sanno, perché si difendono sempre con le idee, sono ideologi. E le ideologie quanto male fanno al popolo di Dio, quanto male! Perché chiudono l’attività dello Spirito Santo. Cristiani di compromesso, schiavi delle seduzione L'ultima parola su cui il Papa si sofferma per capire come non scivolare nel rischio di avere un cuore perverso, è "seduzione", la seduzione dal peccato, quella operata dal diavolo, il "grande seduttore", "un grande teologo ma senza fede, con odio", il quale vuole "entrare e dominare" il cuore e sa come farlo. Allora, conclude il Papa, un " cuore perverso è quello che si lascia andare per la seduzione e la seduzione lo porta all'ostinazione, alla chiusura e a tante altre cose": E con la seduzione, o ti converti e cambi vita o cerchi di fare compromesso: ma un po’ di qua e un po’ di là, un po’ di qua e un po’ di là. “Sì sì, io seguo il Signore, ma mi piace questa seduzione, ma un po’…” E tu incominci a fare una vita cristiana doppia. Per usare la parola del grande Elia al popolo di Israele in quel momento: “Voi zoppicate dalle due gambe”. Zoppicare dalle due gambe, senza averne una ferma. È la vita di compromesso: “Sì, io sono cristiano, seguo il Signore, sì, ma questo lo lascio entrare, questo…”. E così sono i tiepidi, coloro che vanno sempre al compromesso: cristiani di compromesso. Anche noi tante volte facciamo questo: il compromesso. Quando il Signore ci fa sapere la strada, anche con i comandamenti, anche con l’ispirazione dello Spirito Santo, ma a me piace questo, e cerco il modo di andare per i due binari, zoppicando dalle due gambe. Che lo Spirito Santo, è dunque l'invocazione finale del Papa, ci illumini perché nessuno abbia un cuore perverso: "un cuore duro, che ti porti alla pusillanimità; un cuore ostinato che ti porti alla ribellione, che ti porti alla ideologia; un cuore sedotto, schiavo della seduzione, che ti porti a un cristianesimo di compromesso". Fonte.www.avvenire.it
Papa:le migrazioni
Avvenire,   17/01/2019
Sede. Papa: le migrazioni arricchiscono le società. «Anche Gesù fu un rifugiato» Gianni Cardinale giovedì 17 gennaio 2019 Diffusi due nuovi documenti della Sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Forte preoccupazione per la tratta degli esseri umani Il Papa con alcuni migranti in un'immagine d'archivio (Fotogramma) La questione dei migranti e della tratta degli esseri umani è al centro delle preoccupazioni pastorali e degli orientamenti magisteriali di papa Francesco. Ne sono ulteriore prova due nuovi documenti della Sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, un ufficio posto alle dirette dipendenze del Pontefice e diretto da due sotto-segretari: il gesuita slovacco-canadese Michael Czerny e lo scalabriniano italiano Fabio Baggio. I due testi diffusi oggi sono gli “Orientamenti pastorali sulla Tratta di persone” e “Luci sulle Strade della Speranza - Insegnamenti di Papa Francesco su migranti, rifugiati e tratta”. Il primo, frutto di un processo di consultazione con le Conferenze Episcopali, le organizzazioni cattoliche e le congregazioni religiose, presenta una serie di orientamenti pastorali allo scopo di comprendere, riconoscere, prevenire e debellare la piaga della tratta di persone, proteggere le vittime e promuovere la riabilitazione dei sopravvissuti. Il documento, di 38 pagine, illustra "realtà e risposte" sulla piaga della tratta, indicandone le cause, sollecitandone il riconoscimento, illustrandone le dinamiche e le possibili modalità per sconfiggere il fenomeno (rafforzare la cooperazione, sostegno ai sopravvissuti, promuovere la reintegrazione). Il documento è disponibile in formato digitale su: https://migrants-refugees.va/it/tratta-di-esseri-umani-e-schiavitu/ in varie lingue e formati. Il secondo volume, prefato dallo stesso Pontefice, è una corposa raccolta (489 pagine) degli insegnamenti magistrali di Papa Francesco su migranti, rifugiati e tratta dall'inizio del Suo Pontificato alla fine del 2017. Ad esso è abbinata una versione elettronica con programma di ricerca, disponibile sul sito della Sezione, che viene aggiornata regolarmente a cadenza semestrale incorporando i nuovi insegnamenti pontifici. "Spostarsi e stabilirsi altrove con la speranza di trovare una vita migliore per se stessi e le loro famiglie: è questo il desiderio profondo che ha mosso milioni di migranti nel corso dei secoli", osserva il Pontefice nella sua prefazione. Spiegando come "gli esodi drammatici dei rifugiati” siano “un’esperienza che Gesù Cristo stesso provò, assieme ai suoi genitori, all’inizio della propria vita terrena, quando dovettero fuggire in Egitto per salvarsi dalla furia omicida di Erode". “Il viaggio dei migranti non è sempre un’esperienza felice” rimarca Papa Francesco. Basti pensare “ai terribili viaggi delle vittime della tratta”. Anche in questo caso, però, “non mancano le possibilità di riscatto, come accadde per il piccolo Giuseppe, figlio di Giacobbe, venduto come schiavo dai fratelli gelosi, il quale in Egitto divenne un fiduciario del faraone”. "Nella Sua infinita misericordia, Dio elargisce liberamente la Sua grazia in ogni circostanza", scrive Papa Francesco. "Ce lo confermano – aggiunge - gli esempi ispiratori dei nostri antenati nella fede i quali hanno dovuto fuggire dalle persecuzioni o, seguendo la voce del Signore, hanno viaggiato in terre lontane come missionari”. “Anche oggi – osserva il Pontefice - i movimenti umani, pur generando sfide e sofferenze, stanno arricchendo le nostre comunità, le Chiese locali e le società di ogni continente". "Come la storia umana, - prosegue - la storia della salvezza è stata segnata da itineranze di diverso genere - migrazioni, esili, fughe, esodi - tutte comunque motivate dalla speranza di un futuro migliore altrove. E anche quando l’itineranza è stata introdotta con intenzioni criminali, come nel caso della tratta, non bisogna lasciarsi rubare la speranza di librazione e riscatto". "Mi auguro – conclude la prefazione - che questa raccolta di insegnamenti e riflessioni possa illuminare i nostri passi sulle strade della speranza, fornendo spunti d’ispirazione per la preghiera, la predicazione e l’azione pastorale". I padri Czerny e Baggio da parte loro, nella prefazione al volume sugli “Orientamenti pastorali sulla tratta delle persone”, sottolineano come Papa Francesco “non ha mai nascosto la sua grande preoccupazione” verso tale fenomeno, “che miete milioni di vittime - uomini, donne e bambini -, le quali possono essere annoverate tra le persone più deumanizzate e scartate ovunque nel mondo di oggi”. I due religiosi ricordano che il Pontefice chiamano la tratta “un ’flagello atroce’, una ’piaga aberrante’ e una ferita ’nel corpo dell’umanità contemporanea’". E scopo degli Orientamenti è proprio quello “di fornire una chiave di lettura della tratta e una comprensione che diano ragione e sostegno a una lotta necessaria e duratura" per sradicarla. Fonte.www.avvenire.it
Papa:vincere la durezza dei cuori
L'Osservatore Romano,   17/01/2019
Vincere la durezza dei cuori · ​Messa a Santa Marta · 17 gennaio 2019 Dalle chiusure pusillanimi e impaurite, dall’ideologia testarda ostinata e ribelle e dalla doppia vita di compromessi tra tentazioni e seduzioni Papa Francesco ha messo in guardia, nella messa celebrata a Santa Marta giovedì 17 gennaio, rilanciando l’impegno a «non scivolare verso un cuore perverso». Ma a «crescere» con la parola di Dio, aperti «all’attività dello Spirito Santo». Per il Pontefice lo spunto per la meditazione è venuto dalla «prima lettura: l’autore della lettera agli Ebrei (3, 7-14) ci invia un messaggio: è un avvertimento, un avviso ai nostri cuori, al cuore di ognuno di noi». Un «avvertimento molto chiaro: “Badate, fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente”». «È duro — ha rilanciato il Papa — dire a una comunità cristiana “state attenti che può succedere che fra voi qualcuno abbia il pericolo di avere un cuore perverso”». Sì, ha insistito Francesco, «siamo tutti cristiani, siamo preti, suore, vescovi» ma «tutti, tutti abbiamo questo pericolo: slittare, scivolare lentamente verso un cuore perverso». «Sono tre le parole — ha affermato il Pontefice — che possono aiutarci a vedere cosa vuol dire questo teologo che ha scritto questa lettera, cosa vuol dire a noi, cosa è un cuore perverso». «La prima parola» è «“duro”, durezza di cuore; la seconda parola che usa è “ostinazione”, è proprio “ostinazione”». E «la terza parola “seduzione”». Dunque, «durezza, ostinazione e seduzione» sono «tre parole che possono aiutarci a vedere se il mio cuore sta scivolando verso questo che chiama il cuore perverso». Il Papa ha affrontato, anzitutto, la questione della «durezza del cuore» constatando che «Gesù aveva trovato dappertutto coloro che erano chiusi al suo messaggio». Tanto che «l’evangelista Marco in un passo dice» che Gesù è «rattristato dalla loro durezza». Ecco il «cuore duro chiuso, il cuore che ha portato a termine la sua crescita e non vuol crescere, si mette sulla difensiva, si chiude: “Ma io con le mie idee vado bene, non portatemi storie”». In realtà, ha fatto notare il Pontefice, «la durezza del cuore può avvenire nella nostra vita per tante ragioni, tanti motivi: per esempio un forte dolore, pensiamo ai discepoli di Emmaus: erano chiusi». E «il dolore fa duro, i colpi induriscono la pelle, e questi erano chiusi e quando Gesù parlava con loro dicevano: “No, non vogliamo sapere nulla. Sì, sono state le donne, lì, ma cose di donne che parlano e chiacchierano dappertutto e no, noi ce ne andiamo lontani, è stata una sconfitta. Punto”». In pratica i discepoli di Emmaus «hanno chiuso il cuore per non soffrire» perché «il dolore ti può far