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Donne:lavoro
Avvenire,   26/06/2020
Ispettorato del lavoro. In un anno si sono dimesse 37mila neo mamme Redazione Romana mercoledì 24 giugno 2020 Tra le motivazioni indicate c'è la difficoltà di «conciliare l'occupazione lavorativa con le esigenze di cura della prole» Sono state oltre 37mila le lavoratrici madri che hanno presentato le loro dimissioni nel 2019. Lo rileva l'Inl (Ispettorato nazionale del lavoro). Il loro numero - 37.611 - ha rappresentato circa il 73% del totale, percentuale equivalente a quella rilevata l'anno precedente (35.963, pari al 73%). I lavoratori padri interessati alle convalide di dimissioni sono stati 13.947 (a fronte dei 13.488 del 2018), in percentuale (27% del totale) quindi anch'essa invariata rispetto al 2018. Le cifre sono il frutto dell'attività di verifica della reale e spontanea volontà di cessare il rapporto di lavoro manifestata dalla lavoratrice o dal lavoratore al personale dell'Ispettorato. Attività finalizzata proprio a prevenire licenziamenti mascherati da dimissioni volontarie e a contrastare il cosiddetto fenomeno delle "dimissioni in bianco". Nei casi riportati c'è quindi il "bollino" dell'Inl che ha convalidato il provvedimento in questione, sentendo i lavoratori, con figli sotto i tre anni, e informandoli sui loro diritti di lavoratrici madri o lavoratori padri. Nelle quasi totalità dei casi si tratta di dimissioni volontarie (49mila). Ciò però non sana la complicazione nel conciliare i tempi di vita con quelli del lavoro. Un problema che ricade sulle donne. E infatti tra le motivazioni indicate c'è proprio la difficoltà di «conciliare l'occupazione lavorativa con le esigenze di cura della prole». Difficoltà registrata in quasi 21mila casi e che matura, stando all'analisi dell'Inl, quando non si hanno nonni e altri parenti a supporto o viene giudicato troppo elevato il costo di asili nido o di baby sitter o, ancora, quando ci si ritrova davanti al mancato accoglimento del figlio presso il nido. C'è da dire però che la motivazione della mancata connessione tra l'impiego e la famiglia si accompagna ad un'altra spiegazione: il passaggio ad altra azienda, indicato in un numero sempre crescente di casi (oltre 20mila nel 2019). Cosa che potrebbe eventualmente suggerire un travaso in imprese che, almeno agli occhi del lavoratore-genitore, offrono condizioni più favorevoli rispetto alla realtà da cui ci si dimette. Oltre alle dimissioni volontarie, gli altri provvedimenti di convalida hanno riguardato dimissioni per giusta causa (1.666), che si determinano quando il lavoratore lascia in tronco, recede anticipatamente dal rapporto a fronte di un inadempimento del datore di lavoro (per esempio perché non gli è stato pagato lo stipendio). Residuale il numero delle risoluzioni consensuali (884), quando entrambe le parti, insieme, decidono di interrompere il contratto. il Forum: dato preoccupante, serve tutela della maternità "Le dimissioni di 37 mila neo-mamme sono un dato preoccupante. La tutela della maternità può e deve esplicitarsi in politiche di sostegno al ruolo genitoriale, in servizi di supporto e in una disciplina del lavoro che consenta una maggiore flessibilità nella gestione del tempo lavorativo". Lo afferma, in una nota, la vice-presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari, Emma Ciccarelli. "L'utilizzo dello strumento dello smart-working in questi mesi, seppur in condizioni emergenziali, ci conferma che - aggiunge - le donne hanno apprezzato questa modalità lavorativa, che può essere potenziata proprio nelle fasi più critiche del ciclo della vita familiare. Le donne non rinunciano al lavoro, se non ravvisano grosse criticità di conciliazione". Con lei, attraverso il Manifesto 'Donne per le donne' - la voce delle donne del Forum Famiglie - parla delle dimissioni di 37 mila neo-mamme nell'ultimo anno in Italia anche l'altra vice-presidente nazionale del Forum, Maria Grazia Colombo: "Il passaggio ad altre aziende, come viene evidenziato, è secondo me il dato più interessante, perché dice della 'ricerca' continua che la donna fa per trovare un posto di lavoro 'conciliante', perciò non si tratta di una scelta professionale interessante, ma semmai di una scelta che parta prima di tutto dall'esigenza familiare. Il nostro, al momento, è un Paese lavorativo che si pone contro la famiglia. Per contrastare questa drammatica tendenza - conclude - servono più aziende family-friendly". Fonte.www.avvenire.it
Nuovo modello di sviluppo
Avvenire,   26/06/2020
Analisi. Un nuovo modello di sviluppo per lavorare meno ma tutti Francesco Gesualdi giovedì 25 giugno 2020 Il lockdown ci ha dimostrato quanto sia necessario contenere produzione e consumi se vogliamo ridurre in maniera significativa il nostro impatto sulla natura Finalmente, il bisogno di un nuovo modello di sviluppo è espresso non solo da pensatori che vivono nell’ombra, ma anche da politici, sindacalisti, opinionisti e altri personaggi ad alta visibilità mediatica. Una svolta indotta non solo dagli squilibri ambientali, sociali e sanitari che caratterizzano il nostro tempo, ma anche dalle riflessioni morali, sociali, esistenziali, avanzate da alcuni testi di riferimento, primo fra tutti la Laudato si’ di papa Francesco. Ed ecco emergere un’altra idea di sviluppo non più basata sulla quantità di cose che sappiamo produrre, ma sul grado di felicità che sappiamo raggiungere, ricordandoci, come Gesù ebbe a dirci già duemila anni or sono, che «non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Un’enunciazione che volendola parafrasare in chiave moderna e laica potrebbe diventare «non di solo Pil vive l’uomo, ma di tutte le sue relazioni». Per troppo tempo troppi hanno pensato che la felicità si misuri solo in termini di ricchezza e di agiatezza, ma l’esperienza dice che dipende anche da quanto ci sentiamo amati, da quanto tempo possiamo trascorrere con i nostri cari e i nostri amici, da quanto tempo possiamo dedicare alle nostre passioni e ai nostri interessi, da quanto ci sentiamo protetti, da quanto ci sentiamo realizzati, da quanto sappiamo guardare al futuro con ottimismo, da quanto ci sentiamo liberi e capaci di partecipare. Il che conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che l’essere umano non è solo dimensione corporale, ma anche affettiva, sociale, spirituale, per cui si ha vera felicità solo se tutte queste dimensioni sono soddisfatte in maniera armonica. La volpe del “Piccolo Principe” direbbe che l’armonia è una cosa troppo dimenticata. Eppure l’armonia, intesa come equilibrio, è la chiave di volta di un nuovo modello di sviluppo ispirato a criteri di equità, sostenibilità, soddisfazione umana. Equilibrio fra necessità produttive e limiti delle risorse, equilibrio fra rifiuti prodotti e capacità di assorbimento della natura, equilibrio fra esigenze occupazionali ed esigenze sanitarie, equilibrio fra bisogni nutritivi e integrità del creato, equilibrio fra tempi di lavoro e tempi di cura, equilibrio fra spazi cementificati e spazi verdi, equilibrio fra produzione locale e produzione globale, equilibrio nella distribuzione della ricchezza all’interno delle filiere internazionali, equilibrio fra energie dedicate alla dimensione individuale e quelle dedicate alla dimensione comunitaria. È la prospettiva dell’ecologia integrale, che per essere attuata richiede l’adozione di princìpi comportamentali totalmente diversi da quelli che attualmente in vigore. In un celebre discorso che tenne ad Assisi nel 1994, Alex Langer disse: «Sinora si è agito all’insegna del motto olimpico “citius, altius, fortius” – più veloce, più alto, più forte – che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la mobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervasiva. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in “lentius, profundius, suavius” – più lento, più profondo, più dolce – e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso». Un ribaltamento di paradigmi che nel concreto significa sobrietà invece di consumismo, riciclo invece di usa e getta, cooperazione invece di sopraffazione, locale invece di globale, tecnologia dolce invece che dirompente. La buona notizia è che parte di essi li stiamo accogliendo. Ad esempio ci siamo convinti che dobbiamo passare dall’energia fossile a quella rinnovabile, dalla produzione lineare a quella circolare, dagli oggetti ad alta intensità di materiale a quelli leggeri. Un insieme di trasformazioni meglio note come green economy che la stessa Commissione europea è intenzionata a finanziare sotto il grande capitolo del green new deal. In definitiva ciò che si nota è la disponibilità a modificare il come, ma non il quanto. Disponibilità a modificare come si produce e si consuma, ma non quanto si consuma, perché la crescita è il meccanismo che dà stabilità alla macchina capitalista. E questo da un punto di vista sia economico sia sociale, considerato che per vivere abbiamo bisogno di un lavoro e che il lavoro è legato a doppio filo ai consumi, ormai non più solo a livello nazionale, ma addirittura mondiale, visto che viviamo in un’economia globalizzata. E tuttavia il lockdown (la sospensione di ogni attività non indispensabile) ci ha dimostrato in maniera inequivocabile quanto sia necessario contenere produzione e consumi se vogliamo ridurre il nostro impatto sulla natura. Secondo i calcoli della rivista “Nature Climate Change”, nell’aprile 2020 le emissioni di CO2 sono diminuite del 17% come conseguenza delle restrizioni imposte dalla pandemia. Una riduzione che non si era mai vista prima, neppure durante la crisi del 2009. A contenere il pessimismo c’è che il passaggio all’economia verde creerà nuovi posti di lavoro almeno in alcuni comparti. Ma i posti che perderemmo se solo ci sbarazzassimo dell’inutile e del superfluo, sarebbero di certo superiori a quelli recuperati. Per cui il vero tema che dovremo affrontare in una prospettiva di sostenibilità è quella del lavoro: come coniugare sobrietà e lavoro per tutti? Forse solo un Piccolo Principe, libero da ogni sorta di condizionamento, potrebbe aiutarci a sciogliere il rebus, perché la nostra abitudine a considerare come lavoro solo quello salariato non ci aiuta a trovare la soluzione. Ma in attesa di saper vedere il lavoro con occhi nuovi, fin d’ora possiamo intuire che una strada da battere è la riduzione dell’orario di lavoro. Una proposta fin troppo scontata: quando di lavoro salariato ne serve meno, complice l’introduzione di macchine sempre più automatizzate, l’unico modo per estenderlo a tutti è redistribuirlo. In alternativa dovremmo redistribuire il reddito, ma una società formata da pochi che lavorano e molti che vivono alle loro spalle, non pare una prospettiva sostenibile e molto dignitosa. La piena partecipazione produttiva a orario ridotto converrebbe a tutti. Ai vecchi, che godrebbero di un orario più adatto alle proprie condizioni fisiche. Ai giovani, che conquisterebbero autonomia e dignità. Alle donne, che raggiunta la parità fuori casa potrebbero rivendicarla anche fra le mura domestiche. Ma meno lavoro salariato significherebbe inevitabilmente meno soldi e nella nostra mente si affaccia un’altra domanda altrettanto angosciante: ce la faremo? La risposta è che dipende da ciò che i nostri salari devono coprire. Una cosa è doverci comprare solo cibo, vestiario ed altri oggetti di uso quotidiano. Altra cosa doverci pagare anche casa, farmaci, esami diagnostici, libri, retta scolastica e qualsiasi altra necessità. In altre parole il salario di cui abbiamo bisogno dipende fortemente dal livello di protezione sociale che ci offre l’economia pubblica. Il sindacato lo ha sempre saputo e in altri tempi difendeva il salario non solo rivendicando aumenti di paga, ma anche pretendendo servizi gratuiti da parte della collettività. Il che dimostra che c’è un intreccio profondo tra riduzione dell’orario di lavoro ed espansione dell’economia di comunità. Il rapporto è inversamente proporzionale: quanto più si riduce l’orario di lavoro, tanto più devono crescere servizi pubblici e protezione sociale. Solo a questa condizione la riduzione dell’orario di lavoro può mettere in evidenza tutti i suoi risvolti positivi e diventare socialmente desiderabile. Questo conferma che un nuovo modello di sviluppo è molto più di una semplice rivisitazione tecnologica. È un nuovo modello organizzativo costruito su nuovi valori, nuovi ruoli, nuove interazioni. Soprattutto è un nuovo modo di concepire il lavoro, il mercato e la comunità. Folnte.www.avvenire.it
Papa:la preghiera
Avvenire,   25/06/2020
L'udienza. Il Papa: la preghiera nobilita, ci lascia nelle uniche mani sicure A.M.B. mercoledì 24 giugno 2020 E' incentrata sulla figura biblica di Davide la catechesi di Francesco dalla Biblioteca del Palazzo apostolico in Vaticano E' dedicata alla figura di re Davide l'odierna catechesi di papa Francesco, all'udienza generale, che prosegue il ciclo dedicato alla preghiera. L'udienza si è svolta anche questo mercoledì in diretta streaming dalla Biblioteca del Palazzo Apostolico. La vita di Davide, da ragazzo pastore a re, ha ricordato Francesco, ha conosciuto vicende e stati d'animo contrapposti. Ma un filo rosso ha legato tutta la sua esistenza: la preghiera. Davide è stato vittima e carnefice, pastore e sovrano. Ha compiuto azioni delle quali si è vergognato. Ma sempre ha pregato, a Dio ha detto tutto. "Quel figlio più giovane lavora all’aria aperta e ha una sola compagnia: la cetra". Così rievoca il Papa la figura di Davide. "Anche giocava con la fionda". Un ragazzo solitario, che passa la giornata a contatto con la natura: l'aria, i pascoli e gli animali. "Davide è prima di tutto un pastore, un uomo che si prende cura degli animali", che li difende e li nutre. "Quando dovrà preoccuparsi del popolo non compirà azioni molto diverse da queste" osserva Francesco. "Il buon pastore è diverso dal mercenario, offre la sua vita per le sue pecore e le conosce per nome una ad una". Ma anche Davide conosce momenti di bassezza, di caduta. "Capirà subito di essere stato un cattivo pastore, di avere depredato un altro uomo dell'unica pecora che aveva". Quando si comporta così Davide non è più un buon pastore, cioè "un servitore" ma diventa "un ammalato di potere, un bracconiere che uccide e depreda". Davide pastore ha un animo di poeta, "è una persona sensibile che ama la musica e il canto". E affida alla cetra l'espressione delle sue emozioni, del suo stato d'animo. Tanto la gioia quanto lo sconforto. "La preghiera nasce dalla convinzione che la vita non è qualcosa che ci scivola addosso ma è un mistero stupefacente". La preghiera, come la poesia e la musica, può essere canto di lode e di gratitudine oppure lamento e supplica. "Quando una persona manca di questa dimensione poetica la sua anima zoppica" osserva Francesco. Davide ha un sogno, quello di essere un buon pastore. Qualche volte ci riuscirà, altre volte meno. "Quello che importa nella storia della salvezza è il suo essere profezia" del Buon Pastore, Cristo. Davide è stato pastore e re, vittima e carnefice. "Anche noi registriamo nella nostra vita stati opposti. Tutti gli uomini peccano spesso di incoerenza". Ma in tutti i momenti della sua vita c'è una costante: "il filo rosso è la preghiera: anche Davide carnefice prega". "Quella è la voce che non si spegne mai, che assuma i toni del giubilo o del lamento. Solo la melodia cambia. Davide ci insegna a far entrare tutto nel dialogo con Dio. Parola rivolta al Tu che sempre ci ascolta". Davide che ha conosciuto la solitudine, in realtà solo non è stato mai. "E’ la potenza della preghiera. La preghiera ti dà nobiltà. E Davide è nobile perché prega". "La preghiera è in grado di assicurare la relazione con Dio, che è il vero compagno di cammino dell'uomo". Per questo il Papa esorta: "Sempre la preghiera: grazie Signore, ho paura Signore, aiutami Signore, perdonami Signore". "E’ tanta la fiducia di Davide in Dio che quando era perseguitato ed è dovuto fuggire non lasciò che alcuno lo difendesse: se il mio Dio mi umilia così, Lui sa"."Perché la nobiltà della preghiera ci lascia nelle uniche mani sicure che noi abbiamo". Al termine dell'udienza, nel saluto ai fedeli di lingua spagnola, il Papa ha pregato per il Messico colpito da un violento terremoto. Il Pontefice ha espresso la sua vicinanza alla popolazione e ha pregato per le vittime. Fonte.www.avvenire.it
