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Quotidiano Sanità
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25/03/2012
Roberto Lala (Omceo Roma) racconta i suoi progetti
“Voglio fare una mappa del lavoro medico a Roma”
Lala (Omceo Roma): “Voglio fare una mappa del lavoro medico a Roma” Visite a sorpresa negli ospedali romani, per capire in che condizioni lavorano i medici “che poi diventano capri espiatori, sacrificati alla rabbia popolare e ai mass media”. Il neopresidente del più grande Ordine d’Europa racconta i suoi progetti e conferma il suo sostegno per la riconferma di Amedeo Bianco alla guida della Fnomceo. Roberto Lala, 62 anni, segretario nazionale del sindacato dei medici specialisti ambulatoriali, dal dicembre scorso è il presidente dell'Ordine dei medici più grande d'Europa, quello di Roma. Un incarico che ha voluto con tenacia, vincendo (al secondo tentativo) la sfida con Mario Falconi, che era alla presidenza dell'Ordine di Roma dal 2002. In questa intervista a Quotidiano Sanità Lala racconta quali sono i suoi progetti in questo nuovo ruolo, a cominciare dai "blitz" che sta compiendo negli ospedali della Capitale. Dottor Lala, perché ha deciso di fare queste visite a sorpresa negli ospedali romani? Sono stato eletto presidente dell’Ordine di Roma da pochi mesi e ho subito voluto vedere da vicino le realtà in cui lavorano i medici di questa città, per ascoltare i colleghi e conoscere sempre meglio le situazioni in cui si trovano a vivere. Dopo un primo incontro con i colleghi dell’Ospedale Pertini, ho continuato a “girare”, non solo negli ospedali ma anche nelle altre strutture in cui operano medici e odontoiatri. In queste settimane poi, i Pronto Soccorso della città sono stati oggetto di una particolare campagna di stampa e questa è una ragione in più per andare di persona a capire cosa succede. Cosa ha capito con queste visite? Purtroppo conoscevo già gran parte dei problemi: carenze di organico, difficoltà organizzative, problemi di bilancio. Una condizione di frustrazione e di disagio per tanti medici, nella quale si garantisce il servizio spesso solo grazie alla buona volontà. E che a volte non basta, come dimostrano proprio i casi balzati sulle prime pagine dei giornali del San Camillo e del Policlinico Umberto I. Noi medici sappiamo quali sono le condizioni in cui lavoriamo, ma dovremmo riuscire a comunicarlo anche ai cittadini: un Pronto Soccorso affollato oltre il limite di sopportazione, con gli organici insufficienti mette in gravissima difficoltà i pazienti, ma mette anche in difficoltà i medici che non riescono più a fare il loro lavoro dignitosamente. E che poi diventano anche capri espiatori, sacrificati alla rabbia popolare e ai mass media. Cosa può fare per tutto questo l’Ordine dei medici? Io credo possa fare molto, innanzi tutto rendendo visibile il disagio e dialogando poi con le istituzioni per cercare soluzioni praticabili ai problemi della sanità, nel rispetto di quelli che sono i problemi economici, di cui non possiamo non tener conto, ma che non ci devono impedire di cercare le soluzioni reali. Per questo chiederò un momento di confronto con la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini. Ma è un compito dell’Ordine? Occuparsi della condizione di lavoro dei medici, della sicurezza negli ambienti di lavoro credo che sia un modo concreto di declinare i temi dell’etica e della deontologia. E anche intervenire in tutte le situazioni di esercizio abusivo della professione vuol dire applicare il principio etico di tutela della salute dei cittadini, in grazia del quale l’Ordine è “organo ausiliario dello Stato”. Cos’altro ha in mente di fare come presidente? Voglio riuscire a disegnare un panorama completo della professione a Roma, anche per poter dare indicazioni e consigli ai giovani medici che, usciti dall’Università, devono imparare una materia che negli Atenei non si insegna: fare il medico. Mi piacerebbe riuscire a pubblicare un manuale, da consegnare ai neo laureati insieme al tradizionale Giuramento di Ippocrate, che riassuma informazioni pratiche: cosa vuol dire fare un certificato, quali sono i problemi per aprire uno studio medico o per entrare in un ambulatorio con altri colleghi, indicazioni per capire quali sono le reali possibilità lavorative, informazioni su come funziona il nostro sistema previdenziale. E poi vorrei sviluppare i servizi rivolti ai colleghi di età intermedia, alcuni dei quali vivono uno stato di forte sofferenza: un medico di 45-50 anni, che lotta ancora con problemi di precariato, vive una difficoltà anche maggiore rispetto ad un 30enne, perché fatalmente ha meno smalto. Se si riesce a conoscere profondamente la realtà locale, l’Ordine può indirizzarlo verso le scelte più vantaggiose, verso le aree più richieste. Infine credo che dovremo aprire uno sportello per coloro che si stanno avvicinando al momento della pensione, visto che oggi questo è un terreno particolarmente sensibile. L’Ordine di Roma aveva avviato un esperimento interessante in materia di mediazione civile, creando “Accordia”. Pensa di mantenerlo in piedi? Purtroppo Accordia non ha dato i risultati che ci si attendeva, registrando negli anni sempre meno richieste. Oggi inoltre la situazione è profondamente cambiata perché la mediazione non è più un atto volontaristico, ma un preciso istituto giuridico. Credo che l’Ordine possa muoversi in questo ambito su due fronti. Da una parte promuovendo un dialogo con i cittadini che smascheri gli interessi di chi specula sul contenzioso legale. Dall’altra l’Ordine può promuovere la creazione di un gruppo di esperti di grande spessore nelle diverse branche della medicina, che possa vigilare sulle procedure di mediazione, offrendo alla giustizia un contributo qualificato, a tutela dei medici ma anche dei cittadini. E per l’Ecm cosa pensate di fare? L’Ordine di Roma, in