chiudere il cuore e il dolore ha tante altre cose». Ma, ha aggiunto Francesco, «anche Tommaso, l’apostolo, non voleva sapere storie: “Abbiamo visto il Signore! — “Sì, sì, sì, ma se io non tocco non credo, non ci credo”». Un discorso «chiaro» di un «cuore duro per la sofferenza». A questo proposito, ha suggerito il Papa, «possiamo domandarci: io ho il cuore duro, ho il cuore chiuso? Io lascio crescere il mio cuore? Ho paura che cresca?». Francesco ha ricordato che «si cresce sempre con le prove, con le difficoltà, si cresce come cresciamo tutti noi da bambini: impariamo a camminare cadendo, dal gattonare al camminare quante volte siamo caduti! Ma si cresce con le difficoltà». Ecco il significato della parola «durezza». E lo stesso discorso vale per la «chiusura», che è l’atteggiamento dei «pusillanimi». E, ha affermato il Pontefice, «la pusillanimità è un atteggiamento brutto in un cristiano, gli manca il coraggio di vivere, si chiude, è pusillanime». Ed ecco la domanda che Francesco suggerisce di porre a se stessi: «Io sono pusillanime? Io ho paura di fronte alle sfide della vita? Io ho paura a crescere?». Con la certezza che «un cuore pusillanime è perverso». «La seconda parola è “ostinazione» ha proseguito il Papa. Ripetendo le parole della lettera agli Ebrei: «Perché nessuno di voi si ostini». Francesco ha ricordato che «Dio a Ezechiele, nel capitolo 2, gli dice: il popolo al quale io ti invio è un popolo ostinato, un popolo ribelle». Sì, «ostinazione e essere ribelle vanno insieme» e sono atteggiamento propri di «coloro che» dicono «no, io credo questo e la penso così». Insomma, ha aggiunto, «sono i testardi: è la testardaggine spirituale che anche è chiusa ma nelle sue idee e le difende». È proprio «l’accusa che Stefano fa a coloro che dopo lo lapideranno: “ostinati”». In pratica, ha insistito il Pontefice, «sono coloro che non vogliono sentire niente di diverso da quello che pensano, sono chiusi ma nel proprio pensiero e non sono aperti allo Spirito Santo: sono gli ideologi». Del resto, ha affermato Francesco, «l’ideologia è un’ostinazione». E «la parola di Dio, la grazia dello Spirito Santo non è ideologia: è vita che ti fa crescere, sempre, andare avanti e anche aprire il cuore ai segnali dello Spirito, ai segni dei tempi». Invece «l’ostinazione è anche orgoglio, è superbia». Fa nascere «quella testardaggine che fa tanto male: chiusi di cuore, duri —prima parola — sono i pusillanimi; i testardi, gli ostinati, come dice il testo sono gli ideologi». «Ma io ho un cuore testardo?» è la domanda su cui ciascuno dovrebbe riflettere: «Io sono capace di ascoltare le altre persone e se la penso altrimenti dire “ma io la penso così”? Sono capace di dialogare?». «Gli ostinati non dialogano» ha spiegato il Papa. Non lo sanno fare «perché si difendono sempre con le idee, sono ideologi». E «le ideologie quanto male fanno al popolo di Dio, quanto male, perché chiudono l’attività dello Spirito Santo». «La terza parola è “seduzione”» ha rilanciato il Pontefice, ripetendo le parole della prima lettura: «Nessuno di voi si ostini, sedotto dal peccato». E «questa è l’atteggiamento più comune» ha riconosciuto e «tutti noi sappiamo» che «la tentazione è una seduzione: Paolo dice “io sono stato sedotto dal peccato” e poi, per spiegare ai romani bene, dice “il serpente sedusse Eva”». «Il cuore debole deve accorgersene che c’è qualcuno che vuole entrare e dominare il proprio cuore» ha spiegato Francesco. «È la nostra lotta quotidiana contro le tentazioni, contro le seduzioni». Ma «il diavolo non è stupido, è molto intelligente, più di tutti i teologi: è un grande teologo il diavolo, ma senza fede, con odio». E «lui sa come entrare nel cuore della gente e come proporre le cose». Proprio «come ha fatto con Eva». Lo «sa: è il grande seduttore». E «le nostre tentazioni — ha affermato il Papa — vengono da lì: il cuore perverso è quello che si lascia andare per la seduzione e la seduzione lo porta all’ostinazione, alla chiusura e a tante altre cose». E «cosa può succedere» quando si è «sedotti dal diavolo? Con i duri, la pusillanimità; con gli ostinati e i ribelli, l’ideologia; e con la seduzione o ti converti e cambi vita o cerchi di fare compromesso». In pratica «un po’ di qua e un po’ di là, un po’ di qua e un po’ di là: “Sì sì, io seguo il Signore, ma mi piace questa seduzione, ma un po’” e tu incominci a fare una vita cristiana doppia». È una doppia vita di compromessi dunque e, ha rilanciato il Pontefice, «per usare la parola del grande Elia al popolo di Israele: voi zoppicate dalle due gambe». Sì, «zoppicare dalle due gambe senza averne una ferma è la vita di compromesso: “Sì, io sono cristiano, seguo il Signore, sì, ma questo lo lascio entrare”». Proprio «così sono i tiepidi, coloro che vanno sempre al compromesso: cristiani di compromesso». Ma, ha messo in guardia il Papa, «anche noi tante volte facciamo il compromesso: quando il Signore ci fa sapere la strada, anche con i comandamenti, anche con l’ispirazione dello Spirito Santo, ma a me piace questo e cerco il modo di andare per i due binari, zoppicando dalle due gambe». In conclusione, Francesco ha riproposto le parole e il contenuto del passo odierno della lettera agli Ebrei: «Badate, fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso, un cuore duro, che ti porti alla pusillanimità; un cuore ostinato che ti porti alla ribellione, che ti porti alla ideologia; un cuore sedotto, schiavo della seduzione, che ti porti a un cristianesimo di compromesso». Per questa ragione, ha suggerito, «chiediamo allo Spirito Santo che ci illumini per non avere un cuore perverso». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:chiamalo Padre
Avvenire,   16/01/2019
. Il Papa: «Tu chiamalo Padre, Lui ti risponderà» A.M.B. mercoledì 16 gennaio 2019 La catechesi di Francesco sul Padre Nostro: Dio non conosce vendetta, è solo amore; ha il cuore di una madre, è come il padre del figliol prodigo. «A un delinquente dice: "Hai un papà che ti ama"» Pregare con il cuore di un bambino che con tenerezza si rivolge a suo padre, fiducioso di trovare in lui amore e comprensione. Chiamare il Creatore "papà", "babbo". È questa la novità del messaggio cristiano, come l'ha ricordata stamani papa Francesco proseguendo la catechesi sul Padre Nostro nell'udienza generale, che si è svolta oggi in Aula Paolo VI. Dopo avere conosciuto Gesù e ascoltato la sua predicazione, ha esordito il Papa, il cristiano non considera più Dio un tiranno, non ne ha più paura. Può parlare con il Creatore chiamandolo padre. «Alcuni vorrebbero tradurre l'aramaico "Abbà" con "papà"» ha aggiunto. «Noi continuiamo a dire "Padre", ma diciamolo come se nel cuore dicessimo "papà", "babbo"». Per pregare bene - ha proseguito - bisogna avere un cuore di bambino». Un bambino che corra incontro all'abbraccio paterno. Con un cuore sufficiente, «non si può pregare bene». Si pensi alla parabola del figliol prodigo, a quel padre che non ricorda le offese del figlio, le sue brutte parole, il suo comportamento ostile. Vede solo il suo ritorno, il figlio ritrovato. E non nutre rancore, perché in lui c'è spazio solo per l'amore. «Se qualcuno chiedesse a Dio "Dov'è in te la vendetta?", Dio risponderebbe "Io conosco solo amore"». Il padre del figliol prodigo, osserva Francesco, ha qualcosa che ricorda il cuore di una madre, perché «sono soprattutto le madri a non interrompere l’empatia nei confronti dei loro figli», ad amare incondizionatamente. San Paolo nelle sue lettere segue questa stessa strada, la stessa insegnata da Gesù: «Dio ti cerca anche se tu non lo cerchi, Dio ti ama anche se tu ti sei dimenticato di Lui, Dio scorge in te una bellezza anche se tu pensi di aver dissipato inutilmente tutti i tuoi talenti», prosegue il Papa. Dio è come una madre che non smette mai di amare la sua creatura. «È una gestazione che genera un circuito infinito di amore». Dunque per un cristiano «pregare è dire semplicemente: “Abba’. Dire "papà, babbo" ma con la fiducia di un bambino». Può darsi che anche a noi capiti di sentirci abbandonati e soli, di sbagliare ed essere paralizzati dal senso di colpa. «In quei momenti difficili - assicura Francesco - possiamo trovare ancora la forza di pregare, ricominciando dalla parola “Abbà” ma detta con il senso tenero di un bambino: "papà”. Lui non ci nasconderà il suo volto. Forse qualcuno ha dentro di sé tanta amarezza, Lui non si chiuderà nel silenzio. Tu digli "Padre" e Lui ti risponderà. “Sì, ma io sono un delinquente!”. Sì, ma tu hai un Padre che ti ama. Non dimenticatevi mai di dire "Padre"». «L'ecumenismo non è opzionale» Al termine dell'udienza il Papa ha ricordato che venerdì comincia la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani. «Venerdì prossimo, con la celebrazione dei Vespri nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura, inizia la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, sul tema: "Cercate di essere veramente giusti". Anche quest'anno - ha detto - siamo chiamati a pregare, affinché tutti i cristiani tornino ad essere un'unica famiglia, coerenti con la volontà divina che vuole "che tutti siano una sola cosa" (Gv 17, 21). L'ecumenismo non è una cosa opzionale» ha detto. «L'intenzione - ha aggiunto Francesco - sarà quella di maturare una comune e concorde testimonianza nell'affermazione della vera giustizia e nel sostegno dei più deboli, mediante risposte concrete, appropriate ed efficaci». Fonte.www.avvenire.it
Cristiani uniti
L'Osservatore Romano,   16/01/2019
