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Assistenza e Umanizzazione

Che piaccia o no, ci sono domande nel cuore di ogni persona che sorgono imperiose e che non tacciono fino a quando non si è data loro una risposta soddisfacente. Da quando l'uomo esiste, da quando ha iniziato a pensare e a fare del suo pensiero un linguaggio con cui poter comunicare, queste domande sono sorte e permangono come una provocazione perenne a fare della propria esistenza una domanda sul senso della vita. Ogni persona, quando riflette sul mistero della propria esistenza, si scopre come un «essere problematico»; è una domanda a se stesso e un interrogativo in cerca di risposta adeguata. E' questa la dimensione più immediata che possiamo cogliere di noi stessi e verifichiamo permane per tutta la vita. E', tuttavia, nelle risposte che vengono date e acquisite che si può controllare lo sviluppo e la maturità della personalità di ognuno. L'uomo è così da sempre e, senza ipotecare il futuro, sarà sempre così: una domanda aperta agli interrogativi più profondi che formano la sua vita. Interessante che nell'enciclica Fides et ratio Giovanni Paolo II rifletta propria su questa dimensione esistenziale e ne deduca che è un'esperienza universale. E' necessario ritornare all'oracolo di Delfi: "Conosci te stesso" per comprendere come la sentenza di profonda saggezza rappresenti come lo scenario su cui porre le grandi domane che da sempre costituiscono la presa di coscienza della propria realtà personale. Se lo sguardo si posa sia in Oriente che in Occidente, è possibile ritrovare un cammino che, nel corso dei secoli, ha portato l'umanità a incontrarsi progressivamente con la domanda sulla "verità" e a confrontarsi con essa. È un cammino che s'è svolto progressivamente -e non poteva essere altrimenti- dentro l'orizzonte dell'autoconsapevolezza personale. Insomma, più l'uomo conosce la realtà che lo circonda e il mondo in cui è inserito e più conosce se stesso e si scopre unico e originale. Appartiene alla stessa specie, ma il suo volto –per riprendere l'espressione concettuale di F. Rosenzweig- rimane unico. Tutto può cambiare, ma lui e solo lui è il "suo volto"! Tutto ciò che diventa oggetto della nostra conoscenza per ciò stesso diventa anche parte della nostra vita. Per questo il monito "Conosci te stesso" scolpito sull'architrave del tempio di Delfi, rimane come la testimonianza di una verità basilare che deve essere assunta come regola minima da ogni uomo desideroso di distinguersi, in mezzo a tutto il creato; egli si qualifica come "uomo" perché "conoscitore di se stesso". Un semplice sguardo alla storia antica, d'altronde, mostra con chiarezza come in diverse parti della terra, segnate da culture differenti, sorgano nello stesso tempo le domande di fondo che caratterizzano il percorso dell'esistenza umana: chi sono? da dove vengo e dove vado? perché la presenza del male? cosa ci sarà dopo questa vita? Questi interrogativi sono presenti negli scritti sacri di Israele, ma compaiono anche nei Veda non meno che negli Avesta; li troviamo negli scritti di Confucio e Lao-Tze come pure nella predicazione dei Tirthankara e di Buddha; sono ancora essi ad affiorare nei poemi di Omero e nelle tragedie di Euripide e Sofocle come pure nei trattati filosofici di Platone ed Aristotele. In una parola, in quel periodo di storia che da ruota grossomodo intorno al IV secolo a.C. troviamo trasversalmente in tutta l'umanità le stesse domande. Sono domande che hanno la loro comune fonte nella richiesta di senso che da sempre urge nel cuore dell'uomo: dalla risposta a tali domande, infatti, dipende l'orientamento da imprimere all'esistenza. (cfr FR 1-2). Questa, per dirla con Pascal, è la grandezza dell'uomo e la sua miseria. Paradosso a se stesso perché, mentre si comprende come essere trascendente, nello stesso tempo sperimenta la propria finitezza. "Chi si considera in questo modo –scrive- si sbigottirà di se stesso; e considerandosi sospeso nella mole che la natura gli ha data, fra questi due abissi dell'infinito e del nulla, tremerà alla vista di queste meraviglie... Poiché, insomma, che cos'é l'uomo nella natura? Un nulla in confronto all'infinito, un tutto in confronto al nulla; un qualcosa in mezzo al nulla e al tutto" (72). In questa condizione, egli scopre la precarietà del suo stato: "Io non so chi mi ha messo al mondo, né che cosa è il mondo, né che cosa sono io stesso: io sono in una ignoranza terribile circa tutte queste cose; non so che cos'é il mio corpo, i miei sensi, che cosa la mia anima, e questa parte di me che pensa ciò che dico, che riflette su tutto e su se stessa e non conosce sé più di