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Il liberismo
L'Osservatore Romano,   09/04/2020
Il mondo che verrà secondo l’economista Stefano Zamagni 09 aprile 2020 Nel “nuovo mondo” del dopovirus il nemico numero uno sarà il liberismo. E insieme ad esso, almeno in Italia, la burocrazia, l’ostinazione nel rifiutare il principio di sussidiarietà, la resistenza alle opportunità che la tecnologia ha dimostrato di poter fornire. Nonostante questo compito impegnativo all’orizzonte, secondo Stefano Zamagni, economista, presidente della Pontificia accademia delle Scienze sociali, il futuro comunque sarà migliore del passato. L’Europa, per esempio, sarà più forte e i sovranismi, nell’immediato, saranno costretti ad arretrare. Perché tutto questo accada, però, occorrono iniziative tempestive, coraggiose e lungimiranti. In Italia, per esempio, servirebbe un think tank, un gruppo di esperti politicamente indipendenti e desiderosi di dare una mano al loro paese, in grado di elaborare nel termine di poche settimane un vasto progetto con cui ripartire, quando si avvierà finalmente la famosa “fase 2”. Professor Zamagni, prima di tutto mi permetta una domanda ineludibile: lei è favorevole alla riapertura in Italia, in tempi brevi, delle attività produttive, anche correndo qualche rischio, o preferisce attendere il via libera degli scienziati? Il punto è delicato e richiede una risposta articolata. Circola uno studio recente realizzato da un team di esperti dell’Università di Alicante, istituzione piuttosto attendibile, secondo il quale in Italia e in Spagna il 24 aprile sarà la data di un deciso cambio di rotta, in positivo, dell’epidemia. Se questo è vero ha un senso riaprire. Altri studi però mostrano scenari diversi. Ci sono pareri discordanti anche a livello scientifico: questo va detto. I police makers, i governanti, sono costretti a basarsi su questi dati, che non sono concordi. Purtroppo, negli anni passati, quando era possibile farlo, gli istituti scientifici non sono stati messi nella condizione di effettuare studi che adesso sarebbero preziosi. Bisogna dire con chiarezza, però, che non si muore solo di virus: se entro due mesi la situazione non si risolvesse, si potrebbe cominciare a morire anche per denutrizione, per cattiva alimentazione, per insufficiente assistenza sanitaria. I modi per riaprire gradualmente ci sono. Occorre iniziare con le attività che producono valore aggiunto: le partite di calcio, tanto per intendersi, non sono fra queste. Fino ad ora, durante questa crisi, abbiamo solo redistribuito valore, senza produrlo. È chiaro che così non possiamo reggere. E qui devo dire che le autorità italiane non hanno mostrato di voler valorizzare i tanti organismi del cosiddetto “terzo settore” che potrebbero fare un mondo di bene. Ho sottoscritto, assieme ad altri, un appello per avviare il servizio civile universale. Ci sono 80.000 giovani che in base agli ultimi bandi sono pronti a lavorare gratuitamente per un anno. Lo stesso vale per molte fondazioni sanitarie. Sarebbe un vero e proprio esercito pronto a scendere in campo. Parliamo di circa 360 mila organizzazioni. Il problema è che ci sono alcuni settori che sono contrari al principio di sussidiarietà. C’è troppo dogmatismo e poca cultura. Prendiamo il tema della fragilità e della vulnerabilità, di cui si parla molto in questi giorni. Sfugge una distinzione fra queste due categorie. Noi in questi giorni siamo intervenuti a favore dei più fragili, di chi si trova in condizione di bisogno. Ed era giusto farlo. Ma la vulnerabilità è la condizione di chi, con una percentuale di probabilità superiore al 50 per cento, entro un determinato lasso di tempo potrebbe trovarsi fra quelli che oggi vengono definiti fragili. In questi giorni abbiamo sentito molti pareri, anche diversi, in merito agli effetti che il lockdown avrà sull’economia italiana e su quella mondiale. Si può dire ormai, almeno a grandi linee, quali saranno le principali emergenze che si dovranno affrontare nell’immediato? In primo luogo bisogna passare dal Welfare State alla Welfare Society: ammettere anzitutto che la salute non è un bene privato ma pubblico. Questo virus ce lo sta dimostrando chiaramente: se io mi ammalo finisco con il fare ammalare anche gli altri. Diventa un problema comune. Poi occorre passare dal modello della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” alla “convergenza scuola-lavoro”, perché i due mondi non sono alternativi. Nei progetti educativi bisogna introdurre il termine “conazione” (conoscenza e azione). Il sapere va usato in senso trasformativo. Oggi le imprese hanno fame di conoscenza eppure non riescono a impiegare chi la possiede. Naturalmente ciò comporta riscrivere l’architettura filosofica che è alla base della scuola. È lo stesso concetto attorno al quale ruota il progetto educativo che il Papa ha inteso promuovere e che verrà rilanciato nei prossimi mesi. Un altro punto fondamentale è quello della deburocratizzazione. Nessuno ha l’onestà di dire che la burocrazia c’è per colpa di tutti i partiti politici, e sottolineo tutti, che l’hanno creata a colpi di leggi a partire dagli anni ‘80 del secolo scorso in poi (il miracolo economico precedente si è potuto verificare proprio in assenza di questo genere di ostacoli). La burocrazia la si tiene in vita in virtù di quella che viene definita la rentseeking: non è altro che uno strumento per mantenere o estrarre rendita. Ecco, bisogna far partire una lotta senza quartiere contro le posizioni di rendita che si annidano nella burocrazia. Anche perché per mantenere il burocrate, per giustificare il suo stipendio, l’unico modo è fargli produrre carte su carte, in un processo autorigenerativo. Altro punto fondamentale è quello del tasso di imprenditorialità, che in Italia è calato molto: muoiono molte più imprese di quante ne nascano, e quando dicono “muoiono” mi riferisco anche a quelle che passano di mano ad aziende francesi o tedesche pur mantenendo il marchio formalmente invariato. C’è differenza fra imprenditorialità e managerialità. In Italia ci sono tanti bravissimi manager, abbiamo ottime e numerose business school. Il problema è che mentre il manager ha bisogno di tecnica, l’imprenditore ha bisogno di cultura, di alta cultura. E qui le nostre università hanno delle colpe, sfido chiunque a dimostrare il contrario. Infine c’è la questione della “tassazione promozionale”, quella che gli inglesi definiscono Optimal taxation theory: le tasse le deve pagare soprattutto chi ha rendita, non chi produce valore. Se questo facesse parte di un programma elettorale scommetto che la gente lo voterebbe in massa. Mi piacerebbe sapere cosa hanno da dire su questo punto i grandi fautori della meritocrazia... Se si fosse realmente meritocratici si dovrebbe essere d’accordo. Ma bisogna intervenire subito. Serve un think tank composto da esperti indipendenti, liberi da vincoli partitici, che abbiano a cuore le sorti del paese e che nel termine di tre mesi siano in grado di elaborare un progetto. Cosa ci ha insegnato, ci sta insegnando, questa pandemia, sotto il profilo dei rapporti economici e sociali? La lezione principale è che il modello liberista è il nemico numero uno. Fino a qualche tempo fa c’era chi ancora inneggiava al neoliberismo. O chi confondeva il globalismo con la globalizzazione, quando naturalmente si tratta di cose molte diverse. È sempre il vecchio concetto caro ad Adam Smith, secondo cui la marea quando si alza solleva tanto le imbarcazioni grandi quanto quelle piccole, la teoria secondo la quale in economia c’è sempre una mano invisibile che aggiusta tutte le cose. C’è voluto il Papa con la Evangelii gaudium a fare presente che non è così. Oggi chi ancora sostiene le posizioni neoliberiste o è un incompetente o lo fa in cattiva fede. La pandemia di questi giorni somiglia tanto alla “distruzione creatrice” di cui parlava Joseph Schumpeter nel 1912, quella che viene considerata la componente fisiologica del capitalismo, la cui ontologia ruota attorno appunto al principio darwiniano del far morire per ricreare. Secondo l’economista austriaco, non c’è niente che si può fare per evitarlo. Il problema è che dalla dimensione economica questo principio si è spostato a livello sociale. E i più poveri, i più fragili, sono quelli che pagano. Lo vediamo in questi giorni, anche a livello sanitario, con la drammatica scelta di chi curare. Questo meccanismo va domato: la dimensione del creare deve prevalere su quella distruttiva, in modo che la prima possa compensare gli effetti della seconda. Ma sono certo che questo accadrà, perché la gente sta aprendo gli occhi. Vede, bisogna distinguere sempre fra capitalismo ed economia di mercato. Dire che bisogna accettare il primo per salvare il secondo è una grande falsità. Dovremmo cambiare anche i libri di economia in uso all’università, che finora hanno insegnato questo. Poi naturalmente occorre continuare a lavorare anche sull’eccessiva finanziarizzazione dell’economia, che del resto è già entrata in crisi da tempo... Didattica a distanza, smart working, telelavoro, ecommerce: meno tempo sprecato, meno inquinamento, maggiore efficienza. Sarà davvero questa l’eredità positiva che il virus lascerà al mondo o fatalmente si tornerà indietro? Se non fosse accaduto quello che è accaduto ci sarebbero voluti anni per convincerci ad andare in questa direzione. Ora, se non altro, possiamo dire che se dopo l’emergenza un’azienda non si adatta allo smartworking o al telelavoro la colpa è solo sua: la tecnologia, come si è visto, c’è e funziona senza particolari problemi. Purtroppo anche qui è ben presente la mentalità di cui si parlava prima, quella della rendita di posizione, del timore di usare criteri di valutazione diversi. Una trasformazione del genere farà cambiare anche i meccanismi di contrattazione collettiva e le relazioni industriali. Anche il mondo sindacale potrebbe venirne rinvigorito, a patto che i suoi esponenti ne siano all’altezza. Si dovrà essere pagati non in base al tempo di lavoro, ma in base ai progetti, imparare a valutare l’outcome, non l'’output, il risultato finale, non il mero prodotto quotidiano. Al momento comunque rimangono alcune note dolenti. O quanto meno alcune criticità. A suo parere come si sta comportando l’Europa? È davvero a un bivio, come osservano in molti? Come ne uscirà? Ne uscirà rafforzata. Anche i paesi più ricchi della comunità si renderanno conto che occorre riscrivere i trattati, da quello di Maastricht a quello di Dublino. Di fronte a situazioni come quelle che stiamo vivendo, occorre prendere coscienza che non ci si può fermare all’unione monetaria ma occorre andare avanti. Torna anche qui il concetto di vulnerabilità: a un certo punto l’Europa si è sentita forte, meno fragile. Ma rimane al momento estremamente vulnerabile. Credo però, come già sta accadendo in questi giorni, che gli antieuropeisti e i sovranisti, inevitabilmente, verranno messi a tacere. Almeno per qualche tempo. I nazionalisti pretendono di essere interpreti del bene della nazione e degli interessi del popolo. La realtà ci dice invece che la salvezza è nella cooperazione. Questo a livello europeo. In scala mondiale alcuni dei paesi più influenti o emergenti sono guidati però da leader che nel passato si sono dimostrati un po’ refrattari all’idea della cooperazione. In effetti, a livello mondiale sono un po’ meno ottimista. La colpa anche qui è tutta occidentale. Siamo noi che abbiamo permesso che certi stati diventassero dei giganti economici, potenti ma fondati su linee di sviluppo così lontane da quelle proprie delle nostre democrazie e soprattutto così noncuranti dei diritti umani... Bisogna cambiare registro. E per questo occorre un’Europa forte. Le potenzialità per primeggiare ci sono, ci sarebbero tutte. Eppure continuiamo ad azzannarci fra noi, a insistere su politiche di austerità che tra l’altro non hanno alcun vantaggio scientificamente fondato. Quanto l’economia civile, l’economia verde, la microeconomia possono realmente costituire un’occasione concreta di sviluppo? L’economia civile è un paradigma teorico che viene rifiutato forse anche perché nasce in ambienti cattolici. Le sue caratteristiche sono semplici: non esclude nessuno dal mercato; afferma che il fine dell’agire economico è il bene comune, non il bene totale; afferma che l’ordine sociale è il frutto dell’interazione fra stato, mercato e società civile; non accetta il principio del “Noma”, dei Non-overlapping magisteria (la teoria secondo cui scienza e religione avrebbero aree di indagine diverse e non sovrapponibili, ndr). Quest’ultima è una teoria antica. Se ne può trovare origine sin dal 1829, quando Richard Whatley, arcivescovo anglicano e professore di economia a Oxford, affermava che l’economia è una scienza neutrale che deve essere separata dall’etica e dalla politica. Un concetto antico ma assolutamente inaccettabile. Chi a suo parere può assumere la leadership nel guidare questi processi innovativi? Questo è un falso problema. È l’uso che dà il metodo, secondo l’epistemologia: è una delle poche affermazioni di Kant sulle quali sono d’accordo. Prima di cercare il leader devi creare le coscienze. A quel punto il leader verrà fuori. Bisogna che la gente cambi, come dire, il mindset. Fece lo stesso anche Gesù, in fondo, affidandosi agli analfabeti, Pietro per primo, ed esortandoli ad andare in giro a convincere gli altri. Quando nelle persone inietti il desiderio del cambiamento, si è già a buon punto. di Marco Bellizi
La società del virus
Avvenire,   08/04/2020
Scenari. La società del virus tra Stato di polizia e isteria della sopravvivenza Byung-Chul Han martedì 7 aprile 2020 In Asia e soprattutto in Cina la lotta al Covid-19 passa per il controllo totale dei singoli attraverso il digitale. Una biopolitica digitale che va di pari passo con una psicopolitica digitale Nato a Seul e docente di Filosofia e Studi Culturali alla Universität der Künste di Berlino, Byung–Chul Han è considerato uno dei più importanti filosofi contemporanei. Di recente Nottetempo ha pubblicato la nuova edizione di uno dei suioi saggi più noti, Eros in agonia (pagine 96, euro 13,00). Covid–19 è un test di sistema. Pare che l’Asia stia gestendo l’epidemia molto meglio dell’Europa. A Hong Kong, Taiwan e Singapore ci sono pochissimi contagiati. Taiwan ne dichiara 215, Hong Kong 386, il Giappone 1.193. In Italia invece si sono già infettate oltre centomila persone in un arco di tempo molto inferiore. Anche la Corea del Sud si è lasciata il peggio alle spalle. Idem per il Giappone. Persino il paese da cui si è originata l’epidemia, la Cina, sta tenendo la situazione sotto controllo. Né Taiwan né la Corea hanno vietato di uscire di casa o chiuso negozi e ristoranti. Nel frattempo è iniziato l’esodo degli asiatici dall’Europa e dagli Stati Uniti. I cinesi e i coreani vogliono tornare in patria perché là si sentono più sicuri. I prezzi dei voli sono schizzati alle stelle. È ormai impossibile trovare un biglietto aereo per la Cina o la Corea del Sud. L’Europa incespica. I numeri dell’infezione aumentano esponenzialmente. Sembra che l’Europa non riesca a controllare l’epidemia. In Italia muoiono ogni giorno centinaia di persone. I pazienti più anziani vengono staccati dai respiratori per aiutare i più giovani. Si osserva inoltre un vuoto azionismo. La chiusura delle frontiere è ormai un’espressione disperata di sovranità. È come essere tornati all’epoca della sovranità. Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione. Sovrano è chi chiude le frontiere. Si tratta tuttavia di un vacuo spettacolo di sovranità che non risolve nulla. Un’intensa collaborazione all’interno della Ue sarebbe molto più utile della cieca chiusura dei confini. La Ue intanto ha proclamato un divieto d’ingresso per gli stranieri, gesto completamente insensato visto che nessuno, al momento, vuole venire in Europa. Sarebbe più logico, semmai, un divieto di espatrio degli europei per proteggere il mondo dall’Europa, che in questo preciso momento è il fulcro dell’epidemia. L’Asia sotto stretta sorveglianza Di quali vantaggi sistemici dispone l’Asia rispetto all’Europa, tali da fare la differenza nella lotta all’epidemia? Contro il virus, i paesi asiatici fanno massiccio ricorso alla sorveglianza digitale. Credono cioè di trovare nei Big Data un enorme potenziale contro l’epidemia. Si potrebbe dire che in Asia le epidemie non vengono combattute solo da virologi o epidemiologi, ma anche e soprattutto da informatici e specialisti di Big Data. Un cambio di paradigma che l’Europa non ha ancora preso in considerazione. I Big Data salvano vite umane, direbbero a gran voce gli apologeti della sorveglianza digitale. In Asia la coscienza critica nei confronti della sorveglianza digitale è pressoché inesistente. Della protezione dei dati non si parla quasi più, persino in paesi liberali come il Giappone o la Corea del Sud. Nessuno si oppone alla furiosa raccolta dati da parte delle autorità. La Cina nel frattempo ha introdotto un sistema di punteggio sociale impensabile per l’europeo medio, che consente una valutazione a tutto tondo dei cittadini. Ciascun individuo deve essere coerentemente valutato in base al proprio comportamento sociale. In Cina, nessun momento della quotidianità passa inosservato. Si controlla ogni clic, ogni acquisto, ogni contatto, ogni attività sui social. Chi passa col rosso, chi frequenta persone critiche nei confronti del regime o posta commenti critici sui social perde punti. E allora la vita può diventare davvero dura. Chi invece compra cibi sani via internet o legge giornali vicini al partito conquista punti. Chi dispone di un congruo punteggio ottiene un visto di viaggio o mutui a condizioni vantaggiose. Chi invece precipita sotto un certo livello rischia di perdere il lavoro. In Cina questa sorveglianza sociale è resa possibile da un incessante scambio di dati tra i provider internet e di servizi mobili e le autorità. In pratica non vi è alcuna protezione dei dati personali. Il concetto di privacy non rientra nel vocabolario dei cinesi. In Cina ci sono duecento milioni di videocamere di sorveglianza, a volte dotate di efficientissimi dispositivi di riconoscimento facciale che captano persino i nei. Impossibile sfuggirvi. Queste videocamere animate dall’intelligenza artificiale sono in grado di osservare e valutare ciascun cittadino nei luoghi pubblici, nei negozi, per le strade, nelle stazioni e negli aeroporti. L’intera infrastruttura della sorveglianza digitale si sta ora rivelando molto efficace nell’arginare l’epidemia. Chi arriva alla stazione ferroviaria di Pechino viene automaticamente ripreso da una videocamera che misura la temperatura corporea. E in caso di valori allarmanti vengono informati via cellulare tutti coloro che hanno condiviso il vagone con quella persona. Del resto il sistema sa benissimo chi ha viaggiato insieme a chi. Sui social si parla addirittura di droni impiegati a fini di sorveglianza della quarantena. Chi esce di nascosto viene intimato da un drone volante di tornare in casa. E magari il robot stampa anche una multa che svolazza sulla testa del malcapitato, chissà. Una situazione distopica per gli europei, che tuttavia in Cina non incontra alcuna resistenza. Non solo in Cina ma anche in altri stati asiatici come la Corea del Sud, Hong Kong, Singapore, Taiwan e il Giappone non vi è alcuna coscienza critica nei confronti della sorveglianza digitale o dei Big Data. La digitalizzazione è una sorta di ebbrezza collettiva. C’è anche un motivo culturale. In Asia domina il collettivismo. Manca uno spiccato individualismo. E l’individualismo si differenzia dall’egoismo, che ovviamente abbonda anche in Asia. I Big Data sono in tutta evidenza più efficaci nella lotta al virus rispetto alla chiusura delle frontiere, ma in Europa, per via della protezione dei dati personali, un’analoga lotta al virus non è praticabile. I provider cinesi di servizi internet e mobili condividono i dati sensibili