Papa:libertà di coscienza
Avvenire,   18/06/2020
Udienza. Il Papa: sia rispettata sempre la libertà di coscienza Redazione Internet mercoledì 17 giugno 2020 Nella catechesi Francesco ha ricordato ai vescovi di non fare carriera con il loro popolo: "Siano ponti, intercessori tra il popolo e Dio" “Possa sempre e dovunque essere rispettata la libertà di coscienza; e possa ogni cristiano dare esempio di coerenza con una coscienza retta e illuminata dalla Parola di Dio”. È l’appello del Papa, al termine dell’udienza generale trasmessa in diretta streaming dalla biblioteca privata. “Ricorre oggi la “Giornata della Coscienza”, ispirata alla testimonianza del diplomatico portoghese Aristides de Sousa Mendes – ha ricordato Francesco prima di salutare i fedeli di lingua italiana collegati in streaming – il quale, ottant’anni or sono, decise di seguire la voce della coscienza e salvò la vita a migliaia di ebrei e altri perseguitati. Vatican Media Archivio “Mosè non negozia il popolo: è il ponte, l’intercessore tra il popolo e Dio. Non vende la sua gente per far carriera: non è un arrampicatore, è un intercessore”. Lo ha detto il Papa, nella catechesi dell’udienza trasmessa in diretta streaming dalla biblioteca privata e dedicata alla preghiera di Mosè. “Che bell’esempio per tutti i pastori, che devono essere ponte!”, ha esclamato Francesco a braccio: “Per questo li si chiama pontifex: i pastori sono dei ponti tra il popolo al quale appartengono e Dio, a cui appartengono per vocazione. Così è Mosè”. “Non voglio fare carriera con il mio popolo”: questa, per il Papa, “è la preghiera che i veri credenti coltivano nella loro vita spirituale”: “Anche se sperimentano le mancanze delle persone e la loro lontananza da Dio, questi oranti non le condannano, non le rifiutano. L’atteggiamento dell’intercessione è proprio dei santi, che, ad imitazione di Gesù, sono ‘ponti’ tra Dio e il suo popolo. Mosè, in questo senso, è stato il più grande profeta di Gesù, nostro avvocato e intercessore”. “E anche oggi Gesù è il Pontefice tra noi e il Padre”, ha commentato Francesco a braccio: “E Gesù intercede per noi: fa vedere al Padre le piaghe che sono il prezzo della nostra salvezza, e intercede. Mosè è figura di Gesù intercessore: Gesù oggi prega per noi, intercede per noi. Mosè ci sprona a pregare con il medesimo ardore di Gesù, a intercedere per il mondo, a ricordare che esso, nonostante tutte le sue fragilità, appartiene sempre a Dio”. “Tutti appartengono a Dio”, ha proseguito il Papa ancora fuori testo: “i più brutto peccatori, la gente più malvagia, i dirigenti più corrotti, sono figli di Dio, e Gesù intercede per tutti. E il mondo vive e prospera grazie alla benedizione del giusto, alla preghiera di pietà che il santo, il giusto, l’intercessore, il sacerdote, il vescovo, il Papa, il laico, qualsiasi battezzato eleva incessante per gli uomini, in ogni luogo e in ogni tempo della storia”. “Pensiamo a Mosè l’intercessore”, l’invito finale a braccio: “E quando vogliamo condannare qualcuno e ci arrabbiamo dentro – arrabbiarsi fa bene, è un po’ di salute, ma condannare non va bene – tu ti arrabbi e cosa devi fare? Vai ad intercedere per quello. Ci aiuterà tanto”. Fonte.www.avvenire.it
Papa:lavoro minorile
Avvenire,   11/06/2020
Udienza. Il Papa: mai più lavoro minorile e bambini sfruttati Redazione Internet mercoledì 10 giugno 2020 Francesco ha lanciato tra l'altro un appello affinché si ponga fine alla piaga del lavoro minorile, "un fenomeno che priva i bambini e le bambine della loro infanzia" Il Papa ha lanciato un appello affinché si ponga fine alla piaga del lavoro minorile, "un fenomeno che priva i bambini e le bambine della loro infanzia". Un appello alle istituzioni rivolto dal Papa, prima dei saluti ai fedeli di lingua italiana collegati in streaming nel corso dell’udienza generale: "Venerdì prossimo, 12 giugno, si celebra la Giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile, un fenomeno che priva i bambini e le bambine della loro infanzia e che ne mette a repentaglio lo sviluppo integrale", ha spiegato Francesco. "Nell’attuale situazione di emergenza sanitaria, in diversi Paesi molti bambini e ragazzi sono costretti a lavori inadeguati alla loro età, per aiutare le proprie famiglie in condizioni di estrema povertà. In non pochi casi si tratta di forme di schiavitù e di reclusione, con conseguenti sofferenze fisiche e psicologiche", il riferimento all’oggi: "Tutti noi siamo responsabili di questo", ha aggiunto a braccio. "I bambini sono il futuro della famiglia umana: a tutti noi spetta il compito di favorirne la crescita, la salute e la serenità!". IL TESTO DELLA CATECHESI "Tutti quanti noi abbiamo un appuntamento nella notte con Dio. Nella notte della nostra vita, nelle tanti notti. Nei momenti oscuri, di peccato, di disorientamento, lì c’è un appuntamento con Dio, sempre". Con questa immagine il Papa ha concluso la catechesi dell’udienza di oggi, trasmessa in diretta streaming dalla biblioteca privata e dedicata alla figura di Giacobbe. "Egli ci sorprenderà nel momento in cui non ce lo aspettiamo, in cui ci troveremo a rimanere veramente da soli", ha proseguito Francesco: "In quella stessa notte, combattendo contro l’ignoto, prenderemo coscienza di essere solo poveri uomini". "Mi permetto di dire: poveracci", ha aggiunto a braccio. "Ma, proprio allora, nel momento in cui mi sento un poveraccio, non dovremo temere", ha assicurato il Papa: "Perché in quel momento Dio ci darà un nome nuovo, che contiene il senso di tutta la nostra vita, ci cambierà il cuore. E ci darà la benedizione riservata a chi si è lasciato cambiare da Lui". "Questo è un bell’invito a lasciarci cambiare da Dio", ha concluso Francesco a braccio: "Lui sa come farlo, perché conosce ognuno di noi. ‘Signore, tu mi conosci’, può dire ognuno di noi: ‘Signore, tu mi conosci, cambiami’". Giovedì è il Corpus Domini davanti al tabernacolo in chiesa, ma anche in quel tabernacolo che sono gli ultimi, i sofferenti, le persone sole e povere “Domani è la Solennità del Corpus Domini, Corpo e Sangue di Cristo. Quest’anno non è possibile celebrare l’Eucaristia con manifestazioni pubbliche, tuttavia possiamo realizzare una ‘vita eucaristica’”. È il saluto del Papa ai fedeli di lingua italiana, collegati in streaming per l’udienza generale. “L’ostia consacrata racchiude la persona del Cristo”, ha ricordato Francesco: “Siamo chiamati a cercarla davanti al tabernacolo in chiesa, ma anche in quel tabernacolo che sono gli ultimi, i sofferenti, le persone sole e povere”. “Gesù stesso lo ha detto”, ha aggiunto a braccio. Infine il saluto agli anziani, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli: “Tutti esorto a trovare nell’Eucaristia le energie necessarie per vivere con fortezza cristiana i momenti difficili”. Fonte.www.avvenire.it
Intervista a Guterrez
L'Osservatore Romano,   27/05/2020
Le minacce globali esigono una nuova solidarietà Papa Francesco con il Segretario generale dell’Onu durante l’udienza del 20 dicembre 2019 Intervista al Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres 26 maggio 2020 Profonda riconoscenza a Papa Francesco per il sostegno all’appello per un cessate il fuoco mondiale «La pandemia deve essere un campanello di allarme. Le minacce globali mortali esigono una nuova unità e solidarietà». Lo ha sottolineato il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres in questa intervista in esclusiva ai media vaticani. Lei ha recentemente lanciato un appello per la pace nel mondo colpito dalla pandemia. Un’iniziativa che ancora una volta si collega a quelle di Papa Francesco — da lei incontrato in Vaticano alla fine dello scorso anno e insieme al quale ha diffuso un videomessaggio — che non smette di chiedere la cessazione di ogni guerra. Lei ha detto: la furia del virus illustra la follia della guerra. Perché secondo lei è così difficile far passare questo messaggio? Anzitutto vorrei ribadire la mia profonda riconoscenza a Papa Francesco per il sostegno dato al mio appello globale per il cessate il fuoco e al lavoro delle Nazioni Unite. Il suo impegno globale, la sua compassione e i suoi inviti all’unità riaffermano i valori centrali che guidano il nostro lavoro: ridurre la sofferenza umana e promuovere la dignità umana. Quando ho lanciato l’appello per il cessate il fuoco, il mio messaggio alle parti coinvolte in conflitti in tutto il mondo è stato semplice: i combattimenti devono cessare di modo che possiamo concentrarci sul nostro nemico comune, il covid-19. Finora l’appello ha ricevuto l’appoggio di 115 governi, di organizzazioni regionali, di più di 200 gruppi della società civile nonché di altri leader religiosi. Sedici gruppi armati si sono impegnati a porre fine alla violenza. Inoltre, milioni di persone hanno firmato una richiesta di sostegno on-line. Ma la diffidenza continua a essere grande, ed è difficile tradurre questi impegni in azioni che facciano la differenza nella vita di quanti subiscono gli effetti dei conflitti. I miei rappresentanti e inviati speciali si stanno adoperando instancabilmente in tutto il mondo, con il mio coinvolgimento diretto laddove è necessario, per trasformare le intenzioni espresse in cessate il fuoco concreti. Continuo a esortare le parti in conflitto, e tutti coloro che possono influenzarle, a mettere al primo posto la salute e la sicurezza delle persone. Vorrei anche ricordare un altro appello che ho lanciato e che considero essenziale: un appello per la pace domestica. In tutto il mondo, con il diffondersi della pandemia stiamo assistendo anche a un preoccupante aumento della violenza contro donne e ragazze. Ho chiesto ai governi, alla società civile e a tutti coloro che possono aiutare nel mondo di mobilitarsi per proteggere meglio le donne. Ho chiesto anche ai leader religiosi di tutte le fedi di condannare in modo inequivocabile ogni atto di violenza contro le donne e le ragazze e di sostenere i principi fondamentali dell’uguaglianza... Alcuni mesi fa, ben prima dell’esplosione della pandemia, lei ha parlato della paura come la merce più facile da vendere. È una questione che ora, in queste settimane, rischia di essere ulteriormente amplificata. Come contrastare secondo lei, e soprattutto in questo difficile periodo, il sentimento di paura che si diffonde tra le persone? La pandemia del covid-19 non è soltanto un’emergenza sanitaria globale. Nelle ultime settimane c’è stata un’impennata delle teorie del complotto e dei sentimenti xenofobi. In alcuni casi sono stati presi di mira giornalisti, operatori sanitari o difensori dei diritti umani solo per aver fatto il loro lavoro. Sin dall’inizio di questa crisi ho esortato alla solidarietà tra società e tra Paesi. La nostra risposta deve basarsi sui diritti umani e sulla dignità umana. Ho invitato anche le istituzioni educative a concentrarsi sull’alfabetismo digitale, e ho esortato i media, specialmente le società della comunicazione sociale, a fare molto di più per segnalare ed eliminare contenuti razzisti, misogini o altrimenti dannosi, in linea con le leggi internazionali sui diritti umani. I leader religiosi hanno un ruolo cruciale da svolgere nel promuovere il rispetto reciproco nelle loro comunità e anche al di fuori di esse. Si trovano in una posizione ottimale per sfidare messaggi inesatti e dannosi e per incoraggiare tutte le comunità a promuovere la non violenza e a respingere la xenofobia, il razzismo e ogni forma di intolleranza. Ad alimentare la paura contribuiscono sicuramente le false notizie di cui lei ha recentemente denunciato una diffusione sempre maggiore. Come combattere la disinformazione senza rischiare, in nome di questa battaglia, di offuscare libertà e diritti fondamentali? La gente nel mondo vuole sapere che cosa fare e dove rivolgersi per avere consiglio. Invece è costretta a gestire una epidemia di disinformazione che, se va male, può mettere in pericolo delle vite. Rendo onore ai giornalisti e a coloro che controllano le informazioni nella montagna di storie e post fuorvianti pubblicati nei social media. A sostegno di tale impegno, ho lanciato una iniziativa delle Nazioni Unite di risposta alle comunicazioni chiamata Verified, volta a dare alla gente informazioni accurate e basate sui fatti, incoraggiando al tempo stesso soluzioni e solidarietà mentre passiamo dalla crisi alla ripresa. Anche i leader religiosi hanno un ruolo da svolgere, utilizzando le loro reti e le loro capacità di comunicazione per sostenere i governi nel promuovere le misure di salute pubblica raccomandate dell’Organizzazione mondiale della sanità — dal distanziamento fisico a una buona igiene — e per smentire false informazioni e voci. Tra le informazioni infondate che quotidianamente raggiungono l’opinione pubblica figurano in questi giorni molte critiche contro agenzie dell’Onu, come l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Qual è il suo giudizio in proposito? Mentre piangiamo le vite perse a causa del virus, ci angoscia il fatto che ce ne saranno molte altre, specialmente nei luoghi meno capaci di far fronte a una pandemia. Guardare indietro a come la pandemia si è sviluppata e alla risposta internazionale sarà essenziale. Ma in questo momento l’Organizzazione mondiale della sanità e l’intero sistema delle Nazioni Unite stanno facendo una corsa contro il tempo per salvare vite. Mi preoccupa in modo particolare la mancanza di un’adeguata solidarietà con i Paesi in via di sviluppo — sia nel fornire loro il necessario per rispondere alla pandemia del covid-19 sia per far fronte al drammatico impatto economico e sociale sui più poveri nel mondo. L’Organizzazione mondiale della sanità e l’intero sistema delle Nazioni Unite sono interamente mobilitati per salvare vite, prevenire la carestia, attenuare il dolore e pianificare la ripresa. Abbiamo definito un piano di risposta umanitaria globale per 7,6 miliardi di dollari americani per le popolazioni più vulnerabili, tra cui i rifugiati e le persone internamente dislocate. Finora i donatori hanno offerto quasi un miliardo di dollari e io proseguo nel mio impegno per assicurare che questo piano venga finanziato per intero. I nostri team nei diversi Paesi stanno lavorando in coordinamento con i governi per mobilitare finanziamenti, aiutare i ministeri della salute a essere preparati e sostenere le misure economiche e sociali, dalla sicurezza