quanto provider accreditato, già organizzava corsi Ecm. Un’attività che vorrei sviluppare soprattutto, tenendo conto delle dimensioni del nostro Ordine e delle diverse esigenze delle varie aree mediche, con corsi in modalità Fad o blended, ovvero misti tra Fad e residenziali. L’obiettivo è creare un vero polo Ecm, con una piattaforma dedicata e un’offerta crescente. Molti progetti, che chiederanno anche molti fondi. Riuscirete a realizzarli senza aumentare la quota di iscrizione? Ho ripetuto spesso in campagna elettorale che l’Ordine di Roma ha una quota d’iscrizione tra le più alte d’Italia, e non voglio in alcun modo alzarla ulteriormente. Piuttosto penso che sia arrivato il momento di usare il bilancio significativo che ne deriva in modo più razionale e quindi aumentando il numero di servizi a disposizione degli iscritti. Mi piacerebbe, per esempio, fornire a tutti i medici e gli odontoiatri di Roma, con oneri completamente a carico dell’Ordine, una casella Pec. Sono in trattative con diversi gestori, spero di riuscire a farcela spuntando un prezzo sostenibile per il nostro bilancio. Nei prossimi giorni si vota per il rinnovo dei vertici Fnomceo. Sosterrà ancora Amedeo Bianco? La sua presidenza in questi anni si è fondata sulla stessa idea che è risultata vincente a Roma: l’unità della professione. Quindi sono assolutamente in sintonia con Amedeo Bianco e sosterrò lui e la sua squadra con convinzione, perché in questi anni ha fatto un ottimo lavoro ed ha inciso profondamente e positivamente sulla funzione e sulla visibilità della Federazione. Lei però non si candiderà per la Fnomceo. Come mai? Ho assunto la presidenza dell’Ordine dei medici più grande d’Europa e sono anche stato eletto nel CdA dell’Enpam. Credo che sia giusto non assumere altri incarichi, che porterebbero sovrapposizioni non facili da gestire e che, temo, non potrei seguire in modo fattivo e concreto. Preferisco lasciare spazio ad altri: mi piacerebbe, ad esempio, che venisse eletto Musa Awad, un medico di origine giordana che ha studiato e lavora in Italia da molti anni. L’ho visto lavorare nel nostro sindacato, il Sumai, e ho apprezzato la sua intelligenza e il suo entusiasmo. Credo che sarebbe un buon acquisto per la Fnomceo. Fonte www.quotidianosanita'.it, 21 Marzo 2012.
A.M.C.I. Roma
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12/03/2012
Presentazione del Volume 'Paolo di Tarso - Confessioni', di Fortunato Frezza
L'Autore Mons. Fortunato Frezza sarà presente all'evento.
Il 13 Marzo 2012 alle ore 16:30, nella Sala Marconi della Radio Vaticana in Piazza Pia n.3, la Libreria Editrice Vaticana presenta il Volume 'Paolo di Tarso - Confessioni', di Fortunato Frezza. Intervengono S.Em.za Card. Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, Arciprete emerito della Basilica Papale di S. Paolo fuori le Mura, Ideatore e promotore dell'Anno Paolino; il Prof. Mons. Romano Penna, Professore emerito di Nuovo Testamento alla Pontificia Università Lateranense; la Prof. Bruna Costacurta, Professore ordinario di Antico Testamento alla Pontificia Università Gregoriana. Modera il Dott. Graziano Motta, Giornalista Responsabile della comunicazione dell'Anno Paolino. Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@lev.va - Tel. +39.06.69881204


Roma, via della Conciliazione in direzione della Sede A.M.C.I.




Visita il Sito Web Nazionale dell'Associazione all'indirizzo w3.amci.org

La Famiglia Sanitaria Romana - convegno Luglio 2011

Il Video del Convegno completo è disponibile per i soci su DVD (anche in HD su BlueRay-Disc).
I soci AMCI che hanno effettuato la registrazione al sito web 'www.amciroma.it' potranno anche scaricare i file video del convegno dalla sezione web '/multimedia/repertorio' nel formato che più riterranno opportuno.
Per informazioni e maggiori dettagli inviare una e-mail a segreteria@amciroma.it
A.M.C.I. Roma

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30/01/2012
San Guido Maria Conforti
Biografia di San Guido Maria Conforti
Guido Maria Conforti nasce a Ravadese (Parma - Italia) il 30 marzo 1865. Lo stesso giorno viene battezzato. A 11 anni entra in seminario. Una malattia con manifestazioni di tipo epilettico fa ritardare l’ordinazione sacerdotale. Nel frattempo viene nominato vicerettore del seminario, dimostrando notevoli doti di educatore, ma soprattutto orientando i giovani alla santità con la testimonianza di una vita vissuta nella luce della fede. Riacquistata la salute, nel 1888 viene ordinato presbitero. Giovanissimo sacerdote, gli viene conferito l’incarico di “Direttore della Pia Opera della Propagazione della Fede”. Non ancora trentenne è chiamato a ricoprire l’ufficio di Vicario Generale. Non avendo potuto seguire, per ragioni di salute, la vocazione missionaria alla quale si sentiva chiamato, nel 1895 fonda la Pia Società di S. Francesco Saverio per le Missioni Estere (Missionari Saveriani) con lo scopo unico ed esclusivo della evangelizzazione dei non cristiani. Nel 1899 invia i primi due missionari in Cina, seguiti negli anni da tanti altri. Nel 1902, a soli 37 anni, viene chiamato da Papa Leone XIII a reggere l’Arcidiocesi di Ravenna. Per essere totalmente ed esclusivamente donato a Cristo e consacrato senza riserve al bene delle anime, il giorno della consacrazione episcopale emette i voti religiosi perpetui. Per due anni spende tutte le sue energie per il bene della diocesi, ma la salute non regge. Per senso di responsabilità verso il gregge a lui affidato, presenta le dimissioni che il Papa Pio X accetta. Ritorna quindi al suo Istituto dove si dedica alla formazione dei suoi allievi missionari. Ristabilitosi in salute, nel 1907 il Papa gli chiede di reggere la Diocesi di Parma. Per oltre 24 anni egli ne è il buon pastore. Promuove l’istruzione religiosa, fino a farne il punto capitale del suo impegno pastorale; istituisce scuole di dottrina