dei clienti con le autorità sanitarie e di pubblica sicurezza. Lo stato sa quindi dove mi trovo, chi incontro, cosa faccio e dove mi dirigo. In futuro anche la temperatura corporea, il peso, i valori glicemici ecc. saranno probabilmente controllati dallo stato. Una biopolitica digitale che va di pari passo con una psicopolitica digitale, influenzando emozioni e pensieri. A Wuhan sono state formate migliaia di squadre di investigazione digitale che si mettono alla ricerca di potenziali contagiati solo sulla base di dati tecnologici. Solo grazie ai Big Data scoprono chi sono i potenziali infetti, chi continuare a osservare e chi va messo in quarantena. Anche in termini epidemiologici, il futuro è nelle mani della digitalizzazione. Forse dovremmo persino ridefinire la sovranità alla luce dell’epidemia. Sovrano è chi dispone dei dati. L’Europa fa ancora affidamento su vecchi modelli di sovranità quando dichiara lo stato di emergenza o chiude le frontiere. Non solo in Cina, ma anche in altri stati asiatici vi è un impiego massiccio della sorveglianza digitale per arginare l’epidemia. In Taiwan o in Corea del Sud lo stato invia in contemporanea a tutti i cittadini un sms per rintracciare contatti o informare circa i luoghi e gli edifici frequentati da persone infette. Taiwan ha tempestivamente incrociato dati di diversa natura per rintracciare i contagiati sulla base degli spostamenti. In Corea, chi si avvicina a un edificio in cui si è trattenuta una persona contagiata riceve un avvertimento tramite una “corona app” che registra tutti i luoghi visitati dagli infetti. Si fa poco caso alla protezione dei dati o alla privacy. In Corea del Sud le videocamere di sorveglianza sono installate in ogni edificio, a ogni piano, in ciascun ufficio o negozio. È praticamente impossibile muoversi in pubblico senza essere captati da una videocamera. Questo, insieme ai dati del telefonino, consente la ricostruzione integrale degli spostamenti di una persona contagiata. Dettagli che sono anche resi pubblici – con buona pace delle relazioni clandestine. La risurrezione del nemico Il panico nei confronti dell’epidemia di Covid–19 è smisurato. Nemmeno la spagnola, dalla letalità molto superiore, ebbe conseguenze così devastanti sull’economia. Qual è il motivo? Come mai il mondo reagisce così a un virus? Tutti parlano di guerra, di un nemico invisibile da sconfiggere. Abbiamo forse a che fare col RITORNO DEL NEMICO? L’influenza spagnola scoppiò durante la Prima guerra mondiale. A suo tempo erano tutti circondati da nemici. Nessuno avrebbe paragonato l’epidemia a una guerra o a un nemico. Ma oggi viviamo in una società molto diversa. Abbiamo vissuto a lungo senza un nemico. La Guerra Fredda è finita da un pezzo. Anche il terrorismo islamico è grossomodo scomparso all’orizzonte. Esattamente dieci anni fa, col saggio La società della stanchezza, ho sostenuto questa tesi: viviamo in un’epoca in cui non vale più il paradigma immunologico che scaturisce dalla negatività del nemico. La società organizzata in chiave immunologica è contraddistinta, come ai tempi della Guerra Fredda, da confini e steccati che impediscono però la circolazione accelerata delle merci e del capitale. La globalizzazione abbatte tutte queste soglie immunologiche allo scopo di spianare la strada al capitale. Anche la promiscuità, la permissività generalizzata che oggi investe tutti gli ambiti della vita contribuisce ad abbattere la negatività dell’estraneo o del nemico. Oggigiorno i pericoli non emanano dalla negatività del nemico, bensì dall’eccesso di positività che si esprime in forma di sovrapprestazione, sovrapproduzione e sovracomunicazione. La negatività del nemico non appartiene alla nostra società sconfinatamente permissiva. La repressione perpetrata dagli altri cede il passo alla depressione, lo sfruttamento esterno all’autosfruttamento volontario e all’auto–ottimizzazione. Nella società della prestazione la guerra la si fa prima di tutto a se stessi. Ora, d’improvviso, il virus irrompe in una società assai indebolita dal capitalismo globale. In reazione allo spavento, ecco che le soglie immunologiche vengono di nuovo alzate e si chiudono le frontiere. Il nemico è di nuovo tra noi. La guerra non la facciamo più con noi stessi, bensì contro un nemico invisibile che viene da fuori. Il panico sconfinato dinanzi al virus è una reazione immunitaria sociale, globale a un nuovo nemico. Una reazione immunitaria di rara intensità poiché abbiamo vissuto molto a lungo in una società senza nemici, in una società della positività. Ora il virus viene percepito come terrore permanente. Vi è anche un ulteriore motivo per questo panico smodato. E ha di nuovo a che vedere con la digitalizzazione. La digitalizzazione smonta la realtà. La realtà la si esperisce tramite la resistenza, che può anche far male. La digitalizzazione, tutta la cultura del mi piace elimina la negatività della resistenza. E nell’epoca post-fattuale delle fake news o dei deep fake nasce un’apatia nei confronti della realtà. Ora il virus reale, quindi non informatico, scatena uno shock. La realtà, la resistenza, torna a farsi sentire nella forma di un virus ostile. La reazione di panico violenta ed esagerata va ricondotta a questo shock di realtà. La società della sopravvivenza Il timor panico dinanzi al virus rispecchia soprattutto la nostra società della sopravvivenza in cui tutte le energie vengono impiegate per allungare la vita. La preoccupazione per il viver bene cede il passo all’isteria della sopravvivenza. La società della sopravvivenza è peraltro avversa al piacere. La salute rappresenta il valore più alto. L’isteria del divieto di fumare è in fin dei conti isteria della sopravvivenza. La reazione di panico di fronte al virus svela questo fondamento esistenziale della nostra società. Se la sopravvivenza è minacciata, ecco che sacrifichiamo volontariamente tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta. La strenua lotta per la sopravvivenza subisce ora un inasprimento virale. Ci pieghiamo allo stato di eccezione senza opporre resistenza. La limitazione dei diritti fondamentali viene accettata senza colpo ferire. L’intera società si trasforma in una quarantena, variante liberale del lager in cui imperversa la nuda vita. Oggi il campo di lavoro si chiama home office. È solo l’ideologia della salute e della sopravvivenza a distinguerlo dai campi di lavoro del passato. Nel corso dell’epidemia virale, la società della sopravvivenza mostra un volto inumano. L’Altro è prima di tutto un potenziale portatore di virus da cui bisogna prendere le distanze. Vicinanza e contatto significano contagio. Il virus aggrava la solitudine e la depressione. I coreani chiamano “corona blue” la depressione provocata dall’attuale società della quarantena. Alla lotta per la sopravvivenza va invece contrapposta la preoccupazione per il viver bene. Altrimenti la vita dopo l’epidemia sarà ancora più orientata alla sopravvivenza. E allora finiremo per essere come il virus, questo non morto che si limita a moltiplicarsi, a sopravvivere senza vivere. La reazione di panico dei mercati finanziari all’epidemia è inoltre espressione di un terrore che cova già dentro di loro. Gli estremi fenomeni di rigetto tipici dell’economia globale la rendono molto vulnerabile. Malgrado il costante aumento degli indici borsistici negli ultimi anni, la rischiosa politica monetaria delle banche ha prodotto una forma di panico represso che attende uno sfogo. Il virus è forse solo la goccia che fa traboccare il vaso. Il panico dei mercati finanziari mette in rilievo, più che la paura del virus, la paura di se stessi. Il crash avrebbe potuto verificarsi anche senza virus. Forse il virus è solo l’avvisaglia di un crash ancora più grande. Ci sarà una rivoluzione virale? Žižek sostiene che il virus stia assestando un colpo mortale al capitalismo, ed evoca un oscuro comunismo. Crede persino che il virus condurrà alla caduta del regime cinese. Žižek si sbaglia. Tutto questo non accadrà. Ora la Cina venderà anche il proprio stato di polizia digitale come modello di successo nella lotta all’epidemia. La Cina dimostrerà con rinnovato orgoglio la superiorità del proprio sistema. Dopo l’epidemia, il capitalismo proseguirà con foga ancora maggiore. E i turisti continueranno a calpestare a morte il pianeta. Il virus non rallenta il capitalismo, lo trattiene soltanto. Ci troviamo in uno stato di sospensione nervosa. Il virus non può sostituire la ragione. Inoltre, è possibile che in occidente finiremo per beccarci anche lo stato di polizia digitale su modello cinese. Come ha sostenuto Naomi Klein, lo shock è un momento propizio per il consolidamento di un nuovo sistema di potere. Dall’installazione del neoliberismo sono spesso scaturite crisi che hanno prodotto degli shock. S’è visto in Corea del Sud e in Grecia. Dopo questo shock virale è auspicabile che l’Europa non metta in piedi un regime di sorveglianza digitale alla cinese. In quel caso lo stato di eccezione, come teme Giorgio Agamben, diventerebbe la norma. Il virus riuscirebbe nella missione che il terrorismo islamico non è riuscito a portare a termine. Il virus non sconfiggerà il capitalismo. La rivoluzione virale non avrà luogo. Nessun virus può fare una rivoluzione. Il virus ci isola. Non produce nemmeno un forte senso di comunità. Ora ognuno è preoccupato per la propria sopravvivenza. La solidarietà di prendere le distanze gli uni dagli altri non è solidarietà. Non possiamo lasciare la rivoluzione al virus. Speriamo invece che dopo il virus arrivi una rivoluzione umana. Tocca a NOI ESSERI UMANI dotati di BUONSENSO ripensare e limitare drasticamente il capitalismo distruttivo e anche la nostra devastante mobilità senza confini – per salvare noi stessi, il clima e il nostro bellissimo pianeta. (© Byung–Chul Han - Traduzione di Simone Buttazzi) Fonte.www.avvenire.it
Papa:perseverare nel servizio alla Chiesa
L'Osservatore Romano,   07/04/2020
Nella messa a Santa Marta il Papa chiede di perseverare nel servizio alla Chiesa nonostante le cadute 07 aprile 2020 «Io vorrei pregare oggi per tutte le persone che soffrono una sentenza ingiusta per l’accanimento». Con queste parole Papa Francesco ha iniziato, martedì mattina, 7 aprile, la celebrazione della messa — trasmessa in diretta streaming — nella cappella di Casa Santa Marta. «In questi giorni di Quaresima abbiamo visto la persecuzione che ha subito Gesù e come i dottori della Legge si sono accaniti contro di lui: è stato giudicato sotto accanimento, con accanimento, essendo innocente» ha detto, a braccio, il Pontefice. Rafforzando subito la sua preghiera con il versetto 12 del salmo 27 — «Non consegnarmi in potere dei miei nemici; contro di me sono insorti falsi testimoni, gente che spira violenza» — letto come antifona d’ingresso. Per la meditazione nell’omelia, il Papa ha preso spunto dalle letture proposte dalla liturgia del giorno, tratte dal libro del profeta Isaia (49, 1-6) e dal Vangelo di Giovanni (13, 21-33. 36-38), chiedendo la grazia di perseverare nel servizio, nonostante le cadute. «La profezia di Isaia che abbiamo ascoltato — ha spiegato — è una profezia sul Messia, sul Redentore, ma anche una profezia sul popolo di Israele, sul popolo di Dio: possiamo dire che può essere una profezia su ognuno di noi». Perché, «in sostanza, la profezia sottolinea che il Signore ha eletto il suo servo dal seno materno: per due volte lo dice. Dall’inizio il suo servo è stato eletto, dalla nascita o prima della nascita» (cfr. Isaia 49, 1). E se, ha detto il Papa, «il popolo di Dio è stato eletto prima della nascita», lo stesso vale anche per «ognuno di noi. Nessuno di noi è caduto nel mondo per casualità, per caso. Ognuno ha un destino, ha un destino libero, il destino dell’elezione di Dio». Dunque, ha insistito Francesco, «io nasco con il destino di essere figlio di Dio, di essere servo di Dio, con il compito di servire, di costruire, di edificare. E questo, dal seno materno». «Il Servo di Yahvé, Gesù, servì fino alla morte: sembrava una sconfitta, ma era il modo di servire» ha affermato il Pontefice. Proprio «questo sottolinea il modo di servire che noi dobbiamo prendere nella nostra vita: servire è darsi, darsi agli altri; servire è non pretendere per ognuno di noi qualche beneficio che non sia il servire». «È la gloria, servire» ha rilanciato il Papa. E «la gloria di Cristo è servire fino ad annientare sé stesso, fino alla morte, morte di Croce» (cfr. Lettera a Filemone 2, 8). Gesù «è il servo di Israele. Il popolo di Dio è servo, e quando il popolo di Dio si allontana da questo atteggiamento di servire, è un popolo apostata: si allontana dalla vocazione che Dio gli ha dato». Così, allo stesso modo, «quando ognuno di noi si allontana da questa vocazione di servire, si allontana dall’amore di Dio ed edifica la sua vita su altri amori, tante volte idolatrici». «Il Signore ci ha eletti dal seno materno» ha proseguito Francesco, spiegando: «Ci sono, nella vita, cadute: ognuno di noi è peccatore e può cadere ed è caduto». In realtà «soltanto la Madonna e Gesù» non sono caduti, ma «tutti gli altri siamo caduti, siamo peccatori». «Ma quello che importa — ha spiegato il Pontefice facendo riferimento al brano del Vangelo di Giovanni — è l’atteggiamento davanti al Dio che mi ha eletto, che mi ha unto come servo». Deve essere sempre «l’atteggiamento di un peccatore che è capace di chiedere perdono, come Pietro, che giura che “no, io mai ti rinnegherò, Signore, mai, mai, mai!”: poi, quando canta il gallo, piange. Si pente» (cfr. Matteo 26, 75). E «questa è la strada del servo: quando scivola, quando cade, chiedere perdono». «Invece — ha messo in guardia il Papa — quando il servo non è capace di capire che è caduto, quando la passione lo prende in tal modo che lo porta all’idolatria, apre il cuore a satana, entra nella notte: è quello che è accaduto a Giuda» (cfr. Matteo 27, 3-10). Concludendo la meditazione, Francesco ha invitato a pensare «oggi a Gesù, il servo, fedele nel servizio. La sua vocazione è servire, fino alla morte e morte di Croce» (cfr. Lettera a Filemone 2, 5-11). E, ha esortato, «pensiamo a ognuno di noi, parte del popolo di Dio: siamo servi, la nostra vocazione è per servire, non per approfittare del nostro posto nella Chiesa. Servire. Sempre in servizio». Per questo, ha insistito, «chiediamo la grazia di perseverare nel servizio: a volte con scivolate, cadute, ma» con «la grazia almeno di piangere come ha pianto Pietro». Successivamente, con la preghiera del cardinale Merry del Val, Papa Francesco ha invitato «le persone che non si comunicano» a fare la comunione spirituale. E ha concluso la celebrazione con l’adorazione e la benedizione eucaristica. Per poi affidare alla Madre di Dio — accompagnato dal canto dell’antifona Ave Regina Caelorum — la sua preghiera, sostando davanti all’immagine mariana della cappella di Santa Marta. Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:Cristo ci dà la forza
Avvenire,   07/04/2020
La domenica delle Palme. Papa: non siamo soli nella pandemia, Cristo ci dà forza Mimmo Muolo domenica 5 aprile 2020 Nell'omelia della Messa nella Basilica di San Pietro deserta, rilanciata da tivù e web, l'invito a servire i fratelli come il Signore ha servito noi. Ai giovani: guardate gli eroi veri Il Papa in un momento della celebrazione della Domenica delle Palme Non siamo soli nel dramma della pandemia. "Oggi di fronte a tante certezze che si sgretolano, di fronte a tante aspettative tradite, nel senso di abbandono che ci stringe il cuore, Gesù dice a ciascuno: 'Coraggio: apri il cuore al mio amore. Sentirai la consolazione di Dio, che ti sostiene'". E così anche noi possiamo e dobbiamo sostenere gli altri. "Cerchiamo di contattare chi soffre, chi è solo e bisognoso. Non pensiamo solo a quello che ci manca, ma al bene che possiamo fare". "La vita non serve se non si serve". C'è un appello anche per i giovani: "Guardate ai veri eroi, che in questi giorni vengono alla luce". Sono alcuni dei passaggi più significativi dell'omelia della Messa delle Palme, celebrata dal Papa all'altare della Cattedra, nella Basilica di San Pietro. Uno scenario inconsueto rispetto alla gioiosa atmosfera degli anni passati. Assenti fisicamente i fedeli, ridotti all'essenziale i collaboratori liturgici del Pontefice, un semplice addobbo di palme e di ulivi a scandire lo spazio tra l’altare della Confessione (dove avviene il rito della commemorazione dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme) e l’altare della Cattedra dove si svolge la Messa. Poco di più di 30-40 metri. Francesco dapprima asperge con l’acqua benedetta le piante, poi, con in mano un ramo di palma, ascolta la proclamazione del Vangelo di Matteo in cui si fa memoria dell’ingresso del Signore nella città santa. Quindi si incammina verso l’altare della Cattedra. Dietro l’altare c’è il Crocifisso miracoloso di san Marcello al Corso, a fianco della sede papale l’icona della Salus Populi Romani. Video Ma nonostante lo scenario inconsueto, le parole di Francesco volano in tutto il mondo in tempo reale attraverso le televisioni e i siti internet e lasciano il segno come sempre. Segno di speranza e di coraggio. Perché c'è Cristo al fianco dell'umanità sofferente. Un Cristo fattosi servo per amore, fino alla più infamante delle morti, la croce. E perciò vittorioso sul male e sulla stessa morte, sottolinea papa Bergoglio. Un Cristo che mostra a ogni uomo la via della salvezza, anche in un momento difficile come quello che il mondo sta attraversando. "Che cosa possiamo fare dinanzi a Dio che ci ha serviti fino a provare il tradimento e l’abbandono? - chiede infatti il Pontefice - Possiamo non tradire quello per cui siamo stati creati, non abbandonare ciò che conta. Siamo al mondo per amare Lui e gli altri. Il resto passa, questo rimane. Il dramma che stiamo attraversando ci spinge a prendere sul serio quel che è serio, a non perderci in cose di poco conto; a riscoprire che la vita non serve se non si serve. Perché la vita si misura sull’amore. Allora, in questi giorni santi, a casa, stiamo davanti al Crocifisso, misura dell’amore di Dio per noi. Davanti a Dio che ci serve fino a dare la vita, chiediamo la grazia di vivere per servire". Il Papa si rivolge in particolare ai giovani. La Domenica delle Palme è infatti, fin dal 1986 (su iniziativa di san Giovanni Paolo II) la Giornata mondiale della Gioventù, che quest'anno si celebra su base diocesana. “Guardate ai veri eroi, che in questi giorni vengono alla luce: non sono quelli che hanno fama, soldi e successo, ma quelli che danno sé stessi per servire gli altri. Sentitevi chiamati a mettere in gioco la vita. Non abbiate paura di spenderla per Dio e per gli altri, ci guadagnerete! Perché la vita è un dono che si riceve donandosi. E perché la gioia più grande è dire sì all’amore, senza se e senza ma. Come Gesù per noi”. Prendendo spunto dal racconto evangelico della Passione, Francesco ha parlato anche del tradimento e dell’abbandono sofferti da Gesù. Egli “ha subito il tradimento del discepolo che l’ha venduto e del discepolo che l’ha rinnegato. È stato tradito dalla gente che lo osannava e poi ha gridato: «Sia crocifisso!» (Mt 27,22). È stato tradito dall’istituzione religiosa che l’ha condannato ingiustamente e dall’istituzione politica che si è lavata le mani”. Quindi ha esortato: “Guardiamoci dentro. Se siamo sinceri con noi stessi, vedremo le nostre infedeltà. Quante falsità, ipocrisie e doppiezze! Quante buone intenzioni tradite! Quante promesse non mantenute! Quanti propositi lasciati svanire! Il Signore conosce il nostro cuore meglio di noi, sa quanto siamo deboli e incostanti, quante volte cadiamo, quanta fatica facciamo a rialzarci e quant’è difficile guarire certe ferite”. Cristo “ci ha guariti – sottolinea Francesco - prendendo su di sé le nostre infedeltà, togliendoci i nostri tradimenti. Così che noi, anziché scoraggiarci per la paura di non farcela, possiamo alzare lo sguardo verso il Crocifisso, ricevere il suo abbraccio e dire: ‘Ecco, la mia infedeltà è lì, l’hai presa Tu, Gesù. Mi apri le braccia, mi servi col tuo amore, continui a sostenermi… Allora vado avanti!’”