alimentare e l’istruzione da casa al trasferimento di contanti e molto altro ancora. Le nostre operazioni di pace continuano a svolgere i loro importanti mandati di protezione e a sostenere i processi di pace e politici. Le reti di distribuzione delle Nazioni Unite sono state messe a disposizione dei Paesi in via di sviluppo, con milioni di kit per il test, respiratori e mascherine chirurgiche che sono ormai arrivate in più di cento Paesi. Abbiamo organizzato voli solidali per portare più forniture e operatori in decine di Paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. E sin dall’inizio, ho mobilitato le competenze di cui dispone la famiglia delle Nazioni Unite per fornire una serie di relazioni e ragguagli sulle politiche al fine di offrire analisi e consigli per una risposta efficace e coordinata da parte della comunità internazionale (https://www.un.org/en/coronavirus/un-secretary-general) Viviamo in un tempo in cui si moltiplicano gli attacchi al multilateralismo. C’è bisogno, a suo giudizio, di rafforzare la fiducia nei confronti delle istituzioni internazionali? E come ciò può avvenire? La collaborazione e il contributo di tutti gli Stati — compresi quelli più potenti — sono essenziali non solo per combattere il covid-19, ma anche per affrontare le sfide della pace e della sicurezza che si presentano. Sono anche essenziali per aiutare a creare le condizioni per una ripresa efficace nel mondo sviluppato e in quello in via di sviluppo. Il virus ha dimostrato la nostra fragilità globale. E questa fragilità non è limitata ai nostri sistemi sanitari. Riguarda tutti gli ambiti del nostro mondo e delle nostre istituzioni. La fragilità degli sforzi globali coordinati è evidenziata dalla nostra mancata risposta alla crisi climatica, dal rischio sempre crescente della proliferazione nucleare, dalla nostra incapacità di riunirci per regolamentare meglio il web. La pandemia deve essere un campanello di allarme. Le minacce globali mortali esigono una nuova unità e solidarietà. Lei ha pubblicamente plaudito all’iniziativa europea che mira allo sviluppo del vaccino contro il covid-19. Eppure proprio la scoperta del vaccino potrebbe far nascere in alcuni la tentazione di assumere una posizione dominante all’interno della comunità internazionale. Come scongiurare questo pericolo? E come far sì che, prima ancora di arrivare al vaccino, si sperimentino le cure che hanno mostrato di avere qualche efficacia? In un mondo interconnesso, nessuno è al sicuro fino a quando non lo sono tutti. È stata questa, in sintesi, l’essenza del mio messaggio al lancio del “act Accelerator”, ovvero la collaborazione globale per velocizzare lo sviluppo, la produzione e l’equo accesso a nuove diagnostiche, terapie e vaccini per il covid-19. Va visto come un bene pubblico. Non un vaccino o delle cure per un Paese o una regione o una metà del mondo — ma un vaccino e una cura che sono accessibili, sicuri, efficaci, facilmente somministrabili e universalmente disponibili per tutti, ovunque. Questo vaccino deve essere il vaccino della gente. Come si può far sì che nella lotta al virus vi siano Paesi di serie A e Paesi di serie B? Si rischia comunque che la pandemia allarghi nel mondo il divario tra ricchi e poveri. Come evitare che questo accada? La pandemia sta portando alla luce disuguaglianze ovunque. Disuguaglianze economiche, disparità nell’accesso ai servizi sanitari e tanto altro ancora. Il numero delle persone povere potrebbe crescere di 500 milioni — il primo aumento in trent’anni. Non possiamo permettere che ciò accada ed è per questo che continuo a chiedere un pacchetto di aiuti globale per un ammontare pari ad almeno il dieci per cento dell’economia globale. I Paesi più sviluppati possono farlo con risorse proprie, e alcuni hanno già iniziato a mettere in atto simili misure. Ma i Paesi in via di sviluppo hanno bisogno di un sostegno consistente e urgente. Il Fondo monetario internazionale ha già approvato finanziamenti di emergenza per un primo gruppo di Paesi in via di sviluppo. La Banca mondiale ha comunicato che, con risorse nuove e già esistenti, nei prossimi 15 mesi può fornire finanziamenti per 160 miliardi di dollari americani. Il g20 ha appoggiato la sospensione del pagamento dei debiti per i Paesi più poveri. Apprezzo pienamente queste misure, che possono tutelare persone, posti di lavoro e recare vantaggi in termini di sviluppo. Ma anche questo non sarà sufficiente e sarà importante prendere in considerazione misure aggiuntive, tra cui la riduzione del debito, per evitare crisi finanziarie ed economiche prolungate. C’è chi sostiene che dopo la pandemia il mondo non sarà più lo stesso. Quale potrebbe essere il futuro delle Nazioni Unite nel mondo di domani? La ripresa dalla pandemia offre opportunità per condurre il mondo su un cammino più sicuro, sano, sostenibile e inclusivo. Le disuguaglianze e i divari nella protezione sociale che sono emersi in modo così doloroso dovranno essere affrontati. Avremo anche l’opportunità di mettere in primo piano le donne e l’uguaglianza di genere per aiutare a costruire una resilienza a shock futuri. La ripresa deve andare anche di pari passo con l’azione per il clima. Ho chiesto ai governi di assicurare che i fondi per rivitalizzare l’economia siano utilizzati per investire nel futuro, non nel passato... I soldi dei contribuenti dovrebbero essere utilizzati per accelerare la decarbonizzazione di tutti gli aspetti della nostra economia e privilegiare la creazione di lavori verdi. È questo il momento per imporre una tassa sul carbone e far pagare chi inquina per il suo inquinamento. Le istituzioni finanziarie e gli investitori devono tenere pienamente conto dei rischi climatici. Il nostro modello continuano a essere gli obiettivi di sviluppo sostenibile e l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Questo è il tempo di essere determinati. Determinati a sconfiggere il covid-19 e a uscire dalla crisi costruendo un mondo migliore per tutti. di Andrea Monda Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:la preghiera
Avvenire,   21/05/2020
Udienza Generale. Il Papa: la preghiera apre la porta alla speranza Redazione Internet mercoledì 20 maggio 2020 Nella terza udienza generale dedicata alla preghiera, Papa Francesco sottolinea che il mistero della Creazione deve generare in noi un canto di lode, “contenti semplicemente di esistere” La preghiera “è la prima forza della speranza", le "apre la porta”: chi prega sa che questa vita, nonostante le prove “è colma di una grazia per cui meravigliarsi”, per questo va difesa e crede “che l’amore è più potente della morte” e trionferà. “Lodiamo Dio, contenti semplicemente di esistere”, perché siamo “i figli del grande Re”, il Signore della Creazione. Papa Francesco prosegue così la catechesi sulla preghiera all’udienza generale, la decima senza la partecipazione dei fedeli e nell’insolita cornice della Biblioteca del Palazzo apostolico per le limitazioni imposte dalla pandemia di Covid-19. Nella terza tappa del suo cammino di meditazione, Francesco affronta il mistero della Creazione. Perché “la vita - spiega - il semplice fatto che esistiamo, apre il cuore dell’uomo alla preghiera”. La prima pagina della Bibbia, infatti, “assomiglia ad un grande inno di ringraziamento”, che racconta la Creazione ribandendo continuamente “la bontà e la bellezza di ogni cosa che esiste”. Dio, con la sola “sua parola, chiama alla vita, ed ogni cosa accede all’esistenza”. Separa la luce dalle tenebre, crea “la varietà delle piante e degli animali” fino all’apparire dell’uomo, in un “eccesso di esultanza”: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona”. “La bellezza e il mistero della Creazione - spiega Francesco, citando il Catechismo - generano nel cuore dell’uomo il primo moto che suscita la preghiera”. Il salmista si domanda: “Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi”. Contempla “il mistero dell’esistenza intorno a sé, vede il cielo stellato che lo sovrasta” e che oggi grazie all’astrofisica vediamo “in tutta la sua immensità”, e si chiede, ricorda il Pontefice “quale disegno d’amore dev’esserci dietro un’opera così poderosa!” In questa vastità l’uomo mortale è una creatura fragilissima, ma anche l’unica, in tutto l’universo, “consapevole di tanta profusione di bellezza”. La preghiera dell’uomo è strettamente legata con il sentimento dello stupore. La grandezza dell’uomo è infinitesimale se rapportata alle dimensioni dell’universo. Le sue più grandi conquiste sembrano ben poca cosa… Però l’uomo non è nulla. Nella preghiera si afferma prepotente un sentimento di misericordia. Nulla, spiega ancora Francesco, “esiste per caso”, e nell’universo noi esseri umani, ricorda il salmista, “siamo fatti poco meno di un Dio, di gloria e di onore siamo coronati”. La relazione con Dio, sottolinea il Papa, “è la grandezza dell’uomo”. “Per natura – infatti - siamo quasi nulla, ma per vocazione siamo i figli del grande Re!”. Molti di noi hanno fatto questa esperienza: Se la vicenda della vita, con tutte le sue amarezze, rischia talvolta di soffocare in noi il dono della preghiera, basta la contemplazione di un cielo stellato, di un tramonto, di un fiore…, per riaccendere la scintilla del ringraziamento. È quello, prosegue Francesco, che forse succede al popolo d’Israele “quando viene redatto il grande racconto biblico della Creazione”. Non erano giorni felici: la terra occupata dai nemici, la deportazione, e la schiavitù in Mesopotamia, senza “più patria, né tempio, né vita sociale e religiosa”. Eppure, chiarisce il Pontefice, “proprio partendo dal grande racconto della Creazione, qualcuno comincia a ritrovare motivi di ringraziamento, a lodare Dio per l’esistenza”. E’ cosi che “la preghiera è la prima forza della speranza”. Perché gli uomini di preghiera “sono quelli che ripetono, anzitutto a sé stessi e poi a tutti gli altri, che questa vita, nonostante tutte le sue fatiche e le sue prove, nonostante i suoi giorni difficili, è colma di una grazia per cui meravigliarsi. E in quanto tale va sempre difesa e protetta”. Gli uomini e le donne che pregano sanno che la speranza è più forte dello scoraggiamento. Credono che l’amore è più potente della morte, e che di certo un giorno trionferà, anche se in tempi e modi che non conosciamo. Gli uomini e le donne di preghiera, conclude Papa Francesco, “portano riflessi sul volto bagliori di luce: perché, anche nei giorni più bui, il sole non smette di illuminarli”. Tutti siamo portatori di gioia. Questa vita è il dono che Dio ci ha fatto: ed è troppo breve per consumarla nella tristezza. Lodiamo Dio, contenti semplicemente di esistere. Siamo i figli del grande Re, capaci di leggere la sua firma in tutto il creato. Fonte.www.avvenire.it
Papa:la preghiera
L'Osservatore Romano,   20/05/2020
La preghiera è la prima forza della speranza All’udienza generale l’appello del Pontefice a custodire il creato che porta la firma di Dio e a difendere la vita 20 maggio 2020 «Se la vicenda della vita, con tutte le sue amarezze, rischia di soffocare il dono della preghiera, basta la contemplazione di un cielo stellato, di un tramonto, di un fiore..., per riaccendere la scintilla del ringraziamento». Contiene un invito a riscoprire lo stupore dell’uomo davanti allo splendore del creato, la catechesi di Papa Francesco all’udienza generale di mercoledì mattina, 20 maggio, svoltasi ancora una volta nella Biblioteca del Palazzo apostolico Vaticano, senza la presenza di fedeli a causa della pandemia da covid-19. Continuando il ciclo di riflessioni sulla preghiera, che è la «prima forza della speranza», il Pontefice ha commentato il Salmo 8, 4-5.10, incentrato sul «mistero della Creazione». Ed è significativo che ciò avvenga nel cuore della «Settimana Laudato si’», in corso fino a domenica prossima, 24 maggio, quando avrà inizio l’«Anno speciale» nel quinto anniversario dell’enciclica. Al tema Francesco ha dedicato anche oggi un tweet sull’account @Pontifex rilanciando l’hashtag #LaudatoSi5: «La persona umana — ha scritto — tanto più cresce, matura e si santifica quanto più entra in relazione, quando esce da sé stessa per vivere in comunione con Dio, con gli altri e con tutte le creature». E anche per la sua meditazione il Papa ha preso spunto dalla constatazione che «la vita, il semplice fatto» dell’esistenza «apre il cuore alla preghiera», e che sono proprio «la bellezza e il mistero della Creazione» a generare «il primo moto che suscita la preghiera». Infatti, ha chiarito, «la grandezza dell’uomo è infinitesimale se rapportata alle dimensioni dell’universo», ma «la relazione con Dio è la grandezza dell’uomo». Ecco allora che «la preghiera apre la porta alla speranza... Perché — ha commentato il Pontefice — gli uomini di preghiera custodiscono le verità basilari», ripetendo «che questa vita, nonostante tutte le sue fatiche e le sue prove, i suoi giorni difficili, è colma di una grazia per cui meravigliarsi. E in quanto tale va sempre difesa e protetta». Da qui la consolante certezza conclusiva che «tutti siamo capaci di portare gioia. Questa vita è il dono che Dio ci ha fatto: ed è troppo breve per consumarla nella tristezza, nell’amarezza». Infine, essendo la vigilia dell’Ascensione, il Papa ha ricordato in vari saluti la solennità che si celebra giovedì 21. «Gesù, ascendendo al cielo, — ha detto — lascia un messaggio e un programma per tutta la Chiesa». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:entrando in Cristo
L'Osservatore Romano,   19/05/2020
Entrando in Cristo con tutta la vita si superano difficoltà e problemi L’abbraccio tra Francesco e una delle giovani volontarie della Gmg di Cracovia (31 luglio 2016) In un videomessaggio ai giovani di Cracovia il Papa definisce Giovanni Paolo II un dono straordinario per la Chiesa 19 maggio 2020 «Un dono straordinario di Dio alla Chiesa e alla Polonia»: questo è stato per Francesco il predecessore Giovanni Paolo II, da lui canonizzato il 27 aprile 2014, a nove anni dalla morte. La definizione è contenuta nel videomessaggio con cui Papa Bergoglio ha idealmente concluso lunedì 18 maggio la giornata commemorativa dedicata al Pontefice santo nel centenario della nascita. Dopo aver presieduto al mattino la messa sulla sua tomba — nella basilica Vaticana di nuovo aperta ai fedeli con minori limitazioni rispetto alla prima fase di contenimento della pandemia da covid-19 — Francesco è tornato sull’attualità della testimonianza di Karol Wojtyła, parlandone ai giovani di Cracovia attraverso un video trasmesso in prima serata dalla televisione di stato Tvp1. «È una bella occasione rivolgermi a voi — ha esordito — pensando a quanto lui amava i giovani, e ricordando la mia venuta tra voi per la Gmg del 2016». Quindi ha ripercorso le principali tappe del «pellegrinaggio terreno» di Giovanni Paolo II, iniziato nel «1920 a Wadowice e terminato 15 anni or sono a Roma». In particolare il Pontefice ha individuato come suo «tratto caratteristico» l’amore per la famiglia. E poiché «ognuno e ognuna di voi, cari ragazzi e ragazze, porta l’impronta della propria famiglia, con le sue gioie e i suoi dolori», ecco che il magistero del Papa che fu prima vescovo ausiliare e poi arcivescovo di Cracovia può rappresentare «un sicuro punto di riferimento per trovare soluzioni concrete... alle sfide che le famiglie devono affrontare ai nostri giorni». Del resto, ha osservato Francesco, «le difficoltà, anche dure, sono una prova della maturità e della fede; prova che si supera solo basandosi sulla potenza di Cristo morto e risorto». Da qui l’augurio «ad ognuno» dei giovani in ascolto di poter «entrare» in Gesù «con tutta la vita». Ma soprattutto il vescovo di Roma ha descritto Giovanni Paolo II «come un grande della misericordia», rievocandone l’enciclica Dives in misericordia, la canonizzazione di santa Faustina Kowalska e l’istituzione della Domenica della Divina misericordia. Infatti, ha spiegato Francesco, «alla luce dell’amore misericordioso di Dio, Lui coglieva la specificità e la bellezza della vocazione delle donne e degli uomini, capiva le necessità dei bambini, dei giovani e degli adulti, considerando anche i condizionamenti culturali e sociali». Da qui l’invito alle nuove generazioni affinché approfondiscano la conoscenza della vita del santo polacco e dei suoi insegnamenti, «disponibili a tutti anche grazie a internet». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa,la mondanità