quanto conosca il resto. Vedo questi spaventevoli spazi dell'universo che mi rinchiudono e mi trovo attaccato a questo angolo di questa vasta distesa, senza che io sappia perché sono stato collocato piuttosto in questo luogo che in un altro, né perché questo poco tempo che mi è dato di vivere mi è assegnato a questo punto piuttosto che ad un altro di tutta l'eternità che mi ha preceduto e che mi seguirà" (194) E ancora, in un altro pensiero che fa da eco a questo: "Io sento che avrei potuto non essere... io non sono un essere necessario. io non sono, inoltre, eterno, non sono infinito, ma io ben vedo che c'é in natura un essere necessario, eterno e infinito" (469). Ciò che emerge da questi primi passi che Pascal fa compiere, sembra essere l'impossibilità a potersi situare. Situazione paradossale, proprio nel nostro tempo dove, a seguito della ricerca del filosofo Heidegger, l'uomo viene definito come "dasein"; cioè un "essere presente", "essere lì", con le radici della sua storia, del suo linguaggio e della sua esistenza. L'uomo, invece, risulta essere estraneo a se stesso perché non si conosce, e se si conosce, rimane un enigma a se stesso; dall'altra parte, sembra "essere sperduto in questo angolo remoto della natura" (72), se si confronta con il mondo. Eppure, l'insistenza su questo tema è decisamente provocatoria; dobbiamo raggiungere lo stadio in cui ognuno sa valutare pienamente il senso della propria contraddittorietà fino a quando non avrà confessato la propria volontà a voler uscire da questo dilemma: "Se egli si esalta, io lo abbasso, se si abbassa io lo esalto e lo contraddico sempre, finché egli comprenda che è un mostro incomprensibile" (420). Come non vedere in questa riflessione del filosofo, la situazione «drammatica» descritta dall'apostolo Paolo nella lettera ai Romani: «Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente» (Rm 7,23). La stessa letteratura contemporanea ha riacquistato questo orizzonte problematico; per tutti: J. Steinbeck, The Log from the Sea of Cortez,: «Così l'uomo che pensa o che sogna, ammira l'evoluzione che conduce alla morte; e invece, nell'istinto che non pensa e che in realtà lo incalza, l'uomo tende alla sopravvivenza. Forse non c'è un altro essere vivente, a tal punto lacerato tra alternative. Si può, ben azzeccando, definire l'uomo un paradosso su due gambe. Non si è mai potuto abituare al tragico miracolo della coscienza». Una corrente psicologica non va lontano da questa stessa interpretazione; si può leggere un breve passo di E. Fromm per verificare immediatamente la stessa conclusione: «Quando un uomo nasce, viene sbalzato da una situazione ben definita, chiara come l'istinto, in una situazione incerta e indefinita. Vi è certezza solo per ciò che riguarda il passato, per ciò che riguarda il futuro solo la morte è certa. L'uomo è dotato di ragione, è conscio di se stesso, della propria individualità, del passato, delle possibilità future. Questa coscienza di se stesso come entità separata, la consapevolezza della propria breve vita, dei fatto che è nato senza volerlo e contro la propria volontà morirà; che morirà prima di quelli che ama o che essi moriranno prima di lui, il senso di solitudine, d'impotenza di fronte alle forze della natura e della società gli rendono insopportabile l'esistenza». Una domanda originaria che si frantuma, successivamente, in diverse domande: «perché sono nato in questo periodo e non in un altro?», «da dove vengo?», «dove vado?», «che senso ha la mia vita?», «perché devo soffrire?" "Perché debbo morire?», «cosa sarà la mia vita dopo la morte?», "che ne sarà delle persone che amo?", "chi morirà prima? Io oppure loro?". Interrogativi questi, che situano la vita in un orizzonte di incertezza e di precarietà. Si può avere certezza solo del passato che si conosce, ma del futuro è la morte che appare come l'unica certezza acquisita. Davanti a queste provocazioni non sempre l'uomo trova una risposta. Egli è nella condizione di poter fuggire, di non voler pensare, di rimandare al domani l'interrogativo di oggi. Ha la possibilità di non voler prendere atto e di non voler vedere la sua vita come interrogativo: tutti atti che provengono dalla sua volontà e che, tuttavia, non possono non scontrarsi con l'interrogativo ultimo dell'esistenza: la morte. La morte riaffiora in ognuna delle tensioni antropologiche come l'enigma ultimo e più doloroso perché, in ogni caso, rappresenta la contraddizione per eccellenza cui l'uomo assiste e che vive in prima persona. Tornano con forza le parole di Gaudium et spes: "In faccia alla morte l'enigma della condizione umana diventa sommo. Non solo si affligge, l'uomo, al