. "Gli siamo cari e gli siamo costati cari - ricorda il Pontefice -. Santa Angela da Foligno testimoniò di aver sentito da Gesù queste parole: 'Non ti ho amata per scherzo'". E per quanto riguarda l’abbandono, Egli lo ha provato al massimo grado possibile, ha ricordato il Papa citando il suo grido sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. “Quando ci sentiamo con le spalle al muro, quando ci troviamo in un vicolo cieco, senza luce e via di uscita, quando sembra che perfino Dio non risponda, ci ricordiamo di non essere soli. Gesù ha provato l’abbandono totale, la situazione a Lui più estranea, per essere in tutto solidale con noi”. Perciò, papa Francesco conclude: “Il Padre, che ha sostenuto Gesù nella Passione, incoraggia anche noi nel servizio. Certo, amare, pregare, perdonare, prendersi cura degli altri, in famiglia come nella società, può costare. Può sembrare una via crucis. Ma la via del servizio è la via vincente, che ci ha salvati e che ci salva la vita”. Nei banchi, davanti all'altare della Cattedra vi sono solo alcuni religiosi e e religiose ben distanziati. Anche il Coro della Cappella Sistina è in formazione ridotta. In prima fila, tra gli altri, il cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica Vaticana. L'Angelus La celebrazione si è conclusa con la recita dell’Angelus. Francesco ha dedicato un pensiero a quanti vi hanno preso parte attraverso i mezzi di comunicazione sociale e di nuovo ai giovani che, ha detto, “vivono in maniera inedita, a livello diocesano, l’odierna Giornata Mondiale della Gioventù”. Il Papa ha anche ricordato che in questa Domenica delle Palme era previsto il passaggio della Croce dai giovani di Panamá a quelli di Lisbona. “Questo gesto così suggestivo – ha annunciato - è rinviato alla domenica di Cristo Re, il 22 novembre prossimo. In attesa di quel momento, esorto voi giovani a coltivare e testimoniare la speranza, la generosità, la solidarietà di cui tutti abbiamo bisogno in questo tempo difficile”. Domani, 6 aprile, ha poi aggiunto “ricorre la Giornata Mondiale dello Sport per la Pace e lo Sviluppo, indetta dalle Nazioni Unite. In questo periodo, tante manifestazioni sono sospese, ma vengono fuori i frutti migliori dello sport: la resistenza, lo spirito di squadra, la fratellanza, il dare il meglio di sé... Dunque, rilanciamo lo sport per la pace e lo sviluppo”. Infine il pensiero a quanti soffrono in questo periodo. “Carissimi, incamminiamoci con fede nella Settimana Santa, nella quale Gesù soffre, muore e risorge. Le persone e le famiglie che non potranno partecipare alle celebrazioni liturgiche sono invitate a raccogliersi in preghiera a casa, aiutate anche dai mezzi tecnologici. Stringiamoci spiritualmente ai malati, ai loro familiari e a quanti li curano con abnegazione; preghiamo per i defunti, nella luce della fede pasquale. Ciascuno è presente al nostro cuore, al nostro ricordo, alla nostra preghiera”. Da Maria, ha concluso, “impariamo il silenzio interiore, lo sguardo del cuore, la fede amorosa per seguire Gesù sulla via della croce, che conduce alla gloria della Risurrezione. Lei cammina con noi e sostiene la nostra speranza”. Fonte.www.avvenire.it
Papa:detenuti e poveri
Avvenire,   07/04/2020
Santa Marta. Il Papa prega per i detenuti e pensa ai poveri: in loro si identifica Gesù Vatican News lunedì 6 aprile 2020 Francesco torna a rivolgere il suo pensiero ai carcerati e al problema grave del sovraffollamento degli istituti di pena, pregando affinché i responsabili trovino delle soluzioni Papa Francesco presiede la Messa a Casa Santa Marta nel lunedì della Settimana Santa. Nell’introdurre la celebrazione, prega per il problema del sovraffollamento nelle carceri: Penso ad un problema grave che c’è in parecchie parti del mondo. Io vorrei che oggi pregassimo per il problema del sovraffollamento nelle carceri. Dove c’è un sovraffollamento – tanta gente lì – c’è il pericolo, in questa pandemia, che finisca in una calamità grave. Preghiamo per i responsabili, per coloro che devono prendere le decisioni in questo, perché trovino una strada giusta e creativa per risolvere il problema. (Vatican News) Nell’omelia, Francesco commenta il passo del Vangelo di Giovanni (Gv 12, 1-11) in cui Maria, sorella di Lazzaro, cosparge i piedi di Gesù di un profumo prezioso, provocando le critiche di Giuda: quel profumo - dice colui che si apprestava a tradire il Signore – poteva essere venduto e il ricavato dato ai poveri. L’evangelista nota che disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù gli risponde: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Il Papa parla dei poveri: ce ne sono tanti, in gran parte sono nascosti e non li vediamo perché siamo indifferenti. Tanti poveri sono vittime delle politiche finanziarie e dell’ingiustizia strutturale dell’economia mondiale. Tanti poveri si vergognano di non avere mezzi e vanno alla Caritas di nascosto. I poveri – ricorda il Papa – li incontreremo nel giudizio finale: Gesù si identifica in loro. Saremo giudicati sul nostro rapporto con i poveri. Questo passo finisce con un’osservazione: “I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Lazzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù”. L’altro giorno abbiamo visto i passi della tentazione: la seduzione iniziale, l’illusione, poi cresce – secondo passo – e terzo, cresce e si contagia e si giustifica. Ma c’è un altro passo: va avanti, non si ferma. Per questi non era sufficiente mettere a morte Gesù, ma adesso anche Lazzaro, perché era un testimone di vita. Ma io vorrei oggi soffermarmi su una parola di Gesù. Sei giorni prima della Pasqua – siamo proprio alla porta della Passione -, Maria fa questo gesto di contemplazione: Marta serviva – come l’altro passo – e Maria apre la porta alla contemplazione. E Giuda pensa ai soldi e pensa ai poveri, ma non perché gli importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Questa storia dell’amministratore non fedele è sempre attuale, sempre ce ne sono, anche a un alto livello: pensiamo ad alcune organizzazioni di beneficenza o umanitarie che hanno tanti impiegati, tanti, che hanno una struttura molto ricca di gente e alla fine arriva ai poveri il quaranta percento, perché il sessanta è per pagare lo stipendio a tanta gente. È un modo di prendere i soldi dei poveri. Ma la risposta è Gesù. E qui voglio fermarmi: “I poveri infatti li avete sempre con voi”. Questa è una verità: “I poveri infatti li avete sempre con voi”. I poveri ci sono. Ce ne sono tanti: c’è il povero che noi vediamo, ma questa è la minima parte; la grande quantità dei poveri sono coloro che noi non vediamo: i poveri nascosti. E noi non li vediamo perché entriamo in questa cultura dell’indifferenza che è negazionista e neghiamo: “No, no, non ce ne sono tanti, non si vedono; si, quel caso …”, diminuendo sempre la realtà dei poveri. Ma ce ne sono tanti, tanti. O anche, se non entriamo in questa cultura dell’indifferenza, c’è un’abitudine di vedere i poveri come ornamenti di una città: sì, ci sono, come le statue; sì, ci sono, si vedono; sì, quella vecchietta che chiede l’elemosina, quell’altro ... Ma come [se fosse] una cosa normale. È parte dell’ornamentazione della città avere dei poveri. Ma la grande maggioranza sono i poveri vittime delle politiche economiche, delle politiche finanziarie. Alcune recenti statistiche fanno il riassunto così: ci sono tanti soldi in mano a pochi e tanta povertà in tanti, in molti. E questa è la povertà di tanta gente vittima dell’ingiustizia strutturale dell’economia mondiale. E [ci sono] tanti poveri che provano vergogna di far vedere che non arrivano a fine mese; tanti poveri del ceto medio, che vanno di nascosto alla Caritas e di nascosto chiedono e provano vergogna. I poveri sono molto più dei ricchi; molto, molto … E quello che dice Gesù è vero: “I poveri infatti li avete sempre con voi”. Ma io li vedo? Io me ne accorgo di questa realtà? Soprattutto della realtà nascosta, coloro che provano vergogna di dire che non arrivano a fine mese. Ricordo che a Buenos Aires mi avevano detto che l’edificio di una fabbrica abbandonata, vuota da anni, era abitata da una quindicina di famiglie che erano arrivate in quegli ultimi mesi. Io sono andato lì. Erano famiglie con bambini e avevano preso ognuno una parte della fabbrica abbandonata per vivere. E, guardando, ho visto che ogni famiglia aveva dei mobili buoni, mobili che ha un ceto medio, avevano la televisione, ma sono andati lì perché non potevano pagare l’affitto. I nuovi poveri che devono lasciare la casa perché non possono pagarla, vanno lì. È quell’ingiustizia dell’organizzazione economica o finanziaria che li porta così. E ce ne sono tanti, tanti, a tal punto che li incontreremo nel giudizio. La prima domanda che ci farà Gesù è: “Come vai con i poveri? Hai dato da mangiare? Quando era in carcere, lo hai visitato? In ospedale, lo hai visto? Hai assistito la vedova, l’orfano? Perché lì ero Io”. E su questo saremo giudicati. Non saremo giudicati per il lusso o i viaggi che facciamo o l ‘importanza sociale che avremo. Saremo giudicati per il nostro rapporto con i poveri. Ma se io, oggi, ignoro i poveri, li lascio da parte, credo che non ci siano, il Signore mi ignorerà nel giorno del giudizio. Quando Gesù dice: “I poveri li avete sempre con voi”, vuol dire: “Io, sarò sempre con voi nei poveri. Sarò presente lì”. E questo non è fare il comunista, questo è il centro del Vangelo: noi saremo giudicati su questo. Prima di lasciare la Cappella dedicata allo Spirito Santo, è stata intonata l’antica antifona mariana Ave Regina Caelorum ("Ave Regina dei Cieli"): “Ave, Regina dei Cieli, ave, Signora degli angeli; porta e radice di salvezza, rechi nel mondo la luce. Godi, Vergine gloriosa, bella fra tutte le donne; salve, o tutta santa, prega per noi Cristo Signore”. Fonte.www.avvenire.it
Il Papa agli italiani
L'Osservatore Romano,   05/04/2020
La creatività dell’amore vince l’isolamento Attraverso un videomessaggio per la Settimana santa Francesco entra nelle case dell’Italia e del mondo per farsi vicino alle famiglie 04 aprile 2020 E chiede un gesto di tenerezza per chi soffre a causa del covid-19, per i bambini e gli anziani All’approssimarsi dell’inizio della Settimana santa, in questo tempo di pandemia da coronavirus, Papa Francesco ha voluto farsi vicino alle famiglie dell’Italia e del mondo attraverso un videomessaggio televisivo trasmesso nella sera di venerdì 3 aprile. Eccone il testo. Cari amici, buonasera! Questa sera ho la possibilità di entrare nelle vostre case in un modo diverso dal solito. Se lo permettete, vorrei conversare con voi per qualche istante, in questo periodo di difficoltà e di sofferenze. Vi immagino nelle vostre famiglie, mentre vivete una vita insolita per evitare il contagio. Penso alla vivacità dei bambini e dei ragazzi, che non possono uscire, frequentare la scuola, fare la loro vita. Ho nel cuore tutte le famiglie, specie quelle che hanno qualche caro ammalato o che hanno purtroppo conosciuto lutti dovuti al coronavirus o ad altre cause. In questi giorni penso spesso alle persone sole, per cui è più difficile affrontare questi momenti. Soprattutto penso agli anziani, che mi sono tanto cari. Non posso dimenticare chi è ammalato di coronavirus, le persone ricoverate negli ospedali. Ho presente la generosità di chi si espone per la cura di questa pandemia o per garantire i servizi essenziali alla società. Quanti eroi, di tutti i giorni, di tutte le ore! Ricordo anche quanti sono in ristrettezze economiche e sono preoccupati per il lavoro e il futuro. Un pensiero va anche ai detenuti nelle carceri, al cui dolore si aggiunge il timore per l’epidemia, per sé e i loro cari; penso ai senza dimora, che non hanno una casa che li protegga. È un momento difficile per tutti. Per molti, difficilissimo. Il Papa lo sa e, con queste parole, vuole dire a tutti la sua vicinanza e il suo affetto. Cerchiamo, se possiamo, di utilizzare al meglio questo tempo: siamo generosi; aiutiamo chi ha bisogno nelle nostre vicinanze; cerchiamo, magari via telefono o social, le persone più sole; preghiamo il Signore per quanti sono provati in Italia e nel mondo. Anche se siamo isolati, il pensiero e lo spirito possono andare lontano con la creatività dell’amore. Questo ci vuole oggi: la creatività dell’amore. Celebriamo in modo davvero insolito la Settimana Santa, che manifesta e riassume il messaggio del Vangelo, quello dell’amore di Dio senza limiti. E nel silenzio delle nostre città, risuonerà il Vangelo di Pasqua. Dice l’apostolo Paolo: «Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e resuscitato per loro» (2 Cor 5, 15). In Gesù risorto, la vita ha vinto la morte. Questa fede pasquale nutre la nostra speranza. Vorrei condividerla con voi questa sera. È la speranza di un tempo migliore, in cui essere migliori noi, finalmente liberati dal male e da questa pandemia. È una speranza: la speranza non delude; non è un’illusione, è una speranza. Gli uni accanto agli altri, nell’amore e nella pazienza, possiamo preparare in questi giorni un tempo migliore. Vi ringrazio per avermi permesso di entrare nelle vostre case. Fate un gesto di tenerezza verso chi soffre, verso i bambini, verso gli anziani. Dite loro che il Papa è vicino e prega, perché il Signore ci liberi tutti presto dal male. E voi, pregate per me. Buona cena. A presto! Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:povertà.lavoro e fame
L'Osservatore Romano,   04/04/2020
Nella messa a Santa Marta il Pontefice ricorda quanti si preoccupano del dopo pandemia 03 aprile 2020 «C’è gente che, da adesso, incomincia a pensare al dopo: al dopo pandemia. A tutti i problemi che arriveranno: problemi di povertà, di lavoro, di fame. Preghiamo per tutta la gente che aiuta oggi, ma pensa anche al domani, per aiutare tutti noi». Con questa intenzione il vescovo di Roma ha celebrato, venerdì mattina, 3 aprile, la messa — trasmessa in diretta streaming — nella cappella di Casa Santa Marta, rilanciando la sua preghiera con il grido di aiuto dei versi 10, 16 e 18 del salmo 31, letti come antifona d’ingresso: «Abbi pietà di me, Signore, perché sono in angustia; strappami dalla mano dei miei nemici e salvami dai miei persecutori: Signore, che io non resti confuso». In «questo Venerdì di Passione — ha sottolineato il Pontefice nell’omelia — la Chiesa ricorda i dolori di Maria, l’Addolorata». Francesco ha spiegato che «da secoli viene questa venerazione del popolo di Dio, si sono scritti inni in onore dell’Addolorata: stava ai piedi della croce e la contemplano lì, sofferente». «La pietà cristiana ha raccolto i dolori della Madonna e parla dei “sette dolori”» ha fatto presente il Papa, ripercorrendoli spiritualmente. Il primo, ha spiegato, risale ad «appena quaranta giorni dopo la nascita di Gesù: la profezia di Simeone che parla di una spada che le trafiggerà il cuore» (cfr. Lc 2, 35). Il secondo, invece, si riferisce «alla fuga in Egitto per salvare la vita del Figlio» (cfr. Mt 2, 13-23). E poi «il terzo dolore: quei tre giorni di angoscia quando il ragazzo è rimasto nel tempio» (cfr. Lc 2, 41-50). Quindi ecco «il quarto dolore: quando la Madonna si incontra con Gesù sulla via al Calvario» (cfr. Gv 19, 25). Successivamente «il quinto dolore della Madonna è la morte di Gesù: vedere il Figlio lì, crocifisso, nudo, che muore». Quindi «il sesto dolore: la discesa di Gesù dalla croce, morto, e lo prende tra le sue mani come lo aveva preso nelle sue mani più di trent’anni prima a Betlemme». Infine, ha ricordato Francesco, «il settimo dolore è la sepoltura di Gesù». E «così la pietà cristiana percorre questa strada della Madonna che accompagna Gesù» ha rilanciato il Pontefice. Con una confidenza spirituale: «A me fa bene, in tarda serata, quando prego l’Angelus, pregare questi “sette dolori” come un ricordo della Madre della Chiesa, come la Madre della Chiesa, con tanto dolore, ha partorito tutti noi». «La Madonna mai ha chiesto qualcosa per sé, mai» ha affermato il Papa. Invece lo ha chiesto «per gli altri: pensiamo a Cana, quando va a parlare con Gesù». Però, ha fatto presente Francesco, la Madonna «mai ha detto: io sono la madre, guardatemi, sarò la regina madre. Mai lo ha detto». Lei, ha proseguito il Pontefice, «non chiese qualcosa di importante» per se stessa «nel collegio apostolico: soltanto, accetta di essere madre». Maria, ha spiegato il Papa, «accompagnò Gesù come discepola, perché il Vangelo fa vedere che seguiva Gesù: con le amiche, pie donne, seguiva Gesù, ascoltava Gesù». E «una volta qualcuno l’ha riconosciuta: “Ah, ecco la madre — Tua madre è qui”» (cfr. Mc 3, 31). Maria, dunque, «seguiva Gesù». E lo ha seguito «fino al Calvario e lì, in piedi, la gente sicuramente diceva: “povera donna, come soffrirà”; e i cattivi sicuramente dicevano: “Anche lei ha colpa, perché se lo avesse educato bene questo non sarebbe finito così”». Sul Calvario, Maria «era lì, con il Figlio, con l’umiliazione del Figlio». In questa prospettiva il vescovo di Roma ha riaffermato la forza di «onorare la Madonna e dire “questa è mia madre”, perché lei è madre». E «questo è il titolo che ha ricevuto da Gesù, proprio lì, nel momento della croce (cfr. Gv 19, 26-27). I tuoi figli, tu sei madre». Insomma, ha insistito Francesco, Gesù «non l’ha fatta primo ministro» e neppure «le ha dato titoli di “funzionalità”: soltanto “Madre”». E anche «gli Atti degli apostoli — ha affermato il Pontefice — la fanno vedere in preghiera, con gli apostoli, come madre». Dunque «la Madonna non ha voluto togliere a Gesù alcun titolo: ha ricevuto il dono di essere madre di Lui e il dovere di accompagnare noi come madre, di essere nostra Madre». Infatti, ha aggiunto il Papa, Maria «non ha chiesto per sé di essere una quasi-redentrice o una co-redentrice: no, il Redentore è uno solo e questo titolo non si raddoppia». Maria è «soltanto discepola e madre; e così, come madre, noi dobbiamo pensarla, dobbiamo cercarla, dobbiamo pregarla: è la Madre, nella Chiesa madre». Per questo «nella maternità della Madonna vediamo la maternità della Chiesa che riceve tutti, buoni e cattivi, tutti». Concludendo la sua meditazione mariana, il Pontefice ha fatto presente che «oggi ci farà bene fermarci un po’ e pensare al dolore e ai dolori della Madonna: è la nostra Madre». Dobbiamo pensare, ha specificato il Papa, a «come li ha portati, come li ha portati bene, con forza, con pianto: non era un pianto finto, era proprio il cuore distrutto di dolore». Dunque, ha suggerito ancora Francesco, «ci farà bene fermarci un po’ e dire alla Madonna: “Grazie per avere accettato di essere madre quando l’Angelo te lo ha detto e grazie per avere accettato di essere madre quando Gesù te lo ha detto”». Con la preghiera del cardinale Rafael Merry del Val, il Papa ha quindi invitato «le persone che non possono comunicarsi» a fare la comunione spirituale, per poi concludere la celebrazione con l’adorazione e la benedizione eucaristica. Francesco ha infine rilanciato la sua preghiera mariana sostando davanti all’immagine della Madre di Dio nella cappella di Casa Santa Marta, accompagnato dal canto dell’antifona Ave Regina Caelorum. Con lo stesso stile mariano poi, a mezzogiorno, nella basilica Vaticana, il cardinale arciprete Angelo Comastri ha guidato la recita dell’Angelus e del rosario. Fonte.l'osserbvat9oreromano.it
Bassetti:coronavirus
Avvenire,   03/04/2020