Avvenire,   17/05/2020
Santa Marta. Il Papa: Dio ci protegga dalla mondanità spirituale che corrompe la Chiesa Vatican News sabato 16 maggio 2020 Francesco pensa a coloro che hanno il compito di seppellire i morti in questo tempo della pandemia. Nell'omelia ha parlato dello spirito del mondo Francesco ha presieduto la Messa a Casa Santa Marta nel sabato della quinta settimana di Pasqua. Nell'introduzione ha rivolto il pensiero a quanti svolgono il servizio della sepoltura dei morti: "Preghiamo oggi per le persone che si occupano di seppellire i defunti in questa pandemia. È una delle opere di misericordia seppellire i defunti e non è una cosa gradevole naturalmente. Preghiamo per loro che rischiano anche la vita e di prendere il contagio". Ne riferisce Vatican News. Nell’omelia, il Papa ha commentato il Vangelo odierno (Gv 15, 18-21) in cui Gesù dice ai suoi discepoli: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia». Gesù - ha detto Francesco - tante volte parla del mondo, parla dell’odio contro di Lui e i suoi discepoli e prega il Padre di non togliere i discepoli dal mondo ma di difenderli dallo spirito del mondo. Il Papa si domanda: “Qual è lo spirito del mondo? Cosa è questa mondanità, capace di odiare, di distruggere Gesù e i suoi discepoli, anzi di corromperli e di corrompere la Chiesa?”. “È una proposta di vita, la mondanità”, “è una cultura, è una cultura dell’effimero, una cultura dell’apparire, del maquillage, una cultura ‘dell’oggi sì, domani no, domani sì e oggi no’. Ha dei valori superficiali. Una cultura che non conosce fedeltà, perché cambia secondo le circostanze, negozia tutto. Questa è la cultura mondana, la cultura delle mondanità”. E Gesù prega “perché il Padre ci difenda da questa cultura della mondanità. È una cultura dell’usa e getta”, secondo la convenienza. “È una cultura senza fedeltà” ed è “un modo di vivere anche di tanti che si dicono cristiani. Sono cristiani ma sono mondani”. “Gesù nella Parabola del seme che cade in terra dice che le preoccupazioni del mondo”, cioè la mondanità, soffocano la Parola di Dio, non la lasciano crescere. Francesco cita un libro del padre de Lubac dove parla della mondanità spirituale, dicendo “che è il peggiore dei mali che può accadere alla Chiesa; e non esagera” descrivendo “alcuni mali che sono terribili”. La mondanità spirituale “è un’ermeneutica di vita, è un modo di vivere; anche un modo di vivere il cristianesimo. E per sopravvivere davanti alla predicazione del Vangelo, odia, uccide”. Il Papa parla dei martiri, uccisi in odio alla fede, ma non sono la maggioranza. La maggioranza sono uccisi dalla mondanità che odia la fede. La mondanità - osserva Francesco – non è superficiale, ma ha “delle radici profonde” ed è “camaleontica, cambia”, a seconda delle circostanze, ma la sostanza è la stessa: una proposta di vita che entra dappertutto, anche nella Chiesa. La mondanità, l’ermeneutica mondana, il maquillage, tutto si trucca per essere così”. Francesco ricorda il discorso di Paolo nell’Areopago di Atene, quando attira l’attenzione quando parla del “dio ignoto” e incomincia a predicare il Vangelo: “Ma quando arrivò alla croce e alla risurrezione si scandalizzarono e se ne andarono via. La mondanità c’è una cosa che non tollera: lo scandalo della Croce. Non lo tollera. E l’unica medicina contro lo spirito della mondanità è Cristo morto e risorto per noi, scandalo e stoltezza”. L’Apostolo Giovanni dice che “la vittoria contro il mondo è la nostra fede”. L’unica vittoria è “la fede in Gesù Cristo, morto e risorto. E questo non significa essere fanatici”, smettere di dialogare con tutte le persone, ma sapere che la vittoria contro lo spirito mondano è la nostra fede, lo scandalo della Croce. “Chiediamo allo Spirito Santo” - è la preghiera conclusiva di papa Francesco - in questi ultimi giorni del tempo pasquale, “la grazia di discernere cosa è mondanità e cosa è Vangelo e di non lasciarci ingannare, perché il mondo ci odia, il mondo ha odiato Gesù e Gesù ha pregato perché il Padre ci difendesse dallo spirito del mondo”. Fonte.www.avvenire.it
Papa:preghiamo insieme
Avvenire,   14/05/2020
Santa Marta. Il Papa: preghiamo insieme per la liberazione da tutte le pandemie Vatican Madia giovedì 14 maggio 2020 Francesco ricorda la Giornata di preghiera promossa dall'Alto Comitato per la Fratellanza Umana per chiedere al Signore la fine della pandemia del Covid-19 Francesco ha presieduto la Messa a Casa Santa Marta nel giorno in cui la Chiesa celebra la Festa di San Mattia Apostolo. Nell'introduzione ha ricordato l'odierna Giornata di preghiera, digiuno e opere di carità promossa dall’Alto Comitato della Fratellanza Umana e ha incoraggiato tutti a unirsi come fratelli, per chiedere a Dio la liberazione da questo male: L’Alto Comitato per la Fratellanza Umana oggi ha indetto una giornata di preghiera, digiuno, per chiedere a Dio misericordia e pietà in questo momento tragico della pandemia. Tutti siamo fratelli. San Francesco di Assisi diceva: “Tutti fratelli”. E per questo, uomini e donne di ogni confessione religiosa, oggi, ci uniamo nella preghiera e nella penitenza, per chiedere la grazia della guarigione da questa pandemia. (Vatican News) Nell’omelia, il Papa ha commentato la prima lettura, tratta dal Libro di Giona, in cui il profeta invita il popolo di Ninive a convertirsi per non subire la distruzione della città. Ninive si convertì e la città fu salvata da qualche pandemia, forse “una pandemia morale”, osserva il Papa. “E oggi - sottolinea - tutti noi, fratelli e sorelle di ogni tradizione religiosa, preghiamo: giornata di preghiera e di digiuno, di penitenza, indetta dall’Alto Comitato per la Fratellanza Umana. Ognuno di noi prega, le comunità pregano, le confessioni religiose pregano: pregano Dio, tutti fratelli, uniti nella fratellanza che ci accomuna in questo momento di dolore e di tragedia”. “Noi non aspettavamo questa pandemia, è venuta senza che noi l’aspettassimo ma adesso c’è. E tanta gente muore. E tanta gente muore da sola e tanta gente muore senza poter fare nulla. Tante volte può venire il pensiero: ‘Ma a me non tocca, grazie a Dio mi sono salvato’. Ma pensa agli altri! Pensa alla tragedia e anche alle conseguenze economiche, le conseguenze sull’educazione” e a “quello che avverrà dopo. E per questo oggi, tutti, fratelli e sorelle, di qualsiasi confessione religiosa, preghiamo Dio”. “Forse - nota il Papa - ci sarà qualcuno che dirà: ‘Ma questo è relativismo religioso e non si può fare’. Ma come non si può fare, pregare il Padre di tutti? Ognuno prega come sa, come può”, secondo la propria cultura. “Noi non stiamo pregando l’uno contro l’altro, questa tradizione religiosa contro questa, no! Siamo uniti tutti come esseri umani, come fratelli, pregando Dio, secondo la propria cultura, secondo la propria tradizione, secondo le proprie credenze, ma fratelli e pregando Dio, questo è l’importante: fratelli, facendo digiuno, chiedendo perdono a Dio per i nostri peccati, perché il Signore abbia misericordia di noi, perché il Signore ci perdoni, perché il Signore fermi questa pandemia. Oggi è un giorno di fratellanza, guardando l’unico Padre, fratelli e paternità. Giorno di preghiera”. Questa pandemia - ha detto Francesco – “è venuta come un diluvio, è venuta in un colpo. Adesso ci stiamo svegliando un po’. Ma ci sono tante altre pandemie che fanno morire la gente e noi non ce ne accorgiamo, guardiamo da un’altra parte. Siamo un po’ incoscienti davanti alle tragedie che in questo momento accadono nel mondo”. Il Papa cita una statistica ufficiale, che non parla della pandemia del coronavirus, ma di un’altra: “Nei primi quattro mesi di quest’anno sono morti 3 milioni e 700 mila persone di fame. C’è la pandemia della fame. In quattro mesi, quasi 4 milioni di persone. Questa preghiera di oggi per chiedere che il Signore fermi questa pandemia ci deve far pensare alle altre pandemie del mondo. Ce ne sono tante! La pandemia delle guerre, della fame e tante altre. Ma l’importante è che, oggi, insieme e grazie al coraggio che ha avuto questo Alto Comitato per la Fratellanza Umana, insieme siamo stati invitati a pregare ognuno secondo la propria tradizione e a fare una giornata di penitenza di digiuno e anche di carità, di aiuto agli altri. Questo è l’importante. Nel libro di Giona abbiamo sentito che il Signore, quando vide come aveva reagito il popolo - si è convertito - e il Signore fermò, fermò quello che Lui voleva fare”. “Che Dio fermi questa tragedia - è la preghiera di Papa Francesco - che fermi questa pandemia. Che Dio abbia pietà di noi e che fermi anche le altre pandemie tanto brutte: quella della fame, quella della guerra, quella dei bambini senza educazione. E questo lo chiediamo come fratelli, tutti insieme. Che Dio benedica tutti noi e abbia pietà di noi”. Fonte.www.avvenire.it
Papa:credenti uniti
L'Osservatore Romano,   14/05/2020
Credenti uniti per invocare la fine della pandemia La preghiera del Pontefice a Santa Marta in occasione della Giornata indetta dall’Alto comitato per la fratellanza umana 14 maggio 2020 «L’Alto Comitato per la Fratellanza Umana oggi ha indetto una Giornata di preghiera e digiuno, per chiedere a Dio misericordia e pietà in questo momento tragico della pandemia. Tutti siamo fratelli. San Francesco di Assisi diceva: “Tutti fratelli”. E per questo, uomini e donne di ogni confessione religiosa, oggi, ci uniamo nella preghiera e nella penitenza, per chiedere la grazia della guarigione da questa pandemia». Con queste parole Papa Francesco ha iniziato giovedì mattina, 14 maggio, la celebrazione della messa nella cappella di Casa Santa Marta. E, al termine, ha voluto rivolgere un saluto a Tommaso Pallottino, «il tecnico del suono che sta lavorando oggi qui per la trasmissione. Lui ci ha accompagnato in queste trasmissioni, lui lavora nel Dicastero per la comunicazione e va in pensione, oggi è l’ultima volta che lavora. Che il Signore lo benedica e lo accompagni nella nuova tappa della vita». Per la meditazione dell’omelia il vescovo di Roma ha preso le mosse dalla prima lettura, nella quale, ha spiegato, «abbiamo sentito la storia di Giona, nello stile dell’epoca (cfr. Gn 3, 1-10). Siccome c’era qualche pandemia, non sappiamo, nella città di Ninive, una “pandemia morale” forse», questa stava «proprio per essere distrutta» (cfr. versetto 4). E «Dio — ha proseguito il Papa — manda Giona a predicare: preghiera e penitenza, preghiera e digiuno (cfr. versetti 7-8). Davanti a quella pandemia, [dapprima] Giona si spaventò e scappò (cfr. Gn 1, 1-3). Poi il Signore per la seconda volta lo chiamò e lui accettò di andare a predicare questo» (cfr. Gn 3, 1-3). «E oggi — ha rilanciato Francesco — tutti noi, fratelli e sorelle di ogni tradizione religiosa, preghiamo: giornata di preghiera e di digiuno, di penitenza, indetta dall’Alto Comitato per la Fratellanza Umana. Ognuno di noi prega, le comunità pregano, le confessioni religiose pregano, pregano Dio: tutti fratelli, uniti nella fratellanza che ci accomuna in questo momento di dolore e di tragedia». «Noi — ha affermato il Pontefice — non aspettavamo questa pandemia, è venuta senza che noi l’aspettassimo ma adesso c’è. E tanta gente muore. Tanta gente muore da sola e tanta gente muore senza poter fare nulla. Tante volte può venire il pensiero: “A me non tocca, grazie a Dio mi sono salvato”. Ma pensa agli altri! Pensa alla tragedia e anche alle conseguenze economiche, le conseguenze sull’educazione, le conseguenze..., quello che avverrà dopo». Proprio «per questo oggi, tutti, fratelli e sorelle, di qualsiasi confessione religiosa, preghiamo Dio. Forse ci sarà qualcuno che dirà: “Questo è relativismo religioso e non si può fare”. Ma come non si può fare, pregare il Padre di tutti? Ognuno prega come sa, come può, come ha ricevuto dalla propria cultura. Noi non stiamo pregando l’uno contro l’altro, questa tradizione religiosa contro questa, no! Siamo uniti tutti come esseri umani, come fratelli, pregando Dio, secondo la propria cultura, secondo la propria tradizione, secondo le proprie credenze, ma fratelli e pregando Dio, questo è l’importante!». Una preghiera fatta come «fratelli», ha rilanciato il Papa, «facendo digiuno, chiedendo perdono a Dio per i nostri peccati, perché il Signore abbia misericordia di noi, perché il Signore ci perdoni, perché il Signore fermi questa pandemia. Oggi è un giorno di fratellanza, guardando l’unico Padre: fratelli e paternità. Giorno di preghiera». «Noi, l’anno scorso, anzi a novembre dell’anno scorso, non sapevamo cosa fosse una pandemia: è venuta come un diluvio, è venuta di colpo», ha insistito Francesco. «Adesso ci stiamo svegliando un po’. Ma — ha fatto presente — ci sono tante altre pandemie che fanno morire la gente e noi non ce ne accorgiamo, guardiamo da un’altra parte. Siamo un po’ incoscienti davanti alle tragedie che in questo momento accadono nel mondo». «Soltanto vorrei dirvi — ha proseguito il Pontefice — una statistica ufficiale dei primi quattro mesi di quest’anno, che non parla della pandemia del coronavirus, parla di un’altra. Nei primi quattro mesi di quest’anno sono morte 3 milioni e 700 mila persone di fame. C’è la pandemia della fame. In quattro mesi, quasi 4 milioni di persone. Questa preghiera di oggi per chiedere che il Signore fermi questa pandemia ci deve far pensare alle altre pandemie del mondo. Ce ne sono tante! La pandemia delle guerre, della fame e tante altre. Ma l’importante è che, oggi — insieme e grazie al coraggio che ha avuto questo Alto Comitato per la Fratellanza Umana — insieme siamo stati invitati a pregare ognuno secondo la propria tradizione e a fare una giornata di penitenza, di digiuno e anche di carità, di aiuto agli altri. Questo è l’importante». Ha aggiunto il Papa: «Nel libro di Giona abbiamo sentito che il Signore, quando vide come aveva reagito il popolo — che si era convertito —, il Signore si fermò, fermò quello che Lui voleva fare». E così, concludendo la sua meditazione, Francesco ha invitato a pregare perché «Dio fermi questa tragedia, che fermi questa pandemia. Che Dio abbia pietà di noi e che anche fermi le altre pandemie tanto brutte: quella della fame, quella della guerra, quella dei bambini senza educazione. E questo lo chiediamo come fratelli, tutti insieme. Che Dio benedica tutti noi e abbia pietà di noi». Fonte.www.l'osservatoreromano.it.