cristiana in tutte le parrocchie; prepara catechisti e catechiste con appositi corsi di cultura religiosa e di pedagogia dell’insegnamento e, primo in Italia, celebra una settimana catechetica. Affrontando fatiche e disagi senza numero, compie quattro volte la visita pastorale recandosi fino nelle più piccole parrocchie. Una quinta visita pastorale è interrotta dalla morte. Celebra due sinodi diocesani, istituisce e promuove le associazioni cattoliche, la buona stampa, le missioni al popolo, Congressi Eucaristici, Mariani e Missionari, Convegni di Azione Cattolica. Cura in modo singolare la formazione del clero non meno che quella dei laici. Nulla trascurando del suo servizio pastorale alla diocesi, si prodiga per l’annuncio del Vangelo ai non cristiani, sia attraverso la cura della Famiglia missionaria da lui fondata e di cui è Superiore generale, che appoggiando ogni iniziativa di animazione missionaria in Italia. Nel 1916 collabora alla fondazione dell’Unione Missionaria del Clero, di cui è il primo presidente per dieci anni. Nel 1928 egli stesso si reca in Cina, in visita ai suoi missionari e alle cristianità loro affidate. Il 5 novembre 1931 si addormenta nel Signore. Il suo funerale vede un concorso straordinario di popolo. La fama delle sue virtù e della sua santità da Parma si espande in tutti i paesi dove operano i Saveriani. I due miracoli per la beatificazione e la canonizzazione, infatti, hanno luogo rispettivamente in Burundi e in Brasile. La sua santità consiste nell’umile, fedele, costante adempimento della volontà di Dio in ogni momento della vita e nello zelo ardente per la salvezza di tutti gli uomini. La sua fede viva traspariva da ogni parola e da ogni atto; la fiducia illimitata nella Divina Provvidenza era il sostegno in ogni tribolazione; la sua inesauribile carità verso Dio e verso i fratelli e il desiderio della loro salvezza era visibile a tutti. Egli era convinto che la Chiesa è missionaria per sua stessa natura e, quindi, che ogni cristiano, ciascuno secondo la propria vocazione, le proprie possibilità e i propri mezzi, deve collaborare perché il Vangelo raggiunga gli ultimi confini della terra. La sua stessa vita testimonia che ogni comunità cristiana deve «allargare la vasta trama della carità sino ai confini della terra, dimostrando per quelli che sono lontani la stessa sollecitudine che si ha per coloro che sono membri della propria comunità» (AG 37) e che un vescovo «è consacrato non soltanto per una diocesi, ma per la salvezza del mondo intero» (AG 38). È stato beatificato in San Pietro da Papa Giovanni Paolo II il 17 marzo 1996. Sua Santità Benedetto XVI nel Concistoro pubblico del 21 febbraio 2011 decide di iscriverlo nel novero dei santi.
A.M.C.I. Roma

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25/10/2011
LA STORIA DI UN UOMO DIVENUTO PAPA
A cura di Franco Placidi
Il 18 maggio 1920, al tempo in cui la Polonia festeggia la vittoria di Pilsudski in Ucraina, a Wadowice, tranquillo paese ai piedi dei monti Beskidi a circa 50 km da Cracovia, da Emilia Kaczorowka, figlia di un sellaio e casalinga, da 15 anni sposata a Karol senior, figlio di un sarto e sottufficiale dell'esercito austroungarico, nasce Karol Jòsef Wojtyla, chiamato in famiglia col vezzoso nome di Lolek. Esattamente un mese dopo, il 20 giugno, è battezzato dal cappellano militare, padre Franciszek Zak. La coppia ha già avuto, nel 1906, un maschietto, a cui è dato il nome Edmund, e, nel 1914, una femminuccia, Olga, vissuta solo pochi giorni. La gestazione di Karol è a rischio, soprattutto per Emilia, a causa dei gravi disturbi ai reni ed al cuore, di cui da tempo è sofferente. Il medico di famiglia, per tali motivi, le consiglia di abortire, ma ella si rifiuta e porta a buon fine la gravidanza, mettendo al mondo un bambino sano. Ne risentirà le conseguenze con ripetuti ricoveri ospedalieri. Nel 1926, regolarmente a sei anni, frequenta la prima classe elementare. Non è molto portato per l'aritmetica, ma con l'aiuto del fratello, già studente all'università di Cracovia nella facoltà di medicina, riesce a superare tale difficoltà. In ogni caso, a seguito dei frequenti ricorsi in ospedale della mamma, è chiuso in se stesso, pensieroso e spesso assente durante le lezioni scolastiche. Nel 1927, a causa del peggioramento delle condizioni di salute di Emilia, Karol senior chiede di andare prematuramente in pensione col grado di tenente ed, essendoci motivate ragioni, gliela concedono. Il 13 aprile 1929, mentre è a scuola per frequentare la terza elementare, riceve la notizia della morte della mamma, che non è riuscita a superare una violenta e gravissima infezione renale. L'ha da poco lasciata a casa dopo averle dato un bacio, ed anche perché non se lo aspettava resta profondamente turbato ed il lutto lo segna per tutta la vita. Ancora dieci anni dopo dedica alla cara mamma una delicata poesia. Eccola: Sulla tua bianca tomba/ sbocciano i fiori bianchi della vita./ Oh, quanti anni sono già spariti/ senza di te/ quanti anni!