Cristiani uniti nel sostegno ai più deboli · L’auspicio del Papa in vista della Settimana ecumenica · 16 gennaio 2019 «Nell’affermazione della vera giustizia e nel sostegno dei più deboli», occorrono «risposte concrete, appropriate ed efficaci» mediante «una comune e concorde testimonianza»: lo chiede Papa Francesco a tutti i cristiani in vista della Settimana di preghiera per l’unità che inizia il 18 gennaio. Tre giorni prima, al termine dell’udienza generale di mercoledì 16, il Pontefice ha ricordato ai fedeli presenti nell’aula Paolo VI l’appuntamento di venerdì prossimo, con la celebrazione dei vespri nella basilica di San Paolo fuori le Mura, che inaugura l’ottavario ecumenico incentrato quest’anno sul tema “Cercate di essere veramente giusti”. «Siamo chiamati a pregare — ha ribadito in proposito Francesco — affinché tutti i cristiani tornino a essere un’unica famiglia, coerenti con la volontà divina che vuole “che tutti siano una sola cosa” (Giovanni 17, 21)». Del resto, ha aggiunto, «l’ecumenismo non è una cosa opzionale». In precedenza proseguendo le catechesi sul Padre nostro il Papa aveva commentato il brano della lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8, 14-16) nel quale — ha fatto notare — «la preghiera sembra voler arrivare all’essenziale, fino a concentrarsi in una sola parola: Abbà, Padre». E poiché, ha aggiunto il Papa, «è raro che nel Nuovo Testamento le espressioni aramaiche non vengano tradotte in greco» bisogna supporre «che in queste parole aramaiche sia rimasta come “registrata” la voce di Gesù stesso: hanno rispettato l’idioma di Gesù». E così «nella prima parola del “Padre nostro” troviamo subito la radicale novità della preghiera cristiana». Del resto, ha chiarito Francesco, «non si tratta solo di usare un simbolo — in questo caso, la figura del padre — da legare al mistero di Dio», quanto piuttosto «di avere tutto il mondo di Gesù travasato nel proprio cuore». Perché, ha assicurato il Pontefice, «se compiamo questa operazione, possiamo pregare con verità il “Padre nostro”». Infatti «dire Abbà è qualcosa di molto più intimo»; significa chiamare Dio “Papà, Babbo”, il che permette — ha sottolineato Francesco — di avere con il Signore «un rapporto come quello di un bambino con il suo papà- Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:nuova bioetica globale
Avvenire,   15/01/2019
Vaticano. Il Papa: serve una nuova bioetica «globale» nell'era della robotica Francesco Ognibene martedì 15 gennaio 2019 Il rilancio dell'umanesimo cristiano per un'antropologia all'altezza delle sfide globali su scienza e nuove tecnologie applicate all'uomo. È la consegna del Papa alla Pontificia Accademia per la Vita Una «nuova prospettiva etica universale, attenta ai temi del creato e della vita umana», con l’obiettivo di «rilanciare con forza l’umanesimo della vita che erompe dalla passione di Dio per la creatura umana»: è l’impegno culturale al quale papa Francesco chiama la Pontificia Accademia per la Vita, a 25 anni dalla sua fondazione per opera di san Giovanni Paolo II su impulso del grande genetista Jerome Lejeune, del quale è in corso il processo di canonizzazione. In una lettera al presidente dell’Accademia monsignor Vincenzo Paglia, il Santo Padre indica tre fondamentali obiettivi ai quali l’istituzione deve puntare nel suo futuro per animare il dibattito bioetico, sapendo «elaborare argomentazioni e linguaggi che siano spendibili in un dialogo interculturale e interreligioso, oltre che interdisciplinare». 1. La bioetica globale Il criterio di riferimento per la tutela e la promozione della vita umana, secondo il Pontefice, è oggi la ricostruzione di un umanesimo, che «in tanti decenni» è stato invece logorato e confuso «con una qualsiasi ideologia della volontà di potenza», ideologia che oggi «si avvale dell’appoggio convinto del mercato e della tecnica» e che è da «contrastare». La «differenza della vita umana – spiega Francesco – è un bene assoluto, degno di essere eticamente presidiato, prezioso per la cura di tutta la creazione». Questo nuovo «orizzonte umanistico», da «riaprire» anche «in seno alla Chiesa» e fondato sulla visione cristiana dell’uomo come creatura a immagine del Padre, è in grado di produrre una «sintesi antropologica all’altezza di questa sfida epocale». Si tratta infatti di «rendere la riflessione su questi temi sempre più attenta al contesto contemporaneo, in cui il ritmo crescente dell’innovazione tecnoscientifica e la globalizzazione moltiplicano le interazioni, da una parte, tra culture, religioni e saperi diversi, dall’altra, tra le molteplici dimensioni della famiglia umana e della casa comune che essa abita». La risposta a questo scenario è la «bioetica globale, con la sua visione ampia e l’attenzione all’impatto dell’ambiente sulla vita e sulla salute». 2. Le manipolazioni dell’umano. La riflessione bioetica della Chiesa deve puntare sulle «nuove tecnologie oggi definite "emergenti e convergenti". Esse – spiega il Papa – includono le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, le biotecnologie, le nanotecnologie, la robotica». Evidente la preoccupazione di Francesco: «Avvalendosi dei risultati ottenuti dalla fisica, dalla genetica e dalle neuroscienze, come pure della capacità di calcolo di macchine sempre più potenti, è oggi possibile intervenire molto profondamente nella materia vivente. Anche il corpo umano è suscettibile di interventi tali che possono modificare non solo le sue funzioni e prestazioni, ma anche le sue modalità di relazione, sul piano personale e sociale, esponendolo sempre più alle logiche del mercato. Occorre quindi anzitutto comprendere le trasformazioni epocali che si annunciano su queste nuove frontiere, per individuare come orientarle al servizio della persona umana, rispettando e promuovendo la sua intrinseca dignità». 3. Diritti umani e fraternità La bioetica come riflessione sulla vita umana a partire da una riconoscibile visione dell’uomo non può prescindere secondo il Papa da una chiara visione della «giustizia che mostri il ruolo irrinunciabile della responsabilità nel discorso sui diritti umani e la loro stretta correlazione con i doveri, a partire dalla solidarietà con chi è maggiormente ferito e sofferente». Questa premessa rende possibile affermare che «la medicina e l’economia, la tecnologia e la politica che vengono elaborate al centro della moderna città dell’uomo, devono rimanere esposte anche e soprattutto al giudizio che viene pronunciato dalle periferie della terra». Giustizia e diritti umani parlano la lingua degli esclusi, anche dal progresso: «Di fatto, le molte e straordinarie risorse messe a disposizione della creatura umana dalla ricerca scientifica e tecnologica – spiega il Papa – rischiano di oscurare la gioia della condivisione fraterna e la bellezza delle imprese comuni, dal cui servizio ricavano in realtà il loro autentico significato. Dobbiamo riconoscere che la fraternità rimane la promessa mancata della modernità. Il respiro universale della fraternità che cresce nel reciproco affidamento – all’interno della cittadinanza moderna, come fra i popoli e le nazioni – appare molto indebolito. La forza della fraternità, che l’adorazione di Dio in spirito e verità genera fra gli umani, è la nuova frontiera del cristianesimo». Il Papa ricorda anche il grande impegno dell’Accademia lungo un quarto di secolo «per la promozione e la tutela della vita umana in tutto l’arco del suo svolgersi, la denuncia dell’aborto e della soppressione del malato come mali gravissimi, che contraddicono lo Spirito della vita e ci fanno sprofondare nell’anti-cultura della morte. Su questa linea – aggiunge – occorre certamente continuare, con attenzione ad altre provocazioni che la congiuntura contemporanea offre per la maturazione della fede, per una sua più profonda comprensione e per più adeguata comunicazione agli uomini di oggi». Francesco chiede però anche di presare attenzione alla «distanza fra l’ossessione per il proprio benessere e la felicità dell’umanità condivisa», che «sembra allargarsi» sino «a far pensare che fra il singolo e la comunità umana sia ormai in corso un vero e proprio scisma». Uno sguardo umanistico ed esistenziale che allarga l’orizzonte dell’Accademia e la stessa frontiera della bioetica senza negare nulla di ciò che ha segnato il suo percorso storico ma espandendo a tutto campo l’energia della passione per l’uomo figlio di Dio. Fonte.www.avvenire.it
Cei:Bassetti
Avvenire,   14/01/2019