Coronavirus. Il card. Bassetti: non illudiamoci di ricominciare come prima. Non da soli giovedì 2 aprile 2020 Il presidente della Cei a InBlu Radio: “Siamo sopravvissuti alla Seconda guerra mondiale con solidarietà e spirito condivisione. La preghiera del Papa ha dato speranza al mondo” “Non illudiamoci di ricominciare come prima. È una grande illusione che può solo farci male. Ma dobbiamo aprire il cuore alla speranza. E la solidarietà sostiene tutti, credenti e non credenti”. Lo ha detto il presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Gualtiero Bassetti, in un'intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della Cei, commentando questo momento d'emergenza causato dal coronavirus. “Con tanta buona volontà, solidarietà e spirito di condivisione – ha proseguito il card. Bassetti - dovremmo capire che ormai da soli si va poco lontano. Dovremmo riflettere anche sulla nostra fragilità. Se la nostra vita è così fragile perché non fare di tutto per essere solidali? Ricordo che dopo la Seconda guerra mondiale se siamo riusciti a sopravvivere è solo grazie al fatto che quel pochino che avevamo veniva moltiplicato. Io davo un pochino di pane alla vicina, lei mi dava un pochino di latte per far crescere i bambini. Ci siamo accorti che dividendo quello che avevamo si moltiplicava. La logica del Vangelo è proprio questa: più condividi e più moltiplichi”. “Io sto bene – ha sottolineato il card. Bassetti a InBlu Radio - ma ho tante preoccupazioni per la mia diocesi e per tutte le diocesi d'Italia con qualche vescovo ammalato. Ho mandato un messaggio anche al vicario del Santo Padre. La Chiesa di Dio cammina tra le prove del mondo e le consolazione dello Spirito. Stiamo vivendo una grande prova. È stata tutta una grande sorpresa. Quando è iniziato tutto nessuno poteva prevedere che la situazione andasse a picco in maniera così forte. Eravamo abituati a tante epidemie del passato magari più leggere. Questa è una realtà che abbraccia tutto il mondo. Tutti vivono nella paura di un futuro che, dal punto di vista umano, non dà delle certezze”. “L'unica speranza – ha ribadito il card. Bassetti - ci viene dalla capacità che c'è nella gente e la forza di affrontare la difficoltà e la solitudine, nonostante l'inquietudine e la paura per il futuro. Ci sarà sicuramente anche il dopo virus. Quando i campi venivano incendiati dalle guerre non producevano più per tanto tempo e così succederà per l'economia che è in fortissima crisi. Se non si lavora poi non è facile riprendere il lavoro perché è una macchina complessa da rimettere in moto”. “Stando chiuso in casa – ha concluso il card. Bassetti a InBlu Radio – ho sentito molte persone per telefono. E posso dire che la grande preghiera del Papa ha rigenerato la speranza per tutti, non solo per i credenti. Piazza San Pietro in cui c'era solo la bianca figura del Santo Padre bagnata dalla pioggia ha parlato al cuore del mondo intero. E quello spazio vuoto è diventato più pieno di quando c'è mezzo milione di persone che magari partecipano distrattamente alla funzione. Questi sono dei segni che rimangono nelle gente e fanno capire che la vita non è solo legata al virus o al pane quotidiano ma è qualcosa di più grande”. Fonte.www.avvenire.it
Papa,per i senza dimora
L'Osservatore Romano,   31/03/2020
Nella messa a Santa Marta il Papa invita la Chiesa e tutta la società ad accogliere i più bisognosi 31 marzo 2020 «Preghiamo oggi per coloro che sono senza fissa dimora, in questo momento in cui ci si chiede di essere dentro casa: perché la società» si accorga della realtà e aiuti questi uomini e queste donne, e perché «la Chiesa li accolga». È l’intenzione con cui Papa Francesco ha celebrato martedì mattina, 31 marzo, la messa — trasmessa in diretta streaming — nella cappella di Casa Santa Marta. Rilanciando subito l’invito alla speranza attraverso il verso 14 del salmo 27, letto come antifona d’ingresso: «Sta’ in attesa del Signore, prendi forza e coraggio; tieni saldo il tuo cuore e spera nel Signore». Fin dall’inizio della pandemia il vescovo di Roma ha invitato a non dimenticare le tante persone che vivono per strada. E la rete di carità messa prontamente in piedi dall’Elemosineria apostolica ne è concreta testimonianza: in particolare con la distribuzione del “sacchetto del cuore” con i viveri di prima necessità e con la scelta di tenere aperti i servizi di accoglienza accanto al colonnato di San Pietro. Nell’omelia Francesco ha offerto una meditazione scaturita dall’ascolto delle letture proposte dalla liturgia del giorno e tratte dal libro dei Numeri (21,4-9) e dal Vangelo di Giovanni (8,21-30). «Il serpente certamente non è un animale simpatico, è associato sempre con il male» ha affermato il Pontefice riferendosi al passo dell’Antico Testamento. «Anche nella rivelazione — ha continuato — il serpente è proprio l’animale che usa il diavolo per indurre al peccato». Tanto che, ha spiegato, il diavolo «nell’Apocalisse lo si chiama il serpente antico, quello che dall’inizio morde, avvelena, distrugge, uccide». E «per questo non può uscire. Se vuoi uscire come uno che propone cose belle, queste sono fantasie: noi le crediamo e così pecchiamo». Ed è proprio questo, ha fatto presente il Papa, «che è successo al popolo d’Israele: “non sopportò il viaggio”, era stanco». Così «il popolo disse contro Dio e contro Mosè — è sempre la stessa musica, no? — “Perché ci avete fatto uscire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero”», cioè «la manna». Dunque, ha insistito Francesco, «l’immaginazione, l’abbiamo letto nei giorni scorsi, va sempre all’Egitto: “Lì stavamo bene, mangiavamo bene”». Ma, ha proseguito, «sembra anche che il Signore non sopportò il popolo in questo momento. Si arrabbiò: l’ira di Dio si fa vedere, a volte». Ed ecco, si legge nel libro dei Numeri, «allora il Signore mandò tra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero di israeliti morì». «In quel momento il serpente è sempre l’immagine del male» ha spiegato il Pontefice. E «il popolo vede nel serpente il peccato, vede nel serpente quello che ha fatto il male». Per questo, si legge nella Scrittura, «il popolo venne da Mosè e disse: “Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti”». Insomma, il popolo «si pente». «Questa è la storia nel deserto» ha affermato il Papa, rileggendo il passo del libro dei Numeri: «Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: “Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta — di metallo —; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita”». «A me viene da pensare: ma questa non è un’idolatria?» ha suggerito Francesco. «C’è il serpente, lì, un idolo — ha detto — che mi dà la salute. Non si capisce, logicamente non si capisce perché questa è una profezia, questo è un annuncio di quello che accadrà». Del resto, ha fatto notare, «abbiamo sentito anche, come profezia vicina, nel Vangelo: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso”». Dunque, ha detto Francesco, questa è la profezia di «Gesù innalzato sulla croce: Mosè fa un serpente e lo innalza» e «Gesù sarà innalzato, come il serpente, per dare la salvezza». Ma «il nocciolo della profezia è proprio che Gesù si è fatto peccato per noi. Non ha peccato: si è fatto peccato», come dice san Pietro nella sua Lettera: «Portò i nostri peccati su di sé». «Quando noi guardiamo il crocifisso, pensiamo al Signore che soffre: tutto quello è vero» ha affermato il Pontefice. «Ma — ha aggiunto — ci fermiamo prima di arrivare al centro di quella verità: in questo momento tu sembri il più grande peccatore, ti sei fatto peccato». Il Signore «ha preso su di sé tutti i nostri peccati, si è annientato fino ad adesso». «La croce, è vero, è un supplizio» ha riconosciuto il Papa: «C’è la vendetta dei dottori della Legge, di quelli che non volevano Gesù, tutto questo è vero. Ma la verità che viene da Dio è che Lui è venuto al mondo per prendere i nostri peccati su di sé, al punto di farsi peccato. Tutto peccato. I nostri peccati sono lì». «Dobbiamo abituarci — è l’indicazione di Francesco — a guardare il crocifisso su questa luce, che è la più vera, è la luce della redenzione: in Gesù fatto peccato vediamo la sconfitta totale di Cristo. Non fa finta di morire, non fa finta di non soffrire, solo, abbandonato, “Padre, perché mi hai abbandonato?”». Torna in mente l’immagine del «serpente: io sono alzato come un serpente, come quello che è tutto peccato». In realtà, ha riconosciuto il Pontefice, «non è facile capire questo e, se pensiamo, mai arriveremo a una conclusione». Possiamo, ha detto, «soltanto, contemplare, pregare e ringraziare». Come già aveva fatto in altre occasioni, con la preghiera di sant’Alfonso Maria de’ Liguori il Pontefice ha invitato «le persone che non posso comunicarsi» a fare la comunione spirituale. E ha concluso la celebrazione con l’adorazione e la benedizione eucaristica. Quindi, accompagnato dal canto dell’antifona Ave Regina Caelorum, ha affidato la sua preghiera alla Madre di Dio sostando davanti all’immagine mariana della cappella di Santa Marta. A mezzogiorno, poi, nella basilica Vaticana, il cardinale arciprete Angelo Comastri ha rilanciato la preghiera del vescovo di Roma con la recita dell’Angelus e del rosario.
Papa:guerre e carceri
Avvenire,   31/03/2020
Angelus. Papa: si fermino tutte le guerre. E parla dei detenuti nelle carceri affollate domenica 29 marzo 2020 Il Vangelo della Resurrezione di Lazzaro e la riflessione del Papa: Dio ci ha voluto per una vita di gioia. Poi l'appello per il cessate il fuoco globale e per la sicurezza di chi viene in comunità Papa: si fermino tutte le guerre. E parla dei detenuti nelle carceri affollate "Dio è vita e dona vita, ma si fa carico del dramma della morte". Lo ha detto il Papa all'Angelus trasmesso in streaming dalla Biblioteca del Palazzo Apostolico. "Siamo chiamati a togliere le pietre - ha aggiunto papa Francesco - di tutto ciò che sa di morte: ad esempio l'ipocrisia con cui tante volte si vive la fede, è morte; la critica distruttiva verso gli altri, è morte; l'offesa, la calunnia, è morte; l'emarginazione del povero, è morte. Il Signore ci chiede di togliere queste pietre dal cuore, e la vita allora fiorirà ancora intorno a noi". "Ognuno di noi sia vicino a quanti sono nella prova, diventando per essi un riflesso dell'amore e della tenerezza di Dio, che libera dalla morte e fa vincere la vita", ha invitato il Papa. Richiamando il passo del Vangelo di oggi, la resurrezione di Lazzaro, il Papa ha concluso: "Gesù avrebbe potuto evitare la morte dell'amico Lazzaro, ma ha voluto fare suo il nostro dolore per la morte delle persone care, e soprattutto ha voluto mostrare il dominio di Dio sulla morte". Il Papa dopo la preghiera dell'Angelus si è associato all'appello del segretario dell'Onu. Sì a un cessate il fuoco globale, di fronte all'epidemia di coronavirus, e richiesta di apertura di corridoi umanitari per chi si trova nelle emergenze più gravi. "Nei giorni scorsi, il Segretario Generale dell'ONU ha lanciato un appello per un 'cessate il fuoco globale e immediato in tutti gli angoli del mondò, richiamando l'attuale emergenza per il Covid-19, che non conosce frontiere!", ha ricordato. "Mi associo a quanti hanno accolto questo appello ed invito tutti a darvi seguito fermando ogni forma di ostilità bellica, favorendo la creazione di corridoi per l'aiuto umanitario, l'apertura alla diplomazia, l'attenzione a chi si trova in situazione di più grande vulnerabilità", ha proseguito. "L'impegno congiunto contro la pandemia, possa portare tutti a riconoscere il nostro bisogno di rafforzare i legami fraterni come membri dell'unica famiglia umana". In particolare il Pontefice ha auspicato da parte dei "responsabili delle Nazioni e nelle altre parti in causa un rinnovato impegno al superamento delle rivalità" perché "i conflitti non si risolvono attraverso la guerra". Anzi, "è necessario superare gli antagonismi e i contrasti, mediante il dialogo e una costruttiva ricerca della pace". Fonte.www.avvenire.it
Papa:l'abbraccio di Dio
L'Osservatore Romano,   28/03/2020
L’abbraccio consolante di Dio all’umanità in balia della tempesta La preghiera di Francesco si carica del grido di angoscia e di speranza del mondo 28 marzo 2020 Il pensiero del Papa alle tante persone comuni che con coraggio e dedizione donano la propria vita per il bene di tutti Alle 18 di venerdì 27 marzo Papa Francesco ha presieduto in piazza San Pietro un momento straordinario di preghiera per implorare la fine della pandemia e far giungere all’umanità «in balia della tempesta» l’«abbraccio consolante di Dio» che «dona salute ai corpi e conforto ai cuori». Di seguito il testo della sua omelia. «Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca... ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme. È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre — è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme —. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40). Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati. La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità. Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli. «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”. «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni — solitamente dimenticate — che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti. «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai. Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza. Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, e di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza. «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7). Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:anziani e lavoratori
L'Osservatore Romano,   26/03/2020
Nella messa a Santa Marta il Papa prega per gli anziani, i lavoratori senza posto fisso e quanti prestano i servizi essenziali 26 marzo 2020 È per trovare in Dio la forza di «vincere le paure» e rilanciare la fiducia in questo tempo di pandemia che Papa Francesco ha offerto la messa giovedì mattina, 26 marzo, nella cappella di Casa Santa Marta. «In questi giorni di tanta sofferenza c’è tanta paura» ha detto, a braccio, il vescovo di Roma all’inizio della celebrazione trasmessa in diretta streaming. «La paura degli anziani che sono soli, nelle case di riposo o in ospedale o a casa loro, e non sanno cosa possa accadere. La paura dei lavoratori senza lavoro fisso che pensano come dare da mangiare ai loro figli e vedono venire la fame. La paura di tanti servitori sociali che in questo momento aiutano a mandare avanti la società e possono prendere la malattia. Anche la paura — le paure — di ognuno di noi: ognuno sa quale sia la propria». «Preghiamo il Signore — ha concluso il Pontefice — perché ci aiuti ad avere fiducia e a tollerare e vincere le paure». Francesco ha rafforzato la sua preghiera con i versi del salmo 105 (3-4), letti come antifona d’ingresso: «Gioisca il cuore di chi cerca il Signore. Cercate il Signore e la sua potenza, cercate sempre il suo volto». Per la meditazione nell’omelia, poi, il Papa ha preso le mosse dalla prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo (32, 7-14), invitando, senza giri di parole, a un esame di coscienza per riconoscere i nostri «idoli» più o meno nascosti. «Nella prima lettura — ha spiegato — c’è la scena dell’ammutinamento del popolo. Mosè se n’è andato al Monte per ricevere la Legge: Dio l’ha data a lui, in pietra, scritta dal suo dito». Ma ecco che «il popolo si annoiò e fece ressa intorno ad Aronne e disse: “ma questo Mosè da tempo non sappiamo dove sia, dove sia andato, e noi siamo senza guida: fateci un dio che ci aiuti ad andare avanti”». Di fronte a questa reazione del popolo, ha proseguito Francesco, «Aronne — che dopo sarà sacerdote di Dio ma lì è stato sacerdote della stupidaggine, degli idoli — ha detto: “ma sì, datemi tutto l’oro e l’argento che avete”». E il popolo dà tutto e così «fecero quel vitello d’oro». Nel salmo 105, ha fatto notare il Pontefice, «abbiamo sentito il lamento di Dio: “Si fabbricarono un vitello sull’Oreb, si prostrarono a una statua di metallo; scambiarono la loro gloria con la figura di un toro che mangia erba”». Ed è proprio «qui, in questo momento, quando incomincia la lettura» tratta dal libro dell’Esodo: «Il Signore disse a Mosè: “Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: ‘Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto’”». È il racconto di «una vera apostasia: dal Dio vivente all’idolatria», ha spiegato il Papa. Il popolo «non ha avuto pazienza di aspettare che tornasse Mosè: volevano delle novità, volevano qualcosa, dello spettacolo liturgico, qualcosa» insomma. Proprio «su questo», ha aggiunto Francesco, «io vorrei accennare alcune cose». Anzitutto, «quella nostalgia idolatrica nel popolo: in questo caso, pensava agli idoli dell’Egitto, ma la nostalgia di tornare agli idoli, tornare al peggio, non sapere aspettare il Dio vivente». In fin dei conti «questa nostalgia è una malattia, anche nostra» ha insistito il Pontefice: essa «incomincia a camminare con l’entusiasmo di essere liberi, ma poi incominciano le lamentele». Come a dire: «ma sì, questo è un momento duro, il deserto, ho sete, voglio dell’acqua, voglio la carne: in Egitto mangiavamo le cipolle, le cose buone e qui non c’è» nulla. Il fatto è, ha affermato Francesco, che «sempre l’idolatria è selettiva: ti fa pensare alle cose buone che ti dà, ma non ti fa vedere le cose brutte». E nel racconto dell’Esodo «loro pensavano a come erano a tavola, con questi pasti tanto buoni che a loro piacevano tanto, ma dimenticavano che quello era il tavolo della schiavitù». È in questo senso che, davvero, «l’idolatria è selettiva». «Poi, un’altra cosa: l’idolatria ti fa perdere tutto» ha proseguito il Papa, ricordando che «Aronne, per fare il vitello, chiede loro “datemi oro e argento”: ma era l’oro e l’argento che il Signore aveva dato loro, quando disse loro: “chiedete agli egiziani oro in prestito”». Dunque, ha spiegato Francesco, quello «è un dono del Signore e con il dono del Signore fanno l’idolo: questo è bruttissimo». Il Pontefice ha fatto però presente che «questo meccanismo succede anche a noi: quando noi abbiamo atteggiamenti che ci portano all’idolatria, siamo attaccati a cose che ci allontanano da Dio, perché noi facciamo un altro dio e lo facciamo con i doni che il Signore ci ha dato: con l’intelligenza, con la volontà, con l’amore, con il cuore». Sono questi «i doni propri del Signore che noi usiamo per fare idolatria». In realtà, ha proseguito il Papa, «qualcuno di voi può dirmi: “ma io a casa non ho idoli: ho il crocifisso, l’immagine della Madonna, che non sono idoli”». La questione è se si hanno idoli «nel cuore». Tanto che, ha suggerito Francesco, «la domanda che oggi dovremmo fare è: quale è l’idolo che tu hai nel tuo cuore, nel mio cuore?». E cioè, quale è «quell’uscita nascosta dove mi sento bene, che mi allontana dal Dio vivente». Del resto, ha fatto notare il Pontefice, «noi abbiamo, anche, un atteggiamento con l’idolatria molto furbo: sappiamo nascondere gli idoli, come fece Rachele quando fuggì da suo padre e li nascose nella sella del cammello e fra i vestiti». Infatti «anche noi, tra i nostri vestiti del cuore, abbiamo nascosti tanti idoli». Con questa consapevolezza Francesco ha rilanciato: «La domanda che vorrei fare oggi è: qual è il mio idolo, quel mio idolo della mondanità?». E ha messo in guardia dal fatto che «l’idolatria arriva anche alla pietà, perché» il popolo voleva «il vitello d’oro non per fare un circo», ma «per fare adorazione: si prostrarono davanti a lui». «L’idolatria ti porta a una religiosità sbagliata» ha affermato il Papa. Anzi, ha aggiunto, «tante volte la mondanità, che è un’idolatria, ti fa cambiare la celebrazione di un sacramento in una festa mondana». Non è mancata la proposta di «un esempio: figuriamoci una celebrazione di nozze. Tu non sai — ha osservato il Pontefice — se è un sacramento dove davvero i novelli sposi danno tutto e si amano davanti a Dio e promettono di essere fedeli davanti a Dio e ricevono la grazia di Dio, o è una mostra di modelli, come vanno vestiti l’uno e l’altro e l’altro». Ritorna «la mondanità: è un’idolatria» ed «è un esempio, questo, perché l’idolatria non si ferma: va sempre avanti». Perciò, ha ripetuto Francesco concludendo la sua meditazione, «oggi la domanda che io vorrei fare a tutti noi, a tutti: quali sono i miei idoli? Ognuno ha i propri. Quali sono i miei idoli? Dove li nascondo?». Con l’auspicio «che il Signore non ci trovi, alla fine della vita, e dica di ognuno di noi: ti sei pervertito, ti sei allontanato dalla via che io avevo indicato, ti sei prostrato dinanzi a un idolo». Proprio in questa prospettiva, ha suggerito, «chiediamo al Signore la grazia di conoscere i nostri idoli: e se non possiamo cacciarli via, almeno tenerli all’angolo». Come nei giorni scorsi il Papa ha invitato «le persone che non possono comunicarsi» a fare la comunione spirituale, recitando la preghiera di sant’Alfonso Maria de’ Liguori. E con l’adorazione e la benedizione eucaristica ha concluso la celebrazione. Per poi affidare alla Madre di Dio le sue intenzioni di preghiera, sostando davanti all’immagine mariana nella cappella di Santa Marta, accompagnato dal canto dell’antifona mariana Ave Regina Caelorum. A mezzogiorno, nella basilica Vaticana, il cardinale arciprete Angelo Comastri ha poi guidato la preghiera dell’Angelus e del rosario. Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Bassetti:la domenica dei vescovi italiani