pensiero dell'avvicinarsi del dolore e della dissoluzione del corpo, ma anche, ed anzi più ancora, per il timore che tutto finisca per sempre" (GS 18). Si può voler fuggire da ogni domanda, ma quest'ultima non lascia via di scampo: essa si impone da sé all'uomo. Qui si decide automaticamente la totalità del senso della vita; qui il destino di ognuno si conclude con l'unico atto autenticamente personale e originario. Ma proprio perché l'interrogativo della morte sembra riassumere la domanda di tutta la vita, ecco che l'uomo va alla ricerca di una risposta che gli dia unità e definitività. Ognuno è alla ricerca di questa risposta che non lo rimandi più oltre nella scoperta di nuovi interrogativi. Davanti alla morte le risposte provvisorie non hanno più senso. Anche la ricerca più lunga e più entusiasmante, alla fine, chiede di essere conclusa con un dato chiaro ed esaustivo. Per riprendere una felice espressione di Giovanni Paolo II: "Le ipotesi possono affascinare, ma non soddisfano. Viene per tutti il momento in cui, lo si ammetta o no, si ha bisogno di ancorare la propria esistenza ad una verità riconosciuta come definitiva, che dia certezza non più sottoposta al dubbio" (FR 27). Davanti alla morte, quindi, che segna la vita umana come il punto nevralgico attraverso cui passa il senso dell'esistenza, l'uomo deve ritrovare la risposta originale e originaria che proviene da una realtà che non può partecipare della sua stessa contraddizione, ma che tuttavia sente e percepisce vicino a sé. Questi interrogativi non sono retorici. In un letto di ospedale sono, probabilmente, le prime domande che sorgono nel cuore del paziente. Interrogativi non sempre esplicitati, ma non per questo meno presenti. E' sufficiente guardare il volto dell'ammalato per verificare che la domanda di senso permane come un'inquietudine che cerca una risposta. Se poi, non è nella mente del paziente, la si ritrova intatta in quella dei famigliari o degli amici che, almeno per una volta, rotto il velo dell'indifferenza, sembrano riappropriarsi dei sentimenti che rendono tutti capaci di interrogare la realtà e di provocare il cuore. A questo punto, non possiamo più sfuggire all'interrogativo posto con il titolo della nostra relazione: umanizzazione in sanità. Il teologo non sfuggirà alla risposta, soprattutto nel momento in cui comprende l'umanizzazione come quel processo che tende a rendere l'uomo sempre più uomo e a manifestare la sua grandezza originale attraverso la partecipazione a tutto ciò che nella natura e nella storia gli permette di arricchire la sua esistenza. In una parola, umanizzazione si coniuga necessariamente con la dignità della persona d con il rispetto dovuto ad essa. Come si vede, nella sanità come nella vita civile, sociale, politica e sociale è una questione di assunzione di responsabilità per permettere che ognuno viva il proprio stadio di vita con la dignità dovuta e con la capacità a dare senso a quel momento. Ciò comporta la possibilità di conoscere la verità sulla propria condizione e, per conseguenza, ad essere libero. Come ricorda Giovanni Paolo II, "verità e libertà o si coniugano insieme o insieme miseramente periscono" (FR 90). Perché vi sia un reale processo di umanizzazione è necessario che la persona malata sia posta nella condizione di poter dare senso alla propria malattia e poter affrontare con dignità la cura coerente così come deve essere capace di preparare il suo incontro con la morte. Solo in questo modo vi è reale libertà. Umanizzazione non si coniuga facilmente con la pretesa del tutto immotivata di voler imporre un diritto soggettivo nella società in cui si vive, fatta di cultura, tradizioni e istituzioni che non possono essere azzerate per gli ululati di pochi che ideologicamente intendono imporre una visione della vita parziale e contraddittorio. Da questa prospettiva, molte cose potrebbero essere dette. E' necessario un surplus di coraggio e responsabilità del mondo cattolico nel momento in cui alcuni intendono imporre una visione della vita che vuole relegare la sofferenza alle realtà prive di senso. Chi non è in grado di dare risposta alla sofferenza e al perché della sofferenza, difficilmente potrà essere capace di vera umanità. L'arroganza subentrerebbe al realismo e farebbe dimenticare il limite imposto all'uomo. Quando ci si incontra con il delirio dell'onnipotenza, per cui l'uomo ancora una volta tende a sostituirsi a Dio, allora è facile immaginare che l'unica soluzione che viene proposta la sindrome di Sansone. Se non sarò io a decidere della mia vita e se quanto ho prodotto non porta ad alcun risultato… allora "muoia Sansone con tutti i