Cei. Bassetti: «Non dividiamoci sui poveri, lavoriamo insieme per l'unità del Paese» Gianni Cardinale lunedì 14 gennaio 2019 Il presidente della Conferenza episcopale italiana lancia un appello ai “liberi e forti” di oggi a fare “rete”, a condividere “esperienza e innovazione” La Conferenza episcopale italiana lancia un appello ai “liberi e forti” di oggi a lavorare “insieme per l’unità del Paese”, a fare “rete”, a condividere “esperienza e innovazione”. Tenendo sempre presente che “governare il Paese significa servirlo e curarlo come se lo si dovesse riconsegnare in ogni momento”. La Chiesa da parte sua assicura che farà la sua parte “con pazienza e coraggio, senza cercare interessi di bottega”, per meritare “fino in fondo la considerazione e la stima del nostro popolo”. Il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, ha così concluso il suo discorso introduttivo ai lavori della sessione invernale del Consiglio permanente che si sono aperti oggi pomeriggio a Roma. Lo ha fatto, avendo “come orizzonte” il 18 gennaio 1919, quando don Luigi Sturzo lanciò il suo appello ai “liberi e forti” di allora. E dopo aver espresso un significativo “duplice ringraziamento”. Il primo grazie Bassetti lo ha rivolto agli abitanti di Torre di Melissa che soccorrendo una cinquantina di profughi abbandonati “ha scritto una pagina di segno contrario” rispetto a chi, come sostiene Papa Francesco, “enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere dell’accoglienza”. “Sui poveri – ha rimarcato il presidente della Cei - non ci è dato di dividerci, né di agire per approssimazione: la stessa posizione geografica del nostro Paese e, ancor più, la nostra storia e la nostra cultura, ci affidano una responsabilità nel Mediterraneo come in Europa”. Il secondo grazie l’arcivescovo di Perugia lo poi ha rivolto “a quanti – non da ultimo le testate giornalistiche – si sono adoperati per evitare il raddoppio della tassazione sugli enti che svolgono attività non profit”. Bassetti in particolare ha manifestato gratitudine al premier Giuseppe Conte, il quale "già aveva sottolineato il ruolo determinante del Terzo settore", per aver annunciato proprio questo pomeriggio "che l’agevolazione sarà ripristinata". Questo infatti "è il riconoscimento di un mondo di valori e progetti, di uno spazio educativo e formativo all’insegna della gratuità e del servizio; spazio di impegno civile, teso alla costruzione del bene comune". Nel suo discorso il porporato ha invitato a ben “interpretare questo tempo, attraversato da venti che disperdono, provocando in molti confusione e smarrimento, ripiegamento e chiusura”. “Se la confusione è grande, - ha esortato - non dobbiamo essere noi ad aumentarla; se ci sentiamo provocati o criticati, dobbiamo cercare di capirne le ragioni; se siamo ignorati, dobbiamo tornare a bussare con rispetto e convinzione; se veniamo tirati per la giacca, dobbiamo riflettere prima di acconsentire e fare”. In questo contesto il porporato ha confessato di non temere “tanto le difficoltà”, quanto invece “lo scoraggiamento e la sfiducia, che costituiscono il terreno sul quale il male attecchisce e cresce”, e poi “l’indifferenza con cui il male si impadronisce delle nostre paure per trasformarle in rabbia”, “l’astuzia che si serve dell’ignoranza”, “la vanità che avvelena gli arrivisti”, e infine “l’orizzonte angusto dei luoghi comuni, delle risposte frettolose, dei richiami gridati”. Così per il cardinale Bassetti “quando il popolo è confuso, il modo migliore per rispondere al nostro dovere non è quello di proporre facili rassicurazioni, lasciando capire che poi tutto s’aggiusta o che, comunque, altri sono quelli che devono pensarci”. “Siamo chiamati, piuttosto, - ha aggiunto - a saperci confrontare con franchezza e ad assumere con determinazione le scelte necessarie, così da essere non solo più efficienti, ma soprattutto più chiari e uniti”. Perché “intorno a Cristo non si sta sparsi e sdegnosi, ma insieme”. Di fronte alle difficoltà il presidente della Cei ha proposto un metodo per arrivare alle decisioni da prendere: non limitarsi a “rincorrere l’attualità con comunicati e interviste” ma “costruire autonomamente la nostra agenda, aperti a ciò che accade – a partire dalle emergenze che bussano ogni giorno alla porta –“, rimanendo “fedeli a un nostro programma pastorale, che è poi il Vangelo di nostro Signore, incarnato in questo tempo”. In questa chiave Bassetti ha ammesso di non avere “grandi riforme da proporre”. Ma ha esortato a fare in modo che “le singole Conferenze Episcopali Regionali siano rese maggiormente protagoniste”. Ha invitato a “studiare le singole questioni con l’aiuto dei molti che possono darci una mano” e a “stimolare e valorizzare l’operosità degli Uffici della nostra Segreteria generale”, ristabilita nella sua piena funzionalità con la nomina del vescovo di Fabriano-Matelica Stefano Russo a segretario generale. Il presidente della Cei insomma ha invitato ad uno “stile sinodale”, da vivere “sul campo, tra la gente, per consigliare, sostenere, consolare”. Così sarà “più facile distinguere le buone idee dalle cattive, adottare i provvedimenti più incisivi, scegliere i collaboratori più validi”. La sessione del Consiglio permanente che si è aperta oggi pomeriggio ha due argomenti principali di discussione. Innanzitutto sugli Orientamenti pastorali “con cui costruire condivisione di sguardo e d’impegno tra le Chiese che sono in Italia”. E poi l’approvazione del Regolamento del Servizio nazionale a tutela dei minori e degli adulti vulnerabili. I lavori si chiuderanno mercoledì, quando ci sarà una conferenza stampa del segretario generale monsignor Russo, che nella tarda mattinata di oggi è stato ricevuto in udienza da Papa Francesco. Il cardinale Bassetti era stato ricevuto dal Pontefice, in vista del Consiglio permanente, lo scorso 3 gennaio. Fonte.www.avvenire.it
Il Papa ai genitori
Avvenire,   14/01/2019
. Il Papa: «Genitori, non litigate mai davanti ai bambini» Redazione Internet lunedì 14 gennaio 2019 Nella festa del Battesimo di Cristo, domenica ha impartito il sacramento a 27 neonati. All'Angelus: ricordate sempre la data del Battesimo Il Papa ha impartito ieri il Battesimo a 27 neonati nella Cappella Sistina in Vaticano (Ansa) «Mi permetto un consiglio - scusatemi, ma io vi consiglio questo -: non litigate mai davanti ai bambini, mai». Lo ha detto ieri il Papa ai genitori dei 27 neonati, 12 maschi e 15 femmine, cui ha impartito il Battesimo nella Cappella Sistina in Vaticano nella festa del Battesimo del Signore. «È normale che gli sposi litighino, normale» ha rassicurato il Papa. «Sarebbe strano il contrario. Fatelo, ma che loro non sentano, che loro non vedano. Voi non sapete l'angoscia che riceve un bambino quando vede litigare i genitori. Questo mi permetto, è un consiglio che vi aiuterà a trasmettere la fede. È brutto litigare? Non sempre, ma è normale, è normale. Però che i bambini non vedano, non sentano, per l'angoscia» ha aggiunto. A ricevere il Battesimo dalle mani del Pontefice, in un appuntamento ormai tradizionale introdotto da papa Wojtyla e proseguito da Ratzinger e Bergoglio, sono stati per lo più figli e nipoti di dipendenti o collaboratori vaticani. Ma non solo. «All'inizio della cerimonia, vi è stata posta la domanda:"Cosa chiedete per i vostri figli?" E tutti voi avete detto: "La fede" - ha proseguito il Papa nell'omelia 'a bracciò -. Voi chiedete alla Chiesa la fede per i vostri figli, e oggi loro riceveranno lo Spirito Santo, e il dono della fede ciascuno nel proprio cuore, nella propria anima. Ma questa fede poi deve svilupparsi, deve crescere». E «prima che studiata, la fede va trasmessa, e questo è un lavoro che tocca a voi. È un compito che voi oggi ricevete:trasmettere la fede, la trasmissione della fede. E questo si fa a casa. Perché la fede, sempre, va trasmessa "in dialetto", il dialetto della famiglia, il dialetto della casa, nel clima della casa». Per Francesco, «questo è il vostro compito: trasmettere la fede con l'esempio, con le parole, insegnando a fare il segno della Croce. Questo è importante. Vedete, ci sono bambini ch enon sanno farsi il segno della Croce. "Fai il segno della Croce": e fanno una cosa così, che non si capisce cosa sia. Per prima cosa, insegnate loro questo». «Ma l'importante - ribadisce- è trasmettere la fede con la vostra vita di fede: che vedano l'amore dei coniugi, la pace della casa, che Gesù è lì». Come già avvenuto in passato, Francesco suggerisce poi alle mamme di non esitare ad allattare i bimbi nel luogo sacro.Senza timori. «I bambini si sentono oggi in un ambiente che è strano: un p' troppo caldo, sono coperti E sentono l'aria afosa... Poi piangono perché hanno fame. E un terzo motivo del piangere è il "pianto preventivo". Una cosa strana: non sanno cosa succederà, e pensano: "Io piango per primo, poi vedremo". È una difesa», osserva. «Che siano comodi. State attenti a non coprirli troppo. E se piangono per fame, allattateli. Alle mamme dico: allattate i bambini, tranquille, il Signore vuole questo.Perché, dove sta il pericolo?, è che loro hanno una vocazione polifonica: incomincia a piangere uno, e l'altro gli fa il contrappunto, e poi l'altro, e alla fine è un coro di pianto!». All'Angelus, poi, un'ulteriore raccomandazione: «È molto importante anche, come vi ho detto svariate volte, conoscere la data del nostro Battesimo. Io potrei domandare: "Chi di voi conosce la data del suo Battesimo?". Non tutti, di sicuro. Se qualcuno di voi non la conosce, tornando a casa, la chieda ai propri genitori, ai nonni, agli zii, i padrini, agli amici di famiglia... Chieda: "In quale data sono stato battezzato, sono stata battezzata?". E poi non dimenticarla più: che sia una data custodita nel cuore per festeggiarla ogni anno». All’Angelus, nel giorno in cui la Chiesa celebra la Festa del Battesimo del Signore, il Papa invita i fedeli alla coerenza della vita cristiana e alla testimonianza quotidiana secondo i piani e lo stile di Dio. La missione della Chiesa e quella di ognuno di noi, per essere fedele – dice – è chiamata ad innestarsi su quella di Gesù Fonte.www.avvenire.it
Il Papa ai genitori
L'Osservatore Romano,   14/01/2019