Avvenire,   23/03/2020
Coronavirus. La domenica dei vescovi italiani: cosa ci sta insegnando questa crisi Redazione Internet domenica 22 marzo 2020 Nelle omelie delle Messe celebrate senza popolo dai pastori delle nostre diocesi, in diretta tv e streaming, la riflessione sul senso della prova alla luce della fede. Bassetti: recuperiamo i rapporti familiari e la preghiera «In questi giorni state prestando le vostre mani a Dio. La vostra scienza, il vostro cuore è al servizio del prossimo. Per questo non finirei mai di benedirvi e di pregare per quello che state facendo, rischiando la vita». Sono le parole del cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, rivolte a infermieri, medici, operatori sanitari, sacerdoti in trincea, all’omelia della Messa domenicale nella cappella di Sant’Onofrio della cattedrale, trasmessa in diretta tv, radio e sui social. «La cattedrale – ha ricordato – è la chiesa madre», da dove «l’abbraccio del pastore possa raggiungere innanzitutto i malati. Ci sentiamo tutti in una valle oscura, ma il Signore è con noi». Bassetti si è soffermato anche sulla “piccola chiesa domestica”, una «occasione, anche se forzata, di vivere le relazioni, di dialogare e di educarsi a vicenda. Nella vita di tutti i giorni non c’è più tempo in famiglia per un sorriso: è tutto un correre. Questo diventa il tempo di recuperare i rapporti familiari e ritrovare la centralità della preghiera e della Parola di Dio. La madre Chiesa viene a trovarvi a casa e vi esorta a cogliere questi giorni di “crisi” - in senso biblico, come “giudizio” -, come una prova che possa servirci. Solo cosi permetteremo alla nostra Chiesa di fare un ulteriore passo verso il Vangelo». (Riccardo Liguori) Delpini: è il tempo delle domande, troviamo quella giusta «Questo tempo, più di altri, è popolato di domande, si ripetono, si rivolgono a quelli che sanno rispondere e a quelli che rispondono senza sapere. Le domande ritornano come ossessioni, dicono lo smarrimento, la paura, il bisogno di rassicurazione, l’invocazione di una certezza in un marasma confuso». La riflessione dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini durante la Messa celebrata nella chiesa della Fondazione Sacra Famiglia di Cesano Boscone (che accoglie centinai di anziani e disabili, le presone più fragili in questa crisi) si sviluppa attorno al tempo delle domande: «Perché questa epidemia? da dove viene? Come si diffonde? Potrò guarire? Ce la farà mia mamma? Che cosa ci dice questa situazione? Quando finirà? Che sarà di noi quando finirà? Domande e domande». Tra le varie domande possibili, c’è anche quella «inevitabile e sbagliata», «quella che tutti si fanno di fronte al soffrire: “di chi è la colpa?” Perché? Perché è nato cieco? Chi ha peccato? È la domanda inevitabile, ma Gesù dice che è la domanda sbagliata. Gesù dice: se il mondo è sbagliato non chiederti chi ha sbagliato; non cercare una causa, non cercare un colpevole. Non incolpare Dio non sapendo chi altro incolpare. Non domandarti perché sia sbagliato il mondo, domandati invece se ci sia una via di salvezza, se si possa aggiustare il mondo e l’umanità». La domanda «decisiva» è l’ultima della pagina del cieco nato: «Tu credi nel Figlio dell’uomo? Gesù ha consentito al cieco di vedere per potergli dire: lo hai visto, è colui che parla con te. Gesù agisce perché in lui siano manifestate le opere di Dio. L’opera di Dio non è di creare un mondo sbagliato, dove qualcuno nasce cieco, dove qualcuno muore giovane, dove incombe una disgrazia che spaventa i figli degli uomini, dove che è ricco diventa sempre più ricco e chi è povero sempre più povero, dove c’è chi può curarsi quando è malato e anche quando è sano e dove c’è che deve ammalarsi e non ha come curarsi. L’opera di Dio non è il mondo sbagliato, ma la missione di Gesù: credi nel Figlio dell’uomo? Hai fiducia che Gesù sia la via di salvezza?». (Francesco Ognibene) Zuppi: superiamo la distanza della solitudine e dell’indiffenza «Oggi ci ritroviamo tutti come quell’uomo del Vangelo, ciechi di futuro, persi in questa valle oscura nel quale facciamo fatica a vedere la direzione e a riconoscere il prossimo. Non vediamo la luce, ma non per questo la luce non c’è! Gesù apre gli occhi e ci fa vedere il suo volto buono, presente, amico, che cerca proprio ognuno di noi». È il pensiero fondamentale espresso dal cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale dell’Emilia-Romagna, nella Messa che ha celebrato ieri nella cripta della Cattedrale di Bologna, trasmessa in diretta da Rai3-Tgr, da alcune emittenti locali radio e tv e in streaming sul sito della diocesi. «Gesù – ha proseguito - ci apre gli occhi facendoci guardare con occhi nuovi il prossimo, che altrimenti nell’oscurità può diventare un nemico che mette paura. Ci dona la luce dell’amore per vedere i nostri cari, amarli e comprenderne sempre il dono che essi sono. Ci apre gli occhi per vedere i più fragili, quanti sono doppiamente isolati. Noi non dobbiamo vincere la distanza che protegge dal virus, ma possiamo annullare quella della solitudine e dell’indifferenza!». (Chiara Unguendoli) Nosiglia: mostrate con coerenza la vostra fede L’acqua impastata con la terra è il segno del nostro sacramento. «Il Battesimo ci ha fatto passare dal buio delle tenebre del peccato alla vita nuova di Gesù Risorto che ci rende figli amatissimi del Padre e membra vive del suo corpo che è la Chiesa. Oggi il Signore ci dice: vivete il vostro Battesimo e non siate invisibili negli ambienti della vostra esistenza quotidiana ma abbiate il coraggio di mostrare con coerenza la vostra fede». Monsignor Nosiglia ha celebrato in casa a Torino, nella cappella dell’Arcivescovado. A mezzogiorno, come già domenica scorsa, tutte le chiese delle diocesi di Torino e Susa hanno suonato le campane. (Marco Bonatti) De Donatis: Crisro ha lacerato il nostro buio «La santità "a modo mio", quella che accarezza il narcisismo, è una notte senza alba». Secondo il cardinale vicario di Roma, Angelo De Donatis, infatti, «può accadere che mettiamo Dio a servizio di quello che vorremmo essere: ci costruiamo, anche in buona fede, un’idea di perfezione che stuzzica l’ego e poi diciamo allo Spirito ‘non creare imprevisti’». Nella sera della quarta domenica di Quaresima, al Divino Amore, le parole del cardinale vicario per Roma durante l’omelia richiamano il senso vero della libertà per un cristiano e mettono in guardia dalla fede “fai da te”. «La più grande e difficile libertà del cristiano consiste proprio nel rinunciare a una santità decisa a tavolino, dall’ideologia devota che si rende impermeabile alla voce di un Dio che parla nella storia». E infatti, spesso, «quanto è facile scambiare la propria idea di esistenza riuscita con la volontà di Dio!». Quindi «non facciamo l’errore di tener chiusi gli occhi con le palpebre del “dovrebbe essere così”- Dio si incontra in momenti inaspettati. Apriamo gli occhi e ritroviamo la presenza di Dio lì dove non siamo più abituati a cercarla». Infine, l'esortazione del cardinale alla speranza: «Cristo ha lacerato il buio della tomba. Apriamo gli occhi e ritroviamo la presenza di Dio lì dove non siamno più abituati a cercarla». (Graziella Melina) Lorefice: certi che rivivremo. Supplica a santa Rosalia «Gesù vede un uomo cieco, non si sofferma sulla sua malattia, ma incontra l’immagine di Dio deturpata, sfigurata. Non lo lascerà più, andrà ancora a ricercarlo» sottolinea l’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, celebrando dalla cappella del Palazzo arcivescovile in diretta sui canali social. Si sofferma su quella che definisce la «grammatica umana» di Cristo. «Per Gesù l’uomo non coincide col suo peccato; l’oltre è la guarigione salvifica, lo sguardo rigenerativo non giudicante. Gesù assume tutta la persona segnata dalla sofferenza – aggiunge - Continuiamo il nostro percorso dietro a Gesù con fermezza e audacia, in questi giorni di Quaresima ma anche di quarantena, ci attendono rigenerazione e illuminazione. La Pasqua si avvicina, con fiducia andiamo avanti, ascoltiamo Gesù certi che con lui rivivremo». Nel pomeriggio monsignor Lorefice reciterà una supplica a Santa Rosalia, patrona della città che liberò dalla peste nel 1624. (Alessandra Turrisi) Moraglia: saremo persone nuove. La preghiera a santa Lucia «Chiediamo a santa Lucia di iniziare a vedere la luce alla fine del tunnel». Il patriarca Francesco Moraglia celebra nella chiesa veneziana che custodisce le spoglie della martire siracusana. Nell’omelia rivolge un pensiero a Bergamo (antica terra di san Marco) e ai tanti morti di questi giorni. Assicura i familiari costretti a salutare i loro cari in modo “anonimo”: «Ogni uomo, anche quando sembra solo e abbandonato, ha una presenza e un conforto particolare del Signore». Invoca benedizione e sostegno per chi si batte contro il coronavirus: «Ci dicono con la loro testimonianza che il bene è più forte del male e la solidarietà è più grande dell’individualismo e dell’egoismo». Ed osserva: «Il Covid 19 ci toccherà dentro e ci lascerà diversi da come ci ha trovati. Quando se ne andrà, l’uomo che si illudeva di avere risposte e soluzioni su tutto per un po’ resterà sepolto. Ce la faremo e saremo nuovi, come persone e discepoli del Signore. Essere uomini moderni significa riscoprire la creaturalità e i propri limiti, avere bisogno degli altri ed amare di più la comunità». (Alessandro Polet) Mura: queste tenebre chiedono un nuovo orizzonte Tutti stretti attorno al vescovo Antonello, i fedeli delle diocesi di Nuoro e di Lanusei, per la Messa in streaming su Telesardegna nella quarta domenica di Quaresima. Dalla cattedrale di Santa Maria della Neve, nel capoluogo barbaricino, il presule invita tutti a cogliere, come Gesù, il senso degli eventi: «Gesù sia luce per noi in questa stagione oscura, perché la luce è vita e sentiamo di aver bisogno di recuperare ragioni di vita e di speranza, ora che ognuno di noi sta facendo esperienza di essere nello stesso tempo vedente e non-vedente: forte e debole, fiducioso e disperato. Le tenebre in cui viviamo hanno bisogno di una nuova luce, di un nuovo orizzonte, e di persone luminose in ogni campo, perché la gloria di Dio è un uomo che torna a vedere, è l’uomo vivente!». (Claudia Carta) Santoro: Cristo ci offre la vista e la salvezza «Questa pandemia non è una punizione di Dio ma un’occasione, seppur nel dramma, perché si manifestino le sue opere». Monsignor Filippo Santoro, arcivescovo della diocesi di Taranto, lo ha detto nell’omelia della Messa celebrata in streaming nella cappella della Cattedrale di san Cataldo, la più antica di Puglia, dove trovano spazio marmi antichi e otto statue del Sammartino, autore del celebre Cristo velato di Napoli. «Il Signore -ha detto Santoro - è presente nei fatti, ci viene incontro scuotendoci. Il cieco obbedisce a Gesù: quindi ascoltiamo la Sua voce e stiamo attenti a tutte le indicazioni, anche se l’isolamento ci costa. Cristo infine chiede al cieco se crede in Lui. Questo è il punto a cui il Signore vuole arrivare: l’uomo ha guadagnato la vista e la salvezza». (Marina Luzzi) Bagnasco: stiamo recuperando ciò che vale Parlando nella Chiesa dell'ospedale San Martino «che in questo momento accoglie il numero più alto di ammalati di coronavirus nel nostro territorio» il cardinale Angelo Bagnasco si è rivolto primariamente ai ricoverati: «Vorrei che ciascuno mi sentisse vicino non è in mio potere restituirvi la salute, ma vi porto la parola consolatrice di Gesù, parola che genera speranza e fiducia: la fiducia è il farmaco più importante per resistere e lottare». Dopo aver pregato per i ricoverati, il personale sanitario, le istituzioni e tutti coloro che si prodigano in questa emergenza, ha espresso l'auspicio che «il virus non arrivi ai nostri cuori» con la speranza di rinascere «più uniti e più saggi» per accorgerci «che avremo riscoperto ciò che vale, e che smaschera l’apparenza». (Adriano Torti) Lemmo (Napoli): Gesù con noi oltre le tempeste della vita L’incontro con Gesù per passare dalla triste cecità del peccato alla luce liberante dell’amore: è il centro dell’omelia del vescovo ausiliare di Napoli monsignor Lucio Lemmo. «Gesù - dice il pastore - ci apre gli occhi e ci permette di scoprire la preziosità del rapporto in famiglia; di recuperare l’importanza educativa dell’ascolto attento, non più frettoloso. È Gesù che ci rende capaci di discernere saggiamente ciò che veramente conta nella vita». Ed è solo Lui - sottolinea Lemmo – «che rivelando l’amore del Padre, è con noi oltre le tempeste della vita, ripetendo: “Non temere”. Ed ora ci aspetta per ridarci la vista: non perdiamo questa occasione». (Rosanna Borzillo) Betori: la supplica al Santissimo Crocifisso «Tu, che più volte hai salvato il popolo del Mugello, ed ogni fedele che a te si è affidato, dal male della peste e da ogni altra sventura, effondi anche oggi su di noi l’abbondanza della tua misericordia». Con queste parole il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, si è rivolto al Santissimo Crocifisso di Borgo San Lorenzo. La preghiera è stata fatta nella chiesa di San Salvatore in arcivescovado, davanti a una immagine del Crocifisso; nel video (disponibile sui siti della diocesi, di Toscana Oggi e di Radio Toscana) sono state inserite anche immagini girate appositamente nel santuario del Santissimo Crocifisso dei Miracoli, uno dei luoghi del Mugello più cari alla devozione popolare. Continua così il percorso, iniziato nel santuario della Santissima Annunziata, che ogni sabato vede l'arcivescovo di Firenze pregare davanti alle immagini più care alla tradizione. «Si era pensato - ha spiegato Betori introducendo la preghiera - di andare nei luoghi in cui queste immagini si trovano, ma accogliendo il pressante invito delle autorità civili a restare nelle nostre case, anche il vescovo resta nella sua casa, qui nella chiesa di San Salvatore al Vescovo, a pregare, portando qui le immagini dei nostri santuari». Quindi è proseguita la supplica a Gesù Crocifisso, «perché ci protegga e ci accompagni in questi giorni di sofferenza». (Riccardo Bigi) Fonte.www.avvenire .it
Papa:la preghiera universale
Avvenire,   23/03/2020
Angelus. L'invito del Papa: contro la pandemia la preghiera universale dei cristiani domenica 22 marzo 2020 Tutti i leader religiosi cristiani così come i fedeli sono chiamati a recitare il Padre Nostro mercoledì 25 marzo alle 12. Il Papa annuncia la sua preghiera in piazza San Pietro venerdì alle 18 L'invito del Papa: contro la pandemia la preghiera universale dei cristiani "Cari fratelli e sorelle, in questi giorni di prova, mentre l'umanità trema per la minaccia della pandemia, vorrei proporre a tutti i cristiani di unire le loro voci verso il Cielo. Invito tutti i Capi delle Chiese e i leader di tutte le Comunità cristiane, insieme a tutti i cristiani delle varie confessioni, a invocare l'Altissimo, Dio onnipotente, recitando contemporaneamente la preghiera che Gesù Nostro Signore ci ha insegnato. Invito dunque tutti a farlo parecchie volte al giorno a recitare il Padre Nostro mercoledì prossimo 25 marzo a mezzogiorno. Tutti insieme". È questa l'esortazione che arriva da papa Francesco al termine dell'Angelus. "Nel giorno in cui molti cristiani ricordano l'annuncio alla Vergine Maria dell'Incarnazione del Verbo, possa il Signore ascoltare la preghiera unanime di tutti i suoi discepoli che si preparano a celebrare la vittoria di Cristo Risorto", ha aggiunto. Il secondo gesto forte che il Papa ha indicato è stato un momento di preghiera da lui presieduto venerdì 27 marzo, con la speciale benedizione Urbi et Orbi sul sagrato di San Pietro, con la piazza ovviamente vuota. "Venerdì prossimo 27 marzo, alle ore 18, presiederò un momento di preghiera sul sagrato della Basilica di San Pietro, con la piazza vuota. Fin d'ora invito tutti a partecipare spiritualmente attraverso i mezzi di comunicazione. Ascolteremo la Parola di Dio, eleveremo la nostra supplica, adoreremo il Santissimo Sacramento, con il quale al termine darò la Benedizione Urbi et Orbi, a cui sarà annessa la possibilità di ricevere l'indulgenza plenaria". "Alla pandemia del virus vogliamo rispondere con la universalità della preghiera, della compassione, della tenerezza. Rimaniamo uniti. Facciamo sentire la nostra vicinanza alle persone più sole e più provate". E ha citato i malati, il personale sanitario, le forze dell'ordine, le autorità. In conclusione, il Papa esorta a leggere oggi, tranquillamente e lentamente, il capitolo 9 del Vangelo di Giovanni come lui stesso farà: "Ci farà bene a tutti". Questi gesti forti proposti da Francesco nella prossima settimana, in questo tempo particolare di prova per tutta l’umanità, contengono l'esortazione ad affrontare le avversità uniti nella preghiera e nell’amore, pur se nella distanza fisica, come lui stesso sta facendo anche nel quotidiano con la Messa mattutina da Casa Santa Marta che da due settimane vuole sia trasmessa in diretta streaming. Il portavoce vaticano, Matteo Bruni, in una nota ha spiegato che i cattolici di tutto il mondo il 27 marzo si riuniranno in preghiera virtualmente, insieme al Papa, alle 18. La preghiera globale sarà trasmessa in streaming e sarà concessa l'indulgenza plenaria per quanti si uniranno spiritualmente, secondo le condizioni previste dal recente decreto della Penitenzieria Apostolica", fa sapere ancora il portavoce Vaticano. (LEGGI QUI) La preghiera del Santo Padre potrà essere seguita in diretta tramite i media e si concluderà con la Benedizione eucaristica che sarà impartita "Urbi et orbi" attraverso i mezzi di comunicazione. LA CATECHESI: SIATE FIGLI DELLA LUCE "Non basta ricevere la luce, occorre diventare luce. Ognuno di noi è chiamato ad accogliere la luce divina per manifestarla con tutta la propria vita. I primi cristiani, teologi dei primi secoli, dicevano che la chiesa è il mistero della luna, perché dava luce ma non era luce propria, era quella che riceveva da Cristo. Anche noi dobbiamo essere mistero della luna, dare la luce ricevuta dal sole che è Cristo Signore. Ce lo ricorda San Paolo: 'comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità'". Lo ha detto Papa Francesco all'Angelus trasmesso in via streaming dalla Biblioteca del Palazzo Apostolico Vaticano commentando oggi l'episodio del Vangelo che racconta dell'uomo cieco dalla nascita, al quale Gesù dona la vista. "Il seme di vita nuova posto in noi nel Battesimo è come scintilla di un fuoco, che purifica prima di tutto noi, bruciando il male che abbiamo nel cuore, e ci permette di brillare e illuminare. Maria Santissima ci aiuti ad imitare l'uomo cieco del Vangelo, così che possiamo essere inondati dalla luce di Cristo e incamminarci con Lui sulla via della salvezza", ha concluso Bergoglio. I prodigi che Gesù compie, ha spiegato il Pontefice, commentando il brano evangelico centrato sul tema della luce "non sono gesti spettacolari, ma hanno lo scopo di condurre alla fede attraverso un cammino di trasformazione interiore". E "possiamo anche noi fare questa esperienza!" "Con la luce della fede colui che era cieco scopre la sua nuova identità - ha sottolineato Bergoglio -. Egli ormai è una 'nuova creatura', in grado di vedere in una nuova luce la sua vita e il mondo che lo circonda, perché è entrato in comunione con Cristo. Non è più un mendicante emarginato dalla comunità; non è più schiavo della cecità e del pregiudizio. Il suo cammino di illuminazione è metafora del percorso di liberazione dal peccato a cui siamo chiamati. Il peccato è come un velo scuro che copre il nostro viso e ci impedisce di vedere chiaramente noi stessi e il mondo; il perdono del Signore toglie questa coltre di ombra e di tenebra e ci ridona nuova luce". "La Quaresima che stiamo vivendo sia tempo opportuno e prezioso per avvicinarci al Signore, chiedendo la sua misericordia, nelle diverse forme che la Madre Chiesa ci propone - ha aggiunto il Papa - Il cieco risanato, che vede ormai sia con gli occhi del corpo sia con quelli dell'anima, è immagine di ogni battezzato, che immerso nella Grazia è stato strappato dalle tenebre e posto nella luce della fede". Fonte.www.avvenire.it