Il Papa prega per i disoccupati
Avvenire,   11/05/2020
Santa Marta. Il Papa prega per i disoccupati Vatican News lunedì 11 maggio 2020 Francesco ha pregato per quanti soffrono perché hanno perso il lavoro in questo periodo e ha ricordato l'anniversario del ritrovamento del corpo di San Timoteo nella Cattedrale di Termoli Francesco ha presieduto la Messa a Casa Santa Marta (nel lunedì della quinta settimana di Pasqua. Nell’introduzione, ha ricordato il 75.mo anniversario del ritrovamento del corpo di San Timoteo nella cripta della Cattedrale di Termoli, durante dei lavori di restauro nel 1945, e ha rivolto il suo pensiero ai disoccupati: Ci uniamo a fedeli di Termoli, nella festa del ritrovamento del corpo di San Timoteo oggi. In questi giorni tanta gente ha perso il lavoro; non sono stati riassunti, lavoravano in nero … Preghiamo per questi fratelli e sorelle nostri che soffrono questa mancanza di lavoro. (Vatican News) Nell'omelia, il Papa ha commentato il Vangelo odierno (Gv 14, 21-26) in cui Gesù dice ai suoi discepoli: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto». “È la promessa dello Spirito Santo - ha detto il Papa - lo Spirito Santo che abita con noi e che il Padre è il Figlio inviano” per “accompagnarci nella vita”. È chiamato Paràclito, cioè Colui che “sostiene, che accompagna per non cadere, che ti mantiene fermo, che è vicino a te per sostenerti. E il Signore ci ha promesso questo sostegno, che è Dio come Lui: è lo Spirito Santo. Cosa fa lo Spirito Santo in noi? Il Signore lo dice: «Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto». Insegnare e ricordare. Questo è l’ufficio dello Spirito Santo. Ci insegna: ci insegna il mistero della fede, ci insegna a entrare nel mistero, a capire un po’ più il mistero, ci insegna la dottrina di Gesù e ci insegna come sviluppare la nostra fede senza sbagliare, perché la dottrina cresce, ma sempre nella stessa direzione: cresce nella comprensione. E lo Spirito ci aiuta a crescere nella comprensione della fede, comprenderla di più e andare di più a comprendere questo che dice la fede. La fede non è una cosa statica; la dottrina non è una cosa statica: cresce” sempre, ma cresce “nella stessa direzione. E lo Spirito Santo evita che la dottrina sbagli, evita che rimanga ferma lì, senza crescere in noi. Ci insegnerà le cose che Gesù ci ha insegnato, svilupperà in noi la comprensione di quello che Gesù ci ha insegnato, farà crescere in noi, fino alla maturità, la dottrina del Signore”. E un’altra cosa che fa lo Spirito Santo, è ricordare: “Ricorderà tutto ciò che vi ho detto”. “Lo Spirito Santo è come la memoria, ci sveglia”, ci mantiene sempre svegli “nelle cose del Signore” e ci fa anche ricordare la nostra vita, quando abbiamo incontrato il Signore o quando lo abbiamo lasciato. Il Papa ricorda una persona che pregava davanti al Signore così: “Signore, io sono lo stesso che da bambino, da ragazzo, aveva questi sogni. Poi, sono andato per cammini sbagliati. Adesso tu mi hai chiamato”. Questa - ha detto - “è la memoria dello Spirito Santo nella propria vita. Ti porta alla memoria della salvezza, alla memoria di quello che ha insegnato Gesù, ma anche la memoria della propria vita”. Questo - ha proseguito - è un bel modo di pregare il Signore: “Sono lo stesso. Ho camminato tanto, ho sbagliato tanto, ma sono lo stesso e tu mi ami”. È “la memoria del cammino della vita”. “E in questa memoria, lo Spirito Santo ci guida; ci guida per discernere, per discernere cosa devo fare adesso, qual è la strada giusta e qual è la sbagliata, anche nelle piccole decisioni. Se noi chiediamo la luce allo Spirito Santo, Lui ci aiuterà a discernere per prendere le giuste decisioni, le piccole di ogni giorno e le più grandi”. Lo Spirito “ci accompagna, ci sostiene nel discernimento”, “ci insegnerà ogni cosa, cioè fa crescere la fede, ci introduce nel mistero, lo Spirito che ci ricorda: ci ricorda la fede, ci ricorda la propria vita e lo Spirito che in questo insegnamento, in questo ricordo, ci insegna a discernere le decisioni che dobbiamo prendere". E i Vangeli danno un nome allo Spirito Santo, oltre a Paràclito, perché ti sostiene, "un altro nome più bello: è il Dono di Dio. Lo Spirito è il Dono di Dio. Lo Spirito è proprio il Dono: ‘Non vi lascerò soli, vi invierò un Paràclito che vi sosterrà’ e ci aiuterà ad andare avanti, a ricordare, a discernere e a crescere. Il dono di Dio è lo Spirito Santo”. Fonte.www.avvenire.it
Papa:il diavolo
Avvenire,   10/05/2020
Santa Marta. Il Papa: il diavolo vuole distruggere la Chiesa per invidia Vatican News sabato 9 maggio 2020 Francesco ricorda la memoria di Santa Luisa de Marillac e prega per le suore vincenziane che aiutano il Papa e quanti vivono a Casa Santa Marta Francesco ha presieduto la Messa a Casa Santa Marta nel sabato della quarta settimana di Pasqua. Nell’introduzione, ha ricordato la memoria di Santa Luisa de Marillac, pregando per le suore vincenziane che aiutano il Papa e quanti vivono a Casa Santa Marta e gestiscono il dispensario pediatrico che è in Vaticano. (Vatican News) La memoria di Santa Luisa de Marillac normalmente si celebra il 15 marzo, ma cadendo quel giorno nel tempo di Quaresima è stata spostata a oggi. Le suore che lavorano a Casa Santa Marta appartengono alla Congregazione delle Figlie della carità, la Congregazione fondata da Santa Luisa de Marillac (famiglia vincenziana). Nella cappella è stato portato un quadro raffigurante la santa. Questa l'intenzione odierna del Papa: Oggi è la commemorazione di Santa Luisa di Marillac: preghiamo per le suore vincenziane che portano avanti questo ambulatorio, questo ospedale da quasi 100 anni e lavorano qui, a Santa Marta, per questo ospedale. Il Signore benedica le suore. Nell'omelia il Papa ha commentato il passo degli Atti degli Apostoli (At 13, 44-52) in cui i giudei di Antiochia “ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose” contrastano le affermazioni di Paolo su Gesù che danno tanta gioia ai pagani e sobillano le pie donne della nobiltà e i notabili della città suscitando una persecuzione che costringe Paolo e Bàrnaba a lasciare il territorio. Francesco ricorda il Salmo appena letto: “Cantate al Signore un canto nuovo perché ha compiuto meraviglie. Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo. Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia”. “Il Signore - afferma - ha fatto delle meraviglie. Ma quanta fatica. Quanta fatica, per le comunità cristiane, portare avanti queste meraviglie del Signore. Abbiamo sentito nel passo degli Atti degli Apostoli la gioia: tutta la città di Antiochia si radunò per ascoltare la Parola del Signore, perché Paolo, gli apostoli predicavano con forza, e lo Spirito li aiutava. Ma quando videro quella moltitudine, i giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo”. “Da una parte c’è il Signore, c’è lo Spirito Santo che fa crescere la Chiesa, e sempre cresce di più: questo è vero. Ma dall’altra parte c’è il cattivo spirito che cerca di distruggere la Chiesa. È sempre così. Sempre così. Si va avanti ma poi viene il nemico cercando di distruggere. Il bilancio è sempre positivo alla lunga, ma quanta fatica, quanto dolore, quanto martirio! E questo che è successo qui, in Antiochia, succede dappertutto nel Libro degli Atti degli Apostoli”. “Da una parte - osserva il Papa - la Parola di Dio” che fa crescere e “dall’altra parte la persecuzione”. “E qual è lo strumento del diavolo per distruggere l’annuncio evangelico? L’invidia. Il Libro della Sapienza lo dice chiaro: ‘Per l’invidia del diavolo è entrato il peccato nel mondo’ – invidia, gelosia … Sempre questo sentimento amaro, amaro. Questa gente vedeva come si predicava il Vangelo e si arrabbiava, si rodevano il fegato di rabbia. E questa rabbia li portava avanti: è la rabbia del diavolo, è la rabbia che distrugge, la rabbia di quel “Crocifiggi, crocifiggi!”, di quella tortura di Gesù. Vuole distruggere. Sempre. Sempre”. “La Chiesa - ricorda Francesco - va avanti fra le consolazioni di Dio e le persecuzioni del mondo”. E a una Chiesa “che non ha difficoltà manca qualcosa” e “se il diavolo è tranquillo, le cose non vanno bene. Sempre la difficoltà, la tentazione, la lotta … la gelosia che distrugge. Lo Spirito Santo fa l’armonia della Chiesa e il cattivo spirito distrugge. Fino a oggi. Fino a oggi. Sempre questa lotta”. E “lo strumento di questa gelosia” - osserva - sono “i poteri temporali”. In questo passo si dice che “i giudei sobillarono le pie donne della nobiltà”. Sono andati da queste donne e hanno detto: “Questi sono rivoluzionari, cacciateli via”. E “le donne hanno parlato con le altre e li hanno cacciati via. Le pie donne della nobiltà … E anche i notabili della città: vanno al potere temporale e il potere temporale può essere buono, le persone possono essere buone ma il potere come tale è sempre pericoloso. Il potere del mondo contro il potere di Dio muovono tutto questo e sempre dietro di questo, a quel potere, ci sono i soldi”. Quanto succede nella Chiesa primitiva – afferma il Papa – e cioè “il lavoro dello Spirito per costruire la Chiesa, per armonizzare la Chiesa, e il lavoro del cattivo spirito per distruggerla - il ricorso ai poteri temporali per fermare la Chiesa, distruggere la Chiesa – non è che uno sviluppo di quello che accade la mattina della Risurrezione. I soldati, vedendo quel trionfo, sono andati dai sacerdoti e hanno comprato la verità … i sacerdoti. E la verità è stata silenziata. Dalla prima mattina della Risurrezione, il trionfo di Cristo, c’è questo tradimento, questo silenziare la parola di Cristo, silenziare il trionfo della Risurrezione con il potere temporale: i capi dei sacerdoti e i soldi”. Il Papa conclude con una esortazione: “Stiamo attenti, stiamo attenti con la predica del Vangelo” per non cadere mai nella tentazione “di mettere la fiducia nei poteri temporali e nei soldi. La fiducia dei cristiani è Gesù Cristo e lo Spirito Santo che Lui ha inviato e proprio lo Spirito Santo è il lievito, è la forza che fa crescere la Chiesa. Sì, la Chiesa va avanti, in pace, con rassegnazione, gioiosa: fra le consolazioni di Dio e le persecuzioni del mondo”. Fonte.www.avvenire.it
Papa:Dio consola
L'Osservatore Romano,   09/05/2020
Dio consola con vicinanza verità e speranza Nella messa a Santa Marta il Papa ricorda la Giornata mondiale della Croce rossa e della Mezzaluna rossa 08 maggio 2020 «Oggi si celebra la Giornata mondiale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa. Preghiamo per le persone che lavorano in queste benemerite istituzioni»: per questa intenzione il Pontefice ha offerto venerdì 8 maggio, la messa del mattino nella cappella di Casa Santa Marta. E al termine della celebrazione, prima della preghiera mariana conclusiva, ha voluto fare gli auguri di “buon compleanno” a Silvia De Santis che lavora nella reception della residenza del Papa in Vaticano. Introducendo il rito, trasmesso come di consueto in diretta streaming, Francesco ha testimoniato la propria vicinanza spirituale ai quattordici milioni di membri della più grande organizzazione umanitaria del mondo, invocando il Signore affinché «benedica il loro lavoro che fa tanto bene». Il motto dell’edizione di quest’anno della Giornata — «Continua ad applaudire» (Keep clapping) — è stato scelto per sostenere quanti tra il personale medico-sanitario e i volontari (presenti in 192 Paesi o organizzati in 160.000 comitati locali) in questi giorni sono impegnati in prima linea nella lotta alla pandemia del covid-19. All’omelia il vescovo di Roma ha poi parlato della consolazione che viene da Dio e delle «tre tracce» che la rendono evidente: vicinanza, verità e speranza. A ispirare la sua meditazione in particolare il passo del Vangelo (Giovanni 14, 1-6) proposto dalla liturgia del giorno, nel quale Cristo dialoga con i suoi dopo aver annunciato la propria passione e prima di andarle incontro. «Questo colloquio di Gesù con i discepoli è a tavola, ancora, nella Cena», ha esordito Francesco, descrivendo anche l’atmosfera cupa di quelle ore: «Gesù è triste e tutti sono tristi», perché «ha detto che sarebbe stato tradito da uno di loro (cfr Gv 13, 21) e tutti percepiscono che qualcosa di brutto sarebbe accaduto». Ma ecco che, ha rassicurato il Papa, «Gesù incomincia a consolare i suoi, perché uno dei compiti, dei “lavori” del Signore, è consolare». Non solo, ha osservato il Pontefice, «il Signore consola i suoi discepoli e qui vediamo come è il modo di consolare di Gesù. Noi abbiamo tanti modi di consolare, dai più autentici, dai più vicini ai più formali, come quei telegrammi di condoglianze: “Profondamente addolorato per...”», che però nella pratica non consolano «nessuno; è una finta, è la consolazione di formalità». Mentre al contrario sarebbe opportuna la domanda: «Ma come consola, il Signore?». E «questo è importante saperlo — ha spiegato Francesco — perché anche noi, quando nella nostra vita dovremo passare momenti di tristezza, impariamo a percepire qual è la vera consolazione del Signore». Ed è proprio «in questo passo del Vangelo» che «vediamo» come «il Signore consola: sempre nella vicinanza, con la verità e nella speranza». Una volta individuate le «tre tracce della consolazione del Signore» il Pontefice le ha commentate. Anzitutto, Dio consola «nella vicinanza, mai distanti: “ci sono”. Quella bella parola: “ci sono”. “Ci sono, qui, con voi”. E tante volte in silenzio. Ma sappiamo che Lui c’è. Lui sempre c’è», attraverso «quella vicinanza che è lo stile