Mai litigare davanti ai bambini · Il Papa ai genitori dei piccoli battezzati in Sistina · 14 gennaio 2019 «Non litigate mai davanti ai bambini»: è il consiglio suggerito da Papa Francesco alle coppie di dipendenti vaticani che nella mattina di domenica 13 gennaio si sono ritrovate nella Cappella Sistina per il battesimo dei loro neonati. Nell’omelia pronunciata a braccio, dal tono quasi confidenziale favorito dall’atmosfera famigliare che si respirava tra i suggestivi affreschi michelangioleschi del Giudizio universale, il Pontefice ha osservato che «è normale che gli sposi litighino». Anzi, «sarebbe strano il contrario. Fatelo — ha detto — ma che loro non sentano, che loro non vedano». Perché, ha spiegato Francesco, «voi non sapete l’angoscia che riceve un bambino quando vede litigare i genitori. Questo, mi permetto, è un consiglio che vi aiuterà a trasmettere la fede». E il tema della trasmissione della fede tra le generazioni ha fatto da filo conduttore a tutta la riflessione del Papa. Perché, ha ricordato ai genitori, «prima che studiata, la fede va trasmessa, e questo è un lavoro che tocca a voi». Un compito, ha proseguito, che soprattutto «si fa a casa». Infatti «la fede sempre va trasmessa “in dialetto”: il dialetto della famiglia», cioè il linguaggio comune che si usa nel focolare domestico. Ed è un compito da svolgere attraverso «l’esempio, con le parole», magari cominciando con l’insegnare ai piccoli «a fare il segno della Croce». Successivamente, a mezzogiorno, il Pontefice si è affacciato dalla finestra del Palazzo apostolico per l’Angelus con i numerosi fedeli presenti in piazza San Pietro. Prima di recitare la preghiera mariana, ha commentato il Vangelo di Luca (3, 15-16.21-22) proposto dalla liturgia nella festa del battesimo del Signore che conclude il tempo di Natale. Con Gesù battezzato da Giovanni nel Giordano — ha spiegato — «inizia un mondo nuovo, una “nuova creazione” di cui fanno parte tutti coloro che accolgono Cristo nella loro vita». Si tratta, ha chiarito, di «una fiamma che è stata accesa nel nostro cuore, e richiede di essere alimentata mediante la preghiera e la carità». Fonte.www.l'ossrervatoreromano.it
Il Papa ai genitori
Ansa,   13/01/2019
"Io mi permetto un consiglio, scusatemi, ma vi consiglio: mai litigate davanti ai bambini, mai". Lo ha detto papa Francesco nell'omelia, pronunciata interamente 'a braccio', della messa nella Cappella Sistina in cui amministra il battesimo a 27 neonati. "E' normale che gli sposi litighino, è normale, sarebbe strano di no - ha proseguito il Pontefice -. Fatelo, ma che loro non sentano, che loro non vedano. Voi non sapete l'angoscia che riceve un bambino quando vede litigare i genitori". "Per questo mi permetto un consiglio che vi aiuterà a trasmettere la fede - ha ribadito -. E' cattivo litigare? Ma non sempre, è normale, ma che non vedano i bambini, che non sentano, per l'angoscia".    Fontye.www.ansa.it
Istat
Avvenire,   10/01/2019
Istat. Il governo ammette: tasse su. Spesa per interessi già salita di 1,7 miliardi rediazione economia lunedì 7 gennaio 2019 I dati sul terzo trimestre segnalano un rallentamento della propensione al risparmio e dei profitti delle aziende Aumentano i consumi, ma diminuisce il potere d’acquisto delle famiglie. Si fa sentire l’effetto dello spread. Sulla spesa per gli interessi e la pressione fiscale l’Istat registra i primi segnali del cambio di clima politico nella gestione dei conti pubblici. Il Conto trimestrale delle Amministrazioni pubbliche, diffuso ieri dall’istituto di statistica, evidenzia come nel terzo trimestre del 2018 la spesa per interessi è cresciuta di circa 1,7 miliardi di euro (da 14,376 miliardi a 16,103 miliardi di euro) rispetto allo stesso periodo del 2017, pari ad un aumento del 12 per cento. Nello stesso periodo, la pressione fiscale è stata pari al 40,4% (in aumento dello 0,1% rispetto ad un anno fa), segnando un’inversione di tendenza. Non solo, l’ex viceministro Enrico Zanetti sostiene, consultando l’ultima tabella dell’aggiornamento del quadro macro-economico, che anche il governo Conte attesta ora l’aumento del carico fiscale nel 2019: passerà dal 41,9 al 42,3%. «Non si tratta quindi più di perfide authority indipendenti o centri studi prezzolati e prevenuti», rimarca Zanetti in riferimento alle critiche rivolte dal governo ai tecnici dell’Upb quando, in audizione, avevano sostenuto che c’era un aumento. In flessione il rapporto deficit/Pil: l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil è stato pari a -1,7% (-1,8% nello stesso trimestre del 2017). Il saldo primario delle Amministrazioni pubbliche (indebitamento al netto degli interessi passivi) è risultato positivo, con un’incidenza sul Pil del 2,0%, a fronte dell’1,6% nel terzo trimestre del 2017. Il saldo corrente è stato anch’esso positivo, con un’incidenza sul Pil dell’1,1% (1,6% nel terzo trimestre del 2017). Complessivamente, nei primi tre trimestri del 2018 le Amministrazioni pubbliche hanno registrato un indebitamento netto pari a -1,9% del Pil, in miglioramento rispetto al -2,6% del corrispondente periodo del 2017. La frenata della ripresa economica nella seconda parte dell’anno ha alleggerito le tasche dei consumatori italiani. Tra luglio e settembre dello scorso anno, infatti, l’aumento del reddito delle famiglie è stato "modesto", di appena lo 0,1%. Livello che non è bastato a compensare l’effetto dell’inflazione. Infatti, considerando la variazione dello 0,3% del deflatore implicito dei consumi che tiene conto dei prezzi, il potere d’acquisto delle famiglie consumatrici ha sofferto una flessione dello 0,2% rispetto al trimestre precedente. Tuttavia l’Istat rileva pure che il portafogli leggermente meno pesante non ha impedito alle famiglie di comprare di più. I consumatori hanno preferito erodere i risparmi piuttosto che svuotare le buste della spesa. La propensione al risparmio delle famiglie è stata pari all’8,3%, meno 0,2% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti dello 0,3%. Un timido segnale che però non basta per l’Unione consumatori: «Fino a che il potere d’acquisto peggiora e i redditi restano al palo, è chiaro che i consumi non potranno ripartire e si resterà agli zero Fonte.www.avvenire.,it
Papa:la fede
Avvenire,   10/01/2019
Il Papa: la fede vince lo spirito del mondo che divide Debora Donnini – Vatican News giovedì 10 gennaio 2019 Se tu non ami il fratello, non puoi amare Dio. La fede dà la forza di pregare per tutti, anche per i nemici, di non lasciar crescere sentimenti di gelosia e invidia, e di non chiacchierare Per amare Dio concretamente, bisogna amare i fratelli, cioè pregare per loro, simpatici e antipatici, anche per il “nemico”, non dare spazio a sentimenti di gelosia e invidia, e non fare “chiacchere” che distruggono le persone. È una forte esortazione all’amore, quella che il Papa rivolge stamani, nell’omelia della Messa a Casa Santa Marta. A dare la forza di amare così, è la fede che vince lo spirito del mondo, che è bugiardo e divide. (Debora Donnini – Vatican News) Lo spirito del mondo è bugiardo La riflessione di Francesco si snoda a partire dalla Prima Lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 4,19 - 5,4) proposta dalla Liturgia di oggi. L’apostolo Giovanni parla, infatti, di “mondanità”. Quando dice che: “coloro che sono generati da Dio, sono capaci di vincere il mondo”, sta parlando della “lotta di tutti i giorni” contro lo spirito del mondo, che è “bugiardo”, è uno “spirito di apparenze, senza consistenza”, mentre “lo Spirito di Dio è veritiero”. “Lo spirito del mondo è lo spirito della vanità, delle cose che non hanno forza, che non hanno fondamento e che cadranno”, sottolinea Francesco. Come i dolci che si offrono a Carnevale, le crêpes - chiamate in dialetto “le bugie” - non sono consistenti, ma “piene di aria”, così è lo spirito del mondo: “pieno di aria” ed inganna perché è “figlio del padre della menzogna”. Lo spirito del mondo divide sempre la famiglia, la comunità e la società L’apostolo ci offre la via della concretezza dello Spirito di Dio, che “non va per le fantasie”: il dire e il fare sono la stessa cosa. “Se tu hai lo Spirito di Dio” – ricorda il Papa – farai le cose buone. E l’apostolo Giovanni dice una cosa “quotidiana”: “Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio, che non vede”. “Se tu non sei capace di amare una cosa che vedi, come mai amerai una che non vedi? Quella è la fantasia”, evidenzia Francesco, esortando ad amare “questo che vedi, che puoi toccare, che è reale. E non le fantasie che tu non vedi”. Se tu non sei capace di amare Dio nel concreto, non è vero che tu ami Dio. E lo spirito del mondo è uno spirito di divisione e quando si immischia nella famiglia, nella comunità, nella società sempre crea delle divisioni: sempre. E le divisioni crescono e viene l’odio e la guerra … Giovanni va oltre e dice: “Se uno dice ‘io amo Dio’ e odia suo fratello, è un bugiardo”, cioè un figlio dello spirito del mondo, che è pura bugia, pura apparenza. E questa è una cosa sulla quale ci farà bene riflettere: io amo Dio? Ma, andiamo alla pietra di paragone e vediamo come tu ami il tuo fratello: vediamo come tu lo ami. Papa Francesco si sofferma, dunque, sui tre segnali che indicano che non si ama il fratello. Sorridere lo si può fare in tanti modi: anche nel circo i pagliacci sorridono e tante volte piangono nel cuore. Prima di tutto, quindi, il Papa esorta a pregare per il prossimo, anche per quella persona che “mi è antipatica” e che so che “non mi vuole bene”, anche per colui che “mi odia”, anche per “il nemico”, come Gesù ha detto. Se non prego, è un segnale che non amo: Il primo segnale, domanda che tutti dobbiamo fare: io prego per le persone? Per tutte, concrete, quelle che mi sono simpatiche e quelle che mi sono antipatiche, quelle che sono amiche e quelle che non sono amiche. Primo. Secondo segnale: quando io sento dentro sentimenti di gelosia, di invidia e mi viene la voglia di augurargli del male o non … è un segnale che tu non ami. Fermati lì. Non lasciare crescere questi sentimenti: sono pericolosi. Non lasciarli crescere. E poi, il segnale più quotidiano che io non amo il prossimo e pertanto non posso dire che amo Dio, è il chiacchiericcio. Mettiamoci nel cuore e nella testa, chiaramente: se io faccio delle chiacchiere, non amo Dio perché con le chiacchiere sto distruggendo quella persona. Le chiacchiere sono come le caramelle di miele, che sono anche buone, una tira l’altra e l’altra e poi lo stomaco si rovina, con tante caramelle … Perché è bello, è “dolce” chiacchierare, sembra una cosa bella; ma distrugge. E questo è il segnale che tu non ami. Nella lotta contro lo spirito del mondo serve la fede Se una persona smette di chiacchierare nella sua vita, “io direi che è molto vicina a Dio”, perché - spiega Francesco - non chiacchierare “custodisce il prossimo, custodisce Dio nel prossimo”. E lo spirito del mondo si vince con questo spirito di fede: credere che Dio sia nel mio fratello, nella mia sorella. La vittoria che ha vinto il mondo è la nostra fede. Soltanto con tante fede si può andare su questa strada, non con pensieri umani di buon senso … no, no: non servono. Aiutano, ma non servono per questa lotta. Soltanto la fede ci darà la forza di non chiacchierare, di pregare per tutti, anche per i nemici e di non lasciar crescere i sentimenti di gelosia e di invidia. Il Signore, con questo brano della Prima Lettera di San Giovanni Apostolo ci chiede concretezza nell’amore. Amare Dio: ma se tu non ami il fratello, non puoi amare Dio. E se tu dici di amare tuo fratello ma in verità non lo ami, lo odi, tu sei un bugiardo. Fonte.www.avvenire.it