/ Madre, amore mio spento./ Dopo la morte della amata consorte anche Karol senior cade in uno stato di depressione, che solo la preghiera riesce ad alleviare. È in questo periodo che il piccolo Lolek riceve dal padre i primi insegnamenti di vita cristiana, poi ampliati ed approfonditi da don Pawel, catechista nella scuola elementare, e da altri sacerdoti di Wadowice, don Leonard Prochownik e mons. Tadeusz Klodydo. Sicuramente in questo tempo germoglia la vocazione sacerdotale. Si rafforzerà nel periodo della scuola media inferiore, guidato dal catechista mons. Kazimierz Figlewicz, e, poi della media superiore, dal catechista don Edward Zacher. Intanto negli anni '30 suo fratello Edmund si laurea ed entra nell'ospedale Powszechny di Bielsko in Slesia come assistente in cardiologia. Nel novembre 1932 è ricoverata in ospedale una ragazza colpita da scarlattina settica, una malattia infettiva mortale, non esistendo farmaci adeguati per la cura. I medici si rifiutano di assisterla, mentre Edmund si offre volontariamente. Anzi, probabilmente per studiare di persona i sintomi oppure per provare l'esistenza di un possibile effetto vaccino, si inietta i bacilli dell'infezione, ma, purtroppo, dopo pochi giorni, a 26 anni, muore . È il 5 dicembre 1932. Karol con il padre vivono ormai da soli nella grande abitazione di Wadowice. Le giornate sono rigidamente, quasi militarmente, programmate e sempre identiche: sveglia alle sei, colazione, messa in parrocchia e poi Lolek a scuola ed il padre ad accudire la casa svolgendo tutte le mansioni proprie di una mamma (bucato, pulizie, spesa, cucina, cucito ecc). Non diversi i pomeriggio e le sere: dopo il pranzo, per Lolek qualche ora di svago con gli amici, poi lo studio anche con il padre, uomo colto ed anch'egli interessato alla letteratura ed alla storia, infine la cena ed a letto per il riposo. Nel settembre 1934 Karol, inizia al ginnasio lo studio del greco e si appassiona alla letteratura, specialmente drammatica. Guidato dal suo professore di lettere Mieczyslaw Kotlarczyk, che è fondatore del Teatro Rapsodico, aperto anche agli alunni della scuola, Karol si cimenta nelle prime recite. Infatti, in Polonia, negli anni trenta, si sviluppano numerose Associazioni e movimenti di natura sportiva e culturale. Nasce l'Associazione cattolica, che rappresenta tre sezioni, vale a dire la Conferenza di S. Vincenzo, che si occupa dei poveri della parrocchia, l'Associazione di Santa Zyta per le attività sportive e, presso il ginnasio della scuola Marcin Wadowita, il Sodalizio di Maria con funzioni ed attività di natura culturale, del quale Karol è nominato primo presidente. È un giovane interessato a molte attività ed è bravo nelle recite teatrali, nel comporre poesie e canzoni, nello sport e nel ballo, ma soprattutto,essendo un bel giovane, è desiderato da tante ragazze. Terminato il liceo e superata a pieni voti la maturità, il 22 giugno 1938 si iscrive all'università Jagellonica di Cracovia, fondata nel 1364, nella facoltà di Lettere e Filosofia, indirizzo filologia polacca ed in tale città si trasferisce. Anche il padre, possedendo alcuni parenti di sua moglie un piccolo ed umido appartamento al n.10 di via Tyniecka a Cracovia, nell'estate lo prende in affitto. Tornano ad abitare assieme. Le difficoltà ed i sacrifici si moltiplicano. Passa poco più di un anno che il 6 novembre 1939 i professori dell'università sospendono definitivamente le lezioni, perché già dal primo settembre la Seconda Guerra Mondiale ha raggiunto con un primo devastante bombardamento Cracovia e le truppe naziste hanno iniziato le deportazioni cominciando proprio dai professori universitari e dagli studenti. Lolek per non essere deportato nei lager, si trova un lavoro. È, dapprima, assunto come manovale a servizio dei tedeschi nel rischioso lavoro di sminatore, poi alla Solvay, industria chimica, a scavare nella cava e poi all'interno della fabbrica facendo anche i turni di notte. Nel tempo libero si dedica con amici a rappresentazioni teatrali con le quali riscuote un buon successo. Con lui recita Halina Krolikiewicz, da molti ritenuta la sua fidanzata ed, almeno fino all'anno 2000, risulta che è ancora impegnata ad insegnare a Cracovia al teatro dei giovani, ed anche un suo vecchio compagno ebreo, Jerzy Kluger, con il quale continua a vedersi dai tempi delle elementari per fare partite di pallone, ma non più, come una volta, in squadre opposte quando erano costituite secondo le fedi diverse, ovvero a ping pong od anche per scalare la montagna, per sciare, per pagaiare nel fiume Skava, per recitare. Nel febbraio del 1940 conosce Tyranowski, che nella sua abitazione svolge con altri giovani rappresentazioni sui misteri del rosario, dette anche “rosario vivente”. Tyranowski lo fa partecipe di questa attività e, nel contempo, lo avvia alla conoscenza delle opere dei carmelitani S. Giovanni della Croce e Santa Teresa d'Avila, dei quali si innamora tanto da chiedere all'arcivescovo di Cracovia Adam Stefan Saphieha, di entrare nel Carmelo. Dissuaso, prosegue la sua attività lavorativa, che è ancora quella di far brillare le mine nella vicina cittadina di Zakrzowek. Il 18 febbraio 1941, tornando a casa dal lavoro, trova suo padre morto per infarto. Ormai solo, cercando ristoro nell'impegno teatrale, comincia a meditare profondamente il suo destino di vita sacerdotale. Nell'ottobre del 1942, pur continuando a lavorare, questa volta nella fabbrica della Solvay, avendo deciso il suo futuro di prete, inizia a frequentare i corsi della Facoltà di teologia all'Università Jagellonica, in forma clandestina, perché i nazisti hanno chiuso i seminari. Ha una predilezione, avendo letto le opere dei due grandi santi spagnoli del XVI secolo, a cui è stato introdotto da Tyranowski, per la teologia mistica, tanto che per il dottorato a Roma nel 1948 prepara la tesi di laurea intitolata “La dottrina della fede secondo S. Giovanni della Croce”. Dopo avere interpretato per l'ultima volta come attore il Samuel Zborowski di Julius Slowacki, dal marzo del 1943 si dedica esclusivamente allo studio universitario. Nel settembre del 1944, avendo il suo vescovo Sapieha trasformato parte della sua residenza in seminario, richiama in esso Karol, che, dopo due anni, nel 1946, supera gli ultimi esami di teologia ed il 1° novembre è ordinato sacerdote. Dopo pochi giorni dall'ordinazione, il 26 novembre, il suo amico seminarista, Jezy Zachuta, è preso di notte dalla gestapo e fucilato con l'accusa di tradimento. Il Vescovo sia per allontanarlo da pericoli sia anche perché ha grande stima di Karol lo invia a Roma per fargli conseguire il dottorato di teologia. Nell'autunno, giunto a Roma alla stazione Termini, prende alloggio presso il Collegio del Belgio. Si