Papa:oltre il balcone
L'Osservatore Romano,   22/03/2020
Oltre l’orizzonte del balcone per costruire rapporti d’amore · Nella messa a Santa Marta il Papa ricorda le famiglie che non possono uscire di casa a causa della pandemia e invita all’umiltà nella preghiera · 21 marzo 2020 «Oggi vorrei ricordare le famiglie che non possono uscire di casa. Forse l’unico orizzonte che hanno è il balcone e, lì dentro, la famiglia con i bambini, i ragazzi, i genitori». Con queste parole, a braccio, Papa Francesco ha iniziato la celebrazione eucaristica sabato mattina, 21 marzo, nella cappella di Casa Santa Marta. Offrendo nuovamente la messa — trasmessa in diretta streaming — per le famiglie che stanno vivendo giorni difficili a causa della pandemia da coronavirus, il Pontefice ha invitato a pregare «perché sappiano trovare il modo di comunicare bene, di costruire rapporti di amore nella famiglia, e sappiano vincere le angosce di questo tempo insieme, in famiglia. Chiediamo la pace delle famiglie oggi, in questa crisi, e per la creatività». Alla sua invocazione Francesco ha fatto seguire i versi del salmo 103 (2-3), letti come antifona d’ingresso: «Anima mia, benedici il Signore, non dimenticare tanti suoi benefici: egli perdona tutte le tue colpe». È dal Libro del profeta Osèa (6, 1-6) che il Papa ha poi preso spunto per iniziare la sua meditazione. Ricordando che nel passo proposto ieri dalla liturgia c’era «quella parola del Signore: “Torna, torna a casa”». Ed è sempre «nello stesso libro del profeta Osèa» che, ha suggerito Francesco, oggi «troviamo la risposta: “Venite, ritorniamo al Signore”». Sì, ha fatto presente il Pontefice, «è la risposta, quando tocca il cuore, quel “torna a casa”: “Ritorniamo al Signore”». Scrive infatti Osèa: «Egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà. Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l’aurora». E così, ha aggiunto il Papa, c’è «la fiducia nel Signore, è sicuro: “Verrà a noi come la pioggia d’autunno, come la pioggia di primavera, che feconda la terra”». E «con questa speranza — ha spiegato — il popolo incomincia il cammino per ritornare al Signore e una delle maniere, dei modi di trovare il Signore è la preghiera: preghiamo il Signore, torniamo da Lui». Riferendosi quindi al brano dell’evangelista Luca (18, 9-14), proposto dalla liturgia, il Papa ha affermato che oggi «nel Vangelo Gesù ci insegna come pregare: ci sono due uomini, uno presuntuoso che va a pregare ma per dire che è uno bravo, come se dicesse a Dio “ma guarda sono così bravo: se hai bisogno di qualcosa, dimmi, io risolvo il tuo problema”». Ed è proprio con questo atteggiamento di «presunzione» che «si rivolge a Dio: forse lui faceva tutte le cose che diceva la Legge, lo dice: “Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”». Come a dire «sono bravo». Questo modo di fare «ci ricorda anche altri due uomini» presentati nel Vangelo. Anzitutto «ci ricorda il figlio maggiore della parabola del figliol prodigo, quando va dal padre e dice “ma, io che sono così bravo non ho la festa, e a questo, che è un disgraziato, tu gli fai la festa”». In una parola, è «presuntuoso». Un atteggiamento, che richiama anche «la storia di quell’uomo ricco, che abbiamo sentito in questi giorni: senza un nome, ma era ricco, incapace di farsi un nome, ma era ricco. Non gli importava nulla della miseria degli altri». Sono tre uomini «che hanno sicurezza in se stessi o nel denaro o nel potere». Il Vangelo di oggi, ha rilanciato Francesco, presenta anche la figura del «pubblicano che non va davanti all’altare, resta a distanza: “Fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: ‘O Dio, abbi pietà di me peccatore’”». Ma «anche questo» modo di fare, ha fatto presente il Pontefice, «ci porta al ricordo del figliol prodigo: si accorse dei peccati fatti, delle cose brutte che aveva fatto, anche lui si batteva il petto: tornerò da mio padre; padre, ho peccato». È un atteggiamento di «umiliazione» che, ha chiarito il Papa, «ci ricorda il mendicante Lazzaro, alla porta del ricco, che viveva la sua miseria davanti alla presunzione di quel signore». Del resto nel Vangelo, ha suggerito Francesco, si trova sempre la possibilità di accostare persone tra loro. «In questo caso il Signore ci insegna come pregare, come avvicinarci, come dobbiamo avvicinarci al Signore: con umiltà» ha continuato il Pontefice. Proponendo la «bella immagine nell’inno liturgico della festa di san Giovanni Battista: dice che il popolo si avvicinava al Giordano, per ricevere il battesimo, “nuda l’anima e i piedi”». Si tratta, dunque, di «pregare con l’anima nuda, senza trucco, senza travestirsi delle proprie virtù». Francesco ha ribadito che Dio, «lo abbiamo letto all’inizio della Messa, perdona tutti i peccati ma ha bisogno che io gli faccia vedere i peccati, con la mia nudità». Per questo si deve «pregare così, nudi, con il cuore nudo, senza coprire, senza avere fiducia neppure in quello che ho imparato sul modo di pregare: pregare, tu e io, faccia a faccia, l’anima nuda». «Questo è quello che il Signore ci insegna» ha commentato il Papa. Invece «quando andiamo dal Signore un po’ troppo sicuri di noi stessi, cadremo nella presunzione di questo» fariseo, di cui oggi parla il Vangelo di Luca, «o del figlio maggiore o di quel ricco al quale non mancava nulla. Avremo la nostra sicurezza in altra parte: “Io vado dal Signore ma ci voglio andare per essere educato e gli parlo a tu per tu, praticamente”». Ma «questa non è la strada, la strada è abbassarsi — l’abbassamento — la strada è la realtà» ha messo in guardia il Pontefice. E «l’unico uomo qui, in questa parabola, che aveva capito la realtà, era il pubblicano: Tu sei Dio e io sono peccatore. Questa è la realtà, ma dico che sono peccatore non dalla bocca, dal cuore: sentirsi peccatore». «Non dimentichiamo questo che il Signore ci insegna: giustificare se stesso è superbia, è orgoglio, è esaltare se stesso, è travestirsi da quello che non sono e le miserie rimangono dentro». Infatti «il fariseo giustificava se stesso». Invece, ha raccomandato il Papa, è importante «confessare direttamente i propri peccati, senza giustificarli, senza dire “ma, no, ho fatto questo, ma non era colpa mia”». «L’anima nuda» ha ripetuto Francesco. Auspicando che «il Signore ci insegni a capire questo atteggiamento per incominciare la preghiera: quando la preghiera la incominciamo con le nostre giustificazioni, con le nostre sicurezze, non sarà preghiera» ma «sarà parlare con lo specchio». Invece «quando incominciamo la preghiera con la vera realtà — “sono peccatore, sono peccatrice” — è un buon passo avanti per lasciarsi guardare dal Signore». E che «Gesù insegni questo a noi» ha concluso. Anche oggi, durante la messa, il Papa ha invitato tutti a fare la comunione spirituale, recitando questa preghiera di sant’Alfonso Maria de’ Liguori: «Gesù mio, credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’altare. Ti amo sopra ogni cosa e Ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. E come già venuto, Ti abbraccio e tutto mi unisco a Te. Non permettere che abbia mai a separarmi da Te». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:gli anziani
Avvenire,   17/03/2020
Casa Santa Marta. Il Papa: prego per gli anziani che sono soli e nella paura Da Vatican News martedì 17 marzo 2020 Francesco offre per questa intenzione la Messa del mattino celebrata in diretta streaming da Casa Santa Marta. E invita a saper perdonare sempre e con il cuore E' un cuore che guarda a tutti, quello del Papa, ogni giorno a qualcuno in modo particolare. La Messa a Santa Marta di stamattina Francesco la dedica agli anziani che in tempo di restrizioni a causa del Coronavirus sono tra coloro che più di altri patiscono la lontananza dai propri cari. Io vorrei che oggi pregassimo per gli anziani che soffrono questo momento in modo speciale, con una solitudine interna [interiore] molto grande e alle volte con tanta paura. Preghiamo il Signore perché sia vicino ai nostri nonni, alle nostre nonne, a tutti gli anziani e dia loro forza. Loro ci hanno dato la saggezza, la vita, la storia. Anche noi siamo vicini a loro con la preghiera. L'omelia è ispirata al Vangelo e al tema del perdono che porta Pietro a chiedere a Gesù quante volte sia lecito perdonare agli altri. Non è facile, riconosce Francesco, che ricorda come vi sia "gente che vive condannando gente". Ma ciò che Dio desidera, afferma, è a "essere magnanimi" a "perdonare, perdonare di cuore". Di seguito il testo dell'omelia secondo una trascrizione di Vatican News: Gesù viene dal fare una catechesi sull’unità dei fratelli e la finì con una bella parola: “Vi assicuro che se due di voi, due o tre, si metteranno d’accordo e chiedono una grazia, sarà loro concessa”. L’unità, l’amicizia, la pace tra i fratelli attira la benevolenza di Dio. E Pietro fa la domanda: “Sì, ma alle persone che ci offendono, cosa dobbiamo fare? Se mio fratello commette colpe contro di me, mi offende, quante volte dovrò perdonargli? Sette volte?”. E Gesù rispose con quella parola che vuol dire, nel loro idioma, “sempre”: “Settanta volte sette”. Sempre si deve perdonare. E non è facile, perdonare. Perché il nostro cuore egoista è sempre attaccato all’odio, alle vendette, ai rancori. Tutti abbiamo visto famiglie distrutte dagli odi familiari che si rimandano da una all’altra generazione. Fratelli che, davanti alla bara di uno dei genitori, non si salutano perché portano avanti rancori vecchi. Sembra che sia più forte l’attaccarsi all’odio che all’amore e questo è proprio il tesoro – diciamo così – del diavolo. Lui si accovaccia sempre tra i nostri rancori, tra i nostri odi e li fa crescere, li mantiene lì per distruggere. Distruggere tutto. E tante volte, per cose piccole, distrugge. E anche si distrugge questo Dio che non è venuto per condannare, ma per perdonare. Questo Dio che è capace di fare festa per un peccatore che si avvicina e dimentica tutto. Quando Dio ci perdona, dimentica tutto il male che abbiamo fatto. Qualcuno diceva: “È la malattia di Dio”. Non ha memoria, è capace di perdere la memoria, in questi casi. Dio perde la memoria delle storie brutte di tanti peccatori, dei nostri peccati. Ci perdona e va avanti. Ci chiede soltanto: “Fa lo stesso: impara a perdonare”, non portare avanti questa croce non feconda dell’odio, del rancore, del “me la pagherai”. Questa parola non è né cristiana né umana. La generosità di Gesù che ci insegna che per entrare in cielo dobbiamo perdonare. Anzi, ci dice: “Tu, vai a Messa?” – “Sì” – “Ma se quando vai a Messa ti ricordi che il tuo fratello ha qualcosa contro di te, riconciliati, prima; non venire da me con l’amore verso di me in una mano e l’odio con il fratello nell’altra”. Coerenza di amore. Perdonare. Perdonare di cuore. C’è gente che vive condannando gente, parlando male della gente, sporcando continuamente i suoi compagni di lavoro, sporcando i vicini, i parenti, perché non perdonano una cosa che gli hanno fatto, o non perdonano una cosa che non gli è piaciuta. Sembra che la ricchezza propria del diavolo sia questa: seminare l’amore al non-perdonare, vivere attaccati al non-perdonare. E il perdono è condizione per entrare in cielo. La parabola che Gesù ci racconta è molto chiara: perdonare. Che il Signore ci insegni questa saggezza del perdono che non è facile. E facciamo una cosa: quando noi andremo a confessarci, a ricevere il sacramento della riconciliazione, prima chiediamoci: “Io perdono?”. Se io sento che non perdono, non fare finta di chiedere perdono, perché non sarò perdonato. Chiedere perdono significa perdonare. Sono insieme, ambedue. Non possono separarsi. E coloro che chiedono perdono per sé stessi come questo signore, che il padrone perdona tutto, ma non danno perdono agli altri, finiranno come questo signore. “Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore ciascuno al proprio fratello”. Che il Signore ci aiuti a capire questo e ad abbassare la testa, a non essere superbi, a essere magnanimi nel perdono. Almeno a perdonare “per interesse”. Come mai? Sì: perdonare, perché se io non perdono, non sarò perdonato. Almeno questo. Ma sempre il perdono. Fonte.www.avvenire.it
Papa:gli anziani
L'Osservatore Romano,   17/03/2020
L’adorazione e la benedizione eucaristica · Nella messa a Santa Marta il Papa prega per le persone anziane · 17 marzo 2020 Con l’adorazione e la benedizione eucaristica Papa Francesco ha concluso la messa celebrata martedì mattina, 17 marzo, nella cappella di Casa Santa Marta. Dopo la comunione, con l’ostensorio posto sull’altare per l’adorazione, il vescovo di Roma ha impartito la benedizione che, attraverso la diretta streaming, ha raggiunto tutti coloro che stanno vivendo questo tempo di pandemia. Francesco ha offerto, in modo particolare, la celebrazione per le persone anziane e sole. «Io vorrei — ha detto, a braccio, all’inizio della messa — che oggi pregassimo per gli anziani che soffrono questo momento in modo speciale, con una solitudine interna molto grande e alle volte con tanta paura». «Preghiamo il Signore — ha aggiunto — perché sia vicino ai nostri nonni, alle nostre nonne, a tutti gli anziani e dia forza. Loro ci hanno dato la saggezza, la vita, la storia. Anche noi siamo vicini a loro con la preghiera». E per rafforzare la sua intenzione spirituale il Pontefice ha letto l’antifona d’ingresso, tratta dal salmo 17 (6-8). «Io t’invoco, mio Dio: dammi risposta; rivolgi a me l’orecchio e ascolta la mia preghiera. Custodiscimi, o Signore, come la pupilla degli occhi, proteggimi all’ombra delle tue ali». Per la meditazione dell’omelia, Francesco ha preso spunto dal passo del Vangelo di Matteo (18, 21-35) proposto dalla liturgia, centrato sul perdono. «Gesù — ha spiegato facendo riferimento al brano evangelico immediatamente precedente (18, 15-20) — viene dal fare una catechesi sull’unità dei fratelli e la finì con una bella parola: vi assicuro che “se due di voi”, due o tre, si metteranno d’accordo e chiedono una grazia, gli sarà concessa». Dunque, «l’unità, l’amicizia, la pace tra i fratelli attira la benevolenza di Dio» ha detto il Papa. Ed ecco che, racconta Matteo, «Pietro fa la domanda: sì, ma alle persone che ci offendono cosa dobbiamo fare? “Se il mio fratello commette colpe contro di me”, mi offende, “quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”». Alla domanda di Pietro, ha fatto notare il Pontefice, «Gesù rispose con quella parola che vuol dire, nel loro idioma, “sempre”: “Settanta volte sette”». In sostanza, dice il Signore, «sempre si deve perdonare e non è facile perdonare, perché il nostro cuore egoista è sempre attaccato all’odio, alle vendette, ai rancori». Del resto, ha proseguito Francesco, «tutti abbiamo visto famiglie distrutte dagli odi familiari che si rimandano da una all’altra generazione». Ci sono «fratelli che, davanti alla bara di uno dei genitori, non si salutano perché portano avanti rancori vecchi». Davvero, ha insistito, «sembra che sia più forte l’attaccarsi all’odio che all’amore e questo è proprio “il tesoro”, diciamo così, del diavolo». Il diavolo infatti, ha spiegato il Papa, «si accovaccia sempre tra i nostri rancori, tra i nostri odi e li fa crescere, li mantiene lì per distruggere. Distruggere tutto. E tante volte, per cose piccole, distrugge». Oltretutto, ha detto Francesco, «anche si distrugge questo Dio che non è venuto per condannare, ma per perdonare. Questo Dio che è capace di fare festa per un peccatore che si avvicina e dimentica tutto. Quando Dio ci perdona, dimentica tutto il male che abbiamo fatto». Tanto che «qualcuno diceva» che il perdono «è la malattia di Dio: non ha memoria, è capace di perdere la memoria, in questi casi. Dio perde la memoria delle storie brutte di tanti peccatori, dei nostri peccati. Ci perdona e va avanti». Dio, ha spiegato il Papa, a noi «chiede soltanto: “Fa’ lo stesso, impara a perdonare, non portare avanti questa croce non feconda dell’odio, del rancore, del “me la pagherai”». Una «parola», ha rilanciato il Pontefice, che «non è né cristiana né umana». Ecco, allora, «la generosità di Gesù, che ci insegna che per entrare in cielo dobbiamo perdonare» ha affermato Francesco. Anzi, ha aggiunto, «ci dice: “Tu, vai a messa?” — “Sì” — “Ma se quando vai a messa ti ricordi che il tuo fratello ha qualcosa contro di te, riconciliati, prima; non venire da me con l’amore verso di me in una mano e l’odio con il fratello nell’altra”». Ci vuole la «coerenza di amore: perdonare, perdonare di cuore». «C’è gente — ha fatto presente il Papa — che vive condannando gente, parlando male della gente, sporcando continuamente i suoi compagni di lavoro, sporcando i vicini, i parenti, perché non perdona una cosa che gli hanno fatto o non perdona una cosa che non le è piaciuta». E così «sembra che la ricchezza propria del diavolo sia questa: seminare l’amore al non perdonare, vivere attaccati al non perdonare». Ma «il perdono è condizione per entrare in cielo» ha ricordato Francesco. E «la parabola che Gesù ci racconta è molto chiara: perdonare» ha aggiunto. Con l’auspicio «che il Signore ci insegni questa saggezza del perdono, che non è facile». A questo proposito il Papa ha anche suggerito un consiglio spirituale: «Facciamo una cosa: quando noi andremo a confessarci, a ricevere il sacramento della riconciliazione, prima chiediamoci: io perdono? Se io sento che non perdono, non fare finta di chiedere perdono, perché non sarò perdonato». Non va dimenticato, infatti, che «chiedere perdono significa perdonare: sono insieme ambedue, non possono separarsi». Riferendosi al passo del Vangelo di Matteo, il Pontefice ha affermato che «coloro che chiedono perdono per sé stessi» — come il servo malvagio della parabola di fronte al padrone che «perdona tutto» — «ma non danno perdono agli altri, finiranno come lui». È Gesù stesso a ricordarlo nel Vangelo del giorno: «Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». Il Papa ha concluso la meditazione invitando a pregare perché «il Signore ci aiuti a capire questo e ad abbassare la testa, a non essere superbi, a essere magnanimi nel perdono». Oppure «almeno a perdonare “per interesse”. Come mai? Sì, perdonare perché se io non perdono, non sarò perdonato. Almeno questo. Ma sempre il perdono». Al termine della celebrazione, dopo l’adorazione e la benedizione eucaristica, Francesco ha affidato le sue preghiere alla Madre di Dio sostando davanti all'immagine mariana posta accanto all’altare della cappella di Santa Marta, accompagnato dal canto dell’antifona Ave Regina Caelorum. A mezzogiorno, nella basilica Vaticana, il cardinale arciprete Angelo Comastri ha rilanciato la preghiera del Papa guidando la recita dell’Angelus e del rosario. Fonte.www.l'osservatoreromano.it-
Manto:coronavirus
Quotidiano Sanità,   16/03/2020