Cei:tutela dei minori
Avvenire,   10/01/2019
Roma. Tutela dei minori e sfida educativa al centro del Consiglio permanente Cei giovedì 10 gennaio 2019 Da lunedì 14 a mercoledì 16 gennaio riuniti i vescovi italiani, chiamati tra l'altro ad approvare il Regolamento per il Servizio per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili La passata edizione del Consiglio permanente della Cei (Siciliani) Da lunedì 14 a mercoledì 16 gennaio si svolgerà a Roma, nella sede della Conferenza episcopale italiana (Circonvallazione Aurelia, 50), la sessione invernale del Consiglio permanente. Dopo l’Introduzione del cardinale Gualtiero Bassetti i lavori prevedono una riflessione sugli Orientamenti pastorali del decennio che volge al termine. In questi anni, a far da filo conduttore è stata la prospettiva educativa: si tratta ora di avviare un bilancio e di individuare con quale struttura e quali contenuti prospettare l’itinerario futuro, finalizzato a costruire condivisione di sguardo e d’impegno tra le Chiesa in Italia. Il Consiglio della prossima settimana affronterà, quindi, l’approvazione di un Regolamento per il Servizio nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, costituito presso la Cei; provvederà alla nomina del suo Presidente e di un coordinatore, a cui la Presidenza affiancherà una segreteria stabile, in cui laiche e laici, presbiteri e religiosi esperti siano a disposizione dei Vescovi diocesani. Al riguardo, i Vescovi saranno chiamati a esprimersi anche circa i servizi regionali e l’individuazione in ogni diocesi di uno o più referenti, da avviare a un percorso di formazione specifica. Fonte.www.avvenire.it
Papa:caramelle al miele
L'Osservatore Romano,   10/01/2019
Caramelle al miele · Messa a Santa Marta · 10 gennaio 2019 Pregare per il prossimo, anche «per quella persona che mi è antipatica»; non alimentare «sentimenti di gelosia e di invidia»; e, soprattutto, evitare il chiacchiericcio, perché il pettegolezzo è come le caramelle al miele, «che è sono anche buone», ma poi rovinano lo stomaco. Sono questi i tre “segnali” indicati da Papa Francesco — all’omelia della messa celebrata a Santa Marta giovedì mattina 10 gennaio — per discernere la capacità di una persona di amare gli altri e di conseguenza amare Dio. Come di consueto il Pontefice ha infatti preso spunto per la sua riflessione dalla liturgia della parola, privilegiando nella circostanza odierna la prima lettura, tratta dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (4, 19 — 5, 4) in cui l’autore «parla di mondanità, dello spirito del mondo», dicendo «che “coloro che sono generati da Dio, sono capaci di vincere il mondo”. È la lotta di tutti i giorni, — ha commentato il Papa — la lotta contro la mondanità, lo spirito del mondo». Infatti, ha aggiunto, «lo spirito del mondo che è bugiardo, è uno spirito di apparenze, senza consistenza, non è veritiero» mentre «lo Spirito di Dio è veritiero». Di più: «lo spirito del mondo — ha proseguito con immagini fortemente evocative — è lo spirito della vanità, delle cose che non hanno forza, che non hanno fondamento e che cadranno». Infatti lo spirito del mondo può offrire soltanto «bugie, le cose senza forza». E in proposito Francesco ha proposito un esempio tratto dalla vita quotidiana. «A Carnevale — ha ricordato — c’è la tradizione di offrire come dolci le crêpes: voi tutti le conoscete. Ci sono alcune, in dialetto, che si chiamano “le bugie”: sono rotonde», ma non “consistenti”, essendo “piene di aria”. E anche «lo spirito del mondo è così: pieno di aria. Non serve. Si sgonfierà. Ma nel frattempo lotta» e «inganna perché è lo spirito della menzogna; è il figlio del padre della menzogna». Al contrario, ha fatto notare il Pontefice, «l’apostolo ha lo Spirito di Dio e ci dà, a noi, la via della concretezza dello Spirito di Dio». Del resto «lo Spirito di Dio sempre è concreto: non va per le fantasie, no. È concreto. Si fa questo, e fa. E il dire e il fare, nello Spirito di Dio, è lo stesso» insomma sono la stessa cosa: «è una parola che “fa”, e se tu hai lo Spirito di Dio, farai. Farai sempre le cose, le cose buone», ha assicurato il Papa. In questa linea fatta di «concretezza, — ha spiegato il Pontefice — Giovanni dice una cosa molto quotidiana», forse addirittura ovvia, al punto «che la può dire anche la vecchietta che abita accanto a noi». Appunto, una cosa “quotidiana”, ed è che «Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio, che non vede». Difatti, ha chiarito Francesco, «se tu non sei capace di amare una cosa che vedi, come mai amerai una che non vedi? Quella è la fantasia: ama questo che vedi, che puoi toccare, che è reale. E non le fantasie che tu non vedi. “Oh, io amo Dio!”— sì, ma prova: prova ad amarlo in questo. Se tu non sei capace di amare Dio nel concreto, non è vero che tu ami Dio». Anche perché «lo spirito del mondo è uno spirito di divisione e quando si immischia nella famiglia, nella comunità, nella società sempre crea delle divisioni: sempre. E le divisioni crescono» generando «l’odio e la guerra». Ritornando quindi al brano giovanneo il Papa ha allora evidenziato che l’apostolo va oltre quando afferma: «Se uno dice “io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo», cioè — ha rimarcato Francesco da parte sua — «un figlio dello spirito del mondo, che è pura bugia, pura apparenza». Da qui l’invito all’approfondimento. «Questa è una cosa sulla quale ci farà bene riflettere: — ha esortato il Papa — io amo Dio? Ma, andiamo alla pietra di paragone e vediamo come tu ami il tuo fratello: vediamo come tu lo ami». E quali possono essere «i segnali, che io non amo il mio fratello? Come posso accorgermi che io non amo il mio fratello? Io sorrido, sì ... Ma si può sorridere in tanti modi, no? Anche nel circo, i pagliacci sorridono e tante volte piangono, nel cuore». Ecco allora la necessità della domanda «come mai posso capire se io amo il mio fratello?». E nella risposta Francesco ha sviluppato «due-tre cose che possono aiutarci. Prima di tutto: io prego per mio fratello? Io prego per il mio prossimo? Io prego per quella persona che mi è antipatica e che so che non mi vuole bene? Prego per quella persona? Primo: se io non prego, non è buon segno; è un segnale che tu non ami. Ma, pregare anche per quello che mi odia? Sì, anche per quello. Anche pregare per il nemico? Sì, per quello: Gesù l’ha detto esplicitamente. Il primo segnale, domanda che tutti dobbiamo fare: io prego per le persone? Per tutte; concrete: quelle che mi sono simpatiche e quelle che mi sono antipatiche, quelle che sono amiche e quelle che non sono amiche. Primo». Mentre il «secondo segnale: quando io sento dentro sentimenti di gelosia, di invidia e mi viene la voglia di augurargli del male o non... è un segnale che tu non ami. Fermati lì. Non lasciare crescere questi sentimenti: sono pericolosi. Non lasciarli crescere». Infine, «il segnale più quotidiano che io non amo il prossimo e pertanto non posso dire che amo Dio, è il chiacchiericcio». Con una raccomandazione: «mettiamoci nel cuore e nella testa, chiaramente: se io faccio delle chiacchiere, non amo Dio perché con le chiacchiere sto distruggendo quella persona. Le chiacchiere sono come le caramelle di miele, che è sono anche buone, una tira l’altra e l’altra e poi lo stomaco si rovina, con tante caramelle... Perché è bello, è “dolce” chiacchierare, sembra una cosa bella; ma distrugge. E questo è il segnale che tu non ami». Avviandosi alla conclusione dell’omelia il Papa ha perciò suggerito: «Ognuno veda in cuor suo. Io prego, per tutti, anche per gli antipatici e per coloro che so che non mi vogliono bene? Io ho sentimenti di invidia, di gelosia, gli auguro del male? E terzo, il più chiaro: io sono un pettegolo, una pettegola? Se una persona lascia di chiacchierare nella sua vita, io direi che è molto vicina a Dio: molto vicina. Perché non spettegolare custodisce il prossimo, custodisce Dio nel prossimo». Insomma, ha ribadito il Pontefice, «lo spirito del mondo si vince con questo spirito di fede: credere che Dio sia nel mio fratello, nella mia sorella. La vittoria che ha vinto il mondo è la nostra fede. Soltanto con tanta fede si può andare su questa strada, non con pensieri umani di buon senso... non bastano, aiutano, ma non sono sufficienti per questa lotta». Perché «soltanto la fede ci darà la forza di non chiacchierare, di pregare per tutti, anche per i nemici e di non lasciar crescere i sentimenti di gelosia e di invidia». E in definitiva, ha concluso Francesco, «il Signore, con questo brano della prima lettera di san Giovanni apostolo ci chiede concretezza, nell’amore. Amare Dio: ma se tu non ami il fratello, non puoi amare Dio. E se tu dici di amare tuo fratello ma in verità non lo ami, lo odi, tu sei un bugiardo». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Migranti:minori soli