racconta che a quel tempo era magro e denutrito per mancanza di cibo e, proprio perché non aveva possibilità di acquisto, anche la sua veste talare era sdrucita e non adeguata, tanto che i propri compagni di studio fecero una colletta per fargli dono di una veste nuova. Durante il corso di studi, per incarico del suo vescovo polacco è inviato per incarichi apostolici in Belgio, in Francia ed in Olanda, soprattutto per conoscere le organizzazioni cattoliche locali. Nella primavera del 1947, durante le vacanze pasquali, don Karol si reca a S. Giovanni Rotondo, dove incontra Padre Pio. E' in questa occasione che, parlando con il frate delle sue piaghe o stigmate, don Karol chiede quale di esse sia la più dolorosa. Padre Pio confessa che la più dolorosa è quella che ha sulla spalla, prodotta a Cristo dal chiodo del patibulum, che si è infisso profondamente ledendo l'aorta clavicolare sinistra, quando per la seconda volta è caduto indietro lungo la via del calvario e che gli ha fatto perdere moltissimo sangue. Questo episodio, importantissimo soprattutto per la ricostruzione della morte di Cristo, lo ricorderà don Karol molti anni dopo da Papa. Nel 1948, superati gli esami di dottorato con il massimo dei voti, ma senza ottenere il dottorato perché, non ha potuto pubblicare, come è regola all'Angelicum, la tesi per mancanza di denaro, rientra in Polonia per dar vita al suo ministero pastorale e comincia come cappellano a Niegowic, piccolo villaggio contadino presso Bochnia. Non trascorre un anno che viene richiamato a Cracovia, dove a dicembre nell'Università Jagellonica è nominato “dottore in teologia”, essendo bastato il riesame della tesi senza necessità di pubblicazione. Nell'agosto del 1949 gli è affidato l'incarico di vice parroco nella chiesa di San Floriano frequentata da tanti giovani universitari, per i quali mostra e mostrerà sempre una grande predilezione. É in questo periodo che il comunismo di Stalin perseguita la Chiesa cattolica nei paesi dell'Est, compresa la Polonia. Karol, vivendo con i giovani, riesce a realizzare un movimento culturale che formerà quegli uomini del domani che, ponendosi a guida anche degli operai di Solidarnosc, contribuiranno a determinare la caduta del comunismo in Polonia. Per proseguire in tale attività di formazione, senza rischiare ed essere soggetto ai controlli dei servizi segreti sovietici, organizza periodicamente gite in montagna o ai laghi per radunare gruppi di giovani, ed anche lui si traveste nei panni di montanaro o di pescatore. Nel tempo che gli resta studia ed insegna. Con una tesi su Max Scheler, discussa nel 1953 all'università Jagellonica, è abilitato alla docenza e, nel 1956, gli è assegnata la cattedra di etica all'università cattolica di Lublino, cattedra che conserverà fino all'anno del suo pontificato. Pubblica suoi poemetti, drammi e poesie sotto lo pseudonimo di Andrzej per non essere individuato dai suoi persecutori. L’8 luglio del 1958 Pio XII lo nomina vescovo ausiliare, coadiutore del cardinale Boleslaw Wyszynski, messo agli arresti domiciliari dal governo comunista dal 1953 al 1956 nel periodo buio della storia del cattolicesimo nell'Est, ricordato come il periodo del “silenzio dietro la Cortina di ferro”. Quattro anni più tardi, alla morte dell'arcivescovo di Cracovia, il 13 gennaio del 1964, a neanche 44 anni compiuti, riceve da Paolo VI, con il quale avrà uno straordinario rapporto, la bolla papale di arcivescovo della stessa città. Come arcivescovo amplia l’impegno della sua missione pastorale verso i malati ed i sofferenti, anticipando e sperimentando il grande progetto che da pontefice realizzerà con la istituzione del dicastero per la Pastorale degli Operatori Sanitari. Il suo nome e le sue capacità si fanno ben conoscere da vescovi e cardinali sin da quando, due anni prima, partecipa ai lavori del Concilio Vaticano II sotto la guida di Giovanni XXIII. Quando Paolo VI, il 28 giugno 1967 lo nomina cardinale, ha inizio la sua durissima lotta contro il regime comunista polacco, creando un seguito di milioni di persone, per le quali organizza, anche per camuffare i raduni, pellegrinaggi oceanici nei santuari mariani. I servizi segreti vigilano. Da Mosca arriva l'ordine della sua eliminazione. Il rischio di essere preso è elevato, soprattutto perché si intensificano i suoi viaggi verso Roma essendo nominato per tre volte ed ogni tre anni, a partire dal 1971, membro della segreteria generale del Sinodo, quindi relatore e, durante la Quaresima del 1976 predicatore in Vaticano degli esercizi spirituali alla curia romana ed allo stesso Paolo VI. È del 1972 la pubblicazione di un libro di divulgazione conciliare dal titolo “Alle fonti del rinnovamento. Studio sull'attuazione del Concilio Vaticano II”. Nei primi due giorni del mese di novembre 1974 si reca a S. Giovanni Rotondo per partecipare alle esequie di Padre Pio, al quale dodici anni prima aveva inviato una lettera per raccomandare nelle sue preghiere una sua fedele, la dottoressa Wanda Poltawska, madre di quattro bambine, malata senza speranze di tumore. Risulta l'esistenza di una seconda lettera, scritta da Karol dieci giorni dopo, per ringraziare Padre Pio dell'improvvisa guarigione della donna. L'anno 1978 è carico di eventi: il 12 agosto partecipa alle esequie di Paolo VI, scomparso sei giorni prima; pochi giorni dopo, il 26, entra in Conclave per eleggere il successore ed il 28 agosto è eletto il patriarca di Venezia cardinale Albino Luciani, che prende il nome di Giovanni Paolo I; essendo il neo eletto pontefice venuto a mancare il 29 settembre, dopo neppure 33 giorni, il 14 ottobre si riapre il conclave e dopo due giorni, alle 17,15 circa, è eletto il 254mo pontefice della Chiesa cattolica, che assume il nome di Giovanni Paolo II: è Karol Wojtyla. In quello stesso istante ha inizio una nuova grande storia per la Chiesa Cattolica e per il mondo.