di Dio, anche nell’Incarnazione: farsi vicino a noi. Il Signore consola nella vicinanza. E non usa parole vuote, anzi, preferisce il silenzio. La forza della vicinanza, della presenza. Parla poco, ma è vicino». Quanto alla «seconda traccia della vicinanza di Gesù», del suo «modo di consolare», ovvero con «la verità», il Papa ha rimarcato che Cristo «è veritiero. Non dice cose formali, che sono bugie: “No, stai tranquillo, passerà tutto, non succederà nulla; passerà, le cose passano...”». Nient’affatto, Egli «dice la verità». Non la «nasconde. Perché Lui stesso in questo passo dice: “Io sono la verità” (cfr Gv 14, 6). E la verità è: “Io me ne vado”, cioè: “Io morirò” (cfr vv. 2-3). Siamo davanti alla morte. È la verità. E lo dice semplicemente e anche con mitezza, senza ferire. Ma siamo davanti alla morte. Non nasconde la verità». Ecco allora «la terza traccia» sottolineata da Francesco: «Gesù consola nella speranza. “Sì, è un momento brutto, ma “non sia turbato il vostro cuore. [...] Abbiate fede anche in me” (v.1). “Vi dico una cosa” — così dice Gesù — “nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. [...] Vado a prepararvi un posto” (v.2)». Insomma, ha aggiunto il Papa, «Lui per primo va ad aprire le porte, le porte di quel posto, attraverso le quali noi passeremo tutti, così spero. “Verrò di nuovo, e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi” (v.3)». Con una certezza: quella che «il Signore torna ogni volta che qualcuno di noi è in cammino per andarsene da questo mondo. “Verrò e vi prenderò”: la speranza. Lui verrà e ci prenderà per mano e ci porterà». Certo, ha messo in guardia il Pontefice, «non dice: “No, voi non soffrirete, non è nulla...”». Questo «no. Dice la verità: “Vi sono vicino. Questa è la verità: è un momento brutto, di pericolo, di morte. Ma non sia turbato il vostro cuore, rimanete in quella pace, quella pace che è alla base di ogni consolazione, perché io verrò e per mano vi porterò dove sarò io”». In proposito Francesco si è detto consapevole che non sempre «è facile lasciarsi consolare dal Signore. Tante volte, nei momenti brutti, noi ci arrabbiamo» con Lui «e non lasciamo che venga e ci parli così, con questa dolcezza, con questa vicinanza, con questa mitezza, con questa verità e con questa speranza». Da qui l’esortazione del Papa a invocare da Dio «la grazia di imparare a lasciarci consolare» da Lui. Perché, ha concluso, «la consolazione del Signore è veritiera, non inganna. Non è anestesia, no. Ma è vicina, è veritiera e ci apre le porte della speranza». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:artisti
Avvenire,   08/05/2020
Santa Marta. Il Papa prega per gli artisti: senza il bello non si può capire il Vangelo Vatican News giovedì 7 maggio 2020 Francesco torna a pregare per gli artisti e chiede a Dio di benedirli. Nell'omelia ricorda che essere cristiani è appartenere a un popolo scelto gratuitamente da Dio Ieri ho ricevuto una lettera di un gruppo di artisti: ringraziavano per la preghiera che noi abbiamo fatto per loro. Vorrei chiedere al Signore che li benedica perché gli artisti ci fanno capire cosa è la bellezza e senza il bello il Vangelo non si può capire. Preghiamo un’altra volta per gli artisti. Nell'omelia il Papa ha commentato il passo degli Atti degli Apostoli (At 13, 13-25) in cui Paolo, giunto ad Antiòchia in Pisìdia, spiega nella sinagoga la storia del popolo d’Israele, annunciando che è Gesù il Salvatore atteso. Quando Paolo spiega la nuova dottrina per annunciare Gesù - ha affermato il Papa - parla della storia della salvezza: “Cosa c’è dietro Gesù? C’è una storia. Una storia di grazia, una storia di elezione, una storia di promessa”. Il Signore ha scelto Abramo e ha camminato con il suo popolo: “Per questo quando a Paolo viene chiesto di spiegare il perché della fede in Gesù Cristo, non incomincia da Gesù Cristo: incomincia dalla storia. Il cristianesimo è una dottrina, sì, ma non solo. Non solo sono le cose che noi crediamo”, ma è una storia che porta “questa dottrina che è la promessa di Dio, l’alleanza di Dio, essere eletti da Dio. Il cristianesimo non è solo un’etica”: ha “dei principi morali, ma non si è cristiani soltanto con una visione etica. È di più. Il cristianesimo non è un’élite di gente scelta per la verità. Questo senso elitario che poi va avanti nella Chiesa”, quando si dice: “Io sono quella istituzione, io appartengo a questo movimento che è meglio del tuo” … non è questo “senso elitario. No, il cristianesimo non è questo: il cristianesimo è appartenenza a un popolo, a un popolo scelto da Dio gratuitamente. Se noi non abbiamo questa coscienza di appartenenza a un popolo saremmo cristiani ideologici, con una dottrina piccolina di affermazione di verità, con un’etica, con una morale” oppure ritenendoci “un’élite, ci sentiamo parte di un gruppo scelto da Dio – i cristiani - gli altri andranno all’inferno o se si salvano è per la misericordia di Dio, ma sono gli scartati”. “Se noi non abbiamo una coscienza di appartenenza a un popolo noi non siamo dei veri cristiani”. Per questo Paolo – ribadisce il Papa - spiega Gesù a partire dall’appartenenza a un popolo: “Tante volte, noi cadiamo in queste parzialità, siano dogmatiche, morali o elitarie. Il senso dell’élite è quello che ci fa tanto male e perdiamo quel senso di appartenenza al santo popolo fedele di Dio, che Dio ha eletto in Abramo” e ha fatto la grande promessa che è Gesù, e lo ha fatto camminare con speranza. È avere la “coscienza di popolo”. Bisogna “trasmettere la storia della nostra salvezza”, la memoria di un popolo, di essere popolo, e “in questa storia del popolo di Dio, fino ad arrivare a Gesù Cristo, ci sono stati santi, peccatori e tanta gente comune, buona, con le virtù e i peccati, ma tutti. La famosa ‘folla’ che seguiva Gesù, che aveva il fiuto di appartenenza a un popolo. Un sedicente cristiano che non abbia questo fiuto non è un vero cristiano” perché “si sente giustificato senza il popolo”. La deviazione “più pericolosa” dei cristiani oggi e sempre – ha detto il Papa – è senza dubbio “la mancanza di memoria di appartenenza a un popolo. Quando manca questo vengono i dogmatismi, i moralismi, gli eticismi, i movimenti elitari. Manca il popolo. Un popolo peccatore sempre, tutto lo siamo, ma che non sbaglia in genere, che ha il fiuto di essere popolo eletto, che cammina dietro una promessa e che ha fatto un’alleanza che lui forse non compie, ma sa”. Fonte.www.avvenire.it
Papa:gli artisti
L'Osservatore Romano,   08/05/2020
Nella messa a Santa Marta il Pontefice invita nuovamente a pregare per gli artisti 07 maggio 2020 Confidando di aver ricevuto «una lettera di un gruppo di artisti» che lo «ringraziavano per la preghiera che noi abbiamo fatto per loro» lo scorso 27 aprile, Papa Francesco — nella messa di giovedì mattina, 7 maggio, nella cappella di Casa Santa Marta — ha chiesto di pregare «un’altra volta per gli artisti». In particolare, ha detto all’inizio della celebrazione trasmessa in diretta streaming, «vorrei chiedere al Signore che li benedica perché gli artisti ci fanno capire cosa è “la bellezza” e senza il bello il Vangelo non si può capire». Facendo riferimento alla prima lettura (Atti degli apostoli 13, 13-25) proposta dalla liturgia del giorno, il vescovo di Roma ha osservato che «quando Paolo è invitato a parlare alla sinagoga di Antiochia» in Pisidia «per spiegare questa nuova dottrina, cioè per spiegare Gesù, proclamare Gesù», l’apostolo «comincia parlando della storia della salvezza». E così «Paolo si alzò e incominciò: “Il Dio di questo popolo d’Israele scelse i nostri padri e rialzò il popolo durante il suo esilio in terra d’Egitto” (cfr. versetto 17)». E raccontò «tutta la salvezza, la storia della salvezza». «Lo stesso fece Stefano prima del martirio (cfr. 7, 1-54) e anche Paolo, un’altra volta» ha proseguito il Papa. In realtà, «lo stesso fa l’autore della Lettera agli Ebrei, quando racconta la storia di Abramo e di “tutti i nostri padri”» (cfr. 11, 1-39). E «lo stesso lo abbiamo cantato oggi, noi: “Canterò in eterno l’amore del Signore, farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà”» (cfr. Salmo 88, 2). Abbiamo cantato la storia di Davide: “Ho trovato Davide, mio servo” (cfr. versetto 21)». Inoltre, ha fatto presente Francesco, «lo stesso fanno Matteo (cfr. 1, 1-14) e Luca (cfr. 3, 23-38): quando incominciano a parlare di Gesù, prendono la genealogia di Gesù». «Cosa c’è dietro Gesù? C’è una “storia”. Una storia di grazia, una storia di elezione, una storia di promessa» ha rilanciato il Pontefice. Infatti, «il Signore ha scelto Abramo ed è andato con il suo popolo. All’inizio della messa, nel canto d’inizio, abbiamo detto: “Quando avanzavi, Signore, davanti al tuo popolo e aprivi il cammino e camminavi accanto al tuo popolo, vicino al tuo popolo”». «C’è una storia di Dio con il suo popolo» ha insistito il Papa. E «per questo quando a Paolo VIene chiesto di spiegare il perché della fede in Gesù Cristo, non incomincia da Gesù Cristo: incomincia dalla storia». Infatti «il cristianesimo è una dottrina, sì, ma non solo», ha spiegato Francesco, precisando: «Non sono solo le cose che noi crediamo, è una storia che porta questa dottrina che è la promessa di Dio, l’alleanza di Dio, essere eletti da Dio». «Il cristianesimo non è solo un’etica» ha affermato ancora il Pontefice. «Sì, è vero, ha dei principi morali — ha riconosciuto — ma non si è cristiani soltanto con una visione di etica. È di più». E difatti «il cristianesimo non è “un’élite” di gente scelta per la verità. Questo senso elitario che poi va avanti nella Chiesa, no? Per esempio, io sono di quella istituzione, io appartengo a questo movimento che è meglio del tuo, a questo, a quell’altro... È un senso elitario. No, il cristianesimo non è questo: il cristianesimo è appartenenza a un popolo, a un popolo scelto da Dio gratuitamente». Dunque, ha aggiunto il Papa, «se noi non abbiamo questa coscienza di appartenenza a un popolo, saremo “cristiani ideologici”, con una dottrina piccolina di affermazione di verità, con un’etica, con una morale — sta bene — o con un’élite. Ci sentiamo parte di un gruppo scelto da Dio — i cristiani — gli altri andranno all’inferno o se si salvano è per la misericordia di Dio, ma sono gli scartati... E così via». In sostanza, ha ribadito Francesco, «se noi non abbiamo una coscienza di appartenenza a un popolo, noi non siamo dei veri cristiani». Perciò «Paolo spiega Gesù dall’inizio, dall’appartenenza a un popolo», ha detto il Pontefice. E «tante volte, tante volte, noi cadiamo in queste parzialità, siano dogmatiche, morali o elitarie, no? Il senso dell’élite è quello che ci fa tanto male e perdiamo quel senso di appartenenza al santo popolo fedele di Dio, che Dio ha eletto in Abramo e ha promesso, la grande promessa, Gesù, e lo ha fatto andare con speranza e ha fatto alleanza con lui». Questa è, in effetti, «coscienza di popolo». A questo proposito il Papa ha confidato di rimanere sempre colpito dal «quel passo» del capitolo ventiseiesimo del Libro del Deuteronomio «quando dice: “Una volta all’anno quando tu andrai a presentare le offerte al Signore, le primizie, e quando tuo figlio ti domanderà: ‘Ma papà perché fai questo?’, non devi dirgli: ‘Perché Dio l’ha comandato’, no: ‘Noi eravamo un popolo, noi eravamo così e il Signore ci ha liberato...’”» (cfr. 26, 1-11). Bisogna allora «raccontare la storia, come ha fatto Paolo qui», ha affermato Francesco. Questo significa «trasmettere la storia della nostra salvezza. Il Signore, nello stesso Deuteronomio, consiglia: “Quando tu arriverai alla terra che tu non hai conquistato, che ho conquistato io, e mangerai dei frutti che tu non hai piantato e abiterai le case che tu non hai edificato, nel momento di dare l’offerta” (cfr. 26, 1), recita il famoso credo deuteronomico: “Mio padre era un arameo errante, scese in Egitto” ( 26, 5)... “Stette lì per 400 anni, poi il Signore lo liberò, lo portò avanti”... Canta la storia, la memoria di popolo, “la memoria di popolo”, di essere popolo». «In questa storia del popolo di Dio, fino ad arrivare a Gesù Cristo — ha spiegato il Pontefice — ci sono stati santi, peccatori e tanta gente comune, buona, con le virtù e i peccati, ma tutti. La famosa “folla” che seguiva Gesù, che aveva “il fiuto” di appartenenza a un popolo». «Un sedicente cristiano che non abbia questo fiuto — ha fatto presente il Papa — non è un vero cristiano; è un po’ particolare e un po’ si sente giustificato senza il popolo». Dunque, «appartenenza a un popolo, avere memoria del popolo di Dio. E questo lo insegnano Paolo, Stefano, un’altra volta Paolo, gli apostoli...». Ed è «il consiglio dell’autore della Lettera agli Ebrei: “Ricordate i vostri antenati” (cfr. Eb 11, 2), cioè coloro che ci hanno preceduto in questo cammino di salvezza». Con questa consapevolezza, ha chiarito il vescovo di Roma, «se qualcuno mi domandasse: “Qual è per lei la deviazione dei cristiani oggi e sempre? Quale sarebbe per lei la deviazione più pericolosa dei cristiani?”, io direi senza dubitare: la mancanza di memoria di appartenenza a un popolo». Perché «quando manca questo vengono i dogmatismi, i moralismi, gli eticismi, i movimenti elitari. Manca il popolo. Un popolo peccatore, sempre, tutti lo siamo, ma che non sbaglia in genere, che ha il fiuto di essere popolo eletto, che cammina dietro una promessa e che ha fatto un’alleanza che lui forse non compie, ma sa». Concludendo la sua meditazione, Francesco ha esortato a «chiedere al Signore questa coscienza di popolo, che la Madonna bellamente ha cantato nel suo Magnificat (cfr. Luca 1, 46-56), che Zaccaria ha cantato così bellamente nel suo Benedictus (cfr. Luca 1, 67-79), cantici che preghiamo tutti i giorni, al mattino e alla sera». La «coscienza di popolo» significa: «noi siamo il santo popolo fedele di Dio che, come dice il concilio Vaticano i, poi il ii, nella sua totalità ha il fiuto della fede ed è infallibile in questo modo di credere». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Corona virus :Parsi