Coronavirus. “Una sfida immane che ci coinvolge tutti e che sollecita risposte nuove in campo medico, etico ed economico”. Intervista a Monsignor Andrea Manto Il Presidente della Fondazione “Ut Vitam Habeant”, ruolo in cui Manto è subentrato dopo la scomparsa dell’ideatore e precedente presidente della Fondazione, il cardinale Elio Sgreccia, ha condiviso con noi una serie di riflessioni sulla crisi globale provocata dalla pandemia di COVID-19. Netto il suo appello a “costruire ponti tra scienza e saggezza” e a un supplemento di riflessione sul documento della Siaarti: può esistere davvero “un criterio giusto per decidere chi far morire?” 16 MAR - Monsignor Andrea Manto, 53 anni, medico specializzato in geriatria, è docente presso la Pontificia Università Lateranense e presidente della Fondazione Ut Vitam Habeant, succedendo nel ruolo al fondatore, cardinale Elio Sgreccia, dopo la sua scomparsa. Prima di questo incarico, Manto è stato Direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della Sanità della CEI e del Centro per la Pastorale Sanitaria della Diocesi di Roma. Ecco le sue riflessioni su quanto sta accadendo a seguito della pandemia di COVID-19 e sulle sue implicazioni sul piano della tutela della salute, sugli aspetti bioetici con essa connessi e sulle ricadute sociali ed economiche che si stanno delineando nel Mondo. Monsignor Manto, l’emergenza sanitaria provocata dalla pandemia di questo nuovo Coronavirus ci sta ponendo dinanzi a problemi di sostenibilità e di etica medica che pensavamo di aver ormai messo da parte, se non altro nel mondo occidentale. Gli anestesisti italiani hanno posto questioni dirimenti, delineando possibili scenari, seppur fortunatamente non ancora operativi, che ci pongono dilemmi più ampi sul dovere e sulla conseguente possibilità di curare e assistere ogni essere umano, indipendentemente dalla sua età e condizione di salute. Siamo pronti a questa sfida? Penso che nessuno possa dirsi pronto a sostenere questa sfida da solo. Non si può affrontare in maniera isolata la sfida di un’epidemia causata da un virus nuovo, per il quale mancano anticorpi nella popolazione e cure mediche efficaci. È necessario condividere le conoscenze e i saperi nella comunità scientifica e coordinare gli interventi di sanità pubblica. Né si può affrontare la sfida di elaborare principi etici liquidando, unilateralmente e sotto la spinta dell’emergenza, la deontologia medica, che è un sapere condiviso e consolidato da secoli a tutela dei valori fondanti dell’umanità. Le faccio un esempio: il “first come, first served” è un principio di giustizia universale che regola tutti i rapporti umani, per capirci, dalla coda alla biglietteria, ai mercati azionari, fino a situazioni cruciali. Esso serve a impedire la prepotenza e gli abusi. Minarne il valore può causare molti più problemi di quanti si pensa di risolverne. Ad esempio, ipotizziamo che ci sia un solo posto libero in una rianimazione e arrivino, a distanza di pochi minuti, due pazienti intorno ai 60 anni di età, molto simili per gravità della situazione e possibilità di sopravvivenza: Lei cosa farebbe se fosse il medico? Userebbe il criterio dell’ordine di arrivo o tirerebbe la monetina? È una scelta terribile e capisco la sofferenza di chi deve compierla. Ma la deontologia è chiara: il dovere del medico non è affidarsi soltanto a un criterio statistico o a una linea guida generale. Egli deve decidere per quella persona e in quella precisa situazione il bene concretamente possibile, certamente evitando interventi terapeutici inutili, sproporzionati o esplicitamente rifiutati dal paziente, ma mai può agire contro l’interesse del paziente. Non è infrequente che il medico, come lo statista, il giudice, o chiunque abbia responsabilità rilevanti per le vite degli altri, si trovi di fronte a scelte drammatiche di cui deve assumersi il peso da solo. E purtroppo non esistono deroghe, scorciatoie o seconde opportunità. Nessuno può sostituirsi a noi e alla nostra libertà e responsabilità e al nostro dovere di decidere in scienza e coscienza, anche sbagliando, ma assumendoci il carico che da questo deriva. È la vita, sempre imperfetta eppure sempre meravigliosa. È la bellezza e il dramma della nostra libertà, che desidera l’assoluto, ma vive nel qui e ora e ha bisogno di confini. Trovo perciò che la SIAARTI abbia sollevato dei problemi di etica medica assai rilevanti, tanto più nello scenario attuale e nel contesto del mondo globalizzato. Su tali problemi bisogna tenere sempre viva l’attenzione e andare a fondo nel dibattito, perché essi non riguardano solo i medici, i malati e le loro famiglie o chi è chiamato ad amministrare la sanità, ma toccano tutti noi e il fondamento stesso della società e della democrazia. Preferisco però, come affermato dal presidente dell’Ordine dei Medici Anelli, considerare l’iniziativa degli anestesisti un “grido di dolore” di fronte alla pesante situazione che stiamo attraversando o un allarme rispetto a un suo possibile aggravamento, se non si prendono misure ancora più efficaci. Infatti, al netto del merito di segnalare il problema, il documento elaborato dalla SIAARTI non mi sembra un testo adeguato nell’approccio e nei contenuti. Perché? Anzitutto non c’è nulla di nuovo nell’argomentazione che introduce. In altri Paesi si propone già da tempo di escludere gli anziani dalle cure più costose per ridurre la spesa sanitaria, per esempio proibendo l’innesto della protesi d’anca dagli 80 anni in poi. In Italia nello scorso decennio in molti tavoli di riflessione sulle cure intensive si sosteneva la scelta di non ricoverare gli anziani in rianimazione. E non perché fossimo di fronte alla minaccia del Coronavirus, ma perché, secondo alcuni, di fronte ai tagli imposti dai piani di rientro era preferibile tenere i posti per i più giovani. L’idea di fondo è che il razionamento o la scarsità delle risorse disponibili ci debbano portare a prefissare criteri di selezione del valore della vita umana. È un’idea miope e pericolosa, perché ai potenziali tagli e risparmi sulla vita degli altri non c’è mai limite, in tutti i campi (si pensi ad esempio alla sicurezza sul lavoro o all’ambiente) e perché si minano le basi della solidarietà e della democrazia. I medici, in base alle loro competenze, devono fare di tutto per curare al meglio ogni paziente in forza dell’alleanza medico-paziente e far capire alla società il valore fondamentale della tutela della vita e della salute. Bisogna incessantemente costruire ponti tra scienza e saggezza, individuando scelte coerenti e modalità idonee per mettere a fuoco e affermare i valori più autenticamente umani. Occorre creare una nuova mentalità e non rassegnarsi al pensiero unico, sempre materialista, formando le coscienze a rispettare la vita umana pensandola sempre come fine e mai come mezzo. Alcuni anni fa l’Unione europea, era il 2006, lanciò uno slogan affascinante “La salute in tutte le politiche” in una visione illuminata e trasversale della promozione della salute tra i popoli in grado di coniugare la salute delle persone attraverso politiche concertate sul piano economico, sociale e ambientale. Di quel programma ambizioso, in realtà, se ne è persa traccia col passare degli anni e la tutela della salute si è continuata a considerare di fatto più un fattore di costo che di sviluppo per un Paese. E ora, forse, ne vediamo le conseguenze… Esatto! Ha colto perfettamente il mio pensiero. Le dirò che la logica del documento SIAARTI va proprio a sposare la linea che vede la tutela della salute soprattutto come un costo, e dietro l’urgenza della decisione clinica maschera un criterio di utilitarismo e di egoismo (la persona serve finché è utile e quando è un peso va abbandonata). Un’idea che, per cerchi concentrici e slittamenti progressivi, “contagia” tutti e mina la struttura stessa della società. Per certi aspetti è questa la prima e più pericolosa epidemia, perché veicola l’egoismo e la legge del più forte (darwinismo sociale) e legittima quella che Papa Francesco ha definito la “cultura dello scarto”. Con la rottamazione dei valori da un lato, e con i piani di rientro dall’altro, siamo arrivati a non avere un numero congruo di posti-letto nelle rianimazioni, a spendere sempre meno per le politiche di prevenzione ed educazione sanitaria, a non investire in ricerca e formazione per affrontare le epidemie e a non accantonare risorse per l’emergenza. E poi questo documento si presta al disegno, in corso da tempo, di sostituire la medicina ippocratica con la medicina ideologica. Si spieghi monsignore. Si vuole, in buona sostanza, sostituire al dovere di curare una persona in quanto essere umano, il dovere di curare le persone solo in base alle indicazioni del parametro ideologico dominante (culturale, politico, ecc.). Perciò di volta in volta, avremo categorie di persone che non sono degne di essere curate, o perché la loro qualità della vita a nostro (di chi?) giudizio non è adeguata, o perché costano troppo, o perché non producono, o perché sono migranti e portano malattie di cui non vogliamo contagiarci, o magari perché sono di razza, religione o convinzione politica diversa da quella della maggioranza che decide. Il processo in sintesi è il seguente: con la motivazione di affrontare il problema spinoso delle decisioni drammatiche nei casi-limite si cercano i criteri di scelta, o meglio di selezione, trovati adesso nell’analogia con il triage che si opera durante le guerre(!) o le catastrofi. Poi, per semplificare la fatica della complessità di decidere e per razionalizzare l’incertezza di stare su confini scivolosi, si procede a cristallizzare i criteri in indicazioni normative e perciò valide per tutti. Tali indicazioni normative, derivanti come dicevo da criteri arbitrari applicati ai casi limite e poi decontestualizzati, vengono progressivamente trasferite nella comune pratica clinica per ulteriore analogia o similitudine; per esempio ove lo Stato tagliasse fondi per le cure agli indigenti, oppure qualora la presenza di troppi anziani malati mettesse a rischio il sistema pensionistico. In questo modo viene eroso il criterio fondante della democrazia e del contratto sociale, che è appunto l’indisponibilità della vita umana. Mi permetta un’ultima battuta: il pericolo maggiore per la libertà non sta nel quasi-coprifuoco che ci viene adesso imposto al fine di impedire la diffusione del virus, ma sta nella finta libertà di avere in futuro un criterio “giusto” per decidere chi far morire. Questa emergenza sanitaria, divenuta presto anche economica e sociale, sta sollevando anche altre questioni che investono la sfera ampia, e fino ad oggi apparentemente intoccabile (sempre nel nostro “Occidente”), delle libertà personali e delle responsabilità ad esse connesse quando entra il gioco il bene comune. Come sta reagendo a suo parere il popolo italiano di fronte a restrizioni e divieti mai adottati finora? Direi che stiamo reagendo complessivamente abbastanza bene. L’impatto con l’epidemia ci ha fatto scoprire altri aspetti della nostra società e della vita che troppo spesso si danno per scontati. Per esempio il fatto che ciascuno di noi è individualmente responsabile della salute degli altri e del bene comune molto più di quanto ordinariamente lo percepisca. Questa interdipendenza non dovrebbe mai consentire atteggiamenti superficiali e richiede perciò educazione sanitaria, cultura della prevenzione, responsabilità e rispetto delle regole della vita buona. Gli stili di vita sani proteggono sia nelle situazioni ordinarie che in quelle straordinarie; non a caso i fumatori sono probabilmente più suscettibili alle complicazioni gravi dell’infezione da Coronavirus. La lista delle pratiche individuali virtuose sarebbe lunghissima. Questa crisi può rappresentare una grande opportunità di crescita e di maturazione collettiva, specie per le generazioni più giovani. Tutti possiamo cogliere la lezione dell’interdipendenza declinandola come educazione alla tutela della propria salute, responsabilità verso gli altri, dovere di solidarietà verso le persone più fragili, anche perché l’epidemia ci insegna i più fragili da un momento all’altro potremmo essere proprio noi. Tutti possiamo capire che non si vive soltanto da sé stessi e per sé stessi. Ma c’è anche un’altra straordinaria opportunità… Quale? La individuo nel fatto che siamo costretti a fermarci e a fare i conti con il rischio e con la paura della morte. Vivere è sempre rischioso e ogni giorno tutti noi un po’ moriamo, perché scorre il tempo della nostra vita. Tuttavia non ci pensiamo, siamo sempre di corsa e presi dalle cose da fare, preoccupati di “funzionare” più che di “esistere”. L’attuale situazione di “sospensione” della vita può renderci moralmente più forti se pensiamo che, proprio perché ogni giorno moriamo tutti un po’ alla volta, dobbiamo dare un senso profondo e una motivazione alta alla nostra vita, vivere per qualcosa che valga davvero la pena e non invece sciupare la vita. Ogni vita è preziosa e ogni attimo della vita è importante. Il nostro popolo è un popolo molto resiliente, abituato a fare di necessità virtù, e sono certo che saprà risollevarsi anche da questa prova. D’altra parte, stiamo vivendo di fatto una soppressione delle libertà costituzionali e questo si può giustificare solo di fronte a un rischio di portata eccezionale. Ovviamente, la chiusura di tutto o quasi tutto non potrà essere sostenuta a lungo e per accelerare la soluzione del problema tutti dobbiamo fare la nostra parte. Ci è richiesto di essere uniti e superare le divisioni, i personalismi e la frammentazione del tessuto comunitario. In questo difficile frangente la politica ha la grande responsabilità di cercare l’unità, non solo in vista dell’urgenza immediata, ma anche per le strategie di rilancio e di riprogettazione del Paese. Un’altra riflessione che le propongo è sulla capacità di reazione della comunità internazionale. Al momento sembrano mancare una visione e una coesione universali sulle strategie e sui mezzi da mettere in campo, tant’è che nei giorni scorsi il Dg Oms si è detto preoccupato tanto dell’escalation dei contagi quanto dell’inazione di molti Paesi. Verrebbe da dire che il Mondo, oltre che sulla politica e sull’economia, sia diviso anche su come far fronte a un’emergenza sanitaria globale contro la quale non dovrebbero esistere barriere di alcun tipo… Purtroppo quello che Lei evidenzia è drammaticamente vero. Contrastare una pandemia richiede interventi tempestivi e coordinati a livello internazionale. Invece, viviamo il paradosso che in un mondo globalizzato dall’economia, dal commercio, dai sistemi di trasporto e dalle tecnologie di comunicazione digitale riemergono fortemente divisioni, nazionalismi, egoismi. La pandemia mette a nudo quanto queste opzioni siano irresponsabili, pericolose per tutti e di corto respiro. Nel mondo globalizzato, l’interdipendenza tra salute ed economia, come già quella tra salute ed ecologia, appare molto più chiaramente e chiede la necessità di rafforzare i luoghi di confronto, di mediazione, di pacificazione e di concertazione, partendo però dagli interessi di chi è più debole o più indietro. Più che solo nella competizione forsennata per l’ultima tecnologia sanitaria o per lo smartphone sempre più veloce, bisognerà investire nelle scelte che creano maggior guadagno di salute globale. Serve una nuova mentalità politica capace di includere e di custodire, partendo dalla dignità inviolabile dell’essere umano, la cui vita è indisponibile alla volontà del più forte e non può mai essere strumentale o funzionale a qualsivoglia interesse sovraordinato. La globalizzazione non può limitarsi a essere monetaria, economica e tecnologica. È necessario e urgente costruire la globalizzazione dell’umano e la comunione tra i popoli, partendo dalla responsabilità di custodire il valore inestimabile di ogni vita. È questa la vera sfida che abbiamo davanti e la pandemia lo dimostra chiaramente. Infine una riflessione sulla peculiarità della professione medica e in generale sanitaria. Quando le cose vanno bene, quando epidemie, crisi umanitarie, carenza di attrezzature e terapie non ci toccano guardiamo spesso a queste professioni con distacco, se non, come sta accadendo da qualche tempo, con diffidenza e addirittura ostilità, anche fisica. Oggi riscopriamo che dietro ogni medico, ogni infermiere, ogni farmacista, ogni biologo e ricercatore e ogni professionista sanitario c’è qualcosa in più. E torniamo a considerarli eroi, se non angeli. Finita la paura forse lo dimenticheremo ma resta il fatto che oggi quelle persone ci sono e non si sono tirate indietro… In primo luogo desidero esprimere la mia profonda gratitudine a tutti i professionisti sanitari che ogni giorno, e non solo in questa emergenza, fanno del loro meglio per assicurare le cure verso tutti i malati. Mi permetta di dire che la loro quotidiana fatica spesso non è abbastanza riconosciuta e compresa da tutti. E mi permetta di aggiungere che la loro opera è preziosa agli occhi della società e anche della Chiesa, che prega in maniera speciale per loro e per tutti i malati, soprattutto in questo grave momento in cui sono sotto pressione e rischiano la loro stessa salute per prendersi cura degli altri. Certamente, la mentalità individualista e una serie di altre derive culturali, a cui ho solo in parte accennato nelle riflessioni precedenti, hanno indebolito l’alleanza tra i pazienti e tutte le figure di professionisti sanitari e insinuato il sospetto, la sfiducia, la conflittualità. Devo darLe atto che Quotidiano Sanità è molto attento a questa problematica sempre più diffusa, tiene alta la vigilanza e fa ottima informazione su un tema che va affrontato non con lo sdegno di circostanza di fronte all’ennesimo caso di violenza, ma con molto impegno e con interventi efficaci. Quando la crisi sanitaria da Coronavirus sarà superata dobbiamo tenere viva la memoria di tante risposte generose e silenziose fornite con coraggio ed abnegazione dagli uomini e dalle donne che lavorano nei nostri ospedali. E sarà il caso di ricordare bene l’importanza di avere un sistema sanitario forte ed efficiente e di difendere e valorizzare in tutte le forme possibili le grandi professionalità che lo compongono. Speriamo che, passata la paura, si impari la lezione dell’epidemia e che si possa cambiare qualcosa superando la mentalità dei tagli lineari e del razionamento delle risorse, anche a beneficio di tutti i medici della SIAARTI. Cesare Fassari Fonte.www.quotidianosanità.it
Papa:bambini e disabili
L'Osservatore Romano,   14/03/2020