A.M.C.I. Roma

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14/10/2011
L'impegno sociale ed etico per i deboli da parte delle Associazioni presenti sul territorio e delle Ist. San. Pubbliche.
La Sezione di Roma dell'Associazione Medici Cattolici Italiani Vi invita alla Tavola Rotonda che si terrà il 9 novembre 2011 alle ore 9:30 presso la Sala Folchi dell'Azienda Ospedaliera San Giovanni - Addolorata di Roma.
TAVOLA ROTONDA "L'IMPEGNO SOCIALE ED ETICO PER I DEBOLI DA PARTE DELLE ASSOCIAZIONI PRESENTI SUL TERRITORIO E DELLE ISTITUZIONI SANITARIE PUBBLICHE". 09 NOVEMBRE 2011 Ore 9:30; sede: Sala Folchi (Piazza San Giovanni in Laterano, 80). Saluteranno i partecipanti: Dr. G. L. BRACCIALE (Direttore Generale); Dr. G. COREA (Direttore Sanitario); Prof. V. SARACENI (Presidente Nazionale AMCI); Prof. F. SPLENDORI (Co-Presidente AMCI Roma); P.dre G. AQUARO (Cappellano Osp.S.Giovanni); Moderatore Dr. Michelangelo Malacrinis (Referente Aziendale AMCI); Interventi: Introduzione al tema: S. E. Mons. A. Brambilla (Vescovo Ausiliare Pastorale Sanitaria); Associazioni partecipanti: AMCI: Prof. Luca CHINNI (Presidente Sezione AMCI di Roma); CARITAS: Mons. Enrico FEROCI (Direttore CARITAS di Roma); Dr. Salvatore GERACI (Responsabile Area Sanità CARITAS); ARVAS: Dr. Silvio ROSCIOLI (Presidente Regionale ARVAS); COMUNITA’ S. EGIDIO: Dr.ssa Chiara INZERILLI (Responsabile Area Sanità Comunità S. Egidio); ASS. DONATORI DI SANGUE “Carla Sandri”: Prof. Agostino FREMIOTTI (Presidente dell’Ass. Donatori di Sangue); Ospedali Rappresentati: SAN GIOVANNI: Dr. Francesco MONTELLA (Direttore UOC. Medicina Interna); Dr. ssa Mariarosa MARTELLINI (Resp. Servizio Sanitario Stranieri); Ines VULPIANI (Resp. ARVAS GOL 01 Osp. S.Giovanni-Addolorata); Floria GURASCI (Rappresentante Corso di Laura in Infermieristica; Università la Sapienza sede S.Giovanni-Addolorata). IFO: Dr. Vincenzo CILENTI (Direttore UOSD Broncopneumologia, Presidente Regionale AMCI). SANTO SPIRITO: Dr. Alessandro BAZZONI (Laboratorio Accoglienza ASL RM/E). PERSONALITA’ INVITATE: On. Renata POLVERINI (Presidente Regione Lazio); On. Gianni ALEMANNO (Sindaco di Roma); On.Claudio CECCHINI (Assessore Provincia di Roma). Segreteria Organizzativa: Emilia Guerrieri, Roberta De Santis.