Filistei"! Un credente, invece, avrà sempre dinanzi agli occhi il volto del Figlio di Dio che non ha rifiutato la sofferenza e la morte, ma ad essa ha dato un senso e un significato che permangono come paradigma su cui coniugare la più coerente espressione di libertà di ogni persona di fronte al male e alla sofferenza. Difficile far comprendere che anche nella sofferenza si può amare ed esprimere l'amore come libera donazione di sé. Ma se l'amore non è capace di raccogliere in sé anche la sofferenza, come potrà essere piena donazione di sé all'altro? Non viviamo, forse, in un grande fraintendimento dell'amore? Rinunciare a se stesso per donarsi all'altro è forse indolore? Se si vive solo per se stessi, allora si può capire la sindrome di Sansone, ma se il nostro vivere è per amore e in vista dell'altro che si ama, allora il sacrificio e la sofferenza non sono un'appendice più o meno casuale nella vita delle persone, ma sono posti a fondamento di una relazione che sa partecipare nel bene e nel male e che sa fare propria la sofferenza di chi si ama. D'altronde, la solitudine più forte e per questa la forma estrema che contraddice l'umanizzazione è proprio la solitudine. L'uomo lasciato a se stesso, solo, non ha futuro. L'uomo che soffre se sa che è compreso e che una mano è sempre pronta a dargli coraggio, se sa di poter soffrire per chi ama… allora sa che la sua sofferenza non è inutile, perché mediante essa esprime e dona un volto all'amore. L'ultima parola che possiamo pronunciare, pertanto rimane quella dell'amore come forma onnicomprensiva del processo di umanizzazione. E se in questo contesto, ci è consentito un ultima esemplificazione, essa vuole andare proprio a confrontarsi con le ultime sfide che hanno segnato nelle settimane scorse il dibattito nazionale. Non è privo di riferimento per il nostro tema, la legislazione sulla procreazione assistita. Troppa disinformazione si è fatta in proposito e un eccessivo dogmatismo laicista ha alzato la voce per imporre una visione individualista che stride con il contenuto stesso della legge. In un momento culturale come quello attuale dove l'uomo vive la tentazione di onnipotenza, perché si illude di essere padrone della vita, di poterla dare e togliere a suo piacimento, i cristiani sono il segno che la vita ha un carattere inviolabile e sacrale, perché dono esclusivo di Dio creatore. La vita non è un esperimento da laboratorio, ma un'esperienza di trascendenza dove l'amore permette di percepire il mistero della partecipazione all'atto creativo dell'unico Padre. In questo senso, la fecondità dell'amore cristiano sa assumere in sé anche la sofferenza per la rinuncia a poter procreare, quando questa è segnata dal limite della natura. Questa fecondità ferita, infatti, può esprimersi in una pluralità di forme che sono reali espressioni di maternità e paternità responsabile. L'esperienza del proprio limite diventa forza per debordare in forme di donazione dinanzi alla povertà e alla solitudine che l'egoismo del mondo spesso impone. Questa fecondità prende il volto di una procreazione diversa, ma non per questo meno amorosa, e si trasforma in strumento di salvezza per tanti che non avrebbero possibilità alcuna di sperimentare l'amore di una famiglia. Una procreazione contro ogni possibilità inscritta nel proprio corpo difficilmente può essere riconosciuta come amore; essa, al contrario, evidenzia un egoismo latente che non accetta il proprio limite e impone la propria volontà come criterio di possesso e giudizio etico. Umanizzare, pertanto, sappiamo essere un processo lento, ma continuo. Esso è il frutto di un'attenzione che richiede una testimonianza coerente e per nulla timida. Un processo che si fa forte di un passato che è stato carico di conquiste e teso verso un futuro che saprà fare delle nuove conquiste non sotto il primato della tecnica, ma della dignità e del rispetto della persona. Rendere la vita umana più umana non è un'utopia, ma il compito e la missione che abbiamo ricevuto nel giorno stesso in cui ci è stato detto di portare nel mondo la Parola di salvezza di un uomo che morto nella sofferenza più estrema che gli uomini conoscevano, dopo tre giorni per la potenza di Dio suo Padre, ha ripreso la vita in una risurrezione che è per tutti quelli che in lui credono fonte e sorgente di vita eterna. Con lo sguardo fisso su questo obiettivo, lavoriamo con fatica, ma con lealtà nei confronti dell'uomo di oggi per annunciargli un Vangelo di vita che anche nella sofferenza e nel dolore sa guardare con occhi limpidi, frutto dell'amore che genera una conoscenza nuova e inaspettata.
S.E. Mons. Rino Fisichella, 30 gennaio 2004