Avvenire,   09/01/2019
Milano. Minori immigrati soli, Caritas e Comune lanciano un progetto di affido Lorenzo Rosoli mercoledì 9 gennaio 2019 Si parte con un gruppo di quattordici, tra i 15 e i 18 anni, l’obiettivo è la piena autonomia e l’inserimento sociale. Tre incontri per saperne di più. Ecco a chi rivolgersi ( Caritas Ambrosiana e Comune di Milano cercano famiglie alle quali affidare minori stranieri non accompagnati. Quattordici, tanto per cominciare. Tutti d’età fra i 15 e i 18 anni, cinque dei quali provenienti dall’Egitto e sei dall’Africa subsahariana. Ma la speranza è che il progetto di «Accoglienza familiare per adolescenti migranti soli» promosso da Caritas e Palazzo Marino possa crescere e diffondersi, per offrire a loro e ad altri ragazzi, tutti finora ospitati in comunità, la possibilità di iniziare un’esperienza di «seconda accoglienza» e di accompagnamento verso l’autonomia e il pieno inserimento sociale. Prosegue, intanto, il tempo della semina. Ecco, dunque, il «percorso formativo» rivolto sia alle famiglie sia ai single, per aiutare chi fosse interessato a capire cosa significa in concreto accogliere in casa questi ragazzi. Un percorso in tre incontri che si aprirà venerdì 11 gennaio (leggi sotto). «Negli ultimi anni Milano ha visto crescere il numero di minori stranieri non accompagnati. In genere adolescenti, quasi sempre maschi: a volte con una famiglia nel Paese d’origine; altre volte ormai privi di legami significativi, praticamente soli al mondo», racconta Matteo Zappa, responsabile per le aree minori e famiglia di Caritas Ambrosiana. Si tratta di ragazzi che spesso hanno alle spalle percorsi drammatici. C’è chi ha lasciato la madrepatria per sfuggire a condizioni di povertà estrema o di violenza, e dare una speranza di futuro a sé e ai familiari rimasti a casa. C’è chi ha conosciuto l’inferno del lavoro, della prigione, della schiavitù in Libia; chi ha rischiato la vita traversando il Mediterraneo. «A fine 2018 erano 830 i minori stranieri non accompagnati accolti dal Comune di Milano nelle comunità educative. Un centinaio, invece, quelli ospitati da Caritas nella sua rete di comunità e cooperative in diocesi – riprende Zappa –. In genere, a Milano, le comunità sono piccole e ben inserite nel territorio. Ma l’esperienza insegna come l’affido familiare – una soluzione che la nostra legge promuove – possa dare una marcia in più al cammino di questi ragazzi verso l’autonomia e l’inserimento sociale, culturale, scolastico e lavorativo. Perciò incoraggiamo questa bella scelta di accoglienza e solidarietà e promuoviamo, per loro come per i minori italiani, il diritto a una famiglia. Ma è decisivo non lasciare sole le famiglie e i single che decidono di aprire la porta di casa». Ecco, dunque, il servizio di formazione, consulenza e accompagnamento di affidatari e ragazzi che Caritas svolge con i suoi operatori. «Il Comune ha già messo in atto alcune esperienze di affido di minori stranieri non accompagnati, mentre per noi è la prima volta – spiega Zappa –. Da tempo abbiamo avviato un lavoro di sensibilizzazione che ha "intercettato" la disponibilità di alcune famiglie. Nel frattempo sono stati individuati i 14 ragazzi, dei quali gli operatori hanno valutato le caratteristiche, l’idoneità e la disponibilità a un’esperienza di affido. Ora si tratta di accompagnare famiglie e ragazzi nel percorso di conoscenza reciproca, fino all’affido. E di proseguire anche dopo nell’affiancamento». L’affido, sottolinea il responsabile Caritas, «è anche un’opportunità per superare il problema del vuoto di tutele e del rischio di interruzione del percorso di inserimento che si può verificare al compimento del 18° anno». Si tratta inoltre «di un’esperienza dal forte significato civile ma anche ecclesiale – sottolinea Zappa – capace di testimoniare una cultura dell’accoglienza e dell’integrazione ben diversa dal clima che oggi spesso si respira. Abbiamo incontrato famiglie che credono nel valore umano dell’accoglienza, e numerose altre che lo vivono a partire dall’ispirazione cristiana e sono il volto di comunità e parrocchie solidali». Tre incontri per saperne di più. Il percorso formativo Si comincia venerdì 11 gennaio alle 18,30. Nella sede di Caritas Ambrosiana, in via San Bernardino 4 a Milano. Come per i due incontri successivi. È «L’affido familiare» il titolo del primo incontro del «Percorso formativo per aspiranti famiglie affidatarie di minori non accompagnati» che Caritas e Comune di Milano rivolgono a famiglie e single interessati a capire come si declina in concreto questa esperienza. Il secondo incontro: il 25 gennaio, sul tema «In viaggio con i ragazzi: i luoghi dell’accoglienza in Italia». Il terzo incontro: l’8 febbraio. Il titolo: «Apro la mia casa». L’affido – spiegano i promotori del progetto di «Accoglienza familiare per adolescenti migranti soli», che all’inizio vuole "trovare casa" a 14 ragazzi – si presenta come un’opportunità preziosa «per la seconda accoglienza e l’accompagnamento verso l’autonomia» di ragazzi ospitati in comunità residenziali. Nei tre incontri, anticipano i promotori, «si darà ampio spazio al confronto, alle domande e alla conoscenza della realtà di questi minori». Info e iscrizioni: 02.76037.343; anania@caritasambrosiana.it. Caritas Ambrosiana, intanto, offre due altre possibilità per conoscere meglio il progetto di accoglienza familiare. Il primo incontro si terrà venerdì 18 gennaio alle 19,30 alla «Masseria» (via Cusago 2) a Cisliano. Una serata organizzata con i «ragazzi della Masseria» che «propongono un giropizza per stare con gli amici, per una serata di famiglia, per non cucinare una sera». E saperne di più sull’esperienza lanciata da Caritas e Comune di Milano. Il costo: 10 euro a persona. Obbligatoria la prenotazione via mail entro il 15 gennaio, indicando il numero di persone, a unacasaancheperte@gmail.com. Il secondo incontro: un "apericena" di presentazione che su iniziativa delle comunità parrocchiali si svolgerà sabato 26 gennaio alle 19,30 al Centro pastorale «San Giuseppe» (piazza don Carlo Elli, 1) a Bollate. L’apericena è a offerta libera e servirà a raccogliere fondi per un progetto a favore di minori in Uganda. Per partecipare, scrivere entro il 24 gennaio a sangiuseppebollate@libero.it Fonte.www.avvenire.it
Identikit del lavoratore italiano
Avvenire,   09/01/2019
Studio Adp. Identikit del lavoratore italiano Redazione Romana mercoledì 9 gennaio 2019 Amichevole col capo e i colleghi, attento alla vita privata, in cerca di un buon guadagno, ma anche di soddisfazione personale L’ultimo studio Adp (Automatic Data Processing) “People Unboxed” ha intervistato più di 2.500 lavoratori fra Francia, Germania, Italia, Olanda e Regno Unito, rilevando abitudini e contraddizioni dei lavoratori sia europei, sia dei singoli Paesi. Grazie a questa nuova indagine è possibile tracciare alcune caratteristiche peculiari dei lavoratori italiani: 1) I SOLDI NON SONO TUTTO Per una significativa minoranza di lavoratori, la passione e la soddisfazione battono il compenso economico, con un quinto (21%) degli intervistati che afferma di lavorare per amore di ciò che fa, mentre uno su dieci afferma di lavorare perché ama l’azienda per cui lavora (12%), e un ulteriore 9% perché vuole crescere professionalmente e avanzare nella carriera. Per contrasto, oltre un terzo (37%) sostiene come la primaria motivazione sia quella di guadagnare per soddisfare le proprie necessità, e per il l’11% per potersi permettere tutto (o quasi) ciò che si vuole. «Ogni lavoratore è spinto da una moltitudine di differenti fattori, la nostra ricerca dimostra come lo scarto fra motivazioni economiche e non economiche possa avere importanti implicazioni sull’impegno e la soddisfazione dei dipendenti - commenta Virginia Magliulo, general manager di Adp Italia -. È provato che il coinvolgimento e l’impegno sono fattori importanti sia per la produttività dei dipendenti sia per il successo organizzativo complessivo». 2) CAPO E COLLEGHI? MEGLIO AMICI CHE NEMICI Solo l’11% dei lavoratori italiani dichiara di non avere nessun rapporto col proprio capo, tanto da affermare “mi conosce a malapena”, mentre il 20% crede nel proprio boss e gli dà piena fiducia. Il 45% afferma di lavorare sempre a stretto contatto col capo e di collaborare con lui in modo positivo. Inoltre il 73% dei dipendenti in Italia ha un buon rapporto con i propri colleghi. Di questi, il 27% considera i colleghi dei veri e propri amici, con cui condividere anche momenti al di fuori del lavoro. Il 46% ci lavora molto bene e prova affetto per loro, ma senza cercare poi un coinvolgimento anche al di fuori dell’ambito lavorativo. «I rapporti positivi tra colleghi favoriscono enormemente la produttività e il coinvolgimento dei dipendenti. Se tali rapporti sono buoni, l'effetto è clamorosamente positivo – afferma Magliulo - Al contrario, quando i rapporti tra colleghi non sono buoni, ciò ha quasi immediatamente un impatto negativo sulla produttività». 