L'Osservatore Romano

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20/07/2011
Quante sofferenze sono state evitate
Le parole di Pio XII ai medici
Noi medici abbiamo un grande debito di riconoscenza nei confronti di Pio XII e del suo magistero. Papa Pacelli, infatti, è stato una persona di grande sensibilità, che ha dedicato molto tempo e altrettanti sforzi a favore dei medici cattolici e degli altri operatori della salute e della vita. Personalmente, come molti, sono sempre rimasto colpito dalle sue doti intellettuali, dalla consolazione che seppe dare alle vittime dei bombardamenti di Roma durante la guerra, con la sua tonaca bianca e la sua intimità con Dio. Dispongo di informazioni di prima mano grazie a un medico di Barcellona, ormai anziano, che assistette a Roma a molti degli incontri di quel grande Papa con i medici. Ancora sono vivi in lui i consigli saggi che egli offriva. Una volta, in una sala per le conferenze vicino a San Pietro, centinaia di medici si accalcarono per ascoltarlo e per formulargli domande di ogni tipo. A tal proposito ho letto un volume curato dal cardinale Fiorenzo Angelini, che fu suo collaboratore e poi presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari. In esso si trovano raccolti quei grandi insegnamenti che abbiamo anche trasferito sulla pagina web della Federazione internazionale delle associazioni mediche cattoliche. Ben noto è l’insegnamento di Pio XII sull’anestesia e sull’analgesia: essa si può e si deve applicare, se è necessario, sebbene indirettamente possa abbreviare la vita a causa di effetti secondari indesiderati. Le sue parole hanno evitato sofferenze a milioni di persone. Per quanto riguarda la trasmissione della vita, egli ha anticipato, in sostanza, il contenuto della Humanae vitae, sottolineando che noi medici possiamo e dobbiamo essere d’aiuto in caso di infertilità, ma mai possiamo sostituirci ai coniugi. Ci ha poi lasciato una preziosa Preghiera del medico che fu letta in pubblico per la prima volta da padre Pio l’8 maggio 1958, all’ottavo Congresso italiano di medici cattolici: «O medico divino delle anime e dei corpi, Redentore Gesù, che durante la tua vita mortale prediligesti gl’infermi» iniziava. La sua vita fu piena di attenzioni verso i medici e gli infermi. Discorsi ai membri delle associazioni di san Luca (uno dei patroni dei medici), allocuzioni a gruppi di specialisti diversi (oftalmologi, otorini, chirurghi) ai donatori di sangue, a coloro che hanno a che fare con i problemi biologici del cancro, messaggi radio agli infermi, ecc. Il 29 settembre 1949 tenne un discorso al quarto Congresso internazionale dei medici cattolici. Rivolse parole rimaste celebri anche alle infermiere, alle balie, ai pellegrini malati, alle associazioni familiari di diversi Paesi, agli psicoterapeuti, ai genetisti, ai microbiologi, ai farmacisti, ai tecnici, ai religiosi ospedalieri. E non dimenticò i politici, anche per la prevenzione degli incidenti. Il suo magistero è stato tenuto presente e apprezzato dai suoi successori. Per questo gòli siamo grati e ripetiamo con la Preghiera da lui composta: «Come medici che ci gloriamo del tuo nome, promettiamo che la nostra attività si muoverà costantemente nell’osservanza dell’ordine morale e sotto l’impero delle sue leggi». JOSÉ MARÍA SIMÓN CASTELLVÍ, Presidente della Federazione internazionale delle associazioni mediche cattoliche
A.M.C.I. Roma

amciroma.it - flashnews
25/03/2011
Messaggio del Santo Padre in occasione della XIX Giornata Mondiale del Malato (11-02-2011)
"Dalle sue piaghe siete stati guariti" (1Pt 2, 24)
Cari fratelli e sorelle! Ogni anno, nella ricorrenza della memoria della Beata Vergine di Lourdes, che si celebra l'11 febbraio, la Chiesa propone la Giornata Mondiale del Malato. Tale circostanza, come ha voluto il venerabile Giovanni Paolo II, diventa occasione propizia per riflettere sul mistero della sofferenza e, soprattutto, per rendere più sensibili le nostre comunità e la società civile verso i fratelli e le sorelle malati. Se ogni uomo è nostro fratello, tanto più il debole, il sofferente e il bisognoso di cura devono essere al centro della nostra attenzione, perché nessuno di loro si senta dimenticato o emarginato; infatti "la misura dell'umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti non è capace di contribuire mediante la compassione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana" (Lett. enc. Spe Salvi, 38). Le iniziative che saranno promosse nelle singole Diocesi in occasione di questa Giornata, siano di stimolo a rendere sempre più efficace la cura verso i sofferenti, nella prospettiva anche della celebrazione in modo solenne, che avrà luogo, nel 2013, al Santuario mariano di Altötting, in Germania. 1. Ho ancora nel cuore il momento in cui, nel corso della visita pastorale a Torino, ho potuto sostare in riflessione e preghiera davanti alla Sacra Sindone, davanti a quel volto sofferente, che ci invita a meditare su Colui che ha portato su di sé la passione dell'uomo di ogni tempo e di ogni luogo, anche le nostre sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati. Quanti fedeli, nel corso della storia, sono passati davanti a quel telo sepolcrale, che ha avvolto il corpo di un uomo crocefisso, che in tutto corrisponde a ciò che i Vangeli ci trasmettono sulla passione e morte di Gesù! Contemplarlo è un invito a riflettere su quanto scrive san Pietro: "dalle sue piaghe siete stati guariti" (1Pt 2,24). Il Figlio di Dio ha sofferto, è morto, ma è risorto, e proprio per questo quelle piaghe diventano il segno della nostra redenzione, del perdono e della riconciliazione con il Padre; diventano, però, anche un banco di prova per la fede dei discepoli e per la nostra fede: ogni volta che il Signore parla della sua passione e morte, essi non comprendono, rifiutano, si oppongono. Per loro, come per noi, la sofferenza rimane sempre carica di mistero, difficile da accettare e da portare. I due discepoli di Emmaus camminano tristi per gli avvenimenti accaduti in quei giorni a Gerusalemme, e solo quando il Risorto percorre la strada con loro, si aprono ad una visione nuova (cfr Lc 24,13-31). Anche l'apostolo Tommaso mostra la fatica di credere alla via della passione redentrice: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo" (Gv 20,25). Ma di fronte a Cristo che mostra le sue piaghe, la sua risposta si trasforma in una commovente professione di fede: "Mio Signore e mio Dio!" (Gv 20,28). Ciò che prima era un ostacolo insormontabile, perché segno dell'apparente fallimento di Gesù, diventa, nell'incontro con il Risorto, la prova di un amore vittorioso: "Solo un Dio che ci ama fino a prendere su di sé le nostre ferite e il nostro dolore, soprattutto quello innocente, è degno di fede" (Messaggio Urbi et Orbi, Pasqua 2007). 