Con le famiglie i bambini e i disabili · Nella celebrazione a Santa Marta il Pontefice esprime vicinanza ai malati e a tutte le persone coinvolte nella pandemia di covid-19 · 14 marzo 2020 È per le famiglie, in particolare per quelle che sono alle prese con la questione della disabilità, che Papa Francesco — continuando «a pregare per le persone ammalate in questa pandemia» — ha offerto la messa celebrata sabato mattina, 14 marzo, nella cappella di Casa Santa Marta. «Oggi vorrei chiedere una speciale preghiera per le famiglie» ha detto il Pontefice, a braccio, all’inizio della celebrazione. Ci sono, infatti, «famiglie che, da un giorno all’altro, si trovano con i bambini a casa perché le scuole sono chiuse per sicurezza e devono gestire una situazione difficile e gestirla bene, con pace e anche con gioia. In modo speciale penso alle famiglie con qualche persona con disabilità. I centri di accoglienza diurni per le persone con disabilità sono chiusi e la persona anche rimane in famiglia. Preghiamo per le famiglie perché non perdano la pace in questo momento e riescano a portare avanti tutta la famiglia con fortezza e gioia». Parole che, tramite la diretta video, hanno raggiunto le famiglie che hanno così potuto vivere la vicinanza del vescovo di Roma. E con i versi del salmo 145 (8-9), letti come antifona d’ingresso, Francesco ha rafforzato ancor di più la sua preghiera: «Paziente e misericordioso è il Signore, lento all’ira e ricco di grazia. Buono è il Signore per tutti, e la sua misericordia si estende a tutte le creature». Per la sua meditazione il Papa ha preso spunto dal passo evangelico di Luca (15, 1-3. 11-32), proposto dalla liturgia del giorno, con il racconto della parabola del figlio prodigo e del padre misericordioso. «Tante volte abbiamo sentito questo passo del Vangelo» ha detto il Pontefice, spiegando che Gesù racconta questa parabola «in un contesto speciale: “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo”». Invece «i farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro”. E Gesù rispose con questa parabola». Il Papa ha fatto notare che a Gesù «i peccatori si avvicinano in silenzio, non sanno dire, ma la presenza dice tante cose, volevano ascoltare». Invece «i dottori della legge cosa dicono? Criticano. “Mormoravano” dice il Vangelo, cercando di cancellare l’autorità che Gesù aveva con la gente». In pratica si avvicinano a Gesù con «questa grande accusa: mangia con i peccatori, è uno impuro». «La parabola è un po’ la spiegazione di questo dramma, di questo problema» ha affermato Francesco. «La gente sente il bisogno di salvezza, non sa distinguere bene, intellettualmente: io ho bisogno di trovare il mio Signore, che mi riempia». La gente «ha bisogno di una guida, di un pastore, si avvicina a Gesù perché vede in Lui un pastore, ha bisogno di essere aiutata a camminare nella vita. Sente questo bisogno». Dall’altra parte, invece, «i dottori sentono sufficienza: “Noi siamo andati all’università; ho fatto un dottorato, no, due dottorati. So bene, bene, bene, cosa dice la legge; anzi conosco tutte, tutte, tutte le spiegazioni, tutti i casi, tutti gli atteggiamenti casistici”». Con questo pensiero i dottori «si sentono sufficienti, disprezzano la gente, disprezzano i peccatori: il disprezzo ai peccatori». «Nella parabola», ha insistito il Papa, accade lo stesso: «Il figlio dice al Padre: dammi i soldi e me ne vado. Il padre dà, ma non dice nulla perché è padre; forse avrà avuto il ricordo di qualche ragazzata che aveva fatto da giovane, ma non dice nulla». La ragione di questo atteggiamento? «Un padre sa soffrire in silenzio, un padre guarda il tempo, lascia passare i momenti brutti» ha spiegato il Pontefice. Persino, «tante volte, l’atteggiamento di un padre è “fare lo scemo” davanti alle mancanze dei figli». E così può finire, come racconta la parabola, che «l’altro figlio rimprovera il padre: sei stato ingiusto». Lo rimprovera. Dunque, è la questione suggerita da Francesco, «cosa sentono» i tre protagonisti della parabola? Anzitutto, ha fatto presente, «il ragazzo sente voglia di mangiarsi il mondo, di andare oltre, di uscire dalla casa, e forse la vive come una prigione e sente anche quella sufficienza di dire al padre: dammi quello che tocca a me. Sente coraggio, forza». Da parte sua invece, ha proseguito il Papa, «il padre sente dolore, tenerezza e molto amore. Poi quando il figlio dice quell’altra parola, quando rientra in se stesso — “Mi alzerò, andrò da mio padre” — trova il padre che lo aspetta, lo vede da lontano. Un padre che sa aspettare i tempi dei figli». E, ancora, «cosa sente il figlio maggiore? Dice il Vangelo: “Egli si indignò”. Sente quel disprezzo e tante volte indignarsi, tante volte, è l’unico modo di sentirsi degno per quella gente». «Queste sono le cose che si dicono in questo passo del Vangelo, le cose che si sentono» ha rilanciato Francesco: «Ma qual è il problema?». Cominciando «dal figlio maggiore, il problema è che lui era a casa, ma non si era accorto mai cosa significasse vivere a casa: faceva i suoi doveri, faceva il suo lavoro, ma non capiva cosa fosse un rapporto di amore con il padre. Il figlio “si indignò e non voleva entrare”» si legge nel Vangelo. Sì, «“ma questa già non è la mia casa?” aveva pensato». Ed è lo stesso atteggiamento «dei dottori della legge: non c’è ordine, è venuto questo peccatore qui e gli hanno fatto la festa, e io?». A questo proposito «il padre dice la parola chiara: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”». Ma «di questo il figlio non se n’era accorto — ha detto il Pontefice —, viveva a casa come fosse un albergo, senza sentire quella paternità». Sì, ci sono «tanti “alberghieri” nella casa della Chiesa che si credono i padroni». Però «è interessante», ha fatto notare il Papa, che «il padre non dice alcuna parola al figlio che torna dal peccato, soltanto lo bacia, lo abbraccia e gli fa festa». Invece al figlio maggiore il padre deve dare spiegazioni «per entrare nel cuore: aveva il cuore blindato per le sue concezioni della paternità, della figliolanza, del modo di vivere». «Ricordo una volta — ha confidato — un saggio sacerdote anziano, un grande confessore, è stato missionario, un uomo che amava tanto la Chiesa: parlando di un sacerdote giovane molto sicuro di sé stesso, molto credente» — sicuro appunto di essere «un valore» e di avere «diritti nella Chiesa — diceva: “Ma io prego per questo, perché il Signore gli metta una buccia di banana e lo faccia scivolare, quello gli farà bene”». Insomma «come se dicesse, sembra una bestemmia, “gli farà bene peccare, perché avrà bisogno di chiedere perdono e troverà il Padre”». «Tante cose ci dice questa parabola del Signore che è la risposta a coloro che lo criticavano perché andava con i peccatori» ha affermato il Pontefice. «Ma anche tanti oggi criticano — gente di Chiesa — coloro che si avvicinano alle persone bisognose, alle persone umili, alle persone che lavorano, anche che lavorano per noi». Concludendo Papa Francesco ha invitato a pregare «che il Signore ci dia la grazia di capire qual è il problema: il problema è vivere in casa ma non sentirsi a casa, perché», altrimenti, «non c’è rapporto di paternità, di fratellanza, soltanto c’è il rapporto di compagni di lavoro». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Corona virus:salute e economia
Avvenire,   13/03/2020
Coronavirus. Perché non è facile scegliere tra la salute e l'economia Marco Morosini venerdì 13 marzo 2020 Il metodo utilizzato per valutare analisi e gestione del rischio Per capire meglio i rischi da Covid– 19 possiamo dare uno sguardo ai metodi del risk assessment (analisi del rischio) e di quello del risk management (gestione del rischio). È da questi metodi infatti, che scaturiscono le informazioni e le decisioni sull’epidemia. Negli ultimi quarant’anni i metodi del risk assessment e del risk management sono diventati una vera scienza in molti ambiti come la medicina, l’igiene del lavoro, le scienze ambientali, la geologia (terremoti, frane, tsunami, inondazioni), l’ingegneria e la finanza. Le assicurazioni, in particolare, hanno sviluppato più intensamente e matematicamente il risk assessment perché esse hanno interesse a prevedere la probabilità e l’entità dei danni futuri. La certezza sul nuovo coronavirus è che in buona parte ancora dominano le incertezze. Ciò dovrebbe renderci più clementi quando riceviamo informazioni divergenti, anche se autorevoli. Prendersela con chi ora produce i dati e le previsioni, infatti, sarebbe come prendersela col capitano della nave perché nella burrasca la nave rolla. I parametri principali delle infezioni virali sono la contagiosità (quante persone, in media sono contagiate da un contagiato), la morbidità (quante persone si ammalano in percentuale sulla popolazione) e la mortalità (quante persone muoiono in percentuale sui ricoverati). Sembra accertato che il nuovo coronavirus abbia una morbidità e una mortalità superiori a quelle dell’influenza stagionale e quindi che sia più pericoloso di questa. Inoltre la caratteristica che lo rende subdolo e più pericoloso è che i pazienti manifestano sintomi solo molti giorni dopo il contagio. Le persone appena contagiate sono subito contagiose. Alcune di esse, però, presenteranno sintomi solo molti giorni dopo il contagio (fino a due settimane). Nel frattempo esse trasmetteranno il virus a molte altre persone. Nessun provvedimento può evitare questi contagi, a meno di mettere in quarantena l’intera popolazione. È per questo che in ogni Paese colpito metà o più della popolazione potrebbe venir contagiata, come ha scritto l’”Economist” il 27 febbraio. Del resto un contagio di milioni di persone in ogni Paese coinvolto dovrebbe essere plausibile a chiunque consideri il meccanismo subdolo di propagazione del virus anche in assenza di sintomi. Qual è allora il nostro rischio? Comunemente il rischio è definito come l’entità del possibile danno, moltiplicata per la sua probabilità. Degli incidenti stradali, per esempio, si conosce la probabilità statistica. Per il coronavirus, invece, abbiamo in Paesi diversi una “forbice” di dati piuttosto larga quanto alla sua contagiosità, morbidità e mortalità. Il dan- no biologico alla persona dipende dalla pericolosità intrinseca di un agente (virus, batterio, veleno), moltiplicata per l’esposizione delle vittime. La reale esposizione di un cittadino al coronavirus, però, è molto incerta per i motivi che ho spiegato. I decisori pubblici devono essere informati del margine di imprecisione dei dati. Un loro fardello è quello di dover prendere decisioni anche in presenza di dati non sempre completamente affidabili. Quando dati decisivi divergono, sarebbe prudente prendere per buono il dato più infausto (per esempio 10, tra 1 e 10). Un altro operatore, però, potrebbe scegliere un dato intermedio (5, tra 1 e 10). Nel contrastare la diffusione del virus l’elemento valoriale è il maggior fardello per il decisore pubblico, che è chiamato a decidere secondo scienza e coscienza Dopo aver raccolto i dati e seguendone lo sviluppo nel tempo, inizia la parte più soggettiva del lavoro dell’analista–decisore. Questi, infatti, deve valutare l’affidabilità dei dati e stimarne le possibili variazioni nel futuro. Se il numero dei contagiati aumenta, per esempio, al ritmo del 10% alla settimana, fino a quando continuerà questo ritmo? Ci sarà un rallentamento? Un’accelerazione? Per un virus poco conosciuto come il coronavirus la scienza non può rispondere a queste domande, né prevedere le sue future manifestazioni (se non per analogia con virus analoghi). Il decisore, quindi, dovrà calcolare alcuni scenari diversi, per essere pronto a fare fronte a ognuno di essi, sapendo inoltre che potranno verificarsi anche ulteriori scenari che egli non aveva calcolato. Infine viene la parte più onerosa per le autorità, ossia la decisione dei provvedimenti. La scelta di quali dati considerare affidabili e la stima di come essi cambieranno in futuro è un’operazione scientifica, benché in parte soggettiva. Quando si devono prendere decisioni per le quali i dati sono incerti e la posta in gioco è alta si parla di “ scienza postnormale”. Mentre la scienza “ normale” dà risultati certi, la “ scienza postnormale” genera un ventaglio di opzioni senza poterci dirci quale è la migliore, obbligandoci così a includere elementi valoriali nel processo di valutazione e decisione. Nel risk management (gestione del rischio) la soggettività è ancora più grande che nel risk assessment (analisi del rischio). Il processo decisionale, infatti, implica un elemento conoscitivo, uno socio– tecnico, e uno valoriale. L’elemento conoscitivo consiste nella misurazione e selezione dei dati che si ritengono necessari e nel giudizio (soggettivo) sulla loro affidabilità e sul loro andamento futuro. L’elemento socio–tecnico riguarda il tentativo di previsione dei vantaggi e degli svantaggi sanitari, sociali ed economici dei provvedimenti. L’elemento valoriale, infine, riguarda il maggior vantaggio o svantaggio di salute o di sopravvivenza per gruppi diversi di cittadini generato dai provvedimenti. Comprensibilmente, l’elemento valoriale è il maggior fardello per il decisore. Esso è tanto grande, che spesso egli non lo vede. Eppure, il giudizio valoriale è sempre presente quando l’autorità deve influire sulla vita o sulla morte di un collettivo di persone. Si pensi per esempio ai limiti di velocità sulle strade extraurbane: più sono alti e più avvengono incidenti mortali. L’unica cosa sicuramente ingiusta è fare le parti uguali tra soggetti non uguali. Differenti categorie di persone, infatti, hanno bisogno di differenti livelli di protezione (”Prima le donne e i bambini!”), e categorie più forti ne hanno bisogno di meno. Per fare un esempio estremo, in guerra il decisore deve scegliere spesso di sacrificare qualcuno per salvare qualcun altro. Si pensi allo sbarco in Normandia. Ovviamente, però, la situazione attuale è molto meno drammatica di quella di una guerra. Per prevenire la diffusione del coronavirus le attuali maggiori decisioni riguardano la concorrenza tra la protezione di due beni: la salute delle persone e la salute dell’economia. La massima protezione della salute si otterrebbe con il massimo confinamento delle persone. Di tutte le persone. Ciò però provocherebbe il massimo danno all’economia, praticamente congelandola. Si tratta quindi di spostare il cursore nella posizione “migliore” tra la protezione di questi due beni (salute e economia). Questo però non è così semplice. Da una parte della scala su cui muoviamo il cursore c’è un unico parametro, la vita umana. Dall’altra parte, invece, ci sono decine di milioni di cittadine e cittadini, che sono anche soggetti economici, e infine la macroeconomia, ossia l’insieme di tutti costoro. Allora, chiederete, che fare? Per i motivi che ho esposto non sono io a poter dare una risposta. Il mio intento è di aiutare a comprendere la complessità e le incertezze che portano le autorità a decisioni che a volte ci sembrano esagerate o insufficienti, ma dietro le quali in genere ci sono una logica e una serie di competenze. Di fronte a tante incertezze le autorità fanno quello che possono secondo scienza e coscienza. Loro stesse sanno che faranno cose probabilmente giuste. Ma forse no. Impariamo a saperlo anche noi. Docente di metodi decisionali, Politecnico di Zurigo
Corona virus:Amci
Avvenire,   13/03/2020
Coronavirus. I medici cattolici: «Umanità e dolcezza per resistere e testimoniare» Francesco Ognibene venerdì 13 marzo 2020 Il presidente dei Medici cattolici Filippo Maria Boscia: anche sotto pressione è decisiva la relazione di cura. Stiamo fronteggiando tensioni enormi senza abbandonare nessuno In prima linea sono abituati a stare, e a pagare di persona, per un mestiere considerato ancora una “vocazione”. I medici italiani sono sottoposti a una pressione senza precedenti, trovandosi a dover attingere a risorse non solo professionali ma anzitutto umane e morali che non sono però inesauribili. Lo sa bene Filippo Maria Boscia, presidente nazionale dei Medici cattolici (Amci), che richiama l’attenzione sul volto spirituale di una professione alla quale tutti gli italiani guardano con fiducia e speranza. Cosa sente di dire ai suoi colleghi di tutta Italia? Stiamo vivendo una situazione di forte tensione, tutti gli operatori sanitari sono precettati, chiamati a fronteggiare uno scenario con le caratteristiche di una maxi–emergenza, che impone a tutti l’onere morale di non negare assistenza a nessuno. Che clima si respira nella categoria? Ho ascoltato molti colleghi in questi giorni, li ho trovati tutti fortemente motivati a operare scelte scientifiche ed etiche. Mi hanno rassicurato che mai nella loro esperienza alcun malato è stato abbandonato. Tutti i medici impegnati posseggono imperscrutabili risorse, gestiscono la paura attraverso una sempre maggiore disponibilità, sempre pronti a salvaguardare l’alleanza con il loro paziente. Un medico come può affrontare questo momento così logorante? C’è affaticamento ma il morale è saldo, con la consapevolezza che il buon senso, come dice Manzoni, è nascosto sotto la paura del senso. Il panico può cogliere tutti, messaggi allarmistici, spesso manipolati, sono diventati virali. La raccomandazione è di tener dentro di noi esternazioni che possono creare paura di massa. Ai medici spetta l’obbligo di curare ma anche di rassicurare per ricondurre questa paura nell’argine opportuno e sostenere la resilienza di tutti. I medici hanno bisogno di comprensione, non di aggressione. Cosa direbbe a un medico impegnato ora su questa frontiera? Lo incoraggerei a non sentirsi schiacciato dal clima negativo, da notizie ansiogene che indeboliscono le risorse interiori. Bisogna volgere la paura in risorsa per orientarci verso soluzioni razionali dettate da sapienza, ragione e responsabilità. A quali criteri deve ispirarsi un medico nel comunicare ciò che fa, quel che si deve fare, i comportamenti da evitare? In tutta umiltà occorre ribadire che la medicina non è onnipotente, può essere sovrastata dalla fragilità umana, resa ancor più fragile dalle imprudenze. L’umanità si metta al- la ricerca di nuovi confini, impari con intelligenza a gestire la globalizzazione e metta in campo ogni paradigma necessario per evitare sfide inconsulte e atteggiamenti di irresponsabilità. Nei reparti ospedalieri, e in particolare nelle terapie intensive, ci si sta trovando davanti a scelte drammatiche sulle priorità da assegnare ai pazienti. Come va sciolto questo angoscioso dilemma etico? Non possiamo nascondere la nostra preoccupazione sull’interpretazione delle raccomandazioni della Siaarti (Società italiana di anestesia analgesia rianimazione e terapia intensiva) in tema di etica clinica. Certamente non possiamo negare che in periodi di flussi massimi nei ricoveri ci si ritrovi in condizioni di squilibrio tra necessità e risorse disponibili: ai medici va dato atto che da sempre hanno mostrano dedizione e impegno persino oltre il pensabile, senza lasciarsi andare anche in condizioni di stress ad azioni automatiche, tenendo sempre presenti le condizioni generali. E se arriva in emergenza una persona che può essere salvata, nessuna “raccomandazione” può dissuaderli dal curarla sulla base della previsione che altri pazienti “più meritevoli” potrebbero aver bisogno della medesima terapia intensiva. Dunque nessuna precedenza a chi è più giovane? Non sono da considerarsi valide le priorità temporali, ma solo l’appropriatezza clinica sotto l’aspetto della ragionevole speranza di guarigione. Il medico deve essere capace di comunicare con chiarezza le reali possibilità di successo del trattamento. La relazione di cura sta proprio nel vigilare sul proprio sapere, e impegnarsi con umiltà nel dono totale di sé. Nei confronti delle persone positive al virus che atteggiamento umano è necessario? Quando siamo dinanzi alla sofferenza dobbiamo imparare a guardare il “mai visto prima”. Questa attitudine sviluppa inedita umanità in medicina e grandi emozioni nella relazione di cura. Dobbiamo sempre farci guidare da amore, attenzione, sorriso, parole buone. Lasciamo da parte altezzosità, autoreferenzialità e frettolosità, per diventare “medicanti” (cioè capaci di medicare), consolanti, confortanti, anche dolci. Saper scorgere l’altro come persona e affrontare il dolore morale è autentica ricerca del bene. Un medico credente come vive questo periodo stando sul fronte e volendo offrire una testimonianza di fede? In momenti come questo abbiamo tutti bisogno di ancoraggi sicuri da vari punti di vista: epidemiologico, clinico, sociale, psicologico, pedagogico ma anche di fede, carità e speranza. Soprattutto speranza e carità vanno trasmesse ai nostri assistiti: ognuno di noi deve lavorare al massimo delle sue forze per ottimizzare le risorse che ci sono date, nessuno va abbandonato al caso. Noi cristiani abbiamo il grande compito di trasmettere la presenza di Dio. Si deve fare appello alla ragione e alla responsabilità, senza farci travolgere dalle percezioni esageratamente allarmistiche e dalla paura di non farcela. Sentire e pensare significa pregare. Siamo, viviamo e ci muoviamo per il Signore Dio nostro, nelle sue mani ci sentiamo in ogni momento. Mi auguro che la coscienza e la valutazione morale del nostro agire diventi patrimonio di tutti, questo sì. Fonte.www.avvenire.it