3) I MALATI IMMAGINARI “Solo” un quinto (20%) degli impiegati italiani ritiene che non sia sbagliato “darsi malato” al lavoro quando non si ha proprio la voglia di andarci, mentre un buon 65% non è d’accordo. Tra coloro che si dicono d’accordo un 20% ritiene che i giorni ideali per assentarsi come “malati immaginari” siano due, un altro 20% arriva a tre giorni, l’11% rimane fermo a un solo giorno, il 15% ritiene ci si possa spingere anche a quattro, ma addirittura il 19% crede che si possa anche fingere tra i cinque e i dieci giorni. Il dato italiano fa riflettere, soprattutto se rapportato anche al fatto che tre quarti (79%) degli impiegati ha confessato di aver provato spesso un malessere mentale al solo pensiero di andare a lavoro. La general manager di Adp commenta: «Tutti sappiamo quanto l’assenza degli impiegati costi alle aziende, per questo bisogna prevenire il fenomeno delle finte malattie. Visto che troppo spesso questa tendenza è legata all’insoddisfazione dei lavoratori, i datori di lavoro hanno un compito fondamentale nell'invertire questo atteggiamento preoccupante». 4) L’IMPORTANZA DI SEPARARE LAVORO E AFFETTI Tre quarti degli impiegati italiani preferisce separare nettamente la vita lavorativa da quella domestica (78%). Nonostante ciò, quasi la metà dei lavoratori afferma che una brutta giornata lavorativa influenza la propria vita personale (46%). Il 56% degli italiani sostiene che la propria vita privata influisce sulle prestazioni lavorative (no per il 17%). Alla domanda “cosa pensi che possa impattare positivamente sul tuo benessere mentale e psicologico in tema lavoro?” il 43% degli italiani ha risposto il lavoro flessibile, ma con attenzione ancora una volta alla separazione delle due sfere. «Con l'aumento del lavoro flessibile e l'uso diffuso delle tecnologie come supporto sul posto di lavoro, le società rischiano di incoraggiare una cultura del lavoro "sempre attivo”- dichiara Magliulo - e questo potrebbe persino avere un impatto negativo sulla produttività. Le persone che desiderano unire lavoro e vita privata devono avere la possibilità di farlo. Analogamente, tale diritto deve essere riconosciuto anche a coloro che vogliono mantenere le due sfere ben distinte». A livello europeo, lo studio ha rilevato che il 46% degli impiegati sente che il capo non comprende né loro né il loro potenziale. Il sondaggio ha inoltre mostrato che un terzo degli impiegati europei sono insoddisfatti della qualità della leadership (33%), evidenziando una significativa distanza fra datori di lavoro e lavoratori. I lavoratori francesi sono i più inclini a sentirsi incompresi (52%), seguiti a breve distanza dagli inglesi (50%), dagli italiani (48%) e dai tedeschi (46%), mentre gli olandesi danno opinioni più positive con solo un terzo di loro che si sente incompreso (35%). Questi risultati sono supportati da altri aspetti dello studio che dimostrano ciò che motiva i dipendenti, che li rende felici, impegnati nel lavoro, e che li spinge a rimanere. Ad esempio, la ricerca ha rilevato che per molti lavoratori il denaro non è la motivazione principale: il 48% afferma di andare a lavoro per motivi quali lo sviluppo personale, la soddisfazione e le relazioni sul posto di lavoro. Valutando quando la mancanza di motivazione può trasformarsi in distacco, lo studio ha rilevato anche che un quarto (28%) dei dipendenti europei vorrebbe lasciare il lavoro ogni pochi mesi, e più di uno su dieci (il 13%) considera l’ipotesi su base settimanale o più. Fonte.www.avvenire.it
Papa:preghiera
Avvenire,   09/01/2019
Papa. Francesco: la preghiera è la vittoria sulla solitudine e sulla disperazione Redazione Internet mercoledì 9 gennaio 2019 Proseguono le catechesi del Papa sul Padre nostro: «Lui è Padre, non padrone né patrigno e non dimentica i suoi figli che soffrono» "Dio risponde sempre", "nessuna preghiera resterà inascoltata perché Lui è Padre, e non dimentica i suoi figli che soffrono". Lo ha detto il Papa nell'udienza generale nella quale ha proseguito le catechesi sulla preghiera del Padre Nostro. "Certo - ha proseguito papa Francesco -, queste affermazioni ci mettono in crisi, perché tante nostre preghiere sembra che non ottengano alcun risultato. Quante volte abbiamo chiesto e non ottenuto? Ne abbiamo esperienza tutti. Quante volte abbiamo bussato e trovato una porta chiusa? Gesù ci raccomanda, in quei momenti, di insistere e di non darci per vinti. La preghiera trasforma sempre la realtà". "Se non cambiano le cose attorno a noi, almeno cambiamo noi, cambia il nostro cuore. Gesù ha promesso il dono dello Spirito Santo ad ogni uomo e a ogni donna che prega. Possiamo essere certi che Dio risponderà", "farà giustizia, ci ascolterà", ha sottolineato il Pontefice. La catechesi odierna di papa Francesco fa riferimento al Vangelo di Luca perché "è soprattutto questo Vangelo, fin dai racconti dell’infanzia, a descrivere la figura del Cristo in un’atmosfera densa di preghiera". È sempre nel Vangelo di Luca che troviamo la richiesta, espressa da uno dei discepoli, di poter essere educati da Gesù stesso alla preghiera: «Signore, insegnaci a pregare» (11,1). Da questa richiesta nasce un insegnamento abbastanza esteso, attraverso il quale Gesù spiega ai suoi con quali parole e con quali sentimenti si devono rivolgere a Dio. A proposito di “alcune istruzioni che fanno da corona al testo della preghiera” del Padre Nostro, il Papa ha citato “la parabola dell’amico importuno, che va a disturbare un’intera famiglia che dorme perché all'improvviso è arrivata una persona da un viaggio e non ha pani da offrirgli: Cosa dice Gesù? ‘Vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono'” . “Con questo vuole insegnarci a pregare, a insistere nella preghiera”, ha commentato Francesco: “E subito dopo fa l’esempio di un padre che ha un figlio affamato”. “Tutti voi, padri e nonni che siete qui, quando un figlio o un nipotino chiede qualcosa, ha fame e chiede, chiede, e poi piange e grida”, l’esempio a braccio scelto dal Papa: “Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce?”. “Con queste parole – ha spiegato il Papa – Gesù fa capire che Dio risponde sempre, che nessuna preghiera resterà inascoltata, perché Lui è Padre, e non dimentica i suoi figli che soffrono”. "CHIEDERE LA DATA DEL PROPRIO BATTESIMO E FISSARLA SEMPRE NEL CUORE" "Riscoprire la grazia del sacramento del nostro battesimo". È l’invito rivolto dal Papa al termine dell’udienza, durante i saluti ai pellegrini di lingua italiana. "Domenica prossima – le parole di Francesco – celebreremo la Festa del Battesimo del Signore. Questa celebrazione, che chiude il tempo liturgico del Natale, ci invita a riscoprire la grazia del sacramento del nostro battesimo. Il battesimo ci ha resi cristiani, incorporandoci a Cristo e alla sua Chiesa". "Tutti noi sappiamo la data della nostra nascita – ha proseguito il Papa a braccio – ma non tutti sanno la data del battesimo, che è la nascita alla vita della Chiesa, quando lo Spirito Santo viene nel cuore". "Per questo io vi chiedo oggi, per prepararvi alla festa di domenica prossima", l’invito di Francesco: "Quelli che lo sanno ricordarlo, e quelli che non sanno chiedere ai familiari, ai padrini, ai genitori, nonni, quando sono nato alla vita della fede, cioè quando sono stato battezzato, e fissare sempre nel cuore la data del battesimo. È molto importante". "Ringraziamo il Signore per il dono della fede e chiediamo allo Spirito Santo la forza di essere coraggiosi testimoni di Gesù”, ha concluso Francesco, che – tra gli altri fedeli – ha salutato i sacerdoti della diocesi di Trapani, accompagnati dal vescovo, mons. Pietro Maria Fragnelli, e i seminaristi dell’Ordinariato militare per l’Italia, con l’arcivescovo mons. Santo Marcianò. Non è mancato il tradizionale saluto agli sposi novelli: "Sono tanti, oggi!", ha esclamato ancora a braccio il Papa. Fonte.www.avvenire
Papa:preghiera
L'Osservatore Romano,   09/01/2019
Nessuna preghiera resta inascoltata · L’udienza generale sul Padre Nostro · 09 gennaio 2019 Dal Papa l’invito a vivere la Gmg di Panamá in compagnia di Maria Nessuna preghiera resta inascoltata: lo ha assicurato Papa Francesco all’udienza generale di mercoledì mattina, 9 gennaio, proseguendo nell’aula Paolo VI le catechesi dedicate al Padre nostro. In questa quarta riflessione — ha esordito il Pontefice soffermandosi sul brano del Vangelo di Luca (11, 9-13) contenente la nota esortazione «Bussate e vi sarà aperto» — «vediamo Gesù come orante». Ed è consolante, ha sottolineato Francesco, «sapere che Gesù prega per ognuno di noi». Al punto che, «ognuno di noi può» dirgli: «continua a pregare che ne ho bisogno». Da questa considerazione preliminare ne scaturiscono altre indicate dal Pontefice ai fedeli. La prima è che «perfino la morte del Messia è immersa in un clima di preghiera». E perciò la preghiera di Gesù riesce a riconciliare «l’uomo con la sua nemica acerrima», cioè la morte. In secondo luogo, poiché nel passo evangelico si trova anche la richiesta di «uno dei discepoli, di poter essere educati da Gesù alla preghiera», di conseguenza pure «noi possiamo dire al Signore: insegna a me a pregare». Inoltre, ha proseguito il Papa, «da questa richiesta nasce un insegnamento, attraverso il quale Gesù spiega con quali parole e con quali sentimenti» ci si deve rivolgere a Dio. E «la prima parte di questo insegnamento è proprio il Padre Nostro». L’orazione deve quindi ispirarsi a un atteggiamento di figliolanza — perché «abbiamo un padre: non un padrone né un patrigno» — e di fiducia, che può sconfinare persino nell’insistenza. «Quante volte — ha osservato il Pontefice — abbiamo bussato e trovato una porta chiusa?». Ebbene «Gesù ci raccomanda, in quei momenti, di insistere e di non darci per vinti», perché «la preghiera trasforma sempre la realtà». L’importanza della preghiera viene richiamata anche dal videomessaggio con l’intenzione per il mese di gennaio, in cui Francesco chiede ai giovani in partenza per la Gmg di Panamá — in programma dal 22 al 27 gennaio prossimi — di guardare a Maria come fonte di speranza e di gioia interiore. Fonte.www.l'osservatoreromano.it