2. Cari ammalati e sofferenti, è proprio attraverso le piaghe del Cristo che noi possiamo vedere, con occhi di speranza, tutti i mali che affliggono l'umanità. Risorgendo, il Signore non ha tolto la sofferenza e il male dal mondo, ma li ha vinti alla radice. Alla prepotenza del Male ha opposto l'onnipotenza del suo Amore. Ci ha indicato, allora, che la via della pace e della gioia è l'Amore: "Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (Gv 13,34). Cristo, vincitore della morte, è vivo in mezzo a noi. E mentre con san Tommaso diciamo anche noi: "Mio Signore e mio Dio!", seguiamo il nostro Maestro nella disponibilità a spendere la vita per i nostri fratelli (cfr 1 Gv 3,16), diventando messaggeri di una gioia che non teme il dolore, la gioia della Risurrezione. San Bernardo afferma: "Dio non può patire, ma può compatire". Dio, la Verità e l'Amore in persona, ha voluto soffrire per noi e con noi; si è fatto uomo per poter com-patire con l'uomo, in modo reale, in carne e sangue. In ogni sofferenza umana, allora, è entrato Uno che condivide la sofferenza e la sopportazione; in ogni sofferenza si diffonde la con-solatio, la consolazione dell'amore partecipe di Dio per far sorgere la stella della speranza (cfr Lett. enc. Spe salvi, 39). A voi, cari fratelli e sorelle, ripeto questo messaggio, perchè ne siate testimoni attraverso la vostra sofferenza, la vostra vita e la vostra fede. 3. Guardando all'appuntamento di Madrid, nel prossimo agosto 2011, per la Giornata Mondiale della Gioventù, vorrei rivolgere anche un particolare pensiero ai giovani, specialmente a coloro che vivono l'esperienza della malattia. Spesso la Passione, la Croce di Gesù fanno paura, perchè sembrano essere la negazione della vita. In realtà è esattamente il contrario! La Croce è il "sì" di Dio all'uomo, l'espressione più alta e più intensa del suo amore e la sorgente da cui sgorga la vita eterna. Dal cuore trafitto di Gesù è sgorgata questa vita divina. Solo Lui è capace di liberare il mondo dal male e di far crescere il suo Regno di giustizia, di pace e di amore al quale tutti aspiriamo (cfr Messaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù 2011, 3). Cari giovani, imparate a "vedere" e a "incontrare" Gesù nell'Eucaristia, dove è presente in modo reale per noi, fino a farsi cibo per il cammino, ma sappiatelo riconoscere e servire anche nei poveri, nei malati, nei fratelli sofferenti e in difficoltà, che hanno bisogno del vostro aiuto (cfr ibid., 4). A tutti voi giovani, malati e sani, ripeto l'invito a creare ponti di amore e solidarietà, perchè nessuno si senta solo, ma vicino a Dio e parte della grande famoglia dei suoi figli (cfr Udienza generale, 15 novembre 2006). 4. Contemplando le piaghe di Gesù il nostro sguardo si rivolge al suo Cuore sacratissimo, in cui si manifesta in sommo grado l'amore di Dio. Il Sacro Cuore è Cristo crocifisso, con il costato aperto dalla lancia dal quale quale scaturiscono sangue ed acqua (cfr Gv 19,34), "simbolo dei sacramenti della Chiesa, perché tutti gli uomini, attirati al Cuore del Salvatore, attingano con gioia alla fonte perenne della salvezza" (Messale Romano, Prefazio della Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù). Specialmente voi, cari malati, sentite la vicinanza di questo Cuore carico di amore e attingete con fede e con gioia a tale fonte, pregando: "Acqua del costato di Cristo, lavami. Passione di Cristo, fortificami. Oh buon Gesù, esaudiscimi. Nelle tue piaghe, nsacondimi" (Preghiera di S. Ignazio di Loyola). 5. Al termine di questo mio messaggio per la prossima Giornata Mondiale del Malato, desidero esprimere il mio affetto a tutti e a ciascuno, sentendomi partecipe delle sofferenze e delle speranze che vivete quotidianamente in unione a Cristo crocifisso e risorto, perché vi doni la pace e la guarigione del cuore. Insieme a Lui vegli accanto a voi la Vergine Maria, che invochiamo con fiducia Salute degli infermi e Consolatrice dei sofferenti. Ai piedi della Croce si realizza per lei la profezia di Simeone: il suo cuore di Madre è trafitto (cfr Lc 2,35). Dall'abisso del suo dolore, partecipazione a quello del Figlio, Maria è resa capace di accogliere la nuova missione: diventare la Madre di Cristo nelle sue membra. Nell'ora della Croce, Gesù le presenta ciascuno dei suoi discepoli dicendole: "Ecco tuo figlio" (cfr Gv 19,26-27). La compassione materna verso il Figlio, diventa compassione materna verso ciascuno di noi nelle nostre quotidiane sofferenze (cfr Omelia a Lourdes, 15 settembre 2008). Cari fratelli e sorelle, in questa Giornata Mondiale del Malato, invito anche le Autorità affinché investano sempre più energie in strutture sanitarie che siano di aiuto e di sostegno ai sofferenti, soprattutto i più poveri e bisognosi, e, rivolgendo il mio pensiero a tutte le Diocesi, invio un affettuoso saluto ai Vescovi, ai sacerdoti, alle persone consacrate, ai seminaristi, agli operatori sanitari, ai volontari e a tutti coloro che si dedicano con amore a curare e alleviare le piaghe di ogni fratello o sorella ammalati, negli ospedali o Case di Cura, nelle famiglie: nei volti dei malati sappiate vedere sempre il Volto dei volti: quello di Cristo. A tutti assicuro il mio ricordo nella preghiera, mentre imparto a ciascuno una speciale Benedizione Apostolica. Dal Vaticano, 21 Novembre 2010, Festa di Cristo Re dell'Universo. BENEDICTUS PP XVI
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