Avvenire,   05/05/2020
Coronavirus. Parsi: «Ci sono tre scenari per il post Covid. E due non sono buoni» Andrea Lavazza martedì 5 maggio 2020 Tre le ipotesi in gioco. Sarà restaurazione come nel 1815; o magari l’Ue sparirà per inettitudine; oppure verrà un Rinascimento con un mondo più solidale e più ricco: gli strumenti ci sono già La pandemia trasformerà le nostre società? Non sono i dieci giorni che sconvolsero il mondo, secondo il titolo ormai celeberrimo del reportage sulla Rivoluzione d’Ottobre di John Reed, ma il SARS–CoV–2 potrebbe anche essere un involontario agente di cambiamento geopolitico ed economico. Per ora ci costringe in un assedio dagli esiti imprevedibili. Tanto che il futuro pare difficilmente scrutabile. Ci ha provato coraggiosamente un politologo e analista acuto come Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni Internazionali all’Università Cattolica di Milano, dove dirige l’Alta scuola Aseri. Lo ha fatto con un agilissimo pamphlet pubblicato in ebook da Piemme, Vulnerabili: Come la pandemia cambierà il mondo. Tre scenari per la politica internazionale (pp. 76, euro 2,99, su tutti i siti librari). Professor Parsi, qual è la vulnerabilità del nostro modo di vivere che il virus ha messo a nudo? «Quella di una interdipendenza costruita senza considerare che, in qualunque sistema, la resilienza dell’elemento più fragile “detta” quella dell’intero sistema: e il fattore umano è sempre il più vulnerabile. Non è per nulla paradossale che la globalizzazione sia stata sospesa non da un virus informatico, ma da un virus biologico. Da circa quarant’anni viviamo in un mondo in cui tutto ciò che è mobile e dematerializzato ha acquisito un valore crescente e ha finito con il comprimere i diritti dell’essere umano e sminuirne la centralità. Il vero paradosso è che il culto per la dematerializzazione è l’ultima e più sottile forma di materialismo». È molto interessante il caso dell’evento 201 (una recente simulazione di pandemia) che lei cita. Quanto abbiamo sottovalutato il rischio di una pandemia? E perché, a suo parere? «I segnali erano insistenti e convergenti. Abbiamo corso il rischio pandemia globale con la Sars, l’ebola, le diverse forme di influenza aviaria. Attrezzarsi per essere in grado di fronteggiare una simile eventualità avrebbe significato investire denaro in una serie di misure non immediatamente profittevoli, il cui rendimento andava valutato sul lungo periodo. Una soluzione difficile in un sistema economico in cui “qui e subito” è diventata la logica prevalente. L’iperfinanziarizzazione dell’economia ha favorito questa deriva e ha comportato anche un progressivo sbilanciamento dei rapporti di potere tra i molti e i pochi. Qualcosa che si è tradotto nella perdita di efficacia della democrazia come strumento per contenere gli effetti politici della disuguaglianza». Lei propone tre scenari per il dopo–Covid. Ce li può illustrare? Il primo è quello della Restaurazione... «Nel quale, esattamente come avvenne nel 1815, prevarrà l’illusione di poter tornare a ricostituire l’ordine del sistema politico ed economico (tanto domestico quanto internazionale) “come se” quello della pandemia fosse stato un lungo, drammatico incidente di percorso. La competizione per la leadership tra Usa e Cina continuerebbe e la Ue sopravvivrebbe, tornando a una visione “budgettaria” della politica. I regimi politici interni accentuerebbero la loro dimensione tecnocratica spingendo alla demobilitazione politica». Nello scenario della Fine dell’impero vede meno democrazia e la fine della Ue. Per quale motivo? «Perché se la Ue non fosse in grado di “fare la differenza” neppure nella pandemia, se fallisse la sfida della solidarietà e della condivisione per la terza volta in 10 anni, il suo destino politico sarebbe segnato. Tanto più in uno scenario caratterizzato dal passaggio a un mondo chiuso in sfere di influenza politiche ed economiche, sempre più impermeabili, dove nessuno eserciterebbe una leadership globale e il multilateralismo svanirebbe. Ci sarebbe un forte rimbalzo nella direzione del sovranismo populista che travolgerebbe la Ue. Avremmo regimi leaderistici a mobilitazione politica dall’alto». Nello scenario ottimistico del Rinascimento si riducono globalizzazione e diseguaglianze: come potrebbe accadere? «L’impatto devastante della pandemia negli Stati Uniti associato all’appuntamento elettorale di novembre consentirebbe di cambiare il senso di cosa si ritiene “normale”. Le grandi crisi, come dopo il 1929 o dopo la Seconda guerra mondiale, offrono le sole vere straordinarie opportunità di cambiamento. E non dimentichiamo che anche l’attuale fase neoliberale prese avvio con la crisi degli anni 70 del Novecento. Per la loro centralità nel mondo attuale, associata al fatto che restano un sistema pluralistico in cui l’opinione pubblica “conta”, negli Stati Uniti si potrebbe ancora innescare il cambiamento. E le idee per realizzarlo sono in circolazione da 30 anni...» Sarebbe anche uno scenario di minore ricchezza? «No. Sarebbe un mondo più equo e meno disuguale. Più ricco semmai, perché più solido, resiliente. Sarebbe un mondo capace di concepire che l’equipaggio non è solo la componente più vulnerabile della nave, ma anche quella essenziale e insostituibile. Senza equipaggio, una nave è solo un vascello fantasma alla deriva». Fonte.www.avvenire.it
Papa:pace nelle famiglie
Avvenire,   05/05/2020
Nella Messa a Santa Marta, Francesco pensa alle famiglie chiuse a casa per la pandemia e prega perché non ci sia violenza ma pace, pazienza e creatività Il Papa: ci sia pace nelle famiglie e unità nella Chiesa Francesco ha presieduto la Messa a Casa Santa Marta nel lunedì della quarta settimana di Pasqua. Nell’introduzione, Francesco ha rivolto il suo pensiero alle famiglie: Preghiamo oggi per le famiglie: in questo tempo di quarantena, la famiglia, chiusa a casa, cerca di fare tante cose nuove, tanta creatività con i bambini, con tutti, per andare avanti. E anche c’è l’altra cosa, che alle volte c’è la violenza domestica. Preghiamo per le famiglie, perché continuino in pace con creatività e pazienza, in questa quarantena. Nell'omelia il Papa ha commentato il passo odierno degli Atti degli Apostoli (At 11,1-18) in cui Pietro, rimproverato dai fratelli ancora legati alle norme mosaiche di aver mangiato in una casa di pagani, racconta come lo Spirito Santo sia disceso anche su di essi. Pietro - afferma il Papa - lo aveva fatto perché lo Spirito lo aveva guidato. Ma nella Chiesa - osserva Francesco - c’è sempre questo ritenere sé stessi giusti e gli altri peccatori, quelli che si pensa siano già condannati. Questa è una malattia della Chiesa che nasce dalle ideologie o dai partiti religiosi. È un pensare mondano che si fa interprete della legge. Sono idee che creano divisione, al punto che diventa più importante la divisione che l’unità. È più importante la mia idea che lo Spirito Santo che ci guida. Il Signore vuole l’unità. Nel Vangelo (Gv 10,11-18) Gesù afferma che ha anche altre pecore che non provengono da questo recinto e anche quelle deve guidare. Ascolteranno la sua voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Dice di essere pastore di tutti: grandi e piccoli, ricchi e poveri, buoni e cattivi. È venuto per tutti, è morto per tutti. Anche per la gente che non crede in Lui o è di altre religioni: è venuto per tutti. Abbiamo un solo Redentore. Invece la tentazione è di dire io sono di questa parte o di quell’altra. Sono lecite le differenze ma nell’unità della Chiesa. Abbiamo tutti un unico pastore, Gesù. Il Signore – è la preghiera conclusiva del Papa - ci liberi dalla psicologia della divisione e ci faccia vedere che siamo tutti fratelli in Lui. Di seguito il testo dell'omelia trascritta da Vatican News: Quando Pietro salì a Gerusalemme, i fedeli lo rimproveravano. Lo rimproveravano perché era entrato in casa di uomini non circoncisi e mangiato insieme con loro, con i pagani: quello non si poteva, era un peccato. La purezza della legge non permetteva questo. Ma Pietro lo aveva fatto perché era stato lo Spirito a portarlo lì. Sempre c’è nella Chiesa – nella Chiesa primitiva tanto, perché non era chiara la cosa – questo spirito di “noi siamo i giusti, gli altri i peccatori”. Questo “noi e gli altri”, “noi e gli altri”, le divisioni: “Noi abbiamo proprio la posizione giusta davanti a Dio”. Invece ci sono “gli altri”, si dice anche: “Sono i “condannati”, già. E questa è una malattia della Chiesa, una malattia che nasce dalle ideologie o dai partiti religiosi … Pensare che al tempo di Gesù, almeno erano quattro i partiti religiosi: il partito dei farisei, il partito dei sadducei, il partito degli zeloti e il partito degli esseni, e ognuno interpretava “l’idea” che aveva della legge. E questa idea è una scuola fuori-legge quando è un modo di pensare, di sentire mondano che si fa interprete della legge. Pure Gesù veniva rimproverato perché entrava in casa dei pubblicani – che erano peccatori, secondo loro – e a mangiare con loro, con i peccatori, perché la purezza della legge non lo permetteva; e non si lavava le mani prima del pranzo … Ma sempre quel rimprovero che fa divisione: questo è l’importante, che io vorrei sottolineare. Ci sono delle idee, delle posizioni che fanno divisione, al punto che è più importante la divisione che l’unità. È più importante la mia idea che lo Spirito Santo che ci guida. C’è un cardinale emerito che abita qui in Vaticano, un bravo pastore, e lui diceva ai suoi fedeli: “Ma la Chiesa è come un fiume, sai? Alcuni sono più di questa parte, alcuni dell’altra parte, ma l’importante è che tutti siano dentro al fiume”. Questa è l’unità della Chiesa. Nessuno fuori, tutto dentro. Poi, con le peculiarità: questo non divide, non è ideologia, è lecito. Ma perché la Chiesa ha questa ampiezza di fiume? È perché il Signore così lo vuole. Il Signore, nel Vangelo, ci dice: “Io ho altre pecore che non provengono da questo recinto. Anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore”. Il Signore dice: “Ho delle pecore dappertutto e io sono pastore di tutti”. Questo “tutti” in Gesù è molto importante. Pensiamo alla parabola della festa di nozze, quando gli invitati non volevano andarci: uno perché aveva comprato un campo, uno si era sposato … ognuno ha dato il suo motivo per non andare. E il padrone si è arrabbiato e ha detto: “Andate agli incroci delle strade e portate alla festa tutti”. Tutti. Grandi e piccoli, ricchi e poveri, buoni e cattivi. Tutti. Questo “tutti” è un po’ la visione del Signore che è venuto per tutti ed è morto per tutti. “Ma è morto anche per quel disgraziato che mi ha reso la vita impossibile?”. È morto pure per lui. “E per quel brigante?”: è morto per lui. Per tutti. E anche per la gente che non crede in lui o è di altre religioni: per tutti è morto. Quello non vuol dire che si deve fare proselitismo: no. Ma Lui è morto per tutti, ha giustificato tutti. Qui a Roma c’è una signora, una brava donna, una professoressa, la professoressa Mara, che quando era in difficoltà … e c’erano dei partiti, diceva: “Ma Cristo è morto per tutti: andiamo avanti!”. Quella capacità costruttiva. Abbiamo un solo Redentore, una sola unità: Cristo è morto per tutti. Invece la tentazione … anche Paolo l’ha sofferta: “Io sono di Paolo, io sono di Apollo, io sono di questo, io sono dell’altro …”. E pensiamo a noi, cinquant’anni fa, al dopo-Concilio: le cose, le divisioni che ha sofferto la Chiesa. “Io sono di questa parte, io la penso così, tu così …”. Si, è lecito pensarla così, ma nell’unità della Chiesa, sotto il Pastore Gesù. Due cose. Il rimprovero degli apostoli a Pietro perché era entrato nella casa dei pagani e Gesù che dice: “Io sono pastore di tutti”. Io sono pastore di tutti. E che dice: “Io ho altre pecore che non provengono da questo recinto. Io devo guidare anche loro. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge”. È la preghiera per l’unità di tutti gli uomini, perché tutti gli uomini e le donne … tutti abbiamo un unico Pastore: Gesù. Il Signore ci liberi da quella psicologia della divisione, di dividere, e ci aiuti a vedere questo di Gesù, questa cosa grande di Gesù, che in Lui siamo tutti fratelli e Lui è il Pastore di tutti. Quella parola, oggi: “Tutti, tutti!”, che ci accompagni durante la giornata. Fonte.www.avvenire.it
Papa per la pace nelle famiglie
L'Osservatore Romano,   05/05/2020
Per la pace nelle famiglie 04 maggio 2020 È stata «per le famiglie, in questo tempo di quarantena» a causa della pandemia da covid-19 la preghiera elevata da Papa Francesco all’inizio della messa celebrata nella cappella di Casa Santa Marta, lunedì mattina, 4 maggio. In una duplice prospettiva: quella della «famiglia, chiusa a casa», che «cerca di fare tante cose nuove», facendo ricorso a «tanta creatività con i bambini, con tutti, per andare avanti»; e anche quella «che alle volte» è segnata dalla «violenza domestica». Da qui l’esortazione introduttiva del Pontefice: «preghiamo per le famiglie, perché continuino in pace con creatività e pazienza, in questa quarantena». Successivamente, all’omelia, il vescovo di Roma ha come di consueto commentato le letture del giorno, incentrate sul tema dell’universalità del messaggio cristiano. «Quando Pietro salì a Gerusalemme, i fedeli lo rimproveravano», ha esordito citando la prima, tratta dagli Atti degli apostoli (cfr 11, 1-8). Il motivo di tale rimprovero, ha spiegato Francesco, stava nel fatto che fosse «entrato in casa di uomini non circoncisi» e avesse «mangiato insieme con loro, con i pagani». Naturalmente, ha osservato, «questo non si poteva fare, era un peccato. La purezza della legge non permetteva questo». Eppure «Pietro lo aveva fatto perché era stato lo Spirito a portarlo lì» ha chiarito il Papa, rimarcando che «c’è sempre nella Chiesa — e nella Chiesa primitiva tanto, perché non era chiara la cosa — questo spirito di “noi siamo i giusti, gli altri i peccatori”. Questo “noi e gli altri”, “noi e gli altri”»: insomma, in una parola «le divisioni: “Noi abbiamo proprio la posizione giusta davanti a Dio, invece ci sono “gli altri”... Si dice anche: “Sono i condannati”, già». Ma purtroppo, è la denuncia del Pontefice, «questa è una malattia della Chiesa, una malattia che nasce dalle ideologie o dai partiti religiosi». In proposito il Papa ha individuato «al tempo di Gesù, almeno quattro partiti religiosi: il partito dei farisei, il partito dei sadducei, il partito degli zeloti e il partito degli esseni, e ognuno interpretava la legge secondo l’idea che ne aveva. E questa idea è una scuola “fuori-legge” quando è un modo di pensare, di sentire mondano che si fa interprete della legge». Basti ricordare che «rimproveravano pure a Gesù di entrare in casa dei pubblicani, che erano peccatori, secondo loro»; e di «mangiare con i peccatori, perché la purezza della legge non lo permetteva» (cfr. Matteo 9, 10-11). Persino lo accusavano che «non si lavava le mani prima del pranzo (cfr 15, 2.20). Sempre quel rimprovero — ha continuato Francesco — che fa divisione: questa è la cosa importante, che io vorrei sottolineare». Infatti «ci sono delle idee, delle posizioni che fanno divisione, al punto che è più importante la divisione dell’unità. È più importante la mia idea dello Spirito Santo che ci guida». E ha citato come esempio «un cardinale “emerito” che abita qui in Vaticano, un bravo pastore, e lui diceva ai suoi fedeli: “La Chiesa è come un fiume, sai? Alcuni sono più da questa parte, alcuni dall’altra parte, ma l’importante è che tutti siano dentro al fiume”». Infatti, ha sottolineato Francesco, «questa è l’unità della Chiesa. Nessuno fuori, tutti dentro. Poi, con le peculiarità: questo non divide, non è ideologia, è lecito. Ma perché la Chiesa ha questa ampiezza di fiume? È perché il Signore vuole così». Soffermandosi quindi sul brano evangelico appena proclamato (Giovanni 10, 11-18) il Papa ha spiegato che «il Signore, nel Vangelo, ci dice: “Io ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore” (10, 16). Il Signore dice: “Ho delle pecore dappertutto e io sono pastore di tutti”». E, ha osservato in particolare, «questo tutti in Gesù è molto importante. Pensiamo alla parabola della festa di nozze (cfr Matteo 22,1-10), quando gli invitati non volevano andarci: uno perché aveva comprato un campo, uno si era sposato..., ognuno ha dato il suo motivo per non andare. E il padrone si è arrabbiato e ha detto: “Andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze” (versetto 9). Tutti. Grandi e piccoli, ricchi e poveri, buoni e cattivi. Tutti». Perché, ha rimarcato Francesco, «questo “tutti” è un po’ la visione del Signore che è venuto per tutti ed è morto per tutti. “Ma è morto anche per quel disgraziato che mi ha reso la vita impossibile?”. È morto pure per lui. “E per quel brigante?”... È morto per lui. Per tutti. E anche per la gente che non crede in Lui o è di altre religioni: per tutti è morto. Questo non vuol dire che si deve fare proselitismo, no. Ma Lui è morto per tutti, ha giustificato tutti». E su questo aspetto Francesco ha confidato un ricordo personale. «Qui a Roma c’era una signora, una brava donna, una professoressa, la professoressa [Maria Grazia] Mara, che quando era in difficoltà per tante cose, e c’erano dei partiti, diceva: “Ma Cristo è morto per tutti: andiamo avanti!”. Quella capacità costruttiva. Abbiamo un solo Redentore, una sola unità: Cristo è morto per tutti». Il riferimento è alla donna morta alla fine del 2019 all’età di 96 anni, che il Papa omaggiò recandosi nella chiesa di San Giuseppe a via Nomentana per partecipare ai suoi funerali. Esperta di patristica e autrice di libri sulle figure principali della storia del cristianesimo dei primi secoli e catechista coi bambini fino agli ultimi istanti di vita, la professoressa Mara aveva ricevuto anche una visita a sorpresa dal Pontefice presso la propria abitazione nel luglio 2018. Al contrario «invece la tentazione» della bandiera, del partito, dell’ideologia, dell’appartenenza, dell’esclusione di chi la pensa in modo diverso «anche Paolo l’ha sofferta: “Io sono di Paolo, io sono di Apollo, io sono di questo, io sono dell’altro...”» (cfr. 1 Corinzi 3, 1-9), ha constatato il Papa con amarezza, prima di indicare un caso ben più recente: «pensiamo a noi, cinquant’anni fa, al dopo-Concilio: le divisioni che ha sofferto la Chiesa. “Io sono di questa parte, io la penso così, tu così...”. Sì, è lecito pensarla così, ma nell’unità della Chiesa, sotto il Pastore Gesù». Dunque, ricapitolando il Papa ha messo in luce «due cose: il rimprovero degli apostoli a Pietro, perché era entrato nella casa dei pagani»; e «Gesù che dice: “Io sono pastore di tutti”. Io sono pastore di tutti». E che aggiunge: «“Io ho altre pecore che non provengono da questo recinto. Io devo guidare anche loro. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge”» (cfr Giovanni 10, 16). Si tratta, ha proseguito, della «preghiera per l’unità di tutti gli uomini; perché tutti, uomini e donne, tutti abbiamo un unico Pastore: Gesù». Da qui l’invocazione al Signore affinché «ci liberi da quella psicologia della divisione, di dividere, e ci aiuti a vedere questo di Gesù, questa cosa grande di Gesù, che in Lui siamo tutti fratelli e Lui è il Pastore di tutti»; e «quella parola, oggi: tutti, tutti, che ci accompagni durante la giornata». Fonte.www.l'osservatoreromano.it
Papa:lavoro e dignità
Avvenire,   02/05/2020
Santa Marta. Il Papa: a nessuno manchi il lavoro, la dignità e la giusta retribuzione Da Vatican News venerdì 1 maggio 2020 Nella Messa a Santa Marta, Francesco, nella memoria di San Giuseppe lavoratore, ha pregato per tutti i lavoratori perché siano giustamente pagati, possano avere un lavoro degno e godere del riposo Francesco ha presieduto la Messa a Casa Santa Marta nel giorno in cui la Chiesa ricorda San Giuseppe lavoratore. Presente nella cappella dedicata allo Spirito Santo una statua di San Giuseppe artigiano portata per l'occasione dalle Acli, le Associazioni cristiane dei Lavoratori italiane. Nell’introduzione, il Papa ha rivolto il suo pensiero al mondo del lavoro: Oggi è la festa di San Giuseppe lavoratore e la Giornata dei lavoratori: preghiamo per tutti i lavoratori. Per tutti. Perché a nessuna persona manchi il lavoro e che tutti siano giustamente pagati e possano godere della dignità del lavoro e della bellezza del riposo. Come riportato da Vatican News, nell’omelia, il Papa ha commentato il passo odierno della Genesi (Gn 1,26 - 2,3) in cui viene descritta la creazione dell’uomo a immagine e somiglianza di Dio. “Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto”. Dio - afferma Francesco - consegna la sua attività, il suo lavoro, all’uomo, perché collabori con Lui. Il lavoro umano è la vocazione ricevuta da Dio e rende l’uomo simile a Dio perché col lavoro l’uomo è capace di creare. Il lavoro dà la dignità. Dignità tanto calpestata nella storia. Anche oggi ci sono tanti schiavi, schiavi del lavoro per sopravvivere: lavori forzati, mal pagati, con la dignità calpestata. Si toglie la dignità alle persone. Anche qui da noi succede - nota il Papa - con i lavoratori giornalieri con una retribuzione minima per tante ore lavorate, con la domestica che non viene pagata il giusto e non ha le sicurezze sociali e la pensione. Questo succede qui: è calpestare la dignità umana. Ogni ingiustizia che si fa al lavoratore è calpestare la dignità umana. Oggi ci uniamo a tante persone credenti e non credenti che celebrano questa giornata del lavoratore per coloro che lottano per avere la giustizia nel lavoro. Il Papa prega per quei bravi imprenditori che non vogliono licenziare le persone, che custodiscono i lavoratori come se fossero figli, e prega San Giuseppe perché ci aiuti a lottare per la dignità del lavoro, perché ci sia lavoro per tutti e che sia un lavoro degno. Di seguito il testo dell'omelia trascritta da Vatican News: «E Dio creò» (Gen 1,27). Un Creatore. Creò il mondo, creò l’uomo e diede una missione, all’uomo: gestire, lavorare, portar avanti il creato. E la parola ”lavoro” è quella che usa la Bibbia per descrivere questa attività di Dio: «Portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro» (Gen 2,2), e consegna questa attività all’uomo: “Tu devi fare questo, custodire quello, quell’altro, tu devi lavorare per creare con me – è come se dicesse così – questo mondo, perché vada avanti” (cfr Gen 2,15.19-20). A tal punto che il lavoro non è che la continuazione del lavoro di Dio: il lavoro umano è la vocazione dell’uomo ricevuta da Dio alla fine della creazione dell’universo. E il lavoro è quello che che rende l’uomo simile a Dio, perché con il lavoro l’uomo è creatore, è capace di creare, di creare tante cose, anche creare una famiglia per andare avanti. L’uomo è un creatore e crea con il lavoro. Questa è la vocazione. E dice la Bibbia che «Dio vide quanto aveva fatto ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1,31). Cioè, il lavoro ha dentro di sé una bontà e crea l’armonia delle cose – bellezza, bontà – e coinvolge l’uomo in tutto: nel suo pensiero, nel suo agire, tutto. L’uomo è coinvolto nel lavorare. È la prima vocazione dell’uomo: lavorare. E questo dà dignità all’uomo. La dignità che lo fa assomigliare a Dio. La dignità del lavoro. Una volta, in una Caritas, a un uomo che non aveva lavoro e andava per cercare qualcosa per la famiglia, un dipendente della Caritas ha detto: “Almeno lei può portare il pane a casa” – “Ma a me non basta questo, non è sufficiente”, è stata la risposta: “Io voglio guadagnare il pane per portarlo a casa”. Gli mancava la dignità, la dignità di “fare” il pane lui, con il suo lavoro, e portarlo a casa. La dignità del lavoro, che è tanto calpestata, purtroppo. Nella storia abbiamo letto le brutalità che facevano con gli schiavi: li portavano dall’Africa in America – io penso a quella storia che tocca la mia terra – e noi diciamo “quanta barbarie” … Ma anche oggi ci sono tanti schiavi, tanti uomini e donne che non sono liberi di lavorare: sono costretti a lavorare, per sopravvivere, niente di più. Sono schiavi: i lavori forzati … ci sono lavori forzati, ingiusti, malpagati e che portano l’uomo a vivere con la dignità calpestata. Sono tanti, tanti nel mondo. Tanti. Nei giornali alcuni mesi fa abbiamo letto, in quel Paese dell’Asia, come un signore aveva ucciso a bastonate un suo dipendente che guadagnava meno di mezzo dollaro al giorno, perché aveva fatto male una cosa. La schiavitù di oggi è la nostra “in-dignità”, perché toglie la dignità all’uomo, alla donna, a tutti noi. “No, io lavoro, io ho la mia dignità”: sì, ma i tuoi fratelli, no. “Sì, Padre, è vero, ma questo, siccome è tanto lontano, a me fa fatica capirlo. Ma qui da noi …”: anche qui, da noi. Qui, da noi. Pensa ai lavoratori, ai giornalieri, che tu fai lavorare per una retribuzione minima e non otto, ma dodici, quattordici ore al giorno: questo succede oggi, qui. In tutto il mondo, ma anche qui. Pensa alla domestica che non ha retribuzione giusta, che non ha assistenza sociale di sicurezza, che non ha capacità di pensione: questo non succede in Asia soltanto. Qui. Ogni ingiustizia che si compie su una persona che lavora, è calpestare la dignità umana, anche la dignità di quello che fa l’ingiustizia: si abbassa il livello e si finisce in quella tensione di dittatore-schiavo. Invece, la vocazione che ci dà Dio è tanto bella: creare, ri-creare, lavorare. Ma questo si può fare quando le condizioni sono giuste e si rispetta la dignità della persona. Oggi ci uniamo a tanti uomini e donne, credenti e non credenti, che commemorano la Giornata del Lavoratore, la Giornata del Lavoro, per coloro che lottano per avere una giustizia nel lavoro, per coloro – bravi imprenditori – che portano avanti il lavoro con giustizia, anche se loro ci perdono. Due mesi fa ho sentito al telefono un imprenditore, qui, in Italia, che mi chiedeva di pregare per lui perché non voleva licenziare nessuno e ha detto così: “Perché licenziare uno di loro è licenziare me”. Questa coscienza di tanti imprenditori buoni, che custodiscono i lavoratori come se fossero figli. Preghiamo pure per loro. E chiediamo a San Giuseppe - con questa icona [qui in chiesa] tanto bella con gli strumenti di lavoro in mano - che ci aiuti a lottare per la dignità del lavoro, perché ci sia il lavoro per tutti e che sia lavoro degno. Non lavoro di schiavo. Questa sia oggi la